LES DISCRETS

Prédateurs

2017 - Prophecy Records

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
26/07/2019
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Ve la ricordate la scena di Bristol? Quella nata alla fine degli anni '80 dal collettivo Wild Bunch, che partendo dai Massive Attack nell'87 e continuando con Tricky e i Portishead nel '91, ha reso vivo un genere musicale che avrebbe influenzato molti artisti e band a venire: il trip-hop. In effetti, una delle caratteristiche più affascinanti di questo genere musicale è proprio il fatto di essersi con gli anni svincolato dalla sua matrice originaria, andando a influenzare generi musicali anche molto diverse tra loro, inglobando atmosfere e sonorità le più disparate. Ma c'è anche un comune denominatore che avvicina al trip hop anche quelle band che provengono da mondi lontani, come quello del metal: l'oscurità. Le ritmiche elettroniche e a volte psichedeliche, che modellando con classe l'hip hop strumentale possono facilmente assumere contorni claustrofobici e decadenti, non mancano di affascinare quelle band che provengono da generi lontani ma dalla comune anima tormentata, come il dark, il gothic rock, e persino il black metal o i suoi derivati. È questo il caso dei Les Discrets: dopo due splendidi album pubblicati a distanza piuttosto ravvicinata, come "Septembre Et Ses Dernières Pensées" del 2010 e "Ariettes Oubliées" del 2012, la band francese decide stavolta di puntare verso sonorità diverse, facendo leva verso il mondo fumoso e misterioso dei Portishead e delle band a essa affini. E lo fanno pubblicando un disco che lascia interdetti per il suo completo allontanamento da quelle caratteristiche sonore, tale "Prédateurs" del 2017. Cinque anni passati a riflettere sulla propria personalità, sulla propria identità, sul senso che la propria creatura musicale ha nella scena: Fursy Teyssier è così arrivato alla conclusione che certe sue sensazioni così profonde, certe sue emozioni così dirompenti, non possano essere raccontate senza intraprendere un cambio radicale nel suo sound, in quello che è un vero e proprio atto di coraggio: abbandonare la strada vecchia per la nuova, e vedere dove può portare questo sentiero. Nel farlo, sente la necessità di dare nuova aria alla sua line up, allontanando un pilastro delle sue radici metal come WInterhalter a favore dell'eclettico Jean Joly. Già di casa nei lionesi Lunatic Toys e nei Begre!, band con cui ha contribuito ad arricchire la scena avantgarde-jazz e space funk francese, il cambio di batterista è una vera e propria dichiarazione di intenti per Teyssier: niente più blast beat e influenze black metal, niente più violenza e velocità, ma ritmiche soffuse e atmosferiche che devono avvolgere l'ascoltatore e stritolarlo tra le loro opprimenti spire. Stesso discorso si potrebbe fare per la collaborazione con MC Dälek per il remix di "Virée Nocturne", un artista ancorato al mondo dell'industrial hip hop che appare anch'esso così lontano dalle radici metal di Fursy e soci, che però fa perno sulle comuni influenze shoegaze per trovare un punto di contatto su cui costruire un percorso nuovo. Missione compiuta? Non del tutto, data la lontananza stilistica delle origini e la relativa acerbità (e quindi ingenuità) compositiva di Fursy in un mondo che gli è così lontano. Eppure, quello che più affascina di "Prédateurs" è proprio il fatto che, benché si tratti di un territorio sconosciuto e inesplorato per i nostri, la loro poetica e il loro immaginario ombroso, romantico e tormentato resta lo stesso, non cambia di una virgola ma trova semplicemente un nuovo modo di esprimersi e di manifestarsi, prendendo tutto il meglio che il trip hop ha da offrire e immolando la sua personalità più cupa al servizio del proprio immaginario tipico. E quello che ne esce fuori è qualcosa di speciale e di buono, molto buono. Ispirato e carico di emotività, ma anche portatore di qualche perplessità per chi lo ascolta dopo aver già seguito e apprezzato la band in passato, "Prédateurs" è un quello che si può definire un lavoro fascinoso e intrigante, e ora il sottoscritto andrà a recensirlo e viverlo per voi.

