LED ZEPPELIN

Presence

1976 - Swan Song Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
28/04/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Isola di Rodi, 4 agosto del 1975, un lunedì pomeriggio. Robert Plant e sua moglie Maureen, assieme ai figli Carmen e Karac, sono in vacanza in una terra che per il cantante rappresenta tanto un momento di svago, quanto di studio.  Si trovano tutti in automobile, quando Maureen perde il controllo del mezzo. L'auto si schianta, ed il bilancio è impietoso: la donna ha una lacerazione al volto, il bacino rotto in quattro punti e fratture multiple ad una gamba. Plant è ridotto poco meglio, con l'anca rotta ed una gamba e un gomito fratturati. I figli, fortunatamente, riportano lesioni di più lieve entità: Karac, 4 anni, ne esce con una gamba fratturata, mentre la piccola Carmen, 7 anni, se la cava con un polso rotto. Tutti riportano tagli ed escoriazioni. Tempo dopo, col senno di poi, Robert Plant deve aver pensato che sarebbe potuta andare molto, molto peggio. Fortunatamente, a Rodi quel giorno non erano soli; con loro, su un'altra automobile, cerano la sorella di Robert e l'allora fidanzata di Jimmy Page, Charlotte Martin, assieme alla figlioletta del chitarrista, Scarlet. L'ufficio stampa della "Swan Song Records" - la giovanissima etichetta discografica fondata dai Led Zeppelin e Peter Grant - riportò la notizia dell'incidente pochi giorni dopo, l'8 agosto, aggiungendo l'avviso che qualsiasi esibizione live della band britannica era rinviata fino a data da destinarsi. Dopo solo un mini-tour negli Stati Uniti, gli Zeps si trovarono così a dover annullare un tour mondiale che sarebbe servito a consacrare il neonato sesto album in studio, Physical Graffiti. Non solo: le condizioni del cantante erano tali che ogni attività dal vivo subì uno stop di quasi un anno e mezzo, impedendo in tal modo alla band di pubblicizzare il disco seguente attraverso le consuete date di concerti in giro per il mondo. Ma le gambe di Robert Plant non rappresentavano l'unico problema; da tempo i rapporti tra John Paul Jones ed il resto del gruppo si erano fatti complicati, in particolare quelli con Jimmy Page. Già in passato il bassista aveva ponderato di lasciare la band ed intraprendere strade che ne valorizzassero di più le poliedriche abilità, ma dopo il quinto album e la splendida No Quarter pareva che l'ombra di un suo abbandono si fosse dileguata. Ora però, complice lo stress di quel particolare periodo, i vecchi dissapori erano tornato a galla. A peggiorare la situazione c'era l'esilio fiscale che costringeva la band a vivere lontana dall'Inghilterra già da diversi mesi. Negli anni '70, in Gran Bretagna, dovevano esserci praticamente più rockstar che sassi, tanto da indurre il governo britannico ad istituire una tassa ad hoc. Ne conseguì che molti gruppi musicali, tra cui i Led Zeppelin, preferirono cambiare aria e trasferirsi altrove. Il problema è che tranne piacevoli e tranquille vacanze, come quella di Plant a Rodi, i nostri erano sempre lontani dalle rispettive famiglie. Per John Bonham, rinomato per il suo tenero attaccamento alla famiglia, tale forzato distacco fu più devastante che per chiunque altro, ed i suoi già gravi problemi con l'alcol subirono un netto peggioramento. Inoltre, pare che Jimmy Page avesse preso a fare uso di sostanze più deleterie del solito, tra cui l'eroina. Ma sono solo voci, cui viene difficile dare fiducia considerato l'ottimo lavoro del chitarrista su "Presence". Impossibilitati a tornare in patria, i Led Zeppelin si trasferirono dapprima in Francia, poi a Malibu, in California. Robert Plant e Jimmy Page occuparono delle eleganti villette vicino alla spiaggia, l'una vicina all'altra, da dove cominciarono a delineare le prime bozze del settimo album. In realtà, con Plant depresso dal dubbio se fosse mai tornato a camminare come prima o meno, e con Jones e Bonzo apparentemente privi di idee e di creatività, a caricarsi sulle spalle il peso di portare alla luce il nuovo disco fu principalmente Jimmy Page. Neanche negli States era possibile rimanere per più di qualche mese, e così gli Zeps si trasferirono a Monaco, nell'allora Germania Ovest. Qui i nostri iniziarono le registrazioni ai Musicland Studios, un ambiente piuttosto anonimo che in qualche modo, dopo interi dischi registrati in viaggio o negli spazi evocativi di Headly Grange, riportò i quattro musicisti alle tumultuose origini. Ad ogni modo la sala era stata prenotata anche dai Rolling Stones, ragion per cui gli Zeppelin avevano i giorni contati per terminare la registrazione dei nuovi brani; diciotto, per l'esattezza. Ancora una volta Jimmy Page si caricò l'onere di fare il grosso del lavoro, chiudendosi in sala registrazione per venti ore al giorno assieme all'ingegnere del suono Keith Harwood. Incredibilmente, nonostante i tempi ristretti, nonostante la scarsa comunicazione tra i membri del gruppo, nonostante la gamba ingessata che