LINKIN PARK

Hybrid Theory

2000 - Warner Bros

A CURA DI
ANDREA ORTU
11/05/2022
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Siamo sul finire del 2001 e tu sei un ragazzino di quattordici anni appena uscito dalle medie, elettrizzato e insieme un po' smarrito all'idea d'introdurti in quello che ti sembra - un pelo ingenuamente - il mondo dei "quasi grandi", quello dei motorini fuori scuola, delle sigarette che non hai mai da accendere, delle autogestioni e naturalmente delle canne, fumate neanche troppo di nascosto nei cessi tra l'ora di matematica e quella di educazione fisica. A casa hai una playstation, quella originale, con una pila dignitosamente alta di giochi piratati, e una libreria a parte solo per Dragon Ball, Inu Yasha, Berserk e pure qualche vecchio Dylan Dog. Naturalmente hai anche un nascondiglio segreto per i fumetti porno, e come dice quel meme dannatamente malinconico, "sei felice" e non lo sai. Ovviamente hai anche uno spazio appositamente dedicato ai tuoi pressoché inesistenti gusti musicali. In mezzo a quel marasma di CD hai letteralmente di tutto: residui dell'anno prima tipo Eiffel 65, Articolo 31, Gigi D'Agostino, Eminem (The Marshall Mothers Lp, ovviamente), allegramente mischiati a roba dei Red Hot Chili Peppers, The Offspring, Bomfunk Mc, Madonna (che non sapevi chi fosse finché non l'hai sentita in American Pie), Robbie Williams, Subsonica e Green Day. Nel mucchio trovano spazio anche gli album che ti hanno regalato i tuoi genitori, un po' di musica italiana e buon vecchio hard rock, e tu, che sei espressione del tuo tempo ma non sei tipo da andare appresso alle tendenze, ti senti tutto in un allegro minestrone di note e di parole. Il tuo Cristo personale si chiama "Mtv" e il rap inizia ad andare per la maggiore (quel Marshall Mothers ha veramente cambiato la scena per sempre), ma a dire il vero stai iniziando a scoprire che le sonorità che preferisci sono quelle con le chitarre distorte, un tizio che urla e la batteria che rimbomba in indicibili acrobazie. A scuola conosci un po' di quelli più grandi e noti che ascoltano robe interessanti, hanno magliette dei Pantera e degli Slayer, i più connoisseur dei Meshuggah e dei Testament, oltre a una folta chioma di capelli lunghissimi a fare invidia alle ragazze. Non mancano quelli più alternativi, nostalgici di un passato recente incarnato dai Nirvana e trasposto di tanto in tanto sulla cara Mtv, a ridosso di una puntata di Daria o di Beavis & Butthead. Questi altri ti parlano di Soundgarden, Smashing Pumpkins e Alice in Chains, qualcuno - con l'espressione particolarmente depressa e un ciuffo nero davanti gli occhi - ti tira in ballo perfino Joy Division, Cure e New Order. Non ci sono gli smartphone, internet non è ancora in tutte le case e non ci sono community di riferimento (almeno, non per la gran parte dei comuni mortali, specie in Italia), e tutta quella mole d'informazioni ancora non riesci ad assimilarla. Non c'è niente da fare: dovrai formare da solo il tuo background musicale.
Ad un certo punto un videoclip in particolare inizia ad essere trasmesso in continuazione: è quello di "In The End", dei Linkin Park. Ok, li avevi già sentiti - dopotutto avevano già pubblicato altri tre singoli con relativi videoclip, tra cui quello di "Papercut" - ma ora ignorarli è divenuto pressoché impossibile. Dentro c'è un po' tutto quello che incarna il tuo tempo: il post- metal, l'hip hop, l'estetica romantica un po' cupa, i capelli a punta colorati e i tatuaggi. Ti piace, è fisiologico. Prendi un po' dei soldi che tieni da parte e vai a comprarti l'album in formato CD - originale, non piratato, perché è un vero regalo che fai a te stesso. Il disco si chiama Hybrid Theory, edito il 24 ottobre del 2000 da Warner Bros. Tu ancora non lo sai, ma stai per ascoltare il debutto di una band destinata ad essere la più influente del suo genere per gli anni a venire, almeno a livello mainstream.

Negli Stati Uniti il tempo della fredda Seattle è finito da un pezzo, ora è il momento dell'assolata California, laddove si sono formati molti dei padrini del cosiddetto "nu metal": i Korn, i Deftones, i Rage Against the Machine e ora anche i Linkin Park, proprio nel cuore di Los Angeles. La band è formata al suo esordio nel 1996 da Mike Shinoda, da sempre e per sempre il vero mastermind del gruppo, e da due suoi compagni di liceo, il chitarrista Brad Delson e il batterista Rob Bourdon, cui si unirà ben presto il cantante Mark Wakefield. In seguito, durante gli anni di Shinoda all'Art Center College of Design di Pasadena, si aggiungerà alla formazione anche il disc Jockey di origini sudcoreane Joe Hahn. Con loro c'è anche il bassista Dave "Phoenix" Farrel, in futuro rimpiazzato da Kyle Christener (a suo volta poi rimpiazzato dallo stesso Delson e da un numero di turnisti). Dal '96 al '99 la formazione cambia più volte il proprio moniker: all'inizio si chiamano semplicemente Xero, poi Xero 818 e in seguito, con l'abbandono di Wakefield su decisione del manager Jeff Blue, Hybrid Theory. Il nuovo nome non è solo un vezzo intellettuale, ma il simbolo della chimica tra il rap di Shinoda e lo stile del nuovo cantante, reclutato dal manager e fatto arrivare dall'Arizona con il preciso scopo di far decollare il progetto; il suo nome è Chester Bennington. Chester in quegli anni suona in una band che ricalca stilemi e sound del movimento di Seattle, ché dopotutto è un ventenne cresciuto a pane e grunge e la sua voce, già perfettamente delineata e matura, tende per certi versi a quella di uno dei principali modelli del singer, Chris Cornell, sebbene a una maniera meno calda e blueseggiante, ma più acida, disperante e caustica. Non mancano evidenti influssi punk (d'altra parte il punk è alla base di buona parte del rock alternativo anni '90), mentre nei suoi momenti più delicati, la voce di Chester vira verso la sensibilità di un Eddie Vedder, o la ricchezza espressiva di un Billy Corgan. Gli Xero non sono esattamente "famosi", ma al contrario delle realtà in cui Bennington è abituato a suonare sono una band vera, con alle spalle un management solido e una piccola etichetta discografica, la Zomba Records; per registrare la propria audizione e avere una chance di collaborare con Shinoda e compagni, Chester lascia la sua festa di compleanno nel bel mezzo dei festeggiamenti, molla il suo lavoro part time e da Phoenix, Arizona, prende l'aereo e vola dritto fino in California. Poco tempo dopo esce il primo EP eponimo degli Hybrid Theory, celebrazione della sinergia tra i due cantanti, e ovviamente - in chiave più ambia - tra un hip hop divenuto ormai di tutti e per tutti, ed un "post-metal" agli sgoccioli come espressione di una parte del mercato mainstream.
La band è in piena catarsi creativa, ma non riesce a trovare un'etichetta disposta a pubblicarla. Mentre i musicisti disperano e si danno da fare, qualcosa si muove in un sottobosco fino a quel momento esplorato poco o nulla dall'industria discografica, ma già terreno di nuove idee per i ragazzi d'una generazione che verrà definita di "nativi digitali": internet. La band ha un proprio dominio e lo usa per far conoscere il suo EP tra le community di appassionati, dando inizio a un processo a catena rilevante non solo per il futuro del progetto, ma per l'evolversi delle dinamiche legate alla comunicazione in generale. Tutto questo gli Hybrid Theory non lo sanno, sono solo ventenni che sguazzano nel loro tempo, cogliendone ogni espressione con naturalezza disarmante. L'occasione della vita arriva quando Jeff Blue chiude la sua Zomba Records e si unisce, in qualità nientemeno che di vice-presidente, alla Warner Bros Records. Ora la band ha un colosso vero alle spalle, e quasi cinque anni di lavoro cui attingere materiale per un album di debutto. C'è un solo problema: devono cambiare nome, ché "Hybrid" se l'è già preso l'omonimo duo britannico di Mike Truman e Chris Healings. Dopo un paio di idee scartate sembrano tutti concordare sul moniker "Lincoln Park", come il parco a Santa Monica, tipico luogo d'incontro per i giovani (e non solo) di Los Angeles. Dal momento che un po' in tutte le città americane c'è un parco dedicato a Lilcoln, sembra proprio una bella maniera per appartenere intimamente a ogni luogo in cui suonare durante i tour. Ma c'è un altro problema: su internet il dominio "lincolnpark" esiste già, e per quanto ai vecchi squali della Warner possa sembrare poco rilevante, per questi ragazzi lungimiranti avere un proprio sito internet è una questione di primaria importanza. Nasce così linkinpark.com, e insieme ad esso i Linkin Park. I talent scout della Warner non sono altrettanto lungimiranti, e cercano di mettere in ombra o direttamente far fuori Shinoda; dopotutto Chester è un cantante di bell'aspetto, emotivamente fragile e con una gran voce, abbastanza da far bagnare qualsiasi discografico assennato, nonché a farlo desistere da qualsiasi progetto sia anche solo vagamente rischioso - e quindi artisticamente rilevante. Il rapping bello tamarro del cantante giappo-americano, per loro, rovinerebbe l'armonia di un post-rock già sentito e facilmente vendibile. Togliere di mezzo la mente principale del progetto non è così folle come sembra, renderebbe anzi più semplice controllarne i musicisti, e poco male se il gruppo dura il tempo di un solo disco, se quel disco vende bene. Ma i Linkin Park fanno cerchio intorno al rapper e tengono duro sulla loro posizione, finché, il 4 ottobre del 2000, esce finalmente il loro album di debutto, intitolato in omaggio al nome che non hanno potuto scegliere per loro: Hybrid Theory. La copertina è opera proprio di Mike Shinoda, che tra le molte altre cose è un Graphic Designer, e presenta in primo piano lo stencil di un moderno soldato con ali di libellula, su di uno sfondo grigio tempestato di lettere a caso. L'influsso dell'hip hop sulla grafica è evidente, così come la dicotomia rappresentata dal soggetto principale: robustezza e delicatezza, potenza e fragilità. I Linkin Park spiegati in una sola immagine.
Col tempo escono tre singoli con i relativi videoclip, ma è con la messa in onda su Mtv del video di "In the End" - summa dell'anima più commerciale ma anche del talento del gruppo - che i Linkin Park passano da un crescente successo alla totale esplosione mediatica.