Prédateurs

Chi sono questi "predatori" a cui si ispira il titolo del disco e del suo primo brano? Siamo noi esseri umani, come viene esplicitato nel booklet dell'album. "Predatori di noi stessi", dice Teyssier. Il profondo disagio da lui vissuto nel raccontare come i suoi simili stiano distruggendo il pianeta, la propria casa e la propria vita, si fa sentire tutto nella traccia introduttiva del disco, Prédateurs - "Predatori". Se questo è un disco che potremmo considerare un vero e proprio concept album, non stupisce la scelta di introdurre il lavoro proprio con una title-track. Quale modo migliore di iniziare un discorso sul tema della "perdita", se non attraverso suoni desolanti e vagamente disturbanti, che fanno percepire fin da subito alle nostre orecchie una sottile sensazione di malessere? "Predatéurs" inizia così: il ronzio di una registrazione su cassetta, suoni riverberati e poi quell'arpeggio di chitarra che non sfigurerebbe affatto in un lavoro degli ultimi Deftones. La registrazione ci fa ascoltare la voce di un uomo, in inglese, che ci racconta di come suo padre sia morto a causa del cancro che l'ha divorato. E le urla del padre, i suoi gemiti di dolore, ricordarono qualcosa a quell'uomo. Era un suono che aveva già ascoltato prima: quello di una balenottera azzurra, anch'essa genitore con dei figli, nel momento in cui un arpione le sfondò il cranio "facendole esplodere il cervello". Si tratta del discorso che Philip Wollen tenne nel 2012 a Melbourne, in Australia, dal titolo "Animals Should Be Off The Menu". Viene così introdotta fin da subito una delle tematiche principali di tutto l'album: la distruzione che l'uomo fa della sua casa passa anche e soprattutto attraverso l'uccisione insensata e assurdamente crudele dei suoi fratelli animali. Mentre la voce di Wollen diventa perentoria, le atmosfere messe su dalla band diventano sempre più asfissianti e inquietanti, e notiamo così la prima vera grande novità in casa Les Discrets: la comparsa dell'elettronica. Qualcosa è cambiato, diciamo a noi stessi, mentre ci chiediamo se saremo o meno pronti ad affrontare la seconda traccia del disco e accettare quell'enorme trasformazione che la band ha deciso stavolta di adottare per il proprio sound.

Virée Nocturne

Ed eccola lì, l'elettronica, in tutto il suo splendore. Virée Nocturne - "Viaggio Notturno" è la vera dichiarazione di intenti del disco, con le sue sonorità smaccatamente trip hop che sembrano provenire direttamente dal seminale "Dummy" dei Portishead. Quei beat lenti e cadenzati, che nel loro pestare continuo e opprimente avvolgono completamente le orecchie dell'ascoltatore, accompagnano alla perfezione le chitarre gelide e la loro melodia ipnotica, precisa e opprimente come la goccia di una tortura cinese. Il sopraffino mixing di Benoit Bel fa risaltare ogni singola nota e lascia sempre più spazio alle sonorità elettroniche, che in questo brano più di ogni altro fanno davvero la differenza tra il passato dei Les Discrets e il loro presente (e forse futuro?). L'atmosfera è davvero notturna e richiama alla memoria la Bristol degli anni '90 e il fantasma oscuro della band di Beth Gibbons aleggia praticamente su ogni singolo suono. La voce eterea di Teyssier si stende come un velo sui nostri sensi in un modo che mai è stato così evocativo prima d'ora, pronunciando poche parole alla volta nel seguire i semplici versi scritti dalla Hadorn, e presentandosi al suo pubblico come un viandante fuggiasco che scappa sui tetti per ammirare le stelle al di là della nebbia. Le chitarre nel frattempo evolvono verso aperture melodiche che emozionano a poco a poco, e ci ammaliano con atmosfere decadenti e dolci allo stesso tempo, verso un finale che ci dà la conferma definitiva: i Les Discrets hanno cambiato completamente i loro abiti, ma quel corpo caldo sotto quelle vesti è rimasto lo stesso di sempre. Bravi, dannazione, bravi.

