LES DISCRETS

Live At Roadburn

2015 - Prophecy Productions

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
15/09/2019
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Se non conoscete il Roadburn forse dovreste fustigarvi da soli, considerata l'enorme importanza che il Festival olandese ha acquisito nel corso degli ultimi anni. Certo che ne ha fatta di strada: messo in piedi vent'anni fa da Jungen Van Der Brand e dal suo socio Walter Hoeijmakers, al suo esordio nel 1999 doveva apparire più che altro come un semplice insieme di concerti dedicati allo stoner rock più ricercato, mentre nel corso degli anni è finito per inglobare al suo interno realtà provenienti da più o meno ogni contesto "di culto", underground o meno. Al suo appuntamento fisso primaverile, rigorosamente nel mese di Aprile e nella cornice della bella cittadina di Tilburg (Brabant del Nord, Paesi Bassi), questo straordinario evento ha visto nel tempo il presenziare di band dai generi più disparati (seppur sempre con un occhio di riguardo particolare allo stoner e allo sludge da cui tutto ha preso forma), dai Neurosis ai Godspeed You! Black Emperor, dai Deafheaven ai Bongzilla, da quel pazzoide di IGORRR ai Wolves In The Throne Room, fino ai giapponesi Boris e ai nostrani Ufomammut. Insomma, ce n'è abbastanza da far godere fino all'ear-gasm qualsiasi appassionato di musica pesante che si rispetti. Alcune di queste band sono poi diventate delle vere e proprie "abbonate", se così si può dire parlando del Roadburn, e hanno partecipato ad almeno due edizioni nel corso degli anni. Ma se questo ce lo saremmo anche aspettato da due pilastri come Converge e Cult of Luna, un po' più grande è stata la mia sorpresa nello scoprire che anche i Les Discrets di Fursy Teyssier avevano partecipato anche loro per ben due volte al Festival olandese. Senza nulla togliere alla performance del 2017, si sa, la prima volta è sempre quella che resta nel cuore: è così che in occasione del primo concerto dei Les Discrets al Roadburn, in quel 19 Aprile 2013, si decise che i corvi francesi meritavano un souvenir di quella data memorabile (seppur fosse un pochino troppo presto per pubblicare un live album della band, considerata l'esigua discografia del gruppo che all'epoca contava solo un paio di album). Bisogna dire che, a dispetto delle corrispondenti versioni in studio, le canzoni eseguite in live hanno nel complesso delle distorsioni più morbide, più smorzate, anche più "metalliche" di quelle originali, mentre sul versante effettistico troviamo dei soli di chitarra e delle atmosfere create ad hoc per l'occasione, cosa che mi ha fatto apprezzare parecchio una intro come "Linceul D'Hiver" ma che dall'altro lato mi ha lasciato un po' interdetto in brani come "Chanson d'Automne" e "Le Mouvement Perpétuel". Magistralmente eseguiti eh, intendiamoci; però è vero che quella "botta", quel riffone distorto che mi aspettavo di ascoltare anche in questa registrazione live non l'ho trovato, e sinceramente non capisco se si sia trattato di un problema relativo all'acustica del Roadburn, di un diverso settaggio delle pedaliere sul palco o semplicemente della qualità di registrazione. In ogni caso il concerto appare eseguito alla perfezione, o perlomeno in pieno stile Les Discrets: pochi fronzoli, pochissimi scambi di battute, buona risposta da parte del pubblico e soprattutto grande affiatamento tra i vari membri della band sul palco (che qui aumentano a quattro, cosa prevedibile per un live). A tal proposito grande sorpresa in questo dischetto che mi appresto a recensire, bisogna dirlo, accanto al mastermind Fursy Teyssier, al batterista Winterhalter (già negli Alcest) e a Zero per il supporto vocale e chitarristico, troviamo addirittura lo stesso Neige, il Signor Alcest in persona, a dare una mano al suo amico di sempre nelle vesti qui di bassista dei Les Discrets. Quanto avrei voluto esserci io al Roadburn quel giorno!

