LOU REED & METALLICA

Lulu

2011 - Warner Bros. Records

A CURA DI
MAREK
27/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
4,5

Introduzione Recensione

L'aria di burrasca portata dal tronfio sdegno mostrato dai fan dei Metallica, dopo l'ascolto del singolo "The View", avrebbe dovuto spingere i Four Horsemen a mettere seriamente in discussione l'idea di continuare sulla loro strada. Eppure, i quattro cavalieri non desistettero certo dai loro propositi, volendo assolutamente portare a termine l'impresa iniziata in compagnia di Lou Reed. Due simboli del mondo del Rock uniti per una causa specifica: quella di rilasciare un album che potesse contenere entrambe le vene creative dei personaggi coinvolti. Progetto ambizioso ed audace, vista e considerata la portata ma anche la diversità che intercorreva fra le due parti. Da un lato i Metallica, godfathers del Thrash Metal; dall'altra, Lou Reed, frontman dei leggendari Velvet Underground, fautore del Rock più lisergico e sperimentale. Una vera icona, un personaggio imprescindibile. Premesse per un qualcosa di grandioso.. come per un flop clamoroso. Ed è forse l'ultima espressione, quella più adatta ad usarsi. Almeno, valutando il solo punto di vista dell'audience, la quale bocciò drasticamente l'ibrido pazzo, nato dalla sinergia venutasi a creare fra i Metallica e mr. Reed. "Lulu", a conti fatti, verrà per sempre ricordato (almeno dal pubblico) come il figlio rinnegato, come il cugino strano di cui vergognarsi; come un qualcosa che, a detta di molti, non sarebbe mai dovuto esistere. "Dico sul serio, hanno minacciato di uccidermi!", questo il commento di uno sbigottito Reed, dopo alcuni commenti e post minatori letti su Facebook e su vari forum, indirizzati alla sua persona; fortunatamente, risoltisi in un nulla di concreto. Ma cosa dovette spingere un fan dei Metallica ad arrivare a tal punto? Prima di rispondere a questa domanda, è bene fare un passo indietro e narrare passo dopo passo la genesi di "Lulu", per dovere di cronaca. Anno domini 1997, i Four Horsemen conoscono per la prima volta il grande e compianto Lou Reed: entrambi erano stati invitati all'undicesima edizione del "Bridge School Benefit", concerto di beneficenza organizzato da Neil Young e consorte, il quale viene tutt'oggi organizzato per raccogliere fondi da devolvere ai bambini bisognosi. Il primo incontro fu naturalmente emozionante, per i giovani Cavalieri, i quali si trovarono al cospetto di un vero e proprio mostro sacro; un personaggio che aveva scritto e continuava a scrivere pagine importantissime della storia del Rock. Un artista senza barriere, particolare ed estroverso, dallo spirito libero, indomabile. Inutile dire che i Nostri rimasero a dir poco folgorati dal carisma magnetico di Reed, anche se i sentieri degli artisti in questione si sarebbero re incrociati solo molti anni dopo. Compiamo un balzo ed arriviamo al 2009, anno in cui avviene il secondo contatto, quello definitivo. La cornice è ancora quella di un evento importante, per la precisazione il venticinquesimo anniversario della "Rock n' Roll Hall of Fame". Le due parti, oltre a trovarsi reciprocamente piacevoli e simpatiche, giungono finalmente ad una conclusione: avrebbero collaborato assieme ad un disco, un vero e proprio "when two words collide", che avrebbe spiazzato pubblico e critica. L'annuncio ufficiale, dopo due anni di preparativi, venne quindi diffuso nel 2011, per bocca di Kirk Hammett: "stiamo lavorando ad un qualcosa che non sarà forse 100% Metallica.. è un'idea, un esperimento, vedetela in questo modo". Una frase che fece gelare il sangue di non pochi fan; avevamo lasciato i Four Horsemen alle prese con un bel disco dominato da una verve ritrovata e pregno di spunti interessanti, quale "Death Magnetic". Perché cambiare di nuovo? Una domanda che per molti suonò più che lecita, e che fece scattare un campanello d'allarme non indifferente. L'annuncio della presenza di Lou Reed, poi, non fece altro che gettare benzina sul fuoco della naturali perplessità. Fatto stette che il tutto proseguì imperterrito, nonostante lo scetticismo. Inizialmente, Reed pensò di mettere a disposizione dei Metallica uno svariato numero di suoi outtakes, brani inediti registrati nel corso degli anni e mai usati, che gli Horsemen avrebbero potuto re-incidere e re-interpretare a loro piacimento. Tuttavia, l'idea fu presto scartata. Lou avrebbe dovuto collaborare come songwriter e come musicista effettivo in un opera creata ex novo, costruita con la collaborazione di tutti. Fu così che prese piede l'idea di un concept album, valutando comunque i vari nastri messi a disposizione dal prestigioso ospite. Molte canzoni presentavano un tema ricorrente, ruotante attorno a "Lulu", un opera teatrale il cui concept fu ideato in origine dal tedesco Frank Wedekind, drammaturgo noto per il suo esser stato a tutto campo un precursore / ispiratore del teatro espressionista. L'opera venne dunque ricavata da una fusione di due drammi di Wedekind, precisamente l' "Erdgeist" e il "Die Büchse der Pandora". Ad operare il "taglia e cuci" fu l'austriaco Alban Berg, il quale presentò "Lulu" nel 1928, non riuscendo tuttavia a completare i tre atti a causa della morte sopraggiunta improvvisamente. Il terzo atto venne ufficialmente scritto e musicato nel 1979 da Frederich Cerha, tuttavia diverse rappresentazioni, negli anni '30, vennero effettivamente tenute nonostante il dramma fosse composto da soli due atti. Un vero e proprio trionfo dell'erotismo e della morbosità, una rappresentazione in cui la protagonista, la bellissima "Lulu", viene coinvolta in un vortice di omicidi e passione. Tematiche forti e spinte, troppo per l'epoca di nascita, fatto che ne determinarono uno scarso successo; tuttavia, nel corso degli anni, l'opera fu rivalutata in quanto vista come il trionfo dell'anti borghesismo. Il sesso libero, la passione, la violenza.. l'esagerazione posta contro il perbenismo dilagante e contro la morale cattolica, soprattutto. "Lulu" divenne un vero e proprio fenomeno di costume, a tal punto che persino Roman Polansky ne curò una rappresentazione. La quale, inaspettatamente, ebbe luogo a Palermo, nel 1974. Insomma, materia trasgressiva ed intrigante, che conquistò subito sia i 'tallica che Reed. La lussuriosa e voluttuosa Lulu sarebbe dunque stata la protagonista del nuovo album, il quale avrebbe portato, come titolo, esattamente il suo nome. Iconograficamente parlando, inoltre, l'album si presentò agli occhi dei fan mediante un concept visivo assai inquietante: la presenza nell'artwork dell'ormai noto manichino femminile ridotto in pezzi fu infatti merito di David Turner, il quale aveva già collaborato con i Metallica per la grafica / aspetto di "Death Magnetic". In un'intervista, Turner dichiarò d'aver scorto il manichino nel celeberrimo "Museum Der Dinge" di Berlino. Essendo il fantoccio ridotto in pezzi, esattamente come la protagonista (un personaggio complesso, ricco di mille sfaccettature), Turner propose l'idea ai Metallica, i quali accettarono di buon grado. Per la realizzazione venne dunque ingaggiato un combo di produttori, uno per artista. Per Lou Reed venne scelto il fidato Hal Willner, già al suo fianco in "The Raven" e "Hudson River Wind Meditations", ultimi dischi dell'ex Velvet Underground risalenti al 2003 ed al 2007; per i Metallica, invece, si optò per Greg Fidelman, presente in qualità di ingegnere del suono nel precedente "Death Magnetic" ed allora già collaboratore di gruppi come Slayer, System of a Down e Marilyn Manson. Anche gli studi scelti, gli "HQ", non suonarono certo inediti ai Metallica, visto che proprio in questi ultimi studios i Four Horsemen avevano registrato parte delle tracce di "Death Magnetic". Stabilito quindi il piano di lavoro, recuperate le vecchie idee di Lou e stabilita la location, a cavallo di Aprile e Giugno del 2011 "Lulu" venne ufficialmente completato. Il lancio sul mercato avvenne nell'Ottobre dello stesso anno, con tanto di campagna pubblicitaria curata - come si suol dire - in pompa magna. Tuttavia, neanche la più bella delle confezioni riuscì a lenire l'ira dei fan, i quali non ci misero molto a stroncare il disco, così come era successo al singolo di lancio, "The View" (leggasi recensione apposita, ndr). Un disco troppo complicato, mal concepito, forse realizzato in maniera troppo frettolosa ed approssimativa. Un'idea ricca di potenziale sfruttato male. Ad esser buoni, in quanto gli insulti che piovvero ebbero senza dubbio del luciferino, alla loro base. D'altro canto, se si arrivò addirittura a minacciare di morte Reed, "Lulu" doveva aver a dir poco creato una vera e propria psicosi di massa. Esagerazioni dalle quali il qui presente si dissocia, pur ritenendo l'opera in questione un prodotto francamente evitabile, per i motivi che verranno espressi più approfonditamente nel track by track. Tornando alle pesanti critiche mosse, i Metalica non stettero certo a guardare, decidendo di intervenire in prima persona. Proprio come Reed, il quale fu il primo a rilasciare la seguente dichiarazione: "Quando pubblicai "Metal Machine Music" (1975), molti fan se ne andarono delusi. E non me ne fregò nulla, io faccio musica per divertirmi". Dello stesso avviso i Lars Ulrich, il quale ricordò che "quando i fan ascoltarono la chitarra acustica presente in "Fade To Black", la prima volta, rimasero inorriditi". Aggiungendo che "la poesia di Reed non è certo per tutti". Il più aggressivo fu James Hetfield, il quale sparò a zero contro le critiche, affermando: "Proprio non capiscono che avevamo solo voglia di provare qualcosa di diverso, di prendere altri sentieri.. la maggior parte di questi chiacchieroni, probabilmente, vive ancora con i loro genitori, nel seminterrato di casa". Parole dure, quelle di un Het a dir poco infuriato. Queste, dunque, le premesse. "Lulu" si rivelerà davvero il disastro che tutti hanno sottolineato? Non ci resta che scoprirlo, addentrandoci entro i suoi solchi. Let's Play!

