LES DISCRETS

Ariettes Oubliées

2012 - Prophecy Production

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
03/07/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Me li ricordo bene quei due. Erano solo due innamorati, Sophie e Robert, due fidanzatini dal look "alternativo" che passeggiavano tenendosi per mano, due anime innocenti che in quel momento non avevano nessuna colpa, se non per l'infelice idea di camminare di notte tra le vie dello Stubbylee Park di Rossendale, nell'Inghilterra del nord, quel maledetto 11 Agosto del 2007. Una banda di balordi incontrati per caso, teste calde sbucate dal nulla che senza una motivazione valida assalgono la coppia e la pestano a sangue, solo per il fatto di sembrare (e non certo di essere) "diversi". Lui viene colpito e perde conoscenza, cade a terra e resta vulnerabile ai colpi di quei criminali, ma lei gli fa scudo con il proprio corpo. E riesce a salvargli la vita, a costo della sua. Il più grande gesto d'amore che possa esistere su questa Terra: dare la propria vita per chi si ama. Il ragazzo restò in coma per un po', con diverse emorragie interne, ma riuscì a salvarsi e in seguito a tornare cosciente. Anche la ragazza finì in coma per il trauma riportato, che però risultò essere più grave, tale da non permetterle più di risvegliarsi. Sophie Lancaster si spense all'Hope Hospital di Salford il 24 Agosto del 2007. Una tragedia assurda e insensata che colpì nell'animo l'Inghilterra intera, ispirando tutta una serie di iniziative, tra cui l'apertura di un palco apposito in onore di Sophie durante il Bloodstock Open Air del 2009, e la creazione della Sophie Lancaster Foundation, associazione benefica volta a combattere contro la discriminazione tra le sottoculture. Ma come faccio io a sapere tutto questo, dato che la triste storia della Lancaster è ben poco conosciuta ai più, perlomeno al di fuori dell'Inghilterra? La conosco perché il buon vecchio Fursy Teyssier, tale leader della band francese Les Discrets e in passato chitarrista degli Amesoeurs, ci ha realizzato un cortometraggio animato così toccante e commovente, con l'immagine del "fantasma" di Sophie che accarezza il fidanzato e la meravigliosa voce di Beth Gibbons dei Portishead che intona la malinconica "Roads", da provocare un sincero dolore al cuore di chi lo guarda, una botta emotiva che nel mondo fisico corrisponderebbe più o meno a una badilata in mezzo ai gioielli di famiglia. Fursy è così: un illustratore dalla poetica inconfondibile, un visual artist così visionario da far trasudare la sua immagine del mondo, e le emozioni che essa fa scaturire nel suo animo, in ogni sua creazione, sia grafica che musicale. Perché sì, questo ragazzo lionese dall'aria assonnata ma sbarazzina, se da un lato riesce a creare emozioni travolgenti attraverso i suoi cortometraggi animati e i suoi disegni per artbook, dall'altro riesce a trasmettere quelle stesse emozioni anche nella sua musica, dal suono così particolare da risultare unica nel suo genere (che poi, quale genere?). Onestamente (ed è il vero motivo per cui ho ritenuto opportuno iniziare la recensione con la storia di Sophie Lancaster), non credo che Teyssier sarebbe stato capace di creare una musica come quella che crea, di inventare un vero e proprio genere musicale tutto suo, senza quell'immaginario ombroso e tormentato, malinconico e romantico, che appare in modo così ossessivo nelle oscure visioni della sua mente. Quello stesso immaginario che poi prende vita nei suoi disegni e nei suoi cortometraggi. E se le basi stilistiche di questo immaginario sono state buttate giù così splendidamente da un lavoro fresco e innovativo come Septembre Et Ses Dernières Pensées del 2010, risulta ancora più definito, più maturo e drammatico, nel successivo Ariettes Oubliés - "Canzoni Dimenticate" del 2012, che qui andiamo a recensire. Una vera e propria evoluzione, un sound che riflette su sé stesso e cerca stavolta di stabilire una propria identità ben definita (ma senza riuscirci come avrebbe potuto). Il 2007 (anno di pubblicazione del fondamentale "Souvenirs d'Une Autre Monde") è ormai lontano e il blackgaze è diventato un vero e proprio genere musicale, con i suoi adepti e le sue regole non scritte da seguire. Il mese prima dalla pubblicazione di "Ariettes", lo storico "rivale" e amico Neige, mastermind dei seminali Alcest, dona al mondo il suo terzo album "Les Voyages De L'Ame", un discone che mette a tacere chiunque abbia finora tentato di imitare le melodie così uniche ed emozionali del caro Stephan. In un contesto del genere, i Les Discrets cercano di rispondere calcando la mano su quelle che sono le loro caratteristiche più peculiari, in quel loro mix poetico e romantico di black metal, shoegaze, post rock, folk e canzone d'autore francese. E nel farlo presentano un lavoro che si ispira dichiaratamente alle "Canzoni Dimenticate" di Claude Debussy, un ciclo di opere musicali basate sui poemi di Paul Verlaine, un dei più noti e influenti poets maudits del Romanticismo. Ma se nel 1887 il compositore francese dalla barba incolta riscaldava gli animi con vocalizzi angelici e note di pianoforte delicate, nel 2012 i Les Discrets gelano il cuore con le loro suggestioni oscure e quelle sonorità così intime e profonde. Non come nel precedente disco, stavolta. È come se adesso Teyssier abbia deciso di mettere in chiaro le cose, rendendo la drammaticità DAVVERO drammatica, la violenza DAVVERO violenta, e iniettando nella sua musica una dose di emozionalità che probabilmente il disco d'esordio era ancora troppo immaturo per affrontare. Eppure, di quell'esordio qualcosa si è perso: si è persa la freschezza delle prime composizioni di quel tipo, si è perso l'effetto sorpresa nel vedere accostate influenze così diverse in quel modo così affascinante, e soprattutto si è persa quell'omogeneità di fondo che accomunava tutti i brani dell'album in un solo, unico, meraviglioso viaggio. Chiariamoci subito: dal punto di vista di chi scrive, Ariettes Oubliées è un disco bellissimo, che emoziona e avvolge i sensi, dimostrandosi anche a suo modo anche originale. Ma allo stesso tempo, non rappresenta quell'evoluzione "sana" di Septembre che ci saremmo aspettati, e potrebbe deludere quei fan che avevano sperato in un sound più legato alle proprie origini. Adesso la necessità di avere nuove idee si fa sentire, come anche quella di chiarire una volta per tutte le proprie influenze, e forse queste condizioni hanno posto la mente di Teyssier in una prospettiva più calcolata, più razionale e meno istintiva, dove un'ottica del tipo "qui ci mettiamo un riff così e qui invece un riff colà" ha sostituito la filosofia più genuina del "suoniamo, e vediamo dove ci porta il vento". E se questo sia un bene o un male, ognuno di voi potrà deciderlo da sé dopo aver ascoltato e vissuto questo disco così affascinante, che il sottoscritto andrà ora a recensire e a vivere per voi.

