LED ZEPPELIN

The Song Remains The Same

1976 - Swan Song Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
22/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Innanzitutto una precisazione: benché si tratti dei Led Zeppelin, questa recensione tratterà The Song Remains the Same prima di tutto come film, poi come prodotto musicale. Perché di film si tratta, nonostante le riprese dei concerti, ed a fronte di canzoni di cui si è già detto tutto abbiamo la possibilità di analizzare, scena dopo scena, l'immaginario degli Zeps attraverso un prodotto prima immaginifico, e poi biografico. Partiamo quindi subito da un presupposto che più chiaro di così non si potrebbe: il film dei Led Zeppelin, datato 1976, non è un granché. Anzi, diciamo proprio che è bruttino. Nondimeno, The Song Remains the Same è l'unico esperimento cinematografico dei Led Zeppelin, una band troppo importante ed altisonante per ignorarne un prodotto che avrebbe dovuto, in teoria, esprimerne la personalità ed il misticismo, la potenza e la spregiudicatezza. Peccato che le prime vengano toccate di striscio e malamente, mentre le seconde totalmente tradite. A salvare almeno in parte la baracca ci sono le performance live della band, poste per lo più tra una sequenza e l'altra; anche in questo caso, tuttavia, a fronte di esecuzioni ottime (e sono molte), ce ne sono altre quantomeno opinabili, o comunque non del tutto all'altezza di un prodotto così carico di responsabilità. Cercheremo dunque di capire cosa del film non funziona e cosa, invece, si può salvare, consci del fatto che a distanza di quarant'anni The Song Remains the Same è, nel peggiore dei casi, il documento storico di una band imprescindibile dalla storia del rock. Possiamo inoltre aggiungere che il film ha il merito di illustrare, seppur spesso malamente, alcune caratteristiche fondamentali del background dei Led Zeppelin, dandoci la possibilità di esplorare il misticismo e la poetica dei suoi membri attraverso determinati dettagli della pellicola. Un altro aspetto peculiare del film è rappresentato dalla sua produzione, un raro esempio di come non dovrebbe mai essere affrontata la produzione di una pellicola cinematografica. In tutto questo mi preme di dire che i Led Zeppelin, intesi proprio come Robert, Jimmy, John e Bonzo, non hanno alcuna colpa riguardo i demeriti del film, se non quella stessa autoindulgenza che è alla base di ogni problema dell'opera. Partiamo dunque da principio. L'idea di produrre un film dei Led Zeppelin era balenata a Peter Grant, il temibile manager della band, già tra il 1969 ed il 1970, quando la fama del gruppo era alle stelle grazie ai primi due, formidabili album: Led Zeppelin e Led Zeppelin II. Benché la televisione fosse - almeno negli States - in pieno boom, fu deciso fin da subito che il format ideale dovesse essere quello cinematografico, l'unico in grado di rendere giustizia alla potenza del sound Zeppelin. Si cominciò così a selezionare materiale utile, in particolare quello proveniente dalla performance alla Royal Albert Hall del 9 gennaio 1970, ma le riprese furono giudicate insoddisfacenti ed il progetto finì inesorabilmente per slittare a data da destinarsi. Le cose cambiarono nel '73, con i Led Zeppelin all'apice del successo grazie al quarto album (quello di Stairway to Heaven, 1971), ed al gusto autocelebrativo di Houses of the Holy (1973). In combinazione alle opere che avevano già reso gli Zeppelin una leggenda vivente, si aggiunse in quell'anno un tour statunitense di particolare grandiosità. A quel punto Peter Grant contattò l'americano Joe Massot, suo amico nonché vicino di casa, per dirigere il futuro film dei Led Zeppelin. Una delle prime cose di cui il neoregista si dovette occupare fu di riprendere la band nel suo habitat naturale: il palco. Giusto in tempo, poiché proprio in quel periodo gli Zeps erano in tour negli Stati Uniti, terra cui la band doveva gran parte del suo successo. Le riprese furono effettuate al Madison Square Garden di New York in tre serate consecutive, quelle del 27, 28 e 29 luglio del '73. La permanenza di Massot dietro la macchina da presa durò però poco, perché nel '74 il regista si ritrovò silurato dall'impresa, reo di scarsa produttività nonostante quasi tutte le riprese immaginarie - quelle che intervallano le scene live - fossero state già girate intorno ad ottobre del '73. Quando il film fu terminato, tre anni dopo, l'ormai ex regista degli Zeps non venne nemmeno invitato alla prima, alla quale partecipò comunque acquistando un biglietto da uno scalper (praticamente, un bagarino). Per non menzionare poi la trafila di episodi più o meno beceri a proposito del pagamento di Massot, che dopo il licenziamento si ritrovò con in mano solo una frazione del compenso pattuito. Dopo una serie di sgambetti reciproci tra Peter Grant ed il regista, quest'ultimo passò infine per vie legali, riuscendo a farsi pagare il giusto compenso. Al posto di Massot fu ingaggiato l'australiano Peter Clifton, un regista che all'epoca cominciava a farsi una certa fama proprio presso gli ambienti musicali e indipendenti, e che sarebbe divenuto noto per i videoclip di artisti come Rolling Stones, Jim Morrison, Eric Clapton e i Beach Boys, nonché per il film Live in Central Park. A tal proposito vale la pena menzionare il fatto che, nonostante l'ingente budget, The Song Remains the Same fosse di fatto un film autoprodotto, completamente finanziato dalla band. Le cose stavolta andarono più o meno lisce fino alla fine, nonostante alcuni problemi, per così dire, "strutturali":  innanzitutto l'incidente automobilistico intercorso a Robert Plant, a Rodi, che lasciò il cantante gravemente ferito ed impossibilitato a muoversi; poi alcune problematiche inerenti a regolamenti e permessi, come accadde durante le riprese al Madison Square Garden, quando i sindacati locali tentarono di bloccare le riprese della troupe (situazione poi sbloccata in seguito ad una serie di negoziati). Ma, in ultima analisi, il problema più rilevante fu la mancanza di comunicazione tra la band e la troupe, causa principale di alcune delle inesattezze e "grossolanerie" che costellano la pellicola. Un esempio pratico è rappresentato da alcune delle riprese dal vivo: dal momento che, per ragioni di completezza, si decise di montare tra loro i video dei tre concerti al Madison Square Garden - nonché di girare in studio alcune riprese di "finto live" - ai musicisti fu detto di usare gli stessi vestiti per ognuna delle serate in cui sarebbero stati filmati. Eppure, di tanto in tanto, è possibile notare lo "sfasamento" tra una scena e l'altra dei vestiti di Jones e di Page. Il bassista avrebbe in seguito confidato di aver chiesto alla troupe, prima di una delle tre serate, se il suo vestito andasse bene, e che gli fu riposto di sì, che "non stavano girando". Se l'errore sia da imputare allo staff o a Jones ha poca importanza, quello che conta è come l'episodio sia indicativo della mancanza di comunicazione - nonché del pressapochismo - dilagante durante la lavorazione del film. Ma in realtà, a delineare la fallita comunicazione tra i membri del gruppo e lo staff (regia e sceneggiatura in particolare), sono proprio le sequenze filmate, quelle robe fantastiche/oniriche che avrebbero dovuto - in teoria - esprimere tutta la profondità e lo spessore del background Zeppelin, dalle origini blues fino a quel misticismo a cavallo tra Tolkien e Crowley. Nonostante tali sequenze siano anche interessanti da analizzare, almeno per chi volesse cercare di entrare dentro lo "spirito" dei Led Zeppelin, esse non rendono giustizia in alcun modo alla poetica della band britannica, o quantomeno non rendono giustizia alla vastità letteraria e concettuale che c'è dietro. Quello che è evidente, osservando le improbabili masturbazioni immaginifiche del film, è solo una tendenza all'autocompiacimento che, se vogliamo, era sì parte degli Zeps, ma che tra tutte le loro caratteristiche è proprio quella che forse era meglio far risaltare il meno possibile, specialmente se a portarla sullo schermo sono delle riprese così pudiche, così puritane, in totale contrasto con un mito ingigantito dalla pornografica, meravigliosa volgarità di Whole Lotta Love, dai gemiti orgasmici e dalle movenze erotiche di Robert Plant, o dalle torbide storie di sesso e groupies di Jimmy Page. Per tentare di tappare tutta una serie di buchi dovuti ad un'organizzazione non proprio impeccabile - nonché, comunque, alle oggettive difficoltà nell'unire materiale live ad una narrazione di fantasia - Peter Clifton decise di riprodurre lo scenario del Madison Square Garden agli Shepperton Studios, in Inghilterra, facendo simulare agli Zeppelin la loro performance newyorkese. Se, per esempio, i capelli di John Paul Jones vi appaiono posticci, è perché lo sono, dal momento che il bassista se li era tagliati dopo il tour. Come ciliegina sulla torta di questa sconclusionata produzione, al termine dei lavori la band (leggi: Peter Grant) litigò anche con Clifton, accusandolo di aver rubato i negativi del film. Leggenda vuole che Grant fece addirittura perquisire la casa del regista mentre quest'ultimo era assente, col risultato di trovare solo qualche filmato che, sempre stando alle voci, il regista conservava unicamente allo scopo di farne dono agli Zeps. Pettegolezzi a parte, una situazione così tesa tra i Led Zeppelin e la troupe è indice di una mancanza di fiducia che, semplicemente, non può non riflettersi sull'opera. A completare il quadro dobbiamo anche aggiungere il rifiuto, da parte degli Zeppelin, di annoverare tra i crediti buona parte dello staff di Clifton. Certo è che l'atmosfera negli studios dovesse essere, se non ostile, alquanto fredda. Prima del rilascio ufficiale, The Song Remains the Same venne proiettato in anteprima per la Atlantic Records, la storica etichetta discografica dei Led Zeppelin, e stando alle voci pare che durante la proiezione del film Ahmet Ertegün, presidente della Atlantic, si fosse soavemente addormentato; non ci è noto se dalla noia, o per il fatto che la proiezione fosse avvenuta a mezzanotte. Poco tempo dopo, il 20 ottobre del 1976, il film dei Led Zeppelin uscì nelle sale cinematografiche, pronto nel bene e nel male a fare un pezzettino di storia del rock; con un ritardo di diciotto mesi ed una spesa tale da collocarlo tra i film "amatoriali" più costosi di sempre. L'album tratto dal film sarebbe uscito pochi giorni dopo, penalizzato sia dalla mancanza di Black Dog (sostituita da Celebration Day), sia da alcune scomodità dovute al formato in vinile. Alla prima newyorkese del film fu invitato anche Peter Clifton, più che altro per badare che il mix quadrifonico, il top del sonoro cinematografico di allora, funzionasse a dovere. Le strade si riempirono di locandine che promettevano di portare, direttamente a casa, un tour "personale e privato" dei Led Zeppelin. E questo, almeno, era vero. Nonostante quanto scritto fin'ora, infatti, mi preme ricordare che non tutto il materiale del film è da buttare via, e che in ogni caso, a farla da padrona, è la musica. E se le performance non sono tutte impeccabili, è pur vero che molte riescono ad esprimere la potenza e l'eros dei Led Zeppelin come poche altre. Ma in definitiva, ancor più delle famosissime canzoni, sarà interessante analizzare le sequenze di fantasia che intercorrono tra un pezzo e l'altro; nonostante la loro inadeguatezza, infatti, attraverso di esse sarà possibile ripercorrere tutto quello che, negli anni, ha fatto parte del variegato background dei Led Zeppelin, dandoci uno spaccato - intellettualmente parlando - delle origini e della crescita di ogni singolo membro del gruppo.

