LED ZEPPELIN

Led Zeppelin

1969 - Atlantic Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
28/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Quando sentii per la prima volta un pezzo dei Led Zeppelin ero ancora un ragazzino cui a malapena cominciava a spuntare qualche pelo qui e là, senza vere basi musicali, che solo da poco aveva cominciato ad inoltrarsi nell'intricata selva di generi, suoni, parole, nomi ed emozioni che è la musica. Visto che in famiglia è la tradizione, ero già un piccolo rockettaro, ed infatti mi piaceva ascoltare tutto il repertorio di vecchi dischi anni '70 e '80 di mio padre, tutti rigorosamente Rock'n Roll, Hard Rock e Blues perché, come dicevo sempre a lui con la mia testolina già traviata dagli action movies, erano l'ideale per far correre le mie macchinine. Ma fino a quel momento non avevo ancora sentito gli Zeppelin, o almeno, non con cognizione di causa. Poi, alla radio, mi capitò di sentire un loro pezzo piuttosto noto (No Quarter, per la cronaca). Io, come penso anche la gran parte dei ragazzini delle medie, non avevo particolari basi musicali alle quali appoggiarmi, e non ero neppure tipo da andare appresso alle mode, ma la mia conoscenza della musica era comunque limitata agli influssi dei miei genitori e a ciò che, come per tutti i miei coetanei, veniva proposto dai media. Ricordo che pensai: "Questo dev'essere qualcosa di nuovo!" Un sound così particolare non poteva che provenire da qualche band nuova e originalissima. Immaginate dunque la mia sorpresa quando scoprii che era un pezzo vecchio di trent'anni. Andai subito a controllare se tra i vari dischi che c'erano in casa si trovasse qualcosa di questo magnifico complesso, e lo trovai fra i 33 giri: "Led Zeppelin"; questo, molto semplicemente, il titolo del primo disco dell'omonimo gruppo britannico. La copertina, in bianco e nero, era già un preludio alla carica sessuale e fuori dalle righe della band, avendo come soggetto il famoso dirigibile Hindenburg. Tristemente noto per il fenomenale incendio che ne causò la distruzione, il maestoso zeppelin tedesco ricorda già di per sé un enorme fallo, un gigantesco membro maschile nell'atto di esplodere in volo, in un grande orgasmo di rumore, fiamme ed esplosioni. Tutto un programma, insomma. Come scoprii in seguito, Led Zeppelin era proprio il primo disco di quella che sarebbe diventata la mia band preferita di sempre, mostri sacri che non solo hanno fatto la storia del rock, ma che con la loro poliedricità e la negazione di qualsiasi etichetta hanno contribuito all'evoluzione della musica tutta. C'era qualcosa di magico negli Zeppelin, o di esoterico, se vogliamo usare i termini giusti: un gruppo formato da semi-sconosciuti (o quasi), nato dal caso e per necessità discografiche, riuscì a creare un'alchimia unica e irripetibile tra i suoi membri, tale che dopo la morte del batterista, undici anni dopo l'esordio, lo scioglimento fu inevitabile. Ognuno di loro era a suo modo straordinario, ma nessuno virtuoso nel senso un po' piatto che diamo oggi al termine. Ciò che li rendeva davvero unici era quella magia che trascendeva la loro pur prorompente individualità. Magia che, andando con ordine, cominciò ad aleggiare nell'aria già nel '66, quando Jimmy Page, allora giovane musicista discretamente lanciato, noto soprattutto per la sua abilità come turnista in studio, si ricongiunse all'amico di vecchia data Jeff Beck, altra futura leggenda dell'hard rock, per suonare con lui negli Yardbirds, inizialmente come bassista, poi come secondo chitarrista solista. L'avventura durò poco: alcuni mesi dopo l'arrivo di Page, Beck lasciò la band, la quale dopo l'incisione di Little Games, l'unico disco con la partecipazione di Jimmy Page, continuò la sua inesorabile disgregazione con la defezione, nel 1968, del cantante e del batterista, forse insofferenti per i ritmi imposti dal nuovo manager, Peter Grant, futuro e storico manager dei Led Zeppelin. Gli Yardbirds erano clinicamente morti, ma Page, che desiderava onorare l'impegno preso riguardo alcune date in Scandinavia, si diede prontamente da fare per trovare dei sostituti. Il diciottenne Terry Reid, chiamato come cantante, rifiutò l'ingaggio, ma consigliò a Page di contattare un certo Robert Plant, a Birmingham. Il ragazzo era giovane, ma già dotato di quella straordinaria voce blues perennemente a metà tra eros e dramma, tra spensierata ironia ed