LES DISCRETS

Septembre Et Ses Dernières Pensées

2010 - Prophecy

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
06/06/2019
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Siamo nell'ormai lontano 2007 e un pischelletto poco più che ventenne è ancora convinto che nel mondo del metal i sottogeneri siano qualcosa di fisso e definito. Esiste il death, esiste il black, esiste il gothic, esiste il doom. Il suddetto pischelletto non ha ancora ben chiaro il concetto di "contaminazione", e per quanto non sia del tutto ignorante su certi generi lontani dalle distorsioni roboanti del metal, come lo shoegaze, il dream pop e il post-rock (anzi, quest'ultimo già inizia ad ascoltarlo), ancora non è cosciente di come roba del genere possa c'entrare qualcosa con le estremizzazioni del metal più veloce e dilaniante. Ma il pischelletto è uno che si informa, non si accontenta di ascoltare sempre le solite tre o quattro band preferite, ogni giorno gli piace scoprire qualcosa di diverso e si reca ogni mese in edicola per acquistare le sue riviste musicali preferite, leggere le recensioni, conoscere nuove band. Ed è proprio su una di queste riviste che un giorno il pischelletto viene colpito da un'immagine, la copertina di un album, su cui appare un bambino (o forse è una bambina?) che sembra suonare una canna di bambù, o qualcosa del genere, come se fosse un flauto dolce, su un onirico sfondo verde-acqua con delle luci soffuse in lontananza. La recensione sembra descrivere un disco che aspettava da tanto e che potrebbe potenzialmente adorare. Il che è proprio ciò che accade, quando il suddetto disco viene ordinato dal negoziante di fiducia, scartato, ascoltato, riascoltato, ri-riascoltato, e infine amato. Il pischelletto in questione era il sottoscritto durante i bei tempi di inizio università, e quell'immagine così poetica era la copertina di "Souvenirs d'Une Autre Monde", primo disco dei francesi Alcest, la prima band ad aver coniato (o fatto coniare da chi tentava di descriverla) il termine "blackgaze". Presto quella band diventerà una delle preferite dell'ormai pischellone, che così si appassionerà al blackgaze in tutte le sue forme. Ma questa è un'altra storia, e forse un giorno ve la racconterò in un'altra recensione. Per ora cerchiamo di capire che cosa sia piuttosto questo "blackgaze". In cosa consiste questo nuovo (per l'epoca) sottogenere del metal, di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima della comparsa sulle scene del timido capellone avignonese (di Bagnols Sur-Cèze, per la precisione)? Quali sono le sue sonorità, le tematiche di cui tratta, le sue caratteristiche? E perché chiamarlo proprio in questo modo? Beh, per prima cosa c'è da dire che "blackgaze" non è un termine casuale, ma deriva dalla fusione dei nomi di due altri sottogeneri ben più noti, black metal e shoegaze. Se a qualcuno tra voi può sembrare strano sentirli accostati, non deve essere sembrato strano a Neige, al secolo Stéphane Paut, mastermind del progetto Alcest, che già solo con il primo vero LP riuscì a immergere gli ascoltatori in un mondo fatto di suggestioni oniriche, suoni sognanti, testi poetici, note che sembrano pennellate di acquarello su una tela, ma sempre sulla base di potenti distorsioni, urla belluine intrecciate a un cantato pulito di una dolcezza disarmante, il tutto unito a strutture soniche che pescano a mani basse dal black metal di scuola norvegese, appositamente reinterpretato per l'occasione.  Bene, sappiate che non fu un caso isolato, e soprattutto nella natia Francia, dove questo genere ha trovato terreno fertile per creare, se non una "scena", quantomeno un focolare iniziare. Non solo molte altre band si ispirarono agli Alcest nel creare un vero e proprio sottogenere musicale nuovo, mantecando il più glaciale black metal nel tepore dello shoegaze, ma alcuni riuscirono anche a distinguersi e a creare delle proprie personali interpretazioni dello stesso shoegaze. E chi riuscì meglio in questa impresa, se non proprio la band di uno tra i migliori amici di Neige, nonché suo ex compagno d'arme, tale Fursy Teyssier? Il buon Fursy, dalla bella Lione, non era nuovo a questo tipo di sonorità ideate dal connazionale Stéphane; proprio con quest'ultimo, aveva infatti militato negli oscuri Amesoeurs, autori di un EP di 3 canzoni ("Ruines Humaines" del 2006, quando già gli Alcest si erano fatti conoscere con l'EP "Le Secret" del 2005) e di un solo, meraviglioso album omonimo, che uscì nel 2009 prima di vedere lo scioglimento della band a causa dei diversi impegni dei rispettivi componenti. Stéphane era ormai troppo preso dai suoi Alcest, usciti dall'anonimato e sempre più sulla bocca di tutti, mentre le energie di Teyssier erano tutte concentrate nel portare alla luce la sua personalissima creazione, i Les Discrets. Una creazione che rappresenta più che bene lo spirito creativo e la visione del mondo dello stesso Teyssier: visual artist, illustratore, autore di artwork e anche di qualche cortometraggio, questo ragazzo lionese dallo sguardo timido e dal look d'altri tempi ha riversato tutto il suo mondo in una band che rispecchia in pieno il suo animo tormentato. E lo ha fatto rinnovando (e di parecchio) la formula introdotta dagli Alcest, miscelando sapientemente le suggestioni black metal e shoegaze che prima di lui avevano ispirato l'amico Neige, con delle forti influenze post-rock e persino con accenni della canzone d'autore francese, in un elegante dark metal a tratti tetro, a tratti crepuscolare, ma sempre melanconico e profondamente romantico. Ad accompagnarlo in questo oscuro viaggio troviamo l'affascinante cantante Audrey Hadorn, già di casa negli Amesoeurs, e il buon vecchio Winterhalter, già batterista degli stessi Alcest. Se consideriamo che anche Neige, dopo l'incisione di questo album, ha partecipato al progetto in veste di bassista, non è difficile immaginare come questa band sia strettamente radicata a quella scintilla, quell'inizio di "scena francese" che ha dato poi origine al fenomeno blackgaze, quasi facesse parte di una stessa grande "famiglia". Se vi sono piaciuti gli Alcest prima e gli Amesoeurs dopo, non potrete fare a meno di adorare questi ragazzi così "discreti", come loro stessi hanno scelto di definirsi. E li adorerete proprio a partire dal loro bellissimo (benché acerbo) primo album, uscito nel 2010 per la sempre attenta Prophecy, tale Septembre Et Ses Derniérs Pensées - "Settembre e i suoi ultimi pensieri", che il sottoscritto andrà ora a raccontare e a vivere per voi.