Bron - Yr - Aur

The Song Remains the Same inizia dall'autocelebrazione di colui che il film lo ha desiderato ed ottenuto: Peter Grant, considerato letteralmente il "quinto Zeppelin" da tutti i fans della band, famoso per la sua abilità imprenditoriale e per la sua notevole stazza fisica; ma anche per la sua indole aggressiva, per la predisposizione alla prevaricazione e, soprattutto, per il suo comportamento estremamente protettivo nei confronti dei suoi ragazzi, gli Zeps. Ad accompagnarlo in questa prima sequenza c'è Richard Cole, l'allora tour manager dei Led Zeppelin, noto per aver più volte condiviso gli eccessi della band tra groupies ed alberghi devastati. Cole è famoso anche per aver scritto una delle più controverse biografie degli Zeppelin: Stairway to Heaven: Led Zeppelin Uncensored, nonché per aver fatto da consulente per un'altra nota biografia Zeps: Hammer of the Gods, di Stephen Davis. I Led Zeppelin non hanno mai concesso alcuna credibilità a molte delle voci messe in giro da Cole, asserendo più volte la malafede del loro ex tour manager. Sta di fatto che, in effetti, Cole venne licenziato prima dell'ultimo tour europeo dei Led Zeppelin, nel 1980, reo di esser diventato inaffidabile a causa dei suoi problemi con droga e alcol. Di lui ed altri, Plant disse: "trovo ridicolo che la gente abbia aspettato che il fuoco fosse ormai spento, per mentire in modo così spudorato ed offuscare i fatti". In questa prima sequenza del film, Cole interpreta la parte di uno scagnozzo della mafia, il secondo in comando del "boss" Peter Grant; in pratica il ruolo che aveva anche nella realtà (mafia a parte). Assieme ad altri scagnozzi, a bordo di una vecchia Pierce-Arrow del 1928 che suggerisce atmosfere rubate a "Il Padrino", i due si dirigono verso un'abitazione apparentemente sperduta, al cui interno dei loschi personaggi sono intenti a giocare d'azzardo. Questi individui rappresentano il potere - e gli uomini di potere - e sono intenti a giocare con la vita delle persone, come l'evidente simbologia sul tavolo da gioco mette subito in chiaro. Essi hanno talvolta un aspetto mostruoso: uno è un licantropo, forse segno di un animo bestiale, fuori dall'umana empatia; un altro è privo di connotati, probabile metafora della falsità della classe politica. Appena arrivati, Grant e i suoi scagnozzi fanno strage dei "mostri" a suon di mitra, ripercorrendo quel filone letterario che vuole il malavitoso come "romanticamente libero" dagli schemi di una società corrotta. Piccola chicca: uno degli uomini di potere è interpretato da Roy Harper, buon amico di Page e company nonché grande musicista folk. Ad Harper gli Zeppelin avevano anche dedicato una canzone sul loro terzo album (non a caso il più folk di tutti): Hats Off to (Roy) Harper. La scelta del sottotesto politico di questa prima sequenza è curiosa, poiché mai, in tutta la loro discografia, i Led Zeppelin hanno trattato argomentazioni politiche. Sì, ogni tanto ci sono stati velati riferimenti sociali tra le righe dei testi di Plant, piccole divagazioni che nascondono altrettanto piccole critiche ad un sistema oppressivo, ma sempre e comunque da un punto di vista intimo e personale; mai politico. L'impressione è che il soggetto di questa sequenza sia volontariamente - e pretenziosamente - dentro i canoni caratteristici di un certo cinema indipendente, le cui argomentazioni dovevano necessariamente accarezzare determinate tematiche, tra cui, inevitabilmente, quelle anti-sistema che da sempre caratterizzano il rock. Ma, come è stato suggerito dagli autori stessi, dovremmo anche guardare alla sequenza come una metafora del lavoro di Grant e Cole, sempre indaffarati ad accordarsi (e litigare) con le alte sfere, quei magnati della musica il cui potere, nel tempo, è decuplicato. Al termine dell'improbabile massacro, in voluta antitesi assistiamo ad un volo di colombe su uno sfondo nero, sul quale compare il titolo del film. Viene poi il momento di presentare "l'ambientazione", ovvero New York, la quale ci appare in tutto il suo sgranato splendore in una ripresa in time-lapse, dall'alba alla notte, vigilia del tanto atteso Concerto. In alto compaiono i nomi dei membri della band, ed ogni nome è affiancato dal suo simbolo; parliamo ovviamente dei simboli divenuti famosi grazie al quarto album, conosciuto anche come "ZoSo" proprio in virtù del simbolo scelto da Page. Per quel disco, caratterizzato dalla (quasi) totale mancanza di riferimenti grafici, gli Zeppelin decisero di firmarsi con un simbolo, uno per ognuno di loro, e per farlo decisero di trarre ispirazione dal Book of Signs di Rudolph Koch. Questi segni, o rune, rappresentano l'essenza dei quattro musicisti, e vale dunque la pena elencarli nuovamente. Il simbolo scelto da Bonham, tre anelli sovrapposti, rappresenta il legame con la famiglia; proseguendo nella visione del film la sua scelta ci sarà perfettamente chiara. Jones optò per il simbolo con tre archi intrecciati racchiusi in un cerchio, ovvero una sorta di talismano contro i malefici o, più genericamente, contro il male. La natura essenzialmente pragmatica del bassista spiega perfettamente una scelta così vacua, o forse chissà, magari Jones preferì premunirsi contro tutta quella "magia nera" di cui Page era tanto invaghito. Il simbolo di Plant è la piuma, un segno che nell'accezione storica ha tutta una serie di possibili significati, per lo più legati alla cultura degli indiani d'America. Nel caso del cantante, tuttavia,  il segno assume connotazioni derivative; ovvero, se per gli indiani la piuma rappresentava concetti come forza, maturità e nobiltà, per Plant essa rappresenta i pellerossa stessi, e di conseguenza ciò che a loro volta i pellerossa rappresentano per la società occidentale: libertà, saggezza, dignità e, dal punto di vista immaginifico, fiumi, canyon, sterminate praterie. Per comprendere tale scelta dobbiamo considerare il legame di Robert Plant con l'America, quella da lui stesso favoleggiata nella surreale Going to California. Il background di Plant, così come quello dei suoi colleghi, affonda le sue radici nel blues e nel rock'n roll, nel country e in ogni possibile sottogenere di musica folk; ma non è solo questo. Per il cantante l'America, di cui egli conosceva anche il volto reale, era soprattutto il simbolo di spazi più mentali che fisici, rappresentati dal senso di libertà che quella terra sconfinata è in grado di offrire. In pratica, parliamo del mito dell'America hippie, la cui cultura era alla base della filosofia di vita di Plant. Oltre a tutto questo, la piuma fa parte anche della simbologia celtica, figlia di miti così antichi da affondare le loro radici in epoche in cui le piume erano un prezioso monile, appannaggio della sola elite. In tale contesto, dato l'ovvio collegamento tra la piuma e il cielo, essa può divenire simbolo di libertà spirituale, illuminazione ed ispirazione, tutte caratteristiche che mi sentirei tranquillamente di associare a Robert Plant. L'ultimo simbolo, quello scelto da Jimmy Page, è "solo un ghirigoro"; o almeno così l'ha sbolognato il chitarrista Zeppelin. Graficamente il segno di Page appare come una sorta di firma, un intreccio di linee arcuate tale da sembrare una scritta: "ZoSo", ovvero il nome non ufficiale del quarto album. Nonostante tutte le rassicurazioni di Jimmy Page, chi conosce i suoi hobby non può fare a meno di notare l'assonanza tra il suo simbolo e "Zos Kia Cultis", il culto ispirato dal mago Austin Osman Spare, e portato avanti da un altro importante mistico contemporaneo: Kenneth Grant. Spare, oltre a far parte del background filosofico di Page, era anche legato ad un'altra importante figura di riferimento del chitarrista: il celebre Aleister Crowley, di cui il film ci darà ampiamente modo di parlare. Tra l'altro, l'animale guida di Spare era un'aquila nera sovente rappresentata come un nativo americano, forse un ulteriore indizio sulle origini della piuma di Plant. L'ultimo simbolo che compare è quello della Swang Song Records, l'etichetta discografica fondata da Peter Grant ed i Led Zeppelin nel 1974; il suo iconico angelo caduto, oggi soggetto di innumerevoli gadget e t-shirt a tema Zeppelin, era parte dell'immaginario neo-pagano della band, un immaginario che vede la figura di Lucifero nella sua accezione primordiale, quella del "portatore di luce", intesa soprattutto come conoscenza e saggezza. Non a caso il dipinto originale da cui è tratto l'angelo, intitolato Fall of the Day (William Rimmer, 1869), doveva rappresentare non Satana, ma il Dio Apollo; ovvero una divinità "luciferina" (portatrice di luce), assimilabile per superbia e per fisionomia alla figura di Icaro, ucciso proprio dalla sua stessa sete di conoscenza. Tornando al film, ultimata la sequenza d'apertura si giunge ad un secondo antefatto, stavolta incentrato proprio sui quattro musicisti. Le atmosfere bucoliche qui  rappresentate riportano alla mente le colline di Bron Yr Aur, laddove gli Zeppelin, ed in particolare Plant e Page, amavano andare in "ritiro creativo". Si trattava di un cottage immerso nel verde della campagna gallese, in un luogo il cui nome, tradotto dal gaelico, significa "Seno d'Oro". In realtà le località immortalate in questa sequenza sono almeno tre: nelle scene con Peter Grant, sia quelle in cui il manager interpreta un gangster, sia quelle in cui viene filmato in auto assieme a sua moglie Gloria, l'ambientazione è quella dell'Hammerwood Park, nel Sussex inglese. John Paul Jones e John Bonham si trovano in una località di campagna non meglio specificata, probabilmente in prossimità delle loro reali abitazioni. Bonzo viene brevemente inquadrato nell'atto di... arare un campo col trattore, uno degli hobby di cui amava occuparsi nei sempre più rari periodi con la famiglia. Jones viene immortalato in un momento di intimità familiare, intento a raccontare alle figlie la favola di "Jack e i Fagioli Magici" (in Italia più spesso tradotta come "Giacomino e la Pianta di Fagioli"). Anche Robert Plant viene ripreso in un momento di svago assieme alla famiglia: durante la sequenza lui e sua moglie Maureen osservano divertiti i loro due figli, Karac e Carmen, fare il bagno in un ruscelletto, nudi e biondi come i bambini sulla copertina di Houses of the Holy. Assieme alla famigliola c'è anche il border collie di Plant, Strider, cui il cantante aveva ironicamente accennato in una canzone del terzo album dei Led Zeppelin, Bron-Y-Aur Stomp. Considerata l'età di Karac, che si aggira intorno ai tre anni, è probabile che la scena non sia stata girata nel '73 ma, piuttosto, almeno nel 1975. Fa molta tristezza osservare il figlio di Plant sapendo che sarebbe morto tragicamente pochi anni dopo, a soli cinque anni. Nel caso di questa sequenza, l'ambientazione è proprio Bron Yr Aur (questa la corretta dicitura), dal momento che il cottage, dopotutto, era di proprietà della famiglia Plant. In quell'aspra campagna, senza elettricità né acqua corrente, gli Zeps aveva cercato quell'energia vitale che nella loro visione collega tutte le cose del mondo, trovando di fatto una miniera d'oro di creatività ed ispirazione. Un individuo, giunto in bicicletta, consegna un messaggio a Robert Plant, lo stesso messaggio che viene consegnato a John Paul Jones da sua moglie. La missiva avverte i due musicisti dell'imminenza delle serate a New York, preludio del film-concerto vero e proprio. Nel frattempo anche Jimmy Page viene avvertito, e la sua breve comparsa sullo schermo è la più interessante - ma anche la più involontariamente comica - tra le scene di questa prima parte del film. L'inquadratura è in POV, dandoci l'impressione di essere noi stessi, gli spettatori, a scoprire il "nascondiglio" del chitarrista, immerso nel verde della campagna in prossimità della sua splendida villa di Plumpton, nel Sussex. Durante la nostra passeggiata in prima persona finiamo per trovalo, semplicemente, concentrato a trovare quell'ispirazione che egli era solito ricercare in campagna, intento a suonare una Ghironda, uno strumento di origine mediorientale e mediterranea. Il brano, mai ufficializzato, si chiama Autumn Lake. A un certo punto Jimmy avverte la "nostra" presenza e si gira, mostrando degli occhi che brillano di una luce rossa. L'inquadratura resta fissa mentre i colori si caricano in un crescendo psichedelico, aprendo la strada alla scena successiva. Il lato comico della faccenda sta sull'effetto "occhi demoniaci" di Page, che oltre all'idea in sé fa ridere proprio come sono stati realizzati; ma lasciamo perdere, soprassediamo. È interessante notare invece come fosse proprio lo stesso Page, a calcare la mano sulla sua immagine di "musicista maledetto", di Leader mistico della band. E leader, fuori d'ogni dubbio, lo era senz'altro. Una cosa è certa: con le donne funzionava. Plant era il bello del gruppo, certo, ma la fila di groupies era sempre dietro la porta di Jimmy Page. Un esempio pratico di tale misticismo è rappresentato dalla passione del chitarrista per Aleister Crowley, un esoterista di primo piano nel suo campo e molto "in voga" negli ambienti rock di quel periodo. Page era un grande collezionista dei cimeli appartenuti al mago, tanto che nel 1970 acquistò la famigerata Boleskine House, nel Loch Ness. La villa in questione era appartenuta a Crowley dal 1899 al 1913, ma in realtà la zona possedeva già, da oltre un secolo, un'aura oscura di tutto rispetto: come nei migliori horror, alla sua fondazione le mura erano state erette accanto a un vecchio cimitero; c'è persino un tunnel, che collega la villa al camposanto. Nelle vicinanze c'erano i resti di una vecchia cappella che, si dice, fosse andata a fuoco uccidendo tutti coloro vi si trovavano dentro. A ciò si aggiunsero i rituali di Clowley, tra cui, pare, l'evocazione di un'entità demoniaca che il mistico non riuscì a "rimandare indietro". Il custode del mago, in quel periodo, soffrì numerosi drammi familiari, tra cui la perdita di due bambini. Lo stesso Crowley ebbe a dire che determinati esperimenti di magia nera erano, semplicemente, "sfuggiti di mano". Non sorprende dunque se a seguito dell'incidente di Plant prima, e della morte del piccolo Karac e di Bonham poi, i fans (e i detrattori) dei Led Zeppelin si siano dati alle supposizioni più fantasiose, additando la passione di Page per l'occulto come la causa delle disgrazie della band. Ma torniamo al film. Ricevuto il messaggio, Jones e Robert non appaiono granché entusiasti di lasciare le loro famiglie; una scelta volta a trasmettere allo spettatore, forse, la dura vita del musicista in trasferta. Finalmente arriva il giorno del concerto: i nostri escono dall'aereo e vengono scortati dalla polizia a sirene spiegate, manco fossero capi di stato. Ma non è un film, è un reality. Le prime note che cominciano a sentirsi sono proprio quelle di Bron-Yr-Aur (da non confondersi con Bron-Y-Aur Stomp), una breve strumentale pubblicata nel doppio album Physical Graffiti (1975), ispirata al verde del "Seno d'Oro". La Martin D-28, con cui Page esprime la sua nostalgia verso quel luogo magico, è ben presto soppiantata dal concerto vero e proprio. La telecamera ci lascia letteralmente "entrare" nel Madison Square Garden dove, dopo un altro mistico svolazzare di colombe, i Led Zeppelin danno finalmente inizio alla danze.

