LED ZEPPELIN

Led Zeppelin IV

1971 - Atlantic Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
29/12/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Giunto a questo punto devo ammetterlo: non vedevo l'ora di arrivare a parlare del quarto album dei Led Zeppelin. Non perché sia il mio preferito, o il più significativo sul piano strettamente personale (non lo è), e nemmeno perché effettivamente "IV" è probabilmente l'album più famoso dei Led Zeppelin nonché, nel corso degli anni, uno dei più venduti e premiati in assoluto. Non è neanche lontanamente per una di queste ragioni, come nemmeno per il fatto che sia il disco ospitante il più famoso capolavoro firmato Zeppelin, di cui naturalmente parleremo in seguito. Piuttosto, il fatto è che parlando di Led Zeppelin, o Led Zeppelin II, o Led Zeppelin III, io effettivamente sto parlando del primo, o del secondo, o del terzo album degli Zeps: del loro debutto, del loro consolidamento, della loro fase sperimentale. Ma se parlo di Led Zeppelin IV, allora parlo davvero di Led Zeppelin, non di fatti, eventi o citazioni che li riguardino, ma di loro: Robert Plant, Jimmy Page, John "Bonzo" Bonham e John Paul Jones, nel senso più profondo del termine. Nessun album rappresenta meglio di questa quarta fatica l'essenza pura di una band così famosa, amata, odiata, discussa. Per capirci, è come parlare di una persona prendendo come esempio il momento più fulgido ed importante della sua vita dal punto di vista fisico, intellettuale e spirituale. Dei Led Zeppelin ho già scritto della promettente infanzia, la dirompente adolescenza e la controversa maturità; ora parlerò della loro età adulta, che li vede al massimo delle potenzialità psico-fisiche ed artistiche. Sono i Led Zeppelin che riassumono le grandi tappe precedentemente acquisite, e che anticipano il successivo, sofferto percorso umano ed artistico. Partiamo con ordine, e cioè dalle controversie che alla fine del 1970 seguirono l'uscita del terzo album della band britannica. Led Zeppelin III aveva infatti lasciato l'amaro in bocca a molti fans, nonostante le enormi vendite e le eccellenti posizioni nelle classifiche mondiali, ma soprattutto (cosa assolutamente non nuova per la band) esso non era stato accettato dalla critica, che ne aveva anzi demolito i presupposti e negato lo spessore. Tale atteggiamento di generale mancanza di comprensione (arrivata poi postuma, come spesso accade coi buoni prodotti) lasciò un solco profondo nei Led Zeppelin, che per circa un anno e mezzo evitarono ogni intervista o qualsivoglia dichiarazione rivolta ai mass media. Per tali ragioni la stampa di settore, che allora come oggi amava mettere in giro notizie più o meno infondate allo scopo di aumentare le vendite, fece circolare la voce di un imminente scioglimento della band. Per tutta risposta i Led Zeppelin organizzarono una fitta agenda di concerti in giro per il mondo, decisamente nel loro stile. Nel frattempo non si perse tempo: subito dopo l'uscita del III Robert Plant e Jimmy Page si riunirono  nuovamente a Bron Yr Aur, il bucolico cottage gallese della famiglia Plant, allo scopo di mettere mano a nuovi testi ed arrangiamenti, in parte già abbozzati durante la precedente permanenza tra le colline del "Seno D'oro". Poi, presi con loro Jones e Bonzo, trasferirono armi e bagagli ad Headley Grange, un'abitazione del tardo diciottesimo secolo che fungeva da studio di registrazione e sala prove, ma con un passato di rifugio per oppressi e senza tetto, orfanotrofio, infermeria e casa di cura, cosa che ne faceva il luogo ideale per quelle storie di fantasmi che tanto bene riuscivano ad amalgamarsi con l'aura misterica che attorniava i Led Zeppelin. E come capiremo presto, così come era stato per Bron Yr Aur, ancora una volta il luogo ove lavorare e cercare ispirazione avrebbe posto un marchio indelebile nella personalità del nuovo lavoro in arrivo. Il 5 marzo, a Belfast, i Led Zeppelin si esibirono per la prima volta in una versione ancora "grezza" di Stairway To Heaven, il loro futuro capolavoro-simbolo, mentre in successive date snocciolarono diversi di quei pezzi che mesi dopo sarebbero usciti con il quarto album, tra cui Black Dog. Sebbene la gran parte delle date fosse destinata ai locali britannici e statunitensi, rimane leggendario il (non) concerto del 5 luglio al Velodromo Vigorelli di Milano, organizzato dal Cantagiro. Come in tutti gli show di quel periodo organizzati dall'allora nota manifestazione canora itinerante, era previsto che agli artisti della canzone popolare italiana si associasse una famosa band straniera, ed in quel caso: I Led Zeppelin. C'erano, però, almeno due grossi "ma". Il primo era il fatto che stavolta praticamente tutti, tra i quasi quindicimila spettatori del Velodromo, fossero lì unicamente per gli Zeppelin. Ciò diede vita ad una situazione imbarazzante in cui chiunque salisse sul palco veniva a prescindere insultato, fischiato e reso bersaglio di oggettistica varia, cosicché diversi cantanti tra cui Morandi e Bobby Solo furono praticamente impossibilitati ad esibirsi, mentre solo un po' meglio andò ai New Trolls. Il secondo ma, quello più grosso, era la presenza di manifestanti politici dentro e fuori il Vigorelli, una legione di poliziotti e lacrimogeni a non finire. Come previsto, all'entrata dei Led Zeppelin sul palco il boato fu enorme, mentre fuori cominciavano le prime cariche della polizia. Pur con una scaletta tagliatissima, dopo pochi brani (tra cui Black Dog e Whole Lotta Love) la band fu costretta ad interrompere lo spettacolo a causa del lancio di lacrimogeni fin dentro il Velodromo, proprio mentre Bonzo era impegnato nel suo assolo di Moby Dick. Mentre gli Zeps, abbandonati gli strumenti, si barricavano nell'infermeria coprendosi il volto con i vestiti e piangendo anche l'anima, sotto al palco e fuori del Vigorelli era un lento fuggi fuggi di fans in mezzo al caos della guerriglia scatenata dai cosiddetti autoriduttori, fomentatori vari e dalla reazione delle forze dell'ordine. Fuori le cariche continuarono, mentre i manifestanti rovesciavano automobili a mo' di barricata. Durante un'intervista, Plant raccontò che gli agenti spararono lacrimogeni nella loro direzione mentre la band lasciava il palco, e che alcuni di questi sfondarono le finestre andando a finire nei camerini dove erano andati a barricarsi i membri del gruppo. Fu la più drastica interruzione di un concerto che il nostro paese ricordi, e da allora i Led Zeppelin, almeno in quanto band, non avrebbero mai più messo piede in Italia. Che tipi questi britannici, un po' di guerriglia urbana e se ne vanno. E fu così che ci giocammo anche i Led Zeppelin. In estate, finita la trafila di concerti, gli Zeps si presero la rarità di sei settimane di pausa per lasciare a Page il tempo di lavorare sul secondo missaggio del futuro album, dopo che il primo aveva riscontrato problemi. Inoltre occorreva lavorare sulla grafica di copertina e le eventuali illustrazioni, sul titolo e sugli aspetti promozionali dell'album. Tali problematiche furono tutte risolte da Page e compagni con la stessa idea di base, una trovata coraggiosa nonché potenziale suicidio commerciale. Partiamo dal titolo e dagli aspetti promozionali: non ci furono. Né un titolo, né pubblicità. Su esplicita pressione della band, l'album rimase senza titolo (né scritta alcuna) per una sorta di protesta nei confronti della critica e delle sue logiche di mercato, che oltre a criticare negativamente la band fin dal suo debutto, pretendeva di inquadrarla in un genere prefissato. Per tale motivo in realtà il quarto album ha parecchi titoli: il classico "Led Zeppelin IV", "Untitled" (Senza Titolo), "Four Symbols", "The Fourth Album", ed il più emblematico: "ZoSo". Il perché di alcuni di questi nomi, come vedremo tra poco, ha a che fare con l'estetica dell'album, importante stavolta quasi quanto la musica stessa. Ricalcando dunque, nella "non scelta" del titolo, ciò che i Beatles avevano sperimentato con il loro Album Bianco, Page decise anche che IV non avrebbe avuto alcuna forma di promozione, quasi a sfidare i mercati e chi affermava che i loro dischi vendessero solo in virtù di una fama abusata. In realtà, proprio in ragione di tali caratteristiche l'album avrebbe generato un hype, un'attesa, quasi senza precedenti e le vendite sarebbero state enormi fin dalla prima settimana. Ma andiamo con ordine. Dopo l'esperienza fallimentare dell'interessante ma inadeguata cover art di Led Zeppelin III, Page decise di seguire personalmente ogni aspetto grafico inerente il nuovo album, dandogli la propria personale impronta. Infatti, nonostante tra le sfumature estetiche possiamo ravvisare la personalità dei diversi membri del gruppo, l'anima dei Led Zeppelin intesa come background ed estetica era, da sempre, un'estensione dell'eclettico chitarrista. Ma dalla semplice e già ben definita estetica della musica blues e rock'n roll, la quale in buona misura aveva influenzato le precedenti grafiche della band, a quella di Led Zeppelin IV, c'è un divario di maturità musicale e personale reso possibile da tre anni di dischi e di concerti no stop in tutto il mondo, nonché dai notevoli tasselli aggiunti, nel tempo, da ogni membro del gruppo; a tal proposito voglio evidenziare ancora una volta che, anima della band o meno, Jimmy Page non agì mai, come spesso accade in situazioni analoghe nel mondo del rock, come una primadonna. Al contrario, seppe sempre intuire quando il proprio talento raggiungeva il suo limite e si rendeva necessario quello degli altri, per ottenere la perfezione; seppe dare spazio ad ogni influenza ed opinione pur dirigendo sempre ogni cosa da dietro le quinte, anche a costo di rimanere in disparte, cosa che tanto faceva solo aumentare il suo fascino dinanzi ai fans (e le fans), molto più misterioso e conturbante di quello smaccato ed eclatante di Robert Plant. Tali regole valgono sia per la musica che per l'estetica, ed è questo che otteniamo in Led Zeppelin IV: un grande manifesto dei Led Zeppelin, con la regia di Jimmy Page. Come sempre, ma molto più di sempre. Sulla grafica dell'album, illustrazioni interne incluse, vorrei evitare di dilungarmi essendomi già espresso in una recensione ad hoc sulla sezione "Artwork" del nostro sito (di cui trovate il link in fondo a questa pagina). Tuttavia occorre comunque riassumerne i punti salienti, poiché ognuno degli elementi che compongono la parte immaginifica dell'album è importante per la comprensione della personalità dello stesso, e quindi a goderne fino in fondo l'ascolto. Innanzitutto, concettualmente parlando, l'assenza di qualsiasi scritta significava non solo la silenziosa protesta nei confronti