LOST SOCIETY

Terror Hungry

2014 - Nuclear Blast

A CURA DI
ELEONORA STEVA VAIANA
01/02/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Spesso, quando si parla di New Generation of Thrash Metal, automaticamente si storge la bocca. Il rischio è sempre quello di riproporre l'ennesima minestra riscaldata, l'ennesima copia della copia, l'ennesimo lavoro moderno che, di moderno, in realtà ha ben poco. I Lost Society ci hanno provato a creare qualcosa di proprio, riuscendo a confezionare un lavoro molto piacevole e divertente. Stiamo parlando di "Terror Hungry", uscito niente meno che per Nuclear Blast lo scorso 4 aprile 2014. Tredicitracce vivaci e caratterizzate dallo stile fresco e giovanile dei quattro giovanissimi ragazzi finlandesi, unitisi nel 2010 con l'intento di dar vita a un thrash metal piuttosto classico ma, tutto sommato, personalizzato quanto basta per non ridursi a mera copia della copia. A chiudere il lavoro una cover dei Twisted Sister rivisitata in chiave personale. Ma chi sono i Lost Society? Sono Samy Elbanna (chitarre e voci), Mirko Lehtinen (basso), Ossi Paananen (batteria) e Arttu Lesonen (chitarra), debuttati nel 2013 con il full-length "Fast Loud Death", che aveva ed ha avuto ottimi responsi da parte sia del pubblico che della critica. Giovani, desiderosi di proporsi come la mosca bianca nel panorama thrash, che ha contato una serie di uscite banali e piuttosto prevedibili negli ultimi tempi, sono una vera e propria overdose di energia a tratti quasi fumettistica. A testimoniarlo è anche l'artwork, molto caratteristico e in grado di riassumere alla perfezione il mood col quale il quartetto finlandese si approccia alla creazione musicale. Molto anni ottanta, estremamente fumettistica e sui toni del rosso, presenta una figura ritratta di spalle, con cappello, chiodo con tanto di simbolo della band e cappellino da baseball rigorosamente al contrario, che tiene nella mano destra una lama molto imponente. Nella mano sinistra una testa decapitata, mostruosa e scheletrica, grondante sangue esattamente come l'altra testa vicina all'individuo, trinciata di netto. Proseguendo con l'osservazione e la ricerca delle teste tagliate, se ne nota un'altra parallela ai binari delle montagne russe che costituiscono l'ambientazione principale. Tre individui, divertiti ed esaltati per questa abbuffata di terrore, si avvicinano, seduti sulla giostra decorata col faccione di un mostriciattolo, all'individuo col coltello e con la testa in mano. L'artwork è stato creato da Jan Meininghaus (U.D.O, Bolt Thrower, Holy Moses, Sick of it All) che, come ha dichiarato lui stesso, ha cercato di enfatizzare i tratti salienti del disco, l'attitudine e il mood, abbracciando anche i gusti dei quattro ragazzi. Ispiratosi agli artwork dei dischi della Bay Area '80, ha dovuto convivere con il fatto che la copertina del lavoro precedente, "Fast Loud Death", fosse stata realizzata da Ed Repka (Venom, Death, Megadeth): per svoltare, ha pensato, di conseguenza, di adottare uno stile più scuro, piuttosto che deliberatamente cartoonesco, come era nel caso del debut album. "Terror Hungry" è stato prodotto da Nino Laurenne (Ensiferum, Lordi, Amortphis) ed è stato registrato nei prestigiosi Sonic Pump Studio (Finntroll, Omnium Gatherm, Sonata Artica) di Helsinki. Energia, potenza da vendere, una produzione vincente e curata nei minimi particolari per rendere i Lost Society qualcosa di differente. Ci saranno riusciti con questo secondo album in studio? Scopriamolo insieme.

Spurgatory

Il lavoro si apre con la fulminea "Spurgatory" (Trad. Spurgatorio), biglietto da visita dell'intera tracklist. Qualcuno si schiarisce la voce, inizia a urlare Yeah man, si fa una sana e forte risata mentre un riff acidissimo si dispiega, viene amplificato il suono di una sirena della polizia in lontananza. In tutto ciò una chitarra si lascia andare a un po' di virtuosismo piacevolissimo, si assiste a uno stacco che fa da terreno fertile per ospitare un messaggio vocale, dopodiché prosegue la brevissima intro, portandosi avanti con la ripetizione di un riff costituito da due soli accordi, ritmiche abbastanza semplici, corde di chitarra tirate al punto di divenire quasi noise e un no finale molto breve. In una parola semplice: follia. Follia che divampa nel mondo descritto dalla traccia/intro, un mondo contaminato da alti livelli di alcool. Un mondo in cui le strade sono piene di crimini e di sangue sparso. A dirla tutta è semplicemente una trasformazione del mondo che già conosciamo, diventato uno spurgatorio, un ulteriore upgrade del purgatorio sceso direttamente in terra.