Linceul D'Hiver

Ho sempre avuto la curiosità di sapere come avrebbe suonato un live dei Les Discrets, una volta registrato. Davvero, non riuscivo ad immaginarmelo, dal momento che ho sempre considerato la dimensione studio come più adeguata per le corde di questa band. Ma se di una cosa invece ero sicuro, era che i nostri avrebbero aperto le danze del concerto con la loro fredda "Linceul D'Hiver". Non c'è altro brano che meglio di questo possa addentrare il pubblico nelle oscure spire dei blackgazer transalpini, tranne forse "L'Envol De Corbeux", che però è un'intro che sarebbe probabilmente stata proposta "in playback" e quindi non funzionale per la registrazione di un live. Se l'intro di Septembre era infatti un solenne impasto sonoro che sembrava preso in prestito da qualche film fantasy alla Peter Jackson, stavolta lo scenario cambia totalmente e il pubblico si sarà forse sentito più recluso in una stanza buia che non in piedi davanti ad un palco. Lungi dal voler essere malinconica in modo sterile e ridondante, questa intro così nera è piuttosto una litania misteriosa e intrigante, che prende in prestito le sonorità del post rock per tramutarle in qualcosa di più ombroso, più poetico, dal sapore più folk.  E infatti, forse più di tutti gli altri brani a venire, la versione live di "Linceul d'Hiver" è quella che mi è garbata di più rispetto al corrispettivo in studio, sia perché meno monotona e più varia nelle sue ritmiche, sia perché quegli effetti di chitarra così intimisti ed emozionali, complice forse un minuscolo tocco di improvvisazione, sembrano rendere ancora meglio su un palco che non davanti ad un mixer. Peccato solo che, caratteristica comune anche nei restanti brani del disco, le distorsioni siano molto più "addolcite" e meno incisive di quelle reali, smorzando forse un po' quella tensione emotiva che un intro come questo è in grado di creare nell'ascoltatore. Sul finale nessun fronzolo, nessun commento, nessun indugio: i piatti di batteria fanno "crash", e ci troviamo travolti dalla forza di "L'Echappée" senza nemmeno accorgercene.

L'Echappée

Se il concerto non poteva non iniziare con "Linceul D'Hiver", di sicuro le prime distorsioni dovevano attivarsi per un pezzo come "L'Echappée", indiscutibilmente uno dei più conosciuti e rappresentativi della band francese. Il riff denso, profondo ed elegantemente oscuro della versione originale qui non lo troviamo, ma ne scoviamo una sua versione più "morbida", che sembra comunque avere una certa presa sugli ascoltatori presenti. "L'Echappée", lo ricordiamo, affronta una delle tematiche cardine nell'intero lavoro dei Les Discrets: quel senso di costrizione che la vita moderna ci costringe a sopportare a discapito del legame con la natura, con le nostre radici animali, con quella purezza che sembra ormai perduta per sempre dopo la civiltà e l'occidentalizzazione del mondo in modo non dissimile da come ne parlava Roussea nel "Buon Selvaggio". Anche in sede live Fursy ci dà giù duro su quelle corde, che se fosse per lui e non per l'acustica forse suonerebbe in modo ancora più violento che su disco, ma i suoi ritmi sono lenti, cadenzati e sempre squisitamente avvolgenti. Senza rendercene conto ci ritroviamo sommersi da una calda atmosfera tanto dark quanto raffinata, e di fronte a noi si apre la strada verso quel bosco buio che è l'anima stessa della band. Quando poi il riff cambia per tramutarsi in bridge, le note di Teyssier appaiono improvvisamente seducenti, quasi sexy, mentre la seconda chitarra si fa strada nella canzone con dei fraseggi melodici che introducono luce nell'oscurità, come un fascio di sole tra i rami del bosco. La voce del musicista francese si fa greve, austera, ma ricca di un tormento interiore che svela tutta la sua profonda umanità. Una voce che parla di disagio urbano, di aria pura soffocata dallo stress della città ("Le poumon noir / "Le coeur engourdi [?] L'air pure me manque"), di voglia di partire via, lontano da tutto e da tutti ("Sais tu de quoi j'ai envie? De partir / Vivre dans le montagne / Je m'allongerai sur la mousse / Sentirai l'odeur des champignons / Des fleurs / Et de la terre humide »). E mentre questo bel vocione avvolge il pubblico in sala e lo immerge sempre più nel suo mondo oscuro, per loro sarà stato impossibile non immedesimarsi in quelle parole e pervasi da unincredibile voglia di fuggire via, lontano da tutto e da tutti. Probabilmente non poteva esserci brano migliore per iniziare alla grande un concerto come questo.

