LED ZEPPELIN

Led Zeppelin II

1969 - Atlantic Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
26/10/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Si era nel 1969 e gli echi del roboante lancio di Led Zeppelin, uscito appena agli inizi di quello stesso anno, erano ben lungi dal placarsi. L'album d'esordio dell'omonima band era andato ben oltre il successo sperato, portando il quartetto britannico da un relativo anonimato alla fama mondiale in poche settimane. Dal momento che gli Zeppelin, primo fra tutti il loro manager Peter Grant, sapevano bene che la potenza e la personalità della band si esprimevano soprattutto negli spettacoli dal vivo, il periodo successivo l'uscita del primo disco fu seguito da un'epopea di concerti tra Europa e Stati Uniti. In particolare, da giugno ad agosto gli Zeps si esibirono in quattro tour europei e tre negli States, per decine e decine di date, talvolta più di una in un giorno. Fu in quel periodo di iperattività che "Led Zeppelin II" (o semplicemente "II"), il secondo album in studio della band di Jimmy Page, venne composto e registrato. Rispetto al primo disco, che a quanto ci dice lo stesso Page era stato registrato in appena 30 ore, per questa seconda fatica occorsero circa otto mesi di lavorazione, spezzettati tra le interminabili date ed i conseguenti viaggi in pullman ed in aereo, le sbronze, le groupies e tutto il resto. Detto così può sembrare che l'album, nato da un simile contesto, sia un rocambolesco accrocco preparato in maniera troppo sofferta ed in fase di stress, inadeguato al confronto col suo predecessore. Niente di più lontano dalla verità, perché Led Zeppelin II è probabilmente il miglior disco del primo periodo Zeppelin, quello sostanzialmente che va dal primo al terzo album, prima di quel Senza Titolo che avrebbe cambiato molte delle carte in tavola. Per certi versi è il migliore tra gli album dei Led Zeppelin, e non lo dico a caso: le sonorità di pezzi come Heartbreaker e Whole Lotta Love sono lucidamente più hard di qualsiasi cosa realizzata fino a quel momento, Led Zeppelin compreso, germinali di interi futuri filoni hard rock ben più di quanto non lo fosse il lavoro precedente. Non solo: l'album è nel complesso più personale del suo predecessore, maggiormente completo dell'apporto di ogni singolo membro nell'ideazione e nella composizione dei brani, non più opera del solo Jimmy Page. Si può dire, in definitiva, che Led Zeppelin II fu il "vero" disco d'esordio dei Led Zeppelin, cosa che dal mio punto di vista carica il primo album di un'importanza ancora maggiore, nel suo essere l'anello di congiunzione tra "il classico ed il nuovo". Ecco, questo secondo album era definitivamente "il nuovo". Capiamoci, le basi rimanevano blues, ed ancora anzi più di prima Page e Plant attingevano a piene mani dal solito bacino musicale. Per usare un eufemismo, a dire il vero: titoli, testi, melodie vennero "saccheggiati" un po' ovunque ai soliti bluesman di fiducia, rielaborati o perfino riproposti pari pari. Un giochino che costò agli avvocati della band tanta fatica e tanti soldi, cause spesso vinte ed altre giustamente perse, come quella con Willie Dixon. Tutto ciò non significa che Led Zeppelin II fosse un album derivativo, anzi. La sua personalità è unica e si distacca totalmente dalle fonti di ispirazione. Ma soprattutto, usando un minimo di senno di poi, o anche solo approfondendo l'analisi di quel particolare periodo storico e culturale, musicalmente parlando, "rubare" impudicamente dal repertorio di autori classici non fu  affatto un errore da parte dei Led Zeppelin, e nemmeno una grande infamia. Andrebbe infatti ricordato che tra la fine degli anni '60 e tutti gli anni '70 era pressoché la regola avere qualche causa aperta per plagio (nel blues poi, era quasi tradizione), ed ogni band o artista che si rispettasse era costantemente impegnata in un lavoro di revisionismo atto a cercare nel passato la chiave per il futuro, vecchia storia dell'animale uomo. I Led Zeppelin quella chiave l'avevano trovata, ed è in virtù di ciò che il costante confronto con i capisaldi storici del loro sound era stato non solo necessario, ma essenziale, per loro e per il rock. Insomma, plagio o no, Led Zeppelin II è un album riuscito in pieno, come dimostrano sia le vendite, sia l'immortalità di molti dei suoi brani. Le ragioni di un così buon lavoro in un contesto tanto caotico sono molteplici, e vanno ricercate tanto nelle persone che vi lavorarono quanto negli spazi e nei tempi in cui dovettero agire. Il primo motivo è presto detto: i concerti live. Fu proprio il continuo lavoro sul palco l'energia ed il nutrimento per il secondo album, nulla di cui stupirsi per una band che aveva fatto della sua capacità di fomentare il pubblico la propria carta di identità. Fin dal primo album, addirittura lo studio di registrazione veniva preparato da Page allo scopo di catturare una sonorità che sembrasse suonata dal vivo. Grazie al continuo suonare davanti ad una folla inneggiante, grazie alle baldorie, grazie al sesso ed agli eccessi, Led Zeppelin II risente di una purezza, di una grezza e genuina potenza che esprime esattamente quello spirito che gli Zeps rappresentavano, e che tenevano a far cogliere al loro sempre più vasto pubblico. Come vedremo, anche le improvvisazioni sul palco e le sperimentazioni estemporanee di quelle serate indiavolate, avrebbero profondamente segnato la personalità dell'album, rendendolo unico e maledettamente graffiante. Il secondo motivo sta nelle persone che hanno lavorarono alla sua realizzazione, e parlarne è più complesso. Lo vedremo bene analizzando gradualmente l'album più da vicino, ma per fare subito un esempio che dia una somma della questione, basti pensare al coinvolgimento nell'album di Eddie Kramer. Con il leggendario ingegnere del suono, i Led Zeppelin realizzarono gran parte dei loro album in studio (Led Zeppelin III, Phisical