LIGHTLESS MOOR

The Poem

2013 - WormHoleDeath Records

A CURA DI
SAMUELE MAMELI
03/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Quando mi è giunta all'orecchio la possibilità di recensire un disco di una band sarda, sono entrato, francamente, nel totale panico. Non pensiate male ma, per un sardo come me, affrontare un tale compito, mette a serio pericolo lo stato interiore perché, tutto sommato, l'orgoglio di mostrare la perfezione in tutto ciò che la mia terra produce, va a scontrarsi su alcune lacune che preferibilmente si cerca di oscurare, tra l'altro, su un prodotto messo a disposizione del mondo, in cui tutti possono apprezzarne o no le qualità. La fierezza dinanzi a tali situazioni, porta il rischio di sorvolare e annientare l'obbiettività, quindi da parte mia, si è cercato di scindere la mente dall'amore incondizionato e sottopormi alla realtà dei fatti. Col materiale in mano, l'espressione del mio viso si è alternato da un semplice compiacimento a fugaci segni di paura ma insomma, sul lettore bisognava pur inserirlo e miei cari amici, con uno sbrigativo ascolto mi son tolto dalle spalle un bel fardello. Quello che è stato inciso nel cd, mi ha letteralmente sorpreso e mi fermo qui perché elogiarlo senza accennare tanti fattori, non rende bene l'idea. La Sardegna, in ambito hard & heavy, ha sempre dimostrato grosse difficoltà nel supportare un genere ostico ai più, ciò nonostante, già negli anni 80, un piccolo movimento ha tenuto alto l'onore. Anche se con un discreto pubblico, si son susseguite tante band che hanno lasciato impronte importanti nella storia underground. Certo, forse la scena poteva avere migliori risvolti, più soddisfacenti ma d'altronde, nel mio piccolo ho sempre additato il fattore isola come causa dei mali, sempre più convinto di trovarci in un habitat perfetto solo per chi è desideroso di godersi la vita con la meritata pensione e me ne scuso se questa supposizione possa essere offensiva, ma la realtà dei fatti è che viviamo lontano da tutto e tutti, in cui la mentalità fa fatica ad accettare certi cambiamenti culturali e sopratutto, lo scambio d'idee trova un ostacolo di mare. Chiaramente questo handicap può essere ampiamente osservato in altri ambiti sociali, vedasi il lavoro ma, sarebbe un discorso vasto che in codesto frangente porterebbe a divagare su infinite domande. Per fortuna, oggi, la tecnologia ha in parte sopperito a tale “neo” (vedasi internet) e non è un caso che nell'ultimo decennio, la crescita musicale e l'interesse per essa, ha toccato picchi esponenziali. Ma torniamo agli anni 80 perché proprio nell'esplosione del puro metallo, la Sardegna non è stata immune all'ondata, da Sassari a Cagliari, il vortice ha impresso un effetto significativo. Siamo nel 1982 e qualcosa a Ozieri (SS) stava prendendo forma, una tra le prime band in assoluto che è rimasta nella storia e ha dato quella spinta considerevole a tutto il panorama regionale e non solo. Son riusciti a oltrepassare i confini natii e a proporre concerti in diverse regioni con band da brivido come i romani Astaroth, i toscani Sabotage e tanti altri, quindi cari miei, non si scherza. Il loro nome è Skull, band fondata dal bassista cantante Marco Fenudi che si cimentò in un heavy/speed metal già rintracciabile nell'esordio demotape “Maniac” del 1984. Se al Nord si accese un focolaio, al Sud, nel Campidano, le fiamme originarono un'altra band storica che, più o meno negli stessi anni, ribatté il colpo. Da Villasor (CA), nascono i Rod Sacred. Siamo nel 1983, tuttora attivi, il gruppo dedito a un classico heavy metal, fa circolare il suo nome con l'esordio demo “Speel Of Steel” del 1985. Come possiamo notare, la nascita di queste