LED ZEPPELIN

Led Zeppelin III

1970 - Atlantic Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
30/11/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

"Era giunta l'ora di fare un passo indietro, valutare attentamente la situazione e cercare di non perdersi", dichiarò Robert Plant in un'intervista del '75 su Rolling Stone a proposito di "Led Zeppelin III". Si era in aprile, nell'anno 1970, e la lunga sequenza di tour in cui la band britannica era stata impegnata fin dall'uscita del suo secondo album dell'ottobre scorso era finalmente giunta ad una meritata pausa. Dopo lo stratosferico successo di Led Zeppelin II sarebbe stato facile, per Page, Plant, Bonzo e John Paul Jones cavalcare l'onda e realizzare un clone, stilisticamente parlando, del suddetto album. Invece avvenne qualcosa che raramente accade ad una band all'apice del suo folgorante successo: i quattro musicisti decisero di prendersi una pausa. Per ricaricarsi, certo, e naturalmente per passare del tempo con mogli e figli, o con la propria compagna; ma soprattutto, per allontanarsi solo un momento dall'improvvisa notorietà, dagli hotel, dagli aerei, dal caos di quella nuova vita così sfavillante e luminosa quanto allucinante. Così, mentre John Bonham e Jones poterono dedicarsi a qualche progetto personale ed a nuove sperimentazioni in studio, Robert Plant e Jimmy Page optarono per qualcosa che gli permettesse di conoscersi ancor meglio come persone e come musicisti, ed al tempo stesso di staccare la spina per alcune settimane e trovare un nuovo equilibrio, nuova ispirazione. Ecco, se dovessi usare un'espressione per definire Led Zeppelin III, sarebbe rinnovata ispirazione. Perché il terzo album dei Led Zeppelin ha un grande pregio, che al tempo stesso, almeno per molti, è il suo grande difetto: il rinnovamento, la crescita. Non è facile cercare di dare un giudizio ad un simile album, poiché nel momento in cui si arriva a trovarne un difetto, un motivo di debolezza rispetto ai precedenti lavori degli Zeps, ci si rende conto attraverso il senno di poi che quel difetto, quella debolezza è parte di una serie di fattori essenziali nella crescita del gruppo, i quali hanno posto le basi per il futuro capolavoro della band, e che III non è un semplice esperimento o un progetto riuscito a metà, ma un disco di rara purezza che ci mostra un lato nuovo delle individualità che lo compongono, prima che il rinnovamento che qui vi è intrinseco si mischiasse sia col vecchio sound che con una maturata consapevolezza nei lavori successivi, quando sui mattoni posti dai primi tre album si sarebbe definitivamente innalzato quell'edificio di suoni e simboli in cui oggi nell'immaginario collettivo noi identifichiamo i Led Zeppelin. Ma per rinnovarsi come musicisti occorre rinnovarsi spiritualmente, o almeno questo è ciò che Plant e Page ritenevano fosse necessario, così scelsero un luogo ove non solo la "civiltà" non potesse facilmente raggiungerli, ma che per sua natura alimentasse lo spirito e sgomberasse la mente. Dopo alcune iniziali congetture, a tale scopo venne designato un vecchio cottage del diciannovesimo secolo tra le colline del Galles dove Robert Plant, da ragazzino, soleva passare le vacanze. Quel luogo si chiamava, e si chiama, Bron Yr Aur. Non che i due avessero deciso di giocare agli eremiti: oltre a due roadies, ad accompagnare Plant c'erano la di lui moglie, Maureen, e la loro bambina, Carmen, mentre Page si presentò assieme alla propria compagna, Charlotte Martin, con la quale tempo dopo avrebbe avuto una figlia, Scarlet (che si dice sia stata concepita proprio a Bron Yr Aur). Situato non lontano dalla piccola cittadina di Machynlleth, il nome gallese del cottage significa "seno d'oro", ad indicare sia l'accogliente e prospera natura del luogo, sia la conformazione collinosa del paesaggio. Tra quei misterici boschi, senza elettricità né acqua corrente, tra verdeggianti prati degni della patria degli Hobbit, i due frontmen della band più hard di quegli anni trovarono non solo il feeling giusto per collaborare a nuovi pezzi, ben diversamente da come poteva essere tra le quattro pareti di un hotel o di uno studio di registrazione, ma raggiunsero una nuova pace interiore, una riscoperta visione del loro percorso come persone e come musicisti. Tutto questo: la meditazione, l'isolamento, la natura ed il misticismo, possono apparire sciocchezze o ingenuità oggi, ma nel 1970, prima della contemporanea decostruzione di valori e spinte emotive, ci si credeva eccome. E funzionava anche, il più delle volte. Led Zeppelin III conserva, con piena e voluta cognizione di causa, tutta l'energia e l'ispirazione assorbite da Bron Yr Aur. Chiariamoci, non che nei precedenti lavori degli Zeps mancassero elementi riconducibili per filo diretto a III: il background musicale, il tipo di ricercatezza e le fonti d'ispirazione erano le stesse di sempre. Ciò che il cottage del Seno D'oro permise non fu uno stravolgimento, bensì un rimescolamento. Tematiche fino ad allora relegate a singoli brani, strofe o mere citazioni, divengono l'attrazione principale di questo terzo disco: parliamo del misticismo, certo, e di quel fantasy tolkeniano che Page e Plant avevano già usato ad ispirazione nell'epica Ramble On di Led Zeppelin II. Ma parliamo anche di strumentazione vera e propria, e di una visione ben più ampia del concetto di "adottare sonorità diverse". Pensiamo per esempio ai tamburi tabla dell'orientaleggiante Black Mountain Side, del primo disco, ed immaginiamo quelle sonorità mischiate ai suoni medievaleggianti di un dulcimer, e poi ancora sonorità country e mandolino, sperimentazione pura in un mix di chitarra pedal steel e sano vecchio blues. Tutto questo, ed altro ancora, è Led Zeppelin III. Per farla breve, anche se il blues rimaneva la base e l'anima della band, nel terzo album non risultava più preponderante, avendo Page e compagni preferito lasciare spazio ad un impasto folk che comprendeva, senza stonature né forzature eccessive, sonorità da ogni continente e cultura, quella britannica in primis (com'è ovvio), ottenendo come risultato un lavoro smaccatamente più acustico rispetto ai precedenti. A giugno Robert e Jimmy si riunirono a Bonzo e John Paul Jones, che alle riscoperte folk dei colleghi avrebbero contrapposto, e