Graffiti, Houses of the Holy, Coda, e naturalmente Led Zeppelin II), nonché due dischi dal vivo, "The Song Remains the Same" e "How the West was Won". Se c'è un grande regista, un eroe dietro le quinte da annoverare assieme alle leggende degli anni '60 e '70, quello è Kramer. Nella sua cinquantennale carriera ha registrato, mixato e prodotto un'infinità di artisti, tra cui i Beatles (due singoli, agli inizi della sua carriera), i Rolling Stones e i Blue Cheer. Poi, ed in special modo, Jimi Hendrix, di cui fu amico personale; e naturalmente i Kiss, cui produsse quattro album nei soli 70's, ed Alive III nel '93. Fu anche uno dei pochissimi individui sobri a Woodstock del '69, cui di conseguenza non conserva un ricordo granché buono; ma d'altra parte, pover'uomo, era lì per lavoro. Kramer in quel periodo aveva già fatto tesoro di quanto imparato collaborando con band dallo staff spaziale come i Beatles, ed il suo contributo a Led Zeppelin II si palesa in particolar modo in pezzi di punta quali Heartbreacker, Ramble On e Bring It on Home, ma è presente in diverse sfumature anche nel resto del disco. Un lavoro non facile, dal momento che la registrazione di un solo brano poteva essere stata spezzettata tra studi di registrazione di mezzo globo, un assolo a Vancouver, le parti vocali a Los Angeles, le sezioni ritmiche in Gran Bretagna, e così via. Jimmy Page, che del precedente album aveva curato pressoché ogni aspetto di registrazione, riuscì a stabilire con Kramer un rapporto di simbiosi e scambio continuo, agevolato dall'avanguardistica creatività che i due condividevano. Molte qualità dell'album sono frutto dell' improvvisazione e del talento creativo di Jimmy Page e del tecnico sudafricano (Kramer è nato a Cape Town), o perfino di errori magistralmente trasformati in colpi di genio: esemplare è il caso del finale di Whole Lotta Love, in cui la voce di Plant appare come sdoppiata, echeggiante. Sostanzialmente, a causa di un non ben precisato malfunzionamento, una guida vocale registrata su una delle otto piste andò a finire nel missaggio, cosicché Kramer e Page pensarono bene di aggiungere un riverbero,  trasformando un difetto in tocco di classe. Si potrebbe scrivere un articolo a parte solo sulle tecniche di registrazione pionieristiche che furono impiegate di volta in volta per realizzare Led Zeppelin II, sia per scelte creative che per sopperire a mezzi e tecnologie. Tralasciamo questo tunnel, fin troppo tecnico per le mie competenze, e torniamo a noi. L'ultimo motivo che contribuì a rendere l'album quasi perfetto e degno di essere considerato il "vero disco d'esordio degli Zeppelin", fu la partecipazione. Con questo termine intendo sia l'affiatamento tra i quattro musicisti britannici che una più generica alchimia tra di loro, ma soprattutto una oggettiva partecipazione di ognuno di essi alla realizzazione di ogni aspetto del disco. Se infatti i Led Zeppelin erano ancora la "creatura" di Jimmy Page, è anche vero che le intense settimane e mesi passati a suonare insieme, fin dalla primissima formazione come New Yardbirds, avevano creato un profondo spirito di corpo, una maturazione artistica sia individuale che collettiva che non si sarebbe fermata fino alla morte di Bonzo. A differenza del primo album, su Led Zeppelin II non c'è un solo brano scritto unicamente da Page; tutti i pezzi vedono la partecipazione alla composizione di almeno uno dei membri del gruppo oltre a Jimmy, talvolta Robert Plant, ma più spesso tutta la band, nessuno escluso. Tutto ciò, fatta eccezione per Bring It on Home, attribuita al solo Willie Dixon, anche se giustamente rivendicata anche dagli altri Zeppelin in successive versioni. Avviciniamoci dunque di più all'album: per la copertina venne detto al grafico David Juniper di trovare, molto semplicemente, una buona idea. I Led Zeppelin, già dal primo album, non erano mai stati molto esigenti sul piano grafico, preferendo un funzionale ed evocativo colpo d'occhio a composizioni fotografiche o pittoriche più o meno cervellotiche, cosa che pure andava abbastanza di moda in quel periodo. Niente di male, anche questo aspetto si confaceva all'impatto sonoro ed alla personalità della band, almeno in questo primo periodo. Alla fine Juniper decise di ricollegarsi al tema del primo disco, che mostrava una foto del dirigibile Hindenburg in fiamme, e proporre ancora una volta un'immagine storica: una foto di gruppo del "Circo Volante" del celebre Barone Rosso, l'eroe di guerra tedesco del primo conflitto mondiale. Il bianco e nero venne modificato in un effetto seppia più luminoso e rarefatto, mentre lo sfondo bianco sul quale campeggiano le figure venne ricavato ponendo il profilo di uno Zeppelin con delle nuvole in lontananza, sulle quali troneggia il nome della band. Infine, i volti dei piloti vennero modificati e sostituiti con quelli dei quattro Zeppelin, Peter Grant, il tour manager Richard Cole, il bluesman Blind Willie Johnson, ed altre figure di contorno sulle cui identità esistono versioni diverse: ad esempio la figura della donna, indicata da Juniper come una musa di Andy Warhol, parrebbe essere invece l'attrice Glynis Johns, posta solo per prendere in giro il tecnico del suono Glyn Johns, mentre un'altra figura menzionata è quella di Neil Armstrong. Una buon mix di mistero e ironia insomma, in linea con quel background grafico intimamente legato ai vecchi pionieri del volo, così come i Led Zeppelin erano pionieri della musica, in fiamme su un palco o in equilibrio sulle ali di un pericolante assolo. Lo sfondo marrone su cui campeggia la composizione ha valso all'album il soprannome di Brown Bomber, il Bombardiere Marrone. Apriamo dunque la copertina e superiamo l'impatto con l'illustrazione super kitsch all'interno, un dirigibile dorato sopra un tempio simil-greco dorato, illuminato da grandi fari?dorati, immagine ispirata ad un documentario sull'architettura tedesca degli anni '20.