costringeva Robert Plant a registrare seduto in sedia a rotelle, e nonostante, per chi vi credesse, la maledizione della Boleskine House, Presence venne completato secondo i tempi prestabiliti. L'unico album Zeppelin ad essere stato registrato in tempi più brevi è il primo, Led Zeppelin, trentasei ore come vuole la leggenda. Ma c'è una bella differenza: il primo disco era praticamente una raccolta di cover, stravolte e zeppeliniane, certo, ma pur sempre delle rivisitazioni che partivano totalmente da canzoni già elaborate in precedenza. Non solo; gran parte delle intuizioni venivano dall'esperienza che Jimmy Page e John Paul Jones avevano maturato negli Yardbirds, così come sarebbe stato per buona parte di Led Zeppelin II. Un bel vantaggio iniziale, di cui Presence era sprovvisto. Come se non bastasse, alla realizzazione del settimo album gli Zeps avevano esaurito anche il bacino di idee nato dal periodo passato a Bron Yr Aur, della cui influenza creativa avevano giovato tutti i dischi dei Led Zeppelin, dal secondo fino a Physical Graffiti. Oltre ai ristretti tempi di registrazione, c'è un altro aspetto che accomuna Presence con il primo album della band: entrambi sono fondamentalmente opera di Jimmy Page. Il chitarrista e Robert Plant sono gli unici accreditati in ben sei dei sette pezzi del disco. Non che non ci siano incisive esecuzioni di John Paul Jones, nonostante il suo contributo sia minore del solito, e naturalmente il tocco di Bonham fa una gran bella differenza come al solito, ma è indubbio che se c'è uno strumento che risalta come non mai, quello è la chitarra di Jimmy Page. Dopotutto è ovvio: il chitarrista si trovò praticamente solo nell'affrontare l'elaborazione del nuovo album, per non menzionare il fatto che a registrazione ultimata, intorno al novembre del '75, Page rimase a Monaco per curare come di consueto missaggio, sovraincisioni ed editing. D'altronde è sempre stato lui il regista della band, ma mai come su Presence anche attore protagonista e sceneggiatore. Dato che il completamento dell'album avvenne il giorno prima del Giorno del Ringraziamento, la prima idea fu di chiamare il nuovo full length Thanksgiving, proposta rapidamente scartata in favore del più evocativo Presence, simbolo della potente e mistica "presenza" dei Led Zeppelin; ma anche, paradossalmente, un richiamo all'assenza forzata della band dalla scena, riempita in fretta e furia con un disco nuovo e con l'uscita un po' disarticolata del film-concerto The Song Remains the Same, a mio avviso l'unico vero passo falso nella carriera degli Zeps. Ad ogni modo l'uscita del disco venne ritardata notevolmente per dare alla nuova creatura una copertina degna del suo nome, compito affidato ancora una volta alla maestria dello Studio Hipgnosis. Il risultato è una delle cover art più particolareggiate ed allusive di tutto il campionario Zeppelin, il cui valore è però rimasto offuscato dall'immaginario mistico già delineato sulle grafiche di Led Zeppelin IV e di Houses of the Holy, oramai fortemente associato a Page e compagni. Riguardo la cover art di Presence rimando il lettore alla recensione della stessa sulla sezione "Artworks" del nostro sito, in cui il lavoro di Storm Thorgeson ed Aubrey Powell viene analizzato per filo e per segno. D'altra parte, come accennato dallo stesso Jimmy Page, ciò che ci interessa ora è "quel che sta dietro l'immagine". Presence uscì il 31 marzo del 1976, e tra tutti gli album dei Led Zeppelin è in assoluto quello più carico di contraddizioni. Insieme al seguente ed ultimo disco è considerato un'opera "sfortunata" (non economicamente, sia chiaro), da alcuni è visto come "la morte" del dirigibile, mentre per altri è la massima espressione della maturità della band. E' l'unico disco dei Led Zeppelin a non risentire di alcuna intuizione nata in un contesto live, ovvero da ciò che per il gruppo rappresentava la massima "espressione Zeppelin", eppure è anche l'album più grezzo ed estemporaneo dai tempi del loro primo disco in studio (1969). Ma soprattutto, Presence è un'opera che trasuda disperazione. Quasi mai nei testi, o nelle melodie, ma proprio: nello spirito. E' una cosa che si avverte solo ascoltandolo. Per fare un esempio, ricorda le opere più mature del Michelangelo: da una parte erano opere di stampo religioso o neoclassico, certo, eppure dalla tensione dei corpi e dall'espressione contrita dei soggetti era possibile cogliere la tensione dell'animo dell'artista. Con Presence è lo stesso. Il cantante bloccato in sedia a rotelle a riflettere seriamente sul suo futuro, la band costretta a restarsene in disarmo senza suonare dal vivo, i dissapori tra i membri del gruppo e la lontananza da casa e dai figli - tutto questo si era tradotto in una tensione palpabile tra le note dell'album, che è al tempo stesso sia la prima crepa sul castello dorato dei Led Zeppelin, che un grido di sopravvivenza che sembra urlare: "noi siamo qui e ci resteremo".