Game Over

Si prosegue con "Game Over" (Trad. Il gioco è finito), una traccia che fin dalle prime righe delle liriche procura un'immediata sensazione di rabbia e furia incontrollata. I denti iniziano a digrignarsi quasi da soli, al leggere sarò l'ultima cosa che potrai vedere (I will be the last thing you'll ever see), il desiderio di vendetta si fa tangibile. La paura è la chiave di una vita fottuta, passata a scappare, a rincorrere una via di fuga che, ahimè, non esiste: l'unica strada possibile è quella per l'inferno che brucia. Una sfida tra due anime che bruciano di rabbia, una spavalda e convinta delle proprie possibilità, l'altra sottomessa in partenza, destinata a terminare, destinata al sonno eterno di un viaggio senza ritorno verso la morte. Una missione, quella di uccidere, al punto da suggerire alla propria vittima - o forse sarebbe meglio dire al proprio avversario? - di chiudere gli occhi e prepararsi al salto verso il nulla. Questa sensazione caustica è accompagnata da un riff che si apre con ritmiche sparate a mille e un coro di chitarre che tirano in direzione dell'oblio, accompagnate da un basso squillante ed energizzante. Un grido molto acuto, uno stacco e l'inizio della fine: la strofa, tendenzialmente quasi punk hardcore, trascina l'ascolto verso un pit dove le ritmiche si mischiano, cambiando dinamiche e portando direttamente al ritornello. Una pioggia acida di Game Over gridati da un coro furioso, veloce e fulmino, seguito dal rientro in scena della strofa che non dimostra di avere particolari variazioni. Di nuovo pre-chorous e ritornello, di nuovo quella sensazione instancabile di rabbia e furia, scandita dalle grida inarrestabili e improvvise del vocalist. Si apre così la strada al bridge, che accoglie la comparsa di un bel solo estremamente fluido, dinamico e molto tecnico, delirante, per certi versi, ma assolutamente coinvolgente. Ne segue un ennesimo, al quale fa seguito un altro solo, mentre le ritmiche sotto pestano senza mostrare neppure il minimo segno di cedimento, quando, d'improvviso, si palesa uno stacco che dà modo, per un unico interminabile secondo, di respirare. Un'evoluzione del riff principale conduce alla ripetizione del leitmotiv, diretto verso la ripetizione di quel Game Over martellante e insistente, che pugnala all'insaputa dell'ignaro ascoltatore direttamente alla schiena. Un grido finale e la fine. Se i Lost Society avevano bisogno di dimostrare quella furia animale che colpisce l'anima di chi prova odio e sperimenta la sensazione appetitosa del desiderio di vendetta, non si può certamente dire che abbiano fallito. Tutt'altro.

Attaxic

Si prosegue così con "Attaxic" (Gioco di parole tra attack, attacco, e toxic, tossico), introdotta da un cupissimo riff di chitarra al quale si aggiungono, all'improvviso, tutti gli altri strumenti. Il cantante dà il via con un bel uuuh fuck, dando modo al pezzo di prendere effettivamente vita: ritmiche più contenute rispetto alle precedenti, un cantato sempre pazzoide, ma con un accenno di melodia strozzata, che non teme di trasformarsi in un bello scream entusiasmante. Le ritmiche si raddoppiano nella seconda parte della strofa, diventando un'incessante corsa verso la bocca dell'inferno, che produce un inspiegabile senso di affanno man mano che tutto si ripete. Un cambio di situazione riesce a rendere ancor più estremo il cammino imboccato dalla band, portandosi dietro un riff sempre tiratissimo e scandito da una voce che screama in falsetto per poi tornare alla cupezza già incontrata fino ad ora. Si diventa, così, spettatori di una mattanza catchy e folgorante, a suon di cupi giri di accordi e di ritmiche sempre più coinvolgenti. Un coro di rest in piss si leva all'improvviso, lasciando modo alla voce di prendere di nuovo in mano la situazione per presentarci la seconda strofa, che all'improvviso si trasforma direttamente in ritornello. Un coro grida Attaxic, mentre la voce risponde a tono duro scandendo i suoi versi marci e rabbiosi, esanimi finiamo per entrare nel tunnel del solo, vorticoso e spietato. Si presenta come una pioggia di note che piovono da un cielo di sei corde, che lasciano spazio a un grido acidissimo e acutissimo al quale fa seguito l'ennesimo cambio di situazione. Un falso finale introduce, in realtà, un'altra situazione simile a quella della strofa. È tutto corposo e cupo al punto giusto per infondere una bella sensazione grumosa di violenza, che colpisce senza controllo su tutto il corpo. Cosa significa attaxic? Probabilmente si tratta di un gioco di parole che mixa attack (attacco/attaccare) con toxic (tossico). E a giudicare dal testo, qualche indizio della giusta interpretazione ci arriva sin dai primi versi. Rabbia, rabbia e ancora rabbia. Una rabbia provata da qualcuno svegliato direttamente dalla propria tomba, pronto a tornare a colpire di nuovo. La rabbia che prova chi è maledetto e che vuole dimostrare la portata della propria maledizione, mettendo in scena lo spettacolo più rabbioso e trasudante odio che si sia mai visto. Un gioco spietato di diritti negati, un guardie e ladri promesso dalle parole prova e corri e nasconditi, io ti troverò (Just try and run and hide, I'll find you). Ed ecco che il cervello diventa sempre più famelico, di fronte alla prospettiva di essere arrivato al proprio turno per mandare in fiamme il proprio nemico. Probabilmente è questo che succede se si prova a morire, ma non si riesce a sbarazzarsi di quel dannato altro: la rabbia di chi si risveglia sentendo un odio tossico dentro di sé, provando una forza inarrestabile che grida a gran voce per la più pura della distruzione. Un testo fatto di frasi spezzate, dal senso piuttosto evidente, che lascia trapelare una serie di possibili interpretazioni: a tratti sembra di essere di fronte a una critica nei confronti del sistema politico o sociale più generico, a tratti sembra l'inno di uno zombie famelico che si risveglia dopo la propria morte. E il fatto che le due cose possano essere anche l'una lo specchio dell'altro, dà molto a pensare.

