LOST SOCIETY

Fast Loud Death

2013 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
MARCO PALMACCI
01/02/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Che il Thrash Metal stia vivendo una seconda giovinezza, in queste prime decadi del 2000, è un fatto oramai assodato. Tantissime band cercano infatti di rifarsi all'esperienza dei grandi maestri dei magici anni '80, per cercare a loro volta di tirar fuori dagli strumenti quell'essenza selvaggia ed indomabile che tanto fece la fortuna di personalità del calibro di Dave Mustaine Jeff Hanneman. Sia in America ma con un occhio di maggiore riguardo verso l'Europa, il Thrash ha dunque attecchito sulle giovani menti più di altri generi "vittime" senza sangue di operazioni a carattere Revival (Heavy e Black/Death su tutti), un grande amarcord che (a discapito delle accuse di "copiare" che molti puristi del genere muovono) ci ha sicuramente fornito molte band più che valide, da tenere attentamente sott'occhio. E proprio parlando di Europa, il Nostro continente, focalizziamo la nostra attenzione sul Nord per andare a sostare nella fredda Finlandia, patria di una band che, negli ultimi sei anni, sta mietendo consensi su consensi a suon di buoni dischi e performance dal vivo di tutto rispetto: loro sono i Lost Society e si formano nel 2010 in quel di Jyvaskyla, grazie all'iniziativa di Samy Elbanna, chitarrista ed in seguito anche cantante. Dopo tutta una serie di cambi di line-up, la definitiva formazione dei Nostri prende  piede nell'estate 2011 grazie agli innesti di Ossi Paananen (batteria) e  Arttu Lesonen come secondo chitarrista, più l'aggiunta di Mirko Lehtinen al basso. Conquistata dunque la tanto agognata stabilità e scelto il giusto nome di battaglia, i Nostri si danno subito da fare: nell'arco di tempo che va dal 2011 al 2012 incidono dapprima due demo (rispettivamente "Lost Society" "Trash All Over You") ed intensificano notevolmente l'attività live, esibendosi in molti contest mettendosi in diretta competizione con altre band, cercando contemporaneamente di farsi conoscere suonando in giro per la Finlandia nei vari centri della gioventù, divenendo presenza fissa in quello della loro città natale. Stando alla loro biografia, il più grande contest musicale al quale hanno partecipato è stato il "Global Battle of the Bands", evento del quale sono riusciti a vincere l'edizione Finlandese, rappresentando dunque la loro nazione nella finalissima tenutasi in terra d'Albione, a Londra. Il brano che ha traghettato i giovanissimi verso la gloria è stato proprio "Trash All Over You", facente parte della loro seconda demo ed in seguito adoperato proprio come singolo di lancio, visto il grande successo ottenuto dalla composizione (divenuta, infatti, il loro vero e proprio cavallo di battaglia). Venne addirittura realizzato un video, e fu proprio grazie a questa mossa che gli osservatori della "Nuclear Blast Records" poterono notare questi giovanissimi finlandesi, decidendo dunque di puntare su di loro, rendendoli uno dei volti più giovani della loro fortunatissima compagnia. Nell'estate 2012 arriva la firma ufficiale sul contratto e, di conseguenza, i ragazzi cominciano a lavorare per rilasciare il loro primo disco targato "Nuclear Blast". I giochi sono più seri che mai, e per non deludere le aspettative di chi ha creduto in loro praticamente da subito, i nostri ultimano la registrazione del loro debut "Fast Loud Deathin tempo come si suol dire record. Le registrazioni, avvenute nei "Sonic Pump Studios" di Helsinki, furono dunque ultimate nel Settembre 2012; in veste di produttore troviamo nientemeno che uno stimato musicista e professionista come Nino Laurenne, meglio noto per essere il chitarrista dei power metallers Thunderstone ed ex membro della Thrash / Speed Metal band denominata Antidote, nella quale ricopriva anche il ruolo di cantante e condivideva la scena con un altro nome noto, Mika "Arkki" Arnkil, oggi noto per essere il bassista di due dei gruppi più importanti della scena Black finlandese: gli Impaled Nazarene (dal 2000) ed i Satanic Warmaster (dal 2006). Come sostenuto pocanzi, non solo un musicista navigato e di grande esperienza; Nino ha parallelamente intrapreso, a quella di musicista, anche il lavoro di produttore ed in generale ha ricoperto nel corso della sua vita nel mondo della musica svariate altre mansioni da compiersi in studio. Come produttore possiamo renderci conto della sua competenza in album come "Era" degli Elvenking oppure "Deadache" dei Lordi, senza dimenticarsi dell'apporto fornito alla particolarissima band degli Heavisaurus, gruppo "anomalo" costituito da musicisti vestiti con appariscenti costumi di gommapiuma richiamanti rettili preistorici antropomorfi, ed incaricati di diffondere l'Heavy Metal presso i bambini ed i giovanissimi. Per loro, Nino ha prodotto i full-length denominati "Rayh!""Kadonneen Louhikaarmeen Arvoitus" "Vihrea Vallankumous". Un personaggio dunque esperto quanto basta per poter indirizzare una band di giovanissimi presso la via conducente al successo. Detto fatto, nel Marzo 2013 "Fast Loud Death" può dunque vedere la luce, distribuito su scala mondiale. I Nostri ben ripagano la fiducia sfornando un debut coi fiocchi, una successione letale di ben quindici tracce (bonus tracks comprese) che a malapena superano, sommate, i 40 minuti, ma che proprio in virtù del minutaggio volutamente "risicato" (diversi pezzi non superano i 3 o 2 minuti, in molti casi!) possono concentrarsi su di una purissima espressione di cattiveria lasciata libera di scorrere in tutta la sua brutalità, senza filtri a frapporsi. Thrash Metal ben suonato e concentrato in letali raffiche di proiettili sonori, espressione di pura violenza old school che ha ricevuto gli apprezzamenti di mostri sacri come Mille Petrozza (Kreator), Marcel Schmier (Destruction) e Max Cavalera (ex SepulturaSoulfly), giusto per citare qualche nome altisonante. Proprio in virtù dell'ottimo debut, inoltre, ai Lost Society fu addirittura concesso di supportare gli Overkill nel loro tour finlandese del 2013; mica male, per dei ragazzi così giovani! Oltre la sostanza, poi, anche la sostanza. I più attenti avranno riconosciuto nella scalcinata copertina di questo disco la mano del maestro Ed Repka, famosissimo illustratore ed autore di cover per gruppi come Megadeth Death. Fatte queste dovute premesse, è ora dunque di buttarci a capofitto nel moshpit generato dai nostri tellurici thrasher finnici. Cosa ci riserverà, questo "Fast Loud Death"? Ascoltiamolo e scopriamolo.. let's Play!