Whole Lotta Love

Passiamo oltre, afferriamo il disco, facciamo partire la puntina e partiamo con la prima traccia, nonché la hit di questo album, ed una delle più rinomate di tutta la discografia Zeppelin in generale: "Whole Lotta Love". La canzone figura al numero 75 tra le 500 migliori canzoni di tutti i tempi secondo Rolling Stones, che ce la pose nel 2004 quando alla redazione della nota rivista si resero conto che forse, dico forse, i Led Zeppelin non erano poi da buttar via come gli era parso all'inizio. Il fatto è che per varie ragioni una buona parte della critica, in special modo quella britannica con Rolling Stones in testa, diede pesantemente contro agli Zeppelin per molti anni, un po' per l'oggettiva difficoltà di inquadrare criticamente la band al suo esordio, un po' per altri motivi, compresi probabilmente quelli commerciali e d'immagine. Whole Lotta Love vede tra le firme l'intera band più Willie Dixon, cui Page e Robert Plant avevano platealmente saccheggiato interi pezzi di You Need Love, scritta nel '62 per Muddy Waters. Anche l'arrangiamento tra le sue ispirazioni, in particolare da una versione del '66 degli Small Faces, You Need Loving. Dixon nel 1985 avviò una causa per i diritti sulla canzone, e la vinse. L'episodio, tuttavia, non compromise minimamente l'identità della canzone, che per tutti era e rimaneva un inno dei Led Zeppelin, ed a ragione; così come per molti brani del primo album, Whole Lotta Love ha una personalità distinta, unica e soprattutto rivolta in avanti, rispetto alle versioni da cui trae origine. Il testo, così come era già stata la tradizione nel primo disco, è puramente accessorio e persegue le linee guida caratteristiche del blues, portate all'ennesima potenza, anzi, diciamo all'ennesima sfacciataggine. Infatti i Led Zeppelin saccheggiano sì il testo della canzone originale (intere strofe sono pressoché identiche, soprattutto laddove Dixon aveva eccelso nell'assonanza tra le parole), ma portando il contesto su un piano talmente estremo e volgare da risultare volutamente e schiettamente dissacrante, quasi a farglielo apposta, povero Willie. Così, dove l'originale si limita ad affermare all'amante di turno che ha bisogno di essere "stretta e baciata", la versione Zeppelin fa esplicito riferimento alla penetrazione con maniacale accanimento. Non che la canzone di Dixon sia roba da neo-fidanzatini, anche lì si fanno riferimenti all'eccitazione ed al bisogno di amore inteso come amore fisico, e la frase way down inside (giù dentro), è la stessa che i Led Zeppelin copiarono per sottintendere la penetrazione. Quel che fa la differenza sono le sfumature, le quali rendono l'originale molto più maliziosamente velata, mentre nella versione di Page e compagni non c'è alcuna malizia o velatura, solo e unicamente l'esuberanza di un ventenne che lo sventola davanti all'amante del momento. "Vuoi tutto quanto il mio amore?"_ chiede il ritornello che dà il nome alla canzone, e mentre Dixon spreca qualche complimento per la sua donna, i Led Zeppelin l'apostrofano sessualmente ancora e ancora, Robert le dona "ogni centimetro del suo amore" fino al climax centrale della canzone, quando finalmente Plant "è venuto" e lei si è "raffreddata". Poi, proprio quando credi sia finita, sia l'accoppiamento che la canzone riprendono il via senza davvero mai culminare, andando a sfumare in un orgasmo infinito ed eterno, astratto dai gemiti del sinuoso cantante. Entrambe le versioni, ad ogni modo, hanno lo stesso spirito di fondo: esaltare il desiderio che una donna sottintende ed "insegnarle ad amare". Così come da tradizione nel blues, è un testo adatto a fare da cornice alla vera protagonista: la musica. Robert Plant è bravissimo a piegare le parole a questo scopo fin'anche col più piccolo gemito o movimento del corpo. Whole Lotta Love inizia con una breve, spavalda risatina, subito seguita da quel riff di Jimmy Page, quattro note che da sole hanno fatto un gran pezzo della storia del Rock. È proprio Page che con la sua Les Paul '59 sorregge l'onere dell'intero pezzo, e gli riesce con una naturalezza disarmante grazie a quelle poche, fatidiche note che oggi sono parte immancabile del repertorio di qualunque aspirante chitarrista rock. Ben presto arriva John Paul Jones a dare manforte col suo basso, e dalla potente sinergia dei loro strumenti comincia a decollare la voce potente e sessuale di Robert Plant. Quando finalmente irrompe anche la batteria di John Bonham l'amplesso ha davvero inizio. Il pezzo si carica sempre di più di tensione e voluttà, rimarcate dalle arpeggianti insinuazioni del theremin, particolarissimo strumento elettronico che Page amava usare dal vivo. Ma sono solo i preliminari: ben presto la chitarra di Page, e con essa l'intero brano piombano nell'atto sessuale vero e proprio, ed è un delirio di suoni distorti dal thermin, che pare fuori controllo, e di gemiti così convincenti da parte di Plant che ci viene il dubbio con chi li abbia registrati. Solo la batteria di Bonzo mantiene una certa virile lucidità, ed è proprio essa ad esplodere per prima annunciando l'avvenuto coito. Page si esibisce in un breve e liberatorio assolo, seguito di nuovo dall'esuberanza dei compagni e dall'eterna domanda vuoi tutto quanto il mio amore? Ed è qui che possiamo ammirare quell'effetto di "sdoppiamento" della voce concepito dal caso e partorito dal genio. Sì, vuole tutto quanto il suo amore, la sua voglia è ideale ed infinita: Il riff ricomincia ancora una volta, i gemiti ripartono e le smargiasserie di Plant sfumano assieme a tutto il resto in un orgasmo senza fine.

What is and What Should Never Be

Dopo un inizio così seducente e strabordante di energia, la psichedelica e vagamente malinconica "What is and What Should Never Be" è come la pace dei sensi. Scritta da Page e Plant, appare completamente diversa da quanto scritto finora dalla band britannica: il testo è articolato e poetico, la melodia accarezza spazi ampi e rilassati, pur venendo spesso lacerata dalle distorsioni di Page e dalla voce di Plant, che come suo solito sa ben passare dal tono più delicato ai lamenti più laceranti. Per alcuni versi, è un anticipo dei Led Zeppelin di qualche anno a venire, così come lo è Ramble On. Ciononostante, non può che essere un pezzo tutto sommato abbastanza sulle righe, una sfumatura psichedelica, forse la più psichedelica del repertorio Zeppelin, nel senso tradizionale del termine, che trae radici ben precise ed in cui il timbro degli Zeps risulta sì ben amalgamato, ma non preponderante. Secondo il giornalista Stephen Davis, autore della biografia dei Led Zeppelin (Hammer of the Gods, The Led Zeppelin Saga), il tema della canzone rifletterebbe un retroscena romantico tra Plant e la sorella della di lui moglie. Pettegolezzi a parte, cui per una volta siamo portati a credere, visto il figlio avuto da Plant e dalla sorella della moglie Maureen nel 1991, le liriche di What is sono l'aspetto più particolare nell'ambito di ciò che fino a quel momento erano stati i testi dei Led Zeppelin. Page si era messo a scrivere sul serio, ed insieme a lui Plant, per la prima volta in vita sua. Il risultato è buono: una storia sofferta, ma anche un barlume di speranza. Effettivamente, la tematica principale è sostanzialmente una storia clandestina, e non ci è dato conoscerne le sfumature, o il perché si tratti di un rapporto proibito, basti che l'esistenza stessa di tale rapporto è, di fatto, un'utopia. Protagonista, una giovane donna oggetto di un desiderio irrealizzabile: what is, ciò che è, si riferisce all'amore tra lei e colui che canta, ed è reale, inequivocabile. What Should Never Be, ciò che non dovrebbe mai essere, ci dice che tale amore, tale desiderio di un rapporto, sono impossibili. Talvolta le barriere che impediscono ai sentimenti di manifestarsi appaiono blande, fragili, insensate, eppure al tempo stesso infrangibili, marmoree, perfino necessarie. E così i due protagonisti si perdono in romanticismi carichi di falsa speranza, come se le promesse servissero ad ingannare loro stessi, per non cedere alla malinconia che, rassegnata, segna molte strofe di questo brano dolce-amaro. Al dì là di ciò che potrebbe esserci dietro il testo, Robert e Jimmy ci parlano sostanzialmente di un sentimento reso impossibile da barriere sociali tanto inconsistenti quanto invalicabili, e della dolce speranza e della rabbia intrinseche nel desiderio di abbatterle. Il linguaggio della canzone, ricco di simbolismi e metafore, ben si presta a interpretazioni diverse ed a misteriche ambiguità, preludio di un filone che in seguito i Led Zeppelin avrebbero cavalcato ampiamente. La canzone parte con una bella e curiosamente classica ritmica blues, accarezzata dalla voce di un Plant insolitamente dolce, privo di malizia. Poi, quando la prima, romantica strofa si esaurisce, il blues si trasforma repentinamente in rock e la voce di Robert spicca il volo e diventa non dico rabbiosa, ma aggressiva, sì, decisa e pronta a tutto. E così, come tra le strofe si alternano momenti d'amore ad altri in cui l'urgenza di dare uno strappo e concretizzare questa relazione impossibile si fa sempre più forte, il brano continua ad alternare momenti dal suono classico e dalla ritmica cadenzata, ad altri rombanti ed aggressivi, decisamente hard rock, sui quali spicca sempre l'eccelso lavoro di Jones al basso. La psichedelia pervade il sottotesto della canzone, funzionale al suo romanticismo metafisico, fino ad esplodere a metà del pezzo nell'assolo di Jimmy Page, che grazie alle sue distorsioni riesce a farci davvero vedere il castello immaginario dove Plant vorrebbe portare la sua amata, a farci sentire quel vento di cui parla, quello che "non soffierà". Il brano prosegue ancora un po' nella sua collaudata struttura fino all'exploit finale, in cui è la rabbia e l'amore, la dolcezza e la malinconia, tutto espresso musicalmente e sgorgato in un unico, possente flusso. Bonham, Jones e Page sorreggono Plant sulle loro spalle, e lui da lì sovrasta la scena con la potenza della sua voce, come non lo sarebbe stata più dopo Led Zeppelin II.