Le Feuilles De L'Olivier

"Le Feuilles De L'Olivier" è probabilmente un brano immancabile in un concerto dei Les Discrets che possa definirsi tale, perché questa canzone, più di ogni altra, mette in scena le radici black metal della band, che anche in sede live vengono sbattute in faccia al pubblico in tutta la loro irruenza. Winterhalter pesta come un ossesso su quel rullante, mentre i riff di chitarra di fanno più veloci, più violenti e più glaciali. La voce di Teyssier, ancora più tormentata, sembra un eco lontano che proviene dall'oltretomba e ci racconta di quest'ulivo, robusto e dalla bellezza disarmante, ma destinato a piegarsi e a morire, come tutte le cose ("J'ai toujours connu cet olivier / Petit, robuste et tellement beau / Mais un jour il flechira"). Un ulivo che, nelle intenzioni del lionese, è una metafora dell'uomo stesso, destinato a cancellarsi poco a poco, per poi ritornare alla terra a cui apparteneva. E chissà, forse anche a vedere la sua anima che si eleva per continuare a vivere da qualche altra parte, lontano, e magari in un posto migliore di quello che gli è toccato in sorte alla nascita ("Ses feuilles vertes resteront au sol / Puis petit à petit, disparaitront sous la terre / C'est peut-etre tant mieux pour lui / Et qu'il sait? Il aura certainement repoussé ailleurs?"). La carica emotiva è devastante, travolge tutto e ci lascia attoniti ad ascoltare quella seconda chitarra che pizzica le sue note come fossero gocce di pioggia in una giornata uggiosa propensa al temporale. Anche qui le plettrate più melodiche (che però, per ragioni puramente logistiche, non possono essere rese in acustico come nella versione studio) rendono splendidamente giustizia alle influenze degli Opeth e dei Primordial che la band francese ha sempre avuto nel cuore. Stavolta il plauso alla versione live è meritatissimo, sia perché le chitarre tornano finalmente a ruggire come dovere chiama, ma anche perché gli effetti del microfono di Teyssier si fanno ancora più viscerali e coinvolgenti, mettendo in piedi un'atmosfera sepolcrale che sarebbe stata impossibile da realizzare allo stesso modo nella corrispondente versione in studio.

Au Creux de L'Hiver

Altro brano che probabilmente figura tra i migliori per essere suonato in sede live, "Au Creux de L'Hiver" inizia con la sua plettrata atmosferica iniziale accompagnata poi da un basso persino più oscuro e incisivo che su disco, per quanto un po' troppo lo-fi, in un inizio che sembra quasi uscire da qualche disco pagan metal post-Ulver. Stavolta le influenze atmospheric black metal della band vengono alla luce con ancora maggior enfasi che nel brano precedente, e in effetti "Au Creux de L'Hiver" è forse quello più "metal" di tutto "Ariettes Oubliées", nonché per certi versi quello dallo stile più "classico" in tal senso. Ma il tutto appare sempre gestito con quel sapiente tocco alla Les Discrets, che potremmo definire "romantico" o "poetico", e la voce gioca bene anche in sede live su questo versante, levandosi distesa sul brano, delicata come una carezza di pioggia nelle orecchie dell'ascoltatore. Gli effetti di microfono rendono splendidamente, rendendola ancora più incisiva della sua versione studio. Poi la ormai riconoscibilissima rallentata centrale tipica della band, stavolta di chiara matrice post rock, apre lo stesso riff iniziale che stavolta ha un andamento diverso, più cadenzato e ancora più "atmospheric black metal", che quasi ci sembra di veder comparire dal nulla Roman Saenko dei Drudkh a martoriare la sua chitarra. E mentre il brano si trascina verso la fine, Teyssier canta dell'inverno, di quella neve che cade incessante e di quella luce che abbaglia solo "chi non crede più nei sogni". La seconda chitarra accompagna il riff che cavalca imperterrito, e chiude il brano con una drammaticità solenne che ricorda davvero quella della scuola black metal ucraina e di quei gruppi come i già citati Drudkh o gli Old Silver Key (band nata dalla fusione degli stessi Drudkh con gli Alcest, non a caso). Poco da fare, la classe dei Les Discrets traspare tutta anche in un contesto come quello live, e il pubblico se ne accorge applaudendo rapito quando Fursy li ringrazia con un timido "Thank You".