della critica, ma suggeriva anche la poca importanza che le parole, con dettagli come "titoli" o "autore", avevano nei confronti dei reali contenuti: la musica in primis, e le immagini; anzi, i simboli. Il simbolo infatti, oltre ad essere di solito funzionale sul piano grafico, è uno straordinario mezzo di comunicazione dal punto di vista commerciale: grazie all'implicita vaghezza, permette di imprimere una serie di concetti nello spettatore senza correre il rischio di scoprire il fianco e mostrare eventuali leggerezze od incongruenze. Per band che, come i Led Zeppelin, basano la loro forza sul sound e sull'accenno di concetti in chiave ermetica o metaforica, il simbolo è sempre stato un mezzo fascinoso e funzionale nell'accompagnare il suono, ben più di qualsiasi parola o descrizione. Ecco perché il "potenziale suicidio commerciale" di Led Zeppelin IV si tramutò in enorme pubblicità. Ancora una volta, il talento imprenditoriale di Page e del manager Peter Grant aveva trionfato su qualsiasi nefasta previsione di mercato. La prima importante simbologia è riassunta nell'immagine di copertina: l'immagine di un vecchio quadro, appeso su un fatiscente muro scrostato, in rovina; vi è raffigurato un vecchio che trasporta fascine di legno sulla schiena, circondato da un paesaggio bucolico. La stessa immagine prosegue in prospettica ed armoniosa continuità fino al retro di copertina, trasformandosi in uno scorcio di periferia urbana dai colori vagamente alienanti. Vi è una dicotomia concettuale nell'evidente contrapposizione di scenari: da una parte l'ovvio confronto tra il vecchio ed il nuovo, col primo ridotto a mero, nostalgico ricordo sbiadito, ed il secondo stagliato ed acceso ma alienante e squadrato; in pratica, Bron Yr Aur e la sua illusione di una realtà permeata di mistero e magia si contrappone alla realtà di tutti i giorni, che poi è quella dove i membri dei Led Zeppelin sono cresciuti per gran parte della loro vita. Dall'altra parte, la contrapposizione tra due scenari che in qualche modo convivono rappresenta la musica stessa degli Zeppelin, in cui le atmosfere noir del blues o quelle roboanti del rock'n roll si fondono con quelle trasognate e bucoliche del folk. In entrambi i casi non vi è una palese e tirata valenza negativa in tale contrapposizione, ma semplicemente la constatazione di un dato di fatto. Il passato è visto come un rifugio dal quale trarre ispirazione, ancora permeato da forze magiche oscure e primordiali, benigne o maligne, ma in ogni caso necessarie a comprendere il mondo. L'illustrazione all'interno dell'album ad opera di Barrington Colby, proseguendo sul sentiero del simbolismo, va a toccare ancor più direttamente l'universo esoterico amato e studiato da Jimmy Page. Se infatti l'immagine di copertina si presta ad un discorso più ampio (ed è evidente l'apporto concettuale oltre che materiale di Robert Plant), l'illustrazione di Colby è un chiaro riferimento all'esoterismo di cui Page era il principale amateur tra i membri del gruppo. Vi è rappresentato l'Eremita, una delle carte dei tarocchi il cui carattere simbolico varia a seconda delle interpretazioni e delle rappresentazioni grafiche; si va dalla conoscenza e la saggezza, che ricollegherebbero l'Eremita al vecchio con le fascine (e quindi ad un passato dominato da un'intrinseca saggezza, diciamo, "popolare"), fino all'abbraccio della superbia (e perciò del peccato originale) e la dominazione della Bestia (intesa come Satana). Lucifero, il cui nome significa "Colui che porta la luce", intesa come "conoscenza", è dunque un filo conduttore che nella natura pagana ed ancestrale dell'esoterismo assume una forma totalmente diversa e non necessariamente negativa rispetto a quella tipicamente cristiana. L'Eremita porta con sé una lanterna (la luce, la conoscenza o consapevolezza), all'interno della quale è rappresentata una stella a sei punte, detta Sigillo di Salomone o esagramma, il cui richiamo all'unione intrinseca tra il "mondo spirituale" ed il mondo reale è in linea con la visione di Page dell'universo, con la dicotomia tra l'urbano e il naturalistico, con gli scenari a metà tra l'acciaio e la magia immaginati da Tolkien e tanto spesso ripresi e citati dai Led Zeppelin, tra ancestrale paganesimo e successive influenze cristiane, ed ancora: tra l'aspra potenza del blues e la magia del folk. Un qualsiasi concerto dei Led Zeppelin era la sintesi perfetta di tutto questo: in ogni metropoli in cui suonassero, su qualsiasi palco attorniato da migliaia e migliaia di persone urlanti ponessero i loro strumenti, aleggiava sempre lo spirito positivo di Bron Yr Aur e quello occulto di Headley Grange. Era palpabile. In ultima analisi, l'esagramma è un richiamo all'entità mistica "incontrata" dall'esoterista più amato da Jimmy Page, quell'Aleister Crowley i cui versi "intrusi" su Led Zeppelin III avevano già fatto discutere in passato riguardo alla presunta associazione tra Jimmy Page e movimenti satanisti. Page, come pure molti altri artisti in quel periodo, era un vero e proprio fan di Crowley, tanto che proprio nel 1971 acquistò la casa che un tempo appartenne al famoso mago, rinomata per le storie macabre su orge rituali, omicidi e vecchie chiese in fiamme: la famigerata Boleskine House, sul Loch Ness. Per concludere la grafica dell'album, i Led Zeppelin optarono per dei simboli rappresentativi da porre come firma alla lista titoli dei brani (posta sulla busta interna); uno per ognuno di loro. Prendendo ispirazione dal Book of Signs di Rudolph Koch, ognuno dei quattro musicisti scelse un'immagine che lo rappresentasse: tre anelli sovrapposti per Bonham (simbolo della famiglia), ed il cerchio con tre archi intrecciati per Jones (a protezione dal male). I simboli scelti da Plant e Page, personalizzati, raffigurano per il primo una piuma all'interno di un cerchio (collegamento coi nativi americani che forse indica l'amore di Plant per una cultura in equilibrio con la natura, nonché per l'America in generale), mentre il simbolo di Page è sempre stato indicato dal chitarrista stesso come un insensato ghirigoro la cui forma assomiglia a delle lettere componenti la parola "ZoSo". Sfociando un poco nella suggestione (ma neanche troppo), in tanti hanno notato come il segno di Page sia in assonanza con Zos Kia Cultis, il culto ideato dal mistico Austin Osman Spare, altra figura di riferimento del mondo dell'esoterismo la cui vicenda si intreccia in alcuni punti con lo stesso Crowley. Tra l'altro l'animale guida di Spare, un'aquila nera da lui spesso rappresentata come un nativo americano, ci farebbe tornare al simbolo scelto da Plant, quest'ultimo reso "complice" da Page durante le lunghe giornate spese insieme a Bron Yr Aur. Le tematiche sull'occulto col tempo sono diventate parte integrante nel linguaggio di una gran fetta di generi derivati dall'hard rock dei primi anni '70, (nonché dai pionieri del decennio precedente); un esempio calzante è l'album Zos Kia Cultis (Here and Beyond), pubblicato dalla band death metal Behemoth, di cui potete trovare la recensione sul nostro sito, completa di molte informazioni su Austin Osman Spare. Se però gli attuali filoni di musica metal si avvalgono di un background estetico/immaginifico (nonché sonoro) basato su estremi molto marcati, visioni più o meno stereotipate di ciò che nella cultura occidentale e cristiana è considerato "occulto" o inerente al male, va ricordato che per le band che, come i Led Zeppelin, si erano affacciate a certe tematiche per prime e soprattutto, proprio come Page, credendoci davvero, la fitta rete di simbolismi e riferimenti a ciò che è comunemente chiamato "occulto" non era affatto indicatore di esaltazione del male, amore per il macabro o quant'altro, né tali concetti venivano usati per rendere più intrigante l'impatto della band. O almeno, non in maniera così marcata come di lì a pochi anni sarebbe avvenuto, e come in parte stava già avvenendo grazie a gruppi pionieristici come i Black Sabbath. Piuttosto, gli Zeppelin preferivano rimanere semplicemente musicisti, ognuno col suo personale background da immettere e lasciar spiccare. Per Jimmy Page l'occulto era un modo per conoscere il mondo, la realtà circostante, senza le barriere e le distorsioni create da secoli di cristianesimo, attraverso un mix tutto anni '60/70 di filosofia, religione e paranormale. Come disse lui stesso: "non si può ignorare il male se si vuole studiare il paranormale", che è come dire: non si può ignorare la violenza se si vuole studiare la storia. Impossibile dargli torto. Ovviamente esistono altre e numerose interpretazioni dei quattro simboli, ad esempio la piuma rappresenterebbe la scomparsa (e supposta) cultura di Mu, il segno di Jones sincerità e competenza, ed altre ancora. Esiste anche un terzo simbolo, quello della guest vocalist Sandy Danny, in virtù del suo contributo alla traccia The Battle of Evermore: tre triangoli convergenti su un punto centrale. Ad estate del '71 ormai finita, il nuovo album si faceva ancora attendere. Nel frattempo i Led Zeppelin terminavano uno dei più proficui e soddisfacenti tour americani della loro carriera, per concludere la trafila di date estive in Giappone, dove vale la pena menzionare l'esilio della band dalla catena di alberghi Hilton a causa dei raid di Bonham e del tour manager Richard Cole, che armati di katana seminarono distruzione ai danni delle porte del loro hotel a Tokyo. Infine, ormai giunti all'otto di novembre, il disco arrivò finalmente nelle case dei fans dei Led Zeppelin, vecchi e nuovi. In molte case di molti fans, a dire il vero: il "suicidio commerciale" della band britannica si trasformò istantaneamente in successo di massa subito dopo l'uscita dell'album. Trovandoci in Inghilterra in quei giorni saremmo potuti scendere, andare al negozio e chiedere l'ultimo album dei Led Zeppelin, che anche senza pubblicità lo sapevano pure i muri che era uscito. Saremmo rimasti titubanti ed inquieti di fronte all'immagine di copertina, poi lo avremmo aperto, avremmo osservato a lungo l'illustrazione dell'eremita rimanendo ancora più turbati, ed ora anche maledettamente curiosi. Avremmo guardato i quattro simboli sulla busta, ripensando a tutte le strane voci che in quegli ultimi mesi erano giunte da amici e conoscenti. Infine avremmo sfilato il disco e l'avremmo lasciato suonare, rimanendo per un attimo estasiati, stupiti ed accontentati al tempo stesso: perché a suonare sono i Led Zeppelin di una volta, proprio loro, quelli del primo e del secondo album, quelli di Immigrant Song; non una nuova band fatta solo di strano misticismo, riff acustici e testi stravaganti, ma quelli duri, dinamici e pieni di eros di sempre.