Rock And Roll

 Il concerto si apre con Rock and Roll, uno dei pezzi di punta del quarto album degli Zeps. Quel disco, probabilmente il più rinomato del catalogo del Dirigibile (e non solo per Stairway), si apriva proprio con la vincente successione di due brani di grande potenza e vigore, nell'ordine: Black Dog e, per l'appunto, Rock and Roll. Su The Song Remains the Same i due pezzi sono invertiti, ma la loro missione rimane la stessa:  aprire l'opera alla maniera Zeppelin, senza mezze misure di sorta. Diversamente dal capolavoro di equilibrio che era la versione in studio, in questa controparte live il tiro appartiene quasi tutto al reparto ritmico, Jones in particolare. Nonostante ciò l'attenzione delle telecamere rimane quasi tutta sui due frontman, mostrandoci un Plant ancora vagamente disorientato ed un Jimmy Page col pilota automatico. Il grande talento tecnico di John Paul Jones sopperisce alla mancanza di Ian Stewart, la guest star del quarto album degli Zeppelin, abile tastierista noto per aver co-fondato i Rolling Stones. Poi, non appena Page prende davvero in mano i comandi, la festa entra nel suo vivo; la sinergia tra lui ed il cantante è poco incisiva, ma il muro di suono dell'intera strumentale prima, e dell'assolo di chitarra poi, lascia intuire perfettamente lo scopo di una canzone come Rock and Roll: dare il via non ad un semplice concerto, ma ad una festa in piena regola, del tutto distante da schemi prefissati. In tutta questa bagarre al vetriolo, ben più pensante, nel complesso, della versione in studio, Robert Plant è ridotto più ad animatore che altro. Non che sia un problema; la parte testuale di un pezzo come questo è quella più indiziaria, ideale solo ad esaltare la componente strumentale tramite rimandi immaginifici, brevi flash mentali suggeriti da un'abile capacità di sintesi. Il tema è la speranza di tornare a "ballare il rock'roll", sfuggendo una vita fatta di scelte sbagliate e monotonia. C'è dunque sia una componente nostalgica, sia "propiziatoria", ma né l'una né l'altra si traducono mai in qualcosa di più complesso, men che meno di drammatico, lasciando a Rock and Roll la leggerezza tipica di un brano del tutto spensierato. Al termine di questa versione un po' sfilacciata ma di indubbio impatto, ecco tornare tutta la possanza del sound di Jones e Bonzo, esaltata dagli Oh Yeah d'ordinanza di Robert Plant. È proprio John Bonham a portare a termine l'opera con una "tempesta" delle sue, legando idealmente assieme un brano all'altro. Infatti, attraverso un fin troppo evidente lavoro di montaggio, senza soluzione di continuità ecco risuonare le note di Bring It On Home, quell'attacco esplosivo che, nella versione in studio, avrebbe seguito la dolce armonica "plagiata" a Willie Dixon e Sonny Boy Williamson. Ma in questo caso l'iconico attacco di Bring It On Home è solo un preludio, una svirgolata per confondere lo spettatore.

Black Dog

A partire quasi subito, infatti, è l'incedere pesante, cattivello ed ammiccante di un altro capolavoro Zeppelin: Black Dog (Cane Nero). Se Rock and Roll ci è piaciuta, ma con riserva, Black Dog rappresenta invece un piccolo capolavoro di perfezione, in tutto e per tutto superiore a qualsiasi versione in studio. L'unico difetto che gli si può trovare è un'eccessiva conformità alla formula originale, poiché dai Led Zeppelin siamo soliti aspettarci digressioni verso vere e proprie jam sessions, pesanti e turbolente virate verso il rock più puro e istintivo. Ad ogni modo il pezzo funziona, ed una gran fetta del merito và ad un Robert Plant finalmente nella parte; anzi, diciamo proprio bravo, ma nel complesso non c'è un solo elemento che non tiri fuori il suo coniglio dal cilindro. Così come Rock and Roll, anche Black Dog ha il compito di far capire all'ascoltatore, fin da subito, di che pasta è fatta la band; era un modus operandi tipico degli Zeps, quello di aprire i live con i brani più heavy e festaioli, ponendo l'accento sul fatto che, dopotutto, ciò che contava davvero non erano le riflessioni mistiche o le citazioni forbite, ma il divertimento puro, la catarsi emotiva data dalla forma che si fa sostanza; la musica nella sua essenza. Anche per tale motivo questi due pezzi non hanno nulla a che vedere, concettualmente, con le sequenze di fantasia del film, ma fanno semplicemente parte del lato biografico della pellicola. Non a caso, la scena che segue Black Dog è un breve spaccato della vita dietro le quinte dei nostri, una piccola incursione nei loro camerini. La tematica di Black Dog è semplice: la storia di un uomo dal carattere lascivo, talmente preda del desiderio per una donna da divenirne schiavo. La figura femminile è il superamento del topos canonico del blues, caratterizzato da donne spietate e materialiste, micidialmente sensuali. In questo caso, infatti, la figura femminile si erge sulla sua controparte maschile con forza e spregiudicatezza, con la libertà data dall'emancipazione. La metafora del "black dog" invece è un ironico riferimento a un cane nero che, ai tempi della registrazione del quarto album, pare si aggirasse nei dintorni di Headley Grange, dove gli Zeppelin registravano i loro pezzi. Era un labrador nero piuttosto anziano, ma ancora impegnato a dar la caccia a tutte le cagnette del quartiere. Inoltre il Cane Nero è anche un riferimento letterario ad alcuni vecchi miti britannici, cupe storie di inquietanti cani demoniaci. Pensate a "Il Mastino di Baskerville", o al Cujo di Stephen King, ed avrete ben chiaro l'universo letterario nato da quel vecchio mito. Black Dog è una veloce sparata in cui ognuno dà il meglio di sé senza uscire troppo dalle righe. Rispetto alla versione in studio, ogni elemento è comunque pompato di brutto, specialmente la batteria e la chitarra. Plant corre da un parte all'altra, tra momenti di estasi orgasmica e di eccitazione pura, enfatizzato dalla struttura a "botta e risposta" della canzone. A risultare predominante è comunque lo strumento di Jimmy Page, unico vero elemento oltre i limiti canonici del brano, ricco di piccole improvvisazioni e sempre pronto al confronto individuale. Anche il finale è d'ordinanza: una catarsi sempre più tirata e caotica, resa esponenziale dalle evoluzioni del chitarrista; a dominare sono il martellare sempre più possente di Bonzo e le distorsioni di Jimmy Page, il quale innalza la chitarra al cielo come a voler decretare, con tale gesto, la conclusione del brano. La pausa dura solo il tempo di quell'incursione nei camerini cui accennavamo prima, un breve e simpatico spaccato dell'umorismo e della vitalità di un Robert Plant ancora in cima al mondo. 

Since I've Been Loving You

 Poi, finalmente, l'atmosfera si fa seria sulle prime note di Since I've Been Loving You (Da Quando Mi Innamorai di Te). Parliamo del brano di punta di Led Zeppelin III (1970), un album caratterizzato da alcune delle soluzioni di più alto livello della band, nonché di un sound particolareggiato e ricercato e, proprio per questo motivo, per molti anni considerato "poco Zeppelin" dalla fanbase del Dirigibile. La canzone, già nella sua versione in studio, mette in campo il meglio del meglio dei Led Zeppelin, riuscendo a far interagire tra loro molte della sonorità caratteristiche del gruppo amalgamandole in una solida, drammatica infrastruttura blues. Il pezzo originale del terzo disco, tra l'altro, era stato registrato proprio col presupposto di ricordare un'esibizione dal vivo, caratteristica, questa, in comune con tante altre tracce dei primi tre/quattro anni di pubblicazioni Zeppelin. In tale contesto ognuno dei quattro musicisti era riuscito a dare il meglio di sé: Jones supportava il peso dell'intera composizione, donando al brano il suo incedere cupo e drammatico; Bonzo gli dava quella potenza e quella pesantezza che, come sempre, permetteva ad ogni prodotto Zeppelin di innalzarsi oltre i canoni del genere di riferimento; Plant, semplicemente, era l'anima straziata alla base del pathos della canzone, così incredibilmente nella parte come poche altre volte in tutta la sua carriera; infine, Page era colui che teneva incollate tra loro tutte queste caratteristiche, riuscendo a far sua ogni emozione, ogni minima sfumatura di tensione o di strazio, fino a catalizzare ogni elemento del brano nell'eccezionale assolo di chitarra finale, uno dei suoi migliori di sempre. Eppure, forse, la versione di Since I've Been Loving You presente nel film riesce a superare la sua controparte in studio. Senz'altro supera la pur ottima versione immortalata su How the West Was Won, una raccolta nel complesso ben superiore a quella di The Song Remains the Same. La canzone immortalata sul palco del Madison Square Garden ha una durata di tutto rispetto di circa otto minuti, ovvero poco più della già notevole versione in studio; ciò che la rende così sopra le righe non è dunque "l'eccesso", ma proprio la qualità, sia nell'esecuzione che nella resa emotiva. Sì, perché se determinate canzoni dei Led Zeppelin, come Rock and Roll e Black Dog, sono puro istinto, altre sono pura e semplice emozione, proprio come in questo caso. Gli Zeps, infatti, non conoscevano mezze misure, ed al netto di un testo tanto semplice quanto classicista, Since I've Been Loving You getta sull'ascoltatore un dolore tanto lancinante, un'emozione tanto sovraccarica da lasciarlo più attonito che malinconico; un po' come i due hippies fugacemente inquadrati durante le riprese. John Bonham, conosciuto più che giustamente come The Beast, dimostra tuttavia come un batterista del suo livello sia capace di alternare le pesanti martellate alla ritmica più delicata, interpretando ogni umore del brano a partire dalla sua essenza primordiale. Page si prende buona parte dell'attenzione grazie ad un'esecuzione che lascia senza fiato: l'assolo, inserito benissimo, è in grado di competere sia con l'originale che con quello (eccezionale) presente su How the West Was Won, ma è proprio la totalità della sua performance a rendere il brano un Capolavoro; ogni sfumatura emotiva, ogni discesa nell'angoscia ed ogni esplosione di rabbia è espressa sapientemente dalla sua Les Paul, in un sound corposo e preciso ma, al tempo stesso, piacevolmente più sporco della sua controparte in studio. Ma Jimmy Page non è solo: vicino al chitarrista, ingiustamente nascosto dal suo organo Hammod, c'è John Paul Jones. Il polistrumentista dei Led Zeppelin dimostra ancora una volta di essere la garanzia della band, lucido e pragmatico perfino durante un pezzo simile, l'ingrediente necessario a non trasformare un capolavoro come questo in un esagerato polpettone. Armato di basso a pedale e tastiere, Jones si esibisce in un'esecuzione che è di contorno solo all'apparenza, ma invece estremamente incisiva nel suo costante sottofondo alle evoluzioni del chitarrista. Il suo show è comunque solo un preludio del brano successivo, a buon ragione il pezzo forte del nostro polistrumentista. A completare il quadro d'eccellenza dipinto da Since I've Been Loving You ci pensa Robert Plant, forse l'elemento predominante di tutta questa performance. Il cantante è perfettamente calato nella parte: quella di un uomo destinato a perdere la ragione per una donna ingrata e traditrice, totalmente assorto dal suo stesso vortice emotivo/depressivo. Il testo prende in effetti certi canoni tipici del blues, come la figura della donna in chiave negativa e/o sensuale, ma ne trascende lo spirito fino a divenire parte integrante di quel repertorio ben più intimista tipico dei Led Zeppelin. La "donna malvagia" è solo un pretesto, forse una metafora, e ciò che conta è unicamente lo strazio del protagonista, la sua disperata discesa verso gli inferi dell'anima. Plant interpreta quest'animo lacerato così maledettamente bene da farci dubitare della sua stessa sanità mentale, per poi magari tornare ad ancheggiare e dondolare sulle note del chitarrista come nulla fosse. La sua voce - a mio personale parere sul podio delle prime tre più grandi voci del rock - si erge in splendida forma, riuscendo a trasformare la scarsa ma immaginifica sostanza del testo in pura forma e, perciò, in vera e propria catarsi emotiva. 