Lethal Pleasure

Ci approssimiamo a "Lethal Pleasure" (Trad. Piacere Letale), traccia contraddistinta dalla presenza di un riff iniziale estremamente caratterizzante e difficile da togliersi dalla testa. Energico, melodico al punto giusto, sorretto da ritmiche che si fanno sempre più incalzanti direzionandoci verso un'esplosione tiratissima che arriva al grido di Let's Go (Andiamo!) e al quale fa seguito un altro grido acutissimo che comporta una variazione del tema portante. Di nuovo troviamo una voce che si schiarisce e si parte con la strofa effettiva, dove basso, chitarre e batteria si dimostrano per l'ennesima volta instancabili, proponendoci sonorità quasi hard & heavy. Un breve stacco di chitarra distorta e si presenta un'ennesima variazione del main riff, questa volta più grooveggiante e costellato di una pioggia di note improvvise che segnalano la presenza di un primo solo. Torna in scena la voce, entro il cui spazio riesce a ritagliarsi una porzione di palcoscenico un veloce e immediato solettino melodico e piacevolissimo, al quale fa seguito il coro di Fuck Up, Go e, successivamente, il ritorno in scena della linea vocale martellante e acidissima. Viene riproposto, così, il riff iniziale al quale segue l'ennesima strofa, uguale alla prima incontrata, che si conclude con un coro di Lethal Pleasure e il torno in scena di una pioggia di note caustiche provenienti direttamente dalle sei corde, inarrestabili e instancabili. Torna il ritornello, che si ripete per un paio di volte a ripetizione, concludendosi con una variazione tematica e ponendo la parola fine al pezzo con un semplice Uh! Si parla di un piacere letale instancabile, che procura un'inspiegabile sensazione di potenza e di forza che spinge il protagonista a portare ogni avversario giù. Sembra, a tratti, essere la descrizione di un'iniezione di eroina la quale, però, si scopre essere verso la fine del testo, essere in realtà un'iniezione letale di metal. Un piacere letale che scandisce l'inizio di chi la prova dentro di sé, ma scandisce anche la fine dell'altro. Un'aggressione selvaggia, direttamente avvertita nella testa, che attraverso la spina dorsale fino ad attraversare tutto il corpo. Al quarto testo esaminato si può dire senza problemi che la tematica della rabbia, dell'aggressività e di un odio piuttosto selvaggio sono molto cari ai Lost Society. I loro testi, seppur abbastanza lunghi come in questo caso, si riescono tuttavia a riassumere con facilità e in poche parole. Per lo più si tratta di metafore o modi di dire atti a sottolineare quella voglia di provare l'incontrollabile sensazione della rabbia, che procura un'energia accesa e vivace, in grado di abbracciare l'intera riuscita dei brani.

Terror Hungry

Eccoci, dunque, arrivati al cospetto della title track "Terror Hungry" (Trad. Fame di Terrore), introdotta da un riff immediato a opera di chitarre abbastanza acute, di ritmiche molto tirate e da una voce che si presenta immediatamente con le peggiori delle intenzioni. Una smitragliata che conduce a un veloce stacco ritmico, il quale procura un cambio di situazione che dà accesso all'ascolto del ritornello, arrivato come una fucilata e senza preavviso. Molto più cupo rispetto alla strofa, ha una durata molto concisa, in un lampo ci ritroviamo nell'ennesima strofa, che dà subito il cambio alla ricomparsa del ritornello al grido di un Oh. Ennesimo cambio di situazione, che porta in un inferno di cupissime melodie di chitarra, con una batteria incendiata dalla potenza più criminale e bestiale che si possa sperare. Stacco e un'altra situazione fino ad ora non ascoltata, con una durata veramente brevissima che porta di nuovo alla volta del ritornello. L'ultimo ritornello ha una metrica differente rispetto alle precedenti comparsate, i versi delle liriche risultano più lunghi e diversi da quelli precedentemente incontrati. Il pezzo si conclude con la ripetizione del primo verso del primo ritornello e con la parola Terror. Una title track cortissima, della durata di appena due minuti, che riesce, però, a riassumere tutta l'attitudine dei Lost Society. Sfacciata, a tratti superba, non presenta neppure un solo, anche se le chitarre riescono comunque a distinguersi nel girone infernale musicale propostoci in fase di ascolto. Ci troviamo di fronte all'ennesima promessa di vendetta e di battaglia, di fronte all'ennesima dimostrazione di voler fronteggiare il proprio avversario, combattendolo con tutte le proprie forze finché non giacerà sotto terra, anzi, sotto la sabbia. Un'opportunità è concessa al malcapitato prossimo, il quale, tuttavia, decide di rifiutare questa generosa chance di liberazione da una promessa di vendetta così prepotente e bestiale. Rifiutare la mano che decide di aiutare è un crimine abbastanza grave da meritare a promessa di vendetta eterna. Affamato di terrore è colui che non desidera altro che l'ultimo sguardo di chi lo ha trasformato in una specie di bestiale creatura, che sa, tuttavia, di essere famelica di paura altrui senza avere un ben preciso motivo. Assetato di violenza, sente la rabbia ribollire nel sangue, preparandosi a sferrare il primo di una serie di pugni per distruggere l'altro. Un duello signorile, con tanto di guanto? No, assolutamente. La feroce bestia assetata di vendetta salta in aria con un balzo, indice dell'impossibilità di fermarsi. Sa che il suo tempo non ancora arrivato, ma sa altrettanto che quello del suo sfidante è giunto e sorpassato. Cosa ha creato la sua vittima? Un mostro che ha sete di terrore, che avverte di aver bisogno di qualcun altro quando avrà finito con lui.