Les Amis De Minuits

Se l'emotività di "Virées Nocturne" era come sospesa nel vuoto in una dimensione onirica, quella di Les Amis De Minuits - "Gli Amici Di Mezzanotte" ci riporta violentemente con i piedi per terra, facendoci provare emozioni più reali, più "umane". Atmosfere riverberate di scuola post metal introducono un arpeggio di chitarra glaciale e dal sapore malinconico, che viene poi accompagnato dalla batteria di Jean Joly, pulsante come se quei colpi di rullante fossero il battito cardiaco del brano stesso, inquieto e sempre più nervoso. Appare sempre più chiara la totale presa di distanza di Teyssier dallo stile vocale dei precedenti lavori: niente più solennità e marzialità nella voce, ma bensì suoni eterei totale abbandono estatico. La sua ugola diventa più dolce, ci avvolge teneramente ma allo stesso tempo ci congela con la sua freddezza, mentre la avvertiamo lontana da noi, in una dimensione tutta sua. Un bridge di chitarra quasi indie rock ci introduce in un ritornello squisitamente emotivo, in un misto di sensazioni tra malinconia, nostalgia di qualcosa che non abbiamo più (la "perdita" su cui si concentra la tematica del disco) e un profondo senso di vuoto, con quelle corde pizzicate sullo sfondo che rimandano direttamente al post rock più viscerale. E per quanto "Les Amis De Muinit" sia sicuramente uno dei brani più "standard" di tutto il disco, con la sua forma canzone dallo stile classico e il suo utilizzo abbastanza canonico di chitarra e batteria, è impossibile non notare come le sonorità elettroniche influenzino pesantemente il lavoro della band, modificandone intimamente l'atmosfera e donando alle loro composizioni un senso di totale decadenza che nemmeno i dischi precedenti erano riusciti a raggiungere.

Vanishing Beauties

Se finora l'elettronica si era inserita prepotentemente nel disco, ma aveva comunque lasciato spazio alla forma canzone classica dei Les Discrets, con Vanishing Beauties - "Bellezze Evanescenti" il distacco è totale e ci sembra di avere a che fare con una band completamente diversa da quella che conoscevamo. Sarà forse per questo che il titolo scelto stavolta è in inglese (come sarà poi anche per "The Scent Of Spring", che non a caso condivide le stesse caratteristiche di allontanamento dallo stile della band). In effetti quelle ritmiche di ispirazione dubstep, quei cori in lontananza e l'incedere ammiccante della melodia ricordano più che altro certe cose degli ultimi Deftones, o meglio ancora del loro side-project Crosses (band che Chino Moreno decise di fondare per dar sfogo ai propri istinti elettronici). Tuttavia, quando la voce completamente effettata e riverberata di Teyssier fa la sua comparsa, questa volta con un evocativo testo in inglese, i toni cambiano e ci ritroviamo sprofondati nella drammaticità notturna ormai tipica dell'album. Stavolta la band che fa capolino nella nostra band è un'altra, e sono i cosiddetti "Ulver del nuovo millennio" (quelli da Perdition City in poi, per intenderci), in una formula che ricorda un certo tipo di art rock elettronico che potrebbe rimandare persino alle visioni inquiete di certi Depeche Mode. Poi però tutto si rallenta e compaiono quelle lente plettrate di chitarra che non sfigurerebbero su un lavoro degli Alcest più shoegeziani, per poi far risalire in superficie uno sfondo trip hop che ammanta tutto il resto della canzone. Ci accorgiamo così che le varie influenze di cui è formato il brano non tradiscono per nulla l'anima profonda dell'album, e che un brano ispirato e molto particolare come "Vanishing Beauties" non fa altro che donare un tocco di fascino in più a un disco già di per sé molto intrigante.

