LUCIO BATTISTI

Anima Latina

1974 - Numero Uno

A CURA DI
ANDREA ORTU
30/05/2019
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Quella del viaggio in terre esotiche e lontane, povere di denaro ma ricche di cultura, tra gli anni '60 e '70 è una consuetudine più che radicata, specialmente nella dorata, eterogenea e alquanto eccentrica cerchia dei musicisti rock. Durante questo ventennio di spaccature radicali, d'intensi sconvolgimenti politici e sociali, artisticamente fecondo come pochi altri momenti della Storia umana, ecco, proprio in questi anni così turbolenti, artisti d'ogni formazione vanno in ritiro spirituale in Nord Africa e in Medio Oriente, in antichi paesi ancora distanti dagli orrori contemporanei, o in India, ex colonia inglese e meta favorita di tante formazioni britanniche. Lucio Battisti e Giulio Rapetti, in arte Mogol, preferiscono invece l'America Latina, coi suoi colori frutto della mescolanza, patria di uomini e donne ancora legati alla terra e ai suoi arcaici valori, la modernità che arranca su di una povertà ancora troppo diffusa. Laggiù, nel 1974, qualcosa d'indefinibile si insinua come una freccia nel cuore e nella mente dei due artisti italiani. Sarà forse la familiarità col sangue mediterraneo, o il legame con lingue d'origine latina, o magari, l'energia di un sole e di un calore che in qualche maniera ricordano i nostri, ma sono proprio i colori e i profumi del Brasile ad influenzare Battisti, e gli scenari dell'Argentina, umani e naturalistici, a portarlo a nuove riflessioni sulla musica e sul senso della musica. Quel viaggio mi ha messo seriamente in crisi, e in alcuni momenti ero giunto quasi a odiare me stesso per quello che ero diventato, o meglio per quello in cui i mass media mi avevano identificato: il cantante ricco, bello e famoso, amato dal pubblico forse più per il suo bel faccino e i suoi riccetti, per certe furbizie roche della voce, che non per il reale talento musicale, l'unica cosa per la quale ora mi interessa farmi apprezzare. (Lucio Battisti, intervista a Renato Marengo)

Dal viaggio, nasce un'intuizione, e dall'intuizione nasce un album, il nono a vantare la firma di Battisti & Mogol: Anima Latina. In realtà di "latino", o meglio, di sudamericano, Anima Latina ha soprattutto l'idea, anzi: l'ideale, ma la nuova creatura di Battisti è un'opera imprevedibile, complessa e sfaccettata, differente non solo da quanto fatto fino a quel momento dal cantante e da Mogol, ma da qualsiasi artista pop di quegli anni. Nel 1973, Il Nostro Caro Angelo è il secondo album più venduto in Italia, superato solo da Il Mio Canto Libero; entrambi, manco a dirlo, sono opera di Lucio Battisti, che in quegli anni raggiunge il culmine della popolarità e del successo commerciale, l'apice di un artista che tuttavia, come tante volte capita a chi raggiunge la vetta, cova l'intimo desiderio di conquistare altre cime, l'impellenza di staccarsi dal proprio personaggio e di sperimentare nuove imprese. Anima Latina è così una sorta d'esperimento, insieme personale e sociale; personale, perché mette alla prova lo spessore, la preparazione e le competenze del suo stesso autore; sociale, perché mette alla prova la reazione del pubblico, sia di quello affezionato al repertorio del cantante, sia dei suoi detrattori. I primi rimarranno confusi, i secondi, per lo più, sommamente e piacevolmente sorpresi. Anima Latina esce a dicembre del 1974, ed è difficile, davvero difficile, credere sia un album di Battisti. C'è l'elemento "latino", ma più che sudamericano è profondamente mediterraneo, andaluso più che argentino, partenopeo più che brasiliano, e naturalmente c'è la musica leggera, così viva, nella pur sommessa vocalità del cantante; c'è poi l'elemento prog rock, figlio del suo tempo e in continuo mutamento, ché dopotutto è il decennio degli Area e del Banco, anni in cui perfino i Pooh danno alla luce opere come "Parsifal"; infine, soprattutto, c'è l'elemento indefinibile. Lucio Battisti va oltre la cosiddetta musica progressiva, cercando, e forse trovando, un incredibile compromesso tra il sound ricercato ed "elitario" del prog e del jazz, e la musica popolare. Quest'ultima tuttavia non va intesa nei termini del pop all'italiana, che a Battisti già iniziano a stare stretti, ma in quelli folkloristici della musica latina, non tanto nel sound, ma nel modo in cui quei popoli, uomini e donne di sangue amerindo, africano e mediterraneo, si approcciano alla musica. Battisti cerca un suono che richieda la partecipazione dell'ascoltatore, un'impostazione che lo costringa a un ruolo attivo nella fruizione della musica, allo stesso modo in cui il suono popolare latino, per sua natura, rimane aperto ad ogni interpretazione, ad ogni divagazione e rappresentazione. Anima Latina, in qualche modo, riesce ad essere tutto questo e altro ancora. La musica avanza e l'elemento vocale, da sempre in primo piano nell'opera di Battisti come da italica tradizione, arretra, lasciando spazio a divagazioni elettroniche, a percussioni ossessive e ad architetture strumentali, gli archi che lasciano il posto ad una più popolare orchestra di fiati. Per la prima volta in dieci anni di stretta collaborazione, l'intento artistico del cantante costringe a ridefinire la penna del suo paroliere, e se da una parte Mogol riesce a tenere Battisti entro certi binari - purtroppo o per fortuna insuperabili - dall'altra, s'impone di rivoluzionare almeno in parte la propria poetica, da sempre orientata a una familiare quotidianità. Se le liriche dello scrittore sono state caratterizzate da una certa semplicità formale, anche quando insospettabilmente raffinate, ora queste si fanno criptiche e complesse, astratte, tanto da lasciar presagire il cosiddetto "periodo Panella" di Battisti, sebbene Mogol, a differenza del collega romano, non ceda mai e poi mai ad anarchie lessicali e divagazioni futuriste. Da quest'esigenza di maturazione, Mogol guadagna alcuni dei testi più belli della sua carriera, apice d'un evoluzione già evidente su Il Nostro Caro Angelo. Per Anima Latina, lo scrittore dà vita a testi evocativi e immaginifici, forme che si stagliano nella mente dell'ascoltatore, spesso, ma non sempre, sul tema pur ordinario del rapporto tra uomo e donna, in una soluzione di continuità fra una canzone e l'altra che riporta quasi alla forma del concept. Mentre la componente vocale arretra in secondo piano, otto brani su nove fanno a meno del ritornello, elemento tradizionalmente irrinunciabile nel pop italiano o straniero, e tuttavia molto spesso abbandonato dalle avanguardie più eclettiche, di solito, in favore di più articolate digressioni strumentali e poetiche. Quel che Battisti rifugge non è tuttavia la banalità: non tenta d'abbandonare quanto fatto fino a quel momento, ma di creare un ponte, immaginifico e musicale, fra ideologie, suoni e schemi di pensiero differenti, non più per trovare il favore per pubblico ma per trovare la sua unica, nuova, personale via alla musica. L'ambiente creativo è quello del Mulino, una vecchia struttura immersa nell'incantevole paesaggio di Anzano del Parco, in Brianza, e ad accompagnare il cantante nella sua avventura latina, musicisti d'ogni estrazione e dai curriculum più vari, di formazione quasi mai sudamericana e quasi sempre tendente al rock: ennesimo indizio d'un legame solamente ideale con la musica latina e indirizzato, piuttosto, ad una sperimentazione a tutto tondo figlia dell'Europa e dei suoi movimenti. Lo stesso Battisti si diletta in percussioni e tastiere, senza chiaramente preoccuparsi di tecnicismi o raffinatezze, anzi, ricercando volutamente un'imperizia ch'è fisiologica all'idea di "musica inclusiva". Al basso, Bob Callero mette in scena l'estrema raffinatezza dei Duello Madre, senza mancare della versatilità che avrebbe mostrato con artisti quali Eugenio Finardi e Anna Oxa; d'altronde, l'appassionato di Battisti aveva già avuto modo d'apprezzarlo sull'intro de Il Nostro Caro Angelo. Tra gli artisti coinvolti, anche il leggendario Ares Tavolazzi, che sembra avere messo mano al basso sulla traccia d'apertura. Alla chitarra, oltre che anch'egli alle insolite percussioni di quest'album, Massimo Luca, vecchia conoscenza di Lucio e tra i chitarristi più ricercati degli anni '70. Oltre ad aver già lavorato su Il Nostro Caro Angelo, su Il Mio Canto Libero e su Umanamente Uomo: Il Sogno, Massimo Luca vanta collaborazioni con De André, Adriano Pappalardo, Paolo Conte, Guccini, Mina, Vecchioni, Branduardi e un'infinità d'altri artisti italiani. A pianoforte e tastiere Claudio Maioli, che esordisce fra i grandi nomi proprio grazie a Battisti. Alla batteria, l'uomo di fiducia del cantante: Gianni Dall'Aglio, già collaboratore di Celentano e dei suoi Ribelli, band che dal '66 fu anche di Demetrio Stratos; rimane però vivo un dibattito di vecchia data, tra i tanti misteri legati a Battisti, che vorrebbe Franco Loprevite come principale batterista di Anima Latina. Alle trombe e al trombone, Pippo Colucci, Pierluigi Mucciolo e Gianni Bogliano, mentre al flauto e vari strumenti a fiato, Claudio Pascoli, a completare una sezione di fiati estremamente centrale, tipicamente jazz rock. Pascoli è inoltre essenziale nel coordinamento dell'intera produzione, referente principale con la Numero Uno, etichetta discografica creata dallo stesso Mogol, dal padre Mariano e da Alessandro Colombini. Centrali sono anche le percussioni, realizzate da molti dei musicisti citati ma impreziosite soprattutto da Tony Esposito, un artista capace di unire le ritmiche di tutto il mondo con quelle mediterranee, e dunque, perfetto nel mettere in musica l'idea battistiana di un'anima che è sì "latina", ma definita da sonorità e sensazioni estremamente plurali. Quando esce, Anima Latina si presenta con una copertina calda, insieme gioiosa e malinconica, vagamente surreale, figlia di uno dei più ricercati cover artist del periodo: Cesare Montalbetti. Al centro dell'opera, la modella Dina Castigliego rappresenta la dualità dell'America latina, con la sua vitalità, il suo corpo florido e le forme generose, contrapposte ad uno sguardo triste, forse rassegnato; intorno a lei, italianissimi bambini danno vita a quello che l'autore definisce un "baccanale", con giochi, danze e strumenti musicali, a rendere chiaro lo spirito "latino" che Battisti ha voluto per la sua creatura più personale e ricercata, e in qualche misura, anche la più intima. Un'intimità raccontata fin dall'inizio dalla traccia d'apertura, nell'immagine d'un abbraccio irreale e indistinto, eppure caldissimo, in una nebbia di suoni tra l'esotico e il futuristico.