Snowroad Blowout

Proseguiamo con la sesta traccia in tracklist, "Snowroad Blowout" (Trad. approssimativa Strada innevata e gomma bucata), introdotta da un bel riffone molto corposo e cupo che introduce a un'apertura ritmica grooveggiante seppur molto spedita. Uno stacco immediato apre a un'ennesima nuova situazione che non tarda a presentarsi, trasformando la traccia in un pit di fuoco spiccatamente death metal. Anche la voce si lascia andare al più brutale degli scream, sfociando in grida folli e infernali nel pre-chorous che si trasforma in pochissimi passaggi in un ritornello privo di fiato e respiro, che infonde una sensazione di violenza gratuita. L'oh finale della voce, acutissimo, si accompagna a un acuto di chitarra: il via per andare di nuovo tra le braccia borchiate di un'ennesima strofa incollata direttamente al ritornello. Dopo un grido totalmente folle si apre il solo, che suona maledettamente bene, contrastando per la sua melodia rispetto alla brutalità delle pelli che rimangono invariatamente incendiarie. Segue un altro solo, mentre gli accordi portanti si fanno ancor più cupi, che sfocia in un acuto di chitarra tirata finale e, con un let it go (lascialo andare) anche questa fulminea traccia si conclude. Si parla di qualcuno che guida come un pazzo, mentre qualcun altro ci avverte di essere pronti all'attacco: tutti gridano, tutti gridano e chiamano la morte. Non c'è modo di uscirne, l'auto sta per tagliare la vita del protagonista, mentre tutti gridano a pieni polmoni. È triste essere certi del proprio destino: moriremo tutti (We're all gonna die). E' una strada innevata da percorrere con una gomma bucata - triste gioco di rime -, occorre stare attenti perché la fine è vicina e come deliziosa chiusura del sipario della vita ci sarà un impatto e un'esplosione. In tutto questo la velocità raggiunge i vertici massimi possibili, e allora cosa fare? Disperarsi? Strapparsi i capelli? Lasciarsi andare a un fiume di lacrime? No. Prepararsi a sorridere e aspettare il colpo di grazia. Di tutte le tracce incontrate fin'ora questa è, probabilmente, la più veloce e la meno entusiasmante dell'intero platter: è divertente e godibile, ma fin troppo poco articolata, nonostante, in apparenza, la title track potrebbe risultare più noiosa, considerata la ripetitività delle varie sezioni. In realtà, essendo "Terror Hungry" estremamente rapida nel comparire e nello scomparire, l'ascolto non diventa saturo né rischia di annoiare, piuttosto mantiene viva l'attenzione in attesa che l'assetto cambi (anche se poi, di fatto, non avviene).

Tyrant Takeover

E' la volta di "Tyrant Takeover" (Trad. Takeover del tiranno), che si avvia con un riff molto cupo, inizialmente calmo, almeno in apparenza, ma che inizia a dare cenni di vigore con il raddoppio delle ritmiche che portano a uno stop. Dopo un go si apre la strofa vera e propria, costituita da riff di chitarra molto semplici, da una voce martellante e graffiante, completata da cori di accompagnamento altrettanto rabbiosi che danno corpo alla situazione. La seconda strofa appare più melodica, se vogliamo, con accenti vocali differenti rispetto alla precedente che spezzano quella monotonia che altrimenti avrebbe rischiato di demotivare l'ascolto: la situazione si sostiene perfettamente, riprendendo la matrice della strofa precedente sul finale per poi lasciare che il pezzo, con uno stacco ritmico, abbia accesso a una sezione ritmica furiosa e a chitarre provenienti dall'inferno. Ennesima strofa, ancor più concitata, più vorace e dinamicissima, alla quale fa seguito un inaspettato solo: ricordiamo che, fino a questo momento, nonostante la metà del pezzo, non ci è stato presentato ancora il ritornello. Un cenno di preparazione giunge con l'ennesima situazione propostaci, caratterizzata da chitarre molto piacevoli e sfacciate che collaborano con ritmiche più aperte. Un intreccio di soli si lascia andare alla follia per poi lasciarci, finalmente, la porta aperta sul ritornello che funziona piuttosto bene. Incastrata in un'altra coppia di soli velocissimi e piacevoli, la preparazione al finale è un'alternanza continua di pre-chorous e ritornello, intervallati a vicenda da soli. La follia pura si sente scorrere dentro la spina dorsale, un'ipnosi alla quale non si può sfuggire che conduce verso un primo finto finale, dopo il quale si apre l'ennesima folle corsa verso un muro ritmico e strumentale cupissimo ed estremamente cattivo. Spietata, la traccia riprende il suo vigore proponendoci un'altra strofa finale piazzata su un terreno melodico e dinamico già incontrato a circa metà brano. Mentre il vocalist sfrutta tutto il fiato che ha in corpo, un solo a tratti noise, a tratti più tecnico si lascia andare verso un finale sfumato assolutamente imprevedibile, che dona un ennesimo tocco di pazzia in più all'intera traccia. Cosa può far scaturire tutta questa coltre di rabbia, follia e violenza? L'ascesa al potere di un tiranno che ha distrutto la vita di un sacco di vittime del mondo, facendole spaventare. Incatenato ai crimini che inevitabilmente gli macchiano l'anima, avrebbe dovuto costruire la pace, non l'inferno. Inginocchiati e pregami per le scelte che ho fatto per te (Kneel down, and praise me for the choices I have done for you), una richiesta ben precisa che va a unirsi a quella di provare paura per chi si sente un dio. Il tiranno sta ascendendo, brucerà tutto i nostri soldi, tutta la razza umana? Baciami il culo (Kiss my ass). Le cose potrebbero essere migliori, ma potrebbero anche essere peggiori. Nelle liriche si staglia così un prepotente verso colmo di violenza, nel quale viene promesso di fargliela pagare per tutti i pugni e per tutta la paura disseminata. È solo un gioco per chi tiene in mano i fili dei suoi burattini, ma non sa che quei burattini prima o poi si rimetteranno in riga per preparare il loro di attacco. Il takeover del tiranno sta per arrivare, potrà opporsi con tutte le sue forze e schierare tutte le sue armi, ma se cadranno loro, si trascineranno anche lui giù all'Inferno, perché quando si perdono i diritti si è solo accecati dalla rabbia. E che si fa quando si vede il bersaglio così vicino? Gli si ricorda di averlo già avvertito una volta, di avergli già dimostrato di volere semplicemente i propri diritti indietro. Ora è il turno dei burattini di tramutarsi in divinità, mentre spingono la faccia del tiranno deposto nel fango. Perché quando qualcuno ci ha resi schiavi, non c'è altra volontà all'infuori della più pura e semplice vendetta. 