meravigliosamente incluso, la loro sana vena hard rock. Per non perdere l'atmosfera di Bron Yr Aur nel chiuso di qualche studio e registrare i nuovi brani scritti tra le verdeggianti colline, gli Zeppelin affittarono lo studio mobile dei Rolling Stones, grazie al quale poterono lavorare con molta più tranquillità, conservando lo spirito delle nuove composizioni. Tra le località ove perseguire tutti e quattro l'esperienza rilassata e misterica del Galles vi fu soprattutto Headley Grange, nell'east Hampshire, altro luogo simbolo dei Led Zeppelin, in particolare dal quarto album in poi. Ben presto ripresero il via anche i concerti, a partire dal famoso festival di Bath, cui gli Zeps parteciparono anche per ovviare alla scarsità di date conseguite in patria (dovuta anche al fatto che era soprattutto al mercato statunitense che gli Zeppelin dovevano il loro successo). Al festival c'erano nomi come Santana, Byrds, Frank Zappa e Pink Floyd, ma dall'attacco di Immigrant Song fino all'ultimo dei quattro bis, i Led Zeppelin seppero fare loro il palco ed impazzire il pubblico. Il tour americano fu sospeso a causa delle condizioni di salute del padre di Jones, malato terminale, tuttavia Page si recò comunque negli States, agli Ardent Studios di Memphis, per mixare il nuovo album insieme al tecnico del suono Terry Manning, amico del chitarrista fin dai tempi degli Yardbirds. Tempo prima, Jimmy aveva condiviso con Manning la propria passione per un personaggio tanto bizzarro quanto controverso: Aleister Crowley, l'esoterista per molti padre del moderno occultismo, nonché scrittore, artista, e per molti (probabilmente a torto), satanista. Per omaggiare il personaggio (o per meglio dire per omaggiare l'amico Page, che gliel'aveva fatto conoscere attraverso i suoi libri), Manning inserì alcune sue brevi frasi prese a caso tra le parti di vinile vergine oltre la fine delle facciate: frasi criptiche e vagamente inquietanti come "do what thou wilt" e "so mote it be"(o be it secondo taluni), letteralmente traducibili da un inglese alquanto vetusto con "fai quello che vuoi" e "così potrai essere" erano, al di là del significato grossolanamente letterale, parte di formule e rituali di stampo neopagano (queste due fanno parte della stessa frase, ma nel disco sono incise separatamente). Nulla di così strano in realtà; Crowley era un personaggio "in voga" nell'ambiente artistico dell'epoca, citato in innumerevoli ambiti, da quelli letterari e figurativi fino a quelli musicali, ad esempio dai Beatles, come dimostra la citazione sulla cover art del loro ottavo album: Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, o poco più in là come parte del background dei Black Sabbath: indicativo il brano del 1980 di Ozzy Osbourne (nel suo primo album solista) Mr. Crowley, con il quale l'autore omaggia l'esoterista britannico. Tuttavia, forse a causa di una certa eterogeneità del pubblico dei Led Zeppelin, questo piccolo giochino perverso di Manning divenne un vero e proprio piccolo caso. Non che fosse un male, la controversia genera pubblicità, ed il fatto che ogni copia dell'album contenesse frasi diverse fece sì che gli appassionati dovettero procurarsi due o tre copie per avere il "set completo" di citazioni di Crowley, affascinati dal mistero che tali criptiche parole sembravano voler celare. Nonostante ciò, Terry Manning e Jimmy Page hanno sempre sostenuto che quella delle frasi di Crowley altro non fossi che un gioco, una scherzosa furberia "sfuggita di mano". Ad agosto i Led Zeppelin "collaudarono" alcuni dei nuovi brani in concerto, ottenendo come previsto sentimenti contrastanti da parte del pubblico a causa del marcato cambio di sound, decisamente più acustico. Ma vuoi l'eco ancora potente di Led Zeppelin II, vuoi che il pubblico di ogni epoca prima si lamenta, poi si abitua ed infine apprezza, quando a settembre l'influente rivista Melody Maker pubblicò l'annuale sondaggio sulla miglior band dell'anno, il pubblico aveva votato "Led Zeppelin", spodestando i Beatles che quella posizione l'occupavano indefessi dal '63. Il 5 ottobre il nuovo album uscì finalmente nei negozi, arricchito, per così dire, da una copertina anche più controversa del cambio di sonorità degli Zeps. In effetti, le reazioni alla cover art del III furono alquanto? discordanti. In un'intervista del '93 Page "disconobbe" la copertina dell'album di Immigrant Song definendola "un gioco per adolescenti"(in cui il termine da lui usato, "teenybopper", indica una ragazzina adolescente che segue mode da adolescenti). Altresì, si assunse completa responsabilità riguardo la faccenda, dal momento che l'autore del lavoro, l'artista inglese Zacron, era una sua vecchia conoscenza chiamata a lavorare al progetto dallo stesso Page. Sostanzialmente quella di Led Zeppelin III è una copertina psichedelica, delicatamente hippie e marcatamente chiassosa. Il primo impatto è poco incisivo, se non dozzinale: su uno sfondo bianco campeggia bello grande il nome della band, bombato e tondeggiante, e qua e là, a casaccio, vi sono piccole figure tra le più disparate, quali volti (dei membri del gruppo), farfalle, fiori, dirigibili. La parte più intrigante viene dopo, dal momento che la copertina ha uno scomparto apribile contenente un disco girevole completamente illustrato con un collage, raffigurante figure fra le più disparate tra foto dei musicisti, farfalle e fiori, dirigibili, simboli vari e colorite decorazioni. Ogniqualvolta si gira il disco, compaiono immagini diverse, ed il risultato che si ottiene è un giochino vagamente surreale ed intrigante. Ne consegue che idealmente la poco incisiva copertina è una "sfumatura" del vero artwork celato all'interno. Se volete il mio parere, artisticamente è un lavoro interessante, con la sua dignità e con la capacità di resistere attraverso gli anni fino a divenire un simbolo, conservando intatta la sua piccola controversia estetica. Ed è un bene. Il male è che commercialmente parlando, sempre a mio parere, funziona poco, perché la prima impressione è tutto. Ad ogni modo, per chi proprio non apprezzasse l'artwork, a discolpa di Zacron va detto che l'idea di base fu dello stesso Page. Ebbene, fatta girare un'ultima volta la nostra ruota di carta psichedelica, è finalmente tempo di addentrarsi nell'ascolto.