emotiva lacerazione. I due, dopo un paio di serate passate insieme a conoscersi musicalmente, diedero il via alla collaborazione, e l'incantesimo ebbe inizio. Plant consigliò a Page di chiamare un batterista con cui aveva già avuto il piacere di suonare nella Band of Joy: John "Bonzo" Bonham, il cui sound a dir poco unico valse bene il lungo corteggiamento che fu necessario per convincerlo. L'ultimo membro originale degli Yardbirds, il bassista Chris Dreja, fu invece sostituito da colui che avrebbe tenuto in piedi l'infrastruttura di ogni capolavoro dei Led Zeppelin: il polistrumentista John Baldwin, meglio noto come John Paul Jones, già in passato coinvolto da Page sul materiale degli Yardbirds. Riunito nel seminterrato di un piccolo negozio di dischi a Londra, il nuovo quartetto suonò il suo primo pezzo, The Train Kept a Rollin', dando così vita ai New Yardbirds. Sotto questo nome la nuova band, che di quella vecchia non aveva praticamente più nulla, suonò due settimane in Svezia, Norvegia e Danimarca, dando modo ai suoi membri di conoscersi reciprocamente e, soprattutto, lasciando trasparire quelle che sarebbero state le linee guida per l'album che sarebbe nato di lì a poco. Al termine della tournee si decise che era tempo di cambiare nome, e poco importa a quale delle diverse interpretazioni vogliamo dare adito riguardo all'origine del nome "Led Zeppelin", basti che fu perfetto: evocativo, altisonante e riconoscibile al tempo stesso. Pare che tutto possa essere ricondotto ad un'affermazione di Entwistle e Keith Moon riguardo un'ipotetica jam session insieme a Page, il cui suono avrebbe "volato come un Lead Zeppelin", un dirigibile di piombo, che evocando un vecchio detto inglese andava a rimarcare il carattere libertario e pesante della nuova band. Lead sarebbe in seguito stato trasformato in Led per evitare ambiguità di pronuncia. Ad ogni modo, sotto il profilo artistico, il primo album dei neonati Zeppelin è una creatura di Jimmy Page: fu lui a curarne, a sue spese, la produzione, lui a scegliere le modalità di registrazione, peraltro durate poco più do 30 ore, in modo da minimizzare i costi, e sua è la firma su ogni singolo pezzo dell'album. In sintesi, il chitarrista era la figura di riferimento dietro ogni scelta artistica del nuovo gruppo. Possiamo dunque tranquillamente affermare che i Led Zeppelin erano, almeno nella loro prima incarnazione, una creatura di Jimmy Page, il quale dopo aver perso ogni figura di riferimento che aveva intorno, a partire da Jeff Beck, era riuscito non solo a prendere in mano la situazione, ma a trasformarla e renderla qualcosa che fosse a sua immagine e somiglianza. E, soprattutto, vincente. Questo senza sottovalutare assolutamente l'enorme apporto che diede ogni singolo membro della band, un valore aggiunto che negli anni, col maturare della band, sarebbe divenuto pura essenza: la presenza sensuale e la voce intensamente blues di Robert Plant, a mio personale parere una delle migliori nella storia del rock, con quelle sue movenze antesignane di centinaia di manierismi, ed i suoi strilli ora laceranti, ora languidi. Poi John Paul Jones, probabilmente il più preparato dei quattro sotto il profilo squisitamente tecnico, ed indubbiamente il più poliedrico, uno che amava stare dietro le quinte, quasi invisibile, e tuttavia rivestito di un'importanza enorme sia sul piano sonoro, grazie alla sua capacità di suonare i più disparati strumenti, sia per il suo inestimabile contributo agli arrangiamenti. Non a caso fu Page a volerlo negli Zeps, memore  anche dell'esperienza di Jones riguardo il lavoro in studio di registrazione. Infine John Bonham, senza la cui potente ossatura i Led Zeppelin non sarebbero stati ricordati come i precursori di sonorità heavy metal, una personalità irrequieta e schietta, nella vita come nella musica, ma anche un tranquillo padre di famiglia che durante le tournee scatenava il putiferio sul palco e il disastro negli hotel, portato per l'eccesso dentro e fuori dal palco, a nostro vantaggio e a sua sventura. Un creativo che amava sperimentare soluzioni sonore e compositive, stravolgendo il mondo della batteria ben più di quanto abbiano fatto batteristi oggettivamente molto più "mostruosi" di lui, prima o dopo la sua morte. Quanto all'etichetta discografica, Page e Peter Grant decisero di rivolgersi alla Atlantic Records. Una scelta non casuale, dovuta alla classicità degli