No Quarter

Since I've Been Loving You termina giustamente tra l'ovazione del pubblico e, dopo una mini-sequenza tra le rotaie della metropolitana di New York, ecco che comincia a risuonare l'ovattata melodia di No Quarter (Senza Quartiere). All'epoca in cui iniziarono le riprese al Madison Square Garden il quinto disco degli Zeppelin, Houses of the Holy, era uscito da pochi mesi, portando alla luce nuove canzoni destinate a far parte del miglior catalogo Zeppelin assieme a capisaldi come Stairway to Heaven, Baby I'm Gonna Leave You e Whole Lotta Love; una di queste era No Quarter, ovvero la zona d'ombra di un album assolutamente solare. Il capolavoro di John Paul Jones. Il bassista infatti è l'anima, nonché il principale compositore, di quest'inquietante immersione nelle più scure acque dei Led Zeppelin, e non è solamente una figura retorica: quasi ogni aspetto del brano, dal piano di Jones all'effetto distorsione della voce di Plant, rende l'idea di un suono "sommerso" ed ovattato, proveniente dalle più oscure profondità marine. Non è dunque un caso che No Quarter introduca ed accompagni la prima sequenza di fantasia, esclusa quella introduttiva, delle quattro che compongono la pellicola: quella, ovviamente, di John Paul Jones. Non pare tuttavia esserci un legame diretto tra il testo dell'opera e la sequenza di fantasia; la canzone, molto semplicemente, è stata associata al suo autore principale. Il titolo del brano viene da un antico detto militare, interpretabile con il concetto di "non avere pietà, né chiederne", un'espressione grossomodo assimilabile al nostro "lotta senza quartiere". Tra le criptiche strofe della canzone Robert Plant ci introduce ad atmosfere cupe e cariche di presentimento, nell'incombenza di qualcosa di inevitabile e terribile. L'epica intrinseca nel sottotesto ricorda l'opera di Tolkien: il viaggio, l'impresa, la predestinazione e l'assoluta determinazione. Nonostante le varie interpretazioni che possono essere associate alla tematica di No Quarter, a mio personale parere il soggetto del brano è quella stessa autocelebrazione che caratterizzava tutto il quinto album della band. Gli avventurieri sono Robert, Jimmy, Bonzo e Jones, le armi sono i loro strumenti ed il messaggio, quello in grado di realizzare un sogno, è la loro stessa musica; un cammino arduo e pericoloso, in cui nessuno chiederà, o ammetterà, nessuna pietà. Sempre a mio personale parere No Quarter rappresenta un vero capolavoro della band, un pezzo che riesce a dimostrarsi senza tempo nonostante un'infrastruttura elettronica che dovrebbe essere, a decenni di distanza, terribilmente datata, e che riesce invece a dare l'impressione a chi non la conoscesse di essere stata scritta l'altro ieri. Un risultato che anche il migliore dei musicisti riesce a sfornare solo una volta nella vita, ma che Jones avrebbe conseguito nuovamente con Kashmir (di cui non è compositore, vero, ma indispensabile interprete). Dato che, sempre a mio parere, l'atmosfera di No Quarter gioca molto sulla pulizia e sulla complessità dell'esecuzione, la versione live fa molta fatica a dare all'ascoltatore le stesse sensazioni della sua controparte in studio, quest'ultima avvantaggiata da un sapiente lavoro di sovraincisioni ed effettistica. Nonostante tutto, sia il lavoro al sinth di Jones che l'effetto "riverbero" della voce di Plant funzionano a dovere anche dal vivo, ma il riff di chitarra reinterpreta la sonorità del brano in una chiave più grezza e più acida. Cosa peggiore, dal vivo Plant interpreta una canzone così avveniristica - dal sound simile ad una mezza via tra l'elettronica contemporanea e la new wave - come un qualsiasi pezzo blues. Il risultato complessivo è una re-interpretazione "classicista" di un'opera fuori target; risultato intrigante ma, tutto sommato, meno memorabile dell'originale. La coreografia in compenso è molto buona: di grande effetto quando, dopo le prime inquadrature ad uno "spaziale" John Paul Jones, i nostri eroi sembrano fuoriuscire da un'intensa nebbia di fumogeni, diretto riferimento all'atmosfera cupa e nebbiosa del testo di No Quarter. Appagante anche l'effetto con cui l'inquadratura si sposta dal live alla sequenza immaginaria, la quale si apre con una prospettiva sulle canne di un grande organo da cattedrale, ovviamente suonato da un settecentesco John Paul Jones. Qui l'aspetto immaginifico si sposa con quello biografico, dal momento che i brani più eclettici toccati da Jones andavano spesso a sfociare in misteriche (e psichedeliche) sonorità gregoriane. Ma il senso della scena non sto solo nell'oggettiva capacità del polistrumentista a cavarsela con gli strumenti più disparati, ci sono almeno altri due aspetti di cui tenere conto: uno è quello citazionista, che raccoglie in effetti l'intera sequenza; l'altro è quello biografico. Quest'ultimo, forse involontario, forse no, fa in ogni caso tornare alla memoria gli eventi del 1973 quando, dopo la pubblicazione del quinto album, Jones cominciò a ponderare l'idea di lasciare gli Zeppelin, consegnando ai posteri l'ennesima leggenda metropolitana sulla "più grande band del mondo". In pratica tutto nacque da una risposta ad una semplice, innocua domanda: "ti piace vivere on the road"? E la risposta di Jones fu "no", aggiungendo però che pur di poter vivere suonando avrebbe risposto all'annuncio della cattedrale di Winchester, all'epoca in cerca di un direttore del coro. Lo stesso Jones avrebbe dichiarato decenni dopo, in un'altra intervista, che "qualsiasi situazione in cui si è pagati per fare musica è la migliore situazione del mondo", e che a lui non interessa il tipo di musica che deve fare, ma solo di suonare al meglio delle sue capacità. L'altro aspetto della sequenza di Jones, quello citazionista, trae la propria ispirazione da una serie di romanzi dello scrittore Russel Thorndike, il cui primo capitolo risale al 1915. Nel caso di The Song Remains the Same il richiamo è principalmente volto alla miniserie del 1963 basata sul personaggio di Thorndike, The Scarecrow of Romney Marsh. L'idea, inizialmente, era proprio di usare alcuni spezzoni dei film originali da montare assieme alle scene di John Paul Jones, ma a causa di problematiche legali insorte con la Disney l'idea venne accantonata. Nondimeno, il regista di The Song ha comunque preso alcune scene dell'opera Disney pari, pari e le ha riproposte in salsa "Zeppelin"; dopo la scena dell'organo, Jones viene mostrato come un cavaliere con indosso un'inquietante maschera (palliativo dell'aspetto da spaventapasseri del personaggio originale), accompagnato da altri tre cavalieri mascherati che, naturalmente, rappresentano i suoi compagni di viaggio nella vita reale: Bonzo, Robert e Jimmy. La sequenza racconta unicamente del ritorno a casa, nel Sussex, del suo protagonista. Assistiamo infatti ad una scena in cui la moglie di Jones, vedendolo tornare in sella al suo destriero nero, ne rimane spaventata, come se non lo riconoscesse. Il significato naturalmente verte sulla "doppia identità" dei musicisti, su quella duplice natura di rockstar maledette e, al tempo stesso, di mariti e padri amorevoli; è per questo che la moglie di Jones non lo riconosce, vedendolo con indosso la "maschera" - inquietante e mostruosa - del musicista di fama internazionale che John Baldwin era divenuto. Un John Baldwin sempre più spesso lontano da casa, sempre più lanciato al galoppo tra le nebbie di cui parla No Quarter assieme ai suoi compagni di viaggio. Come se nulla fosse, levata la maschera Jones viene accolto amorevolmente da moglie e figli, in una scena dai connotati vittoriani in cui fanno la loro breve comparsa anche Charlotte Martin e Scarlet Page, rispettivamente fidanzata e figlia di Jimmy Page. Peccato solo che una regia abbastanza quadrata e funzionale venga sacrificata ad un montaggio forzatamente fotonico e psichedelico, accettabile giusto in un prodotto "indie" anni '70. Un aspetto positivo però è nella "colonna sonora" stessa. La versione interessante ma poco convincente di No Quarter che abbiamo ascoltato durante le riprese del concerto, infatti, cede il posto ad una sorta di eccezionale duetto tra il piano di Jones e la chitarra di Jimmy Page, il quale si esprime in un assolo di prima categoria coadiuvato da un Bonham eccellente, in un exploit profondamente oscuro e profondamente hard rock, come solo il meglio degli Zeppelin sapeva essere. Poi, inevitabilmente, la pellicola torna sulle riprese live, mostrando nuovamente i due frontman rielaborare un brano già perfetto di suo, e lasciando Jimmy Page libero di divenire padrone del palco in una lunga e vagamente monotona riproposizione "creativa" del riff di No Quarter. A staccare il capolavoro di John Paul Jones dal pezzo successivo c'è una altra ripresa dei backstage, la quale stavolta ci mostra Peter Grant alle prese con il suo litigioso mestiere di Manager. 

The Song Remains The Same

 Poi rieccoci sul palco, a dondolare e sobbalzare sulle note di The Song Remains the Same (La Canzone Rimane la Stessa), ovvero la title track di questa sofferta pellicola. Parliamo di un pezzo dal notevole valore autocelebrativo, non a caso scelto per aprire il quinto album degli Zeppelin, Houses of the Holy, la più autoreferenziale tra le opere del Dirigibile. Nel caso del film, The Song funge da baricentro dell'intera opera, nonché da apripista per le lunghe sequenze di Robert Plant prima, e di Jimmy Page dopo. La concomitanza tra questa canzone e la successiva The Rain Song con la sequenza di Robert Plant non è affatto casuale. Nel caso del brano che segue il contributo del cantante sta soprattutto nell'eccezionale prova canora, mentre nel caso di The Song il valore aggiunto è dato dal testo; non perché di particolare spessore, ma perché sintetizza efficacemente e con leggerezza quello che era il punto di vista di Plant riguardo la musica in generale. Inoltre, quello che su Houses of the Holy era l'unico, blando punto debole di The Song, durante il concerto newyorkese diviene vero e proprio punto di forza: il testo "posticcio". The Song Remains the Same (la canzone) nacque infatti come pezzo strumentale, ma sotto pressione di Robert Plant le venne aggiunto un testo ad hoc, una sorta di spensierato racconto di viaggio verso una moltitudine di terre differenti, dall'India alle Hawaii, dalla California all'Inghilterra, in un tripudio della visione del cantante di una musica unica. Le liriche sono allegre, leggere e - soprattutto - si prestano facilmente all'improvvisazione e al dialogo col pubblico, cosa che rende l'intera composizione l'ideale per qualsiasi esibizione dal vivo. Nonostante la tematica sia presa alla leggera, il testo del brano sintetizza efficacemente la predilezione di Robert Plant per la cosiddetta "world music", ovvero un filone musicale che trae le proprie sonorità da ogni genere di musica popolare, da qualsiasi parte del mondo. Ciò che Robert ha sempre cercato di dimostrare, tra le righe di questa canzone così come tra le strofe del terzo album, è che la musica è, ed è sempre stata, una ed una soltanto; che l'origine dell'hard rock trae le sue radici più profonde nella musica degli schiavi di colore, ma anche nel country e nel folk americano; quindi, di riflesso, tanto nella musica popolare irlandese e britannica che nelle tarantelle dell'Italia del sud, fino a risalire ad antichissime radici celtiche e mediorientali, al Marocco e all'India. In breve, per quanto i tempi e le sonorità possano cambiare, "la canzone rimane la stessa". Il brano, in origine orientato al progressive e caratterizzato da una complessa sovrapposizione di pezzi di chitarra, viene reinterpretato in una chiave più grezza e più potente, nonché più rapida in talune parti. Jimmy Page sopperisce più che egregiamente la "guitar army" originale facendo uso della Gibson EDS-1275 a doppio manico, strumento che il chitarrista degli Zeps ha reso mitologico. Tuttavia, nonostante il marcato e prolungato protagonismo di Jimmy Page - quasi inspiegabile mentre passano le immagini della sequenza immaginaria di Robert Plant - l'elemento davvero virtuoso della traccia è ancora John Paul Jones, impegnato a coadiuvare il chitarrista nel "tappare i buchi" della composizione attraverso giri di basso frenetici e, al tempo stesso, portanti dell'intera infrastruttura del brano. Nel complesso, The Song ci piace e funziona bene; nel frattempo sullo schermo il film ci mostra l'approdo di Robert Plant in una terra verdeggiante e desolata: il Galles. Il nostro giunge sulla scena a bordo di una barca battente stendardi e bandiere, ritto sulla prua come un novello capitano Achab. O forse come una sorta di guerriero vichingo, vista "l'assonanza" tra la scena in questione e la narrazione di The Immigrant Song, il pezzo con cui si apre il terzo disco dei Led Zeppelin; non a caso un brano in cui il contributo di Plant è più marcato che altrove, reso celebre proprio dal farsetto guerresco del cantante. Il prode Zeppelin viene mostrato nell'atto di ricevere una spada da un misterioso individuo a cavallo, per poi errare apparentemente senza meta nelle lande "selvagge" del Galles. In realtà le varie scene di cui è composta la sequenza sono state girate in una varietà di località diverse (Aberdovey, Merionethshire, Gwynedd), tutte però situate in Galles. Evidentemente una scelta voluta, spiegabile probabilmente con l'importanza che quella regione ha avuto per i Led Zeppelin, dal momento che è proprio da quelle parti che si trovano le colline di Bron Yr Aur. 