Overdosed Brain

Proseguiamo con "Overdosed Brain" (Trad. Cervello in overdose), un pezzo che arriva, letteralmente, dall'ombra per poi esplodere con tutta la sua energia nera e rabbiosa. Un bel riff iniziale abbastanza tranquillo e molto grooveggiante nasconde ritmiche abbastanza contenute e una voce che non tarda a fare la sua comparsa, sorretta da chitarre cupe e ben dosate, ritmiche al punto giusto. Si prosegue dopo un brevissimo stacco con il corpo della strofa che si fa ancor più intensa ed elettrizzante, mentre il singer si lascia andare a gemiti e lamenti assolutamente insani. Brevissimo stacco e di nuovo, a corsa, nella successiva strofa, martellante e crudele esattamente come la precedenza. E' la volta del ritornello, cattivo e spietato, ma anche molto strafottente, come si addice a una situazione del genere. Attenzione: ci troviamo al cospetto di una quelle tracce spaccaossa nel moshpit più estremo e folle. Un cambio di situazione dà modo di respirare per qualche breve istante, si assiste alla variazione del riff principale che conduce a un nuovo capitolo: ritmiche molto aperte lasciano uno spazio di vuoto funzionale, essenziale per staccare dall'ascolto quasi stancante, vista l'intensità e la voce che si mantiene praticamente sulle stesse tonalità di scream per tutto il tempo. Dopo una breve ricomparsa della voce, che fa da spartiacque tra la ripresa della situazione precedente e la ricomparsa del ritornello. Una volta concluso, si apre il solo dove abbonda la sensualità che dà alla sfilata di sei corde una bella impronta catchy e orecchiabile. Immediatamente si ricollega il ritornello, sempre più tirato in una corsa infernale verso un burrone di corpi, budella e sangue, con la voce a condurre le fila lasciandosi andare in un folle scream sempre più intenso che, con una specie di risata molto strafottente (ma comunque abbastanza schizoide) conclude la traccia. A parlarci, nelle liriche, è un personaggio che ci dà il benvenuto nella sua testa, accogliendoci in una promessa ambiziosa: bruceremo il sistema (we'll make this system fuckin' burn). Una mente fin troppo vivace, che per molto tempo ha pensato a come fare per colpire nel modo giusto e che finalmente ha la risposta. Una mente dalla memoria molto breve che si scorda quello che sta accadendo e che, di conseguenza, in seguito fa il doppio del marasma già creato. Troviamo riportato anche il nome della band, Lost Society che tradotto significa società perduta. In che contesto e in che modo viene inserito? Semplice. Abbiamo due possibilità: ubbidire e ascoltare le loro sobrietà o entrare a far parte, per l'appunto, della società perduta. E quando il coro di anime in subbuglio riesce a trovare una canalizzazione comune, il mondo inizia a impazzire. Qual è l'unica strada per restarne fuori? Un cervello in overdose, un richiamo per la follia che ha così modo di divampare trascinando l'esistenza e tutto il mondo in un baratro di follia. E pensandoci bene, possiamo dar torto a questa visione delle cose, alla luce di questa società, di questa condizione di crisi generale nella quale viviamo? Probabilmente no.