Linceul D'Hiver

Ci si rende conto della differenza già dalle prime note di Linceul D'Hiver - "Sudario d'Inverno" (sarà forse il lenzuolo che regge tra le mani il misterioso uomo in copertina?). Una melodia lenta, cadenzata, oscura, ma di un'oscurità diversa da quella del disco d'esordio. Più matura, forse, ma anche più fredda. Se l'intro di Septembre era un solenne impasto sonoro che sembrava preso in prestito da qualche film fantasy alla Peter Jackson, stavolta lo scenario cambia totalmente e ci si sente riflessi nell'uomo della copertina, in quella stanza buia, con quel sudario tra le mani. Sono note strane, quelle di questo intro. Non facilmente definibili. Non sembrano davvero tristi né davvero malinconiche, non sono solenni o epiche, non sono nemmeno "oscure" nel vero senso della parola, o almeno non come lo erano le melodie del disco precedente. Sono piuttosto lo scheletro di una litania misteriosa e intrigante, che prende in prestito le sonorità del post rock per tramutarle in qualcosa di più ombroso, più poetico, dal sapore più folk. Questa volta Fursy vuole fare sul serio, vuole andarci giù pesante, e le sue intenzioni vengono tradite da un muro di chitarra distorta che appare all'improvviso, da quei riffoni nervosi che squarciano l'aria con la loro tensione emotiva. Linceul D'Hiver è la perfetta presentazione di un disco come "Ariettes Oubliées", nonché la sua dichiarazione di affrancamento dal passato: una musica più fredda, più calcolata e ragionata, che paradossalmente, attraverso i suoi calcoli, tenta di essere più sentita, più drammatica, più emotivamente profonda di quanto non fosse stata quella più acerba di due anni fa. E continuando nell'ascolto del disco, potremo dire che l'obiettivo è stato raggiunto, ma purtroppo solo in parte.