The Rain Song

Proprio mentre cominciamo a constatare che, nonostante la curiosamente pregevole interpretazione di Robert Plant, la sequenza medievaleggiante del nostro eroe sta assumendo connotazioni comiche, ecco partire le prime note di The Rain Song (La Canzone della Pioggia). Mentre sullo schermo la sequenza immaginaria si alterna con regolarità alle riprese dal vivo, i Led Zeppelin riescono a tirar fuori una delle migliori versioni live di un pezzo già di per sé stupendo. La sequenza di fantasia ed il testo della canzone, purtroppo o per fortuna, non hanno granché da spartire. O meglio: ne hanno, ma mentre la canzone è sobria, la sequenza, invece, è terribilmente "satura". Il testo del brano narra le vicende di un uomo attraverso una poetica immaginifica ed evocativa, sintetica ed al tempo stesso pregna di contenuto. Il protagonista di questa incantevole ballad è un individuo che ha finalmente raggiunto l'agognato stato di grazia, una realizzazione interiore giunta grazie all'amore per una donna idealizzata fino all'irreale; sia donna in carne e ossa che metafora di un cambiamento interiore, giunto infine dopo il "gelido inverno" degli anni precedenti. Un testo, quindi, sostanzialmente in accordo con le tematiche di molti altri pezzi del repertorio Zeppelin firmati da Plant, il cui concetto alla base è quello di un cammino personale volto al raggiungimento di un elevato stato di consapevolezza e pace interiore. A volte questo cammino è visto attraverso gli occhi dell'amore, come su The Rain Song, altre volte si carica invece di connotazioni epiche e guerresche, come nella sequenza del film o nella stessa No Quarter. Connotazioni guerresche che, precisiamolo, non hanno mai nulla a che vedere con la retorica epica sulla vera guerra, propria invece di prodotti musicali per lo più successivi all'esperienza del rock britannico, almeno in ambito hard rock. La sequenza immaginaria affronta grossomodo queste tematiche, mostrando un Robert Plant ora in cammino, affascinato dalla natura che lo circonda, ora lanciato al galoppo anch'egli s'un destriero nero. Per Plant il concetto di "cammino" - inteso metaforicamente come la ricerca della propria strada nella vita, la propria personale realizzazione intellettuale - affonda le radici nell'opera letteraria di J.R.R. Tolkien, universalmente noto per classici come Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit. Se oggi la letteratura tolkieniana è un fenomeno di massa, resa tale soprattutto dalle relativamente recenti trasposizioni cinematografiche, negli anni '70 essa era ancora un fenomeno di costume inscritto a una nicchia di appassionati - una nicchia piuttosto voluminosa, certo, ma pur sempre una nicchia - che degli eventi del mondo di Arda e della Terra di Mezzo aveva fatto, letteralmente, un vero e proprio culto. Robert Plant era uno di quegli appassionati, e nei suoi testi ha spesso fatto uso degli eventi di Frodo e compagni come metafora delle sue tematiche esistenziali; da Ramble On a The Battle of Evermore, fino a Misty Mountain Hop e Since I've Been Loving You. Giunto al castello di Raglan, nel Galles, il nostro eroe si getta a capofitto in una serie di scontri coreograficamente improbabili, fino a raggiungere la torre ove è imprigionata una fanciulla riccia e bionda; proprio come il cantante. La dolce dama, interpretata da una semisconosciuta Virginia Parker, simboleggia il "Santo Graal" personale di Robert Plant, ovvero quel raggiungimento di un equilibrio intellettuale (e spirituale) di cui Plant ama parlare nei suoi testi. La sequenza del cantante, tuttavia, è terribilmente stucchevole e a tratti involontariamente comica. Le coreografie sono improponibili, il montaggio è improponibile, lo slow motion durante le colluttazioni è terribilmente improponibile. E poi quella "spada di fuoco" di verdoniana memoria che va be', almeno un anglosassone non coglie l'involontaria citazione, ma è proprio una cosa buttata lì. Si salvano giusto la fotografia ed i costumi, nonché lo splendido sfondo medievale del castello di Raglan. Peccato, perché Plant come attore non se la cava nemmeno troppo malaccio. In realtà l'idea di base era anche buona, ed a pesare di più tutto sommato non sono le grossolanerie della regia quanto, piuttosto, la totale mancanza del Vero spirito dei Led Zeppelin. Van bene Tolkien ed il richiamo al folk britannico, ma non c'è un solo momento in cui venga dato almeno un po' di risalto all'eros del cantante, a quegli atteggiamenti eccentrici che avevano reso iconica ogni singola movenza di Robert Plant; uno che non si sa nemmeno come riuscisse a infilare quei pantaloni assurdamente stretti, col pacco in perenne bella mostra ed accuratamente prominente. Così come non c'è alcuna ripresa dedicata al carattere giocoso di Plant, a quel sarcasmo che poteva spaziare dal più perfetto umorismo inglese alla sfacciataggine di Whole Lotta Love. Non è un pensiero solo mio, lo stesso cantante dei Led Zeppelin ebbe a lamentarsi della pellicola: "non so se girerei un altro film, ma di certo non girerei questo". Ad ogni modo, se riusciamo ad astrarci dall'inadeguatezza delle immagini ed a concentrarci sulla musica, il nostro tempo sarà tutt'altro che buttato via. The Rain Song riesce a rendere epica la parodia e commuovente l'imbarazzo, tanto sono penetranti sia la Gibson di Page che la voce di Plant. Per non menzionare poi il lavoro al mellotron di John Paul Jones e quello di Bonham alla batteria. Bonzo è come sempre l'elemento sopra le righe del gruppo, ciò che rende alla base ogni live del Dirigibile, semplicemente, "qualcosa di più". Anche Robert Plant, data l'importanza della sua interpretazione alla resa emotiva del brano, è in forma smagliante, ma il protagonista è ancora una volta Jimmy Page. Alla fine sono lui e Bonham a delineare le molteplici e mutevoli sfumature dell'opera, in una magistrale alternanza di spazzole e cannonate, di arpeggi e distorsioni, fino a quel fantastico climax finale semi-rovinato dal duello cappa e spada della sequenza immaginaria. Come Ormai da copione, sulla fase conclusiva della canzone la pellicola torna al Madison Square Garden. The Rain Song termina giustamente con un exploit canoro di Robert Plant, ed è seguita ancora una volta da alcune brevi riprese atte a separare una fase della pellicola da quella successiva. Stavolta i protagonisti dello "sketch" sono alcuni giovani fans dei Led Zeppelin: una ragazza che cerca di acquistare un biglietto fuori dal Madison e alcuni ragazzi che, col permesso bonario delle guardie, vengono fatti entrare al concerto fuori tempo massimo.