artisti pubblicati sotto tale nome, cui Page preferiva essere associato rispetto a quelli pubblicati dalla Atco, allora divisione rock della stessa Atlantic Records. Per i Led Zeppelin rimaneva soltanto il "battesimo di fuoco", così, quando Jeff Beck e la sua band annullarono un tour negli Stati Uniti dove avrebbero dovuto fare da spalla ai Vanilla Fudge, l'occasione fu presa al volo. Tra la fine del dicembre del '68 e i primi del '69, gli Zeppelin intrattennero una breve ma intensa permanenza negli States, suonando al Whisky a Go Go e riscuotendo l'entusiasta plauso del pubblico. Fu anche l'occasione per mandare in radio le copie promozionali del neonato primo disco, anticipatamente rispetto alle serate in modo che un evento pubblicizzasse l'altro, nonché per sopperire al fatto che, durante il live in America, il nome degli Zeps rimanesse spesso in ombra nonostante il quasi insperato apprezzamento generale. Il buon lavoro di amministrazione era merito di Grant, onnipresente su ogni scelta di marketing della band. Fu lui a strappare alla Atlantic un contratto per cinque dischi ed un anticipo da duecentomila dollari, una cifra esorbitante per quel periodo. Spinse anche per fare in modo che Page e compagni suonassero quanto più possibile dal vivo, conscio che la potenza, anzi l'anima della band si esprimesse al suo massimo soprattutto sul palco, e lasciando che il pubblico si innamorasse di loro pezzo dopo pezzo, città dopo città. Il 12 gennaio, infine, venne pubblicato Led Zeppelin, che era ed è un album piuttosto peculiare, in cui ad una base stilistica classica si contrappone una continua ricercatezza di suoni sporchi, distorti, dissonanti. Tutto è portato al suo limite estremo, cosicché su un classicissimo pezzo blues i riff si spingono sull'orlo della cacofonia, i cori sfiorano il baratro della stonatura e la voce di Plant, prima bassa e caratteristica, lacera subito dopo l'aria con urla inattese ed acutissime. Era proprio questa l'idea che aveva in mente Page riguardo un album che mettesse in risalto "le luci e le ombre", priva dello spazio per una via di mezzo mediocremente ragionevole. Considerati i risultati, non c'è alcun dubbio che il suo intento fosse perfettamente riuscito. A questi estremi della musica si univa già allora una componente folk tipicamente britannica, piuttosto in voga quel periodo, a rimarcare la sopracitata classicità offrendo preziose sfumature al background generale. Nel complesso l'album si presentava dunque eterogeneo, e sul piano musicale uscivano palesi tutte le influenze principali degli Zeppelin: In primis il rock-blues americano, da quello primigenio dei ghetti afroamericani fino agli assoli di Scotty Moore, quindi naturalmente il rock'n roll ed i suoi derivati, la sperimentazione ed il folk anglosassone. Troppo classici per poter essere facilmente etichettati con gli standard sempre più massificanti della critica "modernista", ma troppo inevitabilmente di rottura per essere amati dai tradizionalisti del blues, al loro esordio i Led Zeppelin seppero rivolgersi ad un pubblico giovane e dinamico, un pubblico che cercava l'incatalogabile, lo sporco, il pornografico, e che aveva tutti gli strumenti per comprenderlo e diffonderlo. Ma soprattutto, quello dei Led Zeppelin era quel tipo di pubblico che amava divertirsi, eccitarsi e meravigliarsi. Il classicismo degli Zeps offriva una base solida ma sufficientemente sporca da non incombere in spocchiose elucubrazioni musicali, che avrebbero stancato i giovani e lasciato indifferenti gli integralisti. L'innovazione, i coraggiosi salti nel vuoto ad ogni riff, ad ogni sperimentazione di studio o assolo dal vivo, lasciarono avvicinare un pubblico curioso ed affamato di novità. Il successo fu decretato soprattutto negli Stati Uniti, in cui l'amore per le care vecchie sonorità locali del Chicago blues si univa al dinamismo di una gioventù attentissima, estremamente ricettiva alle novità ed alla qualità, il tutto nel contesto del culmine di un'epoca incredibilmente esplosiva e germinale sul piano artistico. Nessuno, prima dei Led Zeppelin, aveva mai saputo attingere ad un bacino così ampio e trasporlo nel rock più duro. Ecco, al di là di qualsiasi profonda analisi, Led Zeppelin è un album duro, forse il più pesante degli Zeps, che negli anni seppero raffinarsi e fare anche di meglio, ma che mai sarebbero riusciti a ritrovare quella graffiante e cinica genuinità.