N.W.L

Aprire le danze è compito della prima traccia, "N.W.L (Nudo, Stravolto, Perso)", introdotta immediatamente da un ritmo cadenzato e particolare nel suo incedere preciso e quadrato. La batteria è granitica e tosta quanto serve, un drumming composto e letale di chiara scuola Robb Reiner mentre la chitarra si cimenta in un bel riff dal sapore ottantiano ma comunque ricco di "anni '90". I suoni delle chitarre sono difatti impostati su frequenze che potremmo definire Darrelliane, tanto riescono ad arrivare "sporchi", alle nostre orecchie, quel tanto che basta a ricordarci una decade da troppi bistrattata ma che ha saputo comunque saputo regalarci grandi cose, a livello di estremo (i Pantera su tutti, figli degli '80 ma definitivamente esplosi nel pieno della loro novantiana epopea Groove). Dunque, dei ragazzi che non vogliono pedissequamente imitare il tempo che fu; un gruppo che non tradisce la propria anagrafe e fa notare di aver incamerato molte lezioni diverse, a livello compositivo e di stile, anche se sembra prevalere (in maniera dosata ed intelligente) la propensione ai magici '80. Sopraggiunge presto il cantato di Samy, abrasivo e lievemente effettato quel tanto che basta per rendere alla grande e non risultare fastidioso come molto spesso succede, quando si abbonda di effettistica. La sua "vera" voce viene comunque "rivelata" dopo l'urlo che sopraggiunge al trentesimo secondo; la band comincia a pestare più duro, la produzione risulta eccellente e possiamo senza dubbio godere di una coppia d'asce in perfetta sincronia, il tutto unito ad una ritmica presentissima e sicuramente efficace (sia basso, sia batteria). Si continua su tempi marziali ed impostati, almeno fino al cinquantaquattresimo secondo, momento in cui si comincia a pestare duro e tutti gli strumenti partono in quarta. Riff molto più serrati e tempi estremamente più veloci, la vera anima del brano può uscire fuori e siamo dunque dinnanzi ad un assalto Thrash senza quartiere. In fase di cori la band è bravissima a scandire con ferocia il ritornello, la voce di  Samy risulta sempre essere oltremodo efficace e l'accoppiata basso/batteria risulta pesante e magnificamente sincronizzata, quasi Ossi e Mirko si leggessero nel pensiero. Abbiamo una ripresa dello stilema iniziale verso il minuto 1:48, momento nel quale si rispolvera l'incedere preciso e martellante, ben presto sopraggiunto da un assolo di Samy, il quale è bravissimo ad esprimersi sull'ottimo tappeto sonoro ricamatogli da Arttu. Il brano dunque termina qui, su questa espressione solista che si protrae sino alla fine, quando i ragazzi urlano in coro il titolo e di fatto troncano il pezzo. Un buon metodo per rompere il ghiaccio, anche se verrebbe onestamente da pensare: indugiare ancora di più nella durata e magari protrarre l'assolo un po' più a lungo, non sarebbe forse stato d'uopo? "N.W.L." è un ottimo pezzo, ma sembra quasi che abbia in sé del potenziale inespresso restio a venir fuori. Il testo, nella sua brevità, sembra descrivere una sorta di serata alcolica fra due persone. Il ragazzo, abbastanza ubriaco e su di giri, si sveglia nel cuore della notte chiedendosi dove diavolo sia, e soprattutto come abbia fatto a ritrovarsi in quel luogo. Non trovando risposta alcuna ai suoi interrogativi, finisce presto con il disinteressarsi circa certe "massime esistenziali", in quanto la sua voglia di far del sano casino non si è assolutamente sopita, anzi. Si dirige con una bottiglia piena verso la sua amata, anch'essa come si suol dire "partita per la tangenziale", ed il finale è presto servito. O meglio, esso si "duplica" in due possibili soluzioni: l'eccesso di alcool potrebbe far crollare addormentati ed intontiti i due giovani, oppure potrebbe effettivamente aiutarli a perdere le loro inibizioni, spingendoli a "conoscersi in senso biblico". E' proprio la seconda ipotesi a materializzarsi, e lo capiamo anche dal significato della sigla che funge da titolo. L'acronimo sta infatti per "Naked, Wasted, Lost", ovvero "Nudo, da buttare, perso", una sorta di status che descrive appieno una serata di sesso alcolico. Il divertimento c'è stato eccome, bisogna solo vedere se i due spasimanti, all'alba, saranno in grado di ricordare ciò che è accaduto!

Trash All Over You

Si prosegue con il singolo di lancio del disco ed il brano simbolo dei Lost Society, ovvero "Trash All Over You (Rifiuti, su di te!)", il quale abbandona tempi marziali uditi nel precedente pezzo per presentarsi subito come una bordata sonora d'altri tempi. Una decisione ed una ferocia che sa tantissimo di Slayer prima maniera, un ottimo lavoro chitarristico riempito egregiamente da un basso frastornante e da un drumming variegato ed efficace, capacissimo di farci godere appieno del contesto già di per sé estremo ma in questo caso ancor più aspro e per nulla incline ai compromessi. Apprezzabilissimo il piccolo sfoggio di tecnica che va dal secondo 00:48 al secondo 00:52, in cui le chitarre giocano con la melodia ed Ossi ben si destreggia lungo tutto il suo drum kit; come dicevamo, però, non c'è tempo per indugiare e subito l'urticante voce di Samy fa il suo ingresso, ingresso che sancisce lo spostarsi dello stile verso un modus suonandi per certi versi richiamante i Sacred Reich. L'assolo arriva molto presto ed in questo caso risulta tagliente e particolarmente brillante, ottimo nella sua brevità ed assai godibile. Si riprende poi a pestare alla maniera degli Slayer ed ancora una volta possiamo apprezzare l'intero gruppo in fase di cori, intento ad urlare con foga da ultras il titolo del brano. Sfuriate senza pari che sfociano in seguito in un momento assai grooveggiante verso il minuto 2:12, in cui effettivamente batteria e basso sembrano riprendere a piene mani dai Pantera, mentre le chitarre sembrano più impostate verso un sound Thrash-Speed ottantiano. Un'accoppiata particolare e vincente, che si snoda abilissimamente lungo diversi minuti e sfocia in una nuova cavalcata estrema verso il minuto 2:35. Poco dopo possiamo udire uno splendido assolo di chiarissima impronta Mustainiana, che finalmente ci svela appieno le reali potenzialità del chitarrista solista e ci convince finalmente a lasciare andare il collo, scatenandoci. Si riprende con l'ultimo ritornello, i nostri ultras finlandesi riprendono ad urlare come ossessi e fra una bordata e l'altra il pezzo può dunque terminare. Un brano violento e rapace, indice di notevole talento compositivo e sana attitudine Thrash mutuata attraverso le varie esperienze che negli ultimi anni hanno arricchito il Thrash Metal. Prova convincente al 100%! Proprio come la musica, così anche il testo descrive incredibilmente bene l'attitudine dei Lost Society. I Nostri, in queste rabbiose lyrics, affermano di non volersi più tenere dentro alcunché, anzi vogliono esagerare, proprio perché la foga è ormai talmente tanta da non poterla più contenere. E' tempo di urlare, gridare, affermarsi, farsi rispettare a suon di artigliate; soprattutto è tempo di mettere knockout tutti coloro i quali vogliano frapporsi fra di loro ed il loro divertimento. Cosa sono questi ragazzi, se non un gruppo di amici che stanno realizzando il loro sogno? Eppure, qualcuno non vuole proprio capirlo. Il mondo è pieno di gente che odia a prescindere, prontissima a puntare dita saccenti ed invidiose contro chi ha come unica colpa quella di fare quel che vuole. Un affronto inaccettabile che i Lost Society non vogliono assolutamente prendere sotto gamba, tutto il contrario: vogliono ribellarsi e spaccare volti a suon di pugni e decibel, per tappare finalmente la bocca a tutti i critici della domenica e ad i cosiddetti "haters", odiatori di professione che come uno scopo nella vita hanno quello di farsi rodere il fegato per i successi altrui. Quei successi che loro vorrebbero tanto raggiungere, ma per pigrizia o per scarso impegno non hanno mai nemmeno intravisto. E' più semplice, per loro, detestare chi invece ce l'ha fatta o ce la sta facendo. Una ribellione contro un sistema marcio fino al midollo, il perfetto vademecum del giovane Thrasher che inizia a farsi largo a suon di calci e gomitate, proprio perché nessuno deve permettersi di tarpargli le ali. La prova definitiva è il trovarsi viso a viso; affrontare il nemico direttamente, per vederlo scappare e supplicare pietà. Dietro una tastiera, infatti, sono tutti Berserkr.. dal vivo, agnellini se va bene. Per certa gente, dunque, solo il bidone dei rifiuti!

E.A.G.