Abbracciala Abbracciali Abbracciati

La mia lunga permanenza in Brasile, in Sudamerica in genere, mi ha fatto prendere coscienza di un'altra dimensione della musica: musica come vita, come possibilità di stare insieme, di ballare insieme, di protestare insieme.

(Lucio Battisti, intervista a Renato Marengo)


Va detto che dopo il viaggio in Sudamerica, Battisti si reca a Londra per tornare carico di strumenti elettronici, e cosa più importante, d'influenze artistiche all'ultimo grido. Queste, più che le sonorità argentine o brasiliane, influenzano il sound di Anima Latina, a partire dalla canzone che apre l'opera: Abbracciala Abbracciali Abbracciati. Un ritmo ovattato e rilassato, trombe in lontananza, riverberi elettronici che riempiono l'aria e un sussurro, lieve e imperscrutabile: così inizia un brano nostalgico ed evocativo, catalogabile nel non-catalogabile, lieve e insieme incredibilmente intenso. La batteria, inizialmente d'una semplicità disarmante, delinea con poche ma decisive sfumature l'evoluzione del suono, in un crescendo ritmico e strumentale che trova la sua catarsi in un tripudio d'effetti e di fiati: un'orchestra che sembra provenire da epoche sconosciute d'un futuro prossimo, o da un passato troppo remoto per averne memoria. Tali sonorità, figlie della più genuina apertura mentale e artistica, sono poste in assoluto risalto rispetto alla voce, che pure cresce e sboccia in acuti e vocalizzi, ma rimanendo pur sempre timido eco fra le colline. Qui, Lucio Battisti canta una sorta di dialogo che tuttavia, suonandoci come vago sussurro, pare quasi il soliloquio di un uomo che ricordi a se stesso il senso profondo d'amare, l'incoscienza e la stoltezza intrinseche nell'illusione del possesso, e l'esigenza, individuale e collettiva, d'abbandonarsi a un intuito che è azione spontanea ed immediata. Ma come soltanto gli autori più esperti, Mogol non offre soluzioni univoche ad uno dei suoi testi più belli, e la canzone, può di fatto essere interpretata tanto alla maniera più semplice e carnale, tanto in quella più astratta ed intellettuale. Magari, quello che canta Battisti è l'inconscio sepolto di un uomo, o forse di uno dei bambini in copertina, o chissà, magari di un ragazzo dai vestiti stracciati in qualche favela brasiliana. A decidere, è l'ascoltatore, che fa sua l'opera e vi partecipa, proprio come nelle intenzioni dei suoi autori. Nel momento in cui il ritmo raddoppia la sua andatura, irrompono il basso e la tromba e le tastiere, a terminare su di un assolo di flauto più unico che raro e chiuso, a sua volta, da poche sfumature di sassofono. L'Abbraccio ha fine così come ha avuto inizio, rallentando su pochi guizzi di chitarra e incorniciato dai fiati, grandi e insospettabili protagonisti d'una canzone fuori non solo dai canoni della musica leggera, ma anche da quelli di molta musica considerata impegnativa. Pur senza rinnegare un passato di musica ch'è stata anche commerciale, e pur senza addentrarsi realmente nei canoni di prodotti dal piglio impegnato o perfino politico, con questo pezzo, Battisti mette subito in chiaro le sue intenzioni e il suo profondo, traboccante desiderio di cambiare registro. 