Good Times, Bad Times

Sul lato A di Led Zeppelin partiamo con "Good Times, Bad Times" (Bei tempi, brutti tempi), pezzo orecchiabile e strabordante al tempo stesso, ideale per alzare subito l'attenzione dell'ascoltatore e far capire di che pasta è fatta la band. È Bonham ad aprire le danze ritmando sul charleston, esplodendo sul rullante ed infine imponendo il ritmo con la sorda profondità della grancassa, lasciando entrare Page, che prima tentenna in poche note un efficacissimo riff, poi parte e va giù in picchiata rischiando più e più volte di sfracellarsi, riuscendo sempre a risalire vertiginosamente, così da rendere ben chiara l'essenza da lui decisa per la musica dei Led Zeppelin, ed infine ruggendo e dimenandosi sul finale del pezzo. La voce di Plant si muove leggera e sensuale sulle note più pesanti, facendosi lacerante e dura quando pensi ci sia un attimo di tregua. Jones sembra fare il minimo sindacale, come sempre all'ombra del danzante putiferio dei compagni, ma in realtà le sue note precise ed essenziali sono ciò che tengono insieme il pezzo, come per tutte le altre canzoni dei Led Zeppelin; una silenziosa trave portante. Il testo della canzone, o per meglio dire quasi ogni testo degli Zeps, ruota attorno ad una donna, che qui funge da "pretesto" per accennare una tematica vagamente esistenzialista sulla crescita ed il disincanto: l'illusione di crescere, di "diventare uomo", quando poi si rimane sempre dentro gli stessi problemi, l'alternarsi di momenti in cui l'amore sembra poter durare per sempre, a momenti in cui tutto svanisce in un attimo per il tradimento o per la noia, lasciando suonare come una bugia la promessa d'amore eterno sul finale. D'altra parte i testi dei Led Zeppelin sono quasi sempre puramente marginali, concettualmente parlando. Più che un fatto di parole è un fatto di suono. E di sensazioni. Led Zeppelin è un disco d'esordio perfetto per una band che intendeva riscrivere le regole del blues, ed infatti nonostante la presenza di pezzi originali come Good Times, Bad Times, esso è principalmente un confronto diretto, e date le tinte decisamente spudorato, con la classicità dell'universo blues. Molti pezzi sono delle cover, ripensate da capo a fondo ed assurte definitivamente a nuovo. Non nuovo nel senso musicale, o di genere, perché per quanto distorta o appesantita la musica degli Zeppelin era e rimane Blues, ma nuovo idealmente, culturalmente. Chiunque voglia davvero rappresentare una rottura col passato sa di dover ricominciare proprio da lì, attingendone a piene mani con devozione, per poi cambiare il modo di pensare la musica - ed il mondo - in spregio alle regole di quello stesso passato. Questo è esattamente ciò che facevano i Led Zeppelin quando "saccheggiavano" il repertorio di artisti noti o meno noti.

Babe I'm Gonna Leave You

È il caso del secondo pezzo, "Babe I'm Gonna Leave You" (Bambina, ti lascerò), della cantante folk Anne Bredon, noto anche nella versione di Joan Baez del '63. È una tradizionale canzone folk dall'intenso lirismo e drammatico pragmatismo. Il testo parla di una storia che finisce, di un amore forte eppure impossibile. Quello degli Zeppelin è però un testo fortemente rivisitato, rispetto all'originale, reso da Plant più confuso e interpretabile con l'immissione di potenziali e promesse scene familiari, anche se sostanzialmente il succo farebbe pensare all'allontanamento dai legami per seguire la propria carriera, i propri sogni, quasi un preludio all'antica amante ritrovata dopo dieci anni nella bellissima Ten Years Gone, del '75. Nonostante ciò, e nonostante le promesse, Lui se ne va, carico di malinconia, ad abbracciare il suo destino, fame and fortune, come avrà da rallegrarsi un po' mestamente, ma mai pentito, qualche anno dopo. Secondo altre versioni il senso è ancora più assoluto, ed il distacco cui accenna il brano rappresenterebbe un riferimento alla morte, mentre la casa ed il ricongiungimento sarebbe un riferimento a ciò che vi è dopo, sottintendendo problematiche legate alla depressione ed al suicidio. I Led Zeppelin eseguono il pezzo distorcendolo con psichedelìe elettroniche e veementi percosse da parte di Bonham, ma rispettandone essenza ed atmosfera: la voce di Plant passa da un rassegnato lamento al sussurro, poi al grido disperato ed ancora al sussurro. La chitarra di Page arpeggia con ossequiosa corposità mentre Robert parla alla sua donna, esplode insieme a lui nei suoi accorati "babe, babe!", mentre John Paul Jones sostiene tutto il peso della tradizione, pur seguendo i compagni nella loro discesa agli inferi ad ogni momento. 