Black Dog

Led Zeppelin IV si apre alla maniera classica di ogni altro album firmato dagli Zeps, ma lo fa all'ennesima potenza con un brano simbolo, sia della band che dell'hard rock: "Black Dog (Cane Nero)". Se volessimo trovare una canzone in grado di incarnare il sound Zeppelin, Black Dog sarebbe senz'altro tra le favorite. Potente, ironica ed ammiccante, la traccia è ispirata ad un labrador retriever che, pare, si aggirava nei dintorni di Headly Grange nel periodo di registrazione di Led Zeppelin IV. Un bel cane nero piuttosto attempato ma ancora sessualmente... prestante, esattamente come il protagonista della nostra canzone. Ora, nonostante Black Dog sia nota per possedere quelle sonorità hard che hanno consacrato alla storia Page e compagni come dei precursori, non vi è dubbio che la struttura di base sia quella, tanto cara ai Led Zeppelin, di un tradizionale blues; in virtù di ciò anche il testo è un richiamo alle tematiche care al genere, unite alle caratteristiche tipiche dei pezzi Zeppelin più pesanti (quasi sempre brani d'apertura): un uomo il cui atteggiamento, eccitato ma rassegnato alla sconfitta, lascia intendere una certa maturità; proprio come il vecchio cane di Headly Grange. Il nostro protagonista si spreca in complimenti ammiccanti e parole dolci nei confronti di una giovane donna davvero sexy, in strofe intervallate da muri di poderosa strumentale e gemiti a metà tra il canzonatorio ed il richiamo sessuale. Come nella miglior tradizione blues, Plant si lamenta degli atteggiamenti della donzella, tipica femme fatale del tutto coerente con una bella fetta particolarmente referenziale di discografia Zeppelin. Quanto più lei spende i suoi soldi ed ignora i suoi sentimenti, tanto più lui desidera un amore che "gli stringa la mano", in altre parole un rapporto più sano. Al tempo stesso, più lei pensa solo a se stessa ed a voler "diventare una star", più lui non riesce a togliersela dalla testa, e soprattutto a levarsi dalla mente i movimenti provocanti del corpo di lei. C'è una strofa interessante: "With eyes that shine, burning red", ovvero "Con occhi che brillano, rossi di fuoco"; sostanzialmente, un piccolo richiamo ad un'antica leggenda popolare delle isole britanniche, la quale narra per l'appunto del Black Dog, maligna apparizione demoniaca sotto forma di cane nero. Se conoscete un poco il personaggio di Sherlock Holmes, il suo Mastino di Baskerville è ispirato alla stessa leggenda, così come di riflesso lo è il Cujo di Stephen King. Black Dog è probabilmente il diavolo stesso, ed in tal senso questa piccola citazione si inserisce perfettamente nell'estetica dell'album di cui abbiamo parlato. Ma non pensate, vi prego, a cospirazioni massonico-sataniste (eh sì, l'han già fatto). Ai nostri piaceva semplicemente regalare chicche spiritose ed ammalianti al loro pubblico, che essendo composto in buon numero da britannici, coglieva con molta più facilità e leggerezza simili rimandi. La struttura musicale di Black Dog è quanto di  più apparentemente semplice ed al tempo stesso efficace sia mai stato realizzato dagli Zeps. In pratica tutta la canzone ruota attorno alla potenza del riff di basso di Jones, autore del brano assieme a Plant e Page. Questi ultimi, oltre ad aver influenzato il testo e la struttura, danno a Black Dog quegli elementi estetici che la contraddistinguono, ovvero il botta e risposta, all'inizio ed alla fine della canzone, tra voce "narrante" a cappella e tonante strumentale, nonché naturalmente l'assolo di chitarra, attraverso il quale verso la fine il brano sfuma per ricollegarsi al successivo pezzo, in antitesi con il solito cliché della band che prevedeva l'assolo come perno centrale delle canzoni. Tuttavia, la vera personalità di Black Dog rimane nel riff di John Paul Jones: esso è la risposta, ironica ed aggressiva, di una femmina beffarda e libera ad ogni strofa cantilenata da Plant, è il perno centrale del brano che assieme alle urla orgasmiche del cantante ruba la scena alla chitarra di Page. È tutto ciò che rende il Cane Nero un pezzo davvero diverso ed unico, inteso nel suo contesto storico, nonché fottutamente memorabile in qualsiasi contesto. Naturalmente Bonham rimane l'uomo con il quale Jones fraseggia con maggior gusto, e la sua batteria scandisce il potente riff di basso in maniera a dir poco adeguata. Sembra che la struttura a "botta e risposta" del brano possa essere ispirata ad una canzone dei Fleetwood Mac: Oh Well (1969), ma a tal proposito il bassista ci racconta un'altra storia: pare egli abbia invece abbozzato il riff di Black Dog alcuni anni prima del Quarto Album, precisamente nel '68 (quindi un anno prima dell'uscita di Oh Well), proprio assieme a Page, con il quale egli collaborava fin da prima della nascita dei Led Zeppelin. In seguito, il resto della canzone sarebbe nato spontaneamente dalla struttura stessa del riff. Ad ogni modo, assonanze o meno con il (bellissimo) pezzo dei FW Mac, Black Dog conserva una personalità unica, inscindibile dallo spirito più Zeppelin immaginabile; la sua anima, dura ma assolutamente scanzonata, vive in perfetta simbiosi e continuità con il brano che la segue.