The Lemon Song

Per timore evidentemente di poter stuccare il pubblico, con un eccesso di romanticismo e di strofe eccessivamente ricercate, a What is and What Should Never Be segue la scanzonata "The Lemon Song", un tripudio di sano maschilismo vecchio stile, sfacciataggine e doppi sensi. Va be', nemmeno così "doppi", in fin dei conti. Con questo pezzo torniamo ad uno stile Zeppelin che più caratteristico non si può, lo stesso che pervade il loro primo album con quel rock blues amabilmente distorto. The Lemon Song è anche l'esempio perfetto dello spirito di questo secondo disco, essendo nata improvvisazione dopo improvvisazione dalle esperienze sul palco; il brano, difatti, è ispirato a Killing Floor, canzone del '64 opera del bluesman Howlin' Wolf, che i Led Zeppelin solevano suonare ai loro live fin dagli esordi sui palchi. Il risultato finale di queste mille rivisitazioni estemporanee sui palchi di mezzo mondo è un pezzo a sé stante, originale e perfino rappresentativo di quel nuovo modo di concepire il blues. Nel testo, Robert si lamenta di una donna che "avrebbe dovuto lasciare da tempo", una femme fatale per colpa della quale lui si trova ora "così in basso". Ma non è, capiamoci, una vera lamentela: oltre alla sonorità scanzonata del pezzo, è l'intrinseca ironia del contesto ed il modo di raccontarlo a rendere l'intera situazione una sghignazzante parodia. Infatti, man mano che la canzone prosegue, si evince che mentre Plant enumera le sue disgrazie, lei è impegnata a masturbarlo. Il repertorio di facile sessismo caratteristico di un certo blues (lui che lavora e porta a casa i soldi di cui lei si appropria per "darli ad un altro uomo"), diventa di fatto una specie di satira sul tipico maschio che, malgrado il suo ego virile, non riesce a sottrarsi al giogo della femmina arrapante. In effetti, lei lo tiene letteralmente "per le palle", o meglio per il membro, fino al finale col celebre riferimento al "limone strizzato", ed al "succo che cola tra le gambe", espressione resa già celebre da Robert Johnson (Travelling Riverside Blues) e Arthur McKay. Altri riferimenti nel testo passano da Albert King fino, ovviamente, all'originale di Wolf. Come su What is and What Should Never Be, è John Paul Jones a dare l'anima alla canzone: I suoi geniali riff, aggressivi ed ipnotici, sono la base ideale per la voce disperata di Plant, trampolino perfetto per le fiammate della chitarra di Jimmy Page, che si esibisce in uno dei suoi migliori assoli. Come da tradizione Zeppelin il brano è strutturato fondamentalmente in tre parti, di cui quella centrale è la più lenta e lunga, staccate da quelle esplosioni di suoni in cui i due super creativi della band, Page e Bonham, sono liberi di darci dentro a piacimento, esaltati grazie alla perfetta tensione creata da Jones nelle parti più sostenute. Alla fine del delirio pornografico con cui si chiude il pezzo, Robert ha "lasciato i suoi bambini sul pavimento", ideale finesse di chiusura. Led Zeppelin II, nonostante il contesto caotico dal quale è nato, evidenzia dopo The Lemon Song un equilibrio che mancava al primo album. 

Thank You

 Così, dopo il limone strizzato è il turno della romantica e dolcissima "Thank You". Firmata da Page e Robert Plant, è soprattutto opera di quest'ultimo, che è totale autore delle liriche. Questo pezzo più di ogni altro è emblematico della crescita della band sotto il profilo dei suoi individualismi: sia la sonorità rock, pop e folk di Thank You, sia la personalità del suo testo sono qualcosa di nuovo e atipico nel repertorio Zeppelin, frutto delle preferenze del loro frontman, e non più unicamente di quelle del chitarrista. È da questo punto in poi che inizia la crescita di Plant come scrittore di testi, solo coadiuvato dall'onnipresente Jimmy Page, che piuttosto che far pesare la sua presenza ed il suo talento fino all'inevitabile rottura, diviene in un certo senso come un "padre", il quale lascia pian piano andare i propri figli verso il loro creativo futuro, a tutto beneficio del legame tra i quattro membri del gruppo e della loro maturazione come band. Insomma, non si può dire che Page non avesse una visione lungimirante e nitida delle cose, e soprattutto che non fosse conscio dei propri limiti. Le differenze con il background blues sfoggiato fino a quel momento sono ravvisabili già dal testo, mai maschilista o smargiasso, ma lieve e delicato, perfino banale dicono alcuni. Ma Thank You è smielata nella misura in cui siamo disincantati dal reale concetto di amore, dal legame tra due persone che si accingono non solo ad essere amanti, ma ad affrontare la vita anche nelle sue miserie, paure ed infinite difficoltà. Il brano è infatti dedicato da Plant a sua moglie, Maureen Wilson, di cui già abbiamo accennato la vicenda che coinvolse la sorella di lei ed il cantante dei Led Zeppelin. I due si erano sposati a novembre del '68, cioè poco prima del decollo del dirigibile, e qualsiasi recondito desiderio del cantante, protrattosi per oltre vent'anni e culminato col suo figlio più giovane a quasi dieci anni dal divorzio con Maureen (1983), non riesce ad intaccare una dedica che a pochi mesi dal matrimonio appare forse scontata ma sincera, a tratti quasi commuovente. D'altra parte, nel corso degli oltre 10 anni che videro sorgere, maturare e tramontare la leggenda degli Zeppelin, Robert e Maureen ne passarono davvero tante, compresa la morte di un figlio, viaggi, lunghe assenze, ed un grave incidente d'auto da cui lei uscì segnata nel fisico, lui pure nell'animo. Per lo più Thank You è costruita attorno a promesse di futuro e metafore immaginifiche (se il sole rifiutasse di risplendere, io continuerei ad amarti), non si sottrae ai timori ed alle paure (piccole gocce di pioggia sussurrano il dolore), ma li affronta con la consapevolezza di essere in due a "tenersi per mano, camminando per miglia". Il testo talvolta appare debole in alcune strofe (felicità, non più tristezza/felicità, sono grato), ma ciò è dovuto anche all'inesperienza di Plant come compositore di versi, ed in ogni caso esse non pregiudicano la generale genuinità di questa dedica d'amore. Poi diciamolo, queste giovani mogli che vedevano i loro mariti partire per mesi diretti verso tournee mondiali, che li aspettavano in Inghilterra mentre questi diventavano sex symbols in giro per il mondo, che sopportavano di buon grado tutti quegli aspetti della vita da rockstar dei loro consorti, groupies comprese, più che una canzone avrebbero meritato un album intero, come dedica. Se il testo ha le sue ingenuità, tali da lasciare alcuni indifferenti o sospettosi, è altresì vero che il reale valore del brano è nella musica: ogni scelta stilistica e strumentale è funzionale ed azzeccata, la voce di Plant non ha nemmeno bisogno di esprimersi a parole, più che ciò che dice è come lo dice a coinvolgerci e commuoverci. In breve, Thank You è un pezzo davvero bello, nonostante tutto, reso tale grazie ad un'atmosfera perfetta ed a sonorità semplici e senza tempo. A fare il grosso della differenza sono il riff e l'assolo di chitarra di Page, che per questo pezzo sfoggia una Vox Phantom a dodici corde del '67. È proprio col suo arpeggio che si apre il brano, ben presto sorretto da Bonham e coadiuvato dall'organo Hammond di Jones. La voce di Plant spazia, così insolitamente vellutata, tra eteree melodie folk e sostenute esplosioni di passione, ringrazia la donna che lo ha reso padre da pochi mesi e lascia spazio a metà del pezzo all'assolo acustico di Jimmy Page, che su Thank You si presta anche (caso raro) a fare la seconda voce. Poi si riaccende, si appassiona un'ultima volta e sfuma con la dolce strofa finale nella nebbia melodica dell'Hammond di John.