Dazed And Confused

Poi una luce rossa si accende sulla mano e sul basso di John Paul Jones, dalle cui corde comincia a risuonare il famosissimo riff di Dazed and Confused (Stordito e Confuso). Nonostante quest'inizio, si vede subito che siamo entrati in "zona Page". Le telecamere indugiano solo sul chitarrista, e a buona ragione. Jones è la trave su cui poggia l'intero edificio, mentre Robert Plant urla e si dimena, facendo suo l'eros disperato dell'opera applicandolo ora con passione, ora con velata ironia, ma mai con sarcasmo. Credendoci davvero. John Bonham esegue il suo lavoro quasi senza eccessi, cosa rara per uno come lui; il fatto è che non ce n'è bisogno, tanto questa canzone è già potente e pesante di suo. Dazed and Confused richiede cieca devozione ed ossequio della forma, da tutti. Tranne che da Jimmy Page. Lui può fare quel che vuole perché adesso è il padrone: del palco, del pubblico, dei Led Zeppelin. La pellicola ci fa il sacrosanto piacere di lasciarci godere uno dei pezzi migliori del catalogo Zeppelin senza rovinarcelo con qualche scena come quella precedente. Il grosso del brano trova spazio fin da subito, mentre la sequenza immaginaria di Jimmy Page si inserisce durante l'intermezzo psichedelico -  assolutamente sconnesso dalla composizione originale - che separa i primi due terzi della traccia dal suo movimentato finale. Sebbene le performance non siano tra le migliori della carriera del Dirigibile, questa, sequenza esclusa, è la parte più vera e più bella di tutto il film. Dazed si dilata in un crescendo di improvvisazioni e virtuosismi, uscendo finalmente dai rigidi canoni della "scaletta" per divenire esattamente ciò che il film sarebbe dovuto essere fin dall'inizio: una rappresentazione fedele dell'energia dei Led Zeppelin dal vivo. Benché concettualmente non c'entrino assolutamente nulla tra di loro, è anche evidente l'ideale collegamento tra Dazed and Confused e la successiva Stairway To Heaven; entrambe infatti, nonostante l'inevitabile intercessione di Robert Plant alle liriche, esprimono qualcosa del carattere e della filosofia di Jimmy Page. Dazed è uno dei pezzi di punta di Led Zeppelin (1969), un capolavoro che la band non ha tralasciato quasi mai dai suoi tour, ma è anche un brano che risente dei limiti intrinseci propri del gruppo al suo esordio. In primo luogo la provenienza: come molti altri pezzi del catalogo Zeppelin dei primi anni, anche Dazed and Confused trae le sue origini dal periodo di Page con gli Yardbirds, la band che col tempo si sarebbe "trasformata" negli Zeppelin. La versione degli Yardbrids era a sua volta una rielaborazione del pezzo originale del '67 ad opera di Jake Holmes, un cantautore folk californiano di una certa fama. Tale concatenazione di espedienti sottolinea perfettamente la propensione dei primissimi Led Zeppelin a "saccheggiare" altri autori, consci del fatto che il loro già personalissimo sound avrebbe reso il lavoro finito del tutto originale, rinnovato. Questo, cover esplicite e semi-plagi esclusi, naturalmente. In secondo luogo proprio il sound: le sonorità di Dazed, benché provengano da un autore dallo stile folk piuttosto morbido e commerciale, sono state trasformate da Jimmy Page in qualcosa di completamente differente, in linea col carattere heavy blues e hard rock del primo e del secondo album degli Zeppelin. In realtà, ostili a qualsivoglia etichetta in voga in quel periodo (tra cui quella nascente di "metallari"), i Led Zeppelin hanno sempre sostenuto la loro identità di semplici "bluesman". Nonostante ciò, a Dazed and Confused non mancano certo i primi segni di una ricerca artistica che, in futuro, si sarebbe rivolta a trecentosessanta gradi all'intero panorama musicale: non solo le sadiche distorsioni di chitarra di Page e quel suo gioco con l'archetto da violino, ma anche e soprattutto la psichedelia del sound definito dalle tastiere di Jones. A parte Bonzo, caso come sempre assai difficile da inquadrare nei generi, il vero classicista rimane Robert Plant. Il cantante si è sempre assai divertito ad "imitare" gli stili dei suoi grandi punti di riferimento, stravolgendone la mentalità ed il contesto fino a ridefinire interamente determinati canoni; pur rimanendo, intimamente, un bluesman vecchia maniera. Dazed and Confused, comunque, non rimane tale molto a lungo. Dopo un'interpretazione sufficientemente lunga della composizione originale, riproposta in una chiave tanto più possente quanto più distorta, lo show prende il largo facendo rotta sulla pure "improvvisazione". Metto le virgolette perché è chiaro che si tratti di materiale estremamente collaudato, tanto è precisa e pulita la resa generale, ma è comunque stupefacente osservare la sinergia tra i membri del gruppo mentre alternano un riff all'altro, un pezzetto di qualche classico a un vago ricordo degli Yardbirds, accenni di opere in là da venire e parti improvvisate davvero del tutto. Il sound della performance ricorda alcuni dei momenti immortalati da How the West Was Won, anche se in quel caso i concerti risalgono al 1971; difficile, a quei tempi, trovare un'altra band che riuscisse a tirar fuori "dal nulla" - ovvero al di fuori di una scaletta prestabilita - sonorità così drasticamente heavy, avulse perfino dai canoni di band allora considerate pionieristiche, come i Cream, i Free o gli stessi Deep Purple, ancora bene o male legate a schemi squisitamente rock'n roll. In parte si tratta di una "falsa impressione": se infatti le band sopracitate, e forse perfino i Black Sabbath, elaboravano l'innovazione da intuizioni già derivative, figlie di una rilettura della cultura afroamericana da parte dei bianchi, i Led Zeppelin di contro attingevano direttamente alla fonte, aggiungendo all'estremamente classico l'estremamente innovativo: non tanto la chitarra distorta di Page o l'ancheggiare sinuoso di Plant, ma soprattutto la bombastica ritmica sincopata di Bonham e l'apparentemente discreto lavoro di Jones, sia alle tastiere che al basso. Anche durante Dazed and Confused lo si nota immediatamente, a partire dalle smorfie di Bonzo fino ai cenni di intesa tra lui ed il polistrumentista. Ma non fraintendetemi: Robert Plant sta perfettamente al gioco e la sua voce fa un lavoro immane, mentre Page, be', lui è il regista. In un modo o nell'altro c'era sempre il chitarrista dietro le scelte stilistiche dei Led Zeppelin, a maggior ragione prima del 1975. Non a caso, lo show al Madison si trasforma pian piano da "performance all together" a "spettacolino personale di Jimmy Page", una digressione che non ci dispiace affatto visti i risultati. Il nostro ZoSo alterna una serie di arpeggi a riff improvvisati, distorsioni scabrose a piccole raffinatezze, sempre sotto l'orecchio vigile dei compagni alla ritmica. Infine il chitarrista afferra l'archetto da violino e dà inizio ad una delle performance più psichedeliche e pretenziose del suo decennio, una di quelle che hanno contribuito a consacrare Jimmy tra le rockstar più egocentriche e maledettamente fascinose di sempre. È un vero e proprio rito religioso, al pari - nei gesti e nelle intenzioni - a quello che lo stesso  Page metteva in atto, con movenze sciamaniche, sul suo iconico theremin. Ma il culto di Jimmy Page è soprattutto il culto di sé stesso, ed il suo "rito" assume connotazioni meravigliosamente onanistiche. È proprio in quel momento, mentre il chitarrista è impegnato in una sorta di amplesso con sé stesso, che parte la sequenza immaginaria. Stavolta, grazie a Dio, la deriva psichedelica dell'immaginario che il regista associa a Jimmy Page salva il film da altre trovate involontariamente comiche, tipo quelle che minano la sequenza di Robert Plant. Inoltre la sequenza del chitarrista è anche una delle più "personali" della pellicola; o quantomeno, lo è senz'altro di più di quella affibbiata a John Paul Jones. La scelta di Dazed, come preludio della scena, non è affatto casuale, ma anzi è parte integrante del background intellettuale di Jimmy Page. Il testo della canzone affonda le radici nei canoni più classici del blues: una donna manipolatrice, calcolatrice e traditrice, malvagia, che porta l'uomo che l'ama vicino alla disperazione, alla follia e fin'anche alla vendetta. Una "vedova nera" che stordisce e confonde. Come spiego anche sulla recensione di Led Zeppelin, alla base di tale poetica vi era l'idea culturalmente radicata che la donna fosse così di natura: portatrice di irrazionalità e caos, nonché erede diretta del peccato originale. Benché sia certamente possibile che Jimmy Page avesse un'idea? "antiquata" riguardo le donne, è pur vero anche che molti degli elementi della poetica di Dazed possano assumere un significato ben diverso, se osservati attraverso un'ottica più ampia. Addentrandoci nella filosofia neopagana di Page, infatti, il mantra della femme fatale di matrice blues diviene qualcosa di molto diverso, per i Led Zeppelin. Cosa succede quando una band di bianchi inglesi con velleità neopagane reinterpretano gli stereotipi della cultura afroamericana? Curiosamente: le meraviglie. La vedova nera di Dazed, la ragazza disinibita di Whole Lotta Love, la femmina libera ed emancipata di Black Dog, e perfino quella "angelicata" di certi testi di Plant, altro non sono che la stessa figura; una donna reale da una parte, ma dall'altra una metafora delle energie caotiche che muovono il mondo e tutto ciò che esiste. Ancora, la donna è simbolo di liberazione dagli schemi, di spinta alla conoscenza (Eva), e nell'immaginario a tratti indefinito del neopaganesimo "zeppeliniano" essa si fonde direttamente con la figura ambigua di Lucifero. Tale personaggio, privato della valenza negativa impressagli dal cristianesimo, diviene simbolo di conoscenza; "portatore di luce", proprio come il nome sottintende. È la figura femminile "salvifica" di The Rain Song, nonché lo stesso angelo/Icaro/Apollo sul simbolo della Swan Song Records, che però la tradizione cristiana rielabora in un altro modo: ovvero come un abile mistificatore. La luce del Diavolo è un tranello, un'ingannevole apparenza, peculiarità che ne descrive il carattere traditore e pericoloso - proprio come quello della femme fatale dei Led Zeppelin. È esattamente qui che sta uno degli aspetti più interessanti della poetica, pur semplicista sotto tanti aspetti, di Jimmy Page: usare gli elementi di un contesto classico per esprimerne lo stravolgimento, piano, piano, indizio dopo indizio. Col tempo, la sinergia con gli altri membri del gruppo, ed in particolare con Robert Plant ed il suo bagaglio "new age", avrebbe completato il quadro. Peccato, però, che la sequenza del film non si curi di elaborare visivamente nemmeno uno di questi aspetti, limitandosi ad una riproposizione dei simbolismi divenuti famosi grazie a Led Zeppelin IV, il più noto e rappresentativo di tutti gli album del Dirigibile. Da quel disco provenivano non solo i quattro simboli di cui abbiamo già parlato, ma anche l'immagine dell'eremita dei tarocchi, emblematica figura che il film associa direttamente a Jimmy Page. C'è da dire che le inquietanti "sviolinate" del chitarrista, rese suggestive sia dall'ausilio di Jones che da un morigerato lavoro in studio, offrono davvero l'atmosfera migliore alle suggestioni "neopagane" della sequenza di Page. Fin dall'inizio del film, da quella scena di J.P. con gli occhi rossi, era evidente l'intenzione del regista di pompare ancora di più l'aura di "artista maledetto" che aleggiava intorno al chitarrista. Le distorsioni cacofoniche di sottofondo, l'ora crepuscolare, le nere fronde degli alberi che si stagliano sul lago di Loch Ness: tutto, fin dai primi istanti di sequenza, ruota intorno ad un'estetica cupa ed inquietante. Jimmy Page viene ripreso nell'atto di scalare un monte nel cuore della notte, gesto che potrebbe voler ricordare gli eventi avvenuti a Monte Fato ne "Il Signore degli Anelli". In entrambi i casi, la cima della montagna rappresenta il culmine di un cammino spirituale, solo che la montagna di Page non è altro che quella rappresentata nell'illustrazione di Berrington Colby, nascosta all'interno di Led Zeppelin IV. Il soggetto di tale illustrazione era l'Eremita degli arcani maggiori, un gruppo di tarocchi. La caratteristica principale dell'eremita è la lanterna che egli tiene in mano; esattamente come una divinità luciferina, l'anziano incappucciato è portatore di luce, intesa ancora una volta come conoscenza e saggezza. Anche il soggetto principale della copertina di Led Zeppelin IV, il vecchio con le fascine sulla schiena, richiama il concetto di "saggezza"; solo che, in quel caso, rappresenta la saggezza intrinseca nella vita rurale, nata in un contesto in cui la magia/energia che scorre in ogni cosa è chiara e palpabile, concetto andato perduto nel grande caos del mondo moderno. È proprio da tali considerazioni che proveniva buona parte della dialettica legata alle sonorità folk dei Led Zeppelin, nonché naturalmente l'esperienza di Bron Yr Aur, maturata proprio per permettere a Page e Robert Plant di ritrovare determinate "energie spirituali". L'eremita, comunque, ha una valenza più diretta ed individuale: egli è colui il quale si allontana di sua spontanea volontà dalla società degli uomini e, trovata l'illuminazione, ne fa dono all'umanità intera. L'analogia col mito di Prometeo, che tanti elementi ha in comune con Icaro, Eva e lo stesso Lucifero, è chiara ed evidente, e si riflette nell'ideale eroico che molte rockstar avevano di loro stesse. Un altro elemento che non passa inosservato è l'esagramma all'interno della lanterna, conosciuto comunemente come Sigillo di Salomone. Tale sigillo - in origine identificato col pentagramma, e solo in seguito con la stella a sei punte - trae la sua origine da un testo apocrifo dell'antico testamento: il Testamento di Salomone, attribuito proprio al mitico sovrano. La proprietà del sigillo, inciso su di un anello da Dio stesso, era quella di soggiogare e comandare i demoni; emblematica, in tal senso, una variante della carta dei tarocchi in cui l'anziano eremita calpesta un serpente, simbolo della conoscenza dei Segreti attraverso la sottomissione della bestia. Ma l'esagramma era anche il simbolo di Aiwass, una voce - o essenza disincarnata - con la quale il noto mistico Aleister Crowley sarebbe stato in contatto. Già, proprio lo stesso Crowley di cui Page aveva acquistato la vecchia villa, quella legata a tutte quelle brutte storie: La Boleskine House. Il chitarrista dei Led Zeppelin non era certo l'unico fan del mistico inglese, anche se senz'altro era uno dei più zelanti; basti pensare infatti all'iconica copertina di Sgt. Pepper, dei Beatles, tra i cui vari personaggi compare il volto di Crowley, per non menzionare le opere a lui dedicate da band ed artisti come Black Sabbath, David Bowie, Mick Jagger, Death SS, Marylin Manson e molti altri ancora. Alesiter Crowley è stato una delle maggiori figure di riferimento per tutto l'esoterismo contemporaneo, un libertino ed anarco-individualista che aveva trovato nel suo stile di vita le basi per una nuova forma di spiritualità, adattandola ad una scala di valori ben precisa e a un contesto, quello di fine '800, in cui movimenti cosiddetti "esoterici" spuntavano qua e là come funghi, dando talvolta origine a gruppi ad oggi identificabili nella massoneria. Il più noto manoscritto di Crowley, "The Book of Law", sarebbe nato proprio sotto dettatura di Aiwass, ed è da lì che proviene una delle frasi più note dell'esoterista britannico, nascosta tra le "pieghe" di Led Zeppelin III: "do what thou wilt", grossomodo traducibile in "fai ciò che desideri". La frase completa in realtà è: "do what thou wilt shall be the whole of the Law. Love is the law, love under will" ("fai ciò che vuoi" sarà tutta la tua legge. L'amore è la legge, l'amore sottomesso alla volontà). La religione, o filosofia, nata dalle idee di Crowley - detta Thelema - utilizza come simbolo lo stesso esagramma associato ad Aiwass. Non v'è ombra di dubbio sul fatto che Page identificasse sé stesso in molti degli ideali filosofici di Aleister Crowley, compresa la responsabilità di portare la "luce" al resto del mondo; Prometeo, Icaro, Eva, Lucifero, Crowley, Jimmy Page ed una vasta schiera di individui illuminati, sono tutti identificabili nel simbolismo intrinseco nell'eremita dei tarocchi. Tornando al film, infatti, quando al termine della sua simbolica scalata il chitarrista finisce faccia a faccia con l'Eremita, quest'ultimo si scopre essere lo stesso Jimmy Page; solo che truccato da vecchio. Il flashone metafisico che parte dopo pare ispirato fortemente alle fasi finali del film "2001 Odissa Nello Spazio", di Stanley Kubrick: Il volto anziano dell'eremita involve fino a ripercorrere ogni fase della vita, fino alla prima infanzia, per poi invecchiare nuovamente sotto la luce della luna ed il barlume dei lampi. E ti pare poco?, direte. Be', messo per iscritto sembra tanta roba, ma il film poteva fare molto ma molto di più in pochi minuti di riprese, ed invece niente, alla fine abbiamo solo una pallida citazione di qualcosa che il quarto album aveva già delineato abbondantemente. Io però non mi lamento: quella scena finale in cui l'Eremita fa ruotare il suo bastone, con un effetto speciale alla Ghostbusters che più rock psichedelico non si potrebbe, vale l'intero film; figuriamoci la sequenza di Jimmy Page. Bella poi la scelta dei colori del suddetto effetto: gli stessi che i faretti stagliano sul chitarrista durante il concerto. Al termine della sequenza, molto più breve di quanto non sembrerebbe, riparte immediatamente tutta la folle festa che il rito dell'archetto aveva interrotto. Il ritmo, che diviene serratissimo, spara l'intera band fino ad un climax dai contorni funk/fusion, in cui il protagonista rimane sempre e comunque Jimmy Page. La performance del chitarrista diviene quasi grossolana, tanto è brutale, mentre Robert Plant si limita a fare da eco alle distorsioni più acute con pochi ma notevoli exploit. Un misto di virtuosismo e "grezzitudine": questi sono i Led Zeppelin che ci piacciono. Finalmente. Nel frattempo passa anche uno spezzone, decisamente gratuito, di un fan letteralmente placcato dalle guardie per i corridoi del Madison. Infine, al termine di un amplesso musicale tale da lasciare Jimmy Page sudato e sconvolto, i nostri si ricordano che, hey!, stavano suonando Dazed and Confused, giusto? Giusto. Poche note di quel riff dall'atmosfera malavitosa, il ritmo rallenta e, pian piano, il brano pare avviarsi alla sua conclusione. In realtà, non soddisfatti, gli Zeps riprendono ancora un po' la bagarre, tanto per divertirsi ancora un po'. Il montaggio è l'unica sfumatura a lasciare un po' interdetti, ma per il resto è un piacere poter finalmente assaporare la vera natura degli Zeppelin; non i pipponi metafisici, ma questo: potenza, spregiudicatezza, divertimento ed energia pura. Alla fine, teoricamente (molto teoricamente), Dazed and Confused è durata oltre ventisette minuti; non male, per una canzone estratta da un disco d'esordio. Segue un altro breve spezzone che mostra l'imponente dispiegamento di forze al Madison Square Garden, tanto per mostrare quanto l'evento fosse importante; una vera e propria "volgare dimostrazione di potere" (quanto adoro dirlo).