Due Mondi

È una vela la mia mente / prua verso l'altra gente / vento, magica corrente

Mogol, Battisti


A questo grande abbraccio individuale e collettivo, specchio d'una musica vissuta diversamente,  segue l'unico brano dell'album che abbia un ritornello, nonché il solo di Battisti, quantomeno in studio, a ruotare intorno a un duetto: Due Mondi. Il brano è aperto da sonorità lontane e ovattate, un'elettronica di fondo che ricorda il battito d'un cuore emozionato. Questo, con la voce del cantante, carica l'atmosfera di elettricità ed aspettativa; al canto di Battisti risponde allora quello di Mara Cubeddu, voce dei Flora Fauna Cemento, e ben presto la ritmica incalza e il brano comincia a correre. La chitarra delinea sensazioni esotiche e distanti, arricchita da ritmi latini e rimarcata dalle trombe, la cui forza espressiva conduce l'opera verso una tensione crescente ed eccitante, quasi pericolosa. Il finale è la dimostrazione di quanto Battisti, prima che cantante, fosse un arrangiatore e un musicista di raro talento: l'assolo di tromba, i fiati che si fondono a sonorità elettroniche invecchiate incredibilmente bene, suoni d'arpa e infine la chiusura, quasi improvvisa, antitetica alle regole della musica leggera. Nel dialogo tra le due voci, quella maschile e quella femminile, ascoltiamo uno scorcio inedito del talento di Mogol, e forse, almeno in parte, della sua visione del rapporto fra uomo e donna. In brani come "Ancora Tu" o "Prendila così", il paroliere aveva dato prova di grande virtuosismo, in particolar modo nella sua capacità di lasciar immaginare all'ascoltatore un dialogo tra due persone... lasciandogliene ascoltare una sola! Stavolta, per la prima volta con Battisti, Mogol ha la possibilità di mettere in scena una reale interazione, che tuttavia decide di tradurre in una contrapposizione esistenziale e collettiva, più che individuale. Il canto di Battisti, contemplativo e tendente all'astrazione, si contrappone a quello della Cubeddu, ben più feroce e passionale, descritto da concetti carnali e desideri immediati; ne abbiamo dunque uno spaccato dell'uomo e della donna in cui l'uno, il maschio, è definito dalle proprie esigenze intellettuali, da una naturale propensione all'ideale e incorporeo, e l'altra, la femmina, da esigenze concrete e tangibili: la soddisfazione sessuale, e la certezza d'un uomo a fianco. Due mondi, separati e distinti, tuttavia complementari. Una visione di certo antiquata, ma in qualche modo ancora affascinante, nelle sue sensazioni primordiali e ormai remote, non dissimili da quelle di "Donna Selvaggia Donna", con una lei sessualmente irrefrenabile e un lui, poverino!, bisognoso di più vasti orizzonti mentali. Stavolta, tuttavia, Mogol apre a digressioni più ampie, a vedute di terre lontane e idealizzate in cui l'iniquità è concetto sconosciuto; i "due mondi" sono adesso l'occidente e l'America latina, luogo reale e irreale al tempo stesso, orizzonte mentale di cui ora, lo scrittore, offre finalmente un fugace scorcio, trasformando la voce femminile in puro dubbio esistenziale, voce dell'inconscio nell'ennesimo soliloquio di un uomo alla ricerca di se stesso. Proprio come Battisti in questa Anima Latina.

Anonimo

La purezza, il legame con la spiritualità, sono cose che appartengono all'essere umano di ogni tempo. In ogni caso, bisogna crederci. E certamente dovremmo fare in modo che ai giovani sia fornito questo esempio, affinché possano immergersi ancora nella bellezza e nello splendore di ciò che è puro.

Mogol, intervista su Avvenire

Elemento distintivo di quest'album e qualità caratteristica della musica prog, è la lunghezza delle tracce, generalmente sopra la media dei brani pop, rock e di musica leggera. Così come il pezzo d'apertura, infatti, anche Anonimo sta intorno ai sette minuti di durata - "anonimo" peraltro solo nel titolo, giacché sono sette minuti assolutamente singolari. L'inizio del brano è d'atmosfera, definito da un sottofondo elettronico e poche note soffuse di tastiera, effetti e null'altro, fino al timido incedere di un Battisti estremamente lieve, quasi un sussurro, nel suo mormorare all'ascoltatore di ricordi e di sentimenti. Quello che potrebbe essere una sorta di sonaglio riempie l'aria, seguito da un basso fluido e dal sintetizzatore, tra cambi ritmici e strutturali, in un turbine di elettronica e di strumentale fuori da ogni standard settantiano. Flauti ed effettistica, su tutto, descrivono sensazioni ultraterrene, cui si contrappone il calore assolutamente terreno di percussioni e strumenti a corda, andando ad anticipare il tema della stessa Anima Latina. Verso la fine, Anonimo diventa un'altra canzone, trasfigurando la sua essenza quasi incorporea in una melodia tesa e incombente, fiati ed elettronica sul filo d'un rasoio invisibile; e quando pare che debba concludersi proprio così, Lucio Battisti sorprende tutti, infilando una marcetta dai toni sudamericani che l'ascoltatore attento riconosce come una versione velocizzata di Giardini di Marzo, autocitazione che profuma di sarcasmo e criptica ironia. Quasi a volersi contrapporre ad una così avventurosa scelta compositiva, il testo di Mogol è stavolta più tradizionale: i ricordi di un uomo quand'era un ragazzo, la sua curiosità sessuale, la competizione goliardica con gli amici e infine la prima esperienza. Come la protagonista di Prendila Così, l'amante di Anonimo è una donna più grande, e al contrario di Innocenti Evasioni, il tradimento viene scoperto e sono guai, ma non c'è né dramma né ironia, nella narrazione di Battisti, solo una profonda nostalgia velata di leggero sarcasmo e di malinconia, tra case anonime, gente anonima, e là, in quell'adolescenza perduta nelle nebbie del ricordo, "anonimo anch'io".