L'envol des Corbeaux

Corvi, corvi dappertutto. Nessun intro sarebbe stato più perfetto di L'Envol des Corbeaux, "Il volo dei corvi", per immergerci in profondità nell'oscuro mondo messo in piedi da Teyssier. Corvi che sono gli stessi che si vedono in "Tir Nan Og", uno dei cortometraggi animati più noti creati e diretti dallo stesso Fursy. Corvi come presagio di qualcosa, forse presagio di morte, come sapeva bene il grande Rudyard Kipling quando creò il personaggio di Ko per i suoi Jungle Books. Corvi come l'uomo incappucciato della copertina, questo losco figuro dal lungo becco che incrocia la strada dei due amanti persi nel bosco. Corvi come note di chitarra che volano nel cielo plumbeo, che si perdono nell'infinito del proprio riverbero. E poi ancora gong che sembrano usciti da un antico rituale tibetano, ma anche strumenti a fiato in lontananza che ci introducono in un'atmosfera tesa, nervosa e sempre più tetra. Sembra quasi di ascoltare la colonna sonora di un film fantasy alla Peter Jackson, con due schieramenti nemici che si studiano sul campo di battaglia, appena prima di correre l'uno verso l'altro e massacrarsi a suon di spade e asce bipenne. Un intro denso e ombroso, ricco di un'atmosfera grigia come la nebbia di Milano alle 6 del mattino, un intro che sa di vero e proprio "presagio", come se qualcosa stesse per accadere da un momento all'altro. Qualcosa di epico e di solenne. Finché un riverbero di chitarra, che sembra un lontano eco al contrario, non si fa sempre più presente, sempre più audace, fino a trasformarsi nel riff della prima vera canzone del disco.

L'échappée

Ed ecco che l'eco si dissolve, per accogliere l'arrivo di un riff denso, profondo ed elegantemente oscuro. L'Echappée - "La fuga" affronta una delle tematiche cardine nell'intero lavoro dei Les Discrets: quel senso di costrizione che la vita moderna ci costringe a sopportare a discapito del legame con la natura, con le nostre radici animali, con quella purezza che sembra ormai perduta per sempre dopo la civiltà e l'occidentalizzazione del mondo (qualcuno si ricorda del "Buon Selvaggio" di Jean-Jacques Rousseau?). Fursy ci dà giù duro su quelle corde, ma i suoi ritmi sono lenti, cadenzati e avvolgenti. Senza rendercene conto ci ritroviamo sommersi da una calda atmosfera tanto dark quanto raffinata, e di fronte a noi si apre la strada verso quel bosco buio che è l'anima stessa della band. Quando poi il riff cambia per tramutarsi in bridge, le note di Teyssier appaiono improvvisamente seducenti, quasi sexy, mentre la seconda chitarra si fa strada nella canzone con dei fraseggi melodici che introducono luce nell'oscurità, come un fascio di sole tra i rami del bosco. La voce del musicista francese fa la sua comparsa con un timbro solenne, vagamente epico, quasi impersonale a dire il vero, come fosse un narratore esterno agli eventi, la reincarnazione dell'Uomo Corvo in copertina, che spiega ai viandanti persi come orientarsi tra questi alberi così tetri e misteriosi. È una voce greve, austera, ma ricca di un tormento interiore che svela tutta la sua profonda umanità. Una voce che parla di disagio urbano, di aria pura soffocata dallo stress della città ("Le poumon noir / "Le coeur engourdi [?] L'air pure me manque"), di voglia di partire via, lontano da tutto e da tutti ("Sais tu de quoi j'ai envie? De partir / Vivre dans le montagne / Je m'allongerai sur la mousse / Sentirai l'odeur des champignons / Des fleurs / Et de la terre humide »). E mentre questo bel vocione ci avvolge e ci immerge sempre più nel suo mondo, ci immedesimiamo in quelle parole, ci sentiamo partecipi di questa fuga, e anche noi siamo all'improvviso pervasi da un'incredibile voglia di scappare via dalla città per rifugiarci laggiù, nelle campagne, o tra le montagne, a raccogliere funghi e fiori, e a godere di quell'abbandono, di quella candida purezza che solo un profondo contatto con la natura può donare all'uomo (e se qualcuno tra voi ha visto il film "Into The Wild" di Sean Penn, basato sulla vita di Cristopher McCandless, potrà ben capire di cosa parlo). Probabilmente il brano più rappresentativo in assoluto dei Les Discrets (e infatti non stupisce che sia stato scelto come canzone da riproporre in versione acustica per chiudere il successivo album della band, "Ariettes Oubliées").