Immigrant Song

Il primo brano è perfettamente in linea con il resto della discografia Zeppelin: il cavallo da battaglia del disco, un pezzo il cui compito è sfondare le prime linee e lasciar penetrare tutto il resto del repertorio dalla breccia creata. "Immigrant Song (La canzone del migrante)si apre quindi con un veloce riff, semplice quanto efficace come quelli di Whole Lotta Love Good Times Bad Times, seguito pochi istanti dopo dall'urlo di guerra (idealizzato negli acuti di Plant) di un guerriero vichingo. Infatti, dal momento che la canzone venne composta in tour, e nello specifico durante l'esibizione degli Zeps in Islanda, essa è ispirata alle vicende degli antichi conquistatori nordici ed alla loro mitologia. I vichinghi sono rappresentati attraverso metafore immaginifiche sintetiche ed efficaci, attraverso le quali gli Zeppelin non perdono l'occasione per omaggiare il loro pubblico della gelida Islanda, più che per il calore dimostrato (perdonatemi quest'involontaria battutaccia), per l'ispirazione che la loro terra ha giocato nella realizzazione di questo brano (come è noto, i vichinghi provenivano dalla Scandinavia, ma la loro spinta alla conquista li aveva portati a colonizzare l'Islanda, una delle terre più remote tra quelle d'eredità normanna, tanto che la lingua islandese è quanto di più si avvicini all'antica lingua norrena). Il quadro che ne vien fuori è tra l'epico ed il favolistico, come una nave vichinga che esca dalle gelide nebbie del nord portando il suo singolare equipaggio di rockstar alla conquista dei palchi d'Europa. Il riff di chitarra, basso e batteria, caratterizzato da rapide ripetizioni in forma di staccato, offre quella che è la versione rock di un minaccioso incedere guerresco, sulla quale Robert Plant rimarca la natura guerriera del popolo nordico e di chi suona, caricandosi fino ad esplodere in potenti acuti sulle strofe del ritornello, quando afferma: "avanziamo contro vento, il nostro obbiettivo sarà unicamente la costa occidentale". In questa strofa la lettura è varia e interessante: riferendosi alla costa occidentale ci si può riferire all'Inghilterra, ed i Led Zeppelin, in quanto britannici, riconoscono la loro buona parte di sangue normanno, a causa delle passate conquiste vichinghe in terra anglosassone. Può riferirsi all'Islanda, perpetrando l'omaggio della canzone verso quel popolo. Ed infine può riferirsi all'America del nord, notoriamente scoperta e brevemente colonizzata dai vichinghi cinque secoli prima di Colombo, conquistata proprio come i Led Zeppelin avevano fatto con la loro pazzesca tournee del '69/70 negli States, e come si accingevano a fare di nuovo. La voce potente ma persa negli echi di se stessa di Robert avrebbe generato un immaginario destinato involontariamente a rimanere impresso nel genere heavy metal: non solo grazie all'espressione hammer of the Gods, la band britannica sarebbe stata da lì in poi spesso chiamata "i martelli degli dèi", ma altre espressioni come "Valhalla sto arrivando", o "con quanta delicatezza i vostri verdi campi narrano storie di massacri", ed altre ancora, avrebbero ispirato, insieme all'opera di altri artisti del periodo, molti musicisti che su quell'estetica avrebbero costruito tutta la loro poetica. Ho detto "involontariamente" perché i Led Zeppelin non ebbero alcuna intenzione di fare della suddetta estetica la loro immagine e di costruirvi intorno il loro intero background, come avrebbero fatto i sopracitati musicisti (per fare un esempio: Saxon e Manowar) ; per loro, Immigrant Song era una divertente peregrinazione tra le lande insanguinate dei guerrieri del nord di appena due minuti e ventisei, non male per una canzone così breve. Nonostante la tematica anarco-libertaria che facilmente avrebbe attecchito su formazioni di cultura statunitense, il brano degli Zeps si chiude con una strofa più controversa: "così ora dovreste fermarvi e ricostruire tutte le vostre rovine, cosicché la pace e la verità possano vincere oltre il giorno delle vostre sconfitte", ed infine il canto di Plant si disarticola e sfuma facendosi via via più flebile, come una drakkar che si allontana nella nebbia oltre i fiordi, portando con sé guerrieri estinti da secoli ma ancora pronti alla loro sanguinosa conquista, oltre il significato di bene e male, pronti per quel Valhalla che attende solo i valorosi.

Friends

Improvvisamente, quasi con uno schiocco, la canzone si conclude, senza un assolo, ma solo col suo granitico riff, e ad attenderci oltre le porte del regno di Odino c'è un inatteso scenario orientale, quello delle melodie di "Friends (Amici)". Dopo un pezzo come Immigrant Song, ascoltare questo brano è come ritrovarsi insieme ai propri compagni d'arme in un'affollata taverna di qualche terra lontana, eppure affine, perché ciò che caratterizza la poetica multi-folkloristica dei Led Zeppelin è proprio l'idea di un'affinità comune tra i popoli, sonorità che si ripetono sotto diverse forme e strumentazioni, con una radice comune. Mi piace immaginare, ascoltandola, di ritrovarmi nella Sicilia araba conquistata dai normanni, a respirare atmosfere mediterranee e mediorientali che si fondono con le capigliature bionde e le architetture massicce dei nuovi arrivati, e poi osservare entrambe le culture unirsi indistintamente alla popolazione originale dando vita ad una musica popolare che secoli dopo, insieme alle tarantelle napoletane ed altre sonorità nostrane, attraversando l'Atlantico, avrebbe così profondamente impresso il suo segno sulla musica folk americana, quindi al country, ed attraverso il blues ed infinite altre contaminazioni, alla fine, all'hard rock. Perché ciò che i Led Zeppelin volevano dimostrare a costo di ferire il loro pubblico, che poi è il motivo per cui li amo, è che la musica è una. Com'è facile immaginare, Friends parla di amicizia, quella tra uomini probabilmente, dal momento che "l'amica" che afferma "hai un amore, non sei solo", sparisce nel nulla alla rima successiva. Friends è tuttavia anche un testo intimista: l'inizio è piuttosto cupo, definito ancora una volta attraverso metafore immaginifiche, e ci porta a riflettere sull'oscurità che pervade il cammino (della vita), poi sull'incapacità di mollare l'impresa per andare "alla ricerca di ciò che sapevi" e sulla necessità di guadagnare la fiducia e la compagnia di un amico, di rendersi disponibili per esso perché un giorno saremo noi ad avere bisogno di sostegno. Insomma, Friends è sostanzialmente una canzone sulla fratellanza, tema che, coadiuvato dalla sonorità etnica, evocherebbe la cultura hippie, se il soggetto non fosse un po' più intimo e individualista della media dei prodotti dei figli dei fiori. La struttura strumentale è una delle più peculiari del repertorio Zeppelin, ed a farla da padroni, o meglio a gestire il brano, sono il chitarrista ed il bassista. All'inizio del pezzo è possibile sentire per alcuni secondi un diffuso vociare: sono conversazioni provenienti dai back stage della sala di registrazione e lasciate volontariamente sul prodotto finito; tra le altre voci, spicca distintamente quella del manager Peter Grant. A dare struttura al brano è la chitarra acustica di Page, un Harmory Sovereign H-1260 che il chitarrista usò principalmente proprio per la registrazione del III e durante i live dei successivi due anni. Ma se il crescendo dell'acustica di Jimmy definisce e ritma la struttura, a definire invece la personalità e l'atmosfera del brano è il lavoro di fino condotto da John Paul Jones sul sintetizzatore, mentre i tamburi orientali di Bonham completano un quadro su cui la voce di Plant si inserisce fin troppo facilmente, col suo collaudato passare da toni quasi pacati a repentini acuti. Della canzone esiste anche una versione particolarmente sfiziosa (anche se personalmente preferisco l'originale), registrata nel 1972 durante un viaggio della band in India assieme alla Bombay Symphony Orchestra. La versione, che comprende i tradizionali tabla e sitar indiani, è stata inclusa nella più recente ristampa di Coda, l'album che racchiude tutti i pezzi "in più" dei Led Zeppelin.