Poeta è non solo colui che sa comunicare profonde emozioni, ma anche chi è in grado di riceverle.

Mogol

Gli Uomini Celesti

Il brano cardine dell'intera opera s'intitola Gli Uomini Celesti: un pezzo, questo, apparentemente più sulle righe, e invece caratterizzato da una moltitudine di soluzioni che avanzano gradualmente e con grande cautela, su di un testo fra i più astratti ed esistenziali mai scritti da Mogol. Arpeggi di chitarra, la consueta effettistica e infine il canto di Battisti, definiscono il timido inizio del brano, rimarcato ben presto dai primi giri di basso e infine dalle percussioni, a segnare l'inizio della canzone vera e propria. La voce del cantante è sapientemente effettata, elemento che contraddistingue ogni traccia del disco, a rimarcare come a Battisti interessi porre l'elemento canoro in secondo piano, squalificandolo, per certi versi, in favore della centralità della musica. In Anima Latina l'elettronica ha un peso inusitato, figlia, più che del prog, di vera e propria mania sperimentalista, e tuttavia Gli Uomini Celesti è finalmente un tripudio di soluzioni strumentali, tutte perfettamente intrecciate tra di loro, fortemente legate a una ritmica incalzante e ricca. Più volte il brano cambia se non volto, senz'altro umore, trasportando l'ascoltatore nei suoi crescendo sonori e concettuali, cullato da una voce che non è protagonista, bensì baricentro di un'opera che appare soprattutto un monile di grande musica ingemmato di poesia. L'unico momento che davvero sfoggia un suono inequivocabilmente "anni '70", e perciò più o meno palesemente "invecchiato", è una divagazione di percussioni ed elettronica centrale alla canzone, ma per il resto, il brano rimane incatalogabile come buona parte di Anima Latina. Secondo Mogol, gli "uomini celesti" sono "...comunque qualcosa d'ideale. Sono gli uomini che faranno arrivare un mondo migliore". Sociale e sociologico, più che strettamente politico, animato dall'ampio respiro di suggestioni collettive, il senso di questo brano ruota attorno all'illusione e alla disillusione, sia in chiave strettamente individualista, sia soprattutto in chiave generazionale. Una generazione, quella di Battisti ma non quella di Mogol, di sognatori e idealisti, ragazze e ragazzi troppo spesso ingannati, confusi da fiumi di retorica fine a se stessa, ma desiderosi, questo sì, di mettersi in gioco in prima persona. La politica è una bestia che ha perseguitato Rapetti e Battisti per decenni, perché se negli anni '70 un artista non parlava di politica, allora quell'artista era fascista. Non di destra: fascista. Quel contesto politico e sociale dalle mille sfaccettature, potente e affascinante se ammirato da certi punti di vista, ostico e parossistico se osservato da altre angolazione, Mogol l'ha definito carico d'un "...clima politico da trogloditi, gli attacchi delle femministe, le accuse di fascismo, tutto questo ha contribuito a cambiare il carattere di Lucio e il suo rapporto con la gente" (dall'intervista ad Antonio Lodetti, Il Giornale). Se c'era qualcosa cui Battisti non mostrava né interesse, né particolare inclinazione, quella era la politica, e alla schietta domanda di Renato Marengo, uomo di sinistra, sulla sua presunta fede fascista, Lucio rispondeva: "Ma di che parli? Di costa stai parlando? Guarda che io non m'interesso assolutamente di politica, non me ne sono interessato mai. È proprio fuori dal mio mondo. Da quando ero ragazzino sono sempre stato talmente ed esclusivamente preso dalla musica, dalle registrazioni, dalla composizione, dalle prove, arrangiamenti, lettura dei testi, discussioni con Giulio, che anche volendo non troverei il tempo di comprendere cosa vogliono la sinistra e la destra". Un musicista puro, misantropo umanamente e politicamente, ma non artisticamente. Nella stessa intervista, Battisti afferma che Giulio, Mogol, è socialista, o così gli avrebbe detto all'epoca, ma sebbene quello sotto i riflettori fosse il cantante, erano invece i testi di Rapetti, quelli veramente esposti alla lente d'ingrandimento politica, ed era il paroliere, quello più amareggiato dal trattamento riservato da certa sinistra a lui e al suo "compagno", come a volte ha definito Battisti. Trattamento, peraltro, che ha permesso a certa destra di "appropriarsi" di Battisti, e a certe testate per così dire "secolari", di scrivere articoli risibili su presunti doppi sensi e vecchie leggende metropolitane. Mogol, soprattutto dopo la morte di Battisti, ha dovuto continuare a difendersi dagli uni e smarcarsi dagli altri, in un balletto sfiancante e inutile. Ne "Gli Uomini Celesti", ad ogni modo, il poeta non invita di certo alla conformità, né a rinunciare a un mondo migliore, ma solo ad abbandonare gli specchietti per le allodole - tanto per citare un'altra canzone - e a mettersi personalmente in gioco, unendosi a uomini celesti portatori d'una nuova era. Un testo intelligente e poetico, politico ma privo di politica, se mi perdonate l'espressione, ma anche profondamente esistenziale, distruttore di idoli laddove l'idolo da distruggere, su Anima Latina, è proprio Lucio Battisti.

Di una cosa sono certo: non credo proprio che per scrivere buona musica o belle canzoni si debba essere iscritti a questo o a quel partito.

Lucio Battisti

Gli Uomini Celesti - Ripresa & Due Mondi - Ripresa

Come in una sorta di curioso rewind, di percorso a ritroso per tornare all'Anima, per così dire, di questo Sudamerica ideale e idealizzato, parte una ripresa de Gli Uomini Celesti, prima, e di Due Mondi, poi. Le due parti si contrappongono con ricercata violenza: la prima è una strumentale che ripropone il brano a una maniera turbolenta e popolareggiante, "latina" nel senso più stretto del termine, danza a perdifiato tra gonne sollevate dal vento e piedi nudi, mentre la seconda, Due mondi, è rivista in chiave acustica, solamente piano e voce, solamente poche strofe sigificative. Insieme, le due riprese, non superano i due minuti di durata. L'intento è quello di dare un senso di continuità all'opera, di offrire all'ascoltatore l'idea di uno spazio mentale che non sia un sentiero a senso unico, ma una grande piazza entro cui potersi muovere in tutte le direzioni. È un espediente particolare e insolito che Battisti pone in sinergia con altri elementi, soprattuto laddove i frammenti d'un brano invadono la melodia di un altro, tra code usate con sapienza e autocitazioni varie, intelligentemente e ironicamente nascoste fra le righe.Tornando indietro, riguardando il passato, troviamo l'essenza dell'opera e arriviamo al suo cuore, quella title track ispirata da un viaggio sudamericano e da una nuova, decisiva consapevolezza. 