Brandeburg Gate

L'inizio è affidato a "Brandeburg Gate (Le porte di Brandeburgo)", brano aperto da un tosto arpeggio di chitarra acustica, il quale parte delicato, rivelandosi man mano di gusto particolarmente folkloristico; per non dire Country, soprattutto nei momenti in cui le pennate divengono più incisive e marcate. Una chitarra che di lì a poco si limita ad emettere solo qualche timido accordo, lasciando così spazio alla voce di Reed, il quale può mestamente recitare i primi versi del pezzo. Ben presto, comunque, le elettriche intervengono a ruggire, e James può così fare la sua micidiale comparsa, mostrandosi letteralmente in pompa magna. Le sei corde, benché il volume e l'intensità siano aumentati, mantengono comunque un andamento melodico non indifferente, andando a riprendere un po' i tratti folkloristici già introdotti agli inizi, non scordandosi di citare qualche elemento proveniente dall'illustrissimo passato di Reed. Eco di "The Velvet Underground & Nico" si lasciano udire, soprattutto quando Lou torna a cantare in solitaria, splendidamente coadiuvato da un Het sempre in grande spolvero. Tuttavia, la sinergia fra i due risulta piuttosto precaria. La voce di Reed risulta in alcuni punti eccessivamente claudicante, mentre il frontman dei Metallica è di contro un eccesso di dannunzianesimo continuo. Non che il suo sia un difetto, anzi; ad "infastidire", forse, è proprio il connubio fra un Reed troppo "declamatore" ed attoriale, in netto contrasto con dei Metallica che vorrebbero provare a "metalizzare" il contesto ma proprio non riescono, limitandosi ad eseguire quasi in loop la stessa melodia, senza variare. Eppure, l'ex frontman dei Velvet Underground cerca di far valere il peso della sua presenza, in tutti i modi. Lodevole il suo coraggio e la sua volontà di manifestarsi.. ma, purtroppo, l'armonia non si trova. Un brano eccessivamente monocorde, privo di mordace, il quale sarebbe stato di molto più gradevole se  Reed avesse mostrato più decisione, sfoggiando un piglio più aggressivo. E se, di contro, James avesse optato per un registro espressivo forse meno "pompato" e più in linea col parlato di Lou. Prima prova non esaltante, decisamente no. Nemmeno il testo si rivela un trionfo di chissà cosa: tutta una sequenza di immagini "poetiche" atte a presentarci (forse.. purtroppo il tutto risulta talmente intricato da non garantirci nessuna sicurezza) la nostra protagonista, ovvero Lulu. La quale, esattamente come nel dramma, si rivela una ragazza dei sobborghi particolarmente dedita ai vizi ed alle fantasticherie. Poco le importa avere una posizione sociale, un buon marito, farsi una famiglia. La sua unica volontà è quella di vivere in un "tornado", in un vortice d'emozioni che possa inglobarla e dunque farla perdere in tutta una serie di circostanze. Quanto più eccitanti e particolari esse si riveleranno, tanto meglio sarà. Una donna sui generis, dedita al consumo d'oppio, che almeno nella prima parte del testo si lascia andare a fantasie a tinte "splatter". Sogna infatti di amputare i propri arti, pensando inspiegabilmente a personaggi del calibro di Klaus Kinski Boris Karloff, attori particolarmente noti per aver preso parte a più di una pellicola horror: Karloff lo ricordiamo tutti come la creatura di Frankenstein per antonomasia, mentre Kinski passò alla storia come una delle più famose versioni di Nosferatu mai interpretate. Viene inoltre citato il celeberrimo Dottor Moreau, protagonista del racconto horror-fantascientifico "L'isola del terrore", scritto da H.G. Wells e pubblicato nel 1896. Un personaggio noto per la sua volontà di "umanizzare" le belve selvagge, col pallino di creare esseri ibridi metà uomo e metà animale. Forse una presenza "metaforica" e rafforzante il concetto di istinto che la protagonista dimostra. Lulu è impulsiva proprio come un animale, non sembra volersi conformare alle leggi degli uomini, nonostante essa sia umana. La sua parte belluina prende dunque il sopravvento e la porta a vivere come una selvaggia, noncurante di tutto e tutti. Per il resto, abbiamo unicamente una sequela di frasi quasi prive di senso. Un flusso di coscienza / volo pindarico continuo, che solo Reed potrebbe spiegarci.