Les Feuilles de l'olivier

Se finora le influenze black metal della band non si erano ancora mostrate in modo così evidente, con Les Feuilles De L'Olivier - "Le Foglie Dell'Ulivo", queste ci vengono sbattute in faccia in tutta la loro irruenza. Winterhalter pesta come un ossesso su quel rullante, mentre i riff di chitarra si fanno più veloci, più violenti e più glaciali. La voce di Teyssier, ancora più tormentata, sembra un eco lontano che proviene dall'oltretomba. Ci racconta di quest'ulivo, robusto e dalla bellezza disarmante, ma destinato a piegarsi e a morire, come tutte le cose ("J'ai toujours connu cet olivier / Petit, robuste et tellement beau / Mais un jour il flechira"). Un ulivo che, nelle intenzioni del lionese, è una metafora dell'uomo stesso, destinato a cancellarsi poco a poco, per poi ritornare alla terra a cui apparteneva. E chissà, forse anche a vedere la sua anima che si eleva per continuare a vivere da qualche altra parte, lontano, e magari in un posto migliore di quello che gli è toccato in sorte alla nascita ("Ses feuilles vertes resteront au sol / Puis petit à petit, disparaitront sous la terre / C'est peut-etre tant mieux pour lui / Et qu'il sait? Il aura certainement repoussé ailleurs?"). Stavolta la carica emotiva è devastante, travolge tutto e ci lascia attoniti ad ascoltare quella seconda chitarra che pizzica le sue note come fossero gocce di pioggia in una giornata uggiosa propensa al temporale. Finché questo temporale si placa, le nuvole si calmano e una chitarra acustica fa la sua comparsa sulla scena. All'inizio questo cambio di atmosfera mi aveva ricordato quelli a cui ci hanno abituato da anni gli Opeth, con le loro chitarre acustiche che fanno immancabilmente capolino dopo ogni growl e schitarrata distorta. Ma poi, riflettendoci bene, quei riff mi sono sembrati più vicini agli ultimi Primordial: sembra quasi che i Les Discrets abbiano preso in prestito quell'attenzione al folklore irlandese della band di Dublino, per poi tradurla nel loro personale contesto francese, altrettanto ombroso ma decisamente più romantico. Le successive accelerate di Winterhalter non fanno che confermare questa sensazione, e per chi come me è grandissimo fan dei Primordial (come degli Opeth, d'altronde), queste influenze di Teyssier non possono che far godere ancora di più. E così la batteria continua la sua corsa, accelera, accelera e accelera ancora, mentre una chitarra che riporta alla mente le composizioni più emotive degli Alcest non accompagna la batteria fino a infrangersi entrambi, come un'onda che si suicida sugli scogli, in una fine gloriosa, vagamente epica e profondamente emotiva.

