LED ZEPPELIN

In Through the Out Door

1979 - Swan Song Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
25/05/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

"In Through the Out Door", ottavo e ultimo album dei Led Zeppelin, uscì il 15 agosto 1979 a ben tre anni di distanza dal suo predecessore: il dibattuto Presence. Sì, ho detto proprio "ultimo" album, perché dal mio punto di vista Coda (1982) era e rimane nient'altro che un'operazione commerciale, al massimo una sorta di commemorazione in onore di John Bonham e di ciò che furono gli Zeppelin. Ma non bastano le canzoni, ci vuole anche la volontà di essere. Cosa che Coda, semplicemente, non ha. In Through the Out Door rappresenta dunque l'ultimo lascito al mondo discografico dei Led Zeppelin in quanto band, l'unico vero last stand prima del ritrovamento del corpo di Bonzo in quel fatale 25 settembre 1980. Il periodo immediatamente successivo la pubblicazione di Physical Graffiti aveva visto la band britannica uscire ferita e dolorante da una successione di eventi nefasti, il cui culmine fu senz'altro il disastroso incidente d'auto che distrusse le gambe a Plant e sua moglie, inchiodando il cantante in sedia a rotelle per mesi e mesi e costringendo l'intera band a cessare qualsiasi attività dal vivo. Con Presence, nonostante tutto, sembrava che gli Zeps avessero ritrovato un punto di partenza da cui ricominciare una nuova vita, o quantomeno una buona scusa per promuovere un tour di concerti dopo quasi due anni di totale inattività. Ci provarono, i Led Zeppelin, a tornare com'erano prima, a lasciarsi alle spalle i problemi e ritrovare quello spirito, potente ed etereo al tempo stesso, che li aveva caratterizzati; ma la realtà, purtroppo, aveva in serbo delle prove ancora più dure di quelle precedenti. Già dai primi concerti del nuovo tour americano, partito ad aprile del '77, fu subito evidente che l'alone di sventura non aveva affatto abbandonato gli Zeppelin. Ancor prima di cominciare, Robert Plant contrasse la tonsillite, mentre il suo piede ancora mezzo infermo gli procurava ansie ed incertezze. A Chicago il gruppo fu costretto ad interrompere uno show a causa di un malore occorso a Jimmy Page, ufficialmente dato come intossicazione alimentare. Alcune voci, tuttavia, parlano di eroina. A Tampa, in Florida, un prodigioso temporale costrinse la band ad interrompere l'esibizione dopo appena tre pezzi, provocando la reazione violenta di numerosi spettatori ed una sessantina di feriti tra pubblico e polizia. Ad Oakland, a fine luglio, un banale episodio di vandalismo (innescato dal figlio di Peter Grant) degenerò in una rissa che vide coinvolti, oltre ad alcuni membri del personale della band, il manager dei Led Zeppelin e John Bonham. Un agente della sicurezza finì in ospedale, mentre Grant e Bonzo vennero arrestati e condannati con la condizionale. In seguito dovettero anche affrontare una bella causa da due milioni di dollari. A ragione dell'accaduto, l'impresario americano Bill Graham - il più potente organizzatore di concerti rock d'America - giurò che mai più avrebbe ingaggiato i Led Zeppelin, che infatti dopo quel tour non avrebbero mai più suonato sul suolo statunitense. Ma il peggio doveva ancora venire. Mentre la band si trovava a New Orleans in attesa di esibirsi al Superdome, di fronte ad ottantamila persone, Robert Plant venne chiamato al telefono dalla moglie Maureen, seriamente preoccupata a causa di un improvviso malore del piccolo Karac, figlio della coppia. Due ore dopo, Plant venne informato della morte del figlio. Dopo l'iniziale malessere, il piccolo era stato messo a letto, ma il rapido peggioramento delle sue condizioni indusse la madre a chiamare un'ambulanza. Karac morì durante il trasporto al Kidderminster General Hospital, a soli cinque anni d'età. Le cause della morte non furono mai chiarite, ma si sospetta che possa avere avuto a che fare con la gastroenterite sofferta dalla madre appena una settimana prima. Com'è facile immaginare, il tour andò a farsi benedire. Robert Plant, affranto e distrutto, tornò all'istante in Inghilterra per partecipare al dolore insieme alla famiglia e presenziare al funerale. Il cantante era già in uno stato d'animo pietoso, e constatare che al funerale del figlio non c'erano né Peter Grant, né Jimmy Page e John Paul Jones, non fece altro che farlo sprofondare ancor di più in un raccoglimento familiare che rasentava la misantropia. Comprensibilmente, Plant cominciò a valutare di lasciare il rock e la musica, forse in colpa per essere stato così lontano dai suoi cari in un momento talmente drammatico. Ci volle quasi un anno per convincerlo a partecipare ad una jam session con gli Zeppelin, preludio del futuro (nonché ultimo) album. L'aspetto più fastidioso, in quei quindici mesi dalla morte del piccolo Karac all'inizio delle registrazioni, fu rappresentato dalle voci che volevano Jimmy Page come il responsabile delle disgrazie di Plant e dei Led Zeppelin. Erano infatti in molti a ritenere che l'interesse del chitarrista per le pratiche di magia nera potesse avere in qualche modo "maledetto" l'intera band, o addirittura che quest'ultima avesse sottoscritto una sorta di patto col diavolo in cambio del successo, e che ora ne pagasse lo scotto. Insomma, le solite amenità del mondo del rock, specialmente quando osservato