The View

 Il secondo brano nonché singolo di lancio, "The View (La Prospettiva)", viene aperto da un colpo di crash poderosamente vibrato da Ulrich, il quale inizia dunque a portare il tempo battendo sul suddetto piatto, battendo con precisione anche sul rullante. Le chitarre di James e Kirk, roboanti e massicce, oscure ed ipnotiche (a tratti quasi doom) ben si sposano con la voce declamatoria e "malata" di un Reed particolarmente sul pezzo. Con fare sciamanico, il leggendario frontman sciorina i versi del pezzo, rendendo splendidamente l'idea di un'atmosfera lisergica e straniante. Un Reed che "parla" più che cantare, ma tant'è: il suo stile unico, in questo caso, riesce finalmente a conferire una dinamica unica e particolarissima al brano, il quale scorre così pesante ed avvolgente, sospendendo la nostra mente in un limbo fatto di colori oscuri e strani bagliori. Decisamente MEGLIO di prima, senza la presenza di melodie stucchevoli, folklore o netti contrasti fra voci. Il tratto più prettamente "metallicano" vien dunque fuori con l'arrivo del refrain, in cui una decisiva accelerazione muta pelle al brano, facendolo assomigliare ad un qualcosa di più vicino ai Metallica più "moderni" e meno in vena di "amarcord" (scordiamoci dunque quel che fu "Death Magnetic", in quanto viene ripreso a gran voce più di qualche stilema presente in "Load" e "Reload", senza trascurare la gravità di "St. Anger". Fortunatamente, lasciando da parte la scarsa resa sonora di quest'ultimo). Passato dunque il momento più adrenalinico, i riff tornano "doomeggianti" e lo sciamano Reed può dunque fare la sua comparsa. Lars continua a picchiare i suoi piatti, l'ex Velvet Underground a dispensare versi malati, Trujillo a macinare tempi allucinanti mentre Het fa il suo dovere in fase di supporto ad un Hammett che si diverte a far ruggire la sua elettrica. Torna dunque il refrain ed i Metallica, passata la strofa, tornano ad accelerare; celeberrima, all'interno proprio del ritornello, la frase "i am the table", uno dei tormentoni che più divertirono i fan dei Metallica e non, quando il singolo fu lanciato. Ci avviamo alla conclusione, ed Hammett può finalmente sfoggiare un bell'assolo, poderoso e rugginoso quanto serve; gli oscuri e massicci riff di Het fanno da sottofondo ad una velocissima scarica di note oscure e taglienti, le quali subiscono in conclusione una brusca frenata che dunque si esaurisce nel riff portante. Il brano può dunque dirsi chiuso. Sperimentazione sui generis che, diciamolo chiaramente, fila via senza intoppi e di certo non macchia il curriculum di nessuno degli artisti coinvolti. Sembrerebbe, a tratti, di ascoltare i Christian Death uniti ai Celtic Frost del periodo "Into The Pandemonium".. qualcosa di simile, profondamente lento e languido, massiccio, pomposo a tratti ma essenziale nella sua struttura. Episodio "dark", straniante, magari non un trionfo di varietà ma nemmeno di malvagità. Il testo, di contro, risulta assai criptico e difficile da decifrare: a parlare in prima persona è un individuo intento a definirsi in più e più modi, a presentare la sua persona in mille varietà differenti. Egli è un portavoce, l'ugola principale del coro, in grado di attirarci e respingerci, quasi come se comandasse a piacimento le leggi del magnetismo; e fosse egli stesso un suadente ammaliatore, capacissimo di farci suoi ma poi di scaricarci per pura noia. Lanciandoci via, lontano dalla sua persona. Una sorta di strano edonista, il quale ci comunica che la nostra vita è troppo breve per credere nel peccato e nelle seconde opportunità. Dobbiamo cercare il bello e farlo nostro, come se questa fosse l'unica missione per la quale siamo stati messi al mondo. Vivere al massimo, apprezzare la bellezza; possederla, non solo bramarla. Dobbiamo fidarci di questo individuo: egli è la verità, egli saprà condurci al cuore di questa aristocratica bellezza.. facendo in modo di sgretolare i confini entro i quali ci siamo volutamente reclusi. La morale non ha senso, come non ce l'ha nemmeno la religione. Dobbiamo allontanarci dal popolo e seguire l'esempio di quell'angelo il quale votò la sua vita alla lussuria. Citazione, quest'ultima, che potrebbe rimandare a Lucifero e ad alcuni precetti del satanismo spirituale LaVeyano; a loro volta, direttamente mutuati da Anton attraverso l'attenta lettura degli scritti di Crowley, il Maestro del "Do what Thou Wilt will be the whole of the Law - Fa ciò che senti, è questo il cuore della Legge". Insomma, come fu per Cristo nel deserto, anche noi veniamo tentati da una sorta di Diavolo. L'individuo misterioso vuole spingerci a cambiare, ad uccidere i nostri vecchi "noi stessi". A dubitare di tutto ciò che fino ad oggi abbiamo considerato sicuro e vero. Egli è il tutto in uno, e l'uno in tutto. Il suo è l'unico principio da seguire. Riuscirà a spingerci verso il suo mondo? Probabile ed impossibile al contempo. 

Pumping Blood

Il terzo episodio, "Pumping Blood (Sangue Pulsante)", si fregia di un apertura affidata nientemeno che a dei nobili violini, il cui suono celestiale ed etereo diviene via via più nervoso, anche grazie alla grancassa di Ulrich e alla convincente chitarra di James Hetfield. La quale, fortunatamente, sfodera un altro convincente riff, oscuro, pesante e marziale, coadiuvato da una nervosissima nota di violino e dalla batteria monolitica e compatta di un Lars più picchiatore che mai. Reed prende presto a recitare ed a declamare i versi del brano, come un poeta maledetto. Una voce ancora una volta particolare, sulle prime quasi fastidiosa, ma ben inserita in un contesto velatamente bohemien. Ben presto tutto si interrompe, e ad accompagnare Lou, dopo un momento di pausa, è un melanconico ed oscuro arpeggio di sei corde. I violini continuano a suonare in sottofondo, ed il recital del cantante risulta in questo senso incredibilmente valido ed accattivante. Misteriosi rulli di piatto rendono l'atmosfera nervosa, qualche rullata e percussione improvvisa stonano forse un po' col contesto; fortunatamente, Lars diviene più preciso a lungo andare, e le asce tornano a mordere, scandendo un riff pesante e serpeggiante al contempo. Duro e monolitico, spesso come un macigno. Un alone di mistero cala dunque sulle nostre peste. E' come se fossimo persi in un labirinto, e la voce da incubo di Reed fosse una drastica presenza incombente, sospesa nell'aere. Minuto 4:46, dopo una rullata ed uno stacco preciso, Lars può scandire un tempo semplice ma continuo, sul quale ben si staglia un riff Thrash oriented, il quale prosegue dunque nell'accompagnare Reed nella sua declamazione, la quale diviene leggerissimamente più teatrale e quindi efficace. Il tutto diviene uno splendido climax, con l'onnipresente chitarra - violino in sottofondo che gioca a scandire una nota nervosissima e tremolante, la quale aumenta dunque angoscia e tensione. Lo stile dei Metallica arriva dunque a palesarsi al minuto 6:04, quando i Nostri cominciano a correre in maniera sempre più veloce, tirando in ballo il loro status di Thrashers ed accompagnandosi, assieme a Lou, alla fine del brano. La quale viene caratterizzata da una ripresa del riff iniziale, coadiuvato dai violini in sottofondo e da un concitamento generale, che si dissolve poco dopo in un fade out. Brano interessante, da non sottovalutare. Rasentante l'incomprensibilità più totale, il testo di "Pumping Blood" si rivela relativo al finale dell'opera originale. Per capire meglio, dunque, la presenza ossessiva dell'elemento sangue e di quel "Jack" di quando in quando chiamato in causa, è necessario ricostruire i fatti in maniera quanto più precisa possibile. Nell'opera di Berg, Lulu riesce a far cadere nelle sue trame tanti uomini diversi: uno di essi, il più importante, è il Dr. Schon, il suo primo vero amante. L'uomo l'aveva infatti strappata ai sobborghi della città, ammaliato dalla sua bellezza e deciso a farne la sua amante. Pur essendo Lulu una ninfomane dichiarata, ed avendo nel corso delle vicende rapporti con molti personaggi, Schon non sembra mai volerla rimproverare. Al contrario, la mantiene e la ospita presso casa sua, accontentandosi che lei gli si conceda di quando in quando. Dopo tutta una serie di intrighi e tradimenti, Lulu arriva per sbaglio ad uccidere Schon, sparandogli quando quest'ultimo si trovava di spalle, pensando fosse uno dei numerosi pretendenti dei quali la donna voleva liberarsi. Addolorata per la morte dell'uomo, riconosciuto in seguito come il suo unico vero amore, Lulu decide di fidanzarsi proprio con il figlio del suo primo amante. Il rapporto però è malsano, in quanto Lulu si dimostra gelosa e possessiva oltre ogni limite, vedendo nel figlio di Schon una sorta di re-incarnazione del padre. Un uomo che lei è intenzionata a non perdere una seconda volta. La sfortuna sembra quindi abbattersi sulla protagonista, la quale dapprima viene rinchiusa in un lazzaretto a causa del colera, e di seguito, evasa, si accorge di aver perso tutto. Si riduce quindi a vivere in una squallida soffitta, riciclandosi come prostituta. Proprio sul finale, mentre passeggia per le strade di Londra, viene allora uccisa da Jack lo squartatore, serial killer per antonomasia. Tutto quadra: il sangue e Jack altro non sono che i riferimenti alla fine di Lulu. Una poesia lunga un dramma ed intricatissima, la quale si fossilizza dunque su questi due aspetti.