Thrashed Reality

La seguente traccia che incontriamo è "Thrashed Reality" (Trad. Realtà colpita), iniziata da un YYKAAKOONEE. La pazienza è una virtù? Non per chi ha fretta, non perché non è minimamente interessato a dimostrare di averla. Non, soprattutto, per chi si sente attaccato da ogni fronte, quando in ogni angolo il mondo dimostra di avere nascosto solo milioni e milioni di idioti. Parlando con chi appare come uno scarto della società, cosa che non avviene praticamente mai, potrebbe aiutare a scoprire perché sia, in effetti, uno scarto della società: beh, probabilmente, come in questo caso, solo perché è folle e a tratti psicopatico. E non c'è cosa peggiore del pazzo consapevole di esserlo, a tratti fiero della sua condizione cerebrale che adora sentire l'odore di carne marcia proveniente direttamente dalla propria scatola cranica. Di tutta risposta, sono parte di una generazione mutante e sono impazzito (I'm part of a mutant generation and I've gone insane!). Un affronto che conduce a uno scontro duro e diretto con la più cruda delle realtà, là, dietro a ognuno di noi, pronta a prenderci. Introdotta da un riffone cupo, musicalmente parlando la traccia si apre immediatamente. Ritmiche molto serrate ma abbastanza da lasciare respiro, chitarre cupe al punto giusto, una voce che parte in quarta con la dose di sangue e pazzia che ormai ci è familiare. E' in realtà un falso inizio di strofa, perché quella effettiva comincia dopo un riff che apre il vero vaso di Pandora: un terremoto di adrenalina e polvere si alza dal terreno solcato dai Lost Society, che raddoppiano le dinamiche portando sull'orlo del disastro. Il tema strumentale rimane praticamente invariato, ma, in particolare le pelli, risultano letteralmente incendiate, concedendosi giusto un istante di pausa tra una parte di strofa e l'altra metà. Dopo un bel FUCK i nostri intraprendono un percorso un po' più tranquillo, aprendo la strada a un bel momento di pausa generale che prepara al ritornello successivo, poggiato sulle stesse ritmiche e sugli stessi accordi precedentemente incontrati. A fare la differenza è il coro di voci che spuntano dall'oltretomba facendo quasi sobbalzare, il tempo di abituarsi all'idea di potersi prendere uno spavento da un momento all'altro e ha inizio il solo. Piacevole, molto melodico, si interscambia con un botta e risposta di chitarra che introduce una sezione molto più noise, alla quale fa seguito il ritornello con tutta la sua folle rabbia in ebollizione. Un falso finale compare solo per dar modo al pezzo di sottolineare la propria vena psicotica, considerato il condimento per corde vocali del cantante a base di grida che arrivano all'improvviso. 

F.F.E (Fucked for Eternity)

La seguente traccia, intitolata "F.F.E (Fucked for Eternity)" (Trad. Fottuto per l'eternità) è niente meno che un vero e proprio proiettile nel vero senso della parola. Due minuti, appena, di canzone che si avviano condotti da un riff estremamente nero e fin da subito spietato. Tirato al punto giusto, il riff introduce la strofa, resa ancor più accattivante da ritmiche molto ben cadenzate che si lasciano andare a una serie di stacchi accompagnate dalle sei corde che introducono, così, alla vera e propria strofa. Una pioggia di proiettili, un Fuck gridato, l'ennesimo stacco e un'altra situazione ritmica che si viene a presentare. Compare la voce, sparata a mille sul tasto dell'insistenza più acuminata e acuta possibile, mentre tutti gli strumenti spremono il tasto dell'acceleratore lasciandosi andare a una pioggia di adrenalina e di conseguente sudore. Ottimo il cambio di ritmiche presenti nel ritornello che tendono a dargli una vena cadenzata molto piacevole, che spezza, se vogliamo, la monotonia verso la quale avremmo potuto finire per scontrarci. Un intervallo ritmico dà accesso a un prolungato Fuck for eternity che si prolunga per interminabili istanti che suonano come la sentenza definitiva sulla propria sanità mentale. La risata che segue è probabilmente un segnale d'allarme sulla diagnosi: addio sanità. Gli ultimi istanti di vita della traccia recuperano il riff iniziale, sottoponendolo a una pioggia di colpi sulle pelli che pongono la parola fine. Due minuti molto intensi durante i quali si ha, in effetti, la sensazione di essere fottuti per l'eternità. Ci viene raccontata la storia di un individuo che parla del proprio fallimento nel corso della vita: ha perso il proprio lavoro e ora si trova ad avere un solo dollaro che investe in una birra, la quale sul fondo contiene la consapevolezza di non avere molto tempo (né voglia) per cambiare. Sono le dieci del mattino ed è già strafatto, al punto di sentirsi in preda a una furia che gli fa venir voglia di iniziare a gridare, spingendosi oltre il limite possibile e immaginabile. Da questo ne consegue una sola, cinica verità: lo sa lui, lo sanno gli altri, lo sanno tutti. Sono fottuto per l'eternità, eternità, eternità (Fucked for eternity, eternity, eternity). Meglio una consapevolezza di questo tipo o l'ignoranza più assoluta sul proprio destino?

Brewtal Awakening

Proseguiamo con "Brewtal Awakening" (La traduzione potrebbe essere Risveglio brutale, anche se brew significa miscuglio. Probabilmente si tratta di un gioco di assonanza tra la parola brew e la parola brutal), introdotta da un riff iniziale piuttosto pacato a opera di chitarra e charleston che tiene il quattro. Nel momento in cui la batteria inizia a lasciarsi un po' andare, notiamo la vena più tranquilla della traccia, che ci regala subito un bel solo classicone e piacevole, mentre gli accordi sottostanti proseguono sulla loro strada, infondendo una sensazione di trionfo e forza. Qualcosa cambia, dopo lo stop che suona quasi come una conclusione: si apre una porta su un sound estremamente energico e violento, in perfetto stile Lost Society dove un singer imbestialito conduce tutti gli strumenti in un baratro di rabbia pungente. Un mantra strumentale continua a ripetersi all'infinito senza dimostrare variazioni particolari, se non l'aumentare delle dinamiche che diventano intensissime a circa metà traccia, per poi dare nuovamente il via al tripudio di ossa rotte. Torna in scena la strofa, unita al ritornello, che prosegue poi portandoci su una zona di apparente quiete. Il tema principale viene mantenuto per tutta la lunghezza del brano, mutando in intensità e variando dal punto di vista sia ritmico che, marginalmente, anche da quello musicale. Trova lo spazio necessario per dispiegarsi un solo al quale risponde l'altra sei corde, un dialogo estremamente piacevole e magistrale che si protrae quasi fino alla conclusione del brano. Sulle ultime battute i soli scompaiono, appare una risata malvagia e, con una variante del tema ormai assodato come orecchiabile e molto godibile, il pezzo si conclude. Alle quattro del mattino il protagonista si sveglia a causa di un grido dei suoi vicini di casa che stanno litigando, si sente la testa esplodere, non riesce a muoversi, crede addirittura di essere morto. L'ultimo drink è andato, anche se sul pavimento c'è una pillola..sono finite e ne vuole di più. Si getta in mezzo alla strada per andarne a cercare ancora, è meglio non incrociarlo o scansarsi se qualcuno lo vede, perché è determinato a ottenere subito ciò che vuole avere. Pronto a combattere, pronto per la battaglia della notte, determinato a proseguire sul suo cammino finché anche l'ultima luce non si spegne. I problemi lo seguono, gli uccidono la realtà: ebbene, questa notte commetterà il suo ultimo errore.