Celebration Day

A seguire Friends, ecco un pezzo che dimostra la tradizionale e collaudata propensione, se non il credo dei Led Zeppelin, a seguire uno schema composto da "luci e ombre", il mantra di Page fin dal primo album con la band; "Celebration Day (Il Giorno della Festa)è difatti un pezzo di grande potenza rock sporcato di funk, che nonostante si ricolleghi al precedente brano attraverso le sonorità dei riff di chitarra, mantiene una personalità ben distinta, anzi preponderante rispetto a tutta la prima metà dell'album. A legare questa canzone alla precedente vi è anche l'apporto del sintetizzatore Moog, il cui suono all'inizio del brano è l'esatta continuazione del finale di Friends. Parrebbe in realtà che ad aprire il brano vi dovesse essere una parte di batteria, andata però perduta a causa dell'errore di un tecnico. Ispirata dalle impressioni che Plant ebbe di New York City, e ad essa talvolta dedicata, Celebration Day parla (a detta di Page) di felicità. In effetti, nel ritornello durante il quale la voce di Plant si esibisce in tutta la sua euforia fino a sembrare quella di un ubriaco, la gioia di trovarsi nella "terra promessa" è palpabile ed immediata. Tuttavia, il testo della canzone è quantomeno più articolato e controverso: è mia opinione infatti che il soggetto non è chi canta ma il suo pubblico, specialmente quello più giovane, e non a caso Celebration Day ha ispirato moltitudini di adolescenti. La gioia e l'euforia della canzone spiccano così marcatamente nel ritornello proprio perché contornate da metafore inquietanti sull'insicurezza e la paura, nonché sull'imminenza della crescita, percepita quasi come un "male" inevitabile. A rendere però felice e... celebrativa la canzone è proprio ciò per cui la giovinezza è tale: vivere il momento, solo il presente esiste. Così, chi se ne frega di tutto, siamo qui, nella "terra promessa", dove "ci uniremo alla banda" per "cantare e ballare in celebrazione". Ovviamente, data la natura del testo, è lecito poterlo leggere in vari modi, ma in definitiva ha ragione Jimmy Page: Celebration Day parla di felicità semplice e pura, e se c'è qualcosa da celebrare davvero, questi sono i Led Zeppelin. Costruita sul solido riff di Jones, è senz'altro la "funkieggiante" chitarra si Page a spiccare maggiormente, specialmente a metà del brano quando, stavolta seguendo la tradizione, si esibisce in un breve ma incisivo assolo. Durante i live, Jimmy normalmente eseguiva il brano utilizzando la sua Gibson EDS-1275, l'elettrica a doppio manico divenuta leggenda. Celebration Day non è da confondere con l'omonimo film concerto del 2012, testimonianza della storica reunion londinese dei Led Zeppelin del 2007. Mai nome fu più azzeccato per un simile evento.

Since I've Been Loving You

 Seguendo ancora lo schema di luci e ombre approdiamo a "Since I've Been Loving You (Da quando mi innamorai di te)", un pezzo heavy blues potente e solenne che pur non collocandosi esattamente a metà dell'album, ne rappresenta indubbiamente il culmine ideale. L'atmosfera a metà tra psichedelia e religiosa solennità è data dall'organo Hammond di John Paul Jones, che nel frattempo usa anche un basso Fender a pedaliera, dimostrandosi ancora una volta l'eccelso polistrumentista quale egli è. La batteria di Bonham è potentemente sopra le righe (più del solito) nonostante la cadenzata lentezza del brano, la voce di Plant è tesa ed a tratti sofferente come nelle sue migliori interpretazioni blues, del tutto rispettosa del genere, mentre la chitarra di Page è davvero l'anima, l'essenza di questo pezzo, ed il suo lungo assolo, come da tradizione a metà dell'opera, è uno dei migliori della sua carriera. Il testo è descritto da una tematica anch'essa piuttosto classica nel suo genere, l'amore tormentato per una donna ingrata ed infedele. Nonostante ciò, rispetto a molti dei passati brani blues degli Zeps (perlopiù cover), la canzone non è particolarmente sessista (se non nel riferimento al tempo speso a lavorare per la fedifraga), ma bensì si sofferma sul tormento interiore del protagonista, un uomo distrutto da una passione di cui non può fare a meno nonostante sia ben conscio dell'errore in cui persegue, e nonostante gli avvertimenti di coloro che gli sono amici. Un uomo che "da quando si è innamorato (since I've been loving you) è sul punto di perdere la ragione". E la perderà. Da notare come un paio di strofe siano molti simili a quelle di un pezzo di Moby Grape del '68, Never, tipico citazionismo zeppeliniano in campo blues (non a caso la canzone di M. Grape è ugualmente straziante di quella degli Zeps, seppur meno potente ed incisiva). La canzone si apre con la chitarra di Page, la quale dipinge tinte sinuose e maliziose in cui la batteria di Bonham, forte, pesante e perfino "trascinata", si inserisce con disinvoltura. L'organo di Jones arriva poco dopo e tutti e tre vanno avanti come drammaticamente trasognati fino all'improvvisa fiammata di Page, che dà il via al cantante. Jimmy Page sembra impegnato in una continua improvvisazione, come se pizzicasse la chitarra senza farci nemmeno troppo caso, mentre Plant parla con voce ora sommessa e malinconica, ora rotta in gemiti sofferti, fino ad urlare come un pazzo disperato, disperato come può sentirsi un uomo messo spalle al muro, ed i suoi compagni gli fanno continuamente da eco e da cassa di risonanza. Fino a quel centrale assolo in cui Page dà il meglio di se, preludio alla definitiva perdita della ragione del protagonista del brano, dovuta proprio al fatto che quella ragione viene riacquistata, e con essa la coscienza e la misura di quanto è andato perduto. Il finale è sola catarsi, nessuno dei quattro musicisti è "nelle righe", tutti sono proiettati verso il dramma finale, che cresce, cresce ed infine esplode, sfumando rapidamente attraverso i potenti e stavolta rapidissimi colpi di Bonzo sulla batteria. Since I've Been Loving You sarebbe stata, negli anni a venire, un must presso quasi ogni tour dei Led Zeppelin fino al termine dell'attività della band. 