Le Mouvement Perpétuel

"The next song is called Le Mouvement Perpetuél, and we are Les Discrets from France" dice Fursy in un inglese dall'accento che più francofono non si può. Fa quasi sorridere il suo voler ricordare agli astanti il nome della band, quasi a voler sottolineare come l'identità della band non si perda durante un suo concerto, ma anzi venga riaffermata con ancora maggior forza e vigore. Una piccola nota dolente in questo live è rappresentata dal fatto che i suoni appaiono più "metallici" e meno profondi che su disco, e questo è evidente soprattutto nel brano "Le Mouvement Perpétuel". Certo anche qui troviamo quel "Dandandan daaa dadan", quelle timide tre note di corda appena pizzicata. Ma stavolta l'introduzione della distorsione non ha nulla a che vedere con la versione in studio, e appare qui come troppo smorzata, quasi "moscia", facendo venire a mancare quel trasporto emotivo e quella visceralità che il brano originale riusciva a trasmettere all'ascoltatore. Sempre lento come un macigno spostato a mano, molto più lento di qualsiasi altra composizione finora uscita dalla penna di Teyssier, "Le Mouvement Perpetuel" è un pezzo dalle movenze d'altri tempi, dolce, romantico e con una drammaticità di fondo che lo fa apparire quasi solenne. Fursy erige un muro di chitarra ritmica che purtroppo qui appare molto meno corposo e ribassato che su disco, e così che accompagna quelle corde di chitarra solista che continuano a pizzicare quelle tre note, all'infinito. Proprio come un "movimento perpetuo", appunto. Il classico stacco alla "Les Discrets" (un po' prevedibile, a dirla tutta) si avvalora di atmosfere shoegaziane, mentre introduce la ripresa del riff portante, che stavolta è sostenuto alla perfezione dalla voce. Una voce che appare particolarmente sofferta, mentre le chitarre distorte in sottofondo si fanno più pesanti, anche se sempre troppo metalliche rispetto al disco, mentre il pubblico si sentirà probabilmente cadere nel vuoto, in un movimento continuo, che fa sentire come i protagonisti della storia raccontata da Teyssier. "Ils ont chuté / Ils se raccrochent aux parois / D'un mur, qui sous leurs doigts se transforme en terre / Friable et humide /Ils aspirent à remplir ce vide /Afin de la ralentir... » (« Caddero, aggrappandosi alle pareti di un muro, che sotto le loro dita si trasformò in terra, friabile e umida, aspirano a colmare questo vuoto, al fine di rallentarlo?"). Ritornano le care vecchie tematiche della band, la sofferenza emotiva, il vuoto interiore, la sensazione di sentirsi persi, ma anche i ricordi e il passato che ritorna. Chute éternelle / Dans les profondeurs, aux odeurs du passé ("Caduta eterna nelle profondità, con gli odori del passato") canta Fursy, mentre le chitarre ci fanno sprofondare sempre di più, lentamente e inesorabilmente, vicino alla drammaticità di certi Katatonia. Tuttavia la versione live di "Le Mouvement Perpétuel" non convince come dovrebbe, complici le sue sonorità troppo spigolose, che non rendono giustizia a quell'atmosfera tesa e nervosa che era possibile ascoltare in sede studio. Come conseguenza di ciò, non si riesce ad apprezzare il brano allo stesso modo di quando lo si è sentito scorrere nelle orecchie sull'album con un paio di buone cuffie.