Achilles Last Stand

Un urlo la cui essenza è rappresentata dal primo brano del disco: "Achilles Last Stand (L'ultima resistenza di Achille)". Innanzitutto una precisazione riguardo il titolo: il termine "last stand", qui riferito al personaggio mitologico di Achille e da me tradotto "ultima resistenza", non è traducibile in italiano. "Last stand" è un'espressione di origine militare che sottintende una battaglia disperata, un'ultima difesa quasi certamente perdente contro un nemico soverchiante. In virtù del titolo e di alcuni passi del testo, molti fans hanno pensato che Achilles Last Stand fosse stata ispirata dall'incidente occorso a Robert Plant in Grecia, o più in generale alla situazione in cui allora versavano i Led Zeppelin. Non è impossibile che sia così per quel che riguarda il titolo, ma l'ispirazione per le liriche ebbe origine un paio di mesi prima i fatti di Rodi, da un viaggio in Marocco che il cantante intraprese insieme a Jimmy Page. Con i suoi oltre dieci minuti di durata, la ricercatezza poetica, l'incisività e la potenza di basso e batteria, nonché per la complessità compositiva delle sue parti di chitarra, questa canzone merita un posto d'onore nella top ten dei migliori pezzi Zeppelin. Ma non è solo per l'aspetto tecnico; Achilles Last Stand riesce a trasmettere con grande intensità un senso di eroismo e dramma, anche senza capire un'acca del testo. Esattamente quanto si propone fin dal titolo. Gran parte del merito va al lavoro svolto da Jimmy Page, che in pochi giorni di lavoro intensivo confezionò una complessa struttura compositiva: numerose tracce di chitarra sovraincise, magistralmente condotte verso uno degli assoli più importanti della carriera di Page nei Led Zeppelin. L'intento del chitarrista era di far sì che le due sezioni da cui è composto il pezzo non fossero ridondanti, ma esprimessero lo stesso concetto attraverso sensazioni differenti, e decise di raggiungere tale obiettivo orchestrando tra loro le varie parti di chitarra. D'altronde, considerato che era praticamente l'unico a preoccuparsi della resa creativa, cos'altro poteva inventarsi Jimmy Page se non portare all'estremo un espediente già usato (con successo) in pezzi come Stairway to Heaven e Ten Years Gone? A detta di Page, Jones e gli altri pensavano che una simile "guitar army" non potesse funzionare, rendendo la resa generale sconclusionata e confusa. Ed invece, funzionò. La sola sovraincisione delle tracce, per alcuni addirittura una dozzina, per altri circa sei, venne realizzata in appena una notte di lavoro no-stop, nello spirito che contraddistingue l'intero album; la fretta di dover realizzare un lavoro così importante in pochi giorni, così come i dubbi sulla salute di Plant ed il futuro del gruppo, si rifletterono sul lavoro di Jimmy Page, rendendo il suono teso, cupo e drammatico. Achilles Last Stand è un continuo prendere la rincorsa ed accelerare, soccombere solo per rialzarsi faticosamente e tornare a correre, senza tregua né pietà. Il brano comincia immediatamente con una corsa a perdifiato, e se si riesce a distrarsi un momento dall'intricato quadro disegnato da Page ci si accorge immediatamente di un altro protagonista; John Bonham è colui che delinea allo stesso tempo sia la possanza che la concitazione del pezzo, e se è corretto dire che Presence nasce soprattutto dalle mani e dalla mente di Jimmy Page, è pur vero che Bonzo dà il meglio di sé come e più del solito. Delineare il merito di Bonham, di rado accreditato a qualche pezzo, non è mai facile; d'altra parte non è tanto quello che scrive o propone, ma proprio un fatto di personalità e di stile, entrambi unici. Questo non vuol dire che il cantante ed il bassista, il cui apporto appare meno spiccato del solito, facciano un lavoro mediocre; pur senza grandi picchi creativi, quel che sanno fare lo fanno al meglio, come sempre. Jones tiene il passo di Page sfoderando il suo basso a otto corde, mentre Robert Plant riesce ad elevarsi, in senso metaforico, oltre la sedia a rotelle che lo imprigiona ed a lanciarsi in echeggianti urla che ricordano da vicino quelle di The Immigrant Song; un accostamento forse non del tutto casuale. Il consueto incisivo alternarsi di breaks e fills di Bonzo, caratterizzato da rapidissime rullate, apre ben presto la strada al primo exploit di Jimmy Page, che prima rallenta il tempo ed alza i toni facendo salire la tensione, poi torna improvvisamente a correre sul riff principale della canzone. La voce di Plant è tesa e quasi sofferente, limitandosi a riempire lo spazio tra l'orchestra personale di Page e l'assolo centrale del chitarrista, vero e proprio virtuosismo carico di tensione eroica. Sempre accompagnato dal sottofondo delle proprie sovraincisioni, Page tira l'assolo fino allo stremo per rallentare proprio nell'istante di massima tensione, portato all'estremo dall'improvviso e pesante incedere di basso e batteria; pare davvero di guardare un guerriero allo stremo delle forze rialzarsi nonostante tutto, fino a quando il chitarrista non riprende tutta la sua energia nell'assolo per portarlo a termine e continuare a correre, ancora e ancora. E' a questo punto che la voce di Plant cessa di essere semplice cornice e si trasforma in vero e proprio strumento, essenziale ed evocativo, i cui lamenti divengono veri e propri urli di guerra. La sua situazione fisica, altrimenti un handicap (anche psicologico), è più che adatta a delineare un eroismo che fa capo ad ogni energia rimasta pur di sopravvivere. Achilles Last Stand segue questo schema fino alla fine, ma tra mille sfumature sempre diverse eppure sempre uguali, fino a sfumare su un arpeggio vacuo e tranquillo, circolare; come se la battaglia non avesse avuto davvero fine, ma durasse in eterno. Il testo di Robert Plant è un ottimo esempio della migliore poetica del cantante: criptico, ricco di metafore evocative e volto ad una sorta di "ricerca del sé" dai toni epici, esistenzialismo e misticismo che diventano vera e propria guerra interiore, ed ogni figura o esperienza esterna dall'Io è un simbolo che ricava il proprio valore su un piano che è allo stesso tempo individuale ed universale. Non è la prima volta che Plant accosta tematiche di tale natura a sonorità dai toni epici, ed è ammirevole come egli dimostri quanto questi aspetti abbiano, in realtà, così tanti elementi concettuali da spartire. Fosse stato un altro, forse il testo di Achilles Last Stand avrebbe parlato di antichi guerrieri britanni impegnati a resistere coraggiosamente contro l'avanzata dei romani, o di pochi cavalieri caledoni soverchiati dai normanni; ma lo stile di Robert Plant era un altro e, piaccia o no, questo brano non fa eccezione. I riferimenti al viaggio in Marocco (e nel Mediterraneo in generale), sono puramente di stampo evocativo e paesaggistico. Uno tra tutti riguarda l'ultima strofa, laddove il cantante cita il mitologico titano Atlante (Atlas) che sorregge il mondo, in un riferimento alla catena montuosa dell'Atlante situata proprio tra Marocco, Algeria e Tunisia. Ma vi sono altre ispirazioni, come ad esempio William Blake ed il suo The Dance of Albion, ove Plant afferma: "i resti di Albione ora dormono per sorgere di nuovo". Un omaggio sia allo scrittore che al paese d'origine del cantante, dal momento che Albione è il più antico nome delle isole britanniche; un luogo di cui Plant aveva grande nostalgia, visto l'esilio fiscale dei Led Zeppelin. Come prevedibile, data la complessa natura compositiva del brano, eseguire Achilles Last Stand dal vivo rappresentò una bella sfida per i quattro musicisti, e tuttavia non mancò mai di venir suonata durante tutto il tour del '77, dimostrando ampiamente quanto questa canzone avesse fatto breccia nel cuore del pubblico. Nonostante l'ostica struttura chitarristica, Page non ebbe nemmeno bisogno di ricorrere alla sua iconica Gibson a doppio manico, preferendo affidarsi alla solida sicurezza della sua vecchia Les Paul Standard del '59. Riassumendo: Achilles Last Stand è un piccolo capolavoro, nonché senza dubbio il brano più potente ed incisivo di Presence. Basterebbe questo pezzo da solo a dare un senso all'intero album, alla faccia di alcune drastiche critiche che gli furono mosse. Non sorprende affatto che i Led Zeppelin avessero deciso di usarlo per aprire il loro disco, piuttosto che porlo come "baricentro" dell'opera così come fu per pezzi come Kashmir e Stairway to Heaven. Perché questa canzone è l'emblema stesso dell'album che la ospita, quel che occorre per dire: siamo ancora in campo, feriti ma non sconfitti, e questa è la nostra Presenza. Come da consuetudine, la traccia che segue tende a smorzare la tensione per portarsi su sonorità più distese; è la tipica alternanza di "luci e ombre" tanto cara a Jimmy Page.