Out On The Tiles

Arrivati a metà dell'album, notiamo con "Out On The Tiles (Fuori a far tardi)" come la batteria di Bonham sia, in Led Zeppelin III, ancora più smaccata e decisiva che nei precedenti album. Considerata la natura potentemente heavy e fuori dai canoni di bonzo, e quella acustica del disco, a prima vista tale considerazione può apparire un controsenso. Ma ci sono due aspetti da considerare: il primo è la maturazione del musicista, ed il suo inserimento sempre più marcato nell'ideazione delle sonorità della band; il secondo è proprio la contrapposizione di "anime": da una parte le anime di Plant e Page, reduci da Bron Yr Aur e proiettati verso una visione più metafisica e idealizzata del nuovo album, la quale si concretizza nelle già citate sonorità acustiche e folcloristiche, dall'altra parte le anime di John Paul Jones e di Bonzo, proiettati soprattutto verso la sperimentazione e l'incisività, concretizzate nelle sonorità pesanti e le risoluzioni potenti e creative. Così, anche nei brani più "tradizionalisti" ed acustici dei Led Zeppelin abbiamo sempre l'impressione di trovare una marcia in più, quell'ulteriore sfumatura che cambia tutto, rendendoli più penetranti, inconfondibili. In Out On The Tiles questa caratteristica si evince in particolar modo proprio perché in effetti non è per nulla un brano acustico o "tradizionalista", anzi, è probabilmente il più hard rock dell'album. Per questo motivo, ascoltando la batteria di Bonzo finalmente priva di freni, viene da riflettere sulla sua importanza nel resto dell'album. D'altra parte, è a Bonham che il pezzo è accreditato, insieme a Page e Plant. Non a caso "out on the tiles" era un modo per dire "girare per la città nella notte", o tradotto: fare baldoria. Decisamente tipico di Bonzo, nel bene e nel male. Il pezzo originariamente nasceva da un motivetto che Bonham usava canticchiare, alla cui grezza melodia Page si è ispirato per dar vita al riff che anima il brano dall'inizio alla fine. Il testo, che originariamente era in pratica la disarticolata gioia di un uomo nel girovagare per la città in stato d'ebbrezza, è stato sì preso come base concettuale, ma fortemente modificato sia nelle parole che nel background da Robert e Jimmy, in modo da renderlo un po' più abbordabile ed articolato a favore del pubblico. L'ubriaco diventa in sostanza un vagabondo, il cui stile di vita nomade e rilassato si contrappone a quello della gente che lo circonda, in continua "gara". Nonostante tutto è un vagabondo ben felice della vita che fa, felice di poter passeggiare con un amico, rimediare passaggi e di avere una ragazza che lo ama, o anche solo un "raggio di sole" che ne lenisca la tristezza. Sul piano sonoro, oltre al riff abbastanza azzeccato di Page, è principalmente la batteria di Bonzo a lasciare il segno in un pezzo così hard rock che però non riesce mai davvero a spiccare il volo. Non c'è un momento davvero culminante, una catarsi nel brano; sembra piuttosto che l'intento, oltre che valorizzare il talento di Bonham, sia quello di creare una tensione, come una molla che venga tirata, in modo da "lanciare" l'ascoltatore verso il lato B dell'LP. Considerato che Led Zeppelin III guadagna molti punti proprio se sentito d'un fiato e considerato nell'insieme generale, direi che l'intento è piuttosto riuscito, ed è interessante notare che avvenga con un pezzo come Out On The Tiles, canzone dai toni così disinvolti eppure ricca di tensione, di gran tiro. Assecondiamo dunque l'intento del brano e lasciamoci catapultare verso la seconda parte dell'album, che è la più acustica e rappresentativa del disco. Infatti, nonostante la presenza di un brano come Friends, i pezzi del lato A dell'album hanno toni decisamente heavy, compreso il blues di Since I've Been Loving You