Anima Latina

Perché Anima Latina? Perché lì, tra quella gente semplice, tra quei suoni genuini e al tempo stesso pieni di felicità ma anche di denuncia, di realtà. Ho ritrovato il mio spirito latino. Con l'anglicismo e l'americanismo che ci hanno coinvolto in questi ultimi anni andavamo perdendo, proprio noi mediterranei, più di tutti, lo spirito creativo, la vitalità che ci caratterizzano da sempre e che non sono morti, ma semplicemente addormentati, dalla sudditanza all'America dei frigoriferi e dei consumi.

(Lucio Battisti, intervista a Renato Marengo)


Proprio perché Anima Latina è la title track, proprio perché in quanto tale ha l'onere di essere il manifesto di quest'album così unico, così personale, la canzone, più di ogni altra, è caratterizzata da alcune delle soluzioni più peculiari del disco, in contrapposizione a una poetica non più astratta né criptica, né tantomeno esistenziale, ma chiara ed evidente, concreta, perfino ovvia ma necessaria, inevitabile dichiarazione d'intenti di Battisti e di Mogol. La ritmica è definita dalla chitarra, come da tradizione di molte altre opere battistiane, rinforzata dalle percussioni e innalzata da melodie elettroniche, di gusto inequivocabilmente fusion, estremamente moderne a metà anni '70. Una vera e propria orchestrazione post-modernista, la quale trova il suo culmine in un crescendo ritmico che scarica sulla voce, stavolta chiara e forte, di un Lucio Battisti classico e nuovo al tempo stesso. La poetica è semplice e chiara come il canto di Lucio, narrativa e finanche descrittiva, nella sua rappresentazione di favelas dai tetti arrugginiti, di presepi, di vecchie insegne della Coca Cola. Qui, cantante e paroliere, mettono in scena la fascinazione per una terra giovane ma popolata di genti antiche, poche strofe perfettamente eloquenti d'un Sudamerica povero ma felice, circondato di sofferenza e usurpazione eppure vivo, vitale, profumato di terra e di gioventù, echeggiante delle grida di ragazzi mal vestiti e dei loro palloni rattoppati. Le grosse mamme antiche dalla pelle marrone sono l'esemplificazione, anzi, la personificazione ideale di ciò che l'America Latina trasmette al viaggiatore europeo, e in particolare all'uomo mediterraneo che qui, tra genti dal temperamento caldo e passionale, riscopre un pezzo di sé andato quasi perduto. Al racconto di Battisti risponde un coro di voci eterogenee e varie, idealmente appartenenti a quegli stessi ragazzi, a quelle stesse madri, di cui il cantante cerca di rivelare l'Anima. Su questo finale, che ad un certo punto strizza l'occhio a Macchina del Tempo come a delineare una certa soluzione di continuità, spiccano le percussioni e i fiati, simili a quelli d'una colonna sonora in un film dai ritmi elevatissimi. Un crescendo di cori, fiati e percussioni d'ogni genere a un ritmo sempre più elevato, fino all'improvviso, quasi ruvido finale. L'intero album, di cui questo pezzo in particolare è il simbolo, descrive un Battisti la cui fama come cantante è semplice fraintendimento, innalzando invece il Battisti musicista e arrangiatore, un genio riconosciuto da molti e disconosciuto da troppi, specialmente in Italia. Una percezione cui Anima Latina, finalmente, riesce a dare giustizia.

Al Mulino ho scoperto che Lucio era un musicista di grandi risorse, in un mondo dominato da cantanti interessati soprattutto all'affermazione del proprio personaggio. Nessuno dei suoi colleghi aveva lo stesso rispetto e amore per la musica che aveva lui.

(Tony Esposito)

Il Salame

Come a voler fare ammenda della quasi normalità di Anima Latina, Lucio Battisti sorprende un po' tutti con un pezzo prima sperimentale, poi normalissimo e infine di nuovo avanguardistico. C'era già stato un brano, a dire il vero, a lasciar trapelare più di altri il Battisti sperimentale, ovvero "Il Fuoco", dall'album "Umanamente Uomo: Il Sogno". Neanche definibile entro i pur variegati canoni dei progressive, Il Fuoco è una strumentale di pura e semplice avanguardia, proto-noise, se vogliamo, e proprio come il noise, caustico e del tutto antitetico a una fruizione disimpegnata. O forse, più che allinearsi alle stranezze degli artisti psichedelici, o addirittura anticipare tendenze a venire, non è altro che pura e semplice sperimentazione sonora, "non-musica" sul solco d'avanguardisti come, tra gli altri, i nostrani Luigi Russolo e suo fratello Antonio. Il Salame è cosa differente; non sono strambe cacofonie, a definire il brano, ma suoni ambientali e melodie improvvise, finanche contrapposte, inquietanti e dolci nel medesimo momento. Il quadro generale, per certi versi, ricorda i Vangelis, o certo materiale anni '80 del Bowie più inquieto. Una voce dilatata da un acuto effetto eco pare spezzare l'allucinazione, che tuttavia prosegue sulla scia della sperimentale più intransigente, in un dialogo tra pazzi in cui, quei pazzi, sono tratteggiati dalle follie del flauto e del piano. All'improvviso, la voce di Battisti si fa calda e dolce come l'abbiamo sempre conosciuta, tutto ha ora un aspetto normale, ma è un'illusione: il finale è ancora elettronica d'avanguardia, mista a percussioni e suoni indefinibili, sonorità latine gettate a forza nella mischia. Quanto al testo, beh, Mogol deve avere una vera passione per il salame, da non confondere, in questo caso, col più famoso "salame dai capelli verde rame". Scherzi a parte, quello di questa canzone è uno dei testi più corti che Rapetti abbia mai scritto per Battisti: un dialogo definito da una solamente delle parti coinvolte, e che pure riesce a farle immaginare entrambe. I protagonisti sono due ragazzini, un maschio e una femmina, bambini o poco più che scoprono la sessualità e che lo fanno con leggerezza disarmante, come la cosa più naturale del mondo; così naturale, che ben presto perdono interesse e vanno a saccheggiare il frigo, pieno di quel salame da cui il titolo del brano. In antitesi con le voci che lo vorrebbero allineato a forze conservatrici, Battisti, che certamente aveva un differente parere della donna rispetto a Mogol, è ricordato come favorevole all'amore libero, in perfetto accordo con la sua epoca e la sua generazione. Rapetti, più anziano e forse tradizionalista, è stato spesso incauto nell'uso delle parole, pagando lo scotto delle critiche femministe, e tuttavia, il suo animo artistico l'ha sempre posto nella condizione di scrivere di uomini e donne dai volti più differenti, di far cantare l'amore più conformista così come quello più libero e disinibito, decantando la donna ora come preda, ora come predatrice, amica, amante, illusione e sogno. Un uomo, in questo caso, capace di raccontare la scoperta dell'amore fisico attraverso la più genuina e tenera innocenza.