Mistress Dread

 Si giunge quindi alla quarta traccia, "Mistress Dread (La padrona del Terrore)", la quale viene introdotta da un organo degno dei Goblin e del Claudio Simonetti più ispirato. Ben presto, il suono di quest'ultimo inizia ad essere contaminato da tracce di chitarra elettrica.. la quale prende sempre più piede, sino a sfociare in un riff assassino, velocissimo e distruttivo quant'altri mai. Un vero e proprio assalto perpetuo, ben stagliato su di un tappeto di organo onnipresente. Qui lo dico e qui lo nego, uno dei migliori riff mai prodotti dai Metallica, dal '94 ad oggi. Il cantato stanco e sciamanico, da incubo, di Reed prende dunque a spalmarsi quest'andatura, fungendo da contraltare con il suo fare pacato ed oratorio. Di contro, il sottofondo è un continuo pestare duro, anche grazie all'ausilio di suoni elettronici particolarmente disturbanti. Senza dimenticarsi dell'organo, naturalmente. Non c'è che dire, un brano che sa trascinare nonostante risulti (come gli altri) forse eccessivamente monocorde e lineare al massimo, nella sua struttura. Un qualcosa di particolare, certo.. ma sarebbe stato d'uopo concedere più varietà ai brani, vista la potenzialità di tutti i membri coinvolti nel progetto in questione. Si picchia e si fa del male ad oltranza, senza mai fermarsi: un assalto ipnotico a suo modo, ma decisamente schiacciasassi. Come se i Metallica avessero voluto finalmente creare un connubio intelligente e dosato fra il loro Thrash Metal ed il Rock particolare e straniante di Lou, degnamente rappresentato dal suono d'organo e dagli inserti elettronici. Le due metà vanno finalmente a braccetto, e quel che ne viene fuori è un pezzo sì statico ma anche molto, molto particolare ed efficace. Pausa decisiva al minuto 4:50, momento in cui l'organo viene lasciato in solitaria e le chitarre / la batteria iniziano a ricamare partiture dal vago sapore industrial, proprio come se il loro loop ricordasse l'incedere monotono e meccanico di un macchinario di fabbrica. Una piccola parentesi infranta dal ritorno all'estrema velocità, la quale ricompare dunque in pompa magna e ci accompagna quindi al finale, il quale ci lascia in compagnia di un paio d'ultimi sussulti, sino alla conclusione definitiva. Leggermente snervante, la continua "lasciata e ripresa" del riff portante, proprio nelle finali battute; ottimo metodo per aggiungere ulteriore tensione ad un brano effettivamente ben riuscito. L'amor saffico è il protagonista delle liriche di questa "Mistress Dread", la quale va ancora una volta a far riferimento alla storia originale. Precisamente, il testo qui presente si configura come una lasciva e lussuriosa dichiarazione d'amore, che Lulu riceve da una donna in particolare. Ovvero, dalla contessa Geshwitz, la quale ammette palesemente di desiderare la giovane protagonista. Non sa cosa le succeda, visto che sino ad allora era sempre stata fermamente convinta della sua eterosessualità. Eppure, con la sua grazia e bellezza, Lulu riesce ad accenderle un fuoco dentro, a farla ardere di desiderio. Un desiderio comunque carico di sentimento, visto che Lulu si rivela essere ben più che un semplice oggetto del desiderio, per la Contessa. La quale, addirittura, vorrebbe da lei essere ridotta ad una schiava. Una nobile succube di una parvenus qualsiasi, prostrata ed umiliata. Un pensiero che stuzzica la mente della donna, una donna che vorrebbe morire sulle labbra della sua giovane amante, possederne ogni respiro, essere ogni suo passo, farsi calpestare come un'ombra. Insomma, Lulu diviene una vera e propria Mistress, termine che nel gergo del mondo BDSM rappresenta la dominatrice, ovvero la "padrona". Una donna che ha al suo servizio un nutrito gruppo di slaves (schiavi) pronti ad obbedire ad ogni suo ordine; anche e soprattutto quando la richiesta diviene degradante ed umiliante. Alla contessa non importa nulla del suo titolo. Ella vuole unicamente baciare Lulu, farsi consumare dal suo fuoco. La brama, la vuole. E farà di tutto purché la sua fantasia divenga realtà. 

Iced Honey

Ci avviciniamo alla fine del primo disco con la penultima "Iced Honey (Miele Congelato)", aperta da un riff particolarmente malinconico e pesante, tinto di Goth. Di certo uno stilema che rende la voce di Reed meglio amalgamata al contesto tutto; un inizio e di conseguenza un pezzo che dimostra un affiatamento migliore, il quale rompe ormai ogni indugio e ci presenta i sei divenuti un perfetto tutt'uno. Anche quando è James ad agire in sede di cori, non notiamo più in lui uno stacco netto e troppo marcato con Reed. Risultando più contenuto ed "educato", Het riesce quindi a mettere maggiormente a proprio agio l'illustre ospite, il quale non viene più soppiantato ma anzi esaltato. Soprattutto dalla componente strumentale, che continua a scandire l'arcinoto riff cupo sentito all'inizio. Forse, la più grande ed imperdonabile pecca.. o meglio, il DIFETTO di "Lulu" è stato proprio il concedersi a soluzioni troppo "uguali" a loro stesse. Brani che si reggono su di un paio di riff se va bene, scarni di variazioni significative e di assoli. Il tutto poteva essere gestito assai meglio, c'è da dirlo. Per quanto brani come "Iced Honey" (la quale presenta anche un bel ritornello orecchiabile, se proprio vogliamo dirla tutta) risultino affascinanti e trascinanti, il tutto sembra cadere ben presto nel loop ed in uno stentato trascinarsi. Particolarmente incisivo il finale, in cui Het torna a farsi sentire maggiormente e dunque ci accompagna alla definitiva conclusione. Brani che mostrano begli spunti.. ma tutto sta iniziando a divenire, pericolosamente, statico ai massimi livelli. Persino i testi ormai finiscono con l'assumere lo stesso modus operandi. Stesse giustapposizioni, stesse peculiarità: in "Iced Honey", Lulu ci tiene a precisare il suo status di donna libera ed indipendente, nonostante ella possa godere effettivamente delle ricchezze del dr. Schon, il quale l'ha salvata dalla strada per farne la sua amante. Tuttavia, la gratitudine della ragazza si fermerà unicamente all'acconsentire dei rapporti carnali, in quanto di "famiglia" e di "stabilità" ella proprio non vuol sentir parlare. Lulu è una farfalla che non può vivere in un barattolo, o inchiodata in una cornice. E' il miele fresco e spontaneo cresciuto nell'alveare; un miele che non può finire venduto e confezionato, pronto al consumo. La donna, in questo soliloquio, rimarca dunque la sua indole belluina e selvaggia. Una persona priva di gabbie, capace di accendere la voglia e la febbre nel prossimo.. ma non per questo disposta a legarsi a qualcuno. Lulu vuole essere libera: libera di sperperare il suo denaro, di concedersi a mille amanti diversi, di provare tutto quel che c'è da testare, nella vita. Chi siamo noi, per giudicarla? Chi è la società, per additarla come poco di buono? In questo testo, traspare interamente l'intento anti-borghese dell'opera originale. Un personaggio come Lulu, ai tempi, si dimostrava per forza di cose incredibilmente controcorrente, rivoluzionario. Una paladina dell'emancipazione femminile ante litteram. Più in generale, simbolo dell'edonismo più sfrenato, l'anti-valore per antonomasia. Contro il clero e contro il popolo bue: Lulu è qui per infrangere ogni tabù. Uomini o donne non fa differenza, a patto che sia sempre lei a poter SCEGLIERE a chi donarsi. Anche solo per poco.