Heartbreaker

Il tempo di girare il nostro vinile e dalle morbide melodie di Thank You passiamo con voluta brutalità al ruggito elettrico di "Heartbreaker". Questa canzone è la summa di tutto. C'è la tradizione, c'è l'innovazione, c'è quella granitica possanza simbolo del rinnovamento dei Led Zeppelin e ago della bilancia dell'hard rock tutto, da quel momento a venire. C'è un altro riff storico, l'ennesimo di questo album, ed il più memorabile. C'è un assolo potente, grezzo e spontaneo, palesemente figlio del palcoscenico di cui conserva tutta l'adrenalina e la scomposta freschezza. Sono stati proprio i concerti live a rendere leggendario quel modo di suonare la chitarra, ad ispirare quel tapping per cui Eddie Van Halen ancora ringrazia. Come dicevamo? Ah già, equilibrio, o per dirla come Jimmy Page fin dai tempi del primo album, luci e ombre. Sul testo torniamo alle tematiche blues dell'amore cupo, ad atmosfere noir efficacemente indurite e private del pathos contraffatto caratteristico del genere, mai tuttavia parodiate o svilite. La "spezza cuori" è tornata in città, il viso è lo stesso ma i suoi occhi sono cambiati, sono quelli di "una che sa". Il nome della "heartbreaker" è Annie, una femmina fatale come molte altre del campionario Zeppelin, ma in questo caso la più cinica e calcolatrice. Per il nostro uomo è un ritorno dal passato, dieci anni di amore sconsolato e solitudine, ma "ringraziando il Signore", da quelle "crudeli vie dell'amore" lui se ne sta già andando. A lui non interessa se in giro si parla della sua vecchia relazione e di come lei lo abbia lasciato, lui vuole solo capire perché lei sussurra il nome di un altro quando fanno l'amore. Si stupisce di ammazzarsi si lavoro per pochi soldi che spreca per lei; d'altra parte tutti in città sono ansiosi di spendere i loro soldi per Annie, ma lui ha "già abusato del proprio amore un migliaio di volte". Spezza cuori, il tuo tempo è passato, si conclude la canzone. Il ritorno di Annie tra le vie del paese è annunciato dal riff di Page, vera carta d'identità di Heartbreaker. La sua chitarra suona da sola per un attimo, poi arrivano Bonzo e John ad infondere tutta la potenza di fuoco necessaria ad infiammare gli animi. I vecchi rancori hanno inizio, e la voce di Robert appare in simbiosi perfetta con l'incedere guardingo, aggressivo e velato d'ironia dei suoi compagni. Bohnam gestisce l'elasticità tra i momenti di pura tensione e quelli di rabbiosa rivalsa, poi accelera, come la tempesta prima di una tempesta ancora più grossa, ed improvvisamente Plant smette di dimenarsi, John Paul Jones e Bonzo posano basso e bacchette, e Jimmy Page vola completamente solo con la sua chitarra. Ma non è il volo leggiadro di una colomba o quello nobile e maestoso di un aquila, sono piuttosto le evoluzioni sul filo dello schianto di uno Spitfire del secondo conflitto mondiale: prima tentenna poche note tra le nubi, poi sfugge a raffiche di mitra con rapidissime viti e picchiate, risponde al fuoco con i suoi legati ascendenti e discendenti rapidamente alternati, tenendo piegata la quarta corda dietro il dado della chitarra, poi sembra perdere quota, e proprio quando il suo caccia appare perduto, eccolo che riemerge dai fumi della battaglia insieme a tutto lo stormo dei suoi commilitoni. A questo punto vale la pena spendere qualche parola sugli attrezzi da guerra di Jimmy Page. Il primo album era stato registrato usando, oltre all'acustica, l'iconica Fender Telecaster che appartenne in precedenza all'ex compagno Jeff Beck, ma Page possedeva anche una Gibson Les Paul Custom, che benché usasse raramente durante i live, era parte integrante delle sue lavorazioni in studio. Nel 1969 Jimmy mise le mani su quella che sarebbe diventata il simbolo stesso del suo sound, la leggendaria Gibson Les Paul Standard Sunburst del '59, acquistata dal futuro Eagles Joe Walsh. Da Led Zeppelin II in poi la Les Paul Sunburst divenne come un marchio di fabbrica per il chitarrista britannico, ed alle modifiche già effettuate da Walsh sullo strumento si aggiunsero quelle di Page, che sostituì le palette con meccaniche Grover sigillate e modificò i controlli di tono in modo da sviluppare un effetto di "fase invertita". Tempo dopo Jimmy acquistò una Les Paul del '58 pressoché identica alla prima, e dal momento che sulla Sunburst di Walsh il numero di serie venne cancellato con lo snellimento del manico, è controversia tra gli appassionati sia stabilire con certezza l'annata effettiva della chitarra, sia quale delle due abbia maggiormente accompagnato Jimmy sui palchi e in studio. L'armamentario di Page è naturalmente ancora vasto, e ci torneremo quando sarà il momento, ora consideriamo solo che Led Zeppelin II fu l'album che per primo venne suonato con la più iconica delle sue chitarre, e la chitarra di Heartbreaker è la sua punta di diamante. Dopo il volo solitario di Page è il turno di tutta la band, ma è ancora Jimmy a sparare a raffica proiettili blindati, poi finalmente si placa ed il ritmo torna sostenuto, il basso ruggisce il suo minaccioso riff mentre Plant urla il suo addio a quell'amore ingrato, la sua voce riecheggia e la chitarra di Page incede un'ultima volta prima del brusco finale. Ciao Ciao, Annie. Più di altri pezzi del disco, Heartbreaker è l'esempio perfetto del modo in cui il suo caotico sviluppo abbia giocato a favore del risultato finale. Infatti, l'assolo di Page venne inserito a registrazione finita, e solo in un secondo momento, figlio di successive ispirazioni nate dall'improvvisazione sul palco. Inoltre questo brano è stato l'unico, insieme a Communication Breakdown, a venir suonato ogni anno della carriera live dei Led Zeppelin dall'estate del '69 in poi.