La Nuova America

Battisti si stava rivelando prevalentemente un musicista. Era diventato cantante solo per ragioni commerciali. Mi disse che considerava i testi delle canzoni solo come una concessione al pubblico.

Tony Esposito, da "Parole di Lucio" di Renato Marengo


Dal canto suo, Mogol pensava invece che "di certo (per me) la musica, quando ha un valore intrinseco, è letteratura, è poesia" (dall'intervista a Iodonna). La Nuova America mette d'accordo sia la propensione di Lucio Battisti a dar vita a brani strumentali, sia quella di Mogol a innalzare i testi - da sempre elemento portante della musica popolare e "dal basso" - a letteratura nel senso più classico del termine. Sono in tutto sei o sette versi, nessuno dei quali conta più di tre parole, eppure, in questa manciata di versi, Mogol riesce a trasfigurare la sua poetica in pura essenza e pura musicalità. Una soluzione di grande raffinatezza che viene incontro alle esigenze di Lucio Battisti senza dover eliminare del tutto l'elemento vocale, ovvero quello, dopotutto, al quale il pubblico associa il musicista. Qui, strumenti distorti fino al parossismo ed elementi elettronici incontrano, ancora una volta, sonorità tradizionali e radicate, ma a una maniera del tutto peculiare, a dar vita a una canzone al di fuori degli stessi schemi di Anima Latina, già di per sé opera poco incline a rimanere entro qualsivoglia modello predefinito. A portare l'insieme alla catarsi sono dei fiati elettrizzanti e carichi, lanciati dallo squillo di una tromba, tesi sulle corde di una chitarra o addolciti dal fischio d'un flauto; ma a definire la parte centrale di questa breve canzone sono proprio i versi di Mogol, effettati e resi da Battisti una sorta di dialogo tra echi lontanissimi, uno acuto, l'altro baritono, un altro ancora semplicemente... Lucio. I cori sono di Alberto Radius e Mario Lavezzi, già presenti fra le note di Due Mondi. Uno invoca "la nuova America", tre volte, l'altro chiede "dov'è?", e infine, il cantante risponde "Io voglio vivere. Adesso, subito. Anche con te". E questo è tutto: pura essenza, spesso volutamente poco comprensibile, più suono che parola. Eppure, questa sintesi estrema ha in sé i semi di un'evoluzione poetica a tutto tondo, poetica che affonda le sue radici nell'ermetismo novecentesco e che arriva fino ad oggi, a definire un'elettronica contemporanea fatta di pochissimi versi esemplificativi d'un concetto più ampio, impresso a forza nell'ascoltatore dal martellare ripetitivo e ipnotico della musica. Anche in questo caso, pochi versi racchiudono un significato più vasto, e "La Nuova America" diviene sia sogno che luogo reale, ideale collettivo e meta personale. È un'America dell'Anima e della gente che si contrappone a quella dei consumi e delle macchine, un'America un po' più a sud di quella che solitamente propone la televisione, ma è anche luogo dello spirito, rifugio per il corpo e per la mente di cui Battisti, o meglio, Rapetti, invita noi tutti a fare parte. A questo momento di enorme richiamo evocativo, delineato da un Mogol mai così minimalista ed elegante, fa da cornice l'incredibile orchestrazione di Battisti, finalmente libero da quella "concessione" cui il suo ruolo di musicista popolare l'obbligava.

La musica dice tutto da sola.

Lucio Battisti

Macchina del Tempo

Giacché l'ultima canzone di Anima Latina è una lieve sfumatura di circa un minuto e mezzo, chiude idealmente l'opera Macchina del Tempo, brano di sette minuti profumato di fusion, percussioni etniche e rock progressivo. È il momento di un Tony Esposito che la fa da padrone, sebbene anche in questo caso, come in tutte le altre canzoni del disco, l'elemento percussivo non sia affatto quello su cui sono costruite le altre sonorità - come solitamente avviene parlando di elementi ritmici - ma ornamento e cornice. È un po' come se Battisti abbia voluto determinati elementi per soddisfare la sua idea di un certo tipo di musica, più che per renderli parte di un quadro omogeneo, e vista la natura eterogenea dell'opera, non solo tale propensione non danneggia Anima Latina, ma fa giocoforza. Il riferimento alla "macchina del tempo" pare meta-testuale, ovvero in relazione sia col testo, sia con la musica, costruita su di una macchina che scandisce letteralmente il tempo. La ritmica è affidata infatti a un synth di ultima generazione, che va ad aggiungersi ai vari trofei elettronici conquistati da Battisti nel suo breve raid londinese. L'artista dietro il sintetizzatore è tale "Gneo Pompeo", o almeno così è accreditato, ma l'identità dietro il nome del console romano è tuttora sconosciuta; i due principali "sospettati", Gian Piero Reverberi e Gabriele Lorenzi, si sono infatti defilati e il mistero permane, l'ennesimo, tra i tanti che accompagnano la leggenda di Anima Latina. Ad ogni modo è appunto il sintetizzatore, a definire i movimenti e le sensazioni del brano, soprattutto all'inizio. La voce di Battisti, pesantemente effettata e posta in sottofondo, contribuisce all'atmosfera sintetica e alienante, eppure singolarmente calda, dell'insieme. Come ormai di consueto, il brano si trasforma radicalmente, aprendo a chitarra acustica e basso elettrico, la voce un poco più naturale e in falsetto, e a seguire le percussioni, articolate in una cadenza in levare. Ancora una volta un'altra canzone, la title track di Anima Latina, s'inserisce di soppiatto nella melodia, rafforzando quel senso di continuità che pervade l'intera opera. La penultima fase di Macchina del Tempo è pura sperimentazione d'evidente fascinazione fusion, deriva che va facilmente a braccetto con le suggestioni progressive, jazz rock e funk che caratterizzano il disco, a dimostrazione di un Battisti poliedrico e inquieto, alla continua ricerca di soluzioni differenti. Il finale è una coda malinconica e soave in cui s'inserisce, ancora una volta, il tema principale di Anima Latina, fra echi di chissà quale esotico e lontano carnevale americano. Quanto a Mogol, il suo testo contrappone una metrica fondamentalmente classica, quasi "stilnovista", a un significante incredibilmente ostico da tradurre a un primo ascolto, enigmatico e codificato come saranno solamente i testi di Panella. Quel ch'è certo è che così come la parte musicale cerca d'essere una sintesi dell'intero album, allo stesso modo, il testo di Macchina del Tempo cerca di riassumere la poetica dell'intera opera. Ritorna così la ricerca sia individuale che collettiva d'un equilibrio nuovo... un "centro di gravità permanente", come dirà Battiato; ma anche il contrasto fra il mondo dell'amore e quello della proprietà, la figura femminile come parte dell'inconscio, l'idea di una società capovolta e infine, su tutto, un uomo libero, moderno Icaro che vola "sulle case e sulla gente", a completare una visione di Mogol&Battisti che forse, a ben vedere, travalica perfino i confini di Anima Latina.