Cheat On Me

Finale del primo disco raggiunto con "Cheat on Me (Imbrogliami)", lungo brano dalla durata di ben undici minuti. Si comincia con un'ovattata melodia elettronica, cupa e mesta, posta in sottofondo e strutturata su di un lento crescendo. Il climax non tarda a raggiungere il suo acme, finché a divenire perfettamente udibili non sono che sporadiche note di chitarra, prodotte in clean. Un contesto ed un'andatura melodica quasi orientaleggiante: non mi sorprenderei se a questo punto arrivasse una geisha, con tanto di the verde e focaccine dolci. La viola comincia infatti a riprendere la melodia fino ad ora alterata da vari effetti, rendendo il tutto ancor più nipponico. Si lascia FINALMENTE udire il basso di Trujillo, educato e dal suono pieno, gentile. Ben amalgamato in questo contesto, e di quando in quando sormontato da una chitarra che ruggisce mestamente in sottofondo, sfrigolando ad intervalli regolari. Non si capisce dove tutto questo voglia andare a parare.. una melodia piacevole, ma a lungo andare monotona, stancante. "Da viaggio" extrasensoriale, ma sicuramente troppo statica. Le cose non migliorano nemmeno quando è Reed a subentrare, declamando i primi versi della canzone e dunque proseguendo, non certo con chissà che fretta. La batteria di Lars inizia a tenere il tempo, rimanendo ben salda al sottofondo del sottofondo; il resto degli strumenti stenta ancora a farsi sentire, mentre con fare profetico Lou continua imperterrito ad interpretare il testo. Il climax sta finalmente per raggiungere livelli d'intensità maggiori: la batteria diviene sempre più udibile e l'elettrica finalmente più continua, anche se sempre relegata in un background non troppo lusinghiero o capace di porla in chissà che vetrina. Anche l'ugola dell'ex Velvet Underground non gode di chissà che poliedricità: sempre lo stesso modo di cantare, dopo sei brani. Ci pensa fortunatamente James in sede di cori, a far decollare un brano che dunque può finalmente palesarsi in maniera più diretta e d'impatto. I riff prodotti da Kirk ed Het sembrano però ancora troppo legati al passato non troppo lusinghiero (leggasi "St. Anger"), ed il tutto fa comunque presto a ricadere in una noiosa struttura ripetuta in loop, senza troppa fantasia, con il background strumentale che "sfarfalla", ora crescendo ora diminuendo di volume ed intensità. Siamo arrivati ad otto minuti e nessun colpo di scena significativo ha fatto decollare il pezzo. Grave, visto e considerata la sua durata. L'unica variazione, da questo momento in poi, rimane solo il mantenere semi-intatta una veemenza maggiore, con James Lou intenti a ripetere il titolo del brano ed il conseguente refrain in maniera quasi assillante. In sottofondo, verso il minuto 9:10, addirittura un tentativo di assolo da parte di Kirk, la cui verve viene comunque fiaccata dalla melodia portante del brano, la quale non ammette momenti solisti. Pesantezza fuori dal comune, undici minuti che non lasciano nulla se non un grande desiderio di passare oltre, di soprassedere su di un episodio che non ha praticamente né aggiunto né tolto nulla all'economia generale del pezzo. Rullata di Lars al minuto 10:30, il mood generale diviene più possente ma tutto è comunque incanalato verso un finale che non tarda ad arrivare. Parecchio bello il duetto finale fra Het Lou; tuttavia, non basta a salvare un pezzo che avrebbe fatto miglior figura in quattro minuti, esagerando. Tematicamente collegato a quello di "Iced Honey", il testo di "Cheat On Me" riprende lo stesso medesimo concetto già esplicato. Lulu si chiede come mai tutti cerchino di circuirla, di indurla a "scegliere", di "sposarsi". Ella non vuole nulla di tutto ciò. L'unica cosa che le interessa è avere tanti amanti quante sono le gocce di pioggia in un temporale. Si è giovani una sola volta, e lei vuole divertirsi senza che nessuno le ponga freni. Perché tutti cercano di imbrogliarmi? Si chiede. Come mai scalpitano per chiuderla in una gabbia? Domande che non meritano una risposta, in quanto la ragazza sa già qual è il suo destino. Quello di vivere libera e felice come una farfalla, svolazzando di fiore in fiore, senza mai curarsi dei pro e dei contro. Senza rimorsi, senza sensi di colpa. Lulu è un anti-eroina squisitamente scapigliata, bohemien, decisa più che mai ad imporre il suo punto di vista ad una società che la addita e la rifiuta. Eppure, tutti i cuori dei gentiluomini e delle gentildonne ardono per lei. Lei, che arriva dunque a sentirsi come un qualcosa di invidiato e desiderato. Tanti vorrebbero essere come Lulu, ma non ne hanno il coraggio, eccessivamente coccolati dagli agi di una vita moralmente ineccepibile. Poveri insoddisfatti, che non sanno cosa si perdono. La ragazza, dal canto suo, è felicissima di essere ciò che è, e non ha intenzione di cambiare per niente e per nessuno. I suoi "seguaci" debbono mettersi l'anima in pace e lasciarla perdere. E' così e per sempre sarà così. 