Rock and Roll

Giunge quindi la vertiginosa "Rock and Roll". Alla faccia dell'idea di "Luci ed Ombre", che dal primo album degli Zeppelin fino a questo punto aveva definito i loro dischi in una struttura a prova di bomba, in cui pezzi dinamici e potenti si alternavano con altri più lenti oppure acustici, Rock and Roll è potenza che segue altra potenza; un po' come l'inizio del lato B di Led Zeppelin II. Ma se la precedente Black Dog ha l'incedere lento e quasi minaccioso del riff pompatissimo di Jones, Rock and Roll ha tutta la velocità ed il narcisismo da pista da ballo tipici del genere che intende palesemente omaggiare attraverso il titolo stesso. Basata su una struttura molto classica del rock'n roll, il blues a dodici misure in la, questa canzone è accreditata a tutti e quattro i membri dei Led Zeppelin. Nonostante si tratti di un brano del tutto originale, esso conserva quei potenziali rimandi che nel primo album sfociavano in un sublime plagio; da Eddie Cochran a Keep A-Knocking di Little Richard, Rock and Roll possiede insito quel legame col classico che contraddistingue l'anima stessa della band, in affascinante contrapposizione con il suo notevole contributo all'innovazione. Il testo, come sovente accade per questo genere di brani, è caratterizzato da ripetizioni frequenti e rime molto serrate. Il protagonista del brano, riferendosi com'è ovvio alla classica "baby" di sempre, esprime la propria nostalgia riguardo un tempo passato, quando "ballava il rock'n roll". La nostalgia è accentuata dai riferimenti ad una "vita senza amore", ad un tempo precedente a tanti dispiaceri ed in cui si facevano promesse che "non potevano essere mantenute". In poche parole, ai ricordi di una giovinezza spensierata si contrappone la realtà di un periodo più maturo e disincantato, permeato ancora dalla voglia di lasciare "irrompere l'amore". Nonostante il tema apparentemente scuro, Rock and Roll ha in sé una carica positiva data dalla volontà di lasciar tornare vive certe sensazioni, riassunte emblematicamente nelle sonorità e nei passi del rock'n roll. Nata quasi del tutto in meno di un'ora nel tentativo di portare a termine il brano Four Sticks, la canzone presenta oltre che la potenza della precedente Black Dog, anche una struttura non del tutto dissimile, intesa in un "botta e risposta" tra la voce di Plant, aperta ed accompagnata con grande dinamicità da chitarra e batteria, ed il veloce riff di basso di Jones. Rapida e ripetitiva come ogni canzone da ballo sfrenato che si rispetti, ma ugualmente hard come i pezzi più pesanti degli Zeps, Rock and Roll comincia a caricarsi a metà dei suoi tre minuti e mezzo, prima con l'echeggiante ed acuta voce di Plant, poi con il breve ma sempre incisivo assolo di Jimmy Page, per raggiungere infine il culmine con l'accelerazione imposta dal piano di Ian Stewart dei Rolling Stones, fugace ma incisiva guest star del brano. Per registrare il suono di chitarra che caratterizza la traccia, Page collegò il suo strumento direttamente alla consolle del missaggio (glissando amplificatore e microfono), ottenendo un suono più grezzo e quasi tagliato con l'accetta, ma proprio in virtù di ciò evocativo dello spirito di strada che il genere possedeva alle sue gloriose origini. Rock and Roll, che in origine si sarebbe dovuta intitolare It's Been a Long Time, divenne per propria natura una delle canzoni più suonate durante i live dei Led Zeppelin, aprendo spesso i concerti della band fino al 1975. Oltre ad essere stata suonata alla reunion durante la non memorabile esibizione al Live Aid, con Phil Collins alla batteria, l'immortale potenza e vividezza del brano ha continuato ad affascinare un'infinità di rock band; cover ed omaggi sono stati realizzati da gruppi come AC/DC e Van Halen, fino all'esibizione di Jimmy Page e John Paul Jones al Wembley stadium del 2008, assieme a Dave Grohl (Foo Fighters) ed il batterista Taylor Hawkins.

The Battle Of Evermore

Il terzo Brano di Led Zeppelin IV è la trasognata "The Battle Of Evermore (La Battaglia di Evermore)". Dopo aver rassicurato i propri ascoltatori dal "pericolo" di un nuovo Led Zeppelin III attraverso le precedenti tracce, la band britannica si sentì libera di riprendere le atmosfere folk e le sonorità acustiche del suddetto disco, facendolo con una canzone il cui background fantasy ci riporta ad un brano ancor più vecchio firmato "Zeppelin": Ramble On, su Led Zeppelin II. Le due canzoni hanno molto in comune: in primis, una componente intimista e spirituale "mascherata" dal soggetto, puramente metaforico, del testo; in secondo luogo i riferimenti alla letteratura di Tolkien, i cui elementi caratterizzanti sono parte integrante del background Zeppeliniano, dalla magia che permea il mondo, alla natura come forza dominatrice. Ed ancora: dalle epiche battaglie, proprio come in questo caso, alle atmosfere "fricchettone" della successiva Misty Mountain Hop, ispirata a Lo Hobbit. Il testo è tra i più articolati del repertorio Zeppelin, quasi descrittivo, segno evidente del progressivo maturamento di Robert Plant come scrittore e compositore, sia in senso prettamente artistico che di consapevolezza del proprio ruolo all'interno della band. Nonostante l'atmosfera fiabesca, i rimandi e gli aspetti immaginifici del brano spaziano anche tra figure epiche o cupe, tanto che le metafore e le allegorie appaiono talvolta oscure come un'opera di Wagner. Tuttavia la personalità intrinseca della canzone rende il tutto velato, come immerso in una nebbia dalla quale le figure si stagliano solo sporadicamente. Come sempre infatti, nonostante il testo sia così articolato è la musica a determinare la direzione del pezzo. L'impressione è che l'atmosfera noir dei brani blues più cupi degli Zeps si sia fusa, oltre che con un sound acustico, con le visioni fiabesche e trasognate caratteristiche del terzo album. Una "favola noir". La struttura del brano è ancora una volta definita da un "botta e risposta", ma non più tra voce e strumentale, bensì tra la narrazione di Plant e la risposta della voce della cantante Sandy Danny, vocalist della band british folk Fairpoint Convention, nonché buona amica di Robert fin dal festival di Bath del 1970. Sandy fu l'unica guest star canora di tutta la carriera degli Zeppelin. Difficile districarsi tra i meandri del citazionismo tolkeniano ed allegorico della Battaglia di Evermore, per non parlare dei rimandi biblici o ad altre fiabe e leggende, per esempio l'Avalon di Re Artù.  Non mi sento di dare un significato univoco alle strofe del brano, piuttosto direi che ogni strofa vive di un proprio messaggio, concettuale o immaginifico, legato all'insieme dal contesto favolistico; un po' come i personaggi del Signore Degli Anelli, ognuno inizialmente con la propria storia e le proprie vicende, legate a quelle degli altri dall'ambientazione di fantasia e dalla successione degli eventi. Abbiamo così la "principessa della luce" che "afferra il suo arco", il "principe della pace" che "abbraccia le tenebre ed attraversa la notte da solo", il "malvagio signore" che "cavalca in forze", ed intere popolazioni che sembrano doversi preparare per qualcosa di imminente. Personaggi come Frodo, Aragorn, Gandalf o gli "spettri dell'anello", nonché avvenimenti come la battaglia del fosso di Helm e quella di Pelennor, e molto altro ancora, affollano il sottotesto del brano, segno stavolta definitivo dell'amore della band (o quantomeno di Plant) per l'opera di J.R.R. Tolkien. Tutto è permeato da una sensazione di attesa, imminenza e prefigurazione delle successive sorti, in un alternarsi di morte e rinascita, giorno e notte, luce ed oscurità, come se il concetto di luci ed ombre tanto caro a Page si sia trasferito dalla struttura dell'album all'anima stessa dei brani. La battaglia, la sua attesa, le sue conseguenze, assumono connotazioni più esistenziali che epiche, pur mantenendo intatta una vena di leggendaria grandezza. Quel che manca, ed è un bene, è una solennità che unita ad un testo simile avrebbe appesantito enormemente il brano, rendendolo di fatto un semplice polpettone dai toni epici e privandolo dell'aura Magica che lo caratterizza. Ancora una volta Jimmy Page suona la chitarra acustica, mentre Jones mette mano al mandolino, anche se a dire il vero pare che il brano, ancora del tutto privo di testo, nacque dall'improvvisazione di Jimmy Page con un mandolino "rubato" a Jones, durante una pausa tè ad Headley Grange. Suonando a stretto contatto l'uno con l'altro, i due poliedrici musicisti creano lo scenario dell'azione su cui i due cantanti portano avanti il loro dialogo. Le domande allegoriche di Plant e le risposte criptiche di Sandy sono intervallate sistematicamente dal coro delle voci di entrambi, un coro che non potenzia le sensazioni epiche della canzone, ma piuttosto la rende ancor più trasognata, non eroica ma umana, come l'esperienza intimamente spirituale che sottintende: per alcuni una critica alla guerra, per altri un'esperienza individuale e soggettiva. Per altri ancora, i soliti, il testo nasconde "tematiche sataniche". In realtà il genere fantasy tutto si rifà ad un immaginario neo-pagano, fondendolo spesso con quello cristiano, e qualsiasi fosse l'inclinazione spirituale dei Led Zeppelin di certo non contemplava il culto del Diavolo. D'altra parte, la "pista satanista" era la classica idiozia che prima o poi colpiva praticamente ogni artista pop (nel senso letterale del termine) di quel periodo. Il finale è una catarsi acustica e vocale in cui ognuno degli elementi del brano viene portato all'ossessività, mentre Plant ripete "bring it back" (portalo indietro) un'infinità di volte. Portare indietro cosa? L'anello forse, o perché no: il ragazzo di cui parla Rock and Roll. Dopotutto, c'è un sottile legame strutturale e concettuale che unisce le prime tre tracce dell'album. Forse nulla di tutto questo, solo una frase ad effetto, preceduta da tante piccole storie la cui bellezza sta proprio nella possibilità di interpretarle a proprio piacimento, a prescindere da citazioni o altro. Sfumando sul finale, chitarra e mandolino svolgono la funzione di preludio alla canzone successiva.