You Shook Me

I Led Zeppelin proseguono su questa linea anche nella successiva "You Shook Me" (Mi stordisci), di Dixon e Lenoir, passando dal folk al blues e rivelando con ordine e precisione ogni tassello del loro background. You Shook Me era uno dei pezzi alla base dello stile e del repertorio degli Yardbirds, e non a caso era già stato reinterpretato mesi prima da Jeff Beck nel suo Truth. La faccenda aveva portato a prevedibili dissidi tra lui e Jimmy Page, che però si difese rimarcando la provenienza del pezzo dallo stesso bacino culturale di Beck, nonché le similitudini tra i gusti dei due ex compagni di palco. Ad ogni modo, la versione di Page si rivelò un capolavoro di esecuzione in studio. John Paul Jones registrò l'organo a doppia tastiera ed il piano elettrico, Plant l'armonica. Page curò tutti quei piccoli dettagli che rendevano You Shook Me così indigesta agli ortodossi del blues, mentre Bonham ne ridefiniva i confini della ritmica. In questo mix di eterogenee sinergie, ognuno degli Zeps vi costruisce sopra il suo personale assolo, in un crescendo ricchissimo e corposo, fino all'exploit di chitarra e batteria preludio di quel famoso botta e risposta tra la voce di Plant e la chitarra di Page. Ed è proprio quest'ultima che, inevitabilmente, svetta su ogni altra sonorità: quella Fender Telecaster del '58 regalatagli proprio da Jeff Beck nel 1965. La famosa Gibson Les Paul Standard Sunburst, invece, sarebbe stata acquistata solo alcuni mesi più tardi, divenendo quasi il simbolo del sound Zeppelin. Jimmy Page si diverte e si sente, è il suo pezzo, e sono il suo strumento ed il suo lavoro di distorsione in studio a definire la personalità della composizione e della band. Il testo naturalmente parla di una donna. Una donna che, fondamentalmente, attizza il desiderio: mi scuoti, bambina, che soprattutto in inglese, e dato il tono ed il contesto, sottintende un fremito erotico tale da rendere superflui ma divertenti gli evidenti doppi sensi. Una "sottile" allusione, qualche promessa da spaccone, un po' di ironia, ed il gioco è fatto. Sebbene nella versione originale, registrata nel '62 da Muddy Waters, il testo sottintendesse una relazione extraconiugale e, in quanto tale, vissuta con l'eccitazione della clandestinità (tema caro al Chicago blues), nella versione Zeppelin questo aspetto è tralasciato in favore di una maggiore leggerezza e spiccato erotismo.

Dazed and Confused

Come una logica conseguenza, un naturale prolungamento, parte "Dazed and Confused" (Stordito e Confuso), che a ben vedere potrebbe essere il tetro capolavoro di quest'album. L'autore originale è il cantante folk-rock Jake Holmes, che gli Yardbirds ebbero modo di apprezzare durante il loro tour americano del '67, al punto da incidere una loro versione del pezzo. In seguito, per Led Zeppelin, Page mantenne l'idea di eseguire una cover del brano, ma stravolgendone ulteriormente le basi. In origine era John Paul Jones: è il suo basso, cupo e pesante, a dominare per personalità il pezzo ed a sorreggerne l'atmosfera. Poi entrano in gioco le sue tastiere, ed è ancora Jones. Fino all'attacco della voce di Robert Plant, più tetra e più blues che mai, un Plant devastato di amore e di risentimento fino alla misoginia, folle fino alla vendetta per una donna che lo respinge e lo prende in giro: quasi un'entità malefica, mistificatrice e traditrice che con i suoi inganni "stordisce e confonde", lasciando dentro l'animo altrui il caos e ed il risentimento. Nell'accezione di un certo tipo di blues, la donna è tale per natura: oggetto del desidero ma anche portatrice di caos ed irrazionalità, cosa che comunque rientrava perfettamente nell'ottica di Jimmy Page, la cui chitarra è ancora più distorta e più cattiva che in precedenza; è in questo pezzo che il chitarrista dei Led Zeppelin usa la sua famosa tecnica con l'archetto, che parrebbe sia stata usata in precedenza proprio da Jake Holmes, l'autore della canzone. Tuttavia, Page avrebbe in seguito rivelato che ad ispirarlo a tale tecnica fu il violinista scozzese David McCallum Senior, padre del più noto attore e musicista. John Bonham definisce il ritmo e i ritmi del pezzo: quando la canzone è al culmine del suo inquietante disagio, è lui che deflagra una rullata aprendo la strada alla rabbia di Plant; quando tutti e quattro discendono in un baratro di onirica psichedelia, è ancora Bohnam a risvegliarli dal sogno e riportarli alla realtà, irrompendo sulla scena col suo poderoso break. È Bonzo ad accompagnare Page durante il suo turbinoso assolo, ed è lui a congedarlo esplodendo, letteralmente, sui tamburi. La canzone va a scaricarsi tornando alla sua sonorità iniziale, offre ancora barlumi, sprazzi di rabbia e rancore ed infine si spegne nell'orgasmo di Robert Plant. Il dirigibile Hindenburg è in fiamme.