Fleur De Murailles

E come nella migliore tradizione Les Discrets, ecco comparire l'interludio, quella breve pausa nel bel mezzo del disco che serve a farci riprendere fiato prima del piatto forte. Ma stavolta non si tratta di un interludio strumentale, nessun arpeggio di chitarra o cose del genere: Fleur De Murailles - "Fiore delle mura" è un intervallo in pieno stile "Prédateurs", fatto di suoni elettronici, di una voce lenta e monocorde ma sempre eterea, e di atmosfere opprimenti e destabilizzanti. Stavolta Teyssier e soci scelgono un grande maestro della letteratura francese come propria fonte di ispirazione, nientemeno che il grande Victor Hugo (quello dei "Miserabili" e di "Notre Dame De Paris", nel caso abbiate vissuto su Marte negli ultimi 200 anni). Il testo della canzone, infatti, è interamente composto dai versi della poesia hughiana Je Respire Où Tu Palpite ("Respiro dove tu palpiti"), una sorta di monologo dal punto di vista di un fiore intimamente legato al mese di Aprile, che riflette sulla propria esistenza così dipendente da chi lo circonda. Teyssier trasforma così questi versi poetici in una ballata notturna dall'aspetto oscuro e decadente, dove il duetto vocale con la bella Hadorn riesce più che mai a sconcertare l'ascoltatore, facendogli provare delle sensazioni di angoscia e inquietudine, come se stesse partecipando a qualche oscuro rituale magico di cui ignora la causa e lo scopo. C'è infatti un'aura di sacralità che avvolge l'intero brano, e quell'incedere di tastiere così fredde e asettiche, che man mano di rimpolpano di suoni elettronici e chitarristici sempre più insistenti, riescono a creare un'atmosfera di perdizione totale, ammaliano e destabilizzano l'ascoltatore, rendendolo così vulnerabile per il brano che seguirà. Che non per niente, sarà la "Reproche": una mazzata emotiva che forse non avrebbe avuto la stessa forza senza questo splendido interludio.

Le Reproche

E così eccoci qui, siamo arrivati a quello che è forse il brano più bello dell'intero lavoro, nonché il più deliziosamente autentico. Le Reproche - "Il Rimprovero" è senza dubbio il brano di "Prédateurs" più legato all'anima profonda dei Les Discrets, più vicina al suo passato e alle sue caratteristiche peculiari, per quanto si tratti di una canzone che di sicuro non sarebbe potuta comparire in nessun'altro album della band. Onestamente, ho perso il conto di quante volte ho ascoltato questo pezzo. E ogni volta godo, ogni volta sono nuove emozioni che mi entrano nella pelle e mi scaldano il cuore. Quella breve intro elettronica che si infrange su una chitarra elettrica ipnotica, e poi la voce monocorde di Teyssier che canta delle sue debolezze carnali, quelle che in fondo tutti noi abbiamo. Corpi che tremano, bocche che si respirano l'una nell'altra, i sospiri nel toccare la pancia di "lei" e i suoi dolci seni, e tutte quelle sensazioni annichilenti che la carne prima e l'amore poi sanno riversare sull'incauto amante e sul romantico poeta. L'atmosfera è tesissima e l'apertura melodica introduce uno dei ritornelli probabilmente più emotivi nella storia della band, con l'anima di Teyssier che si fonda nelle note diventando una cosa sola e facendo provare al suo pubblico quelle stesse sensazioni di abbandono, di perdita di controllo, e di debolezza di fronte al piacere carnale e ai sentimenti, che ci travolgono come un'onda di 50 metri su un povero surfista ignaro. Vous avez eu ma peur, ma peine et ma faiblesse / Que dis-je? / Et mon désir / Et sar rougeur, sa folie et sa bassesse / En face du plaisir ("Avete avuto la mia paura, la mia pena e la mia debolezza / Cosa dico? / E il mio desiderio / E il suo rossore, la sua follia, la sua bassezza / Di fronte al piacere"). E nel frattempo gli stacchi elettronici sembrano quasi catartici nel donare i giusti tempi alla composizione, si fanno sempre più oscuri e accompagnano una chitarra dal sapore shoegaze sempre più spigolosa nel suo lento incedere, e un breve parlato che sembra quasi la voce interiore nell'anima di Teyssier e di tutti noi. Il ritornello chiude così la canzone, avvolgendoci completamente nel suo mantello, facendoci provare per l'ultima volta quelle emozioni annichilenti e chiudendo in bellezza uno dei brani migliori, a parere di chi scrive, nella carriera dei lionesi.