La copertina la trovi un po' strana ma ti affascina, ne cogli perfettamente quello spirito urbano che è parte del linguaggio della tua generazione. Sistemi il CD nel tuo lettore portatile che infili nella tasca della giacca, t'incammini verso scuola e premi "play".

Papercut

Il primo brano lo riconosci immediatamente dal suo attacco, sincopato e artificiale: è Papercut. Il brano d'apertura è infatti già uscito come singolo alcuni giorni prima di "In the End", forte peraltro d'un videoclip notevole, caratterizzato da una buonissima fotografia e da un'estetica piuttosto all'avanguardia - almeno per gli standard dei primi anni duemila. D'altra parte Mtv promuove una radicale e totalizzante cultura dell'immagine fin dal 1980, e l'estetica dei Linkin Park e del loro primo video ne rappresenta sostanzialmente lo zenit, il punto più alto prima del declino di Mtv stessa (che non morirà e arriverà fino ai giorni nostri, ma senza più rappresentare un punto cardine dell'immaginario collettivo giovanile). Ovviamente, l'effetto di tale forzatura mediatica è anche un relativo appiattimento, e il videoclip elevato a forma d'arte, certe volte a vero e proprio corto d'autore, esploderà come fenomeno solo intorno agli anni dieci del ventunesimo secolo. Ma stiamo divagando. Fatto sta che il video di "Papercut" è un gioiellino visionario capace di portare a schermo il senso stesso del brano - il disperante tormento d'un animo deformato dalle sue stesse paranoie - elevando le aspettative del pubblico nei confronti del gruppo e aprendo la strada al mostruoso successo di "In the End".
Il giro di basso che deflagra fin dall'inizio, poco dopo una breve introduzione ritmica, è opera di Ian Hornbeck e di Brad Delson, ora responsabile sia delle parti di chitarra che dei bassi; le care, vecchie e squillanti chitarre al nu metal servono a poco, perfino meno di quanto servissero al grunge, e ancora meno servono ai Linkin Park, che lasciano certe sfumature al sintetizzatore e ai piatti di Hahn, guidato a suo volta dal gusto per l'arrangiamento di Shinoda. Il risultato è un matrimonio curiosamente riuscito tra un frastuono tradizionalmente metallaro, seppure ridotto alla radice, e un brano hip hop che a volerlo estrapolare dal contesto funzionerebbe anche da solo. Il resto della formula è semplice: il cantante giappo-americano rappa, esaurendo buona parte delle liriche e alzando gradualmente la tensione, poi è il turno di Chester che quella tensione la rilascia sul ritornello, in una sorta di anti-climax perfettamente ricercato, rispettoso del significante crepuscolare di un testo palesemente figlio del grunge. I Linkin Park hanno sostanzialmente questo e altri due schermi, nel loro modus operandi. In seguito li scopriremo nel dettaglio.
Quanto al testo, "Papercut", così come una buona parte di tutta la poetica del progetto, è figlio del grunge e del suo intimismo, in aperta antitesi con l'antico spirito del rock 'n' roll, infuocato e donnaiolo, ancora dominante la fetta più tradizionalista della scena metal. In tal senso, il nu metal è un fenomeno piuttosto eterogeneo, con realtà attinenti ad un calderone genericamente definito alternative caratterizzate da una poetica emozionale, ricercata, un po' depressa e molto spesso autobiografica; tra queste vi sono senz'altro i Korn, in certa misura i Deftones, i Guano Apes, gli Incubus, tanto per citare alcuni esempi. Altre realtà sono tuttavia direttamente all'opposto, caratterizzate da un atteggiamento tutt'altro che crepuscolare, bensì luminoso, a volte rabbioso, in alcuni casi volutamente tamarro; tra queste troviamo i Limp Bizkit, gli Slipknot, o volendo scavare alle fondamenta i RATM, che con la loro militanza politica avevano richiamato radici importanti del rock 'n' roll inteso come movimento generazionale.
Altre realtà ancora stanno in una zona grigia, ma non è il caso dei Linkin Park: tranne poche eccezioni, la poetica della band è sempre ostaggio dell'animo avvelenato di Chester, a sua volta tragicamente ostaggio di sé stesso, come il mondo intero avrà modo di rendersi conto molti anni dopo. L'esempio di "Papercut" è calzante: il brano parla di paranoia, qualcuno dice addirittura schizofrenia, ma in ogni caso di un malessere psicologico tale da essere equiparato a dei papercut, dei tagli inferti con la carta. Forse perché è un disagio subliminale, doloroso a una maniera sottile ma onnipresente, soprattutto: invisibile a chi ci sta intorno. In questo caso, ad essere invisibile ma presente è una voce che sussurra di continuo dal nostro subconscio, che ride dei nostri fallimenti, che lentamente ci spinge in fondo al baratro. L'esecuzione è esemplare: Shinoda è la voce narrante, lucidamente conscia del proprio malessere, Chester è la voce della disperazione, sul ritornello e sull'anti-catarsi finale, mentre una terza voce (presumibilmente sempre interpretata da Shinoda) è il sussurro cinico e crudele di qualcuno che s'annida sotto la pelle, pronto a lasciare nuovi tagli invisibili ma terribilmente dolorosi. 

One Step Closer

"Hybrid Theory" gode ancora di un gusto tradizionale d'intendere il formato album. Mentre in futuro un album si ridurrà quasi sempre a una raccolta di canzoni più facilmente fruibili su Spotify, il debut dei Linkin Park è ancora pensato come opera d'insieme, in cui ogni singola traccia trova piena completezza solo insieme a tutte le altre. Luci, ombre, accelerazioni rabbiose, parentesi sperimentali, sono tutte disposte secondo un ordine piuttosto ricercato. Dalla coda di "Papercut" passi dunque rapidamente, e senza soluzione di continuità, al rabbioso scambio di battute che apre One Step Closer (letteralmente "un passo più vicino"). Il brano è il primo singolo estratto da "Hybrid Theory", uscito il 28 settembre del 2000 accompagnato da un videoclip firmato Gregory Dark (un regista noto per aver concorso ad inventare l'alt porn e per una serie di thriller erotici e b- movie - alcuni dei quali piccoli cult di nicchia). In questo caso, il video mischia sensazioni urbane a inquietanti suggestioni mistiche, mettendo in scena la fuga di una giovane coppia da visioni ai limiti del paranormale, plausibilmente emanazioni degli stessi Linkin Park, ripresi mentre suonano circondati da figure in costume che sembrano uscite da un sogno. Tra l'altro, nel video è presente anche Scott Koziol, autore dei bassi solo e unicamente in questo specifico brano.
La breve introduzione chitarristica  si traduce quasi immediatamente nel consueto muro di pura ritmica, tanto strumentale quanto vocale, equilibrata unicamente dall'esecuzione melodica d'ampio respiro di Chester, ora dolcemente sarcastico, ora rabbioso, fino ad una catarsi tutta urla, riff di basso e chitarra e scratching.
Quanto al testo, ritroviamo la consueta tendenza intimista, declinata stavolta a un vero e proprio sfogo emotivo intellegibile in vari modi, a seconda della sensibilità dell'ascoltatore. Il cantante infatti urla tutto il suo dolore e la sua ira, rivolto a un soggetto terzo che non ci è dato di mettere a fuoco (un genitore, un partner, un politico, l'ascoltatore stesso). Ogni qualvolta non riesce a esprimersi, ogni qualvolta viene interrotto, ogniqualvolta si trova a dover ascoltare le parole degli altri, a doversi rapportare ai pensieri degli altri, il protagonista del brano si trova "un passo più vicino al bordo" della propria follia. Si dice che Chester abbia pensato questa canzone ricordando la propria adolescenza (che nel 2000 era praticamente l'altro ieri), e con essa l'incomunicabilità con i propri genitori, la distanza tra la propria generazione e quella che tiene le redini del mondo, il semplice non riuscire a rapportarsi con individui di mentalità chiusa. Per Shinoda, che comunque ha le mani in pasta in ogni elemento artistico dell'album, testo compreso, "One Step Closer" è più generalmente la vicenda d'un individuo sul bordo della propria esistenza, al confine con la morte. Un'altra, meno prosaica, voce vuole che i Linkin Park abbiano pensato le liriche in un momento di esasperazione creativa, mentre tentavano di mettere insieme un altro pezzo dell'album, "Runaway".
Infine, ricordiamo un paio di aneddoti. Il primo riguarda ancora il testo e ce lo racconta lo stesso Chester, intervistato da "Kerrang!": Quando lo stavamo registrando, Don Gilmore (produttore dell'album) stava veramente martellando me e Shinoda riguardo il testo, arrivando al punto che abbiamo dovuto riscrivere alcune canzoni trenta volte! Ricordo che entrai nella control room, passai a Don le liriche e lui le prese, se le fece passare davanti alla faccia senza nemmeno guardarle, me le diede indietro, e mi disse di rifarle. Persi la mia fottuta testa, pensando, "questo tipo è un fottuto maniaco!". Ma in qualche modo l'episodio ispirò il testo - "I cannot take this anymore/I'm sayng everything you say to me takes me one step closer to the edge" - è venuto tutto fuori da quella frustrazione. Quindi, immagino che alla fine mi abbia ispirato alla maniera che desiderava.
L'ultimo aneddoto è decisamente più triste: il 5 marzo del 2001 la cittadina di Santee, nella contea di San Diego in California, si sveglia al suono degli spari del quindicenne Charles Andrew Williams, che armato di una calibro 22 uccide due studenti della sua scuola e ne ferisce altri tredici.
Williams è un grande fan dei Linkin Park.
Poco tempo dopo i media andranno in brodo di giuggiole accusando l'ennesima band metal (o pseudo-tale) e in particolare il loro brano "One Step Closer", di avere ispirato un assassino, costringendo la band a una pubblica dichiarazione - abbastanza stringata a dire il vero, ché in epoca pre-social ci si può ancora permettere di chiudersi in dignitoso riserbo: Come tutti, siamo estremamente addolorati da questi eventi e i nostri cuori vanno alle famiglie e agli amici delle vittime.
Purtroppo, l'operato del killer non migliora la situazione, giacché prima del delitto lascia una nota al padre in cui cita apertamente un altro brano dei Linkin park: "I tried so hard, and got so far, but in the end it doesn't really matter". Non c'è nemmeno bisogno di citare il brano in questione. 