La musica non cambia con l'avvicendarsi di "E.A.G.", che parte subito sparata in quarta e caratterizzata da riff devastanti, con la solita accoppiata (vincente) di basso e batteria preziosissima in fase di cesellatura del suono e dettare dei tempi. L'assalto viene interrotto solamente per permettere a Samy di "declamare" i primi versi, si procede ad intermittenza per i primi venti secondi ed in seguito il tutto può prendere una piega decisamente più "lineare", evitando i "singhiozzi" che comunque non stonavano, anzi. In questo senso il gruppo sembra quasi manifestare una vena Hardcore Punk; possiamo aguzzare l'udito e percepire alcune eco rimandanti agli ultimi Exploited (quelli di "Beat the Bastards" e "Fuck the System", per intenderci), proprio per quanto il pezzo fili dritto e strida come carta vetrata su di una superficie liscia. Ottimo lavoro della batteria, che si diletta fra tempi serrati e qualche bel giro di doppia cassa, il basso sempre "rimbombante" al punto giusto e perfetta l'intesa fra Samy ed Arttu, veri e propri gemelli della sei corde. Ritorna ben presto lo stile "a singhiozzo" udito in precedenza, con l'esecuzione strumentale interrotta per permettere al singer di cantare i versi delle strofe finali; un momento che termina in un assolo al fulmicotone, composto da note squillanti e taglienti come non mai, frangente sfociante a sua volta in un momento che a tratti sembra ricordare un ben noto brano dei Motorhead, l'anomala "Metropolis", la cui andatura è qui presentata in chiave (naturalmente) Thrash. Altro piccolo momento solista su quest'anomala cadenza e, nei secondi finali, si può riprendere a picchiare come si deve, a tutto gas e facendo mangiare la polvere ad ogni eventuale inseguitore. Particolarmente apprezzato il grido finale, un "Fuck off bitches!!" urlato letteralmente alla Phil Anselmo. Ci discostiamo dai temi precedentemente trattati per affrontare, questa volta, delle lyrics abbastanza colorite, condite di insulti ed invettive contro una particolare categoria di persone. Indegni eredi di un fenomeno musicale anche apprezzabilissimo ed importante, il bersaglio dei Lost Society sono questa volta i cosiddetti "emo", ovvero una recentissima sottocategoria di giovanissimi salita alla ribalta nella prima decade degli anni 2000. Inizialmente, la musica per così dire "emo" aveva connotati totalmente diversi e lontani anni luce dalle caratteristiche moderne; eppure, un'assurda moda ha distorto completamente il significato del termine, facendolo diventare sinonimo di autolesionismo, depressione ed isolamento dal mondo. Il tutto connotato da un dresscode ben preciso: frangetta nera, vestiti attillati e spesso a quadretti, piercings e tatuaggi. Il tutto si è recentemente evoluto in un fenomeno di vasta portata mondiale grazie soprattutto a gruppi come Bring me The Horizon e simili, i quali hanno calcato l'onda emo per poi sfociare nel cosiddetto fenomeno "metalcore", diretta evoluzione di quel che l'emo moderno fu. Nemmeno a dirlo, i nostri giovanissimi Thrashers si scagliano contro questo genere musicale (reo di monopolizzare l'attenzione delle masse e far credere a tutti che quello sia il vero metal estremo) criticando soprattutto l'apparenza e la sostanza di chi lo suona. I Lost Society arrivano a definire determinati soggetti come delle "puttane", chiedendogli a gran voce di ammazzarsi sul serio visto quanto per loro parlare di suicidio ed infliggersi ferite sia considerato bello e normale. Un testo breve che denuncia questa particolare frangia di ascoltatori di musica, definiti unicamente modaioli e capaci solamente di attirare l'attenzione mediante un atteggiamento finto-depresso e dichiaratamente assunto per attirare l'attenzione. E' la doppia cassa roboante di Ossi a spianare la strada per l'arrivo di un brano a dir poco devastante. 

Kill (Those Who Oppose Me)

"Kill (Those Who Oppose Me) - Uccido chiunque mi si opponga" mostra la rabbia primordiale di un Thrash old school leggermente sporcato di modernità, soprattutto per quel che riguarda il groove posseduto dal basso. L'impianto generale, però, non tradisce troppe significative aperture agli ultimi tempi: ogni singola nota sembra urlare "Slayer" da ogni dove e sono soprattutto le linee vocali di Samy (quest'ultimo particolarmente somigliante a Tom Araya) a ricordarci il combo americano nei suoi anni più crudeli ed estremi. I riff sono serratissimi e la batteria letteralmente in grado di travolgere un intero grattacielo, grazie alla sua andatura spietata ed ineluttabile. Non ci sono cali di sorta o di stile, il brano procede lineare, velocissimo ed estremo, sguaiato e maleducato (splendidamente maleducato) nel suo svilupparsi. Se avete le orecchie troppo delicate, spegnete tutto e concedetevi una pausa a suon di musica soft.. qui si fa sul serio e solo chi mangia Thrash da mattina alla sera può beneficiare appieno della malsana attitudine che i Lost Society riescono a dispensare con facilità e cattiveria. Assolo verso il minuto 1:41 che come al solito si rifà alla vecchia scuola e sfodera una melodia malvagia, per nulla rinunciando alla velocità di cui tanto c'è bisogno. Un momento solista che non indugia troppo in complimenti e si lascia presto andare, per terminare nella definitiva conclusione di un pezzo pressappoco perfetto. Thrash, Thrash, Thrash!, parafrasando un noto gruppo in maniera però adatta a questo contesto. Siamo dinnanzi, senza timore di smentita alcuna, ad uno dei pezzi migliori dell'intero disco. Nelle lyrics si torna a dichiarare guerra contro chi cerchi in maniera meschina di ostacolare il sano divertimento e soprattutto cerchi di prevaricare il prossimo per il puro gusto di compiere un'azione malvagia. In quanti al giorno d'oggi impongono la loro forza su chi è per forza di cose indifeso? Mogli picchiate, bambini uccisi.. facile prendersela con chi non può reagire, ed i Nostri vogliono potersi calare un momento nelle parti dei "giustizieri", per far capire ai maramaldi quanto prima o poi lo scotto delle proprie azioni si paghi a caro prezzo. Si può tranquillamente scegliere di vivere una vita all'insegna della malvagità, ma non ci si può lamentare quando tutta la negatività diffusa si ritorca contro chi l'ha fieramente promulgata. Armati e pericolosi, i Lost Society sono dunque pronti a far capire ai "cattivi" quanto sia giusta, in fin dei conti, la vita: ognuno ha quello che si merita, e nonostante le suppliche degli ex aguzzini (i quali piangendo svelano tutta la loro intrinseca codardia) giustizia sarà fatta con una pallottola dritta in fronte. Fare il gradasso non paga mai e non dobbiamo assolutamente crederci superiori a qualcuno, peggio ancora cercare di muovere guerre insensate contro chi, poi, non ci ha fatto assolutamente nulla. D'altro canto, non sappiamo mai chi possiamo effettivamente trovarci di fronte: se dei personaggi tranquilli o squilibrati, cattivi quanto noi o anche di più. Meglio farsi gli affari propri e smetterla di bullizzare gli innocenti.. se non vogliamo appunto ritrovarci sotto terra. I Lost Society non fanno sconti a questi soggetti, chiunque cercasse di fermarli verrà sotterrato ed ucciso seduta stante. Meglio non scherzare con questi Thrashers! 