Song for Mountains

Se quel titolo in inglese di Song For Mountains - "Canzone per le montagne" rappresenta uno stacco con l'idioma francofono, la musica contenuta in questo gioiellino (con testo però sempre in francese) rappresenta a sua volta uno stacco con i riff roboanti del passato. L'atmosfera si placa, il rumore del fiume che scorre si fonda e diventa un tutt'uno con quello splendido arpeggio di chitarra acustica, che non per nulla mi ricorda i lavori migliori degli October Falls, mentre la chitarra elettrica ci dà la prova di prima vera influenza post-rock nel disco. Il motivo per cui è così difficile catalogare la musica dei Les Discrets sta anche in questo utilizzo che fanno delle peculiarità di diversi generi musicali, mettendole tutte al servizio di quel mondo immaginario e immaginifico, così elegante, raffinato, romantico e melanconico, che Teyssier ha imbastito per quel pubblico che saprà come immergervisi dentro. Se infatti gli arpeggi rimandano al folk finlandese e la chitarra elettrica al post-rock mastodontico dei Mono, quando parte quel riff, non distorto ma gonfio di melodia, sostenuto dalla batteria sempre più soffice di Winterhalter, ecco che una parola fa subito capolino nella nostra mente: Novembre. Proprio loro, quelli di "Classica" e "Novembrine Waltz". Le sonorità tipiche della band di Carmelo Orlando vengono sapientemente rielaborate da Teyssier in questi riff distorti, in queste melodie tormentate, in queste strutture sonore che sono così affini a quelle a cui ci abituato da anni la band romana, e per chi è un loro fan accanito come il sottoscritto non sarà difficile innamorarsi di questa canzone e di queste influenze che Fursy sfoggia con classe e sopraffina abilità. Non solo Novembre, a dire il vero, dal momento che a tratti sembra anche di ritrovarsi nelle suggestioni di "Blackwater Park" degli Opeth. Eppure il tutto risulta sempre condito a modo, con quella drammaticità oscura tipica dei Les Discrets, che si riflette alla perfezione nei fraseggi di chitarra solista man mano che questa diventa gelida e si avvicina pericolosamente ai territori del black metal atmosferico. La voce di Teyssier accompagna l'ascoltatore nei sogni del narratore, sogni di paesaggi lontani, di vette innevate, di boschi, di terra, di nuvole spezzate dal sole, e se chiudiamo gli occhi e ci lasciamo coinvolgere non possiamo fare a meno di ritrovarci in questo immaginario, completamente immersi in quel fascino, soverchiati dalla bellezza della natura. A quel punto l'anima della canzone prende il via, e ritroviamo quella ricercatezza melodica che i più attenti riconosceranno nelle composizioni dei finlandesi Ghost Brigade (il loro secondo album fu pubblicato giusto l'anno prima di "Septembre", e non mi meraviglierebbe se Teyssier si fosse ispirato anche a loro). Dei riffoni alla Alcest intensificano così l'emotività del brano, che si va a frantumare sulla roccia della chitarra acustica, del suo accompagnamento onirico e vellutato, prima che le chitarre si inaspriscano e facciano ripiegare su sé stessa l'iniziale atmosfera post-rock, che così si comprime sino ad esplodere in un finale sempre passionale e tremendamente viscerale. Un vero gioiellino.

Sur les Quais

Perdonatemi la digressione personale, ma il termine francese "Quais" (riva) mi ricorda troppo i bei tempi del mio Erasmus in Francia. Perché sì, nell'ormai lontano 2010-2011 (quando il disco dei Les Discrets era già uscito ed ero già corso a comprarlo) andai a fare l'Erasmus proprio nella città di Fursy Teyssier, la bellissima Lione. Era d'uso comune a quel tempo salutarsi con gli amici e gli altri studenti dicendo "becchiamoci stasera su quais", a prescindere se parlassimo in italiano, francese, inglese o altre lingue. Perché il "quais" era una vera istituzione, con i suoi locali sulla riva, con i suoi peniche (bar costruiti all'interno di barche che galleggiavano sul fiume), con i ragazzi seduti a bere birra e suonare la chitarra, con la sua atmosfera festosa, briosa, ma anche romantica e poetica. Ragion per cui mi capitò più di una volta di ascoltare questa Sur le Quais - "Sulla riva" proprio passeggiando sulla riva dei fiumi Rodano e Saona, dove forse lo stesso Fursy si era seduto per comporre questa canzone. Una canzone dal sapore folk, un interludio che è come prendere una boccata d'aria nel bel mezzo del viaggio, con le voci effettate di Audrey e di Fursy che si fondano in uno strano duetto sognante che ricorda quasi un coro di bambini, ma più freddo e decisamente più solenne. E proprio di sogno parla questa canzone, di "lei" che sogna e che attende sulla riva del fiume, che poi la inghiotte e la porta via. In quelle notti in cui passeggiavo per Lione con "Sur le quais" nelle orecchie, mi immaginavo quasi di vederla questa ragazza, o forse il suo fantasma, che non riesce a vivere in pace su questa Terra e aspetta, aspetta, aspetta, finché non si immerge nel fiume per farsi trascinare lontano dalla corrente. La chitarra acustica strimpellata da Fursy è l'accompagnamento perfetto per queste voci, e con i fraseggi di seconda chitarra si trasforma in una calda coperta che ci avvolge mentre osserviamo la riva, chiedendoci cosa ci sarà mai laggiù, dall'altra parte del fiume. E sognando.