Stairway To Heaven

L'intera Battaglia Di Evermore, con i suoi quasi sei minuti di freschezza ed epicità, non è altro che un pallido preludio di "Stairway To Heaven (Scala Per Il Paradiso)". Difficile definire una simile canzone, poiché su di essa è stato scritto praticamente tutto, e tutti si sono espressi a riguardo: critici, appassionati, fans, detrattori, perfino completi ignoranti. Indubbiamente, parliamo di uno dei più famosi ed importanti brani rock di sempre, a detta di alcuni il più rappresentativo del suo genere. Fatto oggettivo, Stairway To Heaven detenne il record di pezzo più trasmesso nella storia della radio statunitense. Un simile successo ha determinato per il brano un destino ambiguo, fatto di pareri sempre estremi e sempre diametralmente opposti: per molti di coloro che, fin dall'adolescenza, si inoltrano per le vie del rock, varianti estreme (e non) comprese, Stairway To Heaven rappresenta una vera e propria leggenda, un rito d'iniziazione, una scuola di formazione. O, anche nel caso non rimanga nel cuore, una sorta di intoccabile mostro sacro che è bello in quanto tale, non giudicabile criticamente al pari di un'opera di Michelangelo, un capolavoro a prescindere. Per molti altri, Stairway To Heaven è un pezzo sopravvalutato, reso tale dal marketing che ruotava (e ruota) intorno ai Led Zeppelin, dalla suggestione insita nell'alone di misticismo posseduto dalla band e da questo brano in particolare o anche, semplicemente, da una fortunata successione di eventi. A mio parere, con tutto l'amore possibile per la supponenza pseudo-intellettuale che relega qualsiasi prodotto rilevante della cultura di massa ad oggetto da screditare, non è proprio possibile sminuire il valore di Stairway To Heaven, a meno di non insultare il proprio intelletto; non perché sia un'opera cervellotica, al contrario: è basata più sulle sensazioni che sui concetti, mentre musicalmente è di indubbio pregio, ma certamente non una vetta di estremo virtuosismo tecnico. Piuttosto, credo semplicemente che se una canzone è in grado da sola di diventare un simbolo del rock, una leggenda indipendente perfino dalla fama della band che l'ha realizzata, allora quella canzone deve avere qualcosa di speciale, a maggior ragione considerato che non si tratta di un qualcosa di fruibile per tutti, non è un pezzo da ballo, non è un brano divertente. È una tragedia di otto minuti dal testo pressoché surreale. Eppure ha in sé una magia, che chiunque abbia le palle di prendersi sul serio per un attimo e di ascoltarla in silenzio è in grado di cogliere. Non necessariamente di apprezzare, ma cogliere, sì. Per paragone pensiamo a Imagine, di John Lennon: musicalmente è semplice, ben confezionata ma non certo elevata, né particolarmente originale in termini compositivi; il testo pacifista è talmente tagliato con l'accetta, concettualmente, che preso da solo potrebbe perfino risultare terribilmente stucchevole. Eppure Imagine è, a ragione, la bandiera di una generazione, l'inno immortale di un'ideologia imprescindibile dalla natura umana. Sa emozionare oggi esattamente come quarantacinque anni fa, poiché è un capolavoro. Lo è per tutte le ragioni per cui anche Stairway To Heaven è un capolavoro, compresa la fama di chi l'ha scritta, certo, o il marketing che l'ha sfruttata, è ovvio, e tuttavia la prova del tempo è inconfutabile: parliamo di un'opera in grado di superare lo spazio ed il tempo e di imprimersi nelle persone come fosse stata scritta ieri, e questo tanto basta. È sopravvalutata, dunque? Per certi versi sì, ma è la parola sbagliata; abusata è il termine giusto, così come tante altre cose belle. Assodato che per quanto mi riguarda, nonostante non sia la mia canzone preferita dei Led Zeppelin, Stairway To Heaven è de facto un capolavoro, e che a prescindere dal suo spessore artistico, elevato o meno, parliamo di un brano enorme, vediamo di capire meglio di cosa stiamo parlando. Page iniziò a comporre Stairway To Heaven nel suo studio personale, dopo una prima fase ispirativa tra le colline di Bron Yr Aur, per poi rendere partecipe John Paul Jones del proprio lavoro, ad Headly Grange. Insieme realizzarono una prima versione, diciamo grezza, alla quale venne in seguito aggiunta la batteria. Il testo arrivò contemporaneamente alla lavorazione: mentre Page componeva, Plant scriveva seduto vicino al caminetto. Pare fu un lavoro abbastanza rapido, venuto fuori di getto e con naturalezza, eppure piuttosto impegnativo. Plant la definì "una forza che premeva" per uscire, "intramontabile" come "una marcia nuziale". Per Jimmy Page Stairway To Heaven ha "cristallizzato quel che i Led Zeppelin sono nel profondo", rivelando "il meglio della band". Non c'è dubbio che Page avesse ragione, parliamo di una canzone che in sé racchiude tutto ciò che gli Zeppelin avevano esplorato artisticamente: dalla base heavy blues che li caratterizza alle distorsioni metal del secondo album, unite in incredibile armonia alle sonorità british  folk più morbide, e coadiuvate dal testo scritto da un Robert Plant finalmente del tutto maturo e consapevole come scrittore. Quel che sorprende non è tanto il fatto di aver unito generi musicali apparentemente distanti tra di loro, quel che sorprende è che nel caso di Stairway sia stato fatto così bene. Non c'è nulla che appaia lasciato al caso. Se davvero il brano è nato di getto, deve essere stato davvero, come affermato da Plant, un momento di incredibile stato di grazia. Ogni elemento, sonorità o strumento è portato verso la catarsi con incredibile cognizione di causa nei tempi, nei modi, nella veduta d'insieme. Il titolo della canzone, come praticamente tutto di essa, è alquanto dibattuto. Il termine "scala per il paradiso" viene direttamente dalla Bibbia, ma è anche il titolo (nella versione americana) di un film britannico del 1946: Stairway To Heaven (A Matter Of Life And Death), il cui titolo originale fu anche lo spunto per il nome del quattordicesimo album degli Iron Maiden. Il testo del brano è, proprio come la musica, il diretto risultato  di ciò che i Led Zeppelin avevano maturato fino a quel momento: c'è la componente immaginifica proveniente dal folk, la donna materialista di matrice blues, e naturalmente rimandi esoterici di vario genere; per certi versi, più una raccolta di omaggi verso vari autori che un discorso omogeneo. A detta di Robert Plant, pare che la principale ispirazione per la canzone fu il libro Magic Arts in Celtic Britain, di Lewis Spence, attraverso vari riferimenti come ad esempio la Regina di maggio ed il pifferaio, soggetti che nel testo assumono naturalmente una valenza simbolica. Il significato di Stairway To Heaven è nel complesso criptico, permeato da un sottobosco di figure retoriche ed allegorie difficilmente inquadrabile in una tematica specifica. Esistono dunque, come per altri pezzi Zeps, diverse interpretazioni: da quelle più sociologiche a quelle individualiste, da quelle metafisiche alle solite, noiose speculazioni complottiste. Di queste ultime non vorrei nemmeno parlare, ma nel caso di Stairway To Heaven è necessario in quanto, nel bene e nel male, hanno contribuito al successo del brano. In sostanza ad un certo punto, nel testo, vi è una frase: "se c'è un trambusto nella tua siepe non ti allarmare, è solo la pulizia di primavera in onore della Regina di maggio / sì, ci sono due vie da percorrere, ma a lungo andare c'è sempre tempo per cambiare strada"; ascoltando al contrario questa parte, dicono i complottasti in questione, sarebbe possibile ravvisare un criptico messaggio satanico, che non allego completo dato l'evidente nonsense complessivo: "Oh ecco il mio dolce Satana... egli ti darà forza donandoti il 666...". Ora, il nostro Page (che comunque non è ideatore del testo, semmai solo un "supervisore") non nascose mai la propria passione, tra l'altro condivisa almeno in parte dal resto della band, per la cultura celtica e tutto il filone neo-pagano che vi orbita attorno, come nemmeno l'ammirazione per personaggi come Crowley, visti dalla cultura benpensante come dei deviati cultori del Male, cosa che non erano. Considerato che il rock'n roll e qualsiasi limitrofa sonorità era considerata già a prescindere come "deviante", per i Led Zeppelin non aveva alcun senso nascondere messaggi così puerili tra le righe, soprattutto considerando che, come affermato da Plant, "Stairway To Heaven nacque dalle migliori intenzioni". L'accusa di contenere frasi occulte se ascoltate al contrario aveva già colpito, ed avrebbe colpito ancora, molti prodotti rock, e nel caso della Scala per il Paradiso vi assicuro che ascoltando la frase incriminata al contrario vien da chiedersi se questi accusatori il demonio non ce l'abbiano nel cervello. Ma ad ogni modo per i Led Zeppelin fu una gran bella pubblicità, dal momento che più di una frase sembra alludere (se estrapolata dal resto del contesto) a significati nascosti, come ad esempio "perché come sai a volte le parole hanno due significati". Insomma, un episodio divertente (se vi piace il demenziale) e costruttivo, ai fini di dare ancor più fama ad un pezzo che fama ne merita. E poi, tutti questi cliché sui messaggi satanici hanno permesso a tante band di dire "sai che c'è, facciamole queste canzoni sataniche, che ci divertiamo e facciamo divertire". Non che non l'avessero già fatto i Rolling Stones, ma non in maniera così amabilmente pittoresca come altri nei decenni successivi. In realtà, tornando seriamente al significato del brano, dal mio punto di vista Stairway To Heaven rappresenta parte integrante dell'argomentazione già tirata fuori, seppur in maniera velata ed ambigua, nella precedente The Battle of Evermore. Sulla base di una tematica sociale vi è insita una ricerca spirituale ed intellettuale molto intimista. I legami con la natura ed uno stile di vita più umano, tematiche già trattate a partire dal terzo album, sono qui presenti come parte di un'apparente condanna al materialismo, metaforizzata dalla Lady (signora), per la quale "tutto ciò che brilla è oro". Si parla sostanzialmente della Scelta che ognuno di noi deve intraprendere nella vita. Giusto e sbagliato, bene e male. Ed anche se "la nostra ombra è più grande della nostra anima", la scelta non è mai irreversibile, possiamo cambiare strada. La figura del pifferaio è ambigua: se letta in tal modo, essa ha una valenza positiva, e potrebbe simboleggiare la ragione, l'intelletto, il risveglio spirituale. Sulle note del suo flauto si fa festa. Tuttavia, nell'immaginario comune il pifferaio è un ammaliatore, e come tale è anche subdolo. Ciò può essere vero, falso, o semplicemente ammantare la tematica con quell'ambiguità che a volte, anche nella vita reale, rende così difficile compiere la scelta giusta, distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è. Ovviamente ci sono altre interpretazioni: dalle più "politicizzate", che vedrebbero nella canzone uno spiccato significato anti-capitalista, a quelle che vi vedono una rilettura dei simboli e dell'immaginario celtico, fin'anche ad una chiave anarco-individualista che sarebbe in accordo, per certi versi, con la personalità di Crowley (non dimentichiamoci quel "sii ciò che vuoi" tra le righe del terzo album). Una versione interessante del racconto è quella filo-cristiana, che vedrebbe nella donna "che tutti conosciamo" una figura positiva e salvifica, identificabile con la Madonna ("lady" a volte si usa per indicare Maria vergine, e maggio è proprio il mese della Madonna). Nonostante quanto detto sulla spiritualità della band, ed a prescindere da essa, non sarebbe affatto strano ravvisare simbolismi di matrice cristiana; d'altro canto il neopaganesimo zeppeliniano è proprio come il fantasy di Tolkien, in cui tanti elementi pagani (specialmente celtici) si mischiano ad un immaginario tratto dal medioevo cristiano, epoca in cui gli antichi miti si sono trasformati da culto a fiabe e leggende popolari. A mio avviso, personalissimo, la versione "socio-intimista" rimane la più concreta, ma voglio specificare che sia per come è stata scritta la canzone (attraverso totale automatismo di pensiero), sia per come è impostata per propria natura la poetica della band, dubito che Stairway To Heaven abbia in sé la velleità di nascondere un significato omogeneo ed univoco. Penso piuttosto che sia composta da tanti tasselli, parte ognuno del background di esperienze e di letture dei Led Zeppelin, e che li riunisca in un testo che come sempre, e dico sempre, per gli Zeps conta solo nella misura in cui offre sensazioni in grado di amplificare la musica, vera essenziale protagonista. Vale anche per il canto, straordinario, di Plant: ma per come si esprime, non per quel che esprime. Quindi un testo interessante, attraverso il quale è possibile scorgere, molto più del solito, l'animo della band, ma in definitiva atto ad offrire immediate immagini e sensazioni, senza necessariamente ricercare una tematica di senso compiuto. Penso che la sua bellezza sia anche in questo. Stairway To Heaven è i Led Zeppelin, ma al tempo stesso è esattamente ciò che io voglio che sia. Veniamo dunque all'aspetto più importante: il suono. Come accennato, il brano non raggiunge vette di estremo virtuosismo. In effetti, fa di meglio: ricerca la perfezione. Stairway To Heaven all'eccesso preferisce l'eccellenza, e non v'è dubbio che ogni dettaglio della canzone si incastri perfettamente con quello precedente e col successivo, che ogni suggestione raggiunga il proprio scopo, ed ogni strumento venga utilizzato al meglio del proprio potenziale. La canzone è suddivisibile idealmente in tre sezioni: una prima acustica, una seconda più rapida e ritmata, ed una terza, l'ultima, che raggiunge la piena catarsi, l'apice. All'inizio bisogna tendere l'orecchio. L'arpeggio della chitarra acustica a dodici corde di Jimmy Page pare arrivare da molto lontano. Ben presto, più forte e come stagliato nel vento, giunge il suono dei flauti suonati da John Paul Jones. Poi la voce delicata di Robert Plant inizia a far entrare il brano nel vivo, facendosi sempre più decisa assieme al Mellotron di Jones, che per questo pezzo sfodera un arsenale di strumenti e di bravura: bassi sovra incisi, il piano elettrico che entra verso la metà del brano, il già citato Mellotron ed i flauti. Tutto ha un'atmosfera profondamente medievale, sognante, mistica. L'acustica di Jimmy si fa più forte, la tensione sale e l'atmosfera si carica a più riprese grazie a pochi accordi ed all'abilità canora di Robert Plant; quand'ecco a metà canzone intervenire la batteria di John "Bonzo" Bonham. Con Bonzo tutto cambia, ora la velocità e la potenza incalzano, ragionevolmente ma inesorabilmente, fino a che la tensione non si blocca per un momento, quel breve, importantissimo preludio all'assolo di chitarra elettrica da alcuni definito come il migliore assolo del rock'n roll (Guitar World, 2009). Page lo esegue con la vecchia Fender Telecaster regalatagli anni prima da Jeff Beck, ai tempi degli Yardbirds. L'assolo è qualcosa che la perfezione quasi la trova davvero. Nonostante i punti di riferimento e gli spunti vari (soprattutto All Along the Watchtower, di Bob Dylan), esso risplende decisamente di luce propria, imprimendo al brano tutta quella catarsi che era andata a caricarsi per i precedenti sei minuti di tensione emotiva, senza sprecarne una goccia. Nonostante tutto questo, non ruba minimamente la scena, anzi, forse sono più le esplosioni batteristiche di Bonham ad imprimersi nella mente, ora finalmente libere da ogni costrizione. La furia di Page non si ferma, bensì prosegue forte di tutti i suoi compagni sul finale, davvero memorabile, della canzone: le rullate, l'incedere pesante di chitarra e batteria, le urla corali. Ed è proprio la voce straziata di passione di Robert Plant a portare a termine il climax, l'apice emotivo. Poi da sola, un'ultima volta, conclude gentilmente: "...e sta comprando una scala per il paradiso". Come detto, il brano ottenne un successo formidabile, reso ancora più straordinario dal rifiuto della band di farne un singolo. La chitarra con cui Page eseguì la canzone durante i tanti live della carriera Zeppelin divenne iconica: la leggendaria Gibson EDS-1275 a doppio manico. Non mancano le accuse di plagio: oltre ai riferimenti tranquillamente ammessi dagli stessi Zeppelin, nel 2014 la band Spirit ha accusato i Led Zeppelin di aver copiato gli accordi di chitarra acustica da un loro brano, Taurus. L'accusa, sospettosamente tardiva, non ha avuto conseguenze, ma consiglio comunque l'ascolto della canzone degli Spirit, un bel pezzo con innegabili somiglianze con Stairway To Heaven. Nonostante il successo enorme, nonostante accuse di vario genere, nonostante tutto, la Scala per il Paradiso rimane un caposaldo del rock, un pezzo di innegabile eccellenza tecnica ed artistica e, per me, di immortale intensità. A patto di ascoltarla senza riserve. Il critico musicale Barney Hoskyns la descrive così, ed io non saprei far di meglio: "Per qualcuno Stairway è un colossale scherzo, un brano di epica pseudo classica impossibile da prendere sul serio. Per chi invece riesce a sospendere per almeno otto minuti il suo cinico scetticismo, la canzone rimane il più grande inno epico di tutto il rock".