For Your Life

E così, se Achilles Last Stand è un pezzo fortemente hard rock con ragguardevoli presagi del cosiddetto new wave of british heavy metal, la seguente "For Your Life (Per la Tua Vita)" è un più tradizionale esempio di heavy blues, filone da sempre molto caro a Page e compagni. Se però la sonorità del brano segue schemi collaudati, lo stesso non si può affermare riguardo il testo. Fino a ad ora le argomentazioni trattate da Robert Plant erano state fondamentalmente di tue tipi: quelle romantiche e/o di stampo sessuale, e quelle di carattere spirituale ed individuale; senz'altro tematiche dalle quali è possibile espandersi verso numerose direzioni, come dimostrano le vaghe argomentazioni ambientaliste di That's the Way su Led Zeppelin III, e tuttavia mai realmente orientate verso tematiche strettamente sociali. For Your Life esce dai consueti binari per parlare di cocaina e droga in generale, e non come esaltazione della stessa, ma per fare presente quella che agli occhi dei Led Zeppelin rappresentava una piccola piaga del settore musicale. Dico "fare presente", e non "denunciare", perché questa canzone non è propriamente un'opera di denuncia; non vi è nessun genere di retorica sull'abuso di droga inteso come "sbaglio", concetto fin troppo legato a quello cristiano di "peccato" e, proprio per questo, ben lontano dalla visione individualista e libera del mondo che avevano gli Zeps. Il genere di "denuncia" operato da Robert Plant riguarda solo ed unicamente il settore di cui lo stesso cantante faceva parte, e non ha a che fare con l'aspetto morale quanto, piuttosto, con quello della qualità professionale e del buon gusto individuale. Si dice che Robert Plant avesse dedicato il brano ad un amico la cui vita venne rovinata dalla droga, probabilmente un musicista, ma il tema di For Your Life è ampio ed espandibile all'intero settore musicale. L'ispirazione venne certamente dalla scena musicale di Los Angeles, ovvero il principale centro culturale intorno al quale orbitò l'interesse del cantante durante il suo soggiorno da invalido presso la West Coast americana. L'ambiente artistico britannico non era certamente secondo a nessuno riguardo l'uso di sostanze stupefacenti, e tuttavia Robert Plant rimase evidentemente colpito dal modo in cui la droga stava modificando radicalmente le abitudini e lo stile di vita californiani. O meglio: le abitudini e lo stile di vita dei ricchi par suoi. Perché parliamoci chiaro, le canzoni degli Zeps saranno pure state spesso ispirate da artisti di colore, ma For Your Life parla di cocaina, non di crack o eroina, e l'ambiente è quello del jet set hollywoodiano, non certo del ghetto. Nulla di male, anzi; trovo coerente da parte degli Zeppelin raccontare una realtà di cui di fatto erano parte integrante, piuttosto che tentare di denunciare la situazione di persone distanti in termini di spazio e quattrini. Specialmente se dall'alto di una villa a Malibu. For Your Life è un pezzo potente e sostenuto, privo di reale tensione in virtù di un marcato (e voluto) autocompiacimento. Gran parte del suo andamento è sorretto dalla sinergia tra basso e batteria, mentre Jimmy Page fa in modo di rendere netta una sensazione che , in virtù del testo, sottintende sia smargiasseria che decadimento, un'atmosfera decisamente adatta alla tradizione blues. Non manca l'assolo di chitarra, in cui Page ha modo di collaudare al meglio la sua Fender Stratocaster del 1964, acquistata nel '75 ma ancora ufficialmente "vergine". Nonostante l'evidente critica sottintesa nel testo, è chiaro che For Your Life non è una canzone né cupa, né tanto meno propensa a farsi prendere più di tanto sul serio. Non sorprende affatto che col brano seguente l'atmosfera dell'album vada a sfociare definitivamente nel parodistico, smorzando definitivamente la notevole tensione accumulata con Achilles Last Stand. 

Royal Orleans

"Royal Orleans" deve il proprio titolo ad un albergo ove la band soggiornò intorno al 1970 durante un tour americano, il Royal Orleans Hotel, naturalmente: a New Orleans. Il testo del brano narra di un uomo che, annebbiato dal "cattivo fumo", si porta per errore un travestito nella sua stanza d'albergo. La? poetica di Plant si destreggia tra doppi sensi umoristici e siparietti tipici della commedia degli equivoci, in un tripudio di leggerezza e dinamismo del tutto privo di imbarazzo o di retorica. Su una strofa viene citato John Cameron, cantante dei Collective Consciousness Society, band nota (anche) per aver realizzato una cover strumentale di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin, nel 1970. Probabilmente, una frecciatina tra musicisti. Vuole la leggenda che John Paul Jones, durante quel soggiorno a New Orleans, avesse davvero condotto un travestito in albergo, e che i due si fossero semplicemente addormentati dopo aver fumato marijuana, dando inavvertitamente fuoco a mezza stanza. Secondo alcuni il riferimento a John Cameron e "Suzanna" è in realtà inerente al bassista degli Zeppelin. Con la sua chitarra venata di funky e con Bonzo impegnato a giocare con dei bonghi, Royal Orleans risulta un brano disimpegnato e d'intrattenimento, "riempitivo", come sostengono talune critiche. Senz'altro senza pretese: appena tre rapidi minuti di pregevole spasso, arricchiti perfino con un mezzo assolo a metà traccia. Robert Plant, che in un pezzo così normalmente è quello che si diverte di più, interpreta il proprio ruolo con diligenza e col giusto slang (dopotutto il brano è anche un omaggio alla nerissima patria di tanti bluesman), ma senza realmente emanare lo spirito della canzone. Non del tutto, almeno. Il sospetto è che la sedia a rotelle che lo tratteneva dall'ancheggiare avanti e indietro, l'impossibilità di trasmettere fisicamente il proprio eros attraverso la voce ed il corpo, rendesse l'interpretazione di brani come questo ed altri sulle medesime note quantomeno "falsati". Una sensazione che grazie a Dio dura poco, perché la traccia che segue rappresenta, nell'intenzione di Jimmy Page, il baricentro ideale di Presence.