Gallows Pole

Ed eccoci ripartire con la delirante e divertente "Gallows Pole (Il Patibolo)", sostanzialmente uno stornello medievale in chiave elettrica che solo fino a un certo punto si lascia sporcare dalla vena blues degli Zeps, riuscendo a mantenere intatta la sua macabra e cinica natura. Trattasi infatti della rivisitazione di un'antica canzone popolare, la cui origine è alquanto incerta: per quel che riguarda le fonti più tradizionali, si passa da versioni scandinave e tedesche a siciliane e catalane, mentre versioni più recenti sono diffuse dall'Inghilterra alla cultura afroamericana. Nella cultura britannica, e quindi anche per i Led Zeppelin, la canzone è conosciuta col titolo The Maid Freed From The Gallows. In particolare Page e soci si ispirarono, nella rivisitazione, ad una versione del musicista folk statunitense Fred Gerlach, specialmente (se non sostanzialmente) nelle sonorità di banjo in essa presenti; tuttavia è da notare che le moderne rivisitazioni dello stornello sono parte del fenomeno di "rivisitazione generale" da parte dei bianchi della cultura afroamericana, essendo all'epoca il brano molto diffuso tra i musicisti neri degli Stati del Sud. Ad ogni modo, leggendo la versione britannica più antica col nome sopracitato, quella di Sir Thomas Percy, notiamo come vi siano sostanziali differenze testuali tra questa ed il brano interpretato dagli Zeppelin: l'originale è cupo, crudele addirittura, ma ha un lieto fine; la canzone dei Led Zeppelin è cattiva ma meno cupa, sfumata di black humor, ugualmente crudele e senza lieto fine. Nell'originale si intuisce fin dal titolo che la protagonista del brano è una ragazza ("maid" in questo caso è un termine che indica una donna nubile), la quale rischia una condanna per impiccagione per motivazioni non esplicitate. La ragazza supplica il giudice di risparmiarla, poi vede arrivare uno ad uno i suoi parenti (padre, madre, fratello e sorella), sperando ogni qualvolta che portino oro e argento per riscattarla dall'amara sorte, ma questi, uno dopo l'altro si rifiutano di aiutarla ed anzi affermano di esser colà giunti proprio per vederla morire. Alla fine, a riscattarla è un uomo, il suo amante, che riconoscendola come propria consorte ne modifica il destino. Da ciò si evince che la "colpa" della ragazza è di aver perso la propria castità prima del matrimonio, condizione riscattabile solo dall'amante. Oro e argento possono avere in tal senso un significato metaforico, simboleggiando purezza e castità perdute. La versione dei Led Zeppelin elimina il riferimento alla "ragazza nubile liberata", lasciando solo "gallows pole", cioè sostanzialmente il richiamo alla forca. In tal modo l'intera struttura risulta già profondamente modificata, in quanto il soggetto non è più necessariamente la ragazza, ma potrebbe benissimo essere colui che canta (come si può evincere anche da una breve strofa). Il testo inizialmente è molto simile all'originale, ma il protagonista prega il boia, non un giudice, di risparmialo. Anche qui si ripete il teatrino di comparsate, ma con esiti diversi: prima arrivano gli amici, ma non hanno un soldo per pagare il riscatto, sono poveri; poi giunge il fratello, che reca con sé un po' di oro e di argento; infine giunge la sorella, e chi canta e supplica chiede a questa di prendere con sé il boia e portarlo via, in "qualche luogo nascosto". Il resto della canzone è interpretato proprio dalla parte del boia che, tornato con "un sorriso", spiega allo speranzoso sventurato come la sua "deliziosa sorella" abbia reso bollente il suo gelido sangue. Il fratello gli ha portalo l'oro, la sorella ne ha "scaldato l'animo", ma il boia, con malcelata soddisfazione, tira forte (la leva del patibolo) uccidendo il condannato ed osservandolo penzolare. Non manca nulla a Gallows Pole, notevole sintesi delle novità stilistiche dei Led Zeppelin, perciò all'apertura di chitarra acustica a dodici corde segue ben presto lo strimpellio del banjo, entrambi gli strumenti suonati da Page, poi segue la voce di Plant che, come la batteria di Bonham, non si piega alla sobrietà che la classicità del brano esigerebbe, rimanendo marcatamente "zeppeliniana" e sopra le righe. Infine basso e mandolino, suonati da Jones, uniscono le loro forze con l'elettrica Les Paul di Jimmy Page. Ne consegue un quadro divertente e grottesco, atmosfere che fondono in sé sonorità da ballate sul Mississippi, con i loro banjo, ad altre tipicamente europee, rappresentate dal mandolino di John Paul Jones. La generale allegria ed il crescendo sia strumentale che temporale che caratterizza il brano fanno a pugni con la tematica trattata dallo stesso, dando vita ad una sensazione di macabro umorismo che ben si adatta allo spirito assolutamente non-classico che i Led Zeppelin infondono al brano, nonostante l'immissione di strumenti e sonorità uno più classico dell'altro. La canzone, una delle preferite di Page, sarebbe poi risultata propedeutica a scrivere un altro ben noto pezzo degli Zeps: The Battle of Evermore, sul IV.

Tangerine

Con la successiva canzone, "Tangerine", Jimmy Page riafferra e ritrasforma una piccola parte della sua carriera  negli Yardbirds. Il brano risale infatti al 1968, ad opera dello stesso Page e Keith Relf, l'allora cantante di quel gruppo. Il testo, come la stragrande maggioranza dei prodotti di Page di quel periodo, è assai sintetico e semplicistico: il protagonista si strugge per un vecchio amore finito, ha nostalgia di esso e si chiede se tale amore ripensi mai al tempo speso insieme, specialmente in giornate d'estate come quella velatamente descritta nel brano, da cui il riferimento ai mandarini (tangerine, appunto), usati come chiave immaginifica per suggerire all'atmosfera un elemento ricorrente e legante atto a rafforzare il senso di malinconica nostalgia. Non c'è un ulteriore svolgimento, l'amore finito rimane tale, ci sono ormai "mille anni tra loro due". Parrebbe, o meglio così si è ipotizzato, che il soggetto della canzone sia stato ispirato da una donna frequentata da Page ai tempi degli Yardbirds, tale Jackie DeShannon; d'altra parte è lo stesso chitarrista ad aver affermato, in un'intervista: "la scrissi (la canzone) a seguito di un passato sconvolgimento emotivo, cambiando solo alcune parole per la nuova versione". Il pezzo comincia con un voluto falso inizio, tale da sembrare un errore o un ripensamento: un approccio che ci ricorda quanto ai Led Zeppelin piacesse far assaporare al loro pubblico sonorità live, quelle in cui eccelleva la band, anche nelle versioni in studio. Come in buona parte di questo terzo album, a farla da padrona è l'acustica a 12 corde di Jimmy Page, la quale domina su ogni altra sonorità: d'altra parte, questa canzone è tutta sua. Plant interpreta il personaggio egregiamente, senza eccessi vocali, mentre la chitarra pedal steel (sorta di incrocio tra una chitarra elettrica ed una pianola, in voga soprattutto all'epoca), rende all'opera un sound vagamente country, che ricorda Neil Young. L'assolo centrale è energico eppure attutito, come se arrivasse da lontano, da quel tempo e quello spazio in cui Page ha lasciato il suo antico amore. I cori, unico elemento di cui personalmente non ho amato il risultato, sono stati realizzati sdoppiando la traccia originale, rendendo alcune parti del brano curiosamente "scanzonate" o improvvisamente tese. Nonostante ciò, il risultato ultimo descrive una canzone rilassata e d'atmosfera, non depressiva come l'analisi del testo potrebbe aver lasciato supporre, ma seppure velata di inevitabile malinconia, essa è dominata da serena accettazione e piacevole rimembranza. Nel brano seguente, fatto più unico che raro, Bonham viene lasciato a riposo. 