Misty Mountain Hop

Passato il fatidico giro di boa con quello che è, senza possibile ombra di dubbio, il gioiello dell'album, Senza Titolo continua la sua corsa smorzando drasticamente i toni drammatici di Stairway To Heaven, e lo fa con la scanzonata allegria di "Misty Mountain Hop (Ballata delle Montagne Nebbiose)". Il titolo del brano, così come il suo testo, fa ancora una volta riferimento alla letteratura di Tolkien, nello specifico a lo Hobbit (1937). Le Montagne Nebbiose, tra le quali si svolgono molti degli eventi più importanti del mondo di Arda, svolgono una funzione simbolica nel brano dei Led Zeppelin, ma solo verso la fine di esso. Sostanzialmente la canzone è un allegro inno hippie, la cui retorica di fondo appare però un po' più seria ed in linea con l'individualismo spirituale ed "etico" finora espresso dal gruppo britannico. Il protagonista del brano (o proprio la nostra band al completo) si trova su un prato pieno di gente che fuma erba, e decide di unirsi a loro. L'evento richiama probabilmente la manifestazione che si tenne il 7 luglio del '68 all'Hyde Park di Londra, il cosiddetto Legalise Pot Rally. In seguito il pezzo diviene rapidamente un siparietto tra i "fattoni" e la polizia, che arriva per rompere le uova nel paniere ai nostri hippies e fare un po' di arresti facili. L'interlocutrice ideale cui si rivolge il dialogo è naturalmente la classica baby di sempre. Sul finale, tra il benessere della "strana roba nella carta da sigaretta" e le angherie subite dalla polizia, il nostro protagonista paventa di andarsene via, verso le Montagne Nebbiose: "laddove vanno gli spiriti, sopra le colline dove volano gli spiriti". Le Misty Mountains rappresentano dunque un luogo idealizzato, in cui vigono la piena libertà individuale e la collaborazione pacifica tra le persone. Gli "spiriti" sono tutte quelle anime il cui intelletto è libero dalle catene dell'oppressione, indotta o autoindotta che sia. A margine: naturalmente, l'associazione tra fumo di canna e montagne "nebbiose" è voluta ed ironica, una piccola e divertente "dissacrazione", una volta tanto, dell'opera tolkeniana. La canzone è trainata principalmente dall'eclettismo di John Paul Jones e dalla potenza di Bonham (in formissima), i quali come ben sappiamo trasformano ogni cosa che toccano in pura potenza, compreso un pezzo altrimenti molto più leggero come Misty Mountain Hop. Il brano si apre con il piano elettrico di Jones, il quale ne definisce la personalità, mentre il riff di Jimmy Page è costruito a pennello sopra quello del compare. Bonzo entra in scena poco dopo, facendo di fatto iniziare le danze, quelle vere. Robert Plant appare come un mix di potenza vocale, ideale nel definire la natura vagamente sovversiva del brano e la scanzonata presa in giro; quest'ultima è resa anche attraverso il susseguirsi di cori dai toni canzonatori, cui Plant risponde alla sua classica, strepitante maniera. Se questo è un pezzo "hippie" si nota davvero a fatica se badiamo solo alla musica. Misty Mountain Hop è ironica ed aggressiva come un buddy movie anni '80, piuttosto che pregna di pace e amore. Ma non c'è nulla di strano, era lo stile dei Led Zeppelin, una band che non amava farsi etichettare sotto nessun tipo di insegna, che attingeva a tutto e tutto rimescolava, creando un calderone assolutamente impossibile da catalogare, nonostante i tentativi grossolani dei media di inquadrarli: di solito come "metallari", a volte come semplice complesso blues, o più spesso ancora con una moltitudine di generi diversi. Il fatto puro e semplice è che loro suonavano. Il resto è vano tentativo di catalogare il genio. Per me. Ad ogni modo, Misty Mountain Hop fu una delle canzoni a venir suonate di più durante i live, specialmente fino al 1973. Inoltre è un pezzo molto amato sia da Page che da Plant, al contrario di Stairway, che pare li abbia "perseguitati" fino a provocargli la nausea. Entrambi i musicisti negli anni hanno interpretato Misty con nuove band, durante la carriera successiva all'esperienza Zeppelin.