Le Jours D'Or

Dopo le emozioni del brano precedente, stavolta è tempo di prenderci una pausa e di rallentare. Anche Le Jours D'Or - "I Giorni D'Oro" potrebbe apparire come un nuovo interludio, alla stregua di "Fleur De Murailles", ma stavolta il suo scopo non è quello di creare uno stacco tra un brano e l'altro, quanto quello di farci sprofondare nelle atmosfere finali del disco. Atmosfera, prima di tutto: è questa la parola d'ordine del brano. Un arpeggio lento e malinconico, di chiaro stampo gothic metal e forse anche doom, procede con calma nell'introdurre una voce sussurrata, appena percettibile, quasi strozzata. Una litania fredda e decadente, che cambia poi faccia non appena l'elettronica fa capolino tra le sue note e un riff di chitarra acida penetra nelle viscere del brano, che man mano evolve sempre più verso melodie ariose che in qualche modo mi riportano alla mente sempre i già citati Deftones ultimo periodo, quelli più intimisti e disillusi (sempre loro, chissà perché). Sono note contraddittorie, quelle di "Le Jours D'Or", note che destabilizzano nel profondo l'ascoltatore. Un attimo prima ci sentiamo elevare verso il cielo e un attimo dopo sprofondiamo nell'abisso. E nel frattempo la voce cambia forma e si trasforma insieme alla musica, elevandosi dal sussurro iniziale verso una dimensione eterea, sognante e vagamente epica. Nous les libèreront / Et les rois reviendront / Fleuriront alors les jours d'or / Et enfin dans nos larmes / Au fond de notre regard / Ils seront là ("Li libereremo / E i re torneranno / Fioriranno allora i giorni d'oro / E infine nelle nostre lacrime / In fondo al nostro sguardo / Saranno lì"). Non capiamo bene cosa stia succedendo, ma nel frattempo questa ombrosa litania ci ha conquistato, e ci sentiamo pronti per addentrarci in quell'ultimo tratto di strada che ci separa dalla fine del nostro viaggio.