Nobody's Fault But Mine

Come tale, "Nobody's Fault But Mine (Solamente Colpa Mia)" è un pezzo di ben altro spessore, per intenti ed interpretazioni. Chiariamoci: Royal Orleans, nella sua leggerezza, è uno dei miei brani preferiti del catalogo Zeppelin, ché Plant sarà pure sottotono ma Bonham per niente, anzi; ma Nobody's Fault è un'altra faccenda. La canzone dei Led Zeppelin è tratta, concettualmente parlando, da un classico del gospel datato 1927 di Blind Willie Johnson: It's Nobody's Fault But Mine. Gli Zeppelin avevano dato già prova di apprezzare il genere, specialmente se si trattava di smontarne l'aspetto edulcorante, come avevano dimostrato su Physical Graffiti con In My Time of Dying, brano anch'esso preso da un vecchio gospel di Johnson. L'intenzione di Plant, come accennato da Jimmy Page, era molto probabilmente quella di riprendere da vicino l'arrangiamento originale del brano, ma il chitarrista aveva altri piani in mente. Alla fine la versione dei Led Zeppelin ricorda solo vagamente il gospel originale, e solo ed unicamente per via dell'ossessività con cui si presenta la frase "è unicamente colpa mia" tra le strofe. Il testo ideato da Johnson altro non era che un invito a leggere la bibbia per salvarsi l'anima; il protagonista del brano afferma di possedere una Bibbia, e che gli è stato insegnato a "leggerla" (o meglio: a comprenderla). La scelta di leggerla, e quindi di salvarsi l'anima, è solo sua. In caso contrario, "nobody's fault but mine": la colpa non è di nessuno, se non mia. Ma se In My Time of Dying era leggibile sia in chiave religiosa che dissacrante, la natura di Nobody's Fault appare immediatamente lontana dalle intenzioni del pezzo originale. La base della canzone è marcatamente blues, ma il suo svolgimento è fortemente hard rock: carico di potenza, poco incline a una religiosa solennità al netto di un atteggiamento scanzonato e libero dagli schemi. La ritmica di basso e batteria, la cui tensione è scandita su degli accenti sincopati in posizione strategica, sorregge il notevole lavoro di Jimmy Page alla chitarra. L'intro del brano, ottenuto con maestria dal chitarrista giocando di slide, smentisce ampiamente le accuse che volevano Page come "un compositore senza più idee", mostrando ancora una volta come poche efficaci note possano imprimersi a fondo nel cervello, se espresse nel giusto modo. Robert Plant stavolta appare in ottima forma, ben immedesimato nei lamenti di un uomo fregato dalle sue stesse scelte. In questo brano i suoi gemiti, lunghi e modulati, rappresentano oltre la metà della sua presenza vocale, rendendosi di fatto parte integrante della composizione lungo l'intero svolgimento della canzone. La sinergia tra le tre diverse tracce sovrapposte di Page, di cui una un'ottava sopra le altre, e la voce di Robert Plant, rappresenta l'anima del brano. Il botta e risposta tra i due è costruito su una struttura a prova di bomba, dando a Plant la possibilità di sfoggiare un incredibile pezzo di armonica ed a Page un assolo di quelli come si deve, sporco e graffiante come non se ne sentivano da Led Zeppelin (1969). Sia l'impostazione sonora scelta da Jimmy Page che il testo messo in piedi da Robert Plant prendono ispirazione da quel vecchio diavolo di Robert Johnson, leggenda del cosiddetto Delta blues già in passato ampiamente "usufruita" dagli Zeps. La leggenda narra che Johnson vendette l'anima al diavolo, pur di suonare come suonava, e nel pezzo Hellhound on My Trail (quello a cui si ispirarono Page e Plant) egli descrive un uomo assuefatto al male, da una parte in cerca di redenzione ma, dall'altra, del tutto incapace di cambiare concretamente strada. Plant prese quest'idea e la unì col tradizionale gospel di Blind Willie, fondendo in tal modo due "Johnson" decisamente diversi l'uno dall'altro. Sul significato del testo, altrimenti piuttosto stringato, i fans hanno elaborato diverse congetture, nel tentativo di cercare un senso più profondo rispetto a ciò che appare. Per alcuni Nobody's Fault è un autodafé di Jimmy Page riguardo la sua (presunta) dipendenza da eroina. Il rapporto tra tale droga ed il cantante era allora un argomento molto dibattuto, tra i fans del dirigibile, e se corrispondesse anche solo parzialmente a verità spiegherebbe alcune problematiche riscontrate dal chitarrista negli anni seguenti l'uscita di Presence. Un'altra teoria vuole che il brano servisse a Robert Plant per scusarsi con il proprio pubblico di non eseguire più In My Time of Dying durante i concerti. Data la natura mortuaria di quel pezzo, per quanto fosse reso in maniera assolutamente dissacrante, dopo il 1976 il cantante in effetti non ebbe più molta voglia di eseguirlo in concerto, a seguito dell'incidente in cui avevano rischiato di morire lui e la sua famiglia. Un'altra teoria, quella più esoterica, vuole che Nobody's Fault But Mine fosse uno sfogo dei Led Zeppelin per aver stretto un patto col demonio, al pari di come fu per Robert Johnson. Il Bluesman era morto giovanissimo, cosa che ovviamente  ne aumentò l'oscuro fascino a dismisura, rendendolo una leggenda tra i ragazzi della generazione di Jimmy Page ben prima che Hendrix e Cobain ne seguissero la sorte. A supporto che la canzone fosse uno sfogo vi è l'impressione che la band fosse perseguitata da eventi nefasti, percepiti come una sorta di punizione divina da coloro che ritenevano i Led Zeppelin eccessivamente vicini a pratiche occulte. Dal mio punto di vista Nobody's Fault rappresenta solo la matura consapevolezza di un cantante conscio dei propri sbagli, abbastanza consapevole da attribuirsene tutta la colpa, ma troppo insofferente per desiderare davvero un cambiamento. Il tutto non senza il consueto gusto citazionista ed un'abbondante dose di autoironia. Considerata la qualità con cui venne fuori la canzone, nonché la potenza che la caratterizza, essa fu una delle uniche due tracce di Presence a venire inserite nella scaletta dei live Zeppelin. L'altra era Achille's Last Stand.