Separazione Naturale

Se ne andrà molto presto / qualche frutto / darà forse ancora / Generosa talvolta com'è la natura / Ah! Se avessi il tempo per amarti un po' di più

Separazione Naturale


Quelli citati sono gli unici versi di una conclusione rapida ed evocativa, lieve parentesi a chiudere un discorso già suggellato da Macchina del Tempo. Separazione Naturale è semplice brusio di fondo, schioccare di labbra e voce, canto in falsetto lentamente dilatato su tutta la canzone: neanche un minuto e mezzo di durata. Vien da chiedersi se qui Mogol non parli proprio di Lucio Battisti, o meglio del "divo" Battisti, ruolo oramai inadeguato come un vestito troppo stretto, perfino soffocante. Il cantante è pienamente cosciente del ruolo "di passaggio" di Anima Latina, dello scopo dell'album come momento di transizione. Egli aveva già tentato d'intaccare la sua stessa effige dorata, in passato, ma ora sa ch'è riuscito a minarne le fondamenta; sa perfettamente, adesso, che Anima Latina cambierà per sempre la percezione del pubblico nei suoi confronti. Nel bene e nel male. Qualche frutto per palati di bocca buona lo darà ancora, e di frutti deliziosi, dopotutto, "La Batteria, Il Contrabbasso, Eccetera" sarà veramente pieno; poi andrà per la sua strada, perdendosi, ritrovandosi, perdendosi ancora. Senz'altro, perdendo pian piano quello stesso pubblico che l'aveva amato come idolo, prima che come artista, lasciandosi alle spalle gli antichi compagni e chiudendosi sempre più in sé stesso, libero d'esprimersi senza limiti e giudizi. Forse, per alcuni, ritrovarsi significa anche questo.

E certamente parleranno di sindrome depressiva, o più semplicemente diranno che è morto un altro matto, ma io avrò cercato solamente altrove quel contatto, che qui non trovo, che qui non ho.

Macchina del Tempo

Conclusioni

C'è ancora molto da scoprire su Lucio Battisti. Non è casuale che David Bowie lo abbia citato in due sue interviste come il miglior cantante insieme a Lou Reed e come il miglior musicista italiano con cui avrebbe voluto collaborare.

(Francesco Coniglio, introduzione a "Parole di Lucio")