Rue Octavio Mey

Me la ricordo, Rue Octavio Mey. Durante il mio Erasmus a Lione mi capitava spesso di passarci, perché era una delle vie centrali per attraversare la Saona passando dal Quais De Bondy. E ricordo la bellezza di quella visione specialmente durante il periodo autunnale, la meraviglia di quella strada che sfociava in un ponte lungo il fiume, le foglie gialle in quella lunga processione di alberi lungo il fiume, e il resto della città che si poneva invitante davanti a me. Scorci di una città ammaliante, dotata di un fascino tutto suo che ai miei occhi (e non credo solo ai miei) la faceva apparire come una vera e propria "Parigi a misura d'uomo". Non so perché Fursy si sia ispirato proprio a quella via, per comporre questo splendido brano, ma è palese come la sua città, quel contesto urbano così ricco che io stesso che scrivo questa recensione ho vissuto in prima persona, sia una continua fonte di ispirazione per le sue composizioni musicali. E la cosa non mi stupisce per nulla. Stavolta i toni cambiano del tutto. Se finora ci siamo sentiti trascinati nel vortice della decadenza, sprofondati fino a toccare il fondo dell'oscurità, Rue Octavio Mey - "Via Octavio Mey" è come un braccio teso che ci aiuta a risollevarci, a rimetterci in piedi. Già dall'arpeggio iniziale ce ne accorgiamo: le atmosfere stavolta sono decisamente più ariose, sempre ammantate di venature malinconiche, ma più sognanti, più dolci e soprattutto pregne di una intensa tenerezza. Una canzone prettamente autunnale, questa "Rue Octavio Mey", e i suoi stessi versi iniziali lasciano poco spazio all'immaginazione: Novembre est là / Les eaux sont grises / Le ciel chargé / La brune enlace ("Novembre è qui / Le acque sono grigie / Il cielo carico / La bruna si avvicina"). E più il brano procede, più i suoi poetici versi e le sue splendide melodie appaiono come una vera dichiarazione d'amore di Teyssier alla sua bella Lione. Più che un musicista, sembra quasi un pittore intento a dipingere il seducente paesaggio davanti ai suoi occhi, in un'immagine poetica dallo sguardo espressionista che lascia un profondo segno emotivo nell'animo di chi la guarda: La Saône s'étire / Certains matins, / Les arbres se regardent d'en haut / Les façades, le gens / Dans le reflèt de l'eau ("La Saona si estende / Certe mattine / Gli alberi guardano dall'alto / Le facciate, le persone / Nel riflesso dell'acqua"). Una poesia decantata con una voce soffice e dolcissima, una batteria soffusa sullo sfondo e una chitarra che disegna incantevoli atmosfere shoegaze. Tutto questo in un ritornello di ispirazione quasi indie-pop, che avvolge l'ascoltatore come una coperta calda, accarezzandolo come un'amante prima del bacio della buona notte, facendogli provare una forte empatia verso i lionesi, verso i loro attaccamento alla loro meravigliosa città, e facendolo sguazzare in quella delicata tenerezza che seduce ed emoziona nel profondo. Uno dei brani più ispirati dell'intero album.

The Scent Of Spring (Moonraker)

E così come già successo per "Vanishing Beauties", anche stavolta i nostri si affidano alla lingua inglese per sottolineare il distacco del brano con il resto del disco. The Scent Of Spring (Moonraker) - "Profumo di primavera (uccellina)" è anch'esso un brano intriso di elettronica, di suoni profondamente oscuri e alienanti. Ma stavolta, a differenza della sua "canzone sorella", il risultato mi sembra un discreto passo falso. Non brutto, ma tranquillamente evitabile. Certo, quelle atmosfere notturne così vicine alla poetica degli ultimi Ulver e di certi Depeche Mode affascina e incuriosisce. Ma su tutto il brano sembra alleggiare un continuo alone di kitsch e di utilizzo improprio dell'elettronica, che potremmo definire "banalotto" nella sua ingenuità compositiva. Del resto il termine "Moonraker", sottotitolo del brano, in inglese indica anche il "sempliciotto", il ragazzo che viene dalla campagna, e questa immagine mi ha fatto riflettere sulla natura tutto sommato sperimentale di questo brano. Intendiamoci, le atmosfere oscure sono quelle ormai ben collaudate, il decadentismo esistenziale proprio della band c'è tutto, e anche il testo appare ispirato e particolarmente evocativo (Drop by drop, the cities bled / Their black poison has spread / [?] Currents turned to roads that we took, "Goccia dopo goccia, le città sanguinarono / Il loro veleno nero si diffuse [?] le correnti si trasformarono nelle strade che abbiamo preso"). Anche la scelta di utilizzare il vocoder (o qualcosa di simile) per rendere quasi "robotica" la voce di Teyssier appare come una scelta vincente e innovativa. Tuttavia, a mio modestissimo parere, qui viene a mancare un elemento fondamentale nella musica della band: la classe, la delicatezza, quel particolare savoir-faire che rende ispirati tutti i loro brani. "The Scent Of Spring" sembra invece voler strafare, voler addentrarsi in territori troppo diversi dalla poetica del disco. Ci può anche stare, per carità; ma resta un fatto come la monotonia del brano, interamente basato su poche desolanti note di tastiera che si protraggono dall'inizio alla fine, stona troppo con la qualità compositiva del resto delle composizioni. Nemmeno il co-arrangiamento di Markus Stock, tutto sommato buono, aiuta però a far spiccare un brano che pare troppo naif per poter essere preso sul serio. Lo sottolineo e lo ribadisco, questa altro non è che la personalissima opinione di chi scrive: ma "The Scent Of Spring" francamente non mi è piaciuto, e avrei preferito senza dubbio un brano più vario, più in linea con il resto dell'album e non un semplice esperimento messo lì in guisa di "divertissement". Peccato.