Your Time is Gonna Come

Led Zeppelin riprende il via con "Your Time is Gonna Come" (Il tuo tempo è giunto), una ballata in cui l'onnipresente organo di Jones e gli efficaci riff di Jimmy Page la fanno da padroni. La composizione, che con l'uso massiccio dell'organo ed il coro sul ritornello ha un ché di "liturgico", è in realtà caratterizzata da un altro banale, ma assolutamente evocativo, testo d'amore giovanile di matrice blues: lei si comporta scorrettamente con lui, lo tradisce o glielo fa credere, lo avvicina per poi allontanarlo con crudele gratuità, "mente" e "imbroglia". Ma, disilluso e minaccioso al tempo stesso, lui decide di vendicarsi ripagandola con la stessa moneta, per cui "your time is gonna come" (sta arrivando il tuo turno). Per alcuni versi sembra si parli ancora della protagonista di Dazed and Confused, ma dal punto di vista di Page, che delle donne aveva un'opinione a cavallo tra idealizzazione e misoginia, potrebbe riassumersi semplicemente in una generalizzazione, un tema ricorrente, cosa che in fondo era un tratto peculiare del blues da ben prima dell'arrivo dei Led Zeppelin. Del resto, come già detto, nei primi Zeps il testo è importante come suono, e non come parole, e d'altra parte la voce e gli atteggiamenti di Plant si esprimono magnificamente anche e soprattutto quando si parla di donne. Ciò che invece caratterizza la melodia del brano è Il bellissimo suono di chitarra, realizzato con una Fender "steel guitar" a 10 corde, che addolcisce l'atmosfera in un piacevole contrasto col testo. 

Black Mountain Side

La "liturgia gregoriana" del coro precedente va a sfumare sul finale, trasformandosi gradualmente in un'altra "liturgia", ma indiana: quella di "Black Mountain Side" (Il fianco della Montagna Nera), un pezzo strumentale che lavora in stretta sinergia con il brano successivo, di cui è praticamente l'opposto. Tratta da Down by Blackwaterside, un vecchio stornello irlandese di autore sconosciuto, Black Mountain Side è un breve pezzo dal gusto delicato ed eterea raffinatezza, caratterizzato unicamente dal suono dei tradizionali tamburi indiani tabla di Viram Jasani, chiamato a dare un tocco di purezza esotica, e naturalmente dall'impeccabile finger picking di Page su una Gibson acustica J-200, già apprezzata su Babe I'm Gonna Leave You. L'idea di usare una canzone popolare irlandese, e di stravolgerla cambiandone radicalmente il contesto musicale, era una scelta che parlava chiaro della fine che facevano le etichette, e qualsiasi presupposto fondamentale, in mano ad una band come i Led Zeppelin. 

Communication Breakdown

Com'è bello sentire un pezzo così evocativo, trasognato e tecnicamente ineccepibile venir seguito dalla tracotante e sfilacciata euforia di "Communication Breakdown", traducibile grossomodo in "collasso della comunicazione": pochi accordi di basso e di chitarra sparati senza pudore alcuno ad inseguire un Bonham che corre follemente come non mai. Page reinventa ancora una volta il suono della sua Fender applicando mezzi sempre diversi di registrazione e di esibizione dal vivo, riuscendo ad anticipare sonorità che, lapidatemi pure, sono un preludio di Punk. Non a caso ha ispirato artisti tra i più vari, fra i quali Johnny Ramone, dei Ramones. Il testo, com'è giusto che sia, non è nient'altro che un'estensione dell'esaltazione del brano da parte di un arrapatissimo Plant, inebriato da una ragazza talmente eccitante da "interrompere la comunicazione" fra cervello e... istinto. Una cascata di parole atta ad esprimere, ribadire, inculcare maniacalmente lo stesso concetto, meccanicamente e ritmicamente proprio come l'atto sessuale, in un tripudio di sinergia comunicativa tra l'estrema sintesi del testo e l'erotica espressività del cantante; un Robert Plant che al culmine dei suoi vezzeggiamenti e doppi sensi urla Suck It!, e non penso ci sia bisogno di traduzioni. Tra la chitarra pazza di Page, gli urli di Plant potenziati dal coro nel ritornello, ed il solito grezzissimo Boham, Communication Breakdown è il culmine ideale dell'album, che con i suoi due minuti e ventisette secondi di folle corsa sessuale si incastra in una perfetta cornice con Good Times, Bad Times, e in dicotomia con l'opposta Black Mountain Side sembra dirci: "siamo i Led Zeppelin e possiamo fare tutto quello che desideriamo"