da occhi troppo suggestionabili. O troppo bigotti. Il primo ad esserne infastidito, ovviamente, fu proprio il cantante. Come ebbe a dichiarare, tra l'altro, Plant da quel momento non avrebbe mai più toccato droga in vita sua. A ottobre del 1978 i Led Zeppelin si spostarono a Stoccolma, conformemente al loro esilio fiscale dal Regno Unito, per registrare i nuovi pezzi ai Polar Studios degli ABBA. Se ricordate il precedente full length, il semi-sfortunato Presence, avrete probabilmente presente come l'elemento di maggior spicco dal punto di vista sonoro e compositivo fosse la chitarra. L'intero album era infatti opera di Jimmy Page, mentre l'elemento più in forma sotto il profilo della prestanza era senz'altro Bonham. La partecipazione di Jones era stata assai scarsa, mentre quella di Plant - data la sua condizione fisica - altalenante. Con In Through the Out Door avvenne l'esatto contrario. Stavolta erano proprio Page e Bonzo a sembrare disorientati, si dice a causa delle rispettive dipendenze, ed a prendere in mano le redini del nuovo album furono i due membri più sobri del gruppo: Robert Plant e John Paul Jones. Quest'ultimo, in particolare, esercitò una leadership del tutto inedita, portando il proprio marchio di fabbrica in ogni singolo pezzo del disco. Cosa mai successa prima, Plant e Jones si ritrovarono così a lavorare a stretto contatto l'uno con l'altro, da soli, ogni giorno. Un altro elemento che giustifica il rinnovato entusiasmo di Jones è rappresentato da quello che lui stesso definì "il suo giocattolo nuovo": un sintetizzatore analogico polifonico Yamaha GX-1, conosciuto anche come Electone GX-707. Il destino di quest'allora strepitoso strumento è particolare: dopo essere stato usato da John Paul Jones nei live Zeppelin del 1979/80, esso venne venduto al recentemente scomparso Keith Emerson, che ne usò le parti per riparare un altro GX-1 precedentemente acquistato per la bellezza di cinquantamila dollari. In seguito, Emerson vendette il synth di Jones al compositore e produttore cinematografico Hans Zimmer (autore, tra le altre, della colonna sonora de "Il Re Leone", "Il Gladiatore", e una buona metà della filmografia di Nolan). Una fortuna per il vecchio GX di Jones, dal momento che quello di Emerson andò perduto in un incendio. Ad ogni modo, che questo sintetizzatore abbia concretamente fatto o meno la differenza, resta sicuro che l'entusiasmo di Jones per il semplice fatto di averlo acquistato fu alla base del suo exploit creativo ne In Through the Out Door. Nonostante la scarsa collaborazione tra le due "coppie" del gruppo (Jones&Plant e Page&Bonham), la registrazione dei brani venne completata in tre settimane, ed il missaggio realizzato nello studio personale di Page. Poco tempo dopo, all'inizio del 1979, Maureen e Robert Plant ebbero un altro bambino. Passarono ancora diversi mesi prima della pubblicazione dell'album, così da dare modo a Peter Grant di prepararne la distribuzione e l'immagine di copertina. La cover art del disco venne realizzata ancora una volta dal talentuoso Storm Thorgerson, del rinomato Studio Hipgnosis. Storm (che nome favoloso!) ideò una copertina dai toni color seppia rappresentante sette persone in un bar malmesso. Il soggetto principale, un uomo col cappello ed il completo bianco, se ne sta intento a bruciare una "dear John letter"; un termine anglosassone che indica le lettere spedite ai soldati oltremare dalle loro mogli o fidanzate, col triste scopo di comunicare loro la fine della relazione. Una peculiarità tipicamente zeppeliniana (o Stormiana, se preferite), sta nel fatto che della copertina esistono sei differenti versioni, ognuna raffigurante la stessa scena, ma dal punto di vista di un personaggio diverso. Considerato che originariamente l'album era contenuto all'interno di un'anonima busta beige, per l'acquirente era impossibile conoscere in anticipo quale versione  fosse contenuta nella sua copia. Il settimo ed ultimo punto di vista, quello dell'uomo col cappello, è rappresentato nelle due illustrazioni interne, realizzate in bianco e nero ma con la peculiarità di poter essere colorate a contatto con l'acqua. Tale trovata è in accordo con un dettaglio sulla copertina: una "strisciata" che, eliminando la patina color seppia, lascia intravedere del colore, come se l'immagine fosse una vecchia foto appena rispolverata da qualche soffitta. Si tratta dell'elemento più importante, in quanto rappresentativo dell'idea che i Led Zeppelin volevano dare al loro pubblico: quello di una band che riemerge dal passato. Niente dirigibili in fiamme, stavolta, ma sottile malinconia d'altri tempi. Il che è vero solo idealmente, dal momento che In Through the Out Door è l'album meno "vintage" dei Led Zeppelin. O, quantomeno, quello meno blues. Indicativo del messaggio della band è il titolo stesso dell'album, che tradotto significa: attraverso la porta d'uscita. Proprio così, dopo aver sfondato la porta principale dell'Olimpo rock ed averne dominato la vetta per anni, i Led Zeppelin erano costretti a rientrare sulla scena di soppiatto, dalla porta d'uscita. Sorprendendo un po' tutti. Quell'anno gli Zeppelin si esibirono in due weekend al festival di Knebworth; era la loro prima esibizione in terra britannica dopo quattro anni di assenza. Ad agosto, finalmente, uscì il loro ultimo disco.