Candy Store Rock

Superato il fulcro dell'album, il lavoro dei Led Zeppelin si avvia verso l'epilogo smorzando i torni e tornando su sonorità allegramente "scuoti testa". Non è un caso che "Candy Store Rock (Il Rock del Negozio di Caramelle)" facesse parte di un singolo assieme all'altrettanto scanzonata Royal Orleans. Questa canzone è rappresentativa della natura semi-estemporanea dell'album, essendo stata scritta in appena un'ora di lavoro. Il sound riprende sonorità tipiche del rock'n roll e del rockabilly, da Little Richard ai Rolling Stones, passando soprattutto per Elvis. Perfino Bonzo tende a rimanere entro contorni classici, dinamici ma non "esplosivi" com'era consuetudine del batterista. La voce di Plant rappresenta una buona percentuale del valore del brano, dal momento che sono le sue costanti ripetizioni liriche e lessicali, caratteristiche del genere, a caricare in gran parte il tiro della canzone. Il lavoro più importante però lo fa sempre e comunque Jimmy Page, sovrapponendo ancora una volta magistralmente le tracce di chitarra (tra cui un'impercettibile chitarra acustica), e dando equilibrio all'intero pezzo con un breve ma solido assolo. Il testo ideato da Robert Plant corre sullo stesso binario del comparto sonoro, essendo un breve spaccato di stereotipi del rock'n roll presi qua e là dai classici del settore, tra tutti ed ancora una volta: Elvis. Com'è ovvio conoscendo il rock'n roll e conoscendo i Led Zeppelin, si intuisce fin da subito che "Candy Store" (negozio di caramelle) è un doppio senso di carattere sessuale. Inutile stare qui a fare il lungo elenco di brani Zeppelin sulla stessa riga, basti pensare ad uno: Whole Lotta Love, per avere presente lo stile. Purtroppo non c'è paragone tra quest'ultimo e Candy Store Rock, sia sul piano del valore artistico che su quello dell'eros viscerale, elementi su cui Whole Lotta Love rimane inarrivabile. Tuttavia, la personalità è grossomodo quella. Tra le decine di Whoah baby caratteristici del genere preso a modello, Plant introduce un personaggio atteggione e un po' galletto, uno dei suoi più caratteristici "avatar" musicali, espressione maxima di quelle pose ed atteggiamenti "sconci" inventati proprio dal cantante degli Zeppelin, e ripresi negli anni da una sfilza infinita di artisti dell'hard rock. La "baby" del brano è una vera e propria ammaliatrice, dispensatrice di "dolciumi" da "non giudicare dalla confezione". Altri doppi sensi, come "intingerò il mio cucchiaio nella tua tazza", sembrano andare in contrasto con alcune strofe ("devo dare un bacio d'addio a questo spaccio"), ma ciò è dovuto alla natura citazionista del brano, nonché al fatto che in questo tipo di pezzi si fa più attenzione all'aspetto musicale ed evocativo delle parole, piuttosto che ai reali contenuti delle stesse. Purtroppo, la condizione di immobilità di Plant e l'impossibilità di esprimere dal vivo quegli atteggiamenti di cui ho accennato, minano in parte la resa finale; il cantante fa un bel compito, preciso e metodico nello svolgimento, ma non del tutto convincente. Avrebbe rimediato negli anni, soprattutto in quelli recenti, rivalutando Candy Store Rock come uno dei suoi pezzi preferiti di Presence. Tra l'altro, nonostante quattro minuti buoni possano non sembrare troppi, la canzone si trascina un po' per le lunghe. Non un pezzo malvagio, in definitiva fa il suo dovere e diverte, ma semplicemente: non memorabile e fin troppo derivativo.

Hots On For Nowhere

Ben più Zeppeliniana, benché anch'essa pregna di stilemi già sentiti, è la cantilenante "Hots On For Nowhere (Sulle Tracce del Nulla)". Sembra strano, dopo le precedenti constatazioni riguardo Robert Plant, ma è proprio il cantante a dare alla canzone un più riconoscibile marchio di fabbrica ed un interessante valore aggiunto. Il lungo testo, dai connotati metaforici e caratterizzato dalla consueta poetica esistenzialista, contrasta amabilmente con un sound dinamico e gioioso, quasi a voler ironizzare sul dramma. Perché di dramma si tratta: implicitamente il cantante dà sfogo alla sua situazione di infermo, non tanto dal punto di vista del dolore o del fastidio, quanto della frustrazione; una rockstar come lui, costretta a terra ("...on the ground") e ad appoggiarsi sulle spalle degli amici. O a non appoggiarsi, perché tempo dopo Plant avrebbe dichiarato che alcuni passaggi di Hots On For Nowhere riflettono una critica ai suoi compagni, ed in particolare a Jimmy Page e Peter Grant, rei di non essere stati sufficientemente empatici nei confronti della sua situazione. Considerate altre dichiarazioni del cantante, in cui la vicinanza e l'aiuto di Page vengono invece elogiati, viene il sospetto che la "bacchettata" sul brano derivi da uno sfogo momentaneo, e che il rapporto tra Plant e gli altri in quel momento difficile ebbe, molto semplicemente, tanti alti e bassi. A parte questa parentesi, il testo propone una tematica tipica della poetica della band, incentrata sulla ricerca di sé e della verità. Da Black Mountain Side a Stairway to Heaven, fino a Kashmir, Robert Plant aveva ideato un "immaginario Zeppelin" dotato di un suo linguaggio e di una sua filosofia. Dato il dogma di "Luci e Ombre", presente sia per quel che riguarda la struttura delle opere che per il significato intrinseco delle stesse, quando le canzoni erano luce Plant esprimeva una poetica ampia e soleggiata, vitale; quando erano ombra, i suoi testi divenivano un monito o un presagio. Mai, prima di Hots On For Nowhere, il protagonista del brano era stato un uomo onestamente frustrato ed in balia degli eventi ("il sole della mia anima sta affondando più in basso"). Non vi è pathos o strazio, tra le righe del brano, ma constatazione e pessimistica attesa di un nuovo equilibrio. "Nella terra senza alcun giorno di pace" non vi è realmente speranza, che "diviene argilla tra le mani", ma conforta la consapevolezza che "la luna e le stelle ricercano l'ordine", come ogni cosa. Robert Plant è "perso sul sentiero della realizzazione", ancora una volta alla ricerca della saggezza, nuovamente disposto a fermarsi per fare il punto della situazione e ricominciare. Insomma, Hots On For Nowhere è il pezzo che più di ogni altro esprime quel particolare periodo dei Led Zeppelin, così carico di dubbi e frustrazioni. Come accennato, la sonorità del brano non va minimamente di pari passo con la serietà del testo, ma piuttosto somministra una sorta di ipnotica cantilena rock, un continuo dialogo tra la scioltissima lingua di Robert Plant e la Stratocaster "placid blue" di Jimmy Page, già ammirata su For Your Life. Lo scambio tra i due è reso un continuo tendere e rilasciare, grazie soprattutto all'andamento a scatti della ritmica di Bonzo, quasi folle nei suoi cambi di tempo. L'intera struttura è il risultato di un lavoro di "cucito", ottenuto da intuizioni live su brani differenti e riff registrati negli anni precedenti; ne è un esempio il breve assolo di chitarra di Walter's Walk (sull'album postumo Coda), virtualmente identico a quello di Hots On For Nowhere. L'exploit di chitarra, bello tirato e grezzo il giusto, si esprime a metà del brano, che dopodiché comincia a correre su un tempo sempre più rapido fino ad una nuova catarsi chitarristica, preludio del finale e della voce di Plant, a metà tra virili baritoni e sensuali gemiti. In definitiva, Hots On For Nowhere è un ottimo pezzo, contrariamente al predecessore, ed ascoltandolo non sorprende che faccia parte della colonna sonora del film-documentario Dogtown and Z-Boys (2001), la cui tematica è incentrata sulle prime crew di skaters negli anni '70; decisamente un contesto adatto. Negli anni tuttavia mi è venuto da pensare se per un testo di tal genere, così raramente personale, non sarebbe stato più adatto un arrangiamento che si prendesse sul serio, piuttosto che uno scanzonato inno alla spensieratezza. Forse sarebbe risultato inutilmente pomposo e pretenzioso, o forse chissà, anziché un pezzo ottimo avremmo avuto un pezzo memorabile. Ma, alla fine, va bene così. 