band di valore, era il risultato di un forte interesse da parte di un pubblico che si sbatteva a destra e a manca per assistere e organizzare concerti, particolarmente in occasioni di feste paesane in cui le insidie maggiori arrivavano dalle amministrazioni comunali e dalla loro delibera. Molto probabilmente sto tralasciando altri nomi degni di menzione ma portiamo la lancetta del tempo negli anni 90 e guardiamo cosa accade. Qui, mi sovviene menzionare due gruppi straordinari, forse quelli che hanno marcato a fuoco un'intera provincia senza risparmiare nessuno, facendosi rispettare in lungo e in largo, dall'Italia all'Estero. Ricordo come a scuola, il loro monicker balzava con una facilità inaudita. Siamo nel 1992 e da Decimomannu (CA), nascono gli Elefante Bianco. Con commozione ricordo quegli anni perché quello che hanno fatto, è considerato l'apice della musica rock sarda... come loro, nessuno. Il mastermind di quel progetto è il talentuoso vocalist caglieritano Nicola Macciò, in seguito conosciuto come Joe Perrino. Attivo dal 1984, il nostro artista, dopo alcune avventure musicali pregne di soddisfazioni, si aggrega, a inizi ’90 con la sopracitata band con cui esordisce col disco omonimo nel 1994. Sfornano 11 canzoni di un roccioso hard/heavy metal interamente cantato in italiano, un capolavoro assoluto che gli ha permesso di ottenere stima da parte di Litfiba e Timoria, giusto per dirne una. Un successo che gli consentì di varcare l'isola ed esibirsi in vari concerti al fianco di band come Therapy?, Biohazard, Ministry e tanti altri, insomma, una realtà fuori dal comune. Ma non c'erano solo loro a suscitare interesse, nel cagliaritano si affacciarono sempre in quegli anni, i Dorian Gray capitanati dal cantante Davide Catinari, che si destreggiava a suonare un hard rock con testi in italiano. Ironia della sorta vuole che il successo musicale sia arrivato dal mercato estero. Parecchie sono le loro esibizioni in Stati stranieri, il primo gruppo europeo a suonare in Cina e già questo dovrebbe darvi l'idea su cosa abbiamo di fronte. Esordiscono nel 1992 con l'album “Shamano” e tuttora attivi, continuano a divulgare il loro credo. Ora, riprendiamoci la lancetta del tempo e spostiamoci nel nuovo millennio. La scena musicale sarda acquisisce maggior qualità, la preparazione tecnica migliora a vista d'occhio e le possibilità di far circolare il proprio nome in svariati modi, accresce la voglia di osare. Come un lampo, sono desideroso di annotare i caglieritani Solid Vision dei fratelli Maillard che oltre a portare avanti questo progetto, si destreggiano a dare manforte ad altre proposte soliste di ottima fattura. Non dimentichiamoci, tra l'altro, della loro presenza nella band Dominici dell'ex cantante dei Dream Theater. Come avrete potuto capire, si viaggia in territori progressive e vi posso assicurare che la loro costante esibizione live, ha costruito una fans base di tutto riguardo. E se nel cagliaritano la scena pullula, dal sassarese arrivano altre risposte. Come ignorare i fantastici Screaming Shadows del talentuoso chitarrista Francesco Marras? Attivi dal 2001, ci hanno deliziato di ottime uscite, riuscendo a ritagliarsi uno spazio nel panorama metal nostrano, senza contare dei diversi concerti unplugged che Francesco ha tenuto e tiene in svariati locali sardi, in compagnia della singer Mariangela Demurtas, cantante dei Tristania. Insomma, vi pare che la Sardegna presenti pochi impulsi metallosi? Credo proprio di no e se mi son dilungato in questa sintesi storica, è per farvi capire di come, di recente, i nuovi gruppi abbiano le carte in regola per essere ammirati e un domani ricordati, come nel caso di questa new sensation