LION'S SHARE

Dark Hours

2009 - Blistering Records

A CURA DI
CESARE VACCARI
11/04/2012
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

"Dark Hours" è il secondo album di quello che potremmo definire il "secondo periodo" della carriera artistica degli svedesi Lion's Share, oltre ad essere il primo realizzato per la label Blistering Records. A differenza dei primi tre album pubblicati negli anni '90, a partire dal 1995, di stampo decisamente prog-metal, che si possono far rientrare nella prima incarnazione del combo, sia parlando di direzione artistica che di organico dei musicisti coinvolti.

"Entrance", quarto album datato 2001, è un'opera di transizione, in cui non erano ancora chiare le intenzioni della band e che ha lasciato insoddisfatti una buona parte dei fans, me compreso.

Con il ritorno nel 2007 e l'album "Emotional Coma", di stampo decisamente più power classico, inizia il nuovo percorso della formazione, ma che in realtà è un ritorno alle origini. Lo stesso Lars Chriss, chitarrista e mente che si cela dietro il moniker, ha avuto modo di dichiarare in diverse interviste che l'impostazione prog dei primi album veniva dalla presenza di Andy Engberg alla voce, unico elemento della band appassionato di tale genere.

Complice dello spostamento verso i canoni più classici del metal è sicuramente la voce corposa e potente di Patrik Johansson, dal caratteristico timbro vocale molto simile a quello di Ronnie James Dio. Il trio di base, ormai consolidato, dei Lion's Share è composto, oltre che da Patrik, da Lars Chriss, chitarrista e fondatore e da Sampo Axelsson al basso. Ospiti nella realizzazione di "Dark Hours" Richard Evensand (Chimaira, Soilwork, Therion) e Conny Pettersson (Anata) dietro i tamburi, e Michael Romeo (Symphony X) alla chitarra.

Anche se il precedente "Emotional Coma" era certamente un buon album, questo suo seguito è decisamente superiore in quanto a freschezza e qualità delle composizioni. Già la track di apertura, "Judas Must Die", che ha iniziato a circolare un paio di mesi prima dell'uscita dell'album, provoca un sobbalzo sulla sedia fin dal primo ascolto.

La struttura è molto semplice, cosa che giova notevolmente all'immediatezza della canzone, ma il drumming devastante, difficilmente ripetibile, sotto una chitarra dalla ritmica senza tregua, non può lasciare indifferente anche l'ascoltatore più incallito. Buona, come del resto in tutto l'album, la prestazione di Patrik Johansson dalla grinta inossidabile, paragonabile a quella del compianto Ronnie James del periodo Black Sabbath.

Non sono da meno le due canzoni che seguono: la terzinata "Phantom Rider" conserva un ottimo tiro ed ha la caratteristica di cambiare completamente tempo e velocità durante il ritornello; evidente l'influenza dei seminali Mercyful Fate nella costruzione degli assoli che si alternano alle parti cantate. "Demon In Your Mind" riporta alla mente i Soilwork di "Natural Born Chaos", certamente a causa dell'uso e del suono della tastiera, utilizzata con parsimonia in questo album, ma sempre con ottimi risultati; probabilmente la cosa è puramente casuale, anche se la presenza di Richard Evensand potrebbe far pensare il contrario.

Sembra quasi un outakes di "Mob Rules" la seguente "Heavy Cross To Bear", un mezzo tempo dalla cadenza molto oscura. Sempre su canoni classici anche "The Bottomless Pit", dal grintoso riff e dal bridge che porta al ritornello particolarmente sulfureo.