La Nuit Muette

Vale la pena ricordarlo, l'evoluzione dei Les Discrets, quella nuova maturità e complessità delle loro composizioni, passa anche e soprattutto da un brano come "La Nuit Muette". La versione live del brano stavolta convince appieno, forse soprattutto per via del fatto che la relativa "accessibilità" di questo brano sia particolarmente indicata per essere suonato anche dal vivo. Già l'inizio, arioso come non mai, ha uno stile tutto suo che finora non si era ancora sentito in una composizione del combo lionese. La classe nella scrittura di Teyssier si avverte soprattutto nel modo in cui riesce a far legare la voce, adesso ancora più espressiva, con le strutture portanti delle chitarre distorte. Parfois je pleure des morts / Qui ne le sont pas encore. / Certains soirs, lorsque la nuit tombe, - cauchemars et frayeurs / A mes peurs la raison succombe. Et j'enterre des corps / Dont le coeur bat encore ("A volte piango la morte di chi ancora non è morto / E alcune sere, quando cala la notte, incubi e spaventi, la ragione soccombe alle mie paure, e sotterro corpi il cui cuore batte ancora"). Mentre la chitarra intesse le sue trame in un leggiadro mix di ariosità e malinconia, Teyssier ci riversa nelle orecchie i suoi testi visionari, che sembrano davvero provenire direttamente dai suoi cortometraggi animati e delle sue illustrazioni, figli di quell'immaginario oscuro di cui il musicista francese è regista assoluto. Ma in questa versione live sono anche le sonorità di chitarra a rendere quasi meglio che su disco, soprattutto nella seconda chitarra super-effettata di Zero, che intreccia qui percorsi atmosferici meno intuibili nell'edizione studio del brano. Le influenze post metal e atmospheric black metal che la band ha utilizzato per il brano vengono rese alla perfezione anche suonandolo dal vivo, e quando poi arriva quel riffone pesantissimo, lento e doom della band, stavolta il fatto che sia più dolce e smorzato che su disco non mi ha dato poi così fastidio, essendo ormai totalmente immerso e ipnotizzato da quell'atmosfera oscura che la band è riuscita a mettere su così splendidamente. E a giudicare dai sentiti applausi finali, il pubblico sotto al palco deve aver pensato lo stesso.