che arriva direttamente da Cagliari. Loro si chiamano Lightless Moor, progetto messo in piedi dalla cantante Ilaria Falchi che con mille peripezie, riesce a dargli un senso compiuto intorno al 2005 quando, con una line-up ben assestata, esordisce col primo demo “Renewall” (2006). La buona accoglienza della critica ha superato di gran lunga i presupposti iniziali, aumentandone l'entusiasmo e la voglia di sognare in grande che, per l'appunto, si concretizza con l'incisione del primo full lentgh intitolato The Poem - Crying My Grief to a Feeble Dawn uscito nel 2013. Esposto così, sembrerebbe tutte rose e fiori ma oggettivamente, il percorso artistico ha trovato parecchie insidie. Riuscire a rilevare compagni validi, preparati professionalmente e con l'attitudine di credere in qualcosa, non è stato semplice. Giustappunto il territorio, come accennato, gioca un ruolo predominante nelle scelte artistiche, spesso scoraggiando chi, con buone premesse, è costretto a rinunciare a scommesse e sopratutto, alle proprie passioni. In questi casi ci vuole tanta fortuna e caparbietà, perché anche se si è consapevoli delle enormi spese per allestire concerti o solo per registrare un disco, l'amore per la musica ti porta a scavalcare questo incomodo e, i Lightless Moor ne sono la conferma. Si sbattono e investono tanto sudore e denaro, lucidi nel comprendere i rischi che incorrono, eppure, il desiderio di voler costruire un qualcosa di magico in Sardegna, è più forte di ogni altro ostacolo. Solo per questo, andrebbero ammirati totalmente. Il quadro è abbastanza chiaro, gli sforzi economici per creare una certa notorietà, sono notevoli, si tratta di un fattore che accomuna le diverse generazioni passate, anche loro incappati in problematiche di questo genere e che ha messo a dura prova l'economia familiare. Spesso mi capita di pensare agli Holy Martyr, la band di Sestu (CA) che ha avuto un inizio di carriera veramente travagliato ecco, li metterei come contrappeso per spiegare come, anche loro, dinanzi a un progetto e a una proposta sonora importante, han dovuto giocare la carta d'insediarsi in Lombardia, appositamente per migliorare la questione visibilità e avere maggiori introiti. Torniamo al nostro “The Poem - Crying My Grief to a Feeble Dawn”, il cd dopo un accurato ascolto, mi ha tolto il fiato, le 8 canzoni presenti si son dimostrate letali per chi normalmente addolcisce il suo animo con note malinconiche. Il suo concentrato di Gothic Metal con doppio cantato maschile e femminile, in aggiunta a spunti progressive e sinfonici, colpisce nel segno. E' stato come sorprendere le quattro mura di casa cambiare radicalmente aspetto, ti accorgi che di colpo tutto invecchia, vedi la vernice dissecarsi, l'intonaco disfarsi, profonde crepe che fanno da nido a lugubri insetti, rintanati in quelle fessure e speranzose di aumentare di numero. La stanza diventa il dormitorio di piccoli frammenti di tintura scrostarsi dalle pareti, li osservi scivolare lungo il pavimento con fare danzereccio come fossero accompagnate dal movimento del mare e mentre tutto s’ingrigisce, ti rendi conto di un grosso magone su per lo stomaco che vorrebbe farti urlare, almeno il tanto per allontanare tale scenario e riassaporare quella vitalità che troppo spesso ci siamo negati, quasi fosse di poco conto. Il disco mi ha trasmesso emozioni, ha disegnato ciò che in quel momento il mio stato psichico richiedeva. E poiché il sound mi ha lasciato queste impressioni, sul piano lirico, siamo dinanzi a un concept album che seppure distante dal mio immaginario, si adagia sul fattore romantico-oscuro. La correlazione di booklet e scrittura è molto stretta. Le foto interne che evidenziano