Four Sticks

Non abbiamo purtroppo modo di sapere se  John Bonham avrebbe amato reinterpretare questa canzone come i suoi colleghi, ma dato che le montagne della Terra di Mezzo hanno messo così bene in risalto la sua batteria, Led Zeppelin IV prosegue con un pezzo davvero peculiare, particolarmente caro al turbolento batterista: "Four Sticks (Quattro Bacchette)". Il brano prende il nome proprio dalla tecnica con cui Bonzo esegue la canzone, per l'appunto usando due set diversi di bacchette per ogni mano, quattro in tutto. Il brano fu particolarmente difficile da realizzare e registrare, tant'è che molti elementi, come appunto l'uso di quattro bacchette, derivano proprio dalla frustrazione causata dai tentativi di trovare il sound adatto. Emblematico, l'assolo di Rock'n Roll pare sia stato ideato proprio durante la registrazione di Four Sticks, figlio di uno sfogo momentaneo dovuto alle difficoltà con il pezzo. Nel testo, alquanto melodrammatico, la parola "baby" viene ripetuta un migliaio di volte nella migliore tradizione blues, nonostante sia questo uno dei pezzi Zeps più lontani da tale genere. La "bambina" stavolta è un legame scomodo, cui il protagonista del brano si rivolge con grande dispiacere e persino con amore, ma senza celare l'ineluttabilità della separazione, dovuta non tanto a problemi coniugali quanto ad esigenze più spirituali. In tal senso, è evidente ancora una volta come vi sia un sottile filo che collega ogni brano dell'album, diversamente per come era avvenuto in tutti i dischi precedenti. Ancora una volta, pare, il tema è una ricerca individuale di qualcosa di indefinito, una risposta, una verità; ed i legami del passato, o le vecchie ipocrisie, sono un ostacolo da superare anche se a malincuore. La tematica del brano è forse l'unica cosa che ne palesi l'idea originale. Infatti, di Four Sticks Jimmy Page disse: " si suppone sarebbe dovuto essere astratto". Ecco, quel "si suppone" la dice lunga: Quattro Bacchette è un pezzo ben poco astratto, piuttosto sembra a metà tra una cavalcata (nel senso proprio di correre a cavallo) sostenuta e possente, ed un'anticipazione di quelli che sarebbero stati i primi rave a fine anni '80, tanto la componente elettronica è lontana dalle solite sonorità psichedeliche pur, in teoria, ricercandole. Ne consegue quindi che è una brutta canzone? Niente affatto. Four Sticks, nonostante le difficoltà in fase di registrazione, e nonostante il risultato sia completamente diverso da quelle che erano le aspettative, non è un cattivo pezzo, tutt'altro. Innanzitutto diverte: la batteria su cui Bonzo ha sputato sangue rende benissimo, con la sua ritmica irresistibile regge completamente il peso del brano, aiutata solo dal semplice quanto efficace riff di chitarra. Tutto il resto è cornice, comprese le atmosfere orientali che Jones crea col suo sintetizzatore EMS VCS 3. John Paul Jones arriva perfino al virtuosismo elettronico, quando verso la fine del brano dilata il pezzo trasformandolo da trotto forsennato ad un volo sul tappeto volante, tanto distorto e metafisico che pare di avere come sfondo una Persia a otto bit. Oltre che dalla parentesi del polistrumentista, l'intento di "astrazione" viene almeno in parte azzeccato da un uso dei tempi "altalenante" sul riff principale. Four Sticks riesce quindi ad essere qualcosa di imprevisto perfino per i suoi stessi autori, dotato solo di striscio della natura desiderata, mentre per il resto vive una vita propria, coinvolgente ed interessante nelle sonorità, così peculiari che personalmente non saprei indicare alcun corrispettivo adatto. L'aspetto più irrilevante è quello canoro; non perché Robert Plant faccia un brutto lavoro, anzi è davvero nella parte, ma quanto per il fatto che come brano Four Sticks funziona molto meglio come strumentale. L'eccezione è il finale, in cui la voce di Plant assume finalmente spessore ed importanza, proprio nell'atto di sfumare tra rochi gemiti ed urla acute, assolutamente surreale. Del brano, suonato live una sola volta dai Led Zeppelin, esiste una versione must have registrata nel 1972 in India, assieme alla Bombay Symphony Orchestra. Tale versione, registrata insieme al brano Friends, presenta l'uso di tamburi tabla e dei sitar, ed è disponibile nella versione rimasterizzata di Coda.

Going To California

Il penultimo brano è un improbabile quanto bellissimo atto d'amore di Robert Plant per una terra ed una donna da cui rimase profondamente affascinato: il Grande Ovest e la cantautrice canadese Joni Mitchell. Da questo amore nasce la dolcissima "Going To California (Andando in California)". Questo brano è uno dei più morbidi ed eterei di tutta la discografia Zeppelin, con Jones e Page nuovamente impegnati con mandolino e chitarra acustica. Il testo ha proprietà ambivalenti che in qualche modo si ricollegano alla spiritualità dei precedenti brani attraverso concetti e sonorità evocative. In primo luogo Going To California è un omaggio a Joni Mitchell, cantautrice folk di enorme spessore ed importanza artistica, d'ispirazione per tutto il cantautorato femminile dei decenni successivi. Tra le righe del testo, Robert Plant definisce un uomo che ha passato la vita con una "donna sgarbata", fumando e bevendo, fino a che non decide di prendere un aereo ed andarsene in California, lasciandosi tutto alle spalle. All'arrivo in una terra idealizzata, tra canyon e fugaci immagini dai colori vividissimi, egli spera di trovare la ragazza con "l'amore negli occhi e i fiori nei capelli" di cui ha tanto sentito parlare. Il riferimento alla cantautrice è noto soprattutto grazie alle versioni live del brano, in cui Robert Plant spesso usava pronunciare proprio il nome "Joni". Sia lui che Jimmy Page erano grandi fan di Joni Mitchell, forse Page ancora di più, tanto da dichiarare, in un'intervista a proposito di Stairway To Heaven, di ascoltare sempre le canzoni della cantautrice canadese, e paragonando l'eccellenza raggiunta con Stairway To Heaven solo con l'opera della Mitchell. Inoltre, una strofa del brano appare come un omaggio a I Had a King, canzone del 1968 della grande cantautrice, nel punto in cui si fa riferimento ad una regina senza re che "suona la chitarra e canta". Ma Going To California è anche esperienza personale, fisica, ed esperienza spirituale allo stesso tempo. I Led Zeppelin, allora molto giovani, erano rimasti impressionati dalla California, terra di cui Page sperimentò, in piccolo, i caratteristici terremoti, elemento riportato con vivida fugacità nel testo, laddove "montagne e canyon cominciarono a scuotere e tremare". I colori, i grandi spazi aperti e naturalmente il punto di vista di quattro "turisti" inglesi in terra americana, lasciano nella canzone l'immagine di una California irreale, lontana da qualsiasi ruvido realismo, idealizzata in un romanticismo etereo che fa da sfondo perfetto ad un'idea di donna altrettanto idealizzata (...cercando una donna che non è mai, mai nata), eppure più reale che mai (non lasciare che ti dicano che "sono tutte uguali"). Inoltre, l'appuntamento con una donna idealizzata in una terra ancor più idealizzata è ancora una volta ricerca interiore, individuale ed insieme collettiva, il tema di Senza Titolo. Interessante anche la frase "ti incontrerò lassù, dove il sentiero corre dritto in alto", possibile analogia con la scala per il paradiso di Stairway To Heaven. La California è la materializzazione del viaggio spirituale iniziato con Ramble On e conclusosi in cima alla Scala per il Cielo, tra le nebbie delle Misty Mountains.  L'inizio del brano è dolce e malinconico, poi incalza nel momento del viaggio, tutto ha la parvenza di un racconto popolare, come se la California appartenesse alle antiche leggende più che alla moderna geografia. La voce di Plant diventa un eco tra le gole dei canyon mentre li descrive, per poi tornare dolce e trasognata fino alla fine del brano, quando cori lontani ed eterei concludono il viaggio, lasciandolo sfumare in quella che è la fine non solo della canzone, ma dell'album. Sì, perché nonostante ci sia ancora un ultimo, importante brano su Untitled, Going To California rappresenta teoricamente la fine di quanto l'album volesse esprimere nelle sonorità e nel concetto di fondo.