Chanson D'Automne

In maniera non dissimile da "Le Mouvement Perpétuel", anche "Chanson D'Automne" mi ha lasciato l'amaro in bocca per il modo in cui le sue sonorità sono state realizzate in sede live. Certo bisogna dire che non è facile rendere dal vivo quella stesa emozionalità che si è potuta assaporare nella versione studio. Lo ammetto, non sarà forse una critica poi così soggettiva la mia, ma dal momento che ritengo "Chanson D'Automne" un piccolo capolavoro e una delle canzoni migliori che Teyssier abbia mai composto, mi secca un pochino vedere che dal vivo non è riuscita a trasmettere quelle stesse intense e travolgenti emozioni che è possibile incontrare nel suo corrispettivo su disco. "Chanson D'Automne" resta comunque, anche in sede live, uno dei brani più coinvolgenti nella discografia dei nostri, padrona di ritmiche che mai erano state così lente, così asfissianti e così annichilenti come ora, tanto che l'influenza della band sembra adesso essersi spostata tutta dal black e dal post-rock verso un (quasi funeral) doom metal, figlioccio della scuola finlandese di Shape of Despair, Swallow The Sun e affini. Il tutto senza mai dimenticare quella classe e quella personalità che ci rende chiaro di trovarci di fronte a una canzone dei Les Discrets, e non di una qualsiasi band doom metal copia-incolla. La chitarra solista, acida e oscura, si insinua nel formidabile tappeto sonoro eretto da una chitarra ritmica mai così ispirata, accompagnate da una voce profonda e dolorosamente tormentata, prima di tuffarsi in aperture melodiche che giocano abilmente con le emozioni dell'ascoltatore. Una barca sbattuta qua e là nel mare della malinconia, che resiste alle tempeste dello sconforto per poi sbarcare sulla spiaggia della speranza. Come nella versione in studio, anche live "Chanson d'Automne" è un brano denso di ogni possibile suggestione emotiva suggerita dalla mente di Teyssier, una canzone ispirata alla stagione simbolo del disco e dell'intero immaginario lesdiscretsiano. Quando il muro sonoro si placa appaiono evidenti le influenze opethiane di Teyssier, che forse deve più di qualche idea alla band di Stoccolma, cullando l'ascoltatore in ritmiche acustiche tenui e rilassate. Così come del resto appaiono anche le influenze più tipicamente shoegaze dei nostri, compresse in quei suoni ovattati e in quelle atmosfere così poeticamente crepuscolari. E veniamo qui a quell'assolo, che nella versione su disco ho adorato fino allo sfinimento e che qui, devo essere sincero, sembra che sia stato suonato in modo davvero sopraffino. Certo qualche imperfezione, qualche stacco di troppo c'è sempre, ma comunque nulla di fastidioso e compromettente per una performance comunque ottima e per un brano francamente difficile da riproporre alla perfezione in sede live. Anche qui le suggestioni shoegaze sul finale, accompagnate da una chitarra acustica sempre più opethiana/agallochiana e da una chitarra elettrica riverberata che è come un eco da un'altra dimensione, chiudono degnamente un brano che possiamo definire come un vero e proprio concentrato di emozioni profonde, che probabilmente avrà colpito al cuore il pubblico in modo non troppo dissimile da come avrà colpito me su disco questo piccolo capolavoro. A conferma che il pubblico abbia apprezzato l'intero concerto, il momento n cui Fursy tristemente annuncia "So, this will be the last song of the show?" è chiaramente udibile un "NOOOOOO!" quasi disperato di qualcuno tra gli astanti, che evidentemente ancora non si sentiva pronto a salutare i lionesi e ad abbandonare il loro mondo oscuro per dedicarsi così a qualcun altro.

Song For Mountains

In maniera perfettamente speculare a "Linceul D'Hiver", "Song For Mountains" è la canzone ideale per chiuderla qui, per instillare nel pubblico un ultimo atmosferica pacatezza e lasciarli andar via al loro destino. Anche qui, per quanto sia assente la chitarra acustica e il gruppo abbia deciso di affidarsi completamente ai suoni elettrici, quei bellissimi arpeggi mi ricordano sempre qualcosa dei migliori October Falls, mentre i riffoni di chitarra che gli succedono si sposano con le migliori influenze post rock della band. Del resto, ricordiamocelo, il motivo per cui è così difficile catalogare la musica dei Les Discrets sta anche in questo utilizzo che fanno delle peculiarità di diversi generi musicali, mettendole tutte al servizio di quel mondo immaginario e immaginifico, così elegante, raffinato, romantico e melanconico, che Teyssier ha imbastito per quel pubblico che saprà come immergervisi dentro. Se infatti gli arpeggi rimandano al folk finlandese (anche in elettrico) e la chitarra elettrica al post-rock mastodontico dei Mono, quando parte quel riff, non distorto ma gonfio di melodia, sostenuto dalla batteria sempre più soffice di Winterhalter, sono addirittura i Novembre di Carmelo Orlando che fanno breccia nelle orecchie del pubblico presente. Le sonorità tipiche della band romana vengono sapientemente rielaborate da Teyssier in questi riff distorti, in queste melodie tormentate, in queste strutture sonore che sono così affini a quelle a cui ci abituato da anni la band romana, e per chi è un loro fan accanito come il sottoscritto non sarà difficile innamorarsi di questa canzone e di queste influenze che Fursy sfoggia con classe e sopraffina abilità. Non solo Novembre, a dire il vero, ma anche e persino suggestioni in arrivo direttamente dal monumentale "Blackwater Park" degli Opeth, per quanto sempre tutto condito a modo, con quella drammaticità oscura tipica dei Les Discrets, che si riflette alla perfezione nei fraseggi di chitarra solista man mano che questa diventa gelida e si avvicina pericolosamente ai territori del black metal atmosferico. La voce di Teyssier accompagna il pubblico nei suoi sogni più profondi, sogni di paesaggi lontani, di vette innevate, di boschi, di terra, di nuvole spezzate dal sole, e non sapete quanto avrei voluto trovarmi anche io lì, in quel Roadburn, a chiudere gli occhi e lasciarmi coinvolgere da quell'immaginario, da quel fascino che mette in musica la bellezza soverchiante della natura. E così si conclude il concerto, mentre "Songs For Mountains" lascia dietro di sé una sorta di scia sonora, come fosse il profumo della terra umida in una mattina d'autunno dopo che ha piovuto per tutta la notte.