Bitch, Out' my Way

Proseguiamo con il quinto pezzo, uno dei più lunghi dell'intero album (dall'alto dei suoi quattro minuti abbondanti). "Bitch, Out' my Way (Puttana, sparisci dalla mia vista)" è subito aperta dal basso di Mirko, che finalmente può svelarsi nella sua interezza e può, in combo con la coppia d'asce, dare vita ad un riff introduttivo particolarmente efficace e dall'incedere ancora controllato. La batteria di Ossi è al solito impeccabile e ben presto il tutto smette di essere "contenuto" per spostarsi verso lidi ben più esasperati, grazie ad un'impennata strutturata in climax che molto da vicino ci ricorda i nostrani Bulldozer (brani come "Whisky Time" possono in qualche modo fungere ad esempio), certamente in un contesto più puramente Thrash e per nulla sporcato di Black, come invece è stato per i maestri tricolori dell'estremo. A segnare una netta differenza sono anche le linee vocali di Samy, il quale vuole indugiare di quando in quando in un cantato maggiormente più "clean" che sporco ed arriva come al solito, ben presto, a farci udire un mini assolo particolarmente ispirato. Il pezzo è dunque un'ulteriore cavalcata Thrash particolarmente ben confezionata e suonata, che non riserva in se grandissime sorprese ma riesce comunque a farci divertire quel tanto che basta. Un pezzo senza eccessive pretese, dotato di un buon assolo centrale e di un momento particolarmente cadenzato verso il minuto 2:56, in cui sia la batteria che le chitarre cominciano a "rimbalzare" e la voce del singer pare più parlare che cantare. Urlo che sancisce la fine del tutto e si velocizza il contesto, stando comunque attenti a conservare una sorta di groove accattivante, il quale si infrange comunque verso un ritorno alla ferocia priva di limiti, ferocia che chiude dunque un pezzo non imprevedibile ma sicuramente divertente, che si lascerà certo amare da ogni amante del Thrash Metal. Il testo sembra focalizzarsi su di un brutto litigio domestico: a quanto sembra, un marito esasperato è arrivato al limite della sopportazione a causa dell'atteggiamento distruttivo e lamentoso della moglie. Per sedici lunghi anni, l'uomo ha dovuto sopportare ingiurie continue e ramanzine d'ogni tipo, circa la sua persona e tutto quello che faceva. Stanco, oppresso e volenteroso di ribellarsi dal giogo di un matrimonio-galera, l'uomo sferra un sonoro calcio nel didietro della sua metà e le urla a gran voce il suo disprezzo, dicendo che presto se ne andrà letteralmente "a fanc**o" via da quell'inferno, perché stufo di sopportare e reprimere. Niente e nessuno potrà fargli cambiare idea, ormai ha deciso: andrà via da lì e nemmeno gli importa se lei gli sbraiterà contro e per ripicca si troverà un altro. Il nostro uomo è disposto a tutto pur di cavarsi via quel dente dolorante, non può più sopportare di essere trattato come un pupazzo nelle mani di una bambina. La decisione è presa; dove andrà non lo sa, non ha ancora una meta.. ma per lo meno è riuscito a liberarsi da quell'atroce megera.

Fast Loud Death

Entriamo nel secondo terzo dell'album con l'avvicendarsi del brano numero sei nonché titletrack. "Fast Loud Death (Morte veloce ed altisonante)" si apre letteralmente à la Megadeth periodo "Rust in Peace", sfoggiando un sound di chiara forgia Mustaine che rimane tale anche quando il tutto decide di incanalarsi verso una maggiore velocità. Batteria e basso sempre precisi ed attenti, in grado di creare un tappeto sonoro sul quale le chitarre ben si adagiano e decidono dunque di sfoggiare un gusto compositivo che chiama a gran voce MegaDave, che sicuramente presterebbe più di un'attenzione a questi suoi giovani adepti. In questo senso la produzione è stata eccezionale, il sound è perfettamente curato per non sembrare appunto sguaiato o comunque troppo abrasivo, ma anzi calibrato al punto giusto da permetterci di percepire lungo questi solchi la grande importanza che un album come "Killing Is My Business.." ha potuto esercitare su intere generazioni. Il richiamo al primo ed immortale capolavoro dei Megadeth diviene palese soprattutto a partire dal minuto 1:41. Se difatti in precedenza ci era parso di ascoltare un qualcosa più propriamente "Rust in Peace" oriented, da quel preciso momento in poi (complice anche la voce del singer, effettatissima ed annunciatrice del tifone che sta per scatenarsi) i Lost Society decidono di tirare in ballo la prima apparizione pubblica di Vic Rattlehead per mostrarci un sound Speed - Thrash da far accapponare la pelle. Crudeltà sonora allo stato puro, la batteria macina chilometri grazie ad una doppia cassa instancabile mentre il basso sembra quasi esplodere tanto riesce a risultare corposo e presente; la coppia d'asce dà il meglio di sé, andando a rendere omaggio a Dave in maniera a dir poco perfetta, mentre Samy con le sue linee vocali riesce a rendere il tutto più personale e "sentito", non facendo scadere il tutto in una miserabile copia priva di valore. Ogni tanto udiamo addirittura degli urli acuti che ben ci fanno gasare, così come l'assolo che giunge imperterrito ed al solito capace di farci distinguere ogni singola, serrata nota emessa. Come tante coltellate, le note emesse dall'ascia solista riescono a ferirci ma non tanto da metterci K.O. Per quello ci pensa la bordata finale, in cui i Nostri riprendono ad urlare il titolo del brano come ossessi, caricandoci e schiacciandoci contro il muro. Altro momento assolutamente degno di nota. Il testo della titletrack, molto più breve dei precedenti, sembra quasi essere una sorta di inno alla liberazione. Se nel precedente brano il tema era stato trattato in maniera ironica e molto divertente (un marito ed una moglie che si prendono a calci, con lui che decide di andarsene da casa perché stufo dell'atteggiamento della consorte), in questo testo troviamo sicuramente maggiore serietà e volontà di urlare una presa di posizione chiara e netta. Le brevi frasi che compongono le lyrics sembrano descrivere una situazione inizialmente problematica: una persona, non si sa bene chi o cosa, teneva sotto scacco un qualcuno che finalmente ha trovato il modo di ribellarsi e di tranciare di netto i fili tesi dal suo burattinaio. Basta ubbidire, basta sottomettersi, basta ridere / piangere a comando; la vita è una ed imprevedibile, non possiamo certo passarla prendendo ordini da chi che sia. Bisogna combattere e molto spesso bisogna essere pronti a scegliere fra la vita e la morte. Cosa è meglio? Vivere soggiogati e dunque morire, o morire combattendo, cercando di affermare la propria individualità? Quesito non poi così retorico come si crede, in quanto in troppi ancora propendono per una morte "apparente" ma che almeno gli garantisca una sorta di "sicurezza". Meglio dunque optare per una morte fulminea ma altisonante, spegnersi in una fiamma brillante e divampante piuttosto che morire affievolendosi pian piano, come una candela dalla luce fioca e tenue. Questo è il messaggio che i Lost Society vogliono inviarci, ovvero combattere strenuamente per difendere la nostra libertà, anche se questo significherà andare incontro a delle conseguenze irrimediabili ed irreversibili.