With You

Il terzo brano, With You (Con te) è sostanzialmente un'opera di riciclaggio creativo, il ché non è necessariamente un indicatore di peggiore qualità complessiva. Ad esempio, il testo di natura per così dire "romantica" di questa traccia viene dritto, dritto dai tempi in cui Chester cantava in una band chiamata Grey Daze, che tra l'altro tornerà sulla scena con un nuovo album nel 2020, a ventitré anni di distanza dall'ultimo full length. Quanto a composizione e arrangiamento, "With You" è costruita tutt'intorno una manciata di sonorità gentilmente concesse dai Dust Brithers, regolarmente accreditati, famosi per aver scritto una quantità di sample fondamentali tra gli anni '80 e '90, e per aver prodotto dischi per artisti di rilievo nell'ambiente hip hop e non solo.
Il tema del brano è la fine d'una relazione e la straniante disperazione che segue. Chester e Shinoda si dividono equamente tanto le strofe quanto il ritornello, in un botta e risposta che segue il solito filo: pensiero cosciente da una parte, inconscio dall'altra. L'incapacità di affrontare i propri errori, il rifiuto di lasciare che il tempo cancelli i ricordi d'una relazione finita, si traducono in rigetto della realtà, e quest'ultimo in conflitto interiore. La realtà delle cose, tuttavia, non cambia: So, even though you're close to me / You're still so distant, and I can't bring you back - e così, anche se sei vicina, sei tuttavia così distante, e non posso riportarti indietro.
Il finale suggerirebbe un futuro riavvicinamento, forse un lieto fine a uso e consumo dei giovani fans della band, ma è più probabilmente un tale rifiuto del reale da portare l'innamorato a conclusioni irrazionali. La piega largamente intimista delle liriche è tipica del grunge, laddove non vi è più la femmina fatale che l'hard rock si era portato dietro dal blues, né alcuna sfumatura di cinico sarcasmo, ma un singolo individuo al centro del suo piccolo universo d'angoscia. A differenza del grunge, tuttavia, tali sensazioni vengono accompagnate da sonorità che non rinunciano ad una certa aggressività, quasi l'autodafé dei due cantanti abbia in sé un afflato di violenza fisica, né il brano rinuncia a una tensione caratteristica di quasi ogni singolo pezzo dei Linkin Park (nonché di una larga fetta di nu metal in generale), ovvero quella messa insieme dalla semplice alternanza tra rapping, ritornello melodico e strumentale metallara. Unico elemento davvero peculiare è dunque la catarsi, mai e poi mai affidata al chitarrista, bensì, questa volta, ad un exploit nel mezzo tra house e hip hop, palesemente frutto della sinergia tra Joe Hahn e i Dust Brothers.
Il risultato finale è un pelo straniante, se uno lo mette in relazione al testo, forse non azzeccatissimo e chiaramente composto da elementi cuciti tra loro forzosamente, ma tu sei un ragazzino di quattordici anni e questa cosa non la noti granché; "With You" esprime la tua rabbia e la tua angoscia adolescenziale, è un po' tamarra come piace a te e a buona parte dei tuoi coetanei, il resto conta poco.

Points of Authority

"Hybrid Theory" è un album di dodici tracce composto, nel suo insieme, da due baricentri ben precisi: il primo di questi è Points of Authority. Arrivati a questo punto noti chiaramente, nella tua non completa ignoranza sull'argomento, che non c'è un singolo brano che superi i tre minuti e mezzo di durata. La cosa alla fine non ti sembra così strana, dopotutto sei un ragazzino abituato ai format radiofonici (o televisivi che dir si voglia) dei video su Mtv, ma in futuro capirai fin troppo bene che quella dei Linkin Park non è una scelta artistica, come poteva esserlo per gli Slayer o per una moltitudine di formazioni punk e hardcore, che usavano la breve durata dei pezzi per veicolare pura violenza sonora a velocità supersonica; quella dei Linkin Park è da una parta un'evidente scelta commerciale, dall'altra un segno dei limiti del rock alternativo in quasi tutte le sue varianti. C'è la palese volontà di tradurre quante più tracce possibili non già, o non solo, in cari vecchi singoli (un format largamente in declino nei primi duemila), ma in videoclip formato Mtv, una tendenza già abusata fin dagli anni '80, da Michael Jackson in poi. Inoltre, il sound dei Linkin Park è il risultato ultimo di una sintesi: una volta definito il modello d'ibridazione, il nu metal - proprio come il punk e buona parte del calderone alternativo anni '90 - è un'arte che lavora per sottrazione, non per aggiunta. Eliminati gli assoli di chitarra, non potendo o non volendo rischiare di corrompere questa fragile sintesi, questa serrata ibridazione tra mondi musicalmente opposti, l'unica alternativa è limitarsi a brevi expoit elettronici o canori. Il risultato: pezzi sempre e rigorosamente entro un minutaggio relativamente limitato.
"Points of Authority" è un brano particolarmente caustico, anche per gli standard di una band che, "commerciale" o meno (qualsiasi cosa significhi), non rinuncia mai a mostrare denti e unghie laddove necessario. A rimarcare tale causticità è un accentuato principio di contrapposizione: non solo quello canonico e scontato tra cantato melodico e rapping, ma pure la marcata contrapposizione tra momenti di ricercata dolcezza, ad altri di rabbiosa disperazione. In entrambi i casi, l'autore è un Chester amabilmente bipolare, capace di passare con naturalezza da uno stato d'animo all'altro in pochi secondi, prima d'essere incalzato dal rapping particolarmente tirato di Shinoda. Quest'ultimo dà prova una volta in più d'essere un rapper vero, conscio del senso del flow nel rapping moderno - al contrario di un buon numero di "rappers" della scena nu metal. Elemento peculiare ma niente affatto raro, in epoca Mtv, questo brano non esce come singolo ma gode comunque d'un videoclip... anzi, a dire il vero ne ha ben due! Il primo, quello per così dire "canonico", è diretto da tale Nathan "Karma" Cox" ed è sostanzialmente un collage di vari filmati apparentemente amatoriali (e in molti casi effettivamente tali, fatti da dei fans e recuperati su internet). Il video rappresenta la band in vari palchi d'America, immortalata durante il suo tour tra il 2000 e il 2001, fino alla performance dell'Ozzfest. A queste riprese se ne aggiungono alcune più intime, sempre dal piglio amatoriale, in cui i ragazzi sono ripresi nei dietro le quinte, sul pullman, per strada o nei camerini. Il videoclip più famoso è tuttavia il secondo, anche se a dire il vero non fa da cornice al brano che stiamo ascoltando, ma alla versione presente su Reanimation, un remix album del 2002 tutto ad opera degli stessi Linkin Park - sostanzialmente quello che sarebbe "Hybrid Theory" se ci avessero lavorato solo Hahn e Shinoda. La versione remix di "Point of Authority" è chiamata "Pts.OF.Athrty" (a richiamare quelle abbreviazioni care alla prima generazione cresciuta col cellulare in mano, alla "cultura degli SMS" d'inizio millennio) e gode d'un videoclip interamente in CGI diretto dallo stesso Joe Hahn. L'opera mette in scena una battaglia tra robot in un lontano futuro, a umanità ormai estinta, e non mancano elementi vagamente socio-politici che ad inizio millennio ancora servono a giustificare un video platealmente tamarro, buono a strizzare l'occhio ad un pubblico in piena fioritura prepuberale (che, inutile negarlo, è il grosso dell'audience dei Nostri ai tempi del debut). Di base, sembra una qualsiasi intro in un gioco per la prima Playstation di Sony, solo un po' più lungo. Considerato "avanguardistico" da certa critica in là con gli anni e indietro nelle tendenze, il videoclip girato da Hahn invecchierà malissimo in pochi anni. Nonostante tutto però, il video del coreano rimane l'interessantissima "opera prima" di un artista che saprà rivelarsi incredibilmente poliedrico.
E il testo? Beh, questa volta la band mette al centro una tematica un po' a metà fra l'intimista ed il sociale, raccontando il rapporto con una personalità che oggi definiremmo "tossica": falsa, egocentrica, manipolatrice, talvolta fisicamente aggressiva. I Linkin Park rimangono qui su di una poetica non esattamente criptica ma, quantomeno, velata, in maniera tale che l'ascoltatore possa interpretare le liriche a proprio uso e consumo: per esempio in termini politici, o banalmente nei termini di una relazione finita male. Un ascolto più attento rivela tuttavia la natura profondamente personale di "Points of Authority", laddove l'autorità citata nel titolo è con ogni probabilità quella di un genitore. Voci di corridoio dicono che Chester si sia ispirato alla propria infanzia, a quegli abusi psicologici e fisici che hanno tristemente determinato le crepe - in futuro fin troppo note - nella psiche del cantante. Il "volto nascosto dalle mani" è il suo, "la vita e l'orgoglio distrutti" di cui parla la canzone, sono i suoi; ma tu, che sei un adolescente e ascolti il brano per la prima volta, non fai ancora troppo caso alle parole, lasciando semplicemente che la furia rancorosa di "Points of Authority" ti rimbombi nell'inconscio.