In the Evening

In Through the Out Door inizia con "In the Evening (Alla Sera)", un pezzo hard rock da cui si evince fin da subito lo spessore e la predominanza del "nuovo" sound di John Paul Jones, ma dal quale risalta anche il ricco sound della chitarra di Page. Il brano è tra quelli di maggiore spicco del disco, probabilmente grazie all'evidente sinergia e qualità di tutti gli elementi messi in campo, compresi gli "svogliati" Page e Bonzo. Ma anche, cosa più importante, grazie al fatto che In the Evening è un pezzo decisamente zeppeliniano, pur esplorando sonorità inedite per la band britannica. Alla base dello sviluppo della canzone vi è il lavoro di Jones alla ritmica: i suoi bassi e la sua elettronica sono l'anima "nascosta" dell'opera e, tuttavia, a risaltare con maggiore intensità è il ripetitivo riff della Fender Stratocaster '64 di Jimmy Page. Anche l'alienante intro della canzone è opera del chitarrista. In the Evening si apre infatti con un suono distorto e lontano, ottenuto attraverso un Gizmotron. Questo peculiare attrezzo, che va così ad aggiungersi alla variopinta collezione di Jimmy Page, applicato alla chitarra o al basso serve fondamentalmente a creare un particolare tipo di effetto distorsione. Conosciuto anche come The Gizmo, è un'invenzione dei musicisti Kevin Godley e Lol Creme datata 1973. Attraverso il Gizmotron, Page mirò ad ottenere un suono molto simile a quello che contraddistingue Dazed and Confused e In the Light, ma senza usare la sua iconica tecnica dell'archetto da violino - favorendo, in questo modo, un perfetto controllo del sound. La voce di Robert Plant, che scatta assieme alla canzone vera e propria, è più "maschia" e ruvida del solito, unico elemento dal suono ancora - per così dire - "attufato", distante, mentre la strumentale esplode semplicemente uscendo dall'effettistica echeggiante dell'intro. La ritmica, studiata da Jones e portata a compimento da Bonham ed i suoi kettledrums (un particolare tipo di tamburo), accompagna la chitarra di Page fino all'assolo d'obbligo, poco dopo la metà della traccia. Subito dopo, il brano smorza i toni e rallenta il ritmo, imbastendo una breve parentesi dalle atmosfere "pinkfloydiane": due tracce di chitarra sovra incise, una dall'incedere acustico e malinconico, l'altra elettrico e solenne, il tutto immerso nell'operato quasi invisibile del synth di Jones. Il brano riprende il suo consueto riff fino alla catarsi finale, dominata principalmente da fugaci exploit vocali e chitarristici. Il testo, narrato da un Plant in forma nonostante le sventure, ricalca determinati cliché della poetica Zeppelin, derivativa in buona parte del blues. Tali cliché vengono però "decostruiti" attraverso un sottotesto che usa il tema dell'amore e del desiderio per parlare di tutt'altro, ovvero dell'infelicità intrinseca dell'uomo, che sia ricco o che sia povero. In questo modo Robert Plant si sfoga parzialmente della morte del figlio, lasciando intravedere un cantante più maturo, diverso dal ragazzo neo-ricco e col mondo in pugno che era stato fino a pochi anni prima. Perché "la comprensione", come afferma egli stesso tra le righe del testo, "non si può comprare". Considerato l'ottimo livello tecnico e compositivo, unito a una discreta "vendibilità" del prodotto, In The Evening divenne uno dei pochi brani post '75 a venir suonati ai concerti dei Led Zeppelin; normalmente subito dopo quei brani in cui Page sfoggiava l'archetto del violino. Scelta ovvia ed azzeccata, vista la continuità artistica tra questa canzone e vecchie glorie come Dazed and Confused. Ad ogni modo, nonostante i suoi quasi sette minuti e l'indiscussa qualità, In the Evening è solo l'introduzione dell'album, che di fatto dopo di essa si ritrova suddiviso in due sezioni ben distinte, una di luce e una d'ombra. Ognuna delle due sezioni è formata da tre brani; la prima è luce, ovvero: gioa, festa, spensieratezza. Tre canzoni che appaiono come una baldoria serale, quella con le braci ed il profumo del cibo, le danze, la spiaggia. Poco prima del momento in cui fa buio, buio pesto, e si rimane soli con se stessi. 