Lyon - Paris 7H34

Quanti ricordi fa affiorare alla mia memoria un titolo come questo. Quel treno che da Lione tagliava dritto per Parigi Gare De Lyon, e che anch'io ho preso ai tempi in cui potevo permettermi di addormentarmi nella Rhone-Alpes e svegliarmi nell'Ile-De-France. Ma discorsi nostalgici a parte, appare significativo anche l'orario di partenza di questo treno immaginario: un momento della giornata in cui le nubi della notte si allontanano e lasciano il posto all'alba, alla luce che lentamente penetra nel finestrino del treno e nei nostri occhi. È questa la fine del disco: il viaggio è giunto al termine, la notte è ormai finita ed è arrivato il momento di partire lasciandoci tutto alle spalle. E così interviene il sapiente co-arrangiamento di Neige, il caro vecchio mastermind degli Alcest, a donare al brano quelle peculiarità rumoristiche che lo rendono un affascinante biglietto d'addio per chi ha seguito la band fino ad ora. Un pianoforte tristissimo introduce un desolato beat trip hop, accompagnando suggestioni noise che si fanno sempre più pressanti con il procedere del brano. Un andamento lento, cadenzato e quasi cinico nel suo voler sembrare senza speranza alcuna, senza un minimo spiraglio di luce a illuminarlo. Un semplice outro rumoristico di 3 minuti che si racchiude su sé stesso come in un risucchio delle tenebre, e non si fa problemi a mostrare la sua totale freddezza verso il suo pubblico. I Les Discrets ci dicono addio, e noi non possiamo fare altro che prenderne atto e accettarlo. Il disco è finito, andate in pace.