Living Loving Maid (She's Just a Woman)

Stavolta, dopo un pezzo così incisivo, gli Zeps decidono di non abbassare il tiro e proseguire sulla strada dell'hard rock con la festaiola "Living Loving Maid (She's Just a Woman)". Il titolo originale del pezzo, che parla di una groupie asfissiante, era Livin'Lovin'Wreck (She's a Woman), ossia "l'amoroso relitto vivente", per dargli una traduzione che non meriterebbe, ed era tratto dall'omonima di Jerry Lee Lewis e Otis Blackwell del '61. Tale titolo, presente sulla prima pubblicazione britannica di Led Zeppelin II, venne modificato per la versione americana, preferendo "maid" (cameriera, nel senso più tradizionale del termine) a "wreck" (relitto). In seguito, tutte le successive pubblicazioni dell'album adottarono la modifica, che definì così il titolo "ufficiale" della canzone. Con i suoi due minuti e trentanove secondi di durata, Living Loving Maid è un'irriverente svirgolata, un colpo di coda della ben più statuaria HeartBreaker. Poco amata da Jimmy Page, che la eseguì con la sua Vox a 12 corde, non fu mai suonata in concerto, ma pare tuttavia che Plant ne apprezzasse il sound, tanto da riproporla durante un suo tour solista nel 1990. Così come la Spezzacuori si chiudeva repentinamente, ugualmente si apre la Cameriera: l'esecuzione di chitarra di Page resta su classiche sonorità rock'n roll, permettendosi brevi ma sinuose divagazioni a metà del brano, il quale è sorretto principalmente da Bohnam e Jones, che ne definiscono la struttura e ne comandano i tempi, imponendo al pezzo maggiore aggressività e massa. Robert Plant sembra divertirsi nel punzecchiare l'attempata fan, anche più smargiasso e "cattivo" del solito, ed è Jones ad accompagnarlo nel canto in una delle sue poche esecuzioni come seconda voce. Living Loving Maid va tanto a braccetto con HeartBreaker da concludersi allo stesso identico modo, cioè di botto; inoltre in virtù della sua breve durata, essa veniva spesso trasmessa in radio proprio subito dopo Heartbreaker, con la quale condivide anche una certa affinità concettuale. Trovo apprezzabile infatti che dopo un brano su una donna cinica e insensibile, ma dopotutto indipendente, i Led Zeppelin piuttosto che addolcire il piatto con un'altra canzone sulla linea di Thank You, abbiano piuttosto preferito rincarare la dose con un pezzo palesemente sessista, anche per l'epoca intendo. Non che ci siano mai state reali polemiche su questo tema: il machismo e fin'anche la misoginia erano parte del gioco, ed alle fans piaceva proprio così, con ironia e con cinismo. In quel periodo, tra una serata e l'altra, negli hotel dove albergavano i Led Zeppelin era sempre festa: sbronze apocalittiche, camere fatte a pezzi, e naturalmente groupies scatenate. Proprio una di esse è la protagonista di Living Loving Maid, e poco conta se il termine usato nel titolo è "cameriera" o "relitto", perché ciò che esso vuole sottintendere è sempre e comunque una condizione di umiliante sudditanza, autoindotta in questa caso. Per capire il modo in cui viene apostrofata la povera ed attempata fan, basta riportare la prima strofa: "Con un ombrello color porpora e un cappello da 50 cents / Vive, ama, è solo una donna Lady ghiacciolo passa con la sua vecchia Cadillac Vive, ama, è solo una donna". E poi ancora, più in là: "con i suoi alimenti paga i tuoi conti". D'altra parte, questa donna dal cappello economico più che una semplice groupie rappresenta un vero e proprio stereotipo, quello di una borghese impoverita che non fa altro che ricordare i bei tempi in cui poteva permettersi "maggiordomo, cameriera e tre domestici", parlare e parlare senza che nessuno l'ascolti ed obnubilare la propria coscienza con gli psicofarmaci. Decisamente attuale, a mio parere, e mi fa morire dal ridere constatare che per sua natura questo pezzo era proprio il "fomenta-donzelle" ideale per l'album. La protagonista potrebbe tranquillamente essere tratta da una storia vera, non che i Led Zeppelin nella realtà fossero refrattari alle groupies, anzi: come racconta Richard Cole, il Tour Manager del gruppo, le ragazze, spesso giovanissime, attorniavano la band dal palco fino all'hotel, dove venivano accolte e lasciate far parte della baldoria. Anche gli Zeppelin erano molto giovani e mantenere il controllo, o abbandonarsi ai sensi di colpa per le mogli a casa, non sarebbe stato in linea né con la loro età, né con il loro status di rockstar. Non che alcuna ragazza sia mai stata costretta a fare qualcosa di cui avrebbe potuto pentirsi. Andavano lì di loro volontà, e ci andavano per divertirsi. Ci sarebbero una miriade di episodi spassosi sulle groupies e i Led Zeppelin, come il gruppo di fedelissime che li seguiva ovunque fin dai tempi dei New Yardbirds, dotate di gerarchie tutte loro e pronte all'azzuffata l'una con l'altra. C'erano quelle intenzionate a fare un calco del pene dei musicisti, quella che si fece radere i peli pubici dai membri della band col pennello da barba di Robert Plant, il quale si incazzò in maniera decisamente esilarante quando se ne accorse, o ancora l'episodio in cui Bonham (perennemente sbronzo e fautore della gran parte delle "malefatte") infilò un polipo vivo in una vasca da bagno con due ragazze. Ma sto divagando. Per concludere, grupies asfissianti e dalle connotazioni patetiche erano una realtà che Living Loving Maid racconta impietosamente e perfino con una lente sociale.