Effet de Nuit

Fossi stato al posto di Teyssier, avrei aperto sempre tutti i concerti dei Les Discrets con questa bellissima canzone. Perché Effet De Nuit - "Effetto di notte" è probabilmente il brano più adatto a far scatenare la folla, a farla prendere bene per addentrarla nell'oscuro mondo della band. Ne è un emblema la plettratona iniziale, che poi sfocia in un riff feroce, ruvido come una retina che scrosta una teglia incrostata, e ci introduce in un mid-tempo che sembra un valzer di gala notturno tra fantasmi, in un bosco infestato che è la loro sala da ballo. Il cantato sempre più solenne di Teyssier accompagna degnamente questa danza, fondendosi con i tempi cadenzati della chitarra e della batteria, e narrando un paesaggio gotico-medievale che sembra uscito direttamente dalla matita di Kentaro Miura, intento a disegnare la sua più tetra tavola di Berserk. "D'une ville gothique éteinte au lointain gris / La plaine, un gibet plein de pendus rabougris / Secoués par le bec avide des corneilles / Et dansant dans l'air noir des gigues nonpareilles ». L'intero immaginario dei Les Discrets, o perlomeno la sua parte più tenebrosa e affascinante, traspare in pieno da questi versi, da queste immagini di città gotiche immerse nel grigio, di corvi che svolazzano su una schiera di cadaveri impiccati alla forca, maschere misteriose che spuntano nel buio della notte, lupi che si addentrano nel fogliame del bosco. E ci si mette anche la seconda chitarra (acustica) a immergerci in questo paesaggio, con arpeggi delicati e squisitamente dark-folk, che chiudono il cerchio di un brano che più Les Discrets di così non si può.  Certo, "Effet De Nuit" sembrerebbe in effetti una canzone in pieno stile Les Discrets, perfettamente in linea con gli stilemi della già osannata "L'Echappée", eppure quando parte il bridge ci rendiamo conto che, più che in ogni altra canzone dell'album, qui sboccia tutto il retaggio profondamente black metal della band. Sotto quell'arrangiamento gotico e vagamente sensuale, come già altri nel corso dell'album, si nasconde infatti una struttura tipicamente black, che mi è sembrata piuttosto vicina alla scuola svedese. Struttura black che però non è infilata lì a caso, ma anzi si integra alla perfezione con lo stile della band, rendendola più elegante e anche arricchendola con accenni di velata sensualità, specialmente quando Fursy attacca il microfono e detta i tempi con la sua voce profonda. Quando poi la band parte con i suoi cambi di tempo, ci sentiamo immersi ancora di più nella desolazione di questo scenario, sbattuti dalla corrente, che viene poi esemplificata dalla doppia cassa di Winterhalter, veloce e trascinante, fino a una chiusura folk-acustica squisitamente opethiana che sembra scritta dal Mikael Akerfeldt dei tempi d'oro. Uno dei miei brani preferiti in assoluto dell'album, e sicuramente uno dei più riusciti e ispirati.

Septembre et Ses Dernières Pensées

Septembre et Ses Dernières Pensées. L'inizio quasi ambient della title-track, insieme al suo minutaggio esiguo, tradisce la natura di interludio del brano, come un piccolo ponte su un nero affluente che collega due tra le sponde principali dell'album, la precedente "Effet De Nuit" e la successiva "Chanson d'Automne". Ma questo non dispiace, e non solo perché effettivamente avevamo bisogno di una pausa per riprenderci. Questi rumori ambientali in sottofondo, quel vento gelido che sferza sui nostri volti e quei corvi che gracchiano sulle nostre teste, sono lo scenario perfetto su cui adagiare la suadente voce di Audrey Hadorn, che introduce un arpeggio di chitarra che è come un letto volante su cui stenderci e farci cullare nel cielo. La struttura del brano si rivela qui intensamente post-rock, con le sue melodie deliziose e zuccherose, soffici come una torta al miele appena sfornata da nostra nonna, ma senza mai smarrire la bussola di un folk ombroso che ormai sembra sempre più un marchio di fabbrica della band. La voce di Fursy ci culla tra queste note, narrandoci di un viaggio particolare, il viaggio della vita attraverso il tempo, che con la morte corporea di trasforma nel viaggio dell'anima verso l'aldilà. "Je ne crois pas décidément que nous ferons ce voyage / Au delà de ces ciels lumineux de plus en plus clairs / Protégés, inaccessibles à l'ombre / Je nous vois mal en âmes errantes à jamais ». Teyssier sembra mostrarsi pessimista su questo punto, rivelando il suo profondo fatalismo ontologico per cui l'anima dopo la morte, se troppo legata alla vita terrena, non raggiungerà nessun cielo luminoso e non potrà mai svelarsi all'eternità, ma continuerà a vagare tormentata dai suoi ricordi. Settembre, nella poetica visione del musicista francese, è una metafora della vita che si spegne pian piano e che volge verso il suo termine ultimo. Ma di questa visione ne parlerò nell'ultima parte della recensione, quando con le "Conclusioni" analizzerò il motivo per cui i Les Discrets abbiano scelto un titolo così affascinante per il loro album d'esordio. Per adesso torno a premere play, e a farmi cullare ancora da questo bell'intermezzo così dolce e delicato.