scritte e macchie sui muri, così come sugli abiti e sul corpo, riassumono il cardine portante dell'intero concetto, ossia, la passione per lo scritto, creando così una storia che avesse come tratto preponderante, proprio questo. A tal proposito, che dir si voglia, riflettendo su ciò, abbiamo l'artista che riesce a esprimere tutto il suo essere attraverso l'inchiostro, si maschera per estrapolare i suoi sentimenti, le sue paure, le sue lacrime. A ben ragione disse bene, a suo tempo, il grande poeta Oscar Wilde: “Ogni uomo mente ma, dategli una maschera e sarà sincero”. Il fronte copertina, quindi, ritrae l'ambientazione in cui la vicenda prende forma, un paese tetro e silenzioso, caratterizzato da edifici in pieno stile architettura gotica, pronta a elargire il suo fascino desolante. Ulteriore prerogativa del platter, è l'essere riusciti ad accasarsi tra il roster dell'etichetta WormHoleDeath Records” di Firenze. La casa discografica di Carlo Bellotti non poteva non risultare una scelta appropriata. Nata intorno al 2008, è riuscita a sfruttare il marketing in maniera intelligente e soprattutto a livello mondiale con scelte mirate e tenaci, vedasi i nuovi uffici aperti in Giappone, che sostanzialmente, offre basi solide e di sviluppo più che convincenti. Pare proprio lo specchio riflesso della band, fatta su misura per loro, stessa mentalità, stessi obiettivi. Arriviamo al succo del cd e iniziamo ad analizzare i brani presenti.



The Lyrics of the Journey parte in pompa magna, calamitando l'ascoltatore efficacemente e accrescendone, a sua volta, una fame di conoscenza. Le prime battute tastieristiche-orchestrali, donano un principio di emozione. Solenni e magniloquenti, ti accarezza il corpo con tradimento. Sinistra e inquisitoria t’innalza verso la crocifissione, dando all'entrata della sezione ritmica, il compito di infliggerti danni permanenti. Le chitarre ritmate in sintonia con un persuasivo synth, abbelliscono l'inserimento dell'incantevole voce operistica di Ilaria che dovrà vedersela col suo antagonista Federico Mura, lesto a ribattere a suon di growl la parvenza angelica e creare un equilibrio con l'impatto infernale. Niente di più perfetto. Il corpo, issato in alto, accusa le ferite, il leit motiv sofferente e dannato che viene sprigionato, non fa altro che raccoglierne il sangue dalle ferite con l'incantevole timbro di Ilaria che riesce ad attenuarne il dolore, straordinaria nel ricoprire un ruolo da mattatrice. Tutti i membri conferiscono varietà al brano che si dimena in svariati spunti intelligenti così come il break centrale, intenso e maestoso. Ci si perde la testa, il danno ormai è fatto, il finale incalzante non fa altro che rubarmi l'ultima goccia di liquido opaco. Sul versante testuale, il racconto prende forma proprio da questa poetessa in procinto di creare la sua ultima opera. Intitolata “The Long Journey of Flesh and Mind” ovvero, “La Grande Avventura del Corpo e della Mente”, la nostra autrice, in una fase di totale ispirazione e intuizione, delinea profili e caratteri di personaggi che andranno a occupare le pagine del libro. Sospinta dalla suggestione di un bosco che la sommerge completamente, inventa e crea persone con virtù e peccati. La sua mano e la sua penna, quasi come un incantesimo, donano loro la vita, portando in auge tempi arcani e perduti. Si affiderà ai loro ricordi e misteri che assurdamente, è ignara di conoscere, rimanendo attratta dall'ospite misterioso che avrà un ruolo importante nel proseguo della narrazione. Caduto in una maledizione, rivelerà tutti i retroscena della sua afflizione. Chained to a Dismal Chant è una fucilata di chiodi. Una batteria forsennata mostra la parvenza minacciosa