Ramble On

Non che questo nobiliti più di tanto un pezzo cattivello e divertente che, come le baldorie tra un concerto e l'altro, fa solo da interludio tra Heartbreaker e la memorabile ballata rock che è "Ramble On", brano che merita speciale menzione per più di un motivo: innanzitutto la struttura, che dosa sapientemente atmosfere trasognate e riflessive ad altre dinamiche e graffianti. Si potrebbe infatti dire che Ramble On è, su Led Zeppelin II, la controparte di ciò che Babe I'm Gonna Leave You era stata nell'album di debutto, con la differenza che alle atmosfere cupe e dalla base blues di quest'ultima, essa preferisce un'impostazione decisamente folk rock ed atmosfere mistiche e favoleggianti. Un altro motivo importante è la tematica, ed il linguaggio con cui essa viene trattata. Si parla di un viaggio, un ramingare per il mondo alla ricerca di una ragazza, la quale è idealizzata e vagheggiata, traguardo simbolico di una ricerca più spirituale che materiale, soggetto femminile più per tradizionale presa di pubblico che per una reale comprensione del brano. La cosa che conta di più, e che assume valore in virtù del senno di poi di noi contemporanei, è il riferimento tra le strofe al Signore degli Anelli, di J.R.R. Tolkien. In tale scelta è interessantissimo ravvisare un accenno bello grosso dei futuri Zeppelin, quelli passati alla storia (anche) per il misticismo e le atmosfere sognanti da "Terra di Mezzo". Ma ancora più importante del fantasy, tematica funzionale alla vena folk della band, è il carattere velatamente oscuro con cui si presenta a farci presagire i Led Zeppelin occulti di Aleister Crowley, il misticismo di Jimmy Page, le atmosfere dell'ormai mitologica Stairway to Heaven e l'alone di mistero dietro ZoSo e gli altri simboli magici. Tutti elementi che sarebbero stati ulteriormente sviluppati su Led Zeppelin III, e definitivamente fatti sbocciare in Senza Titolo (o IV). Già da questo secondo album però, e grazie a Ramble On, veniva a galla una fetta importante del background della band, parte essenziale della loro evoluzione sotto i profili più importanti: quello della personalità, musicale e concettuale, e quello dell'immagine. Il testo si apre proprio con quella che molto probabilmente è una citazione del tolkeniano Namárië: "leaves are fallin' all around" (le foglie cadono tutt'intorno). Robert interpreta un uomo che, pur stanco, sa di dover riprendere "il cammino", si accomiata e parte per "girovagare" (ramble on, per l'appunto). Fin dall'inizio sono diversi i riferimenti immaginifici nel brano, come la luna che illumina la strada, o l'odore della pioggia, imprescindibili per catapultare chi ascolta nelle atmosfere desiderate. Ed in effetti già ci sembra di passeggiare per l'umida brughiera, in una notte carica di mistero che fa un po' paura, ma Robert non si fa intimorire, lui deve "cercare una ragazza" sulla sua strada, la "regina dei suoi sogni". Non c'è spazio per risentimenti, è solo ramble on. L'atto di girovagare, intercalato assiduamente, assume l'aspetto di qualcosa di predestinato, non necessariamente voluto o desiderato, ma inevitabile, che deve accadere. I toni si scuriscono quando Robert fa riferimento al Signore degli Anelli per la sua metafora: "tengo cara la mia libertà / molti anni fa in tempi antichi / quando la magia riempiva l'aria / fu negli oscuri abissi di Mordor / che incontrai una ragazza così seducente / ma Gollum e la sua parte cattiva / strisciò verso di noi e se ne andò con lei". Data la difficile lettura da dare alla strofa, ho preferito riportarla tutta. Che Gollum e la sua malvagia controparte rappresenti una vecchia storia finita male, o un lato oscuro del viaggiatore stesso, forse poco importa; incrollabile, Robert prosegue nel suo vagabondare, a "cantare la sua canzone", non può farne a meno, deve cercare la sua piccola. La ballata, forma ideale per il contesto della canzone, si apre con un rapido ticchettio di Bonham, dal suono secco e leggero, contemporaneamente al riff acustico di Jimmy Page. Il basso di Jones si inserisce poco dopo, andando a definire una melodia dal sapore malinconico ma dolce, rilassato. La voce di Plant, morbida e vicina al sussurro ci prende per mano e ci trascina con lui nel mistico viaggio (tematica di cui gli Hobbit ben sanno qualcosa). Robert si infervora, Page comincia a spaziare felice e poi entrambi esplodono veementemente, a rompere quella cupa ma idilliaca visione. Sembra quasi di vedere Bonham e Jones farsi l'occhiolino dietro i due frontman: la potenza è tutta nella loro efficacissima ritmica. Lo spettacolo si ripete ancora una volta, come consuetudine fino all'exploit centrale di Page, non un vero e proprio assolo, ma uno stacco ideale a definire la struttura del brano. Ancora una volta soave mistica e grezza potenza si alternano in invidiabile simbiosi, poi il testo e la musica si avviano alla conclusione in una lunga sfumatura di volume in cui la voce di Plant si sovrappone a se stessa, e le divagazioni mistiche si fondono ai più tradizionali babe, babe, babe. Oltre ad essere una delle ballate di punta di tutto il repertorio Zeppelin, e per tutto intendo anche quello dopo il secondo album, Ramble On ha il merito di concludere la parte centrale del disco, ovvero quella più importante nel definire quelle che sarebbero state le future linee guida della band. Ciò, anziché svilire i brani successivi, ne carica il valore. 

Moby Dick

Così, a chiudere idealmente l'album è la strumentale "Moby Dick", pezzo heavy blues aggressivo e con una spiccata vena di smargiasseria, il cui riff di chitarra è tratto in gran parte da Watch Your Step di Bobby Parker, brano dal quale trassero ispirazione già i Beatles, ed in seguito anche i Deep Purple. Page esegue il riff modificandone tempo e progressione, ed insieme a Jones ne stravolge la struttura in una versione decisamente più pesante ed incisiva. Questo semplice ma accattivante esercizio di potenza da parte del chitarrista e del bassista serve unicamente a fare da cornice al lungo assolo batteristico di Bonham, vero "scopo finale" del pezzo. Il titolo, tratto dall'omonimo romanzo di Herman Melville, definisce solo questa versione in particolare dello show di Bonham, già conosciuto durante i precedenti live del '68/69 come Pat's Delight, che presentava però un riff differente. In seguito sarebbe stato suonato col titolo di Over the Top, ed introdotto dal riff di chitarra di Out on the Tiles, da Led Zeppelin III. L'assolo di Bonham non è una sequela di tecnicismi e manicaretti uditivi, ma la "volgare dimostrazione di potere" (adoro usare quest'espressione) di una vera bestia del tamburo: grezzo, scriteriato, potente e del tutto sgombero da canoni estetici predefiniti, pura libertà tribale. Tant'è che durante i live, nei quali l'assolo di Bonham poteva durare anche più di mezz'ora, egli spesso lanciava per aria le bacchette e si metteva a suonare a mani nude, sui bonghi o sulla batteria o dove gli pareva. Memorabile e potentissimo nel disco live How the West Was Won, commuovente durante un concerto del '75 per via dell'introduzione di Plant che dedicava il pezzo al figlio di Bonham, Jason, che allora era un bimbo di sette anni. Molto tempo sarebbe dovuto trascorrere prima che rendesse onore al padre suonando al suo posto durante le reunion dei Led Zeppelin nel corso dei decenni successivi la morte di John, ed in particolare nell'ultima, del 2007. Su John Bonham si è detto di tutto: sopravvalutato, sottovalutato, noioso, bestiale, il migliore di sempre. A me basta constatare che l'assolo più lungo di tutti gli show targati "Led Zeppelin" era il suo, e per citare le sue parole: "io mi diverto a suonare per quanto meglio posso ed è il motivo per cui lo faccio". 