Chanson d'automne

Wow! Quale altra parola per descrivere degnamente questo brano, forse il più emotivo e affascinante dell'intero album? Mai le ritmiche erano state così lente, così asfissianti e così annichilenti come ora, tanto che l'influenza della band sembra adesso essersi spostata tutta dal black e dal post-rock verso un (quasi funeral) doom metal, figlioccio della scuola finlandese di Shape of Despair, Swallow The Sun e affini, ma sempre con quella classe e quella personalità che ci rende chiaro di trovarci di fronte a una canzone dei Les Discrets, e non di una qualsiasi band doom metal copia-incolla. La chitarra solista, acida e oscura, si insinua nel formidabile tappeto sonoro eretto da una chitarra ritmica mai così ispirata, accompagnate da una voce profonda e dolorosamente tormentata, prima di tuffarsi in aperture melodiche che giocano abilmente con le emozioni dell'ascoltatore. Una barca sbattuta qua e là nel mare della malinconia, che resiste alle tempeste dello sconforto per poi sbarcare sulla spiaggia della speranza. Questa è Chanson d'Automne - "Canzone d'Autunno", un brano denso di ogni possibile suggestione emotiva suggerita dalla mente di Teyssier, una canzone ispirata alla stagione simbolo del disco e dell'intero immaginario lesdiscretsiano. Quando il muro sonoro si placa appaiono evidenti le influenze opethiane di Teyssier, che forse deve più di qualche idea alla band di Stoccolma, cullando l'ascoltatore in ritmiche acustiche tenui e rilassate. Così come del resto appaiono anche le influenze più tipicamente shoegaze dei nostri, compresse in quei suoni ovattati e in quelle atmosfere così poeticamente crepuscolari. Ma è nel momento in cui parte quell'assolo, dannazione, quel meraviglioso assolo, che ci rendiamo conto di trovarci davanti a un brano di assoluto valore artistico. È qui che il brano raggiunge il suo climax emotivo, ci fa davvero viaggiare con la mente in quei boschi, in quei ricordi, in quegli ultimi pensieri, e quando la chitarra di Fursy ruggisce ancora e ritorna alla ritmica doom di partenza, ancora più oscura e tormentata, ci rendiamo conto che oramai siamo completamente in balia di questo brano, che siamo catturati dalle sue spire sonore, dalla sua atmosfera magica, dalla sua poetica autunnale così raffinata e così BELLA. Le suggestioni shoegaze sul finale, accompagnate da una chitarra acustica sempre più opethiana/agallochiana e da una chitarra elettrica riverberata che è come un eco da un'altra dimensione, chiudono degnamente un brano che possiamo definire come un vero e proprio concentrato di emozioni profonde, che colpisce in pieno il cuore dell'ascoltatore proprio quando ormai il disco volge al suo termine. Per quanto mi riguarda, il capolavoro dell'album.

Svipdagr & Freyja

Tempo di ultimo intermezzo per i Les Discrets, con un brano strumentale come succoso antipasto prima della botta finale di "Une Matinée D'Hiver". Un intermezzo che poi così tanto intermezzo non è, visto il suo minutaggio non poi così esiguo (4 minuti pieni) e la sua complessità strutturale, che non ha nulla da invidiare agli altri brani dell'album. Dell'influenza opethiana dei Les Discrets ne abbiamo già parlato abbondantemente in precedenza, ma Svipdagr & Freyja è forse il brano che più di ogni altro paga pegno alla band di Mikael Akerfeldt e al suo stile così peculiare. Stavolta i Les Discrets mettono da parte le tematiche tipiche delle loro canzoni, per ispirarsi (seppur in una canzone senza testo) a quelle nordiche dello Svipdagsmal ("il lamento di Svipdagr"), uno dei poemi scandinavi dell'Edda Poetica, raccolta tratta dal "Codex "Regius", manoscritto islandese di epoca medievale, che ad oggi è la nostra più grande fonte di informazione sulla mitologia norrena e germanica di quel tempo. Svipdagr si imbarcò in una lunga avventura, alla ricerca della bellissima Menglod, in un viaggio che lo portò a confrontarsi con il guardiano Fjolvidr e ad affrontarlo in un epico duello fatto di domande e risposte. Fu poi il pittore svedese John Bauer ad accostare la figura eroica di Svipdagr con quella della divina Freyja, dea norrena dell'amore e della fertilità, in uno splendido quadro del 1911 che ritrae le due figure mitologiche intente a guardarsi teneramente negli occhi, su uno sfondo nordico di pastelli neri, grigi e bianchi. Un'immagine che si inserisce alla perfezione nell'immaginario dei Les Dicrets, e che a dirla tuta ricorda anche qualcosa della copertina di "Ecailles De Lune", il successivo album dei colleghi Alcest. Il brano parte in quarta, sulla falsariga di "Les Feuilles De L'Olivier", per poi adagiarsi in tappeti sonori fatti di chitarre acustiche prese di peso da "Blackwater Park" e reinterpretate secondo la poetica autunnale di Teyssier. Gli accompagnamenti di chitarra di alternano poi ad arpeggi malinconici, sorprendentemente evocativi, che richiamano alla mente sia il "collega" Alcest, sia la personalità più folk degli October Falls, forse anche di certi Ulver, e soprattutto degli Agalloch. Anche la band di Portland appare ormai come una intensa fonte d'ispirazione per i francesi, e con questo brano più di ogni altro si fanno notare le suggestioni tipiche del loro dark metal. Se dunque anche voi come il sottoscritto avete passato pomeriggi interi con le cuffie che vi sparano a palla nelle orecchie tutti i brani di "The Mantle" ed "Ashes Against The Grain", sappiate che in questo fantastico viaggio troverete pane (e companatico) per i vostri denti.