That's the Way

A ritmare la morbidissima "That's the Way (E' così)infatti, sono il basso e la chitarra acustica, entrambi suonati da Page, il quale gestisce anche la pedal steel ed il dulcimer, particolarissimo strumento tipico di alcune regioni degli Stati Uniti, ideato e principalmente usato, in origine, dagli immigrati irlandesi e scozzesi. John Paul Jones si ritrova nuovamente ad usare il mandolino, mentre Plant è come un cantastorie d'altri tempi, e ci stupisce mostrandoci una leggerezza ed un candore che fatichiamo ad associargli. Al batterista resta solo da suonare il tamburello verso l'inizio e la fine del brano, il più delicato e morbido dell'intero repertorio Zeppelin. Figlia diretta di Bron Yr Aur, dove d'altra parte è stata scritta e composta in "congiunzioni astrali" particolarmente favorevoli, That's the Way narra, dalla prospettiva infantile di un bambino, l'amicizia con un ragazzino "della porta accanto" (il titolo deciso inizialmente, come riferisce il biografo Stephen Davis, era appunto The Boy Next Door). La negazione dell'amicizia, la madre che spiega come le cose "dovrebbero essere/rimanere", gli atteggiamenti dell'amico di fronte ai "pesci che giacciono moribondi nell'acqua sporca" e la commozione di fronte a dei fiori, così come la constatazione di come "tutto ciò che vive è nato per morire", nascondono attraverso il classico linguaggio immaginifico amato da Plant, una critica nei confronti di tanti aspetti cui il cantante (e gli altri Zeppelin) è rimasto sensibilizzato attraverso il suo viaggiare per il mondo in pochi anni, nonché grazie alla permanenza nella campagna gallese. Appaiono dunque chiare tematiche ambientaliste ed altre politiche, riguardo specialmente l'esperienza (per lo più bella ed eccitante, va ricordato) che i musicisti ebbero negli Stati Uniti, per la prima volta a contatto con poliziotti armati ed una forte e diffusa politica repressiva. Teoricamente scollegate, queste tematiche erano percepite da Robert Plant e Jimmy Page come un quadro unico, in un contesto mondiale che vedeva gli USA impegnati nella guerra in Vietnam ed al centro della guerra fredda, mentre il turbo-capitalismo decimava le foreste. Nonostante ciò, non mi sento di affermare con decisione che That's the Way sia una canzone di protesta, ma piuttosto, ed ancora una volta, una canzone dal sapore intimista incentrata su una serena e un po' malinconica constatazione degli eventi, perfino rilassante e contemplativa, come per scrollarsi tutto di dosso. Così facendo la canzone si ricollega molto facilmente, per atmosfera e sensazioni, alla precedente Tangerine.

Bron-Y-Aur Stomp

Ed infatti, a completare il cerchio legandosi perfettamente ai brani precedenti, c'è la folkloristica e ritmata "Bron-Y-Aur Stomp", reale e ideale pezzo finale dell'album nonostante si tratti in effetti del penultimo brano. Come difatti suggerisce il titolo, questa canzone è ispirata al cottage gallese da cui Led Zeppelin III trae la propria anima; anzi, è una vera e propria dichiarazione d'amore e fedeltà, sia musicalmente che testualmente, verso Bron Yr aur. La differenza tra il nome del brano e quello del cottage ("Y" anziché "Yr") deriva da un errore di stampa della prima edizione dell'album, modificato in successive ristampe con la corretta dicitura. Il termine "stomp" presente nel titolo indica, grossomodo attraverso l'implicita onomatopea, l'atto di saltare e ricadere a piedi uniti, in uso anche per indicare una danza movimentata, ed è ideale e suggestivo nell'indicare come la canzone abbia lo spirito di una ballata popolare. Il testo del brano è quanto di più solare e leggero si possa immaginare: una passeggiata col cane per i boschi. A dire il vero, fino alle ultime strofe, il protagonista del brano sembra parlare con la propria amata, pare elencare le idilliache qualità della propria donna fino a sfumare in una sorta di felice ed incantato esistenzialismo, in cui la natura è liberatrice di ogni male ed ogni ansia, mentre gli altri mortali sono imprigionati "tra quattro mura". Infine, quando la maschera viene gettata, capiamo che tutto quell'idillio era rivolto alla compagnia di Strider, il border collie "merle" di Robert Plant, il cui nome deriva da un appellativo con cui viene spesso chiamato il personaggio letterario Aragorn ne Il Signore degli Anelli. La sonorità del pezzo è impregnata di generi diversi: sfumature blues e decise pennellate di folk si fondono con disinvoltura disarmante all'interno di una solida struttura country, cosicché l'acustica Martin D-28 di Jimmy Page unisce le proprie forze col basso fretless (privo di tasti) di John Paul Jones, mentre John Bonham si diverte nell'uso delle nacchere e dei cucchiai, entrambi strumenti dalla nobile reputazione millenaria e diffusissimi nella musica folkloristica. Robert Plant invece dà il meglio di sé rimanendo coerente a se stesso: pur senza raggiungere gli apici vocali dei pezzi più blues degli Zeppelin, il suo canto è graffiante e divertito, valorizzato nel ritornello dall'effetto di sdoppiamento della voce, che ci offre l'azzeccata impressione di una folla cantante ad una festa di paese. Benché il canto non sia né virtuoso né essenziale alla natura del brano, è proprio esso a donargli il giusto spirito ed il mordente che lo contraddistingue. Un pezzo ben riuscito, divertente e "zeppeliniano" nonostante il mix di sonorità classiche e di culture diverse da cui è composto. Di Bron-Yr-Aur Stomp esiste, per la gioia degli appassionati, una versione strumentale del '69 in chiave rock-blues elettrico assolutamente imperdibile intitolata Jenning Farm Blues, dal nome di una proprietà ove albergarono Plant e famiglia. Tale versione, da cui in effetti è tratta quella folk di Led Zeppelin III, è rintracciabile in numerose pubblicazioni tra cui la rivisitazione, nel 2014, dell'intera discografia Zeppelin.