I Can't Quit You Baby

L'album comincia a concludersi così come era cominciato, con due pezzi fortissimamente blues. "I Can't Quit You Baby" (Non posso lasciarti, bambina) è ancora una volta la rivisitazione di un pezzo di Willie Dixon, registrato per la prima volta da Otis Rush nel 1956. È un brano lento e sensuale tipico del Chicago blues, che nella versione Zeppelin risulta estremamente quadrato nella composizione, ed è dedicato semplicemente ad una giovane amante dalla quale, a dispetto della famiglia e dell'amor proprio, ci si lascia volentieri incasinare la vita: lui la cerca, la circuisce, le esprime il suo amore tormentato da quell'animo infantile, e quando afferma di gemere, la voce di Plant geme, quando asserisce di lamentarsi, la voce di Plant si lamenta con lui, in uno scambio di battute tra concetto ed esecuzione alquanto teatrale ed assolutamente blues. I Can't Quit You Baby è dunque un brano classico nell'approccio e zeppeliniano nello svolgimento, qualcosa di pressoché perfetto per cominciare ad accomiatarsi con stile, alla maniera sfumata che piaceva allora. Nonostante i Led Zeppelin si siano approcciati alla canzone sulla base delle sue precedenti interpretazioni, lo stile pesante, gli assoli, gli spunti di improvvisazione e la stessa strumentazione rendono il prodotto di Page e compagni unico e superiore rispetto al passato. Il modo di Page di spezzare il suo assolo in perfetta simbiosi con la batteria di Bohnam, ora pesante e funesta, ora agile come un gatto, è da antologia. Questo quadro generale fece sì che I Can't Quit You Baby sarebbe rimasta tra le tracce preferite dagli Zeppelin durante i loro live ancora per molto tempo a venire. 

How Many More Times

Il successivo ed ultimo pezzo, "How Many More Times" (Quante altre volte ancora), avrebbe potuto anche chiamarsi "Signore e Signori avete ascoltato i Led Zeppelin, la band più figa della vostra vita". Sebbene sul disco il brano venga accreditato a Page, Jones e Bonham, esso è chiaramente un lavoro a otto mani su cui tutti i membri della band hanno avuto modo di intervenire. È una summa di tutto ciò che Led Zeppelin ha espresso fino a questo punto, con riferimenti ed ispirazioni che vanno dal più classico blues alla Albert King, fino all'esperienza personale di Jimmy Page con l'ex compagno di palco Jeff Beck, dal quale il primo ha imparato molto. In particolare, si sente molto l'affinità con Beck's Bolero, un pezzo del '66 di cui Page suonò la chitarra d'accompagnamento, e che vide anche la partecipazione di John Paul Jones in una delle sue allora sporadiche collaborazioni con Page. Sia il titolo che il testo fanno riferimento a How Many More Years, del leggendario Chicago bluesman Howling Wolf. Il testo, più lungo e articolato rispetto a quello dei pezzi precedenti, parla della relazione con una ragazzina, una "scolaretta" che cattura il desiderio del nostro cantante e rappresenta un piccolo, capriccioso raggio di sole nella sua vita altrimenti ordinaria, caratterizzata da un'esistenza banale di vita familiare, priva di passioni proibite e notturne. Ed egli, da insoddisfatto e piccolo borghese uomo di famiglia, si trasforma improvvisamente in spietato cacciatore, in un predatore notturno in cui la giovane donna oggetto del desidero è preda e predatrice al tempo stesso. Nonostante il testo faccia esplicito riferimento a Robert Anthony, cioè a Plant, dal momento che Robert Anthony Plant è il suo nome completo, considerata la natura del testo e quella dei brani scritti in futuro dal cantante, nonché il rapporto particolare con le groupies che caratterizzava Jimmy Page, è probabile che sia quest'ultimo ad aver maggiormente inciso sulla tematica trattata nella canzone. D'altra parte, sulle storie tra Jimmy Page e le frotte di scatenate fans solitamente minorenni che lo attorniavano, sono nate intere leggende. Parliamo di ragazzette assatanate e ventenni euforici dediti a divertirsi nei modi e coi mezzi più disparati; un'accoppiata vincente. Il testo della versione dei Led Zeppelin, inoltre, inquadrato nella pluralità della natura del brano, differisce totalmente dal pezzo di Burnett cui è ispirato, raccontando una storia ben più ambigua e solare. Per non farci mancare proprio nulla, Page suona ancora una volta la chitarra con l'archetto da violino, tecnica che in futuro sarebbe divenuta iconica dei concerti Zeppelin, ma che raramente sarebbe stata riutilizzata in sala di registrazione. How Many More Times, che con i suoi oltre otto minuti è la canzone più lunga dell'album, non ha una sola anima, ma è come composta da molteplici piccoli brani ognuno con un'anima diversa: parte come un blues distorto e si trasforma in un rock'n roll che vola in picchiata verso lande di onirica psichedelia, diviene puro narcisismo dei suoi esecutori e poi torna prepotentemente blues, ma di un genere che non si era ancora mai sentito. Robert Plant urla e si dimena come se si trovasse lontano, sovrastato dai suoni sempre più folli e potenti che lo circondano, fino a deflagrare nell'orgiastico e divertito finale, appropriata conclusione di un album sopra le righe dall'inizio alla fine, capace di cambiare tutto pur senza davvero inventare qualcosa dal nulla, e che in virtù di ciò rappresenta uno degli anelli di congiunzione tra due epoche artisticamente distinte. Forse, proprio l'anello più importante.