Crawling

Il rumore di fondo di "Points of Authority" sfuma fino ad unirsi, in quasi totale soluzione di continuità, al peculiare suono che apre il quinto pezzo dell'album, Crawling, in italiano letteralmente "strisciando". Come già detto, "Points of Authority" è il primo dei due perni sui quali ruota l'intero album, e come tale è anche un brano catartico, carico d'energia (nonostante la tematica non esattamente allegra). Come da buona prassi, all'esplosione d'energia segue dunque il raccoglimento, un brano particolarmente melodico che stemperi la carica che l'ha preceduto. "Crawling" si caratterizza quindi per due elementi in particolare: la sostanziale assenza di rapping, ridotto a un controcanto di poche parole prive di rima, e la sinergia tra una linea di basso permeante e la voce di Chester, vero protagonista del brano nonché autore delle liriche. Ovviamente, una canzone del genere è essenziale a rappresentare un lato importante dei Linkin Park, un lato che sottintende una maggiore sensibilità e perché no?, anche una maggiore vendibilità, perfetta per divenire il secondo singolo estratto da "Hybrid Theory". Il videoclip che l'accompagna è diretto dai fratelli Greg e Colin Strause, in futuro ricordati, purtroppo per loro, per un paio di lungometraggi ai limiti della vergogna. Fortunatamente però il video di Crawling è meno pretenzioso, e forse per questo decisamente più digeribile, di robe tipo Skyline (2010) e Aliens vs. Predator: Requiem; nonostante ciò non mancano quegli elementi tipici di certa iconografia d'inizio millennio, oggi invecchiati così male da rasentare l'imbarazzo empirico: la ragazza bellissima e truccatissima nei panni della povera derelitta, i primissimi piani su di lei, i primissimi piani su Chester che canta con espressione contrita, quelli su Shinoda che pare incazzato non si sa bene perché... e basta, il resto della band esiste a malapena. Il tutto, naturalmente, immerso in una patinatura che vorrebbe essere "dark" ma che finisce per anticipare Twilight - non esattamente un complimento. Nel 2000 è tutto normale, tanto che qualche ragazzina addirittura versa più d'una lacrima a vedere su Mtv l'attrice Katelyn Rosaasen, protagonista di liriche che ancora una volta parlano di relazioni tossiche ed abusi, spostando il focus dall'infanzia all'inizio dell'età adulta, e dunque, dal legame con un genitore abusivo fino alle conseguenze sul lungo periodo di suddetto legame. Il testo come lo descrive Chester Bennington è meno centrato sulle cause del disagio, ponendo il suo focus sul rapporto che l'abusato ha con sé stesso, sulla gabbia che si costruisce tutt'intorno e sull'incapacità di riuscire a intravedere le pur numerose vie d'uscita. Ovviamente non si tratta d'un accusa nei confronti della vittima, bensì di una sorta di spaccato psicologico, anche piuttosto accurato, di una persona talmente assoggettata e annientata nell'orgoglio da credersi invisibile, inetta, perfino meritevole delle violenze subite. Il cantante stesso racconta così le sue liriche: La canzone parla di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Non dico "tu" in nessun momento. Si tratta del fatto che io sono la ragione per cui mi sento in questa maniera. C'è qualcosa dentro di me che mi trascina verso il basso.
Per certi versi torniamo dunque alle tematiche di "Papercut", a un disagio psicologico che pare "strisciare" sotto la pelle e che nessun altro, oltre a noi, è in grado di percepire - e quindi d'aiutare.
In una canzone come "Crawling", stiamo parlando di auto-coscienza o della mancanza di fiducia in sé stessi. È una grossa parte di quella canzone, perché quando sei in quella situazione, con un sacco di gente che ti guarda, trovi colpe in te stesso e diventi nervoso e vorresti cambiarle. Come questa rappresentano davvero argomenti difficili di cui parlare, e quando iniziammo a scrivere testi ci ritrovammo carichi e interessati a scrivere questo genere di canzoni e a seguirle con molta intensità. Sedendo davanti a un computer pensando alle stronzate che abbiamo fatto prima di andare a letto, pensando alle cose che avremmo potuto fare meglio - questo a volte ci spaventerà
Non solo: "Crawling" è un pezzo intimamente legato non soltanto all'infanzia burrascosa del cantante, ma anche al "rimedio" in cui troppo spesso l'animo sensibile trova rifugio: la droga. Ne parla lui stesso in un'altra intervista: "Crawling" mi ha causato il grosso dei problemi dal vivo, più di qualsiasi altra canzone. "Crawling" parla della sensazione di non avere il controllo di me stesso in termini di droga e alcol.
L'esecuzione davvero mirabile di Chester varrà a "Crawling" un grammy come miglior performance hard rock. Le parole di Brad Delson in un'intervista rilasciata a Madison.com sono perfettamente indicative delle dinamiche in atto nella band, e di come esse portano a canzoni di grande impatto mainstream come "Crawling": Quando Chester si unì al gruppo, passammo da "hey, questo è il genere di parti vocali che desideriamo" a "wow, queste sono parti vocali che non ci saremmo mai immaginati", perché la sua estensione e versatilità è quella, come in "Crawling", chi penserebbe di scrivere quella melodia? Non potresti perché c'è davvero poca gente al mondo capace di cantarla. Ecco perchè quello è un buon esempio quando dico che lui (Chester) ha davvero esteso la nostra abilità nella scrittura proprio in virtù della sua estensione vocale. Era veramente il pezzo finale del puzzle, e ha portato un talento vocale tale che, quando cercavamo un secondo cantante, non riuscimmo a trovare nulla che si avvicinasse al suo talento in nessun altro.
Grazie ad un video tutto sommato d'impatto sul pubblico più giovane e sensibile, ma soprattutto grazie ad un testo non banale e ad un'esecuzione vocale di grande valore, "Crawling" spiana la strada all'imminente esplosione del "fenomeno Linkin Park" su scala globale.