Bring It On Home

Conclude Led Zeppelin II un brano che con Whole Lotta Love incornicia l'intero album attraverso la sua formula classica eseguita con la potenza sessuale caratteristica degli Zeps: "Bring It On Home". Il brano è accreditato a Willie Dixon a seguito della causa legale portata avanti nel '72 dalla Arc Music, ramo della Chess Records. Ciò è dovuto al fatto che l'introduzione e la parte finale della canzone, suonate con l'armonica da Robert, sono un omaggio alla versione di Sonny Boy Williamson dell'omonimo pezzo, scritto appunto da  Willie Dixon. Ciò causò un parzialmente giustificato risentimento da parte di Page e compari, dal momento che la parte centrare del pezzo, ovvero la canzone vera e propria, era stata composta interamente da Plant e Jimmy. Questo fatto portò conseguentemente (in occasione di How the West Was Won) a separare in maniera alquanto artificiosa la versione di Dixon, intitolata Bring It On Home, da quella parte centrale composta da Page, Jones, Bonham e Plant, intitolata Bring It On Back. Le stranezze della musica. Alcuni dei tanti critici che osteggiavano gli Zeppelin, dimostrando grande conoscenza del mestiere, arrivarono a dire che la parte centrale del pezzo era anch'essa copiata da un pezzo di Dixon intitolato?Bring It On Back. I numeri, insomma. Il brano si apre, come detto, con l'armonica suonata da Robert Plant accompagnato dallo strimpellio di Page, omaggio allo stile marcatamente american style di Sonny Boy. Durante la soffusa viziosità dell'esecuzione, Plant si destreggia tra doppi sensi legati all'atto sessuale talmente tirati da risultare in qualche modo "eleganti". Si fa riferimento ad esempio ad un treno ed al "prendere posto dietro" (non serve, spero, che chiarisca la posizione che ciò sottintende), ed a portarlo a casa (bring in on home) col suo "carico". A quel punto, dopo un minuto e quaranta, Plant e la sua armonica sfumano la loro sensuale passeggiata, c'è una brevissima pausa di silenzio ed improvvisamente il volume esplode. Come avesse preso fuoco la concitazione sessuale, Page schizza dalla sua chitarra un riff graffiante e ruggente, Bonham pesta con la grintosa ma precisa sicurezza dell'amante sicuro di se, Plant grida le sue avances svergognate come un forsennato e Jones, come da migliore tradizione Zeppelin, tiene unito il filo dei propri compagni come la colonna portante che è sempre stato. Robert si auto-definisce "daddy" (paparino) per la sua bella e vogliosa giovane donna: che cerchi di amarlo, che ami anche "qualche altro uomo", tutto va bene perché lui "glielo sta portando a casa". Lei ama confonderlo e lui le "darà l'amore". Non c'è un attimo di calo nella voce di Robert, tutto il pezzo è un inno alla carica sessuale più genuina, eppure la sua voce è quasi messa in ombra dai riff di chitarra di Jimmy Page, reale espressione di potenza ed eccitazione, smargiassi, sinuosi, possenti. Per un uomo Bring It On Home è pura immedesimazione sessuale, masturbazione musicale allo stato grezzo. Per una donna è quasi meglio del sesso. Quasi. Le parole contano poco con simili presupposti, sono poco più di un ironico contorno  di doppi sensi alquanto azzeccati, ma ci piace la consueta assiduità di Plant nell'esprimere il suo desiderio attraverso il titolo della canzone, ci piace la viziosetta "baby" che viene eroticamente idealizzata in poche ma efficaci parole, e ci piacciono anche le parti più "confuse" e meno intellegibili che rendono il brano interpretabile e meno scontato. Forse sono troppo di parte perché Bring It On Home è uno dei miei pezzi preferiti degli Zeps, ma coi suoi quattro minuti di durata, di cui almeno due spesi nella citazione di Sonny Boy, questa canzone è un rapido shot che nonostante la sua breve durata riesce ad esprimere tutta l'anima dei Led Zeppelin nella loro potenza, smargiasseria e sensualità. L'ideale per concludere l'album più rappresentativo dei Led Zeppelin delle origni, quale è Led Zeppelin II. Per completezza, va detto che la più recente ristampa dell'album aggiunge un ultimo brano alla lista, registrato durante la realizzazione del II ma mai pubblicato: "La La". Si tratta di un pezzo strumentale che mischia in sé blues, folk, rock'n roll, sonorità hard e perfino funcky, come una sorta di sintesi delle sonorità e dei tecnicismi tipici della band britannica. Fanno infatti la loro bella mostra sia la chitarra acustica che la Les Paul di Jimmy, oltre all'organo hammod di Jones. Nonostante la grezza incompiutezza del brano faccia ben intendere perché esso rimase fuori dalla versione originale dell'album, è interessante notare come esso racchiuda molte delle premesse del successivo disco in studio. Inoltre è un brano davvero divertente, e per gli appassionati può ben valere l'acquisto della versione deluxe di Led Zeppelin II.

Conclusioni

A Woodstock, dove il buon Kramer era affondato nel fango e negli hippies, tristemente sobrio, gli Zeppelin non avevano partecipato, in quanto Peter Grant non voleva mischiare i suoi musicisti ad altri artisti del calibro di Jimi Hendrix, temendo questi potessero rubargli la scena e danneggiarne l'immagine. Probabilmente una scelta azzeccata, dato che non solo la mancata partecipazione non danneggiò minimamente i Led Zeppelin, ma il loro disco riscosse un successo epocale. La pubblicazione dell'album originale avvenne il 22 ottobre del '69, a soli dieci mesi dall'uscita del disco d'esordio. Alla reazione quasi indignata della critica corrispose un successo di pubblico immane: un pre-ordine di quattrocentomila copie sotto lo slogan de "I Led Zeppelin sono l'unica via per volare, e Led Zeppelin II sta per decollare". Cinquecentomila copie vendute al mese, per sei mesi. Negli anni, venti milioni di copie vendute nel solo Nord America, trentuno dischi di platino e un disco d'oro, ricevuto il 10 novembre del '69. Il singolo Whole Lotta Love, pubblicato in forma abbreviato dalla Atlantic contro la volontà della band, ricevette il quarto posto nella billboard hot 100, mentre l'album scalava praticamente ogni classifica occidentale fino al primo posto, tranne solo in Francia ed in Norvegia, dove ottenne rispettivamente il secondo ed il terzo posto; nessun album degli Zeps avrebbe mai più fatto di meglio. Nella classifica statunitense, Led Zeppelin II scalzò Abbey Road dei Beatles e vi rimase per tre mesi di fila. Led Zeppelin II è l'album per eccellenza dell'hard rock, il gradino definitivo che avrebbe ispirato, parola di Blackmore, il sound scelto dai Deep Purple. La sua sinergia, la sua ricerca musicale, le sue premesse culturali ma soprattutto il suo spirito fatto di diamante grezzo sono stati e sono sinonimo di rock puro. Non saprei se, come dicono, questo album sia stato la base da cui nacque l'heavy metal, termine che i Led Zeppelin non usarono mai per definirsi, nemmeno a decenni dallo scioglimento, ma quel che è certo è che fu alla base della formazione di un'infinità di artisti, suonassero essi metal, fusion, pop o perfino punk; alcuni già in pista, come Blackmore, altri appena ragazzini, come Eddie Van Halen ed i fondatori degli Iron Maiden. Un'eredità, quella di Led Zeppelin II, che andava e va tutt'ora ben oltre le etichette di mercato, e che a quasi quarant'anni di distanza ancora sa toccare nel profondo ed ispirare chi sa ascoltarlo, a prescindere da quale sia il suo genere.

1) Whole Lotta Love
2) What is and What Should Never Be
3) The Lemon Song
4) Thank You
5) Heartbreaker
6) Living Loving Maid (She's Just a Woman)
7) Ramble On
8) Moby Dick
9) Bring It On Home
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