senza troppi scrupoli. Il tiro brutale che si fionda lungo le tempie, è consolidato dall'ingresso di Federico che torce le tonsille e vomita bile con estrema bestialità. La traccia dall'andatura sostenuta, mostra, al contempo, diverse sfaccettature e un'impeccabile esecuzione, difatti, la protuberanza terrificante che si erge in apertura è sedata, ancora una volta, dalla leggiadria vocale di Ilaria. Il potere insito nel suo canto, ridimensiona la canzone su binari cauti e ragionevoli, stabilendo l'ennesimo duello al microfono. Tra improvvise accelerazioni e battute rallentate, abbiamo una song variabile in cui traspariscono notevoli potenzialità. La melodia ricopre un ruolo suggestivo, ricercata e genuina, ammalia l'ascoltatore ma, il bello deve ancora arrivare. Dopo un intermezzo strumentale quasi evocativo con arpeggi chitarristici e rintocchi di tastiere, abbiamo un climax da brividi. Il finale si traveste d'imponenza e grandiosità. Una cavalcata ampollosa ed epica squarcia il cielo in due, denudando la terra del suo azzurro e aprendo varchi idilliaci fatti di luci e colori inquietanti. Spettacolare. Il testo riprende l'avventura e svela l'ospite arcano accennato precedentemente. Si tratta de “Il Conte”, così è chiamato. Immerso in un castello illuminato da singolari luci di candelabro, egli si presta a svelare le sue vicissitudini in un'atmosfera gothicheggiante. I fiacchi bagliori abbracciano il suo racconto dettato da un'infinita tristezza. Implora la poetessa di ascoltarlo, la prega di salvarlo dalla maledizione che lo tortura, incentrata dall'essere letteralmente incatenato a una notte senza fine, di come in questi secoli abbia perso la “purezza” a discapito della “pazzia”. La scrittrice seppur spaventata, prende a cuore la spiegazione e decide di aiutarlo. La cadenzata Arabian Nights si lascia mordere dal growl che si ode al varco, puntualmente sovrastato dal cantato femminile, lesta a riscaldare le anime oscure, alternandosi con gli spietati grugniti di Federico che si riappropria della scena in conseguenza delle note orientaleggianti. E' battaglia. La creatività è di casa e quando ci imbattiamo nel ritornello, si sfoggia una linea melodica ammirevole così ben incastonata che sentirla, ti porta a viaggiare sui solchi dettati dalle vocals di Ilaria. Modulata e dotata di ottima espressività, conferma la sua bravura, sferzando istinti malinconici da sentire e risentire. Ciononostante, si riesce a percepire un sottofondo palpabile di energia che dona una sorta di carica, di sicurezza in un insieme costernante che la track trasmette. L'interludio strumentale ti strappa il respiro, l'intensità in crescendo dei synth si trasforma in potenza, facendoti ondeggiare il capo a ritmo, lo stesso che avrà repentine impennate sino a toccare lidi prettamente black in cui Federico da il meglio di sé, un trita tutto. L'epilogo dolce e intenso, si consuma in note pianistiche che fluttuano lentamente verso l'ignoto. Si vivono sensazioni altalenanti così ben concepite da impressionare non poco. La storia riprende “Il Conte” in procinto a far vivere alla poetessa una sorta di esperienza extra – sensoriale. Come in un sogno, dopo aver chiuso gli occhi, sarà risucchiata nel suo peggior incubo. La pazzia prende il sopravento. L'amore e l'odio si fondono in un tutt'uno, generando così “La Maledizione” che quasi come una violenza carnale, le farà perdere la “purezza”e l'innocenza, defilandosi dietro a peccati indescrivibili. Osserva come ha avuto tutto inizio, soffocandosi di sentimenti discordanti. Cento Respiri (Slave) si presenta come semi-ballad e qui, cado in totale estasi. La mia anima è stretta in una morsa di afflizione, sento l'impeto