Conclusioni

Lo ammetto: quando ho saputo della svolta "trip hop" della band lionese, per quanto io sia una grande fan del genere, mi sono detto "ma che ca? succede?". Non capivo il perché di tutto ciò, lo vedevo come un'involuzione, un passo falso per partito preso. Che motivo aveva una band dal sound così peculiare, che nei due album precedenti era riuscita a crearsi un proprio stile e una propria personalità sonora ben definita, mollare tutto per dedicarsi a un genere musicale così apparentemente lontano dalle proprie radici? Eppure "Prédateurs" mi è piaciuto. Mi è piaciuto perché, benché si trovi a modellare tra le mani un materiale su cui i nostri sono sostanzialmente dei neofiti (o così pensavo) e applichino delle soluzioni che possono sembrare acerbe per chi è vissuto a pane ed elettronica, sono riusciti a piegare questo mondo al proprio volere, inglobandolo nel proprio immaginario oscuro e tirando fuori dal cilindro un lavoro profondamente notturno, paradossalmente maturo nella sua "ingenuità" compositiva, che colpisce dritto al cuore chi gli si avvicina come una freccia scagliata nel buio. E tutto questo senza insistere ancora su quelle caratteristiche che hanno reso i Les Discrets quello che sono, e senza svilupparle ancora come successe nel precedente "Ariettes Oubliées". Al contrario, abbandonando tutto e affacciandosi al nuovo. Non per niente lo stesso Fursy parla di questo "Prédateurs" come di un disco sulla perdita: la perdita del rispetto per il nostro pianeta e per chi lo abitava da prima di noi, perdita dell'empatia verso gli altri, perdita della nostra identità di esseri umani. La band ha tutta l'intenzione di farla percepire sulla nostra pelle, questa "perdita": E per farlo, si è resa conto che deve prima di tutto "perdere" sé stessa, la sua natura metal e la sua etichetta blackgaze, per poter esprimere certi concetti e certe sensazioni che non sarebbe stato possibile trasmettere in altro modo. Tutte queste riflessioni che attraversano i pensieri di Teyssier e soci, questo disagio urbano ed esistenziale che la band vorrebbe iniettare endovena ai suoi ascoltatori, viene così sputato nelle nostre orecchie attraverso brani mai così intimisti e avvolgenti come ora. Le atmosfere trip hop di "Virée Nocturne", che sembrano uscire dai sogni più inquieti di Beth Gibbons; il malessere notturno di "Les Amis De Minuit", che però cresce fino ad avvolgerci con aperture melodiche dal sapore post rock; le suggestioni dark di una ballata come "Les Fleures de Murailles", ispirata al maestro Victor Hugo e intrisa di sottile epicità; il violento tormento interiore di "Le Reproche", che si autodistrugge nella sua consapevolezza del desiderio, della debolezza della carne; la tenerezza sognante di "Rue Octavo Mey", e così via.  ogni canzone del disco contribuisce a farci sentire destabilizzati, a farci avvertire sulla pelle quelle emozioni che Teyssier ha vissuto in prima persona e vuole condividere con il mondo. Canzoni che, pur sembrando così distanti dagli stilemi dei nostri, appaiono al contempo come qualcosa che nessun altro avrebbe potuto comporre e suonare. Qualcosa di intrinsecamente legato a quell'immaginario con cui abbiamo imparato a conoscerli. L'atmospheric black metal ha lasciato spazio al trip hop, lo shoegaze odora sempre più di elettronica, la voce da solenne si fa sempre più eterea e sognante. Eppure son sempre loro, sono sempre i Les Discrets. È proprio questa la caratteristica più intrigante dell'intero lavoro: per quanto ora i riflettori siano tutti puntati su generi molto diversi dal loro background, per quanto si sia "perso" quello spirito che animava i loro precedenti lavori e che sembrava intimamente ancorato all'essenza stessa del gruppo lionese, la band non ha in realtà perso la propria identità, non ha smarrito la via, non ha dimenticato chi era un tempo e quali sono le emozioni che desidera far vivere con la propria musica. Non importa se non ci sono più i riffoni distorti di un tempo, le aperture melodiche sostenute dal black metal dei blast beat e se la voce solenne e le atmosfere shoegaze si sono perse per strada: i Les Discrets sono più oscuri e tormentati che mai, sono ammantati da un'aura se possibile ancora più ombrosa e romantica che in passato, e questo anche (e soprattutto) perché stavolta si sono "fermati". Si sono fermati a riflettere su sé stessi, e a far riflettere gli ascoltatori. Era questo lo scopo principale del frontman, e lo si evince dalle sue stesse parole: "Prédateurs è un disco fatto per riflettere". Riflettere sul senso della vita, su quel "perché esistiamo, che cosa ci facciamo su questa Terra". Un senso che noi esseri umani, con le nostre stesse mani, stiamo distruggendo. Forse non ce ne renderemo conto finché non sarà tutto morto, finché non saremo diventati freddi e insensibili alla casa che abitiamo e anche a noi stessi, finché non vedremo spegnersi pian piano la vita sul pianeta e la vita nel nostro cuore. Perché per accorgersi davvero del valore di qualcosa, quel qualcosa bisogna perderlo. Ma non vi consiglio di perdervi anche questo disco. Aspettate la notte, infilatevi le cuffie senza pregiudizio alcuno e immergetevi completamente nel mondo che questa band ha creato per voi.

1) Prédateurs
2) Virée Nocturne
3) Les Amis De Minuits
4) Vanishing Beauties
5) Fleur De Murailles
6) Le Reproche
7) Le Jours D'Or
8) Rue Octavio Mey
9) The Scent Of Spring (Moonraker)
10) Lyon - Paris 7H34
correlati