Runaway

Uno dei punti forti di "Hybrid Theory" è che non ci sono riempitivi, elemento non così comune in un debut destinato al mercato mainstream. Al contrario di tante formazioni messe insieme da questa o quella etichetta discografica, i Linkin Park sono una band con un passato di fatiche e molti tentativi a vuoto alle spalle, un gruppo vero, e come tale capace di offrire un'esperienza organica al proprio pubblico, musicalmente e intellettualmente. Runaway è il tipico "brano minore", ma questo non significa che non abbia una sua dignità e un peso ben calibrato in funzione dell'album. È una traccia in cui lavorare per sottrazione è stata una necessità, più che un modus operandi, quel genere di canzone che rimane nel cassetto per mesi e dai cui molteplici fallimenti nascono altri pezzi, magari più compiuti - non a caso, è proprio cercando di scrivere "Runaway" che i Linkin Park sono arrivati a "One Step Closer". Il brano segue direttamente "Crawling" perché con esso ha un rapporto quasi simbiotico, di armonia sia in termini di sensazioni che di attitudine, e proprio come "Crawling anche "Runaway" si avvale principalmente di soluzioni melodiche centrate sul canto di Chester, lasciando a Shinoda unicamente una manciata di frasi mozzicate a mo' di risposta. Un certo peso nell'economia del brano ce l'ha pure l'alternanza tra un'elettronica piuttosto di rilievo e la chitarra di Delson, in uno scambio di battute strumentale che sostituisce quello vocale. Dieci anni di lezioni e spunti su come fare rock alternativo pesano tutti sull'infrastruttura del brano, portato alla catarsi da una breve parentesi realmente dura, tutta bassi pompati e urla disperate, come da prassi.
Il testo di questa canzone ha legami diretti coi brani che la precedono, e in generale con un filo conduttore che determina l'intera poetica di "Hybrid Theory", affondando le proprie radici in quelle tematiche che riguardano la vita personale di Chester. Ancora una volta, in particolare avendo già ascoltato metà dell'opera, il tema è il rapporto sia con sé stessi e il proprio disagio, sia con ciò che quel disagio l'ha causato: l'autorità di un oppressore, figura facilmente individuabile in un genitore che abusa. Non a caso l'espressione "runaway" (letteralmente "correre via") si usa per dire "scappato da casa", proprio come il giovane Bennington. Tuttavia, i Linkin Park non sono (o non sono stati) solo Chester Bennington. "Runaway" è infatti uno dei tre brani dell'album accreditati in piena onestà intellettuale (anche) a Mark Wakefield, il primo cantante della formazione dal tempo in cui questa si chiamava ancora Xero, autore di almeno una piccola parte del background poetico del gruppo. Non solo: l'esigenza della band non è solamente fare in modo che il pubblico possa rispecchiarsi il più possibile nei testi, ma che possano farlo anche gli stessi musicisti, assicurandosi che in ogni brano vi siano elementi con cui interfacciarsi. Ecco quindi che le liriche sono aperte da immagini suburbane chiaramente afferenti all'immaginario di Hahn e Shidona, andando a proseguire in allegorie e associazioni di pensiero interpretabili a piacimento. L'"autorità" che opprime può dunque divenire qualsiasi cosa: non solo un genitore, ma anche un partner, una nazione o un intero sistema di pensiero. "Voglio chiudere la porta e aprire la mia mente", canta Chester e il giovane ascoltatore ne è ammaliato. Un adolescente qui trova tutto ciò che desideri sentirsi dire: il rigetto dell'autorità, che sia quella di un genitore o della cattivissima società in cui viviamo®, e la fuga astratta verso un destino inconoscibile, ma certamente avventuroso ed eccitante. E poi naturalmente il disagio (reale e drammatico quello del cantante, fisiologicamente adolescenziale quello dell'ascoltatore medio), la rabbia, la presa di coscienza, l'affermazione di sé.
Insomma, i Linkin Park riescono ad essere tanto autoriali quanto dei gran paraculi, ci sanno proprio fare. 

By Myself

"Runaway" si chiude d'improvviso e senza sfumature, a rimarcare che i Linkin Park sono mainstream ma fino a un certo punto, e la segue l'apertura durissima e quasi improvvisa di By Myself, un brano caratterizzato da rabbia, frustrazione e soprattutto determinazione. Qui, Shinoda e Chester danno prova della chimica di cui erano capaci come frontmen della band. Il cantante giappo-americano è in primissimo piano attraverso una narrazione più parlata, che non propriamente rappata, e quando Bennington esplode assieme alla strumentale è ancora il suo compare a partire in controcanto, a parlare sulla sua voce, a rispondere ai suoi dubbi o a scimmiottarne le sue paure, impietoso. In un'intervista, Joe Hahn avrebbe definito i due cantanti come Dr. Jeckill e Mr. Hyde, e a buonissima ragione: la forza della sinergia fra di loro è proprio in quell'alternanza tra pura emozione e monologo interiore, tra rabbia e riflessione, tra pensiero cosciente e voce dell'inconscio. Bennington è spesso colui che vorrebbe essere, ma che non è; essere più forte, essere più sano, essere accettato. Shinoda è spesso la vocina da dentro che dice le cose come stanno, che mette a nudo le debolezze, che svilisce il sé stesso esteriore e lo trascina giù, nei recessi oscuri del suo animo. E in effetti, se c'è un pezzo dei Linkin Park che ha a che fare col rapporto con sé stessi, quello è decisamente Myself - "me stesso", appunto. Il testo sembrerebbe non a caso un lungo e articolato monologo interiore riguardo le decisioni intraprese, sui dubbi e le ansie, sul giudizio della gente e sulle trappole di un sistema che cerca di sfruttarci. Ancora una volta le liriche sono strutturale in maniera tale che l'ascoltatore possa farle sue, interpretandole a piacimento o legandole ai brani precedenti (dopotutto, "Runaway" si chiudeva proprio con la determinazione d'andarsene per la propria strada). Tuttavia, è abbastanza evidente un legame tra le liriche di "Myself" e l'esperienza col mercato discografico. Nonostante tutto, la struttura del brano è pensata per offrire un'esperienza ben diversa dalla lagna di un musicista bistrattato. Ne avrebbe parlato lo stesso Shinoda in più d'un intervista: By Myself è stato il nostro tentativo di far sì che i versi più morbidi e ogni altra parte della canzone risultassero come i suoni più cattivi e rumorosi possibile. Stavamo quindi attingendo a robe più del tipo Nine Inch Nails e Ministry, che da alcune delle cose più nu-metal. L'andazzo di "By Myself" in effetti è proprio come lo descrive Shinoda, cattivo e rumoroso in relazione a versi in cui proprio non te l'aspetteresti, centrato sull'anti-catarsi dell'unico momento davvero melodico del brano. Bennington e Shinoda stavolta non s'infuriano con un genitore o un'astratta autorità oppressiva, ma con la loro stessa predisposizione a farsi del male, a rovinare momenti felici o incrinare situazioni favorevoli, circondati da un mondo che intende divorarli e risputarli alla prima occasione buona, laddove anche un singolo errore può costare l'intero futuro d'un uomo. Dopotutto è un testo nato quando i Linkin Park non erano ancora nessuno, solo una manciata di musicisti con un paio di santi in paradiso e mille bastoni pronti a infilarsi tra le ruote, come tutte le band emergenti di sempre. "Myself" è stata scritta in questo contesto, ed è ancora una volta Shinoda a darcene uno spaccato: Ricordo che abbiamo realizzato i demo per quella canzone nel mio appartamento di Glendale, nell'area di Los Angeles, e i miei vicini mi odiavano fottutamente. Le pareti erano sottili come carta, Chester urlava il ritornello, e loro dovevano pensare che stessimo ammazzando qualcuno in quella stanza. Entrambi urlavamo e io continuavo a dire "no, PIU' FORTE!", e i miei vicini battevano sul muro alle 10 ogni notte per dirci che era ora di andare a letto, sostanzialmente. Quindi, registravamo tutto fino alle dueci, finché non si sentiva un tonfo sul muro. Avevamo addosso le nostre cuffie, stavamo facendo la nostra roba, mentre quelli prendevano letteralmente a pugni il muro, cercando di attirare la nostra attenzione e dirci di fare silenzio e andare a fanculo.
Sembra proprio quel genere d'esperienza che lì per lì ti sembra assurda e un po' spiacevole, ma che negli anni ti porti nel cuore.