La Traversée

Ecco, anche qui abbiamo quel sibilo lontano, quel crescendo di chitarre che introduce la seconda traccia (ma prima canzone vera e propria dell'album) per poi tramutarsi in un mega-riffone in minore, proprio come successe con "L'Echappée". E La Traversée - "La Traversata" è davvero il perfetto brano speculare di "L'Echappée", rappresentativa del secondo album come quella lo fu per il primo. Il riffone della "Fuga" era davvero oscuro e introduceva un brano malinconico fin da subito, genuino, autentico e profondamente ispirato, per quanto palesemente acerbo e molto semplice nella struttura della sua forma-canzone. Quello della "Traversata", per contrasto, è invece molto più arioso, più atmosferico e anche più pesante a livello puramente sonico, ma soprattutto introduce una scrittura musicale molto più complessa. La seconda chitarra qui fa capolino fin da subito con le sue trame vagamente contorte, poi i ritmi rallentano e la voce di Teyssier si mostra molto diversa che in passato. Se prima era solenne e impersonale, stavolta è dolce e delicata, mentre accompagna poeticamente quella distorsione di chitarra così riverberata da indurre la mente a sognare a occhi aperti. "Mais pourtant tout est là / Comme on l'avait imaginé" (Ma ancora è tutto lì, come lo avevamo immaginato). I versi di Teyssier si intessono con la musica, diventano una cosa sola, in un legame indissolubile ed eterno. La semplicità del passato sembra andata a farsi benedire, e sinceramente, almeno per ora, non se ne sente affatto la mancanza. Perché "La Traversée" è un piccolo capolavoro di musica lesdiscretica (scusate i neologismi, ma qui son d'obbligo), con le sue melodie così intriganti, i suoi continui cambiamenti umorali, le sue sonorità così variegate da racchiudere in 8 minuti di musica una gamma di emozioni impensabile agli esordi della band. Abbiamo sempre le care vecchie chitarre alla Katatonia, qui reinterpretate alla luce della poetica teysseriana, così come dei rallentamenti dal sapore tipicamente black metal, seppur privati della loro freddezza originaria, sapientemente sostituita da una dolcezza di scuola Alcest (ovviamente). Poi all'improvviso tutto si placa, una chitarra intona un arpeggio dall'animo uggioso e l'altra chitarra un timido riverbero, su cui in seguito galleggia la voce mai così soave del duo Teyssier/Hadorn. L'arpeggio si disperde nel vuoto, compare un veloce giro di batteria ed ecco che dal nulla ascoltiamo uno dei migliori riff nella storia dei Les Discrets, che chiude il brano in un modo a dir poco memorabile. Solo due note di chitarra distorta, ma tese, nervose e mai così cattive, che poi si evolvono e si intersecano con i blast beat di una batteria ancora più inquieta, in un abbraccio incandescente che è come un'ondata di lava incandescente che erutta da un vulcano per scagliarsi contro un villaggio di poveri ascoltatori per poi sommergerli e pietrificarli. O perlomeno, così mi sono sentito io quando la canzone è giunta al termine. Pietrificato. Un vero gioiello.

Le Mouvement Perpetuel

"Dandandan daaa dadan". Solo tre note, brevi rintocchi, lievi ticchettii di corde appena pizzicate: inizia così uno dei brani più belli e più rappresentativi dell'intero disco. Le Mouvement Perpetuel - "Il Movimento Perpetuo" è un brano atipico per la carriera dei Les Discrets. Lento, molto più lento di qualsiasi altra composizione finora uscita dalla penna di Teyssier, che sembra quasi di vedere un ricevimento della nobilità ottocentesca che balla sulle sue note così delicate. È un pezzo dalle movenze d'altri tempi, questo Le Mouvement, dolce, romantico e con una drammaticità di fondo che lo fa apparire quasi solenne. Fursy erige un corposo muro di chitarra ritmica, distorto e ribassato, che accompagna quelle corde di chitarra solista che continuano a pizzicare quelle tre note, all'infinito. Proprio come un "movimento perpetuo", appunto. Il classico stacco alla "Les Discrets" (un po' prevedibile, a dirla tutta) si avvalora di atmosfere shoegaziane, mentre introduce la ripresa del riff portante, che stavolta è sostenuto alla perfezione dalla voce. Una voce che appare molto più poetica che nel disco precedente, nonché ancora più sofferta che in La Traversée. E più le chitarre distorte si fanno pesanti, più le corde graffiano e maciullano, più ci sentiamo cadere nel vuoto, in un movimento continuo, che ci fa sentire come i protagonisti della storia raccontata da Teyssier. "Ils ont chuté / Ils se raccrochent aux parois / D'un mur, qui sous leurs doigts se transforme en terre / Friable et humide /Ils aspirent à remplir ce vide /Afin de la ralentir» (« Caddero, aggrappandosi alle pareti di un muro, che sotto le loro dita si trasformò in terra, friabile e umida, aspirano a colmare questo vuoto, al fine di rallentarlo"). Raramente un connubio così perfetto di testi e musica era stato fatto prima d'ora dai lionesi. Ritornano le care vecchie tematiche della band, la sofferenza emotiva, il vuoto interiore, la sensazione di sentirsi persi, ma anche i ricordi e il passato che ritorna. Chute éternelle / Dans les profondeurs, aux odeurs du passé ("Caduta eterna nelle profondità, con gli odori del passato") canta Fursy, mentre le chitarre ci fanno sprofondare sempre di più, lentamente e inesorabilmente. Ma questa caduta viene poi interrotta da aperture melodiche ispirate e avvolgenti, in una riuscita commistione di riffoni rock e sonorità black metal, che stendono un velo a una voce che si fa sempre più ariosa. Fino a un finale toccante, che sembra portare al parossismo la drammaticità dei Katatonia di "Discouraged Ones", con una sensibilità indie rock sullo sfondo che rende il tutto ancora più tormentato. E infine le tre note ritornano, il riff riprende e la canzone ricomincia a farci cadere, a trattenerci tra le spire del suo movimento perpetuo.

Ariettes Oubliées: Je Devine à travers un murmur

Il nuovo spirito romantico dei Les Discrets traspare pienamente dalle prime note di chitarra di Ariettes Oubliées: Je Devine à travers un murmur - "Canzoni dimenticate: indovino attraverso un mormorio". Un timido arpeggio, delicato e ombroso, che si stende sui nostri sensi con quella voce dalla rinnovata espressività. "Et mon âme et mon coeur en délires / Ne sont plus qu'une espèce d'oeil double. O mourir de cette mort seulette / Que s'en vont - cher amour qui t'épeures ». Il francese di Teyssier sembra quasi provenire da un altro mondo, o più realisticamente dalla Francia del diciannovesimo secolo (se non del tredicesimo), con quel misto tra ermetismo, poesia moderna e linguaggio epico, e anche la musica sembra procedere di pari passo con le parole. L'arpeggio, come una cavalcata che prende sempre più velocità, si trasforma poi in un riffone selvaggio che ricorda il miglior blackgaze di casa Alcest, con Winterhalter che pesta la batteria senza pietà e le sonorità di chitarra che sembrano uscite direttamente dalle mani di Neige, in quella meravigliosa combinazione tra gelo e visioni oniriche. E così il pezzo incanta, con la voce di Teyssier sempre più sognante, che pian piano ci accompagna verso un arpeggio finale dal misterioso intimismo, che si chiude poco a poco, sostenuto da una sottile atmosfera folk/shoegaze, come un fiamma che diventa cenere prima di spegnersi e spargere il suo fumo nel cielo notturno.

La Nuite Muette

L'evoluzione dei Les Discrets, quella nuova maturità e complessità delle loro composizioni, passa anche e soprattutto da un brano come La Nuite Muette - "La Notte Muta". Già l'inizio, arioso come non mai, anche più arioso della "Traversée", ha uno stile tutto suo che finora non si era ancora sentito in una composizione del combo lionese. La classe nella scrittura di Teyssier si avverte soprattutto nel modo in cui riesce a far legare la voce, adesso ancora più espressiva, con le strutture portanti delle chitarre distorte. Parfois je pleure des morts / Qui ne le sont pas encore. / Certains soirs, lorsque la nuit tombe, - cauchemars et frayeurs / A mes peurs la raison succombe. Et j'enterre des corps / Dont le coeur bat encore ("A volte piango la morte di chi ancora non è morto / E alcune sere, quando cala la notte, incubi e spaventi, la ragione soccombe alle mie paure, e sotterro corpi il cui cuore batte ancora"). Mentre la chitarra intesse le sue trame in un leggiadro mix di ariosità e malinconia, Teyssier ci riversa nelle orecchie i suoi testi visionari, che sembrano davvero provenire direttamente dai suoi cortometraggi animati e delle sue illustrazioni, figli di quell'immaginario oscuro di cui il musicista francese è regista assoluto. Ma non è solo la particolarità del riff iniziale con la sua strana ariosità a stupire, quanto piuttosto il momento in cui questa ariosità viene spezzata a metà canzone. Non ce ne rendiamo conto, e tantomeno ce lo aspettavamo. Cambia la nota finale, e parte un nuovo riff, completamente diverso dal precedente, così lento e asfissiante da sembrare quasi doom. In realtà la band gioca qui con l'effetto sorpresa, introducendo uno dei suoi riff più oscuri di sempre proprio dopo uno dei suoi riff più ariosi di sempre, il che può sembrare un controsenso, ma non se si pensa che il fine è quello di spiazzare l'ascoltatore, lasciarlo interdetto di fronte a questa valanga nera, a queste influenze quasi post metal imbastardite con il blackgaze più feroce. L'atmosfera è opprimente, ossessiva, e il brano si chiude in queste spire oscure, scomparendo a poco a poco in una chitarra dal sapore shoegaze sempre più rarefatta e moribonda. Una chitarra che finisce con il simulare la morte muta che dà il titolo al brano stesso. Un brano coraggioso e scritto con classe, per quanto forse ancora troppo insicuro e affrettato.

A Creux De L'Hiver

A Creux De L'Hiver. Una plettrata iniziale accompagnata poi dal basso, in un inizio che sembra quasi uscire da qualche disco pagan metal post-Ulver, introduce quello che è un riff di palese influenza atmospheric black metal. E in effetti il brano in questione è probabilmente quello più "metal" dell'intero disco, e per certi versi quello dallo stile più "classico" in tal senso. Ma il tutto appare sempre gestito con quel sapiente tocco alla Les Discrets, che potremmo definire "romantico" o "poetico", e la voce gioca bene su questo versante, levandosi distesa sul brano, delicata come una carezza di pioggia nelle orecchie dell'ascoltatore. Poi la ormai riconoscibilissima rallentata centrale tipica della band, stavolta di chiara matrice post rock, apre lo stesso riff iniziale che stavolta ha un andamento diverso, più cadenzato e ancora più "atmospheric black metal", che quasi ci sembra di veder comparire dal nulla Roman Saenko dei Drudkh a martoriare la sua chitarra. E mentre il brano si trascina verso la fine, Teyssier canta dell'inverno, di quella neve che cade incessante e di quella luce che abbaglia solo "chi non crede più nei sogni". La seconda chitarra accompagna il riff che cavalca imperterrito, e chiude il brano con una drammaticità solenne che ricorda davvero quella della scuola black metal ucraina e di quei gruppi come i già citati Drudkh o gli Old Silver Key (band nata dalla fusione degli stessi Drudkh con gli Alcest, non a caso). Forse il brano più di maniera e meno ispirato del disco, ma resta tuttavia un gran bel pezzo e una dimostrazione di classe invidiabile da parte dei lionesi.

Après L'Ombre

Conoscevate già la splendida compilation "Whom The Moon A Nigtsong Sings"? Si tratta di un'idea della Prophecy, che nel 2010 decide di pubblicare un album composto interamente da brani di vari artisti neofolk e folk metal appartenenti all'etichetta discografica, tra cui anche i Tenhi, i Musk Ox e i Neun Welten. Tra le file della Prophecy c'erano anche i Les Discrets, reduci del loro album d'esordio, che però avevano già pronto qualcosa di nuovo da far assaggiare ai fan prima del prossimo, ancora lontano, nuovo album. E questo assaggio era una canzone, Après L'Ombre - "Dopo L'Ombra", dalla forma ancora grezza e fin troppo effettata, che apparì subito come il brano più folk che la band lionese avesse mai composto. E in effetti è così. Quando il gruppo decise di ri-registrare il brano al fine di pubblicarlo su "Ariettes Oubliées", dopo averlo ripulito per bene e depurato di tutte le sue sbavature, apparve subito evidente come quelle chitarre acustiche così avvolgenti e intimiste fossero una vera e propria novità nel sound dei nostri (un esperimento folk simile era stato fatto con "Sur Le Quais", che però appariva più come un intermezzo che come un brano vero e proprio). Le voci del duo Teyssier/Hadorn sono ancora più sognanti che negli altri brani, sembrano raggi di luce che sbucano dai rami di una fitta foresta, avvolgono i sensi e cullano l'ascoltatore in un mondo lontano, mentre cantano di boschi e di foreste, di terra e di pietre, di luce e di buio. Un testo fatto di vere e proprie suggestioni, come immagini sfocate che l'ascoltatore può immaginare nella sua testa mentre si fa cullare dalle chitarre, fino al punto di non ritorno, quel fatidico minuto 2.27 da cui parte una delle melodie forse più malinconiche ed emotive mai scritte nella carriera di Teyssier e soci. Sombre et belle, je t'oublie, "Oscura e bella, ti ho dimenticato" cantano i nostri, in un coro che è come una voce dall'oltretomba che ci richiama a sé, mentre quelle corde di chitarra appena pizzicate ci colpiscono al cuore manco fossero frecce avvelenate, e ci trascinano con loro nell'abisso. Una piccola e deliziosa gemma.  

Les Regrets

Ma dove l'avevo già ascoltata quella melodia? Ah sì, ora ricordo, era l'arpeggio iniziale di "Linceul D'Hiver", la prima canzone del disco! Proprio così, la band, con Les Regrets - "I Rimpianti", ha deciso di chiudere alla perfezione il cerchio ricollegandosi alla canzone che aveva dato il via alle danze, per l'appunto "Linceul D'Hiver", riutilizzando il suo stesso arpeggio iniziale, come un viaggio in tondo in cui la meta è anche il luogo da cui siamo partiti. Ma se le chitarre distorte dell'intro si limitavano a trasformare in riff quell'arpeggio che aveva dato vita al tutto, stavolta il riff che esplode al termine di quelle note è un'intensa cavalcata di puro atmospheric black metal che potrebbe persino far pensare alla scena australiana di Austere e Wood of Desolation. "Les Regrets", è il caso di dirlo, è davvero la canzone più "black metal" dell'intero disco. Quel riff così gelido e oscuro, così violento ed emotivo, non può far altro che colpirci nel profondo, che ferirci come un coltello affilato come solo il vero black metal atmosferico sa fare, mentre viene avvolto su sé stesso da un evocativo arpeggio della seconda chitarra che lo cattura e lo porta via con sé, calmando la sua forza travolgente come un'enorme coperta che soffoca un incendio, e portando a conclusione l'album con un brano strumentale dall'eleganza sopraffina. Arrivati a questo punto, ci vien da dire una cosa: i Les Discrets ci sanno decisamente fare, questo è assodato. Ma se il loro obiettivo di evolversi e maturare, di affrancarsi dalle ingenuità compositive di "Septembre" è stato raggiunto o meno, questo è da vedere nelle conclusioni della recensione.

Conclusioni

"Ariettes Oubliées" è un disco di rara bellezza, leviamoci il dubbio. Malinconico, sofferto, intimista e di grande fascino. Non solo: rappresenta anche un'evoluzione per la band rispetto al precedente "Septembre" del 2010. Un'evoluzione forse per certi versi discutibile, ma probabilmente inevitabile. È vero, ciò che più viene a mancare in quest'album è l'effetto sorpresa. Fursy ci aveva già ammaliato abbastanza con la sua voce solenne e impersonale, con le sue sonorità ombrose e romantiche, con la sua poesia notturna. Stavolta sembra che l'effetto sia stato più ragionato, calcolato, volto a dare una definizione più chiara nel sound dei nostri, ma anche per questo meno spontaneo, meno naturale. Ma non per questo si tratta di un disco poco ispirato, anzi: se i cambi di tempo in "La Nuit Muerte" intrigano, con quelle melodie così gothic metal che ben presto evolvono in influenze ai confini del post metal più drammatico, quelli di "La Traversée" affascinano da morire, tra atmosfere ariose come se non se ne erano mai sentite nel debutto, che sfociano poi in riff di una violenza sonica senza precedenti nel sound di Teyssier. Allo stesso modo incuriosiscono sia le influenze black metal che stavolta, molto più che nell'esordio, sono davvero black metal (vedi i riffoni gelidi di "Les Regrets"), sia quei riferimenti al folk che, affrancatosi un bel po' dal post-rock sognante di "vecchie" canzoni come "Une Matinée d'Hiver", sono ora liberi di concentrarsi totalmente sull'immaginario di Teyssier, romantico, intimista e maledettamente sofferto (vedi "Après L'Ombre"). E poi affascinano quelle tracce che, seppur statiche e dall'andamento leggermente "stanco" (ma non certo per mancanza di idee), riescono ad avvolgere i sensi di chi ascolta con le loro suggestioni così intimiste e profonde (penso in particolare a "Le Mouvement Perpétuel", una vera gemma nel repertorio dei Les Discrets, seppur alla lunga possa apparire quasi "noiosetta" se confrontata a tracce più dinamiche e varie come "La Traversée"). Sono belle canzoni, sono composizioni di una classe invidiabile che molti gruppi degli anni '10 del nuovo millennio si sognano la notte. Eppure, dopo quel "quasi capolavoro" dell'esordio, così magico e ispirato, era forse lecito aspettarsi qualcosina di più. "Ariettes Oubliées" è un disco affascinante nel suo tentativo di risultare 100% Les Discrets, di dosare e bilanciare alla perfezione (e riuscendoci, anche se solo in parte) le ferali influenze (atmospheric) black metal con quelle shoegaze, folk, gothic, post-rock e cantautorali. Ma allo stesso tempo è un disco che, mentre da un lato cerca di evolvere in maniera netta quello che precedentemente era un sound ancora troppo "confuso", dall'altro, senza volerlo, risulta ancora più confuso di quanto non fosse prima. Perché sì, per quanto "Ariettes Oubliées" sia fascinoso, godibile e in fondo unico nel suo genere, risulta troppo "studiato a tavolino" per le orecchie di chi ha adorato il suo predecessore, non riesce ad amalgamare bene tutte le sue influenze e finisce per "ghettizzarle" in cambi di atmosfera troppo netti tra le canzoni, o tra i punti vari di una stessa canzone, perdendo quella visione olistica che invece in "Septembre" appariva di una naturalezza così disarmante. C'è poco da fare, l'effetto sorpresa è una prerogativa del primo album, e quando si passa al secondo è quasi inevitabile per molte band mettere un po' da parte il cuore e far funzionare di più il cervello. E questo in effetti è valido soprattutto quando si tratta di band dal genere musicale non definito, e che portano una ventata di novità nella scena. Tuttavia c'è da dire che i Les Discrets con il loro cuore ci lavorano, e persino quando le tracce se le studiano a casa, invece di buttarsi lì a macinare riff come posseduti dal fuoco sacro dell'ispirazione, riescono sempre a creare una musica che emoziona, che intriga, che affascina terribilmente con le sue atmosfere chiaroscurali, la sua anima romantica fino al midollo, la sua ombrosità tormentata, la sua poetica così diversa da quella a cui il metal ci ha sempre abituati. Un grande band, che anche stavolta si conferma tale, pur non riuscendo tuttavia a fare quel definitivo salto di qualità che molti fan avrebbero sperato.

1) Linceul D'Hiver
2) La Traversée
3) Le Mouvement Perpetuel
4) Ariettes Oubliées: Je Devine à travers un murmur
5) La Nuite Muette
6) A Creux De L'Hiver
7) Après L'Ombre
8) Les Regrets
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