La scelta dei titoli delle canzoni che seguono è in qualche modo particolare: non ho idea se la cosa sia stata cercata o se dovuta al caso, ma ogni canzone riporta alla mente un'opera cinematografica. Ed ecco "Full Metal Jacket" (il riferimento al film di Kubrick del 1987 mi sembra evidente), veloce e micidiale, nel cui testo si parla dell'assurdità delle guerre e delle ridicole giustificazioni che le scatenano. Oppure "The Presidio 27" ("The Presidio" di Peter Hyams o anche "Assault to Precinct 13" di John Carpenter), canzone dalla struttura molto varia, dove vengono alternati momenti dal ritmo quasi tribale ad altri più veloci e power, dalla ritmica retta dalla doppia cassa. Tra le variazioni che la caratterizzano, da menzionare un incredibile riff di chitarra posto come bridge tra l'assolo e l'ultimo ritornello, utilizzato qui per pochi secondi ma con il quale il novanta per cento delle bands teutoniche di power metal avrebbero realizzato un album intero!! Ancora "Barker Ranch", che richiama alla memoria l'ultimo rifugio di Charles Manson e della sua "famiglia", situato nella Death Valley, e dove fu filmato il documentario "Manson" di Robert Hendrickson, candidato agli Oscar nel 1970. La canzone, introdotta dalla tastiera, è sorretta da una chitarra ritmica incalzante sulla quale la voce di Patrick interpreta in maniera magistrale tutta la drammaticità del contesto.

E non mi dite che "Napalm Nights" non vi riporta alla memoria "Apocalipse Now" di Francis Ford Coppola. Anche in questo caso il tema principale è retto dal bel riff di Lars Chriss, con una sezione ritmica potente e poliedrica, notevole la batteria. Anche in questa traccia è da segnalare l'uso intelligente della tastiera negli arrangiamenti. Nella parte centrale l'atmosfera diventa surreale e l'impressione di essere immersi in una palude fino al collo e di avanzare a fatica diventa tangibile. "Space Scam" non fa riferimento ad un film in particolare, ma sembra più un omaggio generico alla Space Opera, genere oltre che cinematografico soprattutto letterario. Il cantato è sopra un mid-tempo comunque sorretto dalla doppia cassa, mentre il ritornello è più ad ampio respiro con il tempo dimezzato. A chiudere l'album "Behind the Curtain": in questo caso non vedo evidenti riferimenti al mondo della celluloide (o dovrei dire "del digitale"??...) ma un vero e proprio omaggio ai maestri Black Sabbath di "Heaven and Hell" e del già citato "Mob Rules". Il riff centrale sembra strappato dalle corde della chitarra di Iommi ("Children Of The Grave") e il finale oscuro avanza funesto con la cadenza del passo di uno zombie: grandioso.

Dal punto di vista grafico, la copertina riprende lo strano personaggio tri-cornuto già protagonista della cover del precedente album, in questa occasione ancora più aggressivo e pericoloso, viste le catene che lo trattengono a fatica.

Produzione stellare, come al solito, mi verrebbe da dire, visto che chi segue i Lion's Share è abituato a suoni granitici e dal notevole impatto, spesso ottenuti grazie alla grande professionalità e all'orecchio fino di Lars Chriss, ottimo produttore oltre che bravo musicista. In questo caso i meriti vanno anche riconosciuti a Jens Bogren, già responsabile dei lavori di Paradise Lost, Amon Amarth, Opeth e Symphony X.

"Dark Hour" in definitiva di presenta come un album di power metal classico molto ben costruito: non contiene drastici cali di tensione, è sempre molto vario, sia come scelta dei tempi sia nello sviluppo di ogni singola canzone, nonostante la durata media di queste si mantenga intorno ai quattro minuti. Questo significa avere la capacità di concentrare in quei pochi minuti tutta la creatività della band e offrire il meglio che questo genere può dare. Genere, per altro, dalle caratteristiche ormai ampiamente collaudate e, se vogliamo, anche scontate. Ma i Lion's Share, attingendo da generi contigui, come il death metal melodico o il dark sound dei grandi maestri degli anni '70, sono riusciti a sfornare un lavoro che sorprende piacevolmente ad ogni ascolto le mie (e spero anche le vostre) orecchie.


1) Judas Must Die
2) Phantom Rider
3) Demon in Your Mind
4) Heavy Cross to Bear
5) The Bottomless Pit
6) Full Metal Jacket
7) The Presidio 27
8) Barker Ranch
9) Napalm Nights
10) Space Scam
11) Behind the Curtain