In The End

In The End, in italiano letteralmente "alla fine", è semplicemente il pezzo di punta dell'album e una delle canzoni più memorabili mai scritte dai Linkin Park - e quindi, per estensione, di tutto il relativamente limitato panorama rock mainstream degli ultimi vent'anni. Come abbiamo detto, Hybrid Theory è un album mirabilmente strutturato secondo canoni tradizionali, tutto fuorché pensato per essere una raccolta di hit (nonostante da esso ne siano state estratte non poche); dunque, se in quest'ottica "Points of Authority" rappresenta il primo dei due perni dell'opera, attorno al quale ruota la prima parte del disco, "In the End" rappresenta senz'altro il secondo perno, ad aprire la fase conclusiva di "Hybrid Theory". Ultimo singolo estratto, questo brano gode d'un videoclip pieno zeppo di CGI, considerato d'ottimo livello nel 2001 e destinato a invecchiare malino ma, tutto sommato, ancora fascinoso a oltre vent'anni di distanza. A dirigere il video sono ancora una volta Nathan Cox, già autore di quello di "Papercut", e Joe Hahn, a dimostrazione di un talento che il giovane coreano porterà a maturazione negli anni seguenti. I due mettono in scena una sorta di quadro surrealista, un'opera dai contorni onirici e fantasy popolata da cetacei volanti, piante a crescita rapida ed enormi statue semoventi, in un tripudio di riferimenti che vanno dalla cinematografia ad un generico misticismo immaginifico, passando ovviamente per quell'animazione giapponese di cui Hahn e Shinoda sono ghiotti (e in particolare "La Principessa Mononoke", del maestro Hayao Miyazaki). Non manca un afflato cupo e solenne, tra chiaroscuri accentuati e la pioggia che a un certo punto si abbatte su Chester, né ovviamente mancano le paraculate a uso e consumo di una fetta del pubblico più giovane (soprattutto femminile), con quelle inquadrature del cantante in primissimo piano intento quasi a sussurrare, con espressione dolcissima, alcuni dei suoi versi più malinconici in assoluto. Non ha importanza quanto col tempo il video di "In the End" sia passato da "molto cool" a "ma seriamente prendevamo sul serio questa roba?", l'eredità di questo brano è così profonda, e tale è l'impatto che ha avuto su una generazione di ascoltatori, che a distanza di vent'anni il videoclip è tra i più guardati in assoluto su Youtube, con oltre un miliardo e trecentosessanta milioni di visualizzazioni (anche se c'è un altro brano dei Linkin Park che lo supera: Numb).
La verità è "In the End" è forse il brano "meno Linkin Park" di tutto l'album, o meglio: è quello che dosa più efficacemente alcuni elementi caratteristici del gruppo, musica ed estetica pop, ed un nu metal decisamente più standardizzato. Il risultato è un brano più facilmente ascoltabile, ma non per questo banale. In realtà, "In the End" è una piccola genialata di quelle che capitano poche volte, nella carriera di una band; è il classico brano che le azzecca un po' tutte, riuscendo a intercettare il testo giusto, il giusto equilibrio tra pop, rap e rock, una melodia di quattro note in croce che entrano nel cervello, l'estetica giusta, e soprattutto il sentire del suo tempo. Non c'è nulla di più, ma quello che c'è non affatto è poco. Per capirci, negli anni in cui "In the End" scala le classifiche di tutto il mondo piazzandovisi per settimane, è superata nella classifica mainstream statunitense solo da "Ain't It Funny", di Jennyfer Lopez; la differenza, è che oggi la traccia della Lopez giace semi-dimenticata con meno di un decimo della visibilità di "In The End". Con questa canzone i Linkin Park realizzano non soltanto un pezzo parecchio funzionale alle regole della pop music (e lo è), ma un qualcosa che riesce a insediarsi a lungo nell'immaginario collettivo, e così a influenzare largamente l'intero mercato discografico - di riferimento e non solo.
Ad ogni modo, ciò a cui i Linkin Park non rinunciano è la grande sinergia tra i due cantanti - Shinoda e Bennington - sui quali pesa la gran parte della buona riuscita dell'opera. I due s'alternano e si sovrappongono, si rincorrono e s'interrogano l'un l'altro di domande che non possono avere una riposta. Chester mette in mostra quel "bipolarismo emotivo" di cui aveva dato già prova in altre canzoni, portandolo alla sua massima espressione, mentre Mike Shinoda si limita a un rapping eseguito nel più grande rispetto dei canoni, mai eccessivo, mai sottotono, perfettamente in tiro come un elastico teso al massimo e con un flow semplicemente perfetto.
La poetica scelta dalla band è ancora una volta passabile di molteplici interpretazioni, a seconda del pubblico di riferimento: i più introversi e i più informati vi ritroveranno le tematiche già trattate in precedenza, sull'infanzia del cantante e il suo rapporto distorto coi genitori, mentre gli altri, quelli che ascoltano "Hybrid Theory" per il piacere d'ascoltarlo e per il grande rito collettivo chiamato "pop music", troveranno più semplice identificare le parole dei due cantanti nelle loro piccole storie d'amore - be', almeno quelle finite piuttosto male. Infine, a "In the End" non manca nemmeno la possibilità d'una interpretazione sociale o politica, possibilità rimarcata in futuro dal presidente Donald Trump che userà il brano come sottofondo di un suo video, scatenando peraltro le ire dei musicisti che, del quarantacinquesimo presidente, saranno aspri contestatori. Il significante di "In the End", in fin dei conti, è racchiuso tutto in quella famosa strofa del ritornello, quando Chester recita che non importa quanto duramente abbia tentato, quanto in là si sia dovuto spingere, perché in the end, it doesn't even matter, "alla fine non ha avuto alcuna importanza". Ovviamente, a dare una loro interpretazione ci sono anche gli stessi musicisti, tra cui Shinoda, che in occasione del ventesimo anniversario di "Hybrid Theory" dirà la sua anche su "In the End":
C'è una strana battaglia con la disperazione, la natura effimera del tempo e con le nostre vite, ed è quello di cui parla davvero la canzone. La cosa stramba di questo brano è che parla di queste cose e dice "non ho alcuna risposta". Perché normalmente una canzone non parla di non avere risposte, giusto? Semplicemente, (In the End) gira su sé stessa, liricamente parlando. E specialmente da giovane è così che mi sono sentito, è così che ci siamo sentiti tutti, semplicemente non sapevamo cosa fare. In un certo senso è quello che succede ancora oggi, è una cosa universale e senza tempo.
A Chester, curiosamente, "In the End" non piaceva granché e non la voleva né su "Hybrid Theory", né tantomeno come singolo, a dimostrazione che il più delle volte è un bene per gli stessi artisti che non siano loro a decidere tutto quanto. Lo spiegherà lui stesso in un'intervista del 2014:
A quel punto capii fondamentalmente che non sapevo di che cazzo stessi parlando, quindi ora lascio che siano altre persone di talento a scegliere in qualche maniera le canzoni che piaceranno di più alla gente. Questa cosa mi ha dato anche una bella lezione, come artista, ovvero che con la mia band non devo necessariamente fare musica che ascolterei solo io. Più spesso che no, qualcosa che mi piace è apprezzata da ben poche persone, e qualcosa che piace a quelle persone magari piace a me, o magari non mi piace affatto. Ed è fico, mi fa apprezzare le canzoni a una maniera nuova.
Ma, sai, adesso amo "In The End" e penso sia una gran bella canzone
.
Una bella canzone, certo, ma soprattutto una canzone che con le sue quattro note di piano, un duetto ben riuscito e due o tre schitarrate è riuscita a superare la prova del tempo, rimanendo rilevante ancora decenni dopo l'uscita di "Hybrid Theory".

A Place For My Head

Quasi a fare autodafé di una parentesi sì grandiosa come quella di "In The End", ma fin troppo "pop" per una parte comunque rilevante di fanbase, i Linkin Park cambiano immediatamente rotta virando su uno dei brani più duri dell'album: A Place For My Head, letteralmente "un posto per la mia testa". In realtà, è un po' come se con "In the End" la band abbia posto fine al grosso del lavoro, a quella parte dell'opera che ha comunque la necessità di andare incontro sia alle aspettative del pubblico, sia a quelle dell'etichetta discografica. Finalmente è il momento di sfogarsi e i Linkin Park decidono di farlo a dovere a partire da questo brano, aperto da un movimento di chitarra morbido ma lugubre, come l'avvicinarsi di un'ombra guardinga. Segue la sezione ritmica ad impostare il riff, lo scratching di Hahn e infine il rapping di Shinoda, accompagnato da distorsioni acide e cattive. Il ritornello melodico di Chester non stempera i toni, piuttosto aggiunge altra carne sul fuoco, mentre il flow del rapper si fa sempre più serrato e minaccioso.
I due cantanti parlano entrambi della stessa cosa, ma lo fanno l'uno da un punto di vista universale, l'altro intimo e personale. Molte, troppe persone sembrano venirti incontro e aiutarti, ma lo fanno pretendendo in seguito che il favore gli venga restituito: questo il problema che assilla Chester e Shinoda tra le liriche di "A Place For My Head". Parlano in particolar modo di quel genere di figure che popolano il mercato discografico a qualsiasi livello, dal più infimo dei pub alla vetta delle classifiche, ma non solo. Quando le cose iniziano ingranare, sono molte le persone che credevi di conoscere, il cui affetto credevi incondizionato, che verranno a cercarti per ottenere qualcosa d'immeritato. Un tema che volendo si adatta ai contesti più disparati e agli ascoltatori più vari, e che trova il suo leitmotiv nella strofa che Bennington recita come un mantra prima della catarsi del brano: you try to take the best of me, go away - "provi a portare via il meglio di me, vai via". D'altra parte, tutto ciò desideriamo è unicamente un luogo isolato e tranquillo per la nostra testa, uno spazio mentale che ci permetta di guardare, privi di ansia e pieni di positività, agli eventi in corso e al futuro.
Sono così stanco della tensione, stanco della fame, stanco di te che ti comporti come se te lo dovessi. Trova un altro posto per nutrire la tua avidità, mentre io cerco un luogo per riposare.
Anni dopo, in occasione del lancio di "Meteora", Mike Shinoda avrà occasione di parlare del vecchio repertorio in un'intervista per Yahoo Launch, compresa "A Place For My Head", facendoci notare che è uno dei brani più vecchi tra quelli presenti su "Hybrid Theory":
Liricamente, noterai una sorta di progressione o, si spera, una crescita, perché alcune delle canzoni su Hybrid Theory sono, tipo, vecchie di sette anni. Come "A Place For My Head, scritta appunto sette anni fa. Noterai che nelle liriche di Hybrid Theory, attacchiamo con questi temi universali di depressione, rabbia, o di frustrazione. Voglio dire, ci approcciavamo a queste cose con gli occhi di qualcuno nei suoi vent'anni. Ora sono passati cinque anni, e abbiamo la sensazione di poterci approcciare a quei problemi con un po' più di fiducia.
L'apice del pezzo arriva sorretto da una strumentale granitica, innalzata dalle urla di Chester e da uno Shinoda fuori controllo, in una escalation che arriva a concludere il brano senza una coda, come nella migliore tradizione di un metal estremo che i Linkin Park in parte rifuggono, ma col quale non possono fare a meno di flirtare nei momenti più intensi della loro opera.