Frustration

Secondo disco aperto da "Frustration (Frustrazione)", aperta da un fastidioso stridere elettronico, sopraggiunto lesto da un ronzio intermittente. Note confusissime di quel che dovrebbe essere un organo fanno dunque capolino, il tutto inserito in un contesto tipico del "segnale disturbato". Sia esso televisivo o radiofonico. Come se un apparecchio non avesse campo, e dunque captassimo suoni distorti e confusi. Un'intro che non promette nulla di buono.. almeno fin quando fa la sua comparsa un riffone di gusto tipicamente Sabbathiano. Un riff pressappoco perfetto: potente, incisivo, lento, inesorabile. Quasi come se Het si fosse trasformato in un novello Tony Iommi. Nota ben positiva, che riesce a farci scordare per un momento il cantato monocorde & monocromatico di un Lou Reed che cerca di dimostrarsi più teatrale possibile, pur non variando di una virgola la performance offerta lungo tutti i brani già ascoltati. La situazione subisce un brutto cambiamento quando è proprio Reed a prendere in mano le redini della situazione, rimanendo "in solitaria", sorretto solamente da un tappeto di synth e da tutta una serie di fastidiosi "virtuosismi" di Lars. Una piccola "tortura" che poco dura, fin quando James Kirk non si travestono nuovamente da Black Sabbath, tornando ad aggredirci a suon di Doom Metal. Un riff che sarebbe stato perfetto per un brano effettivamente "brano", e non per un tappeto sonoro atto unicamente a rivestire i recital di Reed. L'impressione, ormai, è questa: sembra quasi che il vero volto di "Lulu" sia quello di una sorta di strano audiolibro, piuttosto che quello di un disco vero e proprio. Minuto 5:00, Lou è nuovamente lasciato solo di esprimersi, questa volta accompagnato dal ronzio confuso udito in apertura di brano. Rumori confusi ed inquietanti di archi vengono posti sempre in background, assieme a timide note di clavicembalo. Dobbiamo ora ammettere quanto il frangente sia quanto meno particolare; sarebbe addirittura piacevole, se stessimo ascoltando un album realizzato dal solo ex Velvet Underground. Si cambia ancora volto al minuto 6:30, quando si accelera ed il riff sabbathiano già udito viene ora portato a velocità assai più elevate. Un riff che perde il suo fascino ma fa guadagnare il brano in termini di dinamicità e potenza. Altre suggestioni à la "St. Anger", se vogliamo; con la differenza che, in questa circostanza, la registrazione è stata curata senza dubbio meglio. L'andazzo rimane dunque questo, almeno sino alla fine del brano, con Kirk ed Het intenti a macinare note, supportati da Rob Lars. Dicevamo, almeno sino alla fine, visto che gli stilemi Doom vengono ripresi sul finire; c'è spazio per un ultimo accenno dell'ultimo, famoso riff.. dopodiché, il silenzio. Se non altro, un brano più vario dei precedenti, nonostante i cambiamenti apportati siano effettivamente pochi. Di contro ai due testi delle due tracce precedenti, "Frustration" vuole mostrarci Lulu vista dagli occhi di un suo amante occasionale. Non ci è dato sapere chi sia, tuttavia l'uomo prova un forte senso di odio, per la donna. La odia dal profondo del suo cuore, la considera una sgualdrina, una poco di buono.. eppure, la ama follemente. Tanto da volerla rendere sua moglie; metter su famiglia con lei, sposarla, amarla ed onorarla. Il suo cuore spezzato la osserva, la anela, la vorrebbe. Come un novello Claude Frollo, l'uomo arriva dunque a pensare: o morta, o mia. In un vortice di gelosia e malattia, l'amante di Lulu le chiede se lei sia effettivamente felice della sua esistenza. Se sia felice d'esser considerata una passeggiatrice, una cassandra caligaria. Lui legge una vena di insoddisfazione, nei suoi occhi, e su quella vorrebbe far leva. "Sposami", la supplica. Sposami, e ti renderò felice. Tuttavia, per Lulu sono solo parole al vento. Per l'uomo non c'è altro da fare, dunque, che ritirarsi sconfitto, e crollare sotto i colpi di una gelosia perversa. Egli la spia durante i suoi incontri: guarda Lulu godere assieme ad altri uomini, i quali la possiedono con sommo guadio. Un brivido scende lungo la schiena del voyeur, il quale vorrebbe trovarsi sempre in una situazione del genere, con la sua amata. Un personaggio disperato, il quale vorrebbe la donna per sé e per sempre per sé, senza mai doverla più dividere con nessuno. Rapporti fini a loro stessi, ormai, non gli bastano più. La donna dovrà diventare sua moglie, costi quel che costi.

Little Dog

Le stesse frequenze disturbate di "Frustration" sembrano aprire anche "Little Dog (Cagnolino)", anche se i suoni zanzarosi e gli archi pesantemente effettati vengono presto soppiantati da una chitarra acustica, assai arpeggiata. Anch'essa dal vago sapore country folk, come accaduto per la traccia d'apertura. Pur conservando, quest'ultima, un carattere melodico ed "allegro" che in questo frangente risulta totalmente disperso. L'atmosfera di "Little Dog" è assai cupa ed oscura, mesta, quasi funebre. Il parlato di Reed risulta sempre uguale alle altre circostanze, tuttavia, non variando di una virgola; deterrente, a sfavore di un pezzo che avrebbe magari avuto bisogno di un'interpretazione leggermente diversa. La voce di Lou sembra infatti un mix fra il Tom Warrior di "Mesmerized" ed un Rick Rozz leggermente meno depresso, una prestazione che va dunque ad inficiare un brano che avrebbe forse avuto bisogno di registri più intensi e sofferti, che melanconici e languidi. Proprio perché la musica in sottofondo non risulta triste o comunque madida di pianto. Al contrario, chitarra, archi e synth ricamano un tappeto desolante e vagamente iracondo, il quale dovrebbe aspirare quanto meno un alfieriano "forte sentire". Diciamo che il Tom Warrior di "Shatter" l'avrebbe cantata molto meglio, proprio per farvi capire al meglio cosa io intenda. Si prosegue dunque secondo lo stilema pocanzi descritto. Nulla cambia di una virgola, se non che il suono desolante la faccia da padroni "sfarfallando" e dinamicizzandosi. Ora più intenso, ora meno intenso. C'è da dire che, nella seconda metà del brano, Lou Reed inasprisce leggerissimamente la sua voce, rendendola più decisa. Adotta un tono di voce che potrebbe quasi ricordare, alla lontana, il nostrano Perseo Miranda: un cantato da "mago indovino", sciamanico, sicuramente più denso di pathos che nella prima metà. Si prosegue dunque, mestamente, verso la fine del pezzo. In maniera del tutto standard, senza variazioni se non un uso delle dinamiche differente di quando in quando. Nessuna sorpresa, la noia continua imperterrita a farla da padrona. Viste e considerate anche le lunghezze dei brani, che dai prossimi sfoceranno davvero nel parossismo. Come in uno scambio di battute, dunque, i testi di "Frustration" "Little Dog" risultano anch'essi collegati, come altri del concept. In questo caso è Lulu a parlare, la quale decide di farsi beffe del corteggiatore protagonista del brano precedente. Pericolosa e seducente, Lulu non si lascia intimorire: sa di stringere nel suo palmo i testicoli del suo "amato", e di poterlo condurre dovunque lei voglia. Egli, aggressivo e deciso solo in facciata, eseguirà sommessamente ogni ordine che gli verrà impartito. E' un cagnolino nelle mani di una ragazzina annoiata e viziata, la quale lo adopera per diletto. Lanciandogli una palla per farsela prontamente riportare, scalciandolo via quando non ha più voglia di giocarci. Ed il cagnolino è sempre lì, ai piedi del letto, attendendo pazientemente il nuovo ordine. Lulu arriva addirittura a prenderlo in giro, svilendo la sua virilità. La donna dice infatti di "giocare" sovente con dei cani "molto più grossi" di lui , e di ridere al pensiero che un così gracile cagnetto voglia trastullarsi con ciò che di norma allieta l'animo di un alano. Eppure, lei è disposta a farlo divertire: dietro lauto compenso, chiaramente. Pagando, il cagnolino potrà giocare quanto vorrà. Tuttavia, rimarrà uno dei tanti. Il lato "Mistress" di Lulu viene dunque esplicato in maniera tronfia ed esplicita. Una donna che non ha pietà alcuna per chi tenta di soggiogarla, e che dunque risponde facendo valere il suo potere, il suo fascino, la sua capacità di sedurre e di portare gli uomini e le donne a fare tutto ciò che la compiaccia. 