Tea For One

Presence si conclude con una canzone riuscita a metà, piacevolmente ricercata in alcune parti e un po' stucchevole in altre: "Tea For One (Tè Per Uno)". Il problema, se proprio vogliamo definirlo tale, sta proprio nel fatto che il brano più che ispirato è - per l'appunto - ricercato, fatto che rende i ben nove minuti e mezzo di durata non facilmente digeribili. Strutturalmente il brano è simile ad uno dei capisaldi del repertorio Zeppelin, l'immortale Since I've Been Loving You. L'intento della canzone, infatti, era proprio quello di mettere la band di fronte a se stessa ed al suo passato, riproporre qualcosa di classico sia nel senso vero e proprio del termine, sia in quello zeppeliniano, ma portando contemporaneamente a galla qualcosa di nuovo. In questo, grossomodo, Tea For One riesce nell'intento: il brano è costruito su schemi estremamente classici del blues, resi personali dal sempre riconoscibilissimo stile interpretativo degli Zeps; contemporaneamente, però, vi è tanto la maturità raggiunta dal gruppo nel corso degli anni, quanto quella di un sonorità più moderna e più pulita - con tutti gli alti e bassi che questo comporta. Alla fine il risultato è un pezzo dal sound senza tempo, difficile da catalogare. E questo, oltre al buon gusto con cui è stato scritto, è il suo maggior pregio. Anche il testo è interessante, per quanto non monumentale. Robert Plant porta nuovamente avanti il suo stato d'animo e la sua frustrazione, ma con ancor maggiore concretezza autobiografica. Il tema è la solitudine, le giornate passate senza cognizione del tempo e prive di senso, trascorse a prendere il tè da soli. Come dichiarato dallo stesso cantante, l'ispirazione per il testo venne proprio dal fatto di essersi ritrovato solo ed ingessato in camera d'albergo, escluso dal lavoro e dalla goliardia di amici e colleghi. E di aver perciò ordinato del "tè per uno". Nonostante ciò, è anche vero che la solitudine di cui parla Plant è raccontata in maniera tale da far sì che chiunque vi si possa riconoscere. Il pretesto è semplice ed immediato, adatto in particolar modo all'atmosfera blues del brano: una storia finita da tempo, troncata proprio da colui che ora ne soffre le conseguenze. Conseguenze espresse appunto con la solitudine e con la più totale apatia. I primi venti secondi della canzone (su un totale di quasi nove minuti e mezzo), offrono un'introduzione hard rock dalla ritmica sostenuta ma incalzante, resa più dinamica dallo squillante riff di Jimmy Page. L'intento è quello di creare un'illusione di gioia e vitalità, prima di lasciar sprofondare l'ascoltatore nell'indolenza inferma del protagonista del brano. A quel punto, infatti, il ritmo del brano decresce improvvisamente, come un cavallo che si impenna, dando inizio ad un classico blues in C minore. Questa tipologia di blues, che normalmente sarebbe caratterizzata da un andamento morbido e scorrevole, nella reinterpretazione dei Led Zeppelin acquista un'inedita pesantezza, elettrica ed incombente. Una delle caratteristiche più belle del brano è osservare come tutti, nessuno escluso, dia una prova essenziale allo sviluppo della composizione. Bonham sembra trattenersi più di quanto ci si aspetterebbe da un treno come lui, per poi "eccedere" ed uscire fragorosamente dai canoni solo laddove se ne sente realmente il bisogno, dando una rara prova di equilibrio e buon gusto mista a potenza. Anche Jones stavolta offre il meglio di sé, agendo in perfetta simbiosi con la batteria di Bonzo ed aprendo la strada alle chitarre di Page. Il suo ruggente riff di basso è ciò che definisce il senso stesso della frase "uscire dai canoni del genere"; eppure, al tempo stesso, il suo rispetto per il genere è enorme, palpabile. Poi c'è Page. La sua regia perfettamente quadrata delinea un pezzo solidissimo dall'inizio alla fine, privo di sbavature o di eccessi pacchiani. Ancora una volta è la sua abilità nel sovrapporre diverse tracce di chitarra a dare vita all'atmosfera, mostrando come sia possibile ottenere un risultato eccellente anche senza intuizioni geniali, solo attraverso esperienza, umiltà e duro lavoro. Il suo assolo, situato come prevedibile a metà della canzone, agisce nel pieno rispetto del blues. Il valore aggiunto sta nell'infrastruttura in cui Page lo colloca. Robert Plant, dal canto suo, è perfetto. Totalmente calato nella parte. Niente gemini o tonalità eccessivamente alte, stavolta, ma un tono di apatica rassegnazione le cui sfumature sono sottintese nella musica stessa: il lento ritmo di batteria è il tempo che passa inesorabile, il ruggito del basso a ondate regolari esprime la frustrazione, mentre le chitarre di Page indicano ora la nostalgia, ora l'apatia. Talvolta, una fugace richiesta di riscossa a se stessi. Nonostante tutta questa ricercatezza e convinzione, però, per le orecchie di alcuni, tanti, nove minuti e passa di lentone blues possono a ben vedere esser troppi, e c'è da dire che in taluni passaggi, effettivamente, il brano si smorza volutamente per cadenzare ancor di più il passo, caricando una tensione che non trova mai davvero sfogo. Questo è il principale motivo per cui all'inizio della descrizione ho definito Tea For One un pezzo "riuscito a metà". Commercialmente parlando non vi è dubbio che sia così.  Personalmente, considerato anche lo spirito della canzone, a me non dispiace affatto che sia così, anzi. Ho il sospetto, tra l'altro, che determinate smorzature fossero state concepire per un'ipotetica rielaborazione creativa in sede live. Purtroppo, invece, i Led Zeppelin non portarono mai Tea For One in concerto. Un po' per le difficoltà nel suonarla in modo soddisfacente, un po' forse per la natura davvero troppo deprimente del pezzo. Il pubblico dei Led Zeppelin era fatto anche così, e poi c'erano già brani storici come Baby I'm Gonna Leave You e, per l'appunto, Since I've Been Loving You. Ma se vi interessa, e ne vale la pena, andatevi a cercare Robert Plant e Jimmy Page live in Tokyo (1996), in cui i due ex frontman dei Led Zeppelin eseguono Tea For One dal vivo con l'ausilio di un'orchestra.