Mosh it Up

"Mosh it Up", brano che come si può evincere dal titolo ha come tema quello del Mosh. Dalla mattina alla sera, più forti della morte, lo facciamo, più veloci di chiunque altro. Più le persone dicono di fermarsi, più la voglia di esplodere e di far tremare la terra aumenta: un pugno in aria, simbolo dell'energia e della forza, oltre che dello stile, in alto. Maniaci appassionati e affamati di terrore? Probabilmente è questo quello che sono, lo testimoniano i denti e le ossa rotte, ma non importa: l'unica cosa importante è continuare col mosh. Il biglietto da visita con cui si presenta questa canzone è un riffone bello tirato e arrogante al punto giusto, molto semplice e arricchito da una linea vocale altrettanto semplice e dall'impatto immediato. Dopo due strofe si assiste a un cambio situazionale abbastanza tenue, una pausa dalla quale prende forma quello che scopriamo essere il ritornello: cattivo, molto piacevole e soprattutto ideale da intonare in coro, lascia spazio a un solo brevissimo al quale si incolla subito la seconda parte della traccia. Non si notano differenze particolarmente evidenti rispetto alla sezione precedente, di nuovo torna in scena il ritornello con la ripetizione ossessiva di mosh it up dopo la quale spunta una parte molto più cattiva e cupa. Un botta e risposta di soli energici ed estremi si lascia andare a una pioggia di note e tecnica, senza mettere da parte quella venatura un po' noise alla quale questi ragazzi, ormai, ci hanno abituato. E con la ripetizione finale del ritornello la traccia si conclude. Veloce, d'impatto immediato, la traccia scivola via senza inciampare in soluzioni troppo complicate o particolarmente difficili da comprendere.

Wasted after Midnight

Arriviamo alle battute finali con la penultima "Wasted after Midnight" (Trad. Distrutto dopo la mezzanotte), tempestiva a presentarsi per la pioggia di irriverenza violenta che è. Un riff cupo e crudele apre subito la strada a quello che si presume sia il ritornello, lasciando poi spazio a una brevissima strofa un po' più calma dove, almeno le dinamiche, risultano più tranquille. Si apre così un'alternanza tra strofa e ritornello che compare spezzando tutto a metà, fino ad arrivare a un ingente cambio di situazione: più agitata, nonostante risulti più tranquilla, apre successivamente a un'altra situazione che riprende in mano la vena prettamente crudele incontrata nella prima parte di brano. Alla volta del solo si ha una sensazione di tranquillità piuttosto particolare, dato che il sottofondo musicale rimane invariato, ma rimane molto poco la condizione perché subito ritorna la voce del singer che ci delizia anche con un bel rutto in presa diretta. Fa da spartiacque con la parte finale, che riprende quella iniziale ritornando con il ritornello ripetuto fino alla fine. Analizzando la parte lirica, la traccia si apre con la quadruplice ripetizione della frase Distrutto dopo la mezzanotte, condizione che, a quanto pare, sembra ripetersi molto spesso nella vita del protagonista. Colleziona memorie sfregiate dall'alcool, un mostro che continua ad avere la meglio su di lui, sulla sua personalità, che lo rende un concentrato di brutalità. Ne vale la pena? Sì! Il problema, o forse dovremmo dire il fatto, è che l'alcool fa parte della sua esistenza, è una sua abitudine e non può semplicemente decidere di smettere di averla. Il tempo di un blackout, poi, e tutto torna come prima. Il problema è che quando si perde così frequentemente la coscienza di sé si finisce per non sapere più a cosa si andrà in contro e capita di aprire gli occhi e trovarsi accanto a qualcuno o qualcosa che non avremmo voluto avere nello stesso letto. Un aspetto positivo, però, c'è: non può andare peggio di così, quando si è raschiato il fondo del baratro, come unica consolazione, si può dire di non poter fare di peggio. 