Dragon

Penultima track del lotto, "Dragon (Il Drago)non rinuncia all'effetto "frequenza disturbata", presentandoci tutta una serie di suoni che sembrano in effetti registrati "al contrario". Un sottofondo fastidioso su cui Reed cerca di cantare, più che di parlare. Tuttavia, la cacofonia e la confusione della componente strumentale non lo aiutano di certo, anzi; un inizio stentato ed indecifrabile, a tratti incomprensibile. Il tutto sembra migliorare quando una chitarra in solitaria comincia a far capolino ad intermittenza: tuttavia, non dobbiamo farci ingannare, in quanto il suo ruolo rimarrà ancora per diverso tempo quello di un semplice orpello di lusso. Un'elettrica che però cerca di ruggire, crescendo assieme alla base strumentale e cominciando a ricamare ogni volta più note. Stacco preciso di Lars al minuto 2:53 e finalmente i Metallica possono prorompere in un bel riff, magnificamente nelle loro corde, nel loro stile, effettivamente ben suonato. Lou continua a declamare, mentre la band è attenta a mantenere alta l'asticella della durezza generale. Un riffone che fa venire effettivamente voglia di muoversi, ma risulta "sprecato" in un'autentica valle semidesertica, come "Lulu" si sta ormai tristemente rivelando. Un riff che anima comunque un contesto che era partito maluccio e che, se non altro, ora sta riuscendo a sollevarsi. E' inoltre un autentico piacere udire il connubio fra la potenza dei Four Horsemen ed il connubio di suoni elettronici disturbati, posti in background. Lou si sforza anche di variare toni, cercando di essere più deciso e potente, di quando in quando. Minuto 4:55, la chitarra di Hammett sembrerebbe quasi accennare un assolo.. anche se il tutto si rivela unicamente essere una sequenza tremolante di noti, i quali vanno quindi ad amalgamarsi alla partitura ritmica, ottimamente scandita da un James sicuramente in forma. Lars batte il giusto e si scatena unicamente quando deve, per una volta mostrando in un contesto adatto la sua attitudine da taglia boschi. Si continua così, dunque, spalmando le stesse soluzioni per la bellezza di dieci e passa minuti. Ed a poco serve, sul finire, il tentativo di Kirk di accennare un timido solo, il quale risulta poco articolato e per nulla interessante. Un'espressione solista che termina in un breve silenzio e dunque in un battere delicato sul charleston, il quale va quindi a sostenere tremolanti note di synth ed una mesta melodia di chitarra. A cosa sono effettivamente serviti, 10 minuti di loop? Poco ne sappiamo oggi, poco ne sapevamo.. e nulla continueremo a saperne. A parlare, nel testo, è forse nuovamente il protagonista di "Frustration". Vinto dal fascino di Lulu, l'uomo non può fare altro che ammettere la sua sconfitta, decidendo di accettarla in maniera perentoria, senza discutere. Lulu lo ha stregato, sedotto: egli è ormai un pupazzo nelle sue mani.. e l'unica soddisfazione concessagli, è il mezzo gaudio di non essere l'unico. Tanti sono nelle sue condizioni; l'harem privato della donna è sconfinato, e tutti i suoi concubini soffrono al pensiero di non poterla mai avere totalmente. Tutti rinuncerebbero alla loro vita, per lei: eppure, Lulu neanche li scorge, neanche li nota. Sono giocattoli nelle sue mani, passatempi con i quali dilettarsi di quando in quando. Abbandonarli e poi riprenderli, una giostra infinita. Eppure, l'uomo non se ne dispiace. E' nell'oscurità, perso a sognarla, ad immaginarla nuda, pensando di possederla di nuovo. Molto, è il piacere che prova. Un piacere capace di spazzare via ogni sofferenza, ogni dispiacere. Meglio mangiare una torta in compagnia, che morire di fame. Questo deve pur pensare, il fantoccio senza più un briciolo di orgoglio. Un personaggio che ha scelto di sottostare ad un gioco perverso, che da semplice libertinismo si è tramutato in una tortura psicologica. Una Lulu che ormai ha ben poco della ragazza spensierata ed anticonformista che era: ormai, la donna ha affilato gli artigli e si è tramutata in una padrona fredda ed insensibile, la quale si compiace del fatto che molti cuori si spezzino per lei. La sofferenza di un sentimento infranto, tuttavia, per molti risulta un dolore insostenibile. E la ragazza, nella sua insensibilità, non fa altro che aumentare quest'agonia, conducendo i suoi e le sue amanti lungo il baratro del non ritorno, della follia cieca.

Junior Dad

Gran finale affidato ad un vero e proprio juggernaut sonoro della durata di quasi venti minuti. Una traccia che corrisponde al nome di "Junior Dad (Giovane padre)", aperta da archi quasi eterei, trascendentali. Reed sembrerebbe quasi meditare, intonando un ohm, cantando dunque a bocca chiusa. Un che di monastico e quasi orientaleggiante, che si protrae per una buon lasso di tempo, sinché non compare una chitarra melodicamente trascinante, dall'andatura quasi allegra, mitigata da un velo di tristezza. Note particolarissime che quindi accompagnano un cantato ora divenuto effettivamente tale, nonostante Lou ricorra di quando in quando ai versi uditi in apertura, alternandoli fra un verso e un altro. Il lavoro della sei corde è effettivamente ben eseguito, forse il tutto è rovinato dal tocco troppo aggressivo di Lars, il quale avrebbe dovuto rinunciare ad un accompagnamento così pesante magari in favore di un qualcosa di più adatto e studiato ad hoc. Suggestioni orientaleggianti dunque si susseguono senza sosta, e forse non avrebbe certo sfigurato l'innesto di un sitar, il quale avrebbe donato gran colore ad un brano che comunque, almeno per il momento, si sta dimostrando piacevole. I dialoghi di James Kirk, seppur essenzialissimi, sono piacevoli e mai invasivi, sognanti, capaci di farci perdere in una specie di iperuranio dominato dalla luce e dalla pace interiore. Un pezzo-nirvana, il quale trae spunto da tutta una serie di sensazioni per trasmettere una sensazione di pace interiore. Una catarsi continua; bisogna dirlo, fino ad ora è piacevole perdersi in queste note, così delicate e particolare. Gli effetti elettronici, gli archi, le chitarre. Non fosse per le accettate tirate da  Ulrich, il tutto sarebbe veramente perfetto. Dopo cinque minuti abbondanti sono solo gli archi e Reed a continuare il discorso, accantonando momentaneamente le chitarre, le quali dunque ricompaiono al minuto 6:53, dopo un preciso stacco del batterista. Si riprendono dunque gli stilemi propri della prima della parentesi "pre Reed & Orchestra only"; bello inizialmente, ma alla soglia dei dieci minuti il tutto comincia a tediare leggermente. Vivacità espressa lungo il percorso unicamente da qualche piccolo sussulto elettrico, anche se le sei corde non si palesano mai del tutto. Ottimo il lavoro di basso svolto da Trujillo, il quale fornisce man forte ai suoi compagni, aiutandoli a rendere il sound quanto più delicato ed etereo possibile. Arrivati dunque al minuto 10:44, tutto quel che ci aspetta nel proseguo è un susseguirsi di suoni d'archi e suoni acustici campionati. Nessuna variazione, nessun cantato: una sorta di "trionfo orchestrale" che di trionfo ha poco o nulla, se non una schiacciante monotonia. Un qualcosa di straniante certo, trascendentale per alcuni versi: ma da un brano del genere, da musicisti del genere, c'era da aspettarsi molto, ESTREMAMENTE di più. Finale scontato e privo di fantasia, che va dunque a chiudere un album certo atipico e particolare, ma ricco di difetti e di momenti pressoché incomprensibili. Criptico ed a tratti indecifrabile, il testo di "Junior Dad" avrebbe di norma il compito di presentarci una conclusione del dramma di Lulu. Tuttavia, non essendo questo un vero e proprio concept album ma solamente un'opera liberamente ispirata, le ultime parole risultano aperte a più di una interpretazione. Chi sarebbe, quindi, questo giovane padre? Che sia il figlio del dr. Schon, figura già citata nel secondo testo? Il ragazzo ormai divenuto capofamiglia, dopo che Lulu ha accidentalmente freddato suo padre con cinque colpi di rivoltella? Probabile sia lui, visto che le liriche prendono la piega di una preghiera, forse pronunciata da Lulu stessa. Dinnanzi alla morte di Schon, la donna ha ormai appreso quanto il suo gioco perverso l'abbia spinta verso lidi paurosi e pericolosi. Capisce di essersi negata all'amore più per difendere uno status symbol, che per sua volontà. Dunque, cercherà di rimediare. Impossibilitata ad amare Schon, ormai spirato, le sue attenzioni si concentreranno sul giovane figlio. Ritratto sputato di suo padre, l'uomo che da quel momento in poi Lulu deciderà di far suo, di servire ed onorare, quasi come per ripagare il torto subito dal dottore, per mano sua. Ella vede nel ragazzo il suo salvatore, la sua ancora di salvezza. Il suo angelo, l'uomo che la condurrà via dalle sue paure e dalle sue incertezze. Desidera che lui la stringa, che la rassicuri, che la faccia sentire protetta. Un amore sulla carta fattibile, ma che ben presto sfocerà (come apprendiamo dal dramma originale) in una gelosia morbosa che porterà Lulu da un eccesso ad un altro. Dapprima inguaribile libertina, successivamente intransigente bigotta. Un passaggio repentino da uno status ad un altro, che dunque condurrà la ragazza in rovina e la farà finire dritta dritta sotto la lama di Jack lo Squartatore, il quale la ucciderà come tutte le prostitute sue vittime.