Lead Through the Head

"Lead Through the Head (Ti conduco attraverso la mia mente)", l'ottavo pezzo, è aperto da una chitarra sporca e rugginosa, intenta a ricamare un riff che va presto ad infrangersi in una galoppata praticamente annunciata da un Ossi più devastante e veloce che mai, vero e proprio direttore di questa matta orchestra di Thrashers assassini. La foga viene lenita mediante l'incanalarsi in tempistiche ben più ragionate, pur non perdendo comunque la volontà di far male e di farci percepire la forza / violenza del gruppo in tutto il suo splendore. Il sound torna a chiamare in causa i Megadeth, anche se in questo caso il tutto è maggiormente più pesante e sporco, a differenza di quanto accadeva nel pezzo precedente. Un'andatura pesantemente influenzata da un fare "novantesco", perfettamente esplicato dalla voce di Samy (sempre più Phil Anselmo) e soprattutto dal minuto 1:03, momento nel quale un groove incredibilmente ben confezionato fa la sua presenza e tira in ballo la band del compianto Dimebag. Un groove che si mantiene costante anche quando si decide di riprendere ad accelerare, sembra proprio che i Lost Society abbiano deciso di svelarci definitivamente la loro attitudine '90s. Del resto non c'è da stupirsi, siamo al cospetto di un gruppo giovanissimo che per forza di cose ha dovuto incamerare anche e soprattutto le lezioni / gli stilemi dei tempi che li hanno visto crescere e formarsi, come musicisti ed ascoltatori. Piccolo momento di "stop" verso il minuto 2:13, frangente non destinato a durare troppo; un nuovo riffone Megadethiano sfonda la parete e si riprende a pestare di brutto e velocissimamente, con il basso di Mirko grandissimo protagonista ed un assolo alla velocità della luce, strepitante ed urlante, costituito da note acutissime e serrate. Terminato il momento solista, ci avviamo verso la conclusione sempre viaggiando a velocità folli, quasi schiantandoci alla fine contro una parete. Altra bellissima prova, non c'è nemmeno bisogno di sottolinearlo. Il testo di questo brano sembra abbastanza criptico e di difficile interpretazione, il che è abbastanza insolito vista la schiettezza ed anche la ruvidezza mostrata sino ad ora. Le parole sembrano in qualche modo raccontare le gesta di un pazzoide che chiede a gran voce di essere liberato dalla sua mente, la quale è diventata anche peggio di una prigione. Venire aiutato od ammazzato direttamente, questo è quello che lo svitato chiede; la causa di tutto ciò? Forse il mondo intero con i suoi ritmi e la sua quotidianità. Un meccanismo asfissiante fatto di gente stupida ed ipocrita, che a lungo andare ha messo in seria difficoltà il protagonista tanto da indurlo alla pazzia più totale. Il suo più grande desiderio sarebbe quello di farci saltare il cervello, proprio per risolvere il problema alla radice, ma sa che in quel modo non troverebbe comunque la pace tanto agognata. Quello che serve per cercare di ammaestrare questo inferno in terra è unicamente il trovare qualcuno che sia disposto a soccorrerlo e curarlo come si deve.. o, in alternativa, trovare un qualcuno pronto a premere un grilletto per lui, proprio perché egli non ha il coraggio di farla finita da solo. Un testo dunque breve ed assai enigmatico, che lascia la porta aperta alla soggettività di ognuno, permettendoci di interpretarlo nelle maniere più disparate ed a nostra discrezione maggiormente calzanti. 

Diary of a Thrashman

Con un titolo - parodia della ben nota "Diary of a Madman" del fratello maggiore dell'Heavy Metal, il grande Ozzy Osbourne, la traccia numero otto si presenta mediante colpi sulla campana del ride ed un riff che sembra quasi scivolare in una sorta di andatura "strana" che non sarebbe sbagliato definire a tratti (ma proprio a tratti) Stoner, proprio perché l'atmosfera generale suona minacciosa. "Diary of a Thrashman (Diario di un Thrasher)" ha infatti un incedere misterioso, velatamente "oscuro" (ma comunque abbondante di Metallo), una piacevole particolarità che si infrange totalmente nel "solito" assalto thrash che di lì a poco si palesa per dar vita ad un altro brano lineare, perfettamente degno dell'attenzione che tutte le altre tracce hanno sino ad ora meritato. Sempre una batteria spacca ossa in combo con un basso dal suono magnificamente pieno, la coppia d'asce macina riff crudeli sulla quale una voce ancor più terrificante può esprimersi per buttare sul contesto il ben noto carico da novanta. Bravissimi, i Nostri, in fase di cori, e soprattutto a ripresentarci una cadenza groove la quale si palesa verso il minuto 1:47. I tempi divengono ben più ragionati, lo stilema viene ripetuto abbastanza a lungo sino al definitivo ripresentarsi della violenza più smaccatamente ottantiana. Il pezzo è così chiuso dai cori à la Anthrax dei Lost Society, che confezionano un brano non propriamente brillante ma figlio comunque delle loro differenti anime, ben dosate, presenti e mostrate con la frequenza giusta. Il testo è questa volta la brevità fatta lyrics, d'altro canto cosa potrebbe esserci scritto sul diario di un Thrashman? L'unico appunto ammesso è quello di bere, bere ed ancora bere. Tutti guardano il nostro spaventati e preoccupati, ma a lui non importa nulla di un probabile coma etilico. Tutto quello che vuole è ubriacarsi fino ad un punto di non ritorno, proprio perché l'amore con l'alcool è tale da non potergli permettere di fare altro. Vuole divertirsi così e bere subito dopo aver vuotato l'ennesimo boccale. Sembrerebbe quasi affetto da una sorta di "disturbo ossessivo compulsivo" tanto gli viene spontaneo l'ubriacarsi totalmente.. ma tant'è, il Thrashman non si smentisce mai ed il suo scopo nella vita è quello di fare del sanissimo casino, a suon di bottiglie rotte e di riff spaccapietre.

Toxic Avenger

E' giunta l'ora del brano più corto dell'intero disco: dall'alto del suo minuto abbondante di durata, "Toxic Avenger (Il vendicatore tossico)" si presenta sin da subito come un veloce e potente assalto Thrasheggiante, privo di variazioni significative (visto il minutaggio assai esiguo). Sembra quasi di sentire, durante questo momento, la violenza di gruppi come Nuclear Assault o Suicidal Tendencies, quei gruppi Metal maggiormente legati al mondo Hardcore, per intenderci. Difatti, il pezzo è strutturato quasi come se stesse effettivamente richiamando quel mondo, con una spruzzata di Anthrax che sicuramente non guasta mai. Non abbiamo impennate, variazioni o comunque un qualcosa degno di ricevere un pubblico encomio, questo è vero.. ma un richiamo a certi mondi non può che farci piacere. E' la band intera che declama i versi del brano, la ritmica risulta essere più violenta e martellante che in altri punti ed anche le asce rinunciano a velleità tecniche per risultare più graffianti ed incisive. Ottimi cori, rabbia Hardcore e durata praticamente insignificante; un piccolo grande momento che si lascia amare per la grande "intolleranza" Hardcore di cui è portatore sano, capace di accontentare i Thrashers più inclini al mondo Punk d'altri loro "coinquilini". Il testo di "Toxic Avenger" si presenta ancor più breve del precedente e soprattutto del brano stesso. Dal titolo ci sembra di capire come sia in qualche modo dedicato al celebre "Vendicatore Tossico", personaggio di una fortunata saga horror-comica ideata dalla famosa "Troma", casa di produzione cinematografica specializzata in film "esagerati" e grotteschi di ogni genere. In particolare, l'antieroe noto come Toxic Avenger ha alle sue spalle una storia assai particolare: in origine un ragazzo timido ed introverso, vittima preferita dei bulli, dopo un triste incidente occorsogli a causa di uno scherzo di pessimo gusto si ritrova a cadere da una finestra, atterrando in un barile di rifiuti tossici posto proprio sotto quest'ultima. Ben presto, la misteriosa sostanza ha su di lui un effetto devastante. Il suo fisico comincia a crescere a dismisura, il suo volto diviene deforme ed orribile.. anche se, in compenso, guadagna dei super poteri. Forza smisurata ed insensibilità quasi totale al dolore, il giovane decide quindi di far tesoro di questo "dono" (nonostante le deformità..) e di divenire dunque un supereroe al servizio del bene collettivo, riuscendo anche a sgominare una pericolosissima banda di mafiosi. La figura non sembra però tributata in maniera troppo "fedele", in quanto i Lost Society sembrano mostrarci una specie di mostro intento solamente a bere (come il Thrashman precedente) e per di più definito come "queer", aggettivo che in inglese suona sia come "strano" che come "froc*o", usato infatti per descrivere l'atteggiamento eccessivamente effeminato di molti omosessuali maschi. Non ci è dato sapere effettivamente cosa - come e quando, possiamo unicamente basarci su ciò che leggiamo e dunque cercare di trarre queste conclusioni.