Conclusioni

Vorrei fare una premessa, che magari sarà superflua per questa conclusione, ma a mio modo di vedere ritengo doverosa: io i Les Discrets dal vivo li avevo già visti. Quando venni a sapere che avrebbero suonato in quel di Mantova insieme ai miei adorati Novembre (che ritengo una delle migliori band metal che l'Italia abbia mai avuto), non ho potuto far altro che fiondarmi sui biglietti come Winnie The Pooh che scopre un barattolo di miele nascosto nella dispensa. In quell'occasione i Les Discrets suonarono in maniera piuttosto raffazzonata, e non intendo in senso propriamente negativo ma semplicemente che a mio parere non è stato un concerto che ha reso giustizia all'anima nera di questa band. Complice forse anche la presenza di soli turnisti al di fuori di Fursy (e della mancanza della mia amata Audrey, sob?), per quanto i ragazzi abbiano suonato alla perfezione e siano stati bene o male coinvolgenti, in certi momenti sembrava di osservare sul palco più un gruppetto punk scolastico che non una più oscure e tormentate realtà post rock degli ultimi anni. E infatti devo ammetterlo, senza nulla togliere al bellissimo centro culturale Arci Tom, che mi ha deliziato con le sue birre e con la sua atmosfera raccolta, vederli suonare dal vivo al Roadburn deve essere stata un'esperienza completamente diversa per il pubblico, molto più particolare e "lesdiscretiana". Già la copertina dell'album potrebbe farci riflettere su cosa abbia provato chi era lì sotto a guardarli, avvolto dalla nebbia di quell'atmosfera, immerso nell'oscurità delle poche e soffuse luci presenti, e soprattutto concentrato su una prestazione così intimista che probabilmente sarà sembrata più affine ad una performance teatrale che non a un concerto vero e proprio. Niente orpelli, niente caciara e probabilmente anche niente smartphone ci saranno stati in quel di Tilburg, per un concerto sopraffino e raffinato che ha forse avuto il suo limite principale proprio nel fatto che le sue canzoni fossero più consone alla sede studio che non a quella live. Troppo spigolose le sonorità di "Le Mouvement Perpetuel", troppo poco incisive le distorsioni di "Chanson D'Automne" e troppo poca la partecipazione del pubblico per giustificare interamente l'ascolto; nel complesso, se dovessimo fare un confronto direi che la versione live perderebbe contro quella in studio di almeno 5 a 0. Purtuttavia si è trattato di un esperimento interessante, e chi si definisce un vero aficionado della band lionese non potrà prescindere anche da questa pubblicazione, che resta consigliata soprattutto a chi voglia conoscere un differente aspetto dell'anima lesdiscretiana, quello live, che sembra così lontano dal mood a cui in quegli anni ci avevano abituati. Per concludere e giusto per mettere i puntini sulle i, un punticino in meno per la mancanza di "La Traversée", brano che a parere di chi scrive è uno di quelli dalle potenzialità più epiche per essere suonato dal vivo. A Mantova lo vidi suonare dal vivo, ma purtroppo non ho avuto occasione di sentirlo anche live registrato su disco. Peccato.

1) Linceul D'Hiver
2) L'Echappée
3) Le Feuilles De L'Olivier
4) Au Creux de L'Hiver
5) Le Mouvement Perpétuel
6) La Nuit Muette
7) Chanson D'Automne
8) Song For Mountains
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