Al suo esordio sul mercato, Anima Latina lascia spiazzata quella parte di pubblico da tempo affezionata a Lucio Battisti, e ancor più spiazzata l'altra parte di pubblico, quella che Lucio Battisti lo aveva sempre avuto in antipatia. Ad ogni modo, l'album vende, dopotutto basterebbe il nome. Anima Latina rimane primo in classifica per tredici settimane consecutive, è un successo notevole che tuttavia, rispetto ai precedenti dischi, non mette in risalto nessun brano in particolare. Esattamente quanto sperato da Battisti, che ha voluto l'opera come assimilabile solo e unicamente nel suo insieme, come lavoro autoriale, e non come semplice raccolta di candidati al successo radiofonico. È il motivo per cui tutti i brani sono privi di ritornello: il musicista elimina l'elemento cardine della musica popolare, quello che permette all'oggetto-canzone di entrare nella quotidianità del pubblico e, così, nell'immaginario collettivo. La gente stavolta non ha nessun "mare nero" da ripetere ad oltranza, nessun "acqua azzurra acqua chiara" da cantare sulla spiaggia; le parole sono poche e poco intellegibili, sebbene i versi di Mogol rimangano semplici e fluidi, e la voce di Battisti è in secondo piano, effettata, difficile da seguire. Battisti non vuole più che la sua musica sia "seguita"... seguita come si segue un politico o un messia, ma vuole che sia partecipata, che l'ascoltatore s'impegni a captare le parole, si arrovelli a tradurne il significato, che si diverta a cercare e trovare uno ad uno i mille dettagli ritmici, melodici ed elettronici che riempiono i brani. Il suo è un punto di vista peculiare, poco in linea con quello dei cantanti-divi della musica leggera, assai differente da quello delle rockstar nazionali e internazionali; è un atteggiamento, piuttosto, che va d'accordo con gli artisti più eclettici del suo tempo, di cui Battisti ricerca il talento. È il caso soprattutto di Tony Esposito, artista poliedrico e impegnato, un musicista che ha fatto del non-allineamento alle regole del mercato discografico il perno del proprio successo personale. Come tutti gli artisti della sua cerchia, Esposito si mostra inizialmente diffidente nei confronti di Battisti, sia sul piano umano, sia - soprattutto - su quello squisitamente artistico. Condividendo i due lo stesso spazio creativo, il percussionista ha modo di ricredersi: "non avevo mai avuto nessun tipo di interesse per la musica di Battisti prima di conoscerlo. Lo consideravo un cantante di musica leggera, poco colto, poco preparato musicalmente [...] I giorni al Mulino mi fecero cambiare idea su di lui. Scoprii che ascoltava la musica di grandi artisti inglesi, americani, e in particolare di colore, come i Commodores, James Brown, gli Earth Wind & Fire (da "Parole di Lucio", Chinaski Edizioni). Tony Esposito non è l'unico a ricredersi, riguardo a Battisti, ma la critica anni '70 stronca ugualmente Anima Latina, da una parte rea di allontanarsi dal Battisti a tutti più familiare, dall'altra, colpevole di un intento e di un linguaggio artistico irriconoscibili, poco assimilabili a qualsiasi altra opera o musicista, e quindi, perfino nell'ottica del periodo, confusi. Che Anima Latina ricerchi una certa confusione, un caos che ricordi la follia dei carnevali sudamericani, è un dato di fatto rimarcato dalla stessa complessità dell'opera. Una complessità che stavolta costringe Battisti a smontare e rimontare ogni singolo pezzo di ogni singolo brano, nell'ottica di un lavoro di registrazione articolato e prolisso. Insomma, un procedimento ben diverso da quello per cui il cantante era famoso, giacché leggenda vuole che Battisti registrasse le sue canzoni in presa diretta o quasi, elemento palpabile in molti dei suoi classici più noti e meno noti. I molti problemi nel definire il team di lavoro, gli oltre sei mesi di gestazione del disco: sono tutti elementi indicativi della complessità fuori scala di Anima Latina, opera che davvero vede, parafrasando Esposito, un Battisti "cantante solo per concessione popolare", e che innalza piuttosto il Battisti arrangiatore e compositore, reale volto del genio di Lucio. Un'abilità, d'altro canto, già evidente da un bel po' di tempo non solo in Italia, ma anche all'estero: nello stesso anno in cui fa il suo debutto Anima Latina, Mick Ronson, chitarrista e collaboratore agli arrangiamenti di David Bowie, decide d'inserire nel suo primo album solista una cover di Battisti con le parole dello stesso Duca Bianco. Sull'ottimo "Slaughter on 10th Avenue" spicca così una versione in lingua d'Albione di "Io Vorrei... Non Vorrei... Ma Se Vuoi", intitolata per l'occasione "Music is Lethal". È il primo approccio ufficiale tra David Bowie e Lucio Battisti, una collaborazione che il musicista britannico non dimenticherà nemmeno a decenni di distanza, indicando Lucio come il miglior musicista della scena italiana. Un'attenzione, quella del Duca nei confronti del panorama nostrano, ampiamente ricambiata da Battisti, che se da una parte critica la permeabilità della cultura italiana nei confronti di quella anglosassone, dall'altra, non riesce a fare a meno di assorbire egli stesso influenze e stilemi nordeuropei e nordamericani. Se fra i precedenti album di battisti si nascondono alcune chicche, perle grezzissime d'un blues assurdamente "nero", per un artista italiano, Anima Latina trasuda d'influenze funk, disco, fusion, e naturalmente britanniche; impossibile non fare caso a sfumature zeppeliniane, in un periodo in cui i Led Zeppelin sono "la più grande band del pianeta", e agli evidenti influssi del terzo disco del Dirigibile, un capolavoro concepito tra verdi colline gallesi che, per certi versi, ricordano quelle in cui è immerso il Mulino. In questo mirabile miscuglio di rock progressivo, percussioni e sonorità latine, i testi di Mogol, da sempre perno centrale della canzone "battistiana" e della sua penetrazione nell'immaginario collettivo, arretrano in posizione secondaria. È una dinamica del tutto fisiologica all'opera e all'intento del suo autore, e tuttavia, più Battisti mette in secondo piano le parole, più i versi di Mogol acquisiscono una raffinatezza addirittura inedita. È come se Rapetti, messo per così dire alle strette e proprio all'apice della sua carriera, abbia tirato fuori il meglio di sé, complice, anche in lui, l'influenza dello spirito latino. L'interazione tra complesse strutture musicali e un raffinato minimalismo lirico, fa giocoforza ad un senso d'unità ideale che lega ogni brano al successivo, le canzoni della parte iniziale a quelle della parte finale. È un risultato che Battisti ricerca con forza attraverso le sue riprese, le sue code e le autocitazioni, riuscendovi solamente in parte, ovvero, nei limiti posti da un'opera fin troppo eclettica per divenire un concept. Oggi, non solo Anima Latina è stato ampiamente rivalutato dalla critica di settore, ma è considerato fra i migliori album di Lucio Battisti e della musica italiana tutta: un vero e proprio cult. Dopotutto, al di là dell'elevata qualità artistica, al di là anche dei limiti che nonostante tutto - va detto - il cantante si porta dietro, oggi, Anima Latina rimane il manifesto più lucido del momento di transizione di uno dei musicisti italiani più famosi di sempre. Non solo un album, ma un vero e proprio documento storico. Il viaggio in America Latina è la prima tappa di un cambiamento profondo e radicale, nell'animo di Battisti, da sempre schivo nei confronti della stampa, dei riflettori, dello show business in generale, e che adesso, proprio all'apice del suo personale trionfo, pare volersi definitivamente allontanare da quel ruolo da divo che ormai da anni lo definisce. Tutto ciò che Lucio desidera, adesso, è di essere riconosciuto come musicista e null'altro, e non come autore di robetta commerciale, com'egli sa di essere percepito dalla massa, ma come uno sperimentatore puro ed un artista privo di barriere. Per un po', con "La Batteria, il Contrabbasso, Eccetera", sembra tornare il Battisti di sempre, sebbene ancora a livelli elevatissimi, ma ormai il dado è tratto. Il cantante continua a sperimentare e portare avanti un'idea di musica inclusiva e a tratti avveniristica, anticipando tendenze in Italia e talvolta, un po' di soppiatto, anche all'estero. L'unica cosa che torna veramente sulle righe, fedele a se stessa, è la poetica di Mogol, bene o male affezionato ai suoi stilemi e ai suoi dogmi. L'invasione del mercato estero, complici traduzioni di dubbio gusto e una tempistica non delle migliori, non dà i risultati sperati, ma "Io Tu Noi Tutti" è un gioiellino, "Una Donna Per Amico" un successo clamoroso, e "Una Giornata Uggiosa", che apre al nuovo decennio, un ottimo disco e un ottimo successo. Poi, se non l'amicizia tra i due, svanisce la complicità fra il musicista e il suo paroliere, e così la lunga collaborazione tra Battisti e Mogol, la più iconica nella storia della cosiddetta musica leggera, ha inevitabilmente fine. Lucio Battisti continuerà a fare musica, sempre più eclettico, sempre più irraggiungibile dal pubblico e dai suoi gusti, a volte, collezionando nuovi capolavori, altre inciampando clamorosamente. Rifiuterà ogni genere di promozione commerciale, qualsiasi intervista o pubblicità, e stilisticamente, non sarà mai più interessato a raggiungere i livelli di complessità di Anima Latina; anzi, preferirà sperimentare soluzioni minimali e derive sempre più avanguardistiche, in linea con i testi indecifrabili del suo nuovo paroliere, rimanendo libero di decostruire se stesso e la sua immagine, libero di sbagliare, di cadere e di rialzarsi, di essere finalmente se stesso: un musicista, libero del giudizio altrui. 

La verità è tutto. La verità colpisce l'immaginario e rimane.

Mogol


Fonti: le interviste a Mogol sul Corriere della Sera, su Avvenire, su Iodonna; l'opera di Renzo Stefanel e Cesare Montalbetti; infine, soprattutto, il lavoro di Renato Marengo, la cui intervista, e l'opera che vi è sorta intorno, rimangono la fonte più completa e profonda di chi voglia conoscere un poco il musicista dietro il divo che fu Lucio Battisti.



1) Abbracciala Abbracciali Abbracciati
2) Due Mondi
3) Anonimo
4) Gli Uomini Celesti
5) Gli Uomini Celesti - Ripresa & Due Mondi - Ripresa
6) Anima Latina
7) Il Salame
8) La Nuova America
9) Macchina del Tempo
10) Separazione Naturale