musicale entrargli dentro, la denuda dalla sua intimità, la scruta e la blandisce con tocco deciso. Fa male e non posso darvi rimedio. Incapace di reagire, lascio all'espressività dei miei occhi l'unico piglio per essere compreso ma, sarà invano. Nessuno riuscirà a salvarmi, l'anima è soppressa da un bagno di lacrime, segnando un volto ormai spento. E' fantastico come la track sia riuscita a rapirmi compiutamente. Colorata da un introspettivo pianoforte che Ilaria lambisce con una prestazione impeccabile e ricca di phatos, ci s’insinua in territori strazianti tra tempi lenti che permettono di venerare l'ariosità musicale. La struttura lineare è convincente e più il minutaggio scorre, più assume quel quid travolgente. Il wall of sound rinvigorisce e non c'è scampo per nessuno. Il canto femminile tocca l'apice dell'incisività, come lama affilata sprofonda nella carne e ti fa sentire l'essenza del dolore. Estratto docile e dirompente. La scrittura mostra la poetessa sconvolta dopo il risveglio. L’esperienza l’ha profondamente segnata. Le immagini di quella violenza sono molto incise nella sua mente, scatenandole un conflitto interiore dominato dalla confusione e dall'infelicità. E’ come se sentisse delle voci dentro di se e nel suo cuore, pianti di gente in tumulto (cento respiri) che le daranno la forza per rinascere e sconfiggere “La Maledizione”, non con poca fatica. Giungiamo alla traccia extra long Overwhelming Darkness e diamo il benvenuto allo spiccato senso progressive della band. Elaborata con maestranza, si enfatizza la perizia tecnica di ogni singolo membro. In questo episodio abbiamo tutto ciò che ci occorre, tutta la loro verve è racchiusa qui dentro e il bello è che scorre liscia senza neppure accorgerci di aver superato i dodici minuti. L'atmosfera sinistra che si respira in avvio, stende il tappeto d'onore agli arpeggi della sei corde che, apparirà di frequente lungo il tragitto. Senza farlo apposta, la voce di Ilaria non delude le attese, ormai perno portante delle composizioni, instaura un'ottima sinergia con le guitars, emanando quel flavour romantico parecchio toccante. Chiaramente è fumo sugli occhi perchè l'aggressione sonora non si fa attendere, le carte in tavola sono stravolte e via con un muro sonoro martellante. Scariche adrenaliniche ed esuberanze soniche, evidenziano i cambi di tempo e i vari intrecci senza sbavature. E' entusiasmante poter ammirare questa struttura articolata, senza contare dell'ennesimo finale mozzafiato, roba di alta scuola e qui m'inchino perchè Ilaria si supera, il suo talento la porta a toccare la massima espressione artistica, linee vocali evocative s'innalzano lontano, aspettando l'arrivo dei lancinanti growling per assistere all'eterno batti risposta irrefrenabile. Goduria. Testualmente ritroviamo la poetessa vittima della stessa maledizione.  Adesso, è faccia a faccia con quel male arcano che lentamente le sta prosciugando le forze, iniettandole oscurità e tristezza in corpo, annichilendola completamente. Spaventata, in un primo momento sembra quasi cedere, ma è pronta a fronteggiare il male, per spezzare la maledizione che la lega ormai indissolubilmente al Conte. Sacrifice pare allentare la tensione, il preambolo acustico soave, sembra indirizzarci verso binari circospettivi ma, la spinta ritmica ci riporta nella bolgia. Riff corposi e serrati allestiscono il palco per una notevole spinta ritmica che sfocia in un azzeccato leit motiv anthemico e incisivo. Un brano che si snoda in continui raptus improvvisi che ti spazzano letteralmente via. Un classico e irriducibile metal grog gothic dal retrogusto dolente e cattivo. Le trame graffianti e intense, cesellano un lavoro risoluto. Le