Stairway To Heaven

Avviatosi alla sua parte conclusiva, il concerto riapre sulle note di Stairway to Heaven (Scala per il Paradiso). Benché la sequenza di Page sia già passata da un pezzo, per comprendere il senso del  brano e la sua posizione in questa ponderata scaletta occorrerà soffermarsi ancora un poco sugli elementi della poetica del chitarrista. D'altra parte, nel contesto di una performance curiosamente moscetta e priva di grandi intuizioni, l'esecuzione di Jimmy Page rimane l'elemento più interessante della canzone. Di Stairway to Heaven se ne è parlato abbondantemente sia nella recensione del quarto album che su quella di How the West Was Won, inutile quindi ripetere quanto questa sia una delle opere più amate e odiate al tempo stesso del catalogo Zeppelin, idolatrata all'accesso da taluni e denigrata ingiustamente da molti altri. Il punto è che è stata riproposta così tante volte, dalle radio e da qualsiasi altra forma di media, che gli stessi Led Zeppelin non amano molto averci a che fare. È una gran bella canzone, probabilmente un capolavoro, ma diavolo se è stata abusata. Ad ogni modo Stairway era, ed è, praticamente l'inno dei Led Zeppelin, nonché uno dei più grandi inni rock di tutti i tempi; senz'altro il momento più atteso ad ogni live del Dirigibile dal '72 in poi. Sorprende un po', quindi, constatare che il tanto atteso climax della serata sia interpretato in maniera così stanca e poco ispirata; non brutta, che gli Zeps anche quando proprio facevano schifo erano comunque sopra la media, ma semplicemente poco energica, poco "sentita". Ad ogni modo, quel che ci interessa riesaminare è il testo del brano, dal momento che tra le sue righe vi sono le sfumature conclusive di quanto detto fin'ora sia sulla filosofia di Jimmy Page, sia su quella di Robert Plant. Jones e Bonham erano due ragazzi più pragmatici, come la sequenza di Bonzo ci darà modo di vedere. La genesi di questo brano inizia proprio da Page, il quale decise di ripescare qualche vecchio riff, qualche appunto sparso nei cassetti del suo studio, e vedere cosa ne poteva cavar fuori. A coadiuvarlo per primo fu Jones, il cui apporto al sound complessivo fu infatti assai determinante, mentre le parti di batterie furono incluse solo successivamente. Mentre Jimmy Page componeva, Robert Plant scriveva in una vera e propria "trance creativa", quello stesso stato di semi-ipnosi di cui parla Stephen King in molti dei suoi romanzi. Il brano finito comprendeva tutte quelle sfumature che noi oggi associamo al sound dei Led Zeppelin, dal blues al folk, dall'epica al sottotesto esistenzialista. Anche a partire dal titolo, l'opera mantiene quel legame col mito che caratterizza buona parte del background Zeppelin; la "scala per il paradiso" infatti è un'allegoria che trae le sue origini dalla bibbia, così come molti dei riferimenti tra le righe del testo, e come ognuno di essi il suo significato è marcatamente simbolico. In realtà, dato il testo assai criptico e privo di un reale soggetto, col tempo è sorta una gran mole di interpretazioni diverse, alcune sensate, altre meno. Quel che è certo è che alla base delle liriche di Stairway vi fosse un libro su cui Plant aveva messo le mani: Magic Arts in Celtic Britain, di Lewis Spence. Di celtico la canzone conserva l'epica tolkieniana e le atmosfere folk, qui rese alla perfezione grazie al suono dei flauti imbastito da John Paul Jones, ed assieme ad altre opere particolarmente emblematiche del cantante, ne delinea quella base culturale che per un musicista britannico è quantomeno ovvia. Ora, in un'epoca caratterizzata da grandi rivoluzioni culturali, ma in cui un certo bigottismo era ancora diffuso a macchia d'olio, tutta questa passione per un'antica cultura pagana e per individui come Aleister Crowley non passava certo inosservata. In realtà i Led Zeppelin, come tante altre band, contavano proprio su questo. Ed è per tale motivo che su Stairway to Heaven nacque uno degli episodi più? caratteristici della storia del Dirigibile, ovvero quello inerente i presunti messaggi satanici all'interno del testo della canzone, ovviamente a proposito di frasi estrapolate dal contesto o ascoltate all'incontrario. Un certo tipo di cultura benpensante di quel periodo, non avulsa da una certa passione per le derive cospirazioniste, vedeva in personaggi come Crowley e nella riabilitazione di una determinata retorica pre-cristiana il male assoluto; cosa che, naturalmente, non era. Tutt'al più si potrebbe minimizzare il tutto come un vezzo da rockstar, una moda passeggera o semplici superstizioni, ma sta di fatto che le intenzioni erano buone e che il "satanismo", almeno nell'accezione di "culto del maligno", non c'entrava alcunché. Ad ogni modo, la supposizione che su Stairway vi fossero messaggi satanici nascosti è talmente campata in aria che non vale nemmeno la pena dilungarcisi. Tra l'altro parleremmo di robetta, se paragonata, per dire, ai testi dei Coven, ma d'altronde i Coven non avevano certo la notorietà dei Led Zeppelin. Basti solo ribadire che per la band fu una gran bella pubblicità, così come episodi analoghi ne dettero a tante altre rock band (qualcuno ha detto "Rolling Stones"?), e che l'episodio contribuì a portare il mondo dell'hard rock verso derive immaginifiche sempre più estreme e parossistiche. In realtà il testo di Stairway, per riprende le parole di Plant, nasceva dalle "migliori intenzioni", e lo dimostra nelle sue argomentazioni di carattere esistenzialista ed intimista: nelle domande che ognuno deve porsi e nella scelta sul sentiero da seguire, sul concetto di redenzione e sull'ipocrisia dell'obbedienza cieca. In realtà, come già scrissi sulla recensione del quarto album, è impossibile dare un senso univoco ad un testo nato dalla pura automazione di pensiero, o dare una connotazione simbolica specifica alle figure che lo popolano, come per esempio la lady di matrice blues o l'ambiguo pifferaio. Piuttosto, in Stairway to Heaven ritroviamo una moltitudine di "episodi" che, messi insieme, rappresentano tanti aspetti della poetica Zeppelin: dall'oscurità intrinseca di un certo tipo di blues al misticismo neopagano, dalla passione per una certa letteratura alla filosofia new age dei figli dei fiori; tutto in un unico calderone maledettamente ben riuscito. È grazie a questa sua natura di "summa ideale" che Stairway to Heaven funziona perfettamente, nel contesto messo in atto da The Song Remains the Same, per chiudere la parentesi aperta dalla sequenza di Jimmy Page e da Dazed and Confused. Tornando al concerto, l'interpretazione che i Led Zeppelin danno al loro pezzo di punta al Madison Square Garden rappresenta forse il momento più debole dell'intera pellicola. Peccato, per una volta che il montaggio mi piaceva. In realtà, quando la performance raggiunge la sua catarsi nell'assolo d'ordinanza del brano, a dare le soddisfazioni maggiori è principalmente Bonzo, energico e convintissimo come sempre, mentre Jimmy Page si esibisce in un'esecuzione senza infamia e senza lode, seppur ancora capace in taluni momenti di alzare un po' di pelle d'oca. Jones fa un lavoro solido e funzionale, che però risulta meno rilevante rispetto alla versione in studio, mentre Plant pare interpretare la sua parte non dico controvoglia, ma con una leziosità da cui si evince una certa mancanza d'ispirazione. Ma "Stairway è Stairway", ed anche se la sua incarnazione newyorkese non raggiunge l'intimo spessore della versione in studio, o la solidità di quella su How the West Was Won, è difficile non rimanere almeno un pelo emozionati da quelle note così familiari ed evocative. Naturalmente, qui parlo da fan. Le tre canzoni che rimangono sono tra le più coatte e potenti del catalogo Zeppelin, e non potrebbe essere altrimenti dato che l'ultima sequenza è quella di John "The Beast" Bonham. Qui siamo ad un momento topico, caratteristico non solo del concerto al Madison, ma di quasi tutte le performance live dei Led Zeppelin: l'assolo di Bonham alla batteria.

Moby Dick

Il nostro Bonzo era forte di un certo numero di pezzi costruiti a tavolino intorno alle sue martellate, in particolare Four Sticks e Bonzo's Montreux, ma la più famosa rimaneva indubbiamente la vecchia Moby Dick. Stavolta perfino il montaggio è un capolavoro, specialmente quando, all'inizio della sequenza, la telecamera ci mostra Bonham alle prese con una partita a biliardo, smargiasso e con un vestito elegante ed eccentrico, il baffo impomatato da vero badass. A guardare Page, che nel frattempo ripropone la sua versione di quel vecchio riff di Bobby Parker, si direbbe che il chitarrista si stia divertendo più ora che durante l'assolo di Stairway to Heaven. Jimmy si prende la soddisfazione di far uscire finalmente un po' di energia grezza da quelle benedette corde, dando libero sfogo al bluesman quale egli era. Ma la versione in chiave "hardcore" di Watch Your Step dura come al solito assai poco, giusto il tempo di introdurre lo show personale di John Bonham. Gli altri tre Zeppelin cominciano a dileguarsi verso i camerini, chi si mette a chiacchierare e chi si accende una sigaretta, che tanto l'assolo di batteria avrà come sempre da durare parecchio; dieci minuti, per la precisione, poco a confronto dei quasi venti di How the West Was Won. Sebbene, per la stragrande maggioranza delle persone, stare a sentire un assolo di batteria che superi i due minuti rappresenti un'esperienza alquanto? indigesta, vale comunque la pena di ascoltare un live di Moby Dick dall'inizio alla fine almeno una volta nella vita, giusto per capire chi fosse davvero John Bonham; preferibilmente, cercando di immaginarsi vicini al palco, dove l'istintiva carica del batterista arrivava diretta sul pubblico. Bonzo non era un virtuoso nel senso letterale del termine. Era in grado di suonare a livelli notevoli, certo, ma non era un "tecnicista". Eppure, proprio di recente la rivista Rolling Stone l'ha incoronato "miglior batterista rock di sempre". Perché? Al netto della scarsa importanza che bisognerebbe attribuire a questo genere di classifiche, il motivo esiste ed è palpabile nella sua magistrale alternanza di fills e di breaks, in quella tensione intrinseca nei suoi ritmi sincopati, nella sua capacità di dare il massimo del tiro non attraverso continue esibizioni di veemenza, ma con la virile possanza di colui che sa quando e come risparmiare i colpi. La sequenza immaginaria di John Bonham non è per nulla "immaginaria", ma semplicemente un piccolo documentario biografico incentrato sugli hobby e sulla vita familiare del batterista. Per quanto mi riguarda, le sue scene sono una ventata d'aria fresca; non ce l'avrei fatta a sorbirmi altre robe medievali/merlettate/psichedeliche. Mentre, durante il concerto, Bonzo abbandona le bacchette e comincia una sorta di primitivo rituale suonando a mani nude, sullo schermo il film ci presenta quelli che erano i molti e variegati hobby del battersita: coltivare l'orto di casa ed accudire del bestiame, darsi a lavori di carpenteria o fare un giro sul suo chopper, un "Captain America" della Triumph. Emblematica è anche la corsa di Bonzo su una vettura da dragster, un genere di veicolo usato in alcune gare d'accelerazione, durante la quale Moby Dick raggiunge il suo apice nelle forsennate rullate del batterista. È come se John Bonham volesse trasmettere di sé l'idea di un uomo estremamente dinamico, attivo, sempre sulla breccia; una sorta di incarnazione dell'espressione "carpe diem", in qualche modo affine con quella del casinista ubriacone famoso per i suoi disordini durante i tour. Insomma, quella stessa natura che in un certo qual modo ne ha causato la morte. Ma in realtà, questa, è solo una mezza verità. L'altra metà sta proprio in ciò che rimane sul resto della sequenza di Bonzo: le scene di vita famigliare. In numerose scene Bonham è immortalato insieme a sua moglie, Pat Phillips, e suo figlio Jason. La figlia del batterista, Zoe, è nata nel 1975, dopo le riprese del film, e quindi non è presente su The Song Remains the Same. Oltre alle scene in cui Bonzo scherza e balla con la moglie, la più toccante è quella in cui improvvisa, per così dire, una "jam session" col piccolo Jason. Il pargolo ha solo cinque anni nel momento in cui viene ripreso, ma maneggia le bacchette con disinvoltura rivelatrice, su quell'adorabile minibatteria di cui il padre gli aveva fatto dono. Decenni dopo sarebbe toccato proprio al figlio raccogliere l'ingombrante eredità paterna, sostituendo la sue bacchette a quelle del padre durante le più importanti reunions dei Led Zeppelin. Ma durante la sequenza del film è ancora un bimbo che gioca su una batteria in miniatura, rivelatore dell'altra faccia del carattere di Bonzo: l'amore, peraltro mai nascosto, per la propria famiglia. Pare che Bonham, infatti, durante i lunghi tour con i Led Zeppelin soffrisse di una forma di depressione causata dalla lontananza dalla famiglia, cosa che lo rendeva incline a bere ancora di più del solito. E quando beveva troppo, Bonzo diveniva letteralmente un'altra persone, molesta e fin'anche violenta. A sentire chi lo conosceva, era il classico tipo bonaccione e propositivo, ma con un "lato oscuro" di cui si pentiva ogni volta che tornava sobrio. Naturalmente la sequenza di The Song ci mostra solo il buono, ciò che per Bonham aveva un valore, e non gli episodi sgradevoli, e tuttavia essa rimane il miglior documento rimastoci sul batterista dei Led Zeppelin. A mio parere, la parte più azzeccata di tutto il film, anche grazie ad una regia finalmente quadrata e funzionale al contesto musicale.

Heartbreaker

Dopo il roboante finale di Moby Dick, che vede tornare sulla scena il quartetto al completo, la pellicola procede verso la sua conclusione sulle distorsioni di Heartbreaker (Spaccacuori). In realtà, benché faccia parte della scaletta, questa canzone figlia del secondo album della band britannica dura davvero pochi minuti. Se poi consideriamo che il regista ha deciso che uno dei pezzi più forti del catalogo Zeppelin dovesse essere spezzettato da inutili sequenze, e che per giunta almeno metà della performance è puro cazzeggio da palco, dell'opera originale rimane davvero pochino. Così, la storia tutta blues della Spaccacuori, di questa terribile femme fatale tornata a rubare l'anima del suo antico amore, passa totalmente in secondo piano. D'altronde, lo stesso Plant evita di mettere in campo un discorso omogeneo, limitandosi ad usare le parole in virtù del loro suono, e non del loro significato. Il ché in linea di massima, per una canzone degli Zeppelin, va più che bene, se non fosse che poi la performance si ritrova menomata da ben due interruzioni repentine. Contrariamente alle sequenze precedenti, infatti, questi brevi sketch estrapolati da alcuni notiziari di quel periodo conservano il loro audio originale, risultando privi della consueta "soundtrack". I notiziari in questione risalgono al 1973, e parlano del furto di duecentomila dollari perpetrato ai danni dei Led Zeppelin, derubati del loro fondo per le "spese estemporanee" proprio durante il tour americano del '73. Il misfatto avvenne al Drake Hotel di New York, ove qualcuno riuscì a penetrare le cassette di sicurezza e rubare gli "spicci", infine mai più ritrovati. Perché i Led Zeppelin avessero deciso di accorpare questa roba al film non è chiaro, ma suppongo che fosse una sorta di dimostrazione di sfarzo e di notorietà, grossomodo come avviene spesso nel rap. Nondimeno, è senz'altro un documento di parte di ciò che avveniva nel periodo delle riprese. Si sente forte anche lo zampino di Peter Grant, in primo piano mentre viene intervistato, o mentre viene portato via dalla polizia per testimoniare. 