Une Matinée d'hiver

E quale modo migliore di chiudere questo viaggio così affascinante, se non con il brano più squisitamente post-rock dell'intero album? Quelle chitarre acustiche così dolci ad aprire il brano, che sembrano quasi l'introduzione di qualche pezzo post-grunge anni '90 (non so voi, ma a me hanno ricordato qualcosa degli Staind e dei Creed?), sono solo un tappeto che ci dà il benvenuto in atmosfere estatiche, ricche di dolcissime sensazioni sonore che ricordano quelle di band come i nostri cari Giardini di Mirò, con tanto di strumenti a fiato, di batterie con l'eco e di riverberi come se piovesse. Post-rock dunque, ma sempre nello stile della band lionese, e quindi avvolgente, autunnale e malinconico, con arpeggi delicati e una chitarra acustica sempre ben presente che rende il brano elegantemente crepuscolare, una musica che è come un fascio di sole che illumina un paesaggio invernale di prima mattina, dopo che per tutta la notte ha nevicato come se non ci fosse un domani. La voce ormai stanca di Teyssier canta quello che sembra il testamento finale del disco, la lettera d'addio, l'ultimo saluto all'ascoltatore che ha voluto seguirlo fino alla fine di questo bellissimo viaggio. "Nous avons donc fait ce voyage / Un après-midi d'automne / Nous caressons des pieds la cime des montagnes / Et dormons l'un près de l'autre, main dans la main / Je souris désormais / Aux ciels gris de septembre / Et flotte dans l'infini / D'une matinée d'hiver". Il viaggio si conclude qui, siamo ormai arrivati sulla cima della montagna, eravamo partiti un pomeriggio d'autunno e ora di fronte a noi si stende una mattina d'inverno, che salutiamo con un sorriso, e con le nostre mani intrecciate. La poetica di Teyssier raggiunge il suo culmine, e con gli ultimi ruggiti della sua chitarra elettrica, con quelle melodie pastose e riverberate, ci accarezza i sensi prima di lasciarci andare via, stavolta per davvero. A parere di chi scrive "Une Matinée D'Hiver", "Una mattina d'inverno", è forse uno dei brani meno riusciti del disco (seppur sempre bellissimo), per la sua eccessiva semplicità compositiva e per i suoi riferimenti al post rock troppo marcati e meno ispirati del solito, quasi come se Teyssier abbia voluto forzatamente chiudere il disco con melodie più ariose e gioiose che non fanno evidentemente parte della sua natura tormentata. Detto questo, "Une Matinée D'Hiver" resta un brano che continuo a ritenere perfetto come conclusione di questo viaggio meraviglioso. Un avvolgente canto del cigno, sognante al punto giusto, che ci fa chiudere gli occhi soddisfatti e felici, per poi posare le cuffie e rituffarci nella vita arricchiti da questa nuova magica esperienza.