Hats Off To (Roy) Harper

Posta oltre la fine dell'album, poiché idealmente il disco si conclude qui, l'insieme singolare e classica "Hats Off To (Roy) Harper (Tanto di cappello per Roy Harper)" rappresenta un dulcis in fundo. Si tratta di un pezzo Country blues ispirato e dedicato all'artista folk rock inglese Roy Harper, conosciuto da Page proprio nel '70 al festival di Bath e da allora suo intimo amico. Non solo Harper avrebbe in futuro collaborato con i Led Zeppelin, ad esempio aprendo alcuni dei loro concerti, ma lo stesso Page sarebbe stato tra i musicisti accreditati nell'album Stormcock  del cantautore britannico (con lo pseudonimo di S. Flavius Mercurius). Ancora nel 1985 i due collaborarono ad un album insieme, e nel 2005 fu proprio Page a presentare la premiazione che assegnò ad Harper il premio Mojo Hero Award. Roy Harper compare inoltre nel film Zeppelin The Song Remains The Same. Il testo della canzone è un collage di strofe atto a omaggiare circa quarant'anni di storia del blues (Elvis Presley, Otis Rush, Robert Johnson, ed altri ancora), e credetemi se vi dico che quel calderone di parole messe a caso, baby di qua e baby di là e sessismo random è qualcosa di pressoché intraducibile, a meno di non aprire i cancelli dell'inferno. Oh, non è un aspetto negativo, anzi forse è il più spassoso del brano e riesce a rendere omaggio sia, come già detto, ai king del blues secondo Jimmy Page (tra cui Shake 'Em On Down, da cui il pezzo trae in certa misura la propria struttura), sia allo stile tipico di Roy Harper di comporre i propri testi. Fa assolutamente piacere sentire la voce di Plant finalmente distendersi, se così si può dire, nella sua natura profondamente blues sulla base country del riff di Page. C'è quello strano inizio in cui voce e chitarra scompaiono dopo pochi secondi per ricomparire subito dopo, c'è la tecnica bottleneck slide guitar (tratto dal tradizionale uso di una bottiglia come strumento da far scivolare sulle corde del manico) con cui Jimmy suona la chitarra da vero conquistatore della Frontiera. C'è il fatto che la canzone sia eseguita essenzialmente da Robert Plant e Jimmy Page, ed infine c'è, elemento curioso, il fatto che il brano sia accreditato oltre che come traditional, a Charles Obscure, ironico pseudonimo di Page. Con quest'ultimo pezzo, che sintetizza sia la nuova ispirazione dei Led Zeppelin, sia la base blues dalla quale provengono, ha infine termine la terza fatica della band britannica.

Conclusioni

Definire il successo (o insuccesso) dell'album non è semplice, ed andrebbe fatto attraverso due punti di vista: l'immediato ed il postumo. In primo luogo, al momento successivo la sua pubblicazione del 5 ottobre 1970, il disco ottenne vendite molto buone ma decisamente inferiori a quelle di Led Zeppelin II, nonostante il pre-ordine di circa un milione di copie. Il lavoro degli Zeps venne accolto tiepidamente dal pubblico, disorientato dal cambio di sonorità e di poetica, e la critica ne approfittò per attaccare duramente, grossomodo con le stesse motivazioni, una band che aveva osteggiato fin dai suoi esordi. Proprio per tale incomprensione della critica (tra l'altro piuttosto divisa su "cosa" criticare del nuovo album) i Led Zeppelin si rifiutarono per ben diciotto mesi di rilasciare qualsiasi forma di intervista o dichiarazione. Ma quanto alla reazione del pubblico, sarebbe illogico non pensare che probabilmente i Led Zeppelin si aspettassero perfettamente un esito non del tutto entusiasta. Se non ritenessi che, probabilmente, Jimmy Page sia solo un giocatore di poker dannatamente fortunato, avrei addirittura paura della sua profetica lungimiranza, e qui passiamo al secondo punto: il successo postumo dell'album. Sarebbe infatti stato sul medio e lungo periodo che Led Zeppelin III avrebbe riscosso il meritato successo, frutto della consapevolezza con cui il senno di poi avrebbe infine benedetto dall'alto pubblico e critica. Non fraintendete, quando parlo di "iniziale insuccesso", mi riferisco sempre in paragone col precedente capolavoro della band; il terzo album ottenne comunque il primo posto nelle classifiche di almeno cinque nazioni, tra cui Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia (che all'epoca ne capivamo, mica come ora). Tuttavia risulta evidente come i Led Zeppelin abbiano deciso, con il III, di mandare al diavolo tutto e tutti e dedicarsi unicamente al loro percorso come artisti, e sia chiaro, li amo anche per questo. Chiunque, dopo una bomba come Led Zeppelin II avrebbe potuto continuare sulla strada facile e produrre un album copia-incolla, a uso e consumo di un pubblico ormai assuefatto ad assoli brutali ed urla squarcianti. Non i Led Zeppelin. Avrebbero potuto fare un ottimo lavoro in ogni caso, produrre piccoli e grandi capolavori che sarebbero stati accolti dal pubblico con calore ed entusiasmo ma no, loro hanno proseguito sulla strada più tortuosa, una strada tanto in salita da sembrare una scala per il paradiso. Se avete colto la citazione, ebbene è proprio questo il valore aggiunto di quest'album tanto dibattuto: senza Led Zeppelin III non avremmo mai avuto i Led Zeppelin come li conosciamo, e come il pubblico li avrebbe conosciuti negli anni successivi il 1970; in breve, non avremmo mai avuto i Led Zeppelin di Untitled, il quarto album nonché capolavoro della band, di ZoSo e di Black Dog, ma soprattutto di Stairway to Heaven, Kashmir ed  altri immortali capisaldi. Nessuno d'altra parte poteva aspettarsi che i Led Zeppelin sarebbero riusciti a coniugare il terzo album con tutto il lavoro precedente, e a creare qualcosa di ancora più memorabile di quanto già fatto fino a quel momento. Per concludere, mettendo per inciso che, piacciano o meno le "nuove" sonorità, Led Zeppelin III è un album di squisita ricercatezza ed innegabile qualità, è doveroso sottolinearne il coraggio e l'incorruttibilità artistica che ne sono alla base, ed il fatto che pur non essendo un album privo di difetti e tirature riesca sempre a divertire ed incuriosire anche l'ascoltatore più refrattario. Soprattutto, lo ribadisco, Led Zeppelin III è l'album della lungimiranza, della capacità di fare qualcosa sapendo guardare oltre, e anche solo come tale merita un posto d'onore nella storia del rock, anche se di rock (salvo un paio di brani) ha davvero poco. Più di qualsiasi altra cosa, un'opera alle origini del mito e, quasi suo malgrado, un capolavoro.

1) Immigrant Song
2) Friends
3) Celebration Day
4) Since I've Been Loving You
5) Out On The Tiles
6) Gallows Pole
7) Tangerine
8) That's the Way
9) Bron-Y-Aur Stomp
10) Hats Off To (Roy) Harper
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