Forgotten

Ad "A Place For My Head" segue senza alcuna soluzione di continuità la più ponderata Forgotten , "dimenticato". Ponderata, certo, grazie ad una più regolare e prevedibile suddivisione tra momenti duri, elementi hip hop e ritornello melodico, ma anche concitata in tre distinte fasi d'accelerazione, ognuna delle quali bilanciata ora dal rapping di Shinoda, ora da un momento strumentale guidato dalle sensazioni urbane di Hahn, e infine dal cantato melodico di Chester Bennington, ancora una volta capace di esprimere l'intero spettro emotivo di una persona in poche strofe. Esattamente come "A Place For My Head", anche "Forgotten" risente della mano di due musicisti non più in formazione: l'ex cantante Wakefield, sostituito da Bennington, e il bassista Ian Hornbeck, rimpiazzato da Phoenix. Sarà per tale motivo che, a detta di Shinoda, questi due brani così peculiari piacciono a metà della band, mentre pare siano meno graditi all'altra metà. Come il brano che la precede infatti, Forgotten è uno dei pezzi più "antichi" dell'album (ai tempi degli Xero era chiamata "Rhinestone") e ciò si riflette sulle liriche, caratterizzate da un afflato a malapena post-adolescenziale, di rabbiosa frustrazione nei confronti dei mali di questo mondo e della paura di doverli presto affrontare. L'ex cantante all'epoca era infatti nella classica (e americanissima) fase di transizione tra liceo e collage, a un passo dal doversi prendere tutte le responsabilità dell'età adulta. Il produttore esecutivo di "Hybrid Theory", Jeff Blue - un gigante dell'industria discografica noto per aver prodotto, tra gli altri, Macy Gray, The Hobbastank, Limp Bizkit e Korn - si esprimerà in prima persona riguardo il testo di "Forgotten" sul suo libro, "One Step Closer: From Xero to #1: Becoming Linkin Park": La canzone è stata scritta durante la transizione tra high school e college. Le note di Mike esprimevano frustrazione e sensazione d'impotenza, e indicavano che la canzone parlava di avere a che fare con l'insignificanza del singolo individuo in un mondo che sembrava così grande e così spaventoso, con così tanti problemi che quasi nulla avrebbe mai potuto essere corretto. Fa menzione del fatto che le liriche tentanto di riconciliare paranoia, rabbia, l'incolpare gli altri, e l'ingenuità che deriva nel momento in cui uno deve vedere il mondo per quello che è.
La musica riflette per certi versi le stesse caratteristiche: è rabbiosa e gioiosa al tempo stesso, ché in fondo tra un dubbio esistenziale e l'altro è sempre il momento per un "house party", negli USA; è carica di sensazioni hip hop, specie nella primigenia versione Xero, lasciando a Shinoda la fetta più importante di lavoro. Confrontando il brano su "Hybrid Theory" e quello sulll'EP degli Xero, vengono fuori delle differenze fondamentali: i Linkin Park con Bennington non solo danno uno spessore un pelo più maturo alle liriche, ma limano gli elementi hip hop rafforzando piuttosto la strumentale, indistinguibile dalle espressioni più dure del movimento di Seattle - di cui Chester, d'altra parte, è pienamente figlio. Anche il testo cambia parzialmente, passando dall'essere il manifesto d'un adolescente spaventato a qualcosa di più generico, rispettoso del materiale di Wakefield ma passabile di molteplici (e possibilmente più mature) interpretazioni. Il risultato è un ottimo brano che mantiene il meglio della gioventù - rabbia, emotività, voglia di capovolgere il mondo, un po' di sana tamarraggine - ma che riesce a elevarsi a più compiuta maturità.

A Cure For the Itch

Prima del gran finale, i Linkin Park si concedono quello che doveva essere null'altro che un divertissement, ma che con gli anni finirà per essere ricordato come un esperimento tra i più interessanti della band. Perfino il titolo del brano è peculiare: A Cure For the Itch, in italiano "una cura per il prurito". Parliamo di una strumentale house con elementi hip hop firmata dal solo Joe Han, un musicista che per i Linkin Park rappresenta, grossomodo, quello che John Paul John aveva rappresentato per i Led Zeppelin (nota a tutti i Boomer finiti per caso su questa monografia: no, non sto mettendo i due musicisti sullo stesso piano artistico, vi prego non mi linciate). Due minuti e mezzo di traccia non sono neanche pochi visti i presupposti, specie se il testo è riassumibile nella presentazione che apre il brano, anticipata da dei violentemente comici colpi di tosse: Folks, we have a very special guest for you tonight. I'd like to introduce Mr. Hahn! - "Gente, abbiamo un ospite molto speciale per voi stasera. Vorrei presentarvi il signor Hahn!". A fare le presentazioni è lo stesso Hahn, che introduce sé stesso nei panni del suo personale alter ego, chiamato "Remy". Il titolo del brano non è nient'altro che uno scherzo, un semplice riferimento allo "scratching" di cui questa canzone è strapiena (to scratch significa appunto "grattare"). In realtà, inizialmente il titolo di questo brano doveva essere proprio "Mr. Hahn", ma la band deve averlo cambiato per non mettere del tutto in ombra Mike Shinoda, la cui mano ha parzialmente dettato la composizione. In futuro ne avrebbe parlato lo stesso Mike: "Cure For the Itch" era il mio personale tentativo di fare una canzone priva di parole (esperimento non banale per un rapper, specie in quegli anni - ndr). Stavo provando a fare qualcosa che potesse incastrarsi in un film. Esperimento che almeno parzialmente funziona, perché se la parte iniziale del brano è semplicemente Hahn che gioca coi piatti, la seconda riesce a trasportare l'ascoltatore in atmosfere sub-urbane, sconfinando su sensazioni cibernetiche che hanno del trascendentale (dopotutto, siamo in piena "Matrix mania"). Nell'ottobre del 2000 (a cavallo con la messa in onda su Mtv del video di "In the End") Shinoda, incalzato da Rock Rage, spiega più dettagliatamente il background della traccia più "strana" di "Hybrid Theory": Quella canzone in particolare è qualcosa che il nostro DJ, Mr. Hahn, e io ci siamo inventati. È venuta fuori da un beat che ha fatto lui con la batteria e dagli archi che io ho arrangiato. Da lì siamo semplicemente andati verso una direzione più elettronica che pensai fosse fica. E penso sia riuscita parecchio bene. Siamo molto soddisfatti. La band ne era totalmente entusiasta.
La band è sempre entusiasta di un brano a cui non deve lavorare e che gli permette di prendersi una pausa durante i live (a parte il povero Hahn), ma scherzi a parte, "A Cure For the Itch" è davvero una piccola gemma del suo genere adagiata lì, dove meno te l'aspetti, nel bel mezzo di un album comunque piuttosto duro, e di una poetica intimista dai contorni drammatici. Per certi versi, è il brano più rappresentativo in assoluto di personaggi come Hahn e Shinoda, ragazzi di buona famiglia (per usare un'espressione un po' antipatica) cresciuti sulla strada più per scelta che per necessità, grandi conoscitori dei party più esclusivi della Los Angeles notturna. Insomma, se i Linkin Park hanno due anime ben distinte, "A Cure For the Itch" è l'esaltazione di quella meno oscura, più festaiola ma anche intensamente creativa, aggrappata al sentire del suo tempo e assolutamente indispensabile al successo della band.

Pushing Me Away

Per il finale dell'opera i Linkin Park si affidano in larga parte alla voce di Chester. "Hybrid Theory" fa un passo indietro e torna a derive più consuete, alternando un rapping essenziale a momenti melodici intensi, elevati da una strumentale possente, ma pienamente sotto controllo entro righe ben definite. Pushing Me Away è un brano senza sbavature, e sarebbe fin troppo pulito, prevedibile fino alla banalità, se non fosse per le poche ma indispensabili sonorità elettroniche che l'impreziosiscono. Il tocco di Mr. Hahn, ancora una volta, si rivela tanto invisibile quanto indispensabile. Nulla di male, in ogni caso: "Pushing Me Away" può essere infatti considerata la ballad di questo album, dunque il focus non va tanto alla strumentale quanto proprio alle parole, innalzate non solo dal significante delle stesse, ma anche dal "bel canto" messo in atto da Chester - mai così inquadrato e insieme emotivo, nella sua esecuzione. Le liriche sono effettivamente tra le più innocue di tutto il disco, benché niente affatto leggere o prive di spessore: "Pushing Me Away" è una canzone d'amore, unico tema possibile per ogni ballad che si rispetti, ma parla d'un amore morto e sepolto che ha lasciato solo rimpianti, cicatrici che tendono a riaprirsi ogni qualvolta si fanno i conti con i propri errori, quando tornano alla mente le menzogne dette e quelle ricevute. Menzogne che sono servite a portare avanti una relazione già morta. Adesso però è lei, la controparte di quella relazione, a "spingerci via", pushing me away, perché, canta Chester su di una strofa che da sola dice tutto quanto, we're all out of time, "siamo tutti fuori tempo". Per certi versi, "Pushing Me Away" si pone come il seguito ideale di "With You", la chiusura d'un piccolo cerchio iniziato nella prima parte del disco.
Interrogato riguardo il testo di questa canzone, Shinoda si esprimerà con queste parole: In generale, quando scriviamo una canzone lo facciamo attraverso l'ispirazione di qualsiasi emozione che stiamo cercando di catturare, ponendola in maniera tale che chiunque possa prenderla e vederci la propria storia. Io volevo decisamente dare a qualcuno un punto di partenza che fosse descrittivo ma non opprimente.
Chester Bennington porta avanti la sua poetica tanto con mestiere quanto con talento e passione, regolando i propri dialoghi con Shinoda al minimo sindacale, elevato emotivamente dal crescendo baritono di basso e chitarra. Unico elemento davvero caratterizzante rimane come detto la parentesi elettronica, messa insieme da Joe Hahn e Mike Shinoda avendo chiaramente in mente i Depeche Mode, come da loro stessi candidamente ammesso. Sempre il buon Mike, molti anni dopo, avrà un aneddoto sul background che esiste dietro la composizione di "Pushing Me Away": non ricordo come mettemmo insieme quella canzone, in termini di spezzoni. So che la realizzammo in studio mentre facevamo l'album, e che volevamo un'altra canzone che avesse la stessa vibe (ovvero che restituisse simili sensazioni, ndr) di "Crawling", e credo che Don stesse spingendo la cosa proprio per vedere se potevamo superare "Crawling". Qui Shinoda si riferisce a Don Gilmore, produttore del primo e del secondo album dei Linkin Park e, grossomodo nello stesso periodo, di fenomeni di successo come Avril Lavigne e Lacuna Coil. Poi continua: Voglio dire che era un livello alto. Al tempo non sapevamo che "Crawling" sarebbe diventata "Crawling", era solo una canzone dei Linkin Park che avevamo scritto, quindi eravamo tipo "Possiamo fare una canzone migliore di questa? Proviamoci!", e mi pare avessimo iniziato con le chitarre i suoni campionati. Questa traccia mi piace, credo che sia venuta molto bene. Penso che i punti in cui non ha raggiunto i livelli di "Crawling" sia nelle liriche e nella melodia. Non che sia brutta, è un buon pezzo, ma non era come... quando abbiamo fatto "Crawling" era come se stessimo canalizzando qualcosa, sapete? Era come se l'emozione fosse inerente al processo, mentre con l'altra credo stessimo pensando troppo. Ma è stato bello, era una buona canzone
Una buona canzone che non raggiunge i livelli delle hit di quest'album, ma che stempera la furia delle ultime tracce, chiude un cerchio, e soprattutto porta con una certa dolcezza a conclusione "Hybrid Theory", un disco che hai ascoltato tutto d'un fiato con un vecchio lettore CD. Era l'inizio del millennio. 