Conclusioni

Presence si conclude così, per la prima volta in tutta la discografia Zeppelin, con un brano amaro, lungo e sofferto. Fino a quell'album i pezzi scelti per concludere i full length erano stati brevi e scanzonati, simbolici nella misura in cui celebravano lo spirito del dirigibile in fiamme e la sua indiscussa supremazia. Ma con Presence tutto era cambiato, l'antico spirito non c'era più, non poteva esserci più. Ed anche se allora i Led Zeppelin non potevano rendersene conto, tornare indietro era impossibile. Eppure, lo spazio lasciato dal vecchio spirito non era rimasto vuoto, ma era stato riempito con qualcos'altro. Forse da una nuova consapevolezza, forse da un'angoscia genuina capace di trasmettersi attraverso la musica. Oppure, più prosaicamente, da una mai e poi mai deteriorata sinergia fra i membri del gruppo, ora più maturi e disillusi. Cambiati. Ed i Led Zeppelin l'avrebbero superato, quel loro periodo oscuro, ma solo per piombare in un baratro ancor peggiore. Ancora una volta avrebbero tentato di porvi rimedio attraversi la musica, ottima musica, nonostante tutto. Ma sarebbe stato inutile, tanto grande era la nube di malasorte che si accingeva alle loro spalle. Presence, che con quattro dischi di platino si guadagnò il primato nelle classifiche inglesi ed americane, non fu propriamente un insuccesso commerciale. Addirittura, grazie alle prevendite, l'album ottenne il disco d'oro fin dall'esordio sul mercato. Tuttavia, dato il rapido calo in classifica ed il paragone con le esorbitanti vendite di Physical Graffiti, il "successo" di Presence non rappresentò un buon segnale per gli Zeps. Oltretutto, le critica si spaccò in due, dando modo ai detrattori di affilare gli artigli. Il problema principale, come rilevato da taluni critici, è che il settimo album non riuscì nell'ingraziarsi una fanbase per cui "Led Zeppelin", semplicemente, significava qualcos'altro. Presence era quasi del tutto privo della consueta vena sperimentale, spoglio di ricercatezze etniche o di elucubrazioni tastieristiche. Tutto quello che gli rimaneva, oltre ad un altalenante Robert Plant, era il genio di Jimmy Page e la graniticità di John Bonham. Insomma, era un sound duro, quello di Presence. Inadatto a farsi amare da un pubblico vasto e variegato, com'era consuetudine della band britannica. Troppo sottilmente drammatico, troppo grezzo, nella sua nuda potenza. D'altra parte questo album nacque dall'urgenza, dalla confusione, dalla disperazione, perfino. Il risultato di tali elementi rappresenta al tempo stesso il suo più grande pregio ed il suo palese difetto: Presence è il disco più concreto, cinico e personale dei Led Zeppelin, l'esigenza di mostrare al mondo di esserci ancora trasuda dalle note, mentre la carenza di manifattura risveglia antiche doti ed esalta nuove interpretazioni. Ma è anche un album imprigionato nella sua stessa gabbia, qualcosa che vorrebbe essere ciò che fu ma che non può più esserlo. È qualcosa di diverso, di altro. Cerca di farti scapocciare, ma o non ci riesce o ci riesce solo in parte. Tenta di sdrammatizzare laddove trapela qualcosa, ma diviene sottilmente angosciante. E quando invece vuole angosciarti per davvero, be': ci riesce, eccome.  Per quel che mi riguarda, Presence è l'album più vero ed innovativo dei Led Zeppelin dai tempi di Led Zeppelin II, segnato, sofferto ed emaciato ad una maniera che non mi dispiace affatto. Nella sua agognata e fallimentare ricerca degli antichi splendori, così come in un rinvigorito rispetto per il classico, trova paradossalmente gli strumenti per tirare fuori qualcosa di "nuovo", di anticipatore: da determinati aspetti sonori alle tematiche depressivo-individualiste che lo caratterizzano. Personalmente, incurante dei tanti difetti fin qui menzionati, darei anche il massimo dei voti a questo disco. Ma oggettivamente, purtroppo, la perfezione è altra cosa.

1) Achilles Last Stand
2) For Your Life
3) Royal Orleans
4) Nobody's Fault But Mine
5) Candy Store Rock
6) Hots On For Nowhere
7) Tea For One
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