toste melodie trasudano stille pregne di malinconia e a noi non resta che farci inprigionare dentro di esse. In questo momento del racconto, la poetessa riesce a spezzare la maledizione. Col suo coraggio è riuscita a fronteggiare e distruggere la pazzia, che giace oramai, priva del suo potere. The Lovers and the Forest è invasa da tastiere solenni che stagliano la song su un mid tempo accessibile e melodico. Nella prima parte, il growl di Federico ne punteggia il brano anzi, per la prima volta si ha la sensazione che la scena sia tutta sua, feroce e minacciosa, inrobustisce l'intelaiatura, levigata e lucidata dalla solita Ilaria che non si esime a lasciare il segno. Le variegate tessiture, risaltano le instancabili ripartenze senza tralasciare la teatralità aulica che si avverte lungo i solchi della canzone. Una poderosa track fomentata da uno stato d'animo ricco di energia, di rivalsa sempre e comunque, rivista da un'ottica dark. La storia sta per giungere alla conclusione, il Conte e la poetessa, ormai liberi dalla maledizione, possono finalmente coronare il loro sogno d’amore e perdersi in una meravigliosa foresta, accogliente e colorata. La tristezza e i tempi duri sono un lontano ricordo, ora possono perdersi nel loro amore e non più nella depressione, nelle lacrime. Le paure sono svanite e tutto riacquista la meritata tranquillità. L'ultima in scaletta è Dark Side of Our Souls, una delicata ballad con solo voce e chitarra acustica che rifinisce un immaginario onirico e rarefatto. Gli accordi cupi si sposano con la voce calda di Ilaria esplorando lidi intimisti. A differenza delle altre track, non mi ha trasportato come avrei voluto ma questo, è un parere personale. L'ho trovata senza mordente, forse abituato da ciò che ho sentito in precedenza, ritrovarmi un pezzo semplice e lineare mi ha un po' spiazzato. Con ciò, è palese che non voglio intaccare la qualità racchiusa ma, i brividi son venuti a mancare. La narrazione termina con un lieto fine ma, con un monito. La “maledizione” sarà sempre in agguato, nonostante la bontà che ci contraddistingue, ogni essere umano cela una parte oscura, nebbiosa, in cui la pazzia troverà linfa vitale e cercherà sempre di tentarci, incantandoci con una dolce melodia che ci spingerà a seguire.



Bene, che altro aggiungere? Tutto sommato, anche se il finale del disco mi ha lasciato un po' l'amaro in bocca, non posso non congratularmi per questo ottimo lavoro, registrato alla perfezione e suonato di conseguenza. Aver masterizzato il tutto presso i “Finnvox Studios” di Helsinki, ha dato un buon risultato e questo, lo rende un prodotto internazionale semmai siete tra coloro che storcono il naso appena s'imbattono in band italiane. Se avete amato i primi Tristania, After Forever, Within Temptation, gli esordi dei milanesi Macbeth, Theatre Of Tragedy e Trail Of Tears, non potete deviare lo sguardo su questo platter dei Lightless Moor. Massimo supporto perché meritano, è un prodotto genuino, fresco e personale. Nei giorni nostri, con tutto quello che le case discografiche pubblicano, intravedere un pizzico di personalità, è manna dal cielo e non possiamo tenerne conto. Son rimasto sbalordito dalla preparazione tecnica e professionale e onestamente, questo li mette nella strada dei grandi gruppi più blasonati che rincorrono lo scettro di metal gothic band ed io, nel mio piccolo, son convinto che con questa tenacia, riusciranno a crearsi un futuro ragguardevole. Io gli starò dietro, hanno il mio appoggio.


1) The Lyrics of the Journey
2) Chained to a Dismal Chant
3) Arabian Nights
4) Cento Respiri (Slave)
5) Overwhelming Darkness
6) Sacrifice
7) The Lover and the Forest
8) Dark Side of Our Souls