This Is Me

Il secondo terzo di disco viene quindi chiuso da "This Is Me (Questo sono io)", che recupera in maniera prepotente le velleità groove dei Lost Society, i quali si presentano in questo pezzo mettendo in chiaro (come se ce ne fosse stato bisogno) il loro amore per i Pantera. Il brano comincia a palesarsi "a singhiozzi", proponendoci degli interessanti "stop and go" sui quali possiamo quasi immaginare Samy saltare sul palco come solo Phil saprebbe fare. Un groove generato soprattutto dall'accoppiata vincente Ossi / Mirko, bravissimi in fase di impostazione e capaci dunque di generare questa ruggine novantiana della quale possiamo godere appieno, facendoci trasportare da queste ritmiche violente e frastornanti. Si torna alla cattiveria Thrash priva di quartiere verso il secondo 00:54, in cui si torna a picchiare su ritmiche veloci ed esasperate, riprendendo stilemi particolarmente cari ala vecchia scuola americana, anche se l'avvicendarsi di un assolo à la Darrell richiama prepotentemente in ballo il groove udito in precedenza. Il brano continua dunque a snodarsi su questa particolarità, tributando i Pantera così come la titletrack aveva praticamente reso omaggio ai Megadeth. Potremmo quasi prendere i due brani come esempio e porli su di un gradino superiore al resto degli altri, proprio perché maggiormente indicativi di quel che effettivamente i Lost Society sono: un band di ragazzi degli anni '90 appassionata di sonorità anni '80. Il connubio fra i due stilemi è presto servito. Continuiamo con i testi brevi e di impatto, in questo caso ci troviamo dinnanzi ad un'autentica volontà di affermarsi e far valere il proprio "io" contro chiunque cerchi di affossarci o renderci parte di un gregge. Entrando a gamba tesa e commettendo un fallaccio da cartellino rosso, i Lost Society proclamano a gran voce di voler essere loro stessi e che nessuno deve avere nulla da obbiettare, su questo. "Io sono io e voi non siete un ca**o", direbbe un famoso attore, e questa massima del compianto Albertone sembra proprio descrivere in maniera impeccabile l'attitudine selvaggia di una band di giovani ragazzi arrabbiati ed irrequieti. Forse un po' troppo, diciamo che spesso l'eccesso di termini stereotipati e ripetuti sino alla nausea ("putta*a", "succhia ca**i" come se piovessero) potrebbe alla lunga stancare.. ma parliamoci chiaro: siamo dinnanzi ad una band di ventenni, e se ad un ventenne togli la rabbia e la volontà di farsi notare in maniera dura e diretta, cosa dovrebbe rimanere? Meglio sfogarsi subito e divertirsi come meglio si crede, piuttosto che campare cent'anni di rimpianti. Per questo possiamo accogliere con simpatia un testo come questo, pregno di ribellione, voglia di affermarsi, di essere arroganti e presuntuosi ma mai in senso negativo o fastidioso. Loro.. sono loro, non possiamo assolutamente pretendere che dei giovanissimi Thrashers si dedichino al salutismo o magari divengano portatori sani di bon ton. Giammai! E' così che li vogliamo: incazzati e diretti, disposti ad urlare in faccia a chiunque quel che sono, senza vergogna né timori.

Braindead Metalhead

Le urla all'unisono dei Nostri ragazzi aprono uno dei tre brani finali (escluse le Bonus Tracks che vanno a comporre un ultimo quintetto e dunque a ripartire il disco in tre terzi da cinque canzoni ciascuno), "Braindead Metalhead (Metallaro cerebralmente morto)", che si apre dunque in maniera diretta e meravigliosamente violenta. Riffone Megadethiano "ed è subito festa", come reciterebbe un noto slogan; i Nostri sembrano abbandonate velleità troppo sconfinanti in sperimentazioni Groove e cercano di porgere il fianco a quella che fu la gloriosa vecchia scuola a Stelle e Strisce, andando anche a recuperare un po' di sanissima rabbia Hardcore Punk quando serve ed è il caso. Un brano dalla modesta durata che dunque permette ai Lost Society di svelarsi meglio e di poter dar vita ad un qualcosa di sicuramente più di ampio respiro. Il lavoro chitarristico è a dir poco puntuale e preciso, le asce di Samy e Arttur possono dialogare con caparbietà ed efficacia dando vita a solidissimi intrecci di forgia Thrash Made in U.S.A., anche svelando una discreta tecnica, mentre il basso rinuncia ad essere in questo caso "troppo" frastornante risultando maggiormente "educato" e mai prevaricatore. Particolarmente cesellatore, agevolissimamente sviluppato su di un tappeto ritmico di tutto rispetto fornitoci dalla precisa batteria di un Ossi più che mai vero e proprio valore aggiunto di un gruppo che deve molto alle sue capacità di "metronomo" umano. Finalmente possiamo ascoltare un assolo "per intero" e non spezzettato lungo due minuti di canzone.. e verrebbe quasi da chiedersi se, visto e considerato che nei minutaggi più importanti i Nostri riescono a dare il meglio di loro, non sarebbe stato meglio diminuire la scaletta e rimpinguare di preziosi secondi le track alla fine scelte per far parte di questo disco. Forse una piccola critica da muovere è per l'appunto questa. Tuttavia, riflessioni a parte, il brano è perfettamente confezionato e molto gradevole, esaltante e capace di scatenare una gran voglia di moshpit. Batteria trita ossa e chitarre "Pure HxC Thrash", non possiamo veramente chiedere di più ad un gruppo di ragazzi che sembra si stiano divertendo un mondo, lungo tutto questo pazzo viaggio a suon di note distorte e decibel aumentati in climax senza ritegno alcuno. Il testo, in questo caso, sembra descrivere la vita di un metallaro.. "sull'orlo di una crisi di nervi", come si suol dire. Il protagonista è infatti un musicista che cerca a tutti i costi di mettere ordine nella sua vita artistica e personale, cercando di tirare fuori il meglio di sé, per poter finalmente tirare fuori dal suo strumento quel che cerca ed agogna. Per farlo ha però bisogno di calma e tranquillità, cercare in tutti i modi di far quadrare il cerchio e soprattutto di non andare fuori di testa. Anche se c'è molto vicino, visto che al pari degli strumenti, egli sembra saper maneggiare molto bene anche delle armi (viene infatti descritta la sua affinità con coltelli serramanico ed accette..) con le quali potrebbe in qualche modo divenire un novello Jack Torrance. Troppo lavoro e zero divertimento, se riuscisse ad equilibrare la situazione potrebbe senza dubbio andare avanti nelle sue composizioni e finalmente trovare quel groove che tanto cerca. Anche queste lyrics risultano molto brevi, se non altro lasciano poco spazio all'immaginazione e si fanno intendere molto meglio di molte altre come "Toxic Avenger" o "Lead..".