Conclusioni

Settembre è un mese particolare. Non solo per la distonia creata da quei suoi trenta giorni che, se con le braccia restano legati al caldo torrido dell'estate, con gli occhi rivolgono lo sguardo verso i confini del primo gelo invernale, ma anche perché è un mese fatto di pensieri ed emozioni che ricordano, più di ogni altro mese, sensazioni come la nostalgia, la malinconia, l'abbandono. Perché sì, la bella stagione ormai ci ha lasciati, come una ragazza ormai insoddisfatta della sua relazione, o come un corpo non più bello e tonico come un tempo a causa dell'età che avanza. Quando scocca la campanella dell'equinozio autunnale, si risveglia in noi la percezione della perdita, ci rendiamo conto che qualcosa di prezioso sta per fuggire via e che tornerà solo tra molto, molto tempo, quando ormai ci saremo abituati a non averlo più con noi. Se il ciclo dei mesi e delle stagioni rappresenta una metafora della vita umana, Settembre è senza dubbio il mese della mezza età, della gioventù perduta, di quegli anni ancora lontani dalla vecchiaia ma ormai inesorabilmente fuori dalla fascia protetta della giovinezza. E quando ormai l'estate è già bella che andata, quando ormai l'autunno è entrato di diritto nelle nostre vite e il nostro viaggio verso il freddo appare sempre più inesorabile, ci accorgiamo di come gli "ultimi pensieri" di Settembre sono gli stessi che abbiamo noi, quando ci rendiamo conto della mole di rimpianti che ci portiamo dietro, rimpianti che ormai non è più possibile cancellare. Il canto dei corvi in lontananza non fa che ricordarcelo, e così ci ritiriamo nella nostra malinconia, con una voglia di fuggire via dalla nostra vita che, paradossalmente, ce la fa apprezzare di più, ci fa vivere con passione e dedizione anche i suoi momenti che sembrano più piccoli o insignificanti. Anche (o soprattutto) per questo, Settembre è un mese difficile da raccontare. Fursy Teyssier ci è riuscito, tessendo sapientemente una musica che è la perfetta rappresentazione dell'animo umano quando si trova a dover affrontare la stagione autunnale e, metaforicamente, gli umori che la vita gli riserva nel momento in cui si ritrova affacciata al suo ultimo atto. La creatura del musicista francese intreccia suoni oscuri affini a un certo gothic metal di scuola Katatonia, reinterpreta le sonorità tormentate degli Agalloch in una chiave più romantica, gioca con i cambi di tempo degli Opeth e con i suoni ovattati dei nostri Novembre, per poi far confluire il tutto con un quel tipo di post rock moderno più vicino alla forma canzone dei nostri Giardini di Mirò che non alle atmosfere interminabili a cui ci hanno abituato band come Mono o GY!BE. E per tenere insieme questa grandiosa impalcatura, il mastermind dei Les Discrets non si fa scrupoli ad attingere dalle strutture del black metal, reinterpretandole, rimaneggiandole, utilizzandole a proprio piacimento per creare un impasto che tenga insieme le sue idee e l'oscurità insita del suo progetto. Ma non solo: Teyssier si dimostra anche un vero e proprio poeta, con un timbro profondo e romantico che sembra quasi una versione epica e oscura di un Yves Montand reso più asettico e impersonale dal dolore della vita, seppur si tratti di uno stile vocale ancora acerbo e con ampi margini di miglioramento. Perché sì, il buon Fursy non si limita a pescare dal mondo del rock e del metal per le sue composizioni, ma dimostra chiaramente un'impronta compositiva ispirata tanto ai "poets maudits", quanto alla canzone d'autore francese del secolo scorso, quella più malinconica e intimista. E così il ragazzo scrive le sue poesie come un moderno Baudelaire, decantandole con voce austera, sì, ma anche struggente, emotiva e particolarmente seducente. I suoi testi parlano di disagio urbano, di fughe verso la purezza della natura, di montagne, di cieli grigi, di mani intrecciate, di ricordi, di abbandono. Sono testi dipinti con colori autunnali, che odorano di terra umida, di muschio e di malinconia. La voce maschile di Teyssier, calda come una coperta elettrica, ci fa fuggire via, verso un mondo innocente e incontaminato, mentre la voce femminile di Audrey culla i nostri sensi, ci induce a chiudere gli occhi e a sognare. La musica non è da meno, e ci immerge in un mondo ombroso, poetico, terribilmente melanconico, ma proprio per questo vivo, pulsante, elegantemente emotivo. Un album eccezionale per essere un esordio, sia per l'eleganza e la qualità sopraffina di questi dieci brani, sia per l'originalità di una proposta così lontana da ciò che tutti noi abbiamo ascoltato prima dei decisivi "nuovi anni '10". Mai nessuno prima di Teyssier era riuscito a bilanciare così bene generi musicali così diversi, neanche fossero colori che si accarezzano su una tela: l'aggressività del black metal, l'ombrosità del gothic metal, le atmosfere del post rock e dello shoegaze, la rusticità del folk e la profondità del cantautorato novecentesco. Tutto contribuisce a far vivere una vera e propria esperienza nell'introverso mondo del lionese. Eppure, è doveroso anche ammettere che il disco, almeno per il sottoscritto, non riesce a farsi definire "capolavoro" e ad elevarsi oltre la soglia dell'otto (voto comunque altissimo) a causa di una continua sensazione di "mancata maturità" percepita durante l'ascolto (non per niente si tratta di un esordio, ricordiamocelo). Non tanto perché le canzoni di "Septembre" siano ancora troppo acerbe (cosa in parte vera), ma perché è palese come il gruppo non abbia ancora raggiunto quel "quid" in più per rendere le sue composizioni davvero memorabili. Le idee ci sono, e sono tante, ma su dieci canzoni ancora troppe assomigliano a semplici interludi (l'intro iniziale, "Sur le quais", la title track, e volendo anche la strumentale "Svipdagr & Freyja") più che a canzoni complete. Ma che begli interludi, tuttavia. E che belle canzoni. Canzoni da ascoltare e da contemplare, come fossero i versi nostalgici di una poesia di Rimbaud, o i colori autunnali di un quadro di Delacroix, mentre la nostra mente vaga, immersa nella sua saudade, assorta nei suoi ricordi e persa nel bosco oscuro dei suoi ultimi pensieri.

1) L'envol des Corbeaux
2) L'échappée
3) Les Feuilles de l'olivier
4) Song for Mountains
5) Sur les Quais
6) Effet de Nuit
7) Septembre et Ses Dernières Pensées
8) Chanson d'automne
9) Svipdagr & Freyja
10) Une Matinée d'hiver
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