When The Levee Breaks

 Non è una novità, tutti gli album dei Led Zeppelin usano concludersi con un brano "fuori fase", rappresentativo di per sé e in contrappeso col pezzo d'apertura. Stavolta tale compito tocca a "When The Levee Breaks (Quando L'argine Si Rompe)". L'ultimo pezzo di Led Zeppelin IV è la cover di un vecchio blues di Kansas Joe McCoy e della moglie Memphis Minnie, riadattato quel tanto che basta per avere una propria dignità e peculiare personalità. La potenza del brano, che sotto le martellate di Bonzo diviene un heavy blues pesante ed incombente, incornicia perfettamente l'intero album offrendosi come contrappeso all'altrettanto pesante Black Dog. Inoltre è la dichiarazione da parte dei Led Zeppelin che le origini del loro sound, ovvero il buon vecchio blues, sono ancora lì, più forti e vive che mai. Alquanto riadattato rispetto all'originale di Memphis Minnie, Il testo narra delle terribili inondazioni che colpirono il sud degli Stati Uniti nel 1927, a seguito dell'abnorme straripamento del Mississippi. Come molti delle decine di migliaia di afroamericani (e non solo) che l'inondazione privò della casa, anche i coniugi autori della canzone sarebbero in seguito migrati verso le città industrializzate del nord, nel caso specifico verso Chicago, nel 1929. Il narratore (o narratrice) descrive il collasso degli argini come l'unica buona ragione per convincere un montanaro (tipicamente un sedentario) a lasciare la propria dimora. L'inondazione è qualcosa che insegna a soffrire a chi la sperimenta, e non serve a nulla "piangere e pregare". Anche "il dopo" è implicito nel disastro stesso, nella ricerca di una casa e di un'occupazione, nel riferimento alla città di Chicago. Viene descritta infine la malinconia al pensiero della propria vecchia casa, dell'esigenza di doversene andare dalla propria terra per andare "verso il basso", ovvero ricominciare da zero. Ora, l'intento di questo drammatico testo originariamente era semplicemente di descrivere l'odissea umana delle migliaia di sfollati del 1927, ma nelle mani dei Led Zeppelin, i quali sono lontani dagli eventi narrati per tempo, spazio e cultura, il dramma dell'esondazione del Mississippi assume connotati a mio parere ben diversi. Può avere, come taluni pensano, un senso didattico, diciamo di "metaforica sensibilizzazione" per fatti ed eventi contemporanei agli Zeps. A mio parere però se vuoi parlare di attualità lo fai e basta. No, When The Levee Breacks dei Led Zeppelin è qualcosa di molto meno borghese di un puerile pianto su una tragedia che quattro bianchi europei semplicemente non potrebbero immaginare, al contrario: è una smargiassata bella e buona che funziona maledettamente bene grazie al valore aggiunto dalla potenza del quartetto britannico. When The Levee Breaks è il più grande ritorno alle origini che la band potesse produrre arrivata all'apice del talento. Tutto cominciò con una tragedia, ovvero l'incendio e la conseguente colata a picco del dirigibile Hindenburg, la cui immagine ritratta con gusto espressionista campeggiava sulla copertina del primo album dei Led Zeppelin, e a distanza di tre dischi è ancora un evento di immane distruzione a descrivere al meglio la natura dirompente dei quattro musicisti inglesi. Gli argini si rompono come si spezzano le barriere tradizionali del suono e dell'etica al passaggio dei Led Zeppelin, l'acqua inonda le terre e travolge tutto ciò che trova sulla sua strada, esattamente come la loro musica faceva dai palchi di tutto il mondo, dirompendo sul pubblico inerme. Ecco, questa visione a mio parere rende giustizia al valore di When The Levee Breaks, descrivendone bene l'essenza come brano conclusivo di un album tanto emblematico. Il riff sul quale il pezzo è costruito è opera di Page, ma come ammesso dallo stesso chitarrista è il contributo di John Bonham a determinarne la personalità e la potenza. L'effetto che contraddistingue il suono vagamente ovattato della batteria è dato dall'intuizione di usare i peculiari spazi di Headly Grange in maniera tridimensionale. Page, Bonham e l'ingegnere del suono Andy Johns decisero infatti di porre la batteria all'estremità di un corridoio affacciato su una scalinata che correva per tre piani verso l'alto. Piazzando Bonham alla base della scalinata e dei microfoni Beyerdynamic M160 in cima alla stessa, l'effetto fu assicurato con la solita, semplice genialità artigiana tipica dei nostri. Dopodiché, allo studio mobile dei Rolling Stones, il suono ottenuto venne compresso in due canali diversi e dotato di un effetto eco attraverso il Binson di Page, solo uno dei tanti strumenti allora in uso per produrre effetti oggi ottenibili con un semplice software. Procedura simile per l'armonica di Plant, elemento che imperversa per tutto il brano ed assolutamente immancabile su una tematica inerente il Mississippi, ma reso in questa versione zeppeliniana qualcosa di estremamente distorto ed assolutamente surreale. L'armonica venne infatti registrata attraverso un effetto di eco invertito, ed io da profano eviterei di dilungarmi in tecnicismi, dal momento che ce ne sono un'infinità nel brano; When The Levee Breaks è in assoluto il pezzo più sperimentale ed incatalogabile dell'album, sorprendente se consideriamo la base estremamente classica dell'opera. Tra l'altro l'intera canzone è rallentata rispetto alla resa vera e propria, dal momento che suonare un pezzo simile dal vivo alla velocità con cui venne eseguito in studio sarebbe stato virtualmente impossibile per gli Zeps. Questi ed altri accorgimenti ancora spiegano come mai il sound del brano appaia mellifluo e ridondante, ipnotizzante e possente allo stesso tempo. Per la cronaca, When The Levee Breaks è anche l'unica canzone a non essere stata missata una seconda volta a seguito dell'incidente agli Island Studios. Ad aprire il brano è naturalmente la possanza del beat di Bonzo, ben presto seguita dal riff di Jimmy Page, riff che descriverei come "sommerso", in perfetta sintonia tra suono e soggetto del brano. I musicisti si fermano un attimo, scandendo il pathos prima dell'attacco di Robert Plant. Non c'è un singolo momento culminante, ce ne sono diversi, ognuno dei quali riporta immancabilmente alla ridondanza originale. I momenti di reale catarsi sono due, e dividono la canzone in tre parti uguali in cui sono sempre ed immancabilmente chitarra e batteria ad anticipare il pathos, e la voce di Robert Plant a portarlo invece al culmine: la prima volta con urla da brivido, la seconda sfumando in gemiti via via più "sommersi" (un termine che ritorna in questo brano) dalla miriade di effetti sonori. Sia per durata che per qualità, When The Levee Breaks è l'unica canzone del brano a poter competere con Stairway To Heaven, e se parliamo di spessore artistico è probabilmente anche più interessante; non a caso, tra i pezzi dei Led Zeppelin è una delle canzoni maggiormente apprezzate dalla critica, che da Rolling Stone a Robert Christgau ne ha sempre tessuto le lodi. Se siete appassionati delle chicche regalatevi un ascolto delle due versioni alternative: l'Alternate Uk Mix e If It Keeps On Raining (Rough Mix). 

Conclusioni

Per concludere, When The Levee Breaks è il finale perfetto. Proprio come il Mississippi, anche il disco Senza Titolo straripò ben presto tra il pubblico e nelle classifiche di tutto il mondo. Non immediatamente e non con lo stesso vigore del secondo e del terzo album, fautori in buona misura di una rivoluzione fino ad allora ancora sconosciuta, ma comunque enorme se consideriamo la scena musicale di quell'anno: Rolling Stones, John Lennon e la sua Imagine, Pink Floyd, Black Sabbath e Deep Purple solo per citarne una piccola parte. Mentre per il terzo disco servì tempo per essere compreso ma non per essere comprato, Led Zeppelin IV ottenne immediate reazioni positive, ma gli occorse tempo prima di divenire un'icona dell'hard rock e un simbolo della band, consacrazione che arrivò intorno al 1973 grazie alla crescente popolarità di Stairway To Heaven. Incredibilmente la critica fu pressoché unanime nel proclamare l'album un capolavoro, additandolo in seguito come un caposaldo del sound anni '70 ed emblema dell'hard rock tutto. Spesso anche "sopravvalutandolo" in virtù della grande risonanza mediatica e commerciale gradualmente ma enormemente ottenuta, definendolo a volte "involontariamente inventore di molte sonorità heavy metal", come se il turbolento secondo album fosse già caduto nel dimenticatoio. Col tempo vinse 43 dischi di platino, di cui 23 solo negli Stati Uniti, ove come già sappiamo Stairway To Heaven divenne il pezzo più trasmesso del decennio. Insomma più che un album, un evento. Difficile da decodificare in tutte le sue ripercussioni, superato in termini di pop-olarità solo da prodotti più commerciabili e dall'ampio bacino, nonché di indubbia qualità, come il già citato Lennon o il successivo di due anni The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd. Sia per le sperimentazioni sonore e compositive che per l'estetica Untitled è un disco che obbliga chiunque faccia hard rock a raffrontarsi con esso. Forse mai più un disco dei Led Zeppelin avrebbe raggiunto una simile perfezione complessiva, eppure nonostante tutto questo nel futuro della band britannica c'era ancora molto, molto altro: viaggi e concerti a non finire, gloria, un mondo di sfolgorante splendore tale da sembrare oro e nuovi successi in grado perfino di oscurare quelli vecchi. Ma anche crisi, difficoltà e addirittura gravi tragedie. No, anche dopo un album come questo i Led Zeppelin non ci avrebbero risparmiato niente, e non si sarebbero risparmiati in nulla.

1) Black Dog
2) Rock and Roll
3) The Battle Of Evermore
4) Stairway To Heaven
5) Misty Mountain Hop
6) Four Sticks
7) Going To California
8) When The Levee Breaks
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