Piss Out my Ass

Il basso di Mirko è il grande protagonista del penultimo brano della versione canonica del disco, "Piss Out my Ass (Andatevene a fanculo)": bella cavalcata eseguita in maniera magistrale e presto raggiunta da una ritmica esasperante e da chitarre, esattamente come nell'episodio precedente, intente a sfoggiare velleità Megadethiane prive comunque della foga Hardcore che avevamo udito. In questa circostanza il tutto è unicamente indirizzato verso un Thrash Metal violento e quasi risultante essere un mix fra tendenze americane ed europee. Se l'impianto generale dei riff ricorda infatti i Megadeth, il modo maggiormente "feroce" con il quale sono eseguiti unito al modus con cui Samy grida "Piss Out my Ass!!!" sembra rievocare i primi Tankard, quelli non ancora giunti ad un'immagine volutamente grottesca e dissacrante ma dediti comunque ad un Thrash violento e possente. Due minuti sono effettivamente pochi, verrebbe da chiedersi cosa sarebbe venuto fuori se i Nostri avessero deciso di osare maggiormente, anche perché il brano in sé per sé funziona benissimo ed il singer sembra ispirato più che mai, fra urla e rabbia sfogata magistralmente nel microfono. Sembra quasi come se il pezzo venisse "tagliato" ed una sua porzione venisse isolata dal minutaggio reale, che se si fosse stagliato verso i 3:50 ci avrebbe regalato sicuramente molte più soddisfazioni. Intendiamoci, in queste vesti non è certo brutto.. ma il suo essere limitato a soli centoventi secondi lo rende quasi sbrigativo, incapace di risplendere donandoci magari un assolo particolarmente ispirato o degno d'essere ricordato. Come se, per l'appunto, un brano di quattro minuti fosse stato tagliato grossolanamente in due. Se si ha la tecnica e la capacità per mettere su comunque un brano godibile come questo, fatto di asce taglienti e ritmica inferocita, si potrebbe sicuramente osare molto ma molto di più. Leggendo attentamente le lyrics, sembra quasi di trovarci dinnanzi ad un ribaltamento della ben nota "Commuter Man" dei crossover-thrashers D.R.I. Se questi ultimi lodavano una sorta di attitudine "squatter", una vita fatta di pigrizia consapevole, il protagonista di "Piss.." sembra invece maledire il suo status di inattività. Egli ha perso casa e macchina per colpa della mafia, si trova senza lavoro e per questo è costretto a girare per la città quasi come un barbone, indiavolato ed imbufalito con tutto e tutti. Odia la gente che gli manifesta pietà, perché con quest'ultima non può comprare del cibo e soprattutto non lo aiuta a trovare un tetto sotto il quale riposare. Come un cane randagio e rabbioso riceve anche calci ed urla, "inviti" ad andarsene e a non girovagare per le vie della città in quanto i "rispettabili cittadini" hanno bisogno di tranquillità. Egli un tempo era come loro e solo ora si rende conto di cosa significhi essere la pecora nera. Quindi, in sostanza, avrebbe solo voglia di urlare un gigantesco "vaffancu*o" a tutto il mondo, a chiunque gli dia una compassionevole pacca sulla spalla, a chiunque gli sferri un calcio. Insomma, a quel paese l'intero mondo, insensibile ed ingiusto.

Fatal Anoxia

Arriviamo dunque alla fine della canonica tracklist con il palesarsi di "Fatal Anoxia (Anossia Fatale)", episodio forgiato fra le fiamme dell'estremo ed altri momenti sicuramente più tranquilli e riflessivi. Si parte però alla grandissima pigiando fortissimo sull'acceleratore; il riffing è sin da subito asfissiante, così come la ritmica che decide di inasprirsi oltrepassando i limiti dell'umanamente accettabile: basso e batteria corrono in una maniera incredibile, le chitarre sembrano due autentiche frecce scagliate senza rimorso contro un nemico e la voce di Samy riesce nel difficile compito di rendere giustizia alla violenza sonora che stiamo ascoltando. Un ugola sgraziata, portatrice di guai e sciagure, perfettamente stagliata sulla slavina incontenibile di note e crudeltà che i Lost Society ci sparano in volto senza nemmeno porsi il problema di poterci fare del male. E' quel che vogliono, disintegrare ogni nostra difesa e sfondare la barricata, come un'alluvione intenta a travolgere a suon di colonne d'acqua tutto ciò che gli si paia dinnanzi. Si continua su questo stilema sino alla fine della prima metà del brano, momento in cui tutto si placa e le chitarre divengono molto più "oscure" e riflessive, quasi come se il tutto si fosse dato una gran calmata e stesse per l'appunto cercando di placare la tempesta sonora appena udita. Si continua con questa strana "quiete" senza altri particolari sussulti, e se dunque il primo minuto abbondante era divenuto appannaggio totale della volontà di assalire, la seconda tranche ci mostra un qualcosa di complementare ma assai diverso. Ci si aspetterebbe anche che da un momento all'altro il tutto potesse ripartire a picchiare, farci udire un bell'assolo, condurci alla fine in maniera sfrenata.. ed invece veniamo di nuovo lasciati "insoddisfatti", a domandarci cosa fosse successo se i Nostri avessero sfruttato una durata maggiore, dando al pezzo un respiro ben più ampio. Un bellissimo brano che, ancora una volta, ci sembra "incompiuto" nel suo essere. Il testo, poi, è a dir poco inesistente: praticamente, la ripetizione del titolo fino alla fine del brano. Si può, tuttavia, spiegare il significato della parola "anossia"; quest'ultima consiste nella diminuzione o totale mancanza di ossigeno molecolare a livello cellulare. L'anossia può essere istotossica, cioè dovuta al danneggiamento dei tessuti, oppure conseguente a un diminuito apporto di sangue nei tessuti interessati. In questo caso si può parlare di anossiemia. E' una situazione di emergenza che se non risolta celermente porta in breve tempo alla morte dei tessuti, sensibili alla mancanza d'ossigeno.


Bonus Tracks: Escape From Delirium

"In coda", troviamo due tracce allegate alla tracklist canonica aggiunte a mo' di bonus. La prima del duo è "Escape From Delirium (Scappando dal delirio)", la quale spazza totalmente via quel senso di "incompiutezza" lasciatoci dall'ascolto di "Fatal Anoxia"; lo fa nel migliore dei modi, iniziando immediatamente proponendoci un riff di forgia Slayer periodo "Show No Mercy", subito condito da un assolo veloce e prorompente, magnificamente spalmato su di un tappeto sonoro estremo e privo di compromessi. La batteria di Ossi ruggisce ed i tamburi tremano grazie ad un drumming tellurico, le chitarre martellano incessantemente ed il basso cesella il tutto rendendo il sound corposo e robusto come un bel bicchiere di vino rosso d'annata. Si continua a "slayerare" sino al minuto 1:20, momento in cui i Nostri tirano nuovamente fuori la loro attitudine "made in '90" e la uniscono alla foga tipica del thrash '80 a Stelle e Strisce, dando vita ad un connubio letale, estremo, istigante al moshpit più violento e selvaggio. Voce perfetta e nuovamente cori a supporto.. il bello è che il pezzo non si interrompe improvvisamente causa breve durata!! Anzi, si continua imperterriti a dispensare ed elargire violenza quasi fosse pane appena sfornato, inutile dire che non ne saremo mai sazi. Il pezzo continua dunque su questa falsa riga, arrivando ben presto ad un nuovo momento solista che supera di gran lunga quello iniziale, mostrandoci un Samy letteralmente sugli scudi ed intento a mostrarci cosa ha imparato da personaggi come Dave Mustaine e Jeff Hanneman. Arttu è bravissimo in fase di supporto ed inutile dirlo la coppia ritmica Mirko / Ossi non ne sbaglia una nemmeno sotto tortura. Il brano può dunque godere di un respiro ben più ampio dei precedenti ed è quanto meno spiazzante il fatto che non sia stato inserito nell'effettiva tracklist. Avrebbe letteralmente fatto sfaceli, in combo con "Trash All Over You" avrebbe potuto formare una coppia d'assi in grado di disintegrare qualunque cosa. Il testo sembrerebbe essere una sorta di amaro resoconto circa una vita totalmente devastata. L'alcool è di nuovo protagonista, tuttavia non sembra essere lui la causa del rimuginare del protagonista. Egli si sente totalmente affranto e sconfitto, come se fosse intrappolato in un delirio perpetuo. La sua testa è il suo nemico principale, i suoi pensieri negativi, i suoi demoni lo braccano per potergli rinfacciare ogni minuto, giorno ed ora i suoi fallimenti, tutto ciò che lo hanno portato ad essere il fallito che egli crede di essere. Beve per dimenticare, per fare in modo che la paura non lo attanagli: se sarà sufficientemente ubriaco, non sentirà nessuna voce, bella o brutta che possa essere. Quel che non ti ammazza non ti rende più forte, fa solamente un male cane. Un male che continui a sentire proprio perché non muori, proprio perché la tanto agognata pace eterna sembra volerti tenere lì dove sei, a soffrire affogando nelle tue stesse lacrime, ricoperto dal sudore scaturito dalla paura. La testa del Nostro è piena di scene di violenza, piena di negatività.. egli non può più sopportare tutto questo e spera prima o poi che possa passare. Non ha nemmeno troppo nulla contro, nei riguardi di sé stesso; è il mondo, a fargli totalmente schifo. Egli è in guerra con tutto ciò che lo circonda e non sa se ancora avrà le forze per potervisi opporre.