South Bound Saurez

La prima della lista è "South Bound Saurez", traducibile grossolanamente come "La Festa ai Confini del Sud"; dando per buono che con "saurez", che di per sé non significa nulla, i Led Zeppelin intendessero dire "soirée", ovvero una tipica espressione francese che sta per "festa serale". Cosa che, tra l'altro, sarebbe in linea col brano precedente. Potrebbe anche essere riferito alla città uruguaiana di Suárez, in attinenza con il riferimento al sud, ma in entrambi i casi non è altro che un errore, forse voluto, dovuto unicamente alla pronuncia anglosassone delle suddette parole. In Through the Out Door contiene le uniche due canzoni dell'intera discografia Zeppelin non accreditate a Jimmy Page. La prima è proprio South Bound Saurez, che difatti ruota principalmente intorno al piano di John Paul Jones. Sono quest'ultimo e Robert Plant a definire lo spirito del pezzo, in perfetto equilibrio tra i gusti del bassista e le simpatie world music del cantante. Lo scopo della canzone è divertire, scacciare i cattivi pensieri, regalare quattro minuti di semplice svago. E ci riesce, grazie anche ad un Robert Plant in buona forma. Le disgrazie accadute al cantante dovevano averlo senz'altro provato oltre ogni dire, e forse la sua voce non aveva più il graffio di una volta; eppure, a differenza di quanto era accaduto con Presence, l'esecuzione di Plant risulta alquanto convincente. Non solo su questo brano, ma in tutto l'album. Il motivo sta forse nel fatto che stavolta, a differenza del precedente disco, quasi metà del merito creativo è tutta sua, come sua la responsabilità. Il testo che egli definisce per Saurez è privo di ricercatezza o di spessore, ma senza che questo rappresenti necessariamente un difetto; anzi, è esattamente quanto occorre ad un brano del genere: una festa scatenata, una bella donna da far girare la testa, ed il sesso. Non manca nemmeno il classico doppio senso, stavolta a tema "America del Sud", laddove il cantante canta "a little bit-a sweet con carne", ovvero: "un po' di dolcezza con carne", usando un'espressione spagnola per sottintendere l'atto sessuale. A completare tutto, come da manuale della perfetta canzone festaiola, Plant si mette perfino a cantare sha-la-la-la. Proprio quel genere di trovate poco simpatiche a Jimmy Page, che infatti ebbe non poco da ridire su questo ed altri dettagli dell'album. Tuttavia, il riff del chitarrista è essenziale all'atmosfera del brano, accompagnando egregiamente la ritmica ed il piano di Jones sul versante honky tonk della canzone. Se il contributo di Plant aveva infatti donato a South Bound Saurez una sfumatura latina, quello di Jones e Page la traghetta invece su sponde a metà tra country e blues, influenzate da stilemi nati tra i bar (nell'accezione americana del termine) dell'entroterra statunitense, in perfetta sintonia con l'immagine di copertina dell'album. Pur essendo di tutt'altro avviso, musicalmente parlando, Jimmy non si esime dall'intraprendere ben due piccoli assoli, uno a metà del pezzo ed uno verso la fine, proprio assieme agli sha-la-la-la di Plant. Alla fine, Saurez è un brano ben interpretato da tutte le parti che, pur lasciando interdetti Page ed una fetta di fans old school del dirigibile, riesce nell'intento di divertire e di sedurre, col valore aggiunto di una ricercatezza stilistica tanto leggera quanto di classe. A firma di John Paul Jones.