Conclusioni

Il successo di Led Zeppelin fu pressoché immediato negli Stati Uniti, e grazie al fatto che l'album fosse stato registrato in economia a spese di Page e Grant, a vantaggio di una maggiore libertà artistica, esso rese qualcosa come duemila volte il suo costo di produzione. Grazie all'intraprendenza ed alla conoscenza del mercato di Peter Grant, Led Zeppelin si impose per ciò che era stato concepito per essere, ovvero un prodotto che mettesse in luce la potenza dei Led Zeppelin così com'era dal vivo, senza troppe sovrastrutture. Merito di tale risultato, fu il rivoluzionario lavoro di registrazione svolto da Page, che contrariamente alla tradizione di mettere semplicemente alcuni microfoni a ridosso di amplificatori e percussioni, ne incluse un altro ad alcuni metri di distanza, registrando il bilanciamento tra i due spazi, ed ottenendo come risultato un sound che, incredibilmente, sembra veramente avere il riverbero e le vibrazioni di uno spettacolo dal vivo. Grant fece sì che il pubblico conoscesse gli Zeppelin senza tradire la loro immagine di musicisti live, facendo in modo che si esibissero in alcuni spettacoli dal vivo per la BBC, in alternativa ai normali standard di programmazione musicale che prevedevano solo brevi singoli tratti dagli album, cosa che i Led Zeppelin non facevano. L'album entrò ai primi posti nelle classifiche americane restandovi per 73 settimane, 79 in quella britannica, ed a luglio del '69 gli Zeps ottennero il loro primo disco d'oro. La critica fu molto meno recettiva del pubblico, ed inizialmente quasi stroncò l'album; in particolare, la celebre rivista Rolling Stone fu molto dura nel suo giudizio, salvo poi "cambiare idea" e ammorbidire i toni quando fu chiaro che il successo della band, a dir poco strepitoso, aveva raggiunto vette così alte da sovrastare qualsiasi critica. In seguito, la stessa Rolling Stone avrebbe posto Led Zeppelin al ventinovesimo posto fra i cinquecento migliori album di sempre. Ah, la voluttà della critica! Ma d'altra parte, dati i presupposti, non c'è da stupirsi che un simile prodotto venisse compreso con difficoltà, quando non apertamente osteggiato. Tra il 1969 ed il 1970 gli Zeppelin suonarono live di continuo, circa centocinquanta concerti tra Europa e Stati Uniti, decine nella sola estate del '69, durante la quale, tra un concerto e l'altro e relative baldorie complete di alcol e ragazze pronte a tutto, ebbero il tempo di scrivere e registrare quello che a ottobre sarebbe stato il loro secondo album. Cominciava per tutti loro un sogno ad occhi aperti fatto di continui tour, feste sfrenate, arresti in stato di ebbrezza (Bonzo docet), ragazze pazze per loro, esoterismo e magia, soldi a palate e incontri con le più belle personalità artistiche dell'epoca. Ma anche piccoli e grandi drammi che contribuirono a maturarli artisticamente ed umanamente. I Led Zeppelin sono stati e sono tutt'ora i miei preferiti, ma non certo gli unici ad aver rivoluzionato il rock in quegli anni: nello stesso periodo avevano debuttato i Blue Cheer, suonavano i primi Black Sabbath (che ancora si chiamavano Earth) e pochi mesi prima era uscito il primo album dei Deep Purple. Che annata, ragazzi! Tuttavia l'esperienza dei Led Zeppelin per me rimane la più emblematica, artisticamente parlando, ed anche quella che alla lunga si è incredibilmente dimostrata più resistente al tempo e, soprattutto, alle etichette preconfezionate. Merito probabilmente di quella misteriosa e fortuita alchimia di cui si parlava all'inizio. Jimmy Page ricorda così, in un'intervista al giornalista Gary Graff, l'esperienza di quel piccolo scantinato in cui lui, Robert Plant, John Paul Jones e John "Bonzo" Bonham suonarono per la prima volta insieme: "Penso che tutto sia dipeso dal fatto che i quattro membri dei Led Zeppelin fossero molto diversi tra di loro nella loro vita quotidiana. Eravamo tutti diversi l'uno dall'altro eppure, per chissà quale motivo, la divina provvidenza ci mise insieme. Fu così fin da subito, dalla primissima prova. Provammo un solo pezzo. Alla fine vi fu una specie di silenzio sbalordito, di attesa. Fu come se il cielo fosse a conoscenza di ciò che stava accadendo. Nessuno di noi aveva mai suonato con musicisti così, ed improvvisamente eccoci tutti e quattro insieme, e fu qualcosa di misterioso e inquietante. E fu un bene. Lo sarebbe stato sempre, anche dopo, dal primo all'ultimo giorno". 

1) Good Times, Bad Times
2) Babe I'm Gonna Leave You
3) You Shook Me
4) Dazed and Confused
5) Your Time is Gonna Come
6) Black Mountain Side
7) Communication Breakdown
8) I Can't Quit You Baby
9) How Many More Times
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