I Stole Your Love

Si chiude in bellezza con un omaggio che i Lost Society decidono di tributare nientemeno che ad una delle band più influenti ed importanti della storia del Rock, quei KISS ispiratori di intere generazioni di musicisti Hard 'n' Heavy. Il pezzo scelto è uno dei più belli del combo americano, ovvero "I Stole Your Love (Ho rubato il tuo amore)", open track dello splendido "Love Gun", datato 1977. Una open track divenuta in breve tempo punto fisso delle loro scalette di ieri ed oggi, il brano giustamente definito da Episch Porzioni come "l'open track che ogni disco Rock dovrebbe avere". Difatti, l'incredibile energia - carica Rock 'n' Roll che l'originale sa profondere, è in questo contesto magnificamente adattabile alla volontà dei Nostri di dar vita ad un assalto Speed Metal con i contro attributi. Il leggendario riff d'apertura del brano originale viene Thrashizzato a dovere e la batteria si rivela assai più aggressiva che nell'originale, con il basso anch'esso reso più frastornante e "prepotente" nel suo incedere. Tuttavia, a parte queste necessarie modifiche, il pezzo non sembra affatto essere stravolto o comunque suonare come "strano". E' un tributo sincero e sicuramente ben riuscito, che mantiene intatta la verve dei KISS ed aggiunge anche (oltre all'assolo ben noto) un nuovo momento solista in cui Samy riesce a dare letteralmente il meglio di se stesso, attingendo dall'esperienza di Ace Frehley per presentarci un qualcosa in bilico fra l'Hard Rock e l'Heavy Metal, veramente un'aggiunta eccezionale per quello che risulta essere un altro momento che sicuramente non avrebbe sfigurato all'interno della normale tracklist. Rock 'n' Roll e Thrash Metal si incontrano dunque per dare vita ad un ibrido splendidamente valido ed affascinante, nel quale un gruppo di giovani di bellissime speranze tributano a dovere l'eccezionale lavoro svolto da una band leggendaria come quella di New York. Davvero un gran momento, pezzo divertente e frizzante, in grado di catturare l'attenzione e spingerci a far casino in comitiva, uniti sotto la bandiera del Metal. Il testo non viene alterato e viene dunque presentato nella sua forma originaria: come molti dei pezzi dei KISS, esso parla di relazioni uomo-donna non propriamente impegnate od importanti. "Ricordo il giorno in cui ci siamo incontrati, io avevo bisogno di qualcuno, ed anche tu", basterebbe solo questa frase per farci capire che ci troviamo dinnanzi ad una scappatella consensuale, una relazione fugace e consumata in un impeto di passione. Poeti del sesso e del divertimento notturno, i KISS tessono dunque l'ennesima storia in cui i due protagonisti giocano quasi a rincorrersi, con Lei che sembra tenere in mano le redini della faccenda, facendo la preziosa dall'alto del numero incredibilmente elevato di pretendenti che le ronzano attorno. Lui, invece, cerca in ogni modo di scalzare la concorrenza e far sua una donna a tratti inarrivabile. Come convincerla? Come fare per renderla sua per sempre? Ovviamente, riuscendo a far meglio di tutti quello che lei ama fare di più, al mondo. Dimostrarsi un campione sotto le lenzuola! Solo così l'uomo potrà rubare l'amore della sua diletta ed unirla indissolubilmente a lui, facendole provare quella passione che altrimenti nessuno riuscirebbe a trasmetterle.

Conclusioni

Sulle note di questa bella cover, dunque, termina il nostro viaggio all'interno di questo debut album. Viaggio divertente, scalcinato e particolarmente coinvolgente, questo possiamo ammetterlo senza troppi problemi. Abbiamo parlato all'inizio di quanto il genere Thrash ultimamente sia molto gettonato ed appunto per questo sforni a cadenza quasi mensile una band diversa di volta in volta, altre a loro modo originali e valide, altre invece troppo inclini ai vecchi dettami ed incapaci di proporci un qualcosa di veramente valido e significativo. Fortunatamente, questo non è il caso dei Lost Society, che con il loro rimarcare senza vergogna la propria appartenenza ANCHE agli anni '90 riescono a rendere la loro proposta musicale mai trita o banale. Variazioni significative all'interno di un unico pezzo, bei groove sentiti e possenti, velocità killer quando serve e tanta voglia di affermarsi, di far notare il proprio nome a suon di decibel. Come già detto, forse i testi non saranno l'emblema dell'originalità.. eppure funzionano ed a modo loro sono perfettamente coniugati a ciò che strumentalmente parlando stiamo ascoltando. "Fast Loud Death" è un disco che cattura e diverte, che riesce a farsi apprezzare proprio per la sua spontaneità e genuinità. La produzione, benché curatissima, è stata comunque attenta a non rendere eccessivamente plasticoso ed artefatto il sound dei ragazzi, anche se un tocco in più di "bastardaggine" stradaiola e ruvidezza non avrebbe di certo guastato l'intero album. E' comunque una questione di lana caprina, l'importante è quel che i pezzi riescono a trasmettere; e su questo potete scommetterci, ascoltare un album come questo equivale a passare quarantatre minuti di spensieratezza e sacrosanta voglia di scatenare l'inferno a suon di moshpit ed headbanging! L'unico appunto che mi sentirei eventualmente di muovere riguarda forse il minutaggio delle varie track. Quindici pezzi di cui due bonus tracks, sulla carta un debutto imponente, in sostanza molto più leggero di quel che si creda, proprio perché diversi brani si stagliano all'incirca sul minuto - due minuti di durata. Molta carne al fuoco che rischia comunque (paradossalmente!) di non saziarci a dovere, nel senso: molte trovate udite nei momenti più brevi del disco sono effettivamente buone, e viene spontaneo chiedersi che cosa sarebbe potuto succedere se i Lost Society avessero deciso di svilupparle all'interno di un pezzo di durata standard, nemmeno troppo lunga. Diversi pezzi suonano infatti quasi come incompleti ("Fatal Anoxia" su tutti) e decisamente questo non è un punto molto a favore, proprio perché a determinati stilemi adottati anche la musica dovrebbe confarsi, necessariamente. Se si è un gruppo come questo, intenzionato certamente ad aggredire a suon di Thrash ma comunque a mostrare anche tecnica e varietà di stili, è quanto meno limitativo optare per un minutaggio "tipico" del Grindcore o del Crossover, generi in cui i pezzi possono anche durare meno di un minuto perché in quei determinati casi chi ascolta si aspetta unicamente violenza sonora senza troppi cambi o ribaltamenti di prospettiva. Tante idee condensate in un pezzo di due minuti non possono per forza di cose essere espresse come si deve, soprattutto se si mostrano velleità Megadethiane unita ad una sana dose di Pantera ed Exhorder. Rinunciare a cinque pezzi in scaletta, accorpandoli per crearne magari due o tre più ampi e di media durata, sarebbe stato senza dubbio meglio. Tuttavia, non si può biasimare troppo il gruppo per aver fatto questa scelta, in quanto le opinioni personali tali rimangono e senza dubbio c'è chi può apprezzare le tracce anche in questa veste. Quel che conta è il contenuto, e quello senza dubbio funziona. I Lost Society hanno sicuramente il merito di proporre un sound molto personale, estremamente diverso da quello di altre band come Violator o Fueled By Fire, intenzionati unicamente a tributare un passato che per forza di cose non gli appartiene. Ben venga, dunque, la personalità, la rabbia e la sana arroganza di un gruppo come questi giovani ragazzi finlandesi!

1) N.W.L
2) Trash All Over You
3) E.A.G.
4) Kill (Those Who Oppose Me)
5) Bitch, Out' my Way
6) Fast Loud Death
7) Lead Through the Head
8) Diary of a Thrashman
9) Toxic Avenger
10) This Is Me
11) Braindead Metalhead
12) Piss Out my Ass
13) Fatal Anoxia
14) Bonus Tracks: Escape From Delirium
15) I Stole Your Love
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