You can't stop Rock'N'Roll

Concludiamo con "You can't stop Rock'N'Roll" (Trad. Non puoi fermare il rock'n'roll), cover dei Twisted Sister rivisitata in chiave Lost Society. Il rock'n'roll, uno stile perfetto nella sua decadenza che corre veloce e selvaggio sulla sua strada. Non si può fare niente per fermarlo, si può solo alzare le braccia in segno di resa e iniziare a dire non posso fermare il rock'n'roll. E' un toro impazzito, una macchina che sputa potenza e vapore, che ringhia dall'altro: tutto finisce, il rock non morirà mai. Ha grazia, ha velocità, ha forza da vendere, è sempre sotto attacco ma sa rispondere con estrema rapidità e vigore. Tutti buoni motivi per iniziare a ripetere a sé e al resto del mondo che non si può fermare il rock'n'roll, ne adesso, ne mai più. Un testo molto breve per una traccia molto rock'n'roll che dalle prime battuta dimostra di aver mantenuto la buona attitudine sfacciata e irriverente al punto giusto presente anche nella canzone originale. Dopo una breve introduzione di chitarra e batteria accentata, si apre la song nel vero senso della parola, lanciata da plettrate convulsive e da una bella e spedita carica ritmica: il vocalist appare con un grido per poi tornare con la strofa, con voce sporcata e molto semplice. Tra un verso e un altro si giunge al ritornello, con botta e risposta di voce e chitarre che si lasciano andare a brevi e concisi solettini brevi ma intensi. Seconda strofa, gli stessi elementi incontrati in precedenza che si lasciano ascoltare con piacere e leggerezza. Dopo la conclusione del secondo ritornello si apre la strada su un solo di chitarra molto melodico, veloce e piacevole, al quale si collega un secondo assolo particolarmente sentito e piacevolissimo, posizionati su un sottofondo strumentale tirato al punto giusto. Cambiano gli accordi, i soli continuano a rincorrersi l'un l'altro per poi spegnersi e lasciare modo alla traccia di riprendere in mano strofa e ritornello, conditi da quei brevissimi soli di chitarra che si alternano alla voce dando corpo alla situazione. Il finale è affidato, invece, a uno strato ritmico e musicale basato sul tema portante e da un coro di voci che gridano can't stop alle quali risponde il cantante dicendo you can't stop it. Una ripresa veloce di vigore e poi il silenzio finale, spezzato da un suono di chitarra molto divertente e da qualche risata di sottofondo.

Conclusioni

I Lost Society con questo "Terror Hungry" hanno dimostrato di avere le carte in regola per una carriera di successo. Considerata la loro giovane età, sono riusciti a confezionare un lavoro che ha un sacco di punti favorevoli e pochi difetti. Partendo proprio dai difetti, se ce n'è uno evidente dalla lettura delle liriche è la ripetitività dei temi affrontati: i testi non parlano di qualcosa, descrivono per lo più stati d'animo violenti e rabbiosi, senza spiegare, se non sommariamente, le ragioni di queste sensazioni. La mancanza di contenuti fa sì che i testi passino del tutto in secondo piano, anche se probabilmente proprio la loro semplicità contiene in sé un vantaggio da non sottovalutare: adottando soluzioni brevi, concise e facili da ricordare, il pubblico può avere modo di imparare testi e soprattutto ritornelli sin da subito. In questo modo, ovviamente, in sede live la partecipazione è assicurata. In alcune tracce, come per esempio "Mosh it Up" si nota una ripetitività che sicuramente sarà apprezzata durante il mosh, ma che può risultare un po' troppo pesante dopo l'ascolto di tutte le tracce precedenti. Il fatto, però, che i Lost Society adottino strategie e metodi che assicurano la focalizzazione dell'ascoltatore sulla situazione musicale è sicuramente lodevole. I finti finali, gli up e down tempo che si possono ascoltare all'interno di un'unica traccia, i soli piacevoli e melodici al punto giusto per dare brio e movimento alla situazione, sono aspetti decisamente positivi e non così banali come si potrebbe credere. È difficile mantenere vivida l'attenzione di chi ascolta un lavoro di ben 14 tracce, il rischio di annoiare, se non si hanno buone idee, è perennemente presente. In questo caso "Terror Hungry" non stanca perché non sapendo cosa ci si potrebbe aspettare da un momento all'altro, non si tiene mai abbassata la guardia. Probabilmente la presenza di qualche refrain in più sarebbe sicuramente stato un ulteriore passo avanti, al di là di qualche coro goliardico e ripetitivo il disco è un po' carente da questo punto di vista. La band propone un sound molto curato, estremamente fresco e giovanile, che strizza l'occhio, comunque, ai giganti del genere (Exodus, per dirne uno) ma che cerca di trovare una propria strada per non ripetere la monotonia, triste spettacolo che vede coinvolte sempre più band emergenti. Sono riusciti a realizzare un album dalle chiare influenze retro, con venature molto divertenti, a tratti quasi comiche, ma con un'anima propria, innovativa e differente dalla stragrande maggioranza dei lavori affini di genere. L'album suona crudo, vero, non risulta essere patinato di quell'alone di studio che, specie in sede live, rischia di trasformarsi in un aspetto terribilmente dispregiativo. Del resto firmare con Nuclear Blast è un privilegio che solo la creme de la creme può permettersi di avere, se il colosso dell'industria musicale ha visto qualcosa in questi quattro giovani ragazzi, non c'è da stupirsi se, ad ascolto avvenuto, si notano così tanti aspetti deliberatamente positivi. E allora lunga vita ai Lost Society e alle loro idee, sperando che non smettano di distruggersi con alcool e mosh, in modo da continuare ad accumulare elementi favorevoli per realizzare altri album dallo stampo così piacevole, ma pur sempre rispettoso di un passato da non dimenticare.

1) Spurgatory
2) Game Over
3) Attaxic
4) Lethal Pleasure
5) Terror Hungry
6) Snowroad Blowout
7) Tyrant Takeover
8) Overdosed Brain
9) Thrashed Reality
10) F.F.E (Fucked for Eternity)
11) Brewtal Awakening
12) Mosh it Up
13) Wasted after Midnight
14) You can't stop Rock'N'Roll
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