Fool in the Rain

Anziché fermarsi qui, la festa entra nel vivo con "Fool in the Rain (Sciocco nella Pioggia)", uno dei pezzi più odiati da quei fans che identificano i Led Zeppelin soprattutto come una band proto-metal, ed uno dei più apprezzati dal sottoscritto. Non perché sia un fan delle sonorità che caratterizzano il brano, anzi, né per via della qualità intrinseca della canzone, che si attesta nella media. Piuttosto, l'apprezzo in quanto rappresentativa di quella che reputo la miglior qualità dei Led Zeppelin: saper arraffare ispirazione da qualsiasi contesto senza mai e poi mai preoccuparsi delle etichette, riuscendo a creare un'arte sì derivativa, ma sempre e comunque impregnata di una personalità inconfondibilmente Zeppelin. Per questo brano, infatti, le sonorità latinoamericane già parzialmente presenti nel pezzo precedente divengono preponderanti, partendo da una sorta di "latin rock" in salsa britannica per sfociare in una vera e propria samba. L'ispirazione per un pezzo così insolito venne, pare, dall'allora concomitante mondiale di calcio di Argentina '78, grazie al quale le musiche e le atmosfere del Sud America erano tornate alla ribalta. Il nuovo giocattolino di Jones fa bella mostra di sé stesso lungo tutto l'arco della canzone, dal momento che piano ed effettistica costituiscono la parte più importante dell'opera. Tutta la sezione principale del pezzo gioca su un groove poliritmico che vede il piano ed il basso battere sei note per misura, mentre il riff di chitarra e parte dell'effettistica batterne quattro. Ciò che rende il brano un pelo più pesante, come al solito, è l'approccio di Bonham. Bonzo sfodera infatti una variante del Purdie half time shuffle tale, sì, da non snaturare la personalità della traccia, ma in grado di fatto di appesantirne l'approccio. Fool in the Rain procede lungo una sorta di malinconica spensieratezza fino a quando, verso metà dell'opera, il ritmo aumenta ed il brano si trasforma, diventando definitivamente una samba scatenata, con tanto di xilofono, fischietti e compagnia danzante. Pur non essendo tali sonorità "nelle corde" di Jimmy Page, il chitarrista non si esime dal mettere la propria firma sulla canzone, confezionando un caratteristico riff acustico e sfoderando infine un bell'assolo elettrico, il cui abbassamento di due ottave è dato dal distorsore conosciuto come blue box. Quanto a Plant, la sua voce interpreta un ruolo tragicomico in bilico tra gemiti sconsolati ed ironici borbottii. Il testo imbastito dal cantante è ispirato ad un vecchio pezzo del'57 dei Diamonds chiamato Silhouettes, e parla di un uomo che, recatosi ad un appuntamento, aspetta a vuoto la propria fiamma. Robert Plant è sarcastico e convincente al tempo stesso, nel descrivere l'ansia del tempo che trascorre e delle aspettative che sfumano, fino a divenire la parodia di un poeta esistenzialista che, dal desiderio frustrato, trae malinconici castelli in aria. Solo per scoprire che aspettava la sua amata nel posto sbagliato, sotto la pioggia. Uno sciocco nella pioggia. Pur non essendo mai stata suonata dal vivo, Fool in the Rain uscì come singolo assieme alla traccia successiva, raggiungendo il ventunesimo posto della classifica americana. Fu anche l'ultimo singolo pubblicato dai Led Zeppelin prima dello scioglimento della band. L'unica versione dal vivo del brano risale al 2005: una collaborazione tra Robert Plant ed i Pearl Jam, realizzata ad uno show di beneficenza per le vittime dell'uragano Katrina.

Hot Dog

Il sole tramonta sulla festa di bentornato dei Led Zeppelin nell'ultimo sprazzo di luce dell'