Conclusioni

Siamo stati rifiutati da ogni etichetta. Se non fosse stato per tutte le persone rimaste al nostro fianco durante tutte le prove e tribolazioni, non sarebbe mai successo. Avremmo continuato a fare musica, ma nessuno avrebbe ascoltato Hybrid Theory, a meno che non l'avessero trovato su internet, in qualche modo...
- Chester Bennington, intervista di Dan Epstein, Revolver

Sei arrivato a scuola giusto in tempo per le ultime note di "Hybrid Theory", ti senti piuttosto gasato e sai che è merito di quella musica, studiata praticamente a tavolino per offrire facili emozioni all'adolescente medio. Ma c'è anche qualcosa in più, no? La sinergia tra rap, elettronica e strumentale metallara ha fatto il suo sporco lavoro, certo, eppure sarà merito di quel cantante belloccio, o di quella manciata di strofe che riesci a tradurre, ma "Hybrid Theory" ti ha lasciato anche qualcosa in più: una sorta di malinconia inquinata d'una rabbia di fondo. I Linkin Park ti hanno lasciato un piccolo segno, e non sei il solo: un po' tutti a scuola parlano di loro in questi giorni, sono perfino più popolari della solita roba R&B che va per la maggiore. I metallari del terzo anno che praticamente abitano il cesso al secondo piano li vedi alquanto divisi: alcuni hanno chiaramente apprezzato la nuova band del momento, quasi a malincuore, altri la considerano solamente una robina pop mascherata da chitarre distorte, mero fumo negli occhi. È una reputazione ambigua che i Linkin Park si porteranno appresso per sempre, e che interesserà unicamente le due scene di riferimento da cui viene il nu metal: quella metal, ovviamente, e quella hip hop. Al grosso del pubblico la diatriba non interessa e non interesserà mai, perché in effetti è vero, i Linkin Park sono un gruppo pop nel senso più intimo del termine. Avessero usato le stesse sonorità e i medesimi testi solo cinque anni prima, forse sarebbe stata tutt'altra cosa, ma nel 2000 e nel 2001 l'hip hop è oramai un carosello consolidato, a serio rischio d'imborghesimento (l'avrebbe salvato solamente la rapida decadenza di Mtv), le chitarre distorte sono enstablishment dagli anni '80 e i testi intimi, psicologici del grunge, una roba già perfettamente assimilata dal pubblico di tutto il mondo. In questo senso, i Linkin Park non solo non hanno portato nulla di nuovo sulla scena, ma nemmeno nulla di particolarmente disturbante; "Hybrid Theory" è un album facilmente godibile da chiunque sia parte della generazione cui appartiene. Tuttavia, i singoli elementi che abbiamo descritto, i Linkin Park li incarnano tutti insieme in maniera perfettamente organica e programmatica, oltre che attraverso uno stile unico, dettato dai talenti molto peculiari dei singoli musicisti. E questo, inutile dirlo, è un fatto molto meno banale e scontato. L'ennesimo fenomeno pop? Forse. Tuttavia non certo fumo negli occhi, poiché il fumo non dura quindici anni sulla cresta dell'onda. Questo però non puoi ancora saperlo né tu, quattordicenne del 2001, né i metallari del bagno al secondo piano. Che poi è ironico: molti ragazzini s'interesseranno al suono duro proprio grazie ai Linkin Park, passando da "Hybrid Theory" al resto della scena dura, e da quella ai classici dell'heavy, del thrash e compagnia danzante, salvo poi dover pudicamente nascondere la propria copia del disco tra le pagine di una rivista porno.
Nel frattempo, tra il 2001 e il 2002, mentre nel mondo il "fenomeno Linkin Park" s'ingigantisce di giorno in giorno, la band è impegnata in vari tour in giro per gli Stati Uniti (e non solo), tra i quali spiccano l'ormai tradizionale Ozzfest, il Family Values Tour, e Projekt Revolution. Essere invitati all'Ozzfest è un riconoscimento non solo da parte del mercato, ma anche da parte di un circuito di musicisti per così dire "arrivati", mentre la partecipazione al Family Values Tour (il nome è amabilmente sarcastico), un evento creato dai Korn un paio d'anni prima, dimostra i buoni rapporti dei Linkin Park col resto della scena nu metal, e il rispetto che il gruppo è già riuscito a guadagnarsi in pochi mesi d'ininterrotti successi. L'evento più rilevante è tuttavia il Projekt Revolution - scritto con la K, che nei primi 2000 fa ancora supergiovane - un tour ideato dagli stessi Linkin Park che nel 2002 ospita Cypress Hill, Adema e DJ Z-Trip. Il punto di reale interesse intorno a Project Revolution non è la scelta eterogenea degli artisti da ospitare, né il fatto che una band appena decollata già promuova eventi di una certa rilevanza; bensì, è il fatto che i Linkin Park tengono una sorta di diario online dell'intero tour dal 2001 al 2002, giorno per giorno, con annotazioni in tempo reale da parte dei musicisti. È qualcosa di pressoché mai visto prima - non con tali dimensioni, non con tale chiarezza d'intenti, parte di una strategia di marketing vincente che, pare, sia il vero punto forte di Bourdon e Delson. Il fenomeno passa quasi inosservato ai media tradizionali, ma non al giovane pubblico della band americana. Il successo dei Linkin Park cresce in questo modo ben oltre i ritmi previsti da etichetta e produttori, nonostante la pirateria abbia già da un po' ridotto il mercato dei CD a un vero colabrodo. Con i suoi ventisette dischi di patino e svariati dischi d'oro, oltre 12 milioni di copie vendute negli USA e più di ventisette milioni in tutto il mondo, "Hybrid Theory" rimarrà per vent'anni l'album di debutto più venduto del ventunesimo secolo (primato che detiene tutt'ora), assurgendo a spartiacque d'un pezzo piuttosto importante nell'immaginario collettivo e nel mercato discografico. Nel 2001 già buona parte della critica è piuttosto benevola, nei confronti dei Linkin Park, e i critici più tiepidi (come quelli di Rolling Stone e Classic Rock) salteranno ben presto sul carro dei vincitori, quando sarà chiaro che il successo della band non è solamente una meteora, e che i Linkin Park sono lì per restare a lungo, sempre in prima fila. Quasi a sfidare una critica storicamente poco lungimirante, i Linkin Park intitoleranno proprio Meteora il loro secondo full length, non solo bissando il successo del debutto, ma superandolo ampiamente, sconfiggendo ogni ostacolo a suon di risultati concreti. Questa, comunque, è un'altra storia. Ora è ancora il 2001, e tu sei un quattordicenne che ha solamente iniziato a formarsi musicalmente, tra una partita a Tekken 3 e una ricarica al 3310. Esattamente come tutti i tuoi coetanei. Alcuni dimenticheranno presto i Linkin Park, già a partire da "Meteora", per andare verso direzioni più impegnative e generalmente meno battute; altri ancora osserveranno il loro percorso negli anni a venire, fino a quel tragico 20 luglio del 2017, quando tutto sarebbe improvvisamente cambiato, per sempre, lasciando i Linkin Park in un limbo che dura ancora oggi. 

1) Papercut
2) One Step Closer
3) With You
4) Points of Authority
5) Crawling
6) Runaway
7) By Myself
8) In The End
9) A Place For My Head
10) Forgotten
11) A Cure For the Itch
12) Pushing Me Away