Conclusioni

Arrivati dunque alla fine dell'ascolto, cosa possiamo dire più di quanto già detto? Abbastanza, a mio modo di vedere; ma cominciamo dalle note positive. Anzitutto, sarebbe intellettualmente disonesto buttare al cestino "Lulu" in maniera eccessivamente perentoria, sfociando quasi nel giustizialismo fine a sé stesso. Chiariamoci: NON è un album dei Metallica, ma una sorta di strana collaborazione fine a sé stessa. Che non ha arricchito, a mio modo di vedere, nessuna delle due parti. Tuttavia, qualcosa di buono effettivamente c'è. Anche parlando a posteriori e soprattutto di "atteggiamento", di carattere. Prima fra tutte le note positive, la faccia tosta con la quale i Four Horsemen hanno difeso ed ancora difendono questo loro progetto, non rinnegandolo ma anzi, andandone di molto fieri. Fattore da non sottovalutare, in quanto fin troppi avrebbero chinato il capo e chiesto "scusa" ad un pubblico che, concedetemi l'espressione, negli ultimi anni si è dimostrato (in ogni campo) eccessivamente teatrocratico. Dovremmo iniziare a comprendere una faccenda ovvia quanto scontata: noi, la nostra opinione almeno, non conta poi quanto crediamo che effettivamente conti. Ogni gruppo che seguiamo suona esclusivamente per sé stesso, in virtù della LIBERTA' che dovrebbe sempre contraddistinguere un / un'Artista. I Metallica sentivano il bisogno di dover realizzare un qualcosa del genere? Auguri e figli maschi; sino a prova contraria, sono stati liberi loro come noi siamo stati liberi di non sborsare un penny, per l'acquisto di questa release. Basterebbe semplicemente ascoltare, decidere di gradire o meno. Ed in seguito, acquistare o no. Senza blaterare di "tradimenti" o minacciare di morte chi che sia. Mia opinione che  - in quanto tale -  rimane sospesa nel limbo della soggettività, ci mancherebbe. Fatta questa premessa, c'è poi da dire che più di qualche soluzione strumentale adottata dai 'tallica avrebbe fatto faville, in un disco propriamente loro, e soprattutto Metal. Alcuni riff (ma proprio alcuni, ahimè) rasentano la perfezione, e suonano così efficaci che risulta letteralmente possibile non apprezzarli, seppur questi ultimi siano persi in un marasma di ovvietà, di noia e di.. sostanziale incertezza. Giungon dunque le dolenti note a farsi udire: perché se "Lulu" ha un enorme, pantagruelico difetto, è proprio quello di.. voler essere quando sostanzialmente "non è". Un disco che su carta risulta una collaborazione fra i Metallica Lou Reed, ma in pratica risulta un brutto disco solista di Lou Reed con i Metallica come special guest. Neanche troppo attiva, visto che il loro contributo è limitato a ripetere in loop soluzioni che molto spesso poco risultano consone al loro stile. Una band dal talento compositivo pressappoco imponente, lasciata in un angolo ad accompagnare i dialoghi di un Reed giù di tono, inadatto al contesto salvo rare eccezioni. Brani lunghissimi, un troppismo immotivato che sfocia nella volontà di dimostrare chissà cosa. A che servono venti minuti di pezzo, se poi tutto finisce con l'assomigliarsi? A meno che non si sia gli Yes od i King Crimson, difficilmente si riesce ad incollare l'ascoltatore alla sedia grazie a brani d'amplissimo respiro. E qui, nemmeno a dirlo, l'estro di un Robert Fripp non si scorge nemmeno col binocolo. Quando si dice che la fretta è cattiva consigliera. Eppure, di tempo ce n'era a sufficienza. Persino per sceneggiare un vero e proprio musical, con musiche curate VERAMENTE dai Metallica Lou Reed. Brani con una struttura più intricata e ragionata, e non sottofondi per monologhi. Ecco, se "Lulu" fosse stato pensato in guisa di OST per un'opera teatrale, uno spettacolo od un musical, avrebbe senza dubbio ricevuto consensi enormi. Se il tutto si fosse rivelato una vera e propria collaborazione, e non un audiolibro stanco e monolitico, in cui Lou recita ed i Metallica accompagnano. Chiaro che un disco del genere risulta a tratti invalutabile. Orribile? Magari no. Scarso? Sicuramente si. Noioso? Certamente. Particolare? Almeno. Dovendo però essere oggettivi, una trovata così frettolosa e tirata su alla spicciolata non può certo ambire ad una sufficienza. Nemmeno ad una "quasi" sufficienza, ad essere onesti. Una collaborazione che avrebbe potuto sul serio rivelarsi vincente, se le due parti si fossero prese del tempo per valutarla MEGLIO. Concedendosi tempi di lavoro ben più ampi ed importanti, che qualche mese di meetings e registrazioni. Ci sarebbe, in coda, l'ipotesi più fantascientifica. Che James Lars abbiano ragione? Forse non siamo riusciti a carpire appieno la "poesia" dietro questo lavoro? Ai posteri l'ardua sentenza. Del resto, non mi sorprenderebbe una più che postuma rivalutazione di "Lulu". Sino ad ora, però, dobbiamo attenerci a quel che, in questo momento, il disco rappresenta. Il nulla assoluto, l'anonimato, il tedio. Non certo un'opera mostruosamente brutta, ma nemmeno in grado di raggiungere una quasi sufficienza.

1) Brandeburg Gate
2) The View
3) Pumping Blood
4) Mistress Dread
5) Iced Honey
6) Cheat On Me
7) Frustration
8) Little Dog
9) Dragon
10) Junior Dad
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