Whole Lotta Love

Sul finire della sequenza riparte la musica, anche se più che di Heatbreaker si tratta di semplice improvvisazione, una breve parentesi di disimpegnato divertimento. Whole Lotta Love (Un Sacco D'Amore Per Intero) parte subito dopo. Il titolo del brano, emblematico dei primi Zeppelin, è grossolanamente traducibile con "un sacco d'amore per intero", e sottintende naturalmente all'atto sessuale. Anzi, diciamo proprio che sottintende a una scopata completa e forsennata, in quella maniera meravigliosamente sporca e disinibita che nessuna sequenza immaginaria è stata in grado di raccontare. Comunque ora sì, che ci siamo: Whole Lotta Love è una delle esecuzioni migliori del film, grezza e potente come poche altre performance live del Dirigibile. Fa piacere che un film altalenante ed a tratti insoddisfacente possa concludersi con un pezzo degno, nonché con una prestazione di ottimo livello. Come da antica tradizione, questa canzone ha solide radici nel più palese citazionismo e nel riadattamento selvaggio. L'originale di Willie Dixon, accreditato al pezzo causa vie legali, è letteralmente stravolto da una rilettura totale e totalmente spaccona. Se già You Need Love era un brano dai sottintesi piuttosto erotici (compresa la famosa espressione "way down inside"), Whole Lotta Love prende quel poco di romanticismo, lo appallottola e lo getta via, rendendo il testo un esplicito e volutamente volgare inno al sesso selvaggio. Durante la straripante esecuzione al Madison Square Garden, Robert Plant rende onore al tiratissimo eros di cui canta le gesta con tutto il suo corpo; letteralmente. Il cantante, elemento importantissimo in una canzone come questa, esprime al meglio ognuna delle caratteristiche che lo hanno reso famoso: il modo di ancheggiare ed i gesti, ora scattanti, ora melliflui, e quel modo di annaspare come in preda ad un orgasmo sono importanti esattamente quanto l'aspetto prettamente vocale. Plant indossa pantaloni talmente stretti che potrebbero essere dipinti, mostrando platealmente il pacco al pubblico e alle telecamere - le cui riprese, ovviamente, non lesinano certo in inquadrature dal basso. L'interpretazione del cantante, poi, è degna di un attore hollywoodiano: i suoi gemiti trasformano la poetica nella simulazione di un vero e proprio orgasmo, la sua voce non è canto, ma catarsi erotica. Ma il culmine arriva quando Jimmy Page tira fuori il suo theremin, uno strumento elettronico che non prevede il contatto fisico. I gesti sciamanici del chitarrista, introdotti da una ritmica strabordante, sono una vera e propria celebrazione pagana dell'eros e della volontà di potenza intrinseca nell'atto sessuale. La gara tra il theremin e gli acuti orgasmici di Plant richiama ad una sorta di evidente rappresentazione dell'amplesso, una vera e propria sfida all'ultrasuono tra un'ugola straordinaria e le frequenze distorte dell'antenna di Page. L'esibizione torna sulle righe tra sprazzi di piccole e divertite improvvisazioni, fino a smorzare la tensione in un breve dialogo tra Robert Plant ed il suo pubblico. Un dialogo intriso di rock'n roll e di blues, naturalmente. Poi la tensione precedentemente smorzata riesplode nell'ultimo sprazzo, un boogie in salsa Zeppelin che mischia classicismi ad improvvisazioni parecchio hard, andando a concludere la serata in una festa dominata dalla chitarra di Page e dalle evoluzioni alla batteria di Bonzo. Regolamentare anche l'ultimo assolo prima dei saluti finali, quando torna in scena Whole Lotta Love e il suo "way down inside/you need lovin'". Ma a chiudere definitivamente bottega è Bonzo, tra folli rullate e le martellate sul gong orientale in fiamme; letteralmente in fiamme. "New York! Goodnight!". L'ultima parte del film è puramente documentaristica: il ritorno dei Led Zeppelin sull'aereo, in viaggio verso qualche altro concerto, mentre il lavoro di Peter Grant continua anche a serata conclusa, all'alba; il tutto sul sottofondo della versione in studio di Stairway to Heaven, come a voler ammantare il tutto di una sorta di malinconia. O per ovviare a una versione live non tra le migliori, chissà. Poco male, tanto vale sempre la pena di riascoltare quel pezzo, sulle cui note il decollo del Dirigibile scrive la parola fine a The Song Remains the Same.

Conclusioni

Sulla locandina con cui il film si presentò al pubblico è inutile dilungarsi: una semplice disegno illustrativo, dallo stile caratteristico di un certo tipo di scuola di fumetto e illustrazione anni '70. Il soggetto è una rappresentazione fedele degli elementi cardine del film: l'aereo, Jimmy con l'archetto, bonzo sulla macchina da corsa, Jones e Plant a cavallo nei rispettivi costumi di scena; il tutto sullo sfondo del Madison Square Garden. La stessa illustrazione divenne, nel 2003, la copertina del DVD con la versione riveduta e corretta del film, nonché quella del blu ray edito nel 2007 in occasione dell'ultima, strepitosa reunion della band. Inutile dire che quest'ultima versione ovvia ad un sacco di problemi insiti nella pellicola originale, migliorando la qualità del sonoro ed aggiungendo alcune chicche davvero gustose, tra cui il trailer originale del film, un notiziario dell'epoca e l'intervista a Peter Grant e Robert Plant. Ma la vera chicca è l'aggiunta di quattro pezzi inediti, tratti anch'essi dalle serate newyorkesi, precedentemente tenuti fuori dall'opera originale. Un vero peccato, perché tutte e quattro le tracce sono caratterizzate da un'esecuzione davvero ottima. La prima canzone della lista, Over the Hills and Far Away, non avrebbe affatto sfigurato sulla sequenza di Plant. Il testo del brano infatti è un perfetto esempio della poetica e della spiritualità del cantante, ma in una chiave vitale e propositiva la cui mancanza nel film si fa alquanto sentire; peraltro, una tematica totalmente al servizio di una musicalità capace tanto di commuovere che di fomentare, anche attraverso piccole ma rimarchevoli improvvisazioni. La successiva Celebration Day sarebbe stata, già dal titolo, piuttosto adatta alle circostanze, ed infatti è parte della scaletta dell'album tratto dal film, al posto però della più iconica Black Dog. Inutile dire che questo pezzo, dal vivo, è un tributo enorme alla vitalità della band, la stessa vitalità lasciata un poco in disparte dalle tematiche di The Song. L'assolo di chitarra, poi, è qualcosa di imperdibile, come pure il magnifico lavoro di Bonzo. Misty Mountain Hop invece è esattamente quel che manca all'insoddisfacente sequenza del cantante. Il brano ripercorre le tematiche sociali e l'immaginario tolkeniano, solo che lo fa attraverso quell'autoironia e quella giocosità che erano elemento di spicco nel carattere di Robert Plant, e che la pellicola stoicamente ignora. Quanta retorica stucchevole, quanto pseudo misticismo  avrebbe potuto risollevare, una canzone come questa; uno scanzonato inno dei figli dei fiori la cui cultura era parte integrante del background di Plant. Inoltre l'esecuzione è due volte più hard rock e due volte più folle e psichedelica di quella in studio, quindi cosa si potrebbe desiderare di più? Ah, già: questa è praticamente l'unica versione live registrata (decentemente) di Misty Mountain Hop, una vera leccornia. The Ocean conclude il quartetto con la giusta dose di adrenalina, ed anche in questo caso il pensiero corre per l'ennesima volta a Robert Plant. La canzone, con quel dolce ma leggero riferimento alla piccola Carmen, sarebbe stata una perfetta parentesi personale sulla vita del cantante. Non solo, ma anche la tematica autocelebrativa del testo non avrebbe certo sfigurato in un'opera come The Song. Cioè, una canzone che parla dell'oceano come metafora delle folle oceaniche di fronte al palco degli Zeps, e tu non me la metti nel film-concerto? Avranno avuto le loro buone ragioni, ma diavolo, che spreco. Tra l'altro anche in questo caso l'esecuzione è ispirata ed energica, pur senza discostarsi molto dalla composizione originale. Quindi, se decidete di guardare The Song Remains the Same, vedete di mettere le mani sulla versione in blu ray e godetevelo come Dio comanda. Avendo già assodato i problemi di produzione della pellicola, nonché tutti i limiti intrinseci nella sua realizzazione, non sorprende che alla sua uscita il film ricevette critiche negative praticamente da ogni parte. Ben più negative delle mie. Cosa ben più sgradevole, The Song si rivelò un fallimento in madrepatria, l'Inghilterra, dalla quale i Led Zeppelin erano assenti da ben due anni per via dell'esilio fiscale in cui erano coinvolti. Non potendo promuovere il loro nuovo prodotto, gli Zeps rimasero esclusi dai riflettori e momentaneamente dimenticati. Situazione parzialmente diversa nel resto del mondo ed in particolare negli States, dove invece il film si rivelò un discreto successo. Alla fine The Song guadagnò piuttosto bene al botteghino: dieci milioni di dollari a fronte di una spesa notevole, per un film autoprodotto, ma comunque molto contenuta se paragonata  agli incassi. Inoltre, vuoi grazie alle repliche notturne del film, vuoi grazie al progressivo passaggio degli Zeppelin dalla semplice fama alla leggenda, alla fine The Song Remains the Same è divenuto un vero "must", tanto per i fan del Dirigibile quanto per qualsiasi amante dell'hard rock; un'adorazione quasi sempre cieca a qualsiasi difetto del film. A concorrere al successo della pellicola ha giocato molto anche il fatto che per molto tempo, decenni, The Song è rimasto l'unico dignitoso documento dal vivo dei Led Zeppelin; almeno per venticinque anni, quando l'avvento di How the West Was Won e di Led Zeppelin DVD ha finalmente cambiato le carte in tavola. I fan degli Zeps, costretti a scegliere tra il film e dei bootleg dalla qualità video e sound indecorosa, si sono col tempo avulsi dai difetti del film per concentrarsi sui pregi e sul potenziale nostalgico, esattamente come accadde per gli altrettanto discutibili film dei Beatles. Noi invece cerchiamo di mantenerci distanti sia dalla facile idolatria, sia dalle critiche più ingiustamente negative che si riversarono sulla pellicola, come quella sulla rivista Rolling Stone ad opera di Dave Marsh. Guardiamo piuttosto a ciò che dissero gli stessi musicisti: Jimmy Page descrisse The Song come un film "non buono", ma anche come una "ragionevole ed onesta dichiarazione" del punto a cui la band era arrivata allora. La band si disse inoltre d'accordo con molti fans sulla qualità delle canzoni, giudicate nella media. Le serate al Madison d'altronde erano state il punto di arrivo di un tour sfiancante, cosa che aveva influito sulla mancata eccellenza di alcune esecuzioni. Cercando di giustificarsi, Plant riversò gran parte della colpa sul regista e sulla troupe: "I registi proprio non li capisco. Penso che la musica sia ciò che più conta: può renderti euforico, triste o soddisfatto, mentre la parte visiva è solo un'appendice. L'atteggiamento e i trucchetti dello staff, il modo in cui persegue un cammino del tutto assurdo vanno oltre la mia comprensione. Non potrei mai immaginare di lavorare in un film. Di sicuro non rifarei questo". Una cosa però risalta e risplende, su The Song Remains the Same: l'alchimia tra i membri del gruppo. L'immediata comprensione reciproca, la completa sinergia, l'intesa nei gesti e negli sguardi; a prescindere dal legame personale, dall'amicizia o dagli eventuali problemi. Era un aspetto quasi mistico del rapporto tra Page, Plant, Bonham e Jones, scaturito con prepotenza fin da quella prima jam session nel chiuso di uno scantinato londinese. Ma l'aspetto più importante del film è quello che spero di aver tirato fuori in questa lunga recensione, ovvero un excursus attraverso la storia, il misticismo ed il carattere dei Led Zeppelin, non solo attraverso ciò che la pellicola mostra, ma anche e soprattutto attraverso ciò che non viene mostrato: la personalità solare, ironica e spregiudicata di una band che ha saputo spaccare il mondo con i più cupi richiami esoterici dei suoi anni, ma anche e soprattutto con i più divertiti amplessi musicali che la storia del rock ricordi. 

1) Bron - Yr - Aur
2) Rock And Roll
3) Black Dog
4) Since I've Been Loving You
5) No Quarter
6) The Song Remains The Same
7) The Rain Song
8) Dazed And Confused
9) Stairway To Heaven
10) Moby Dick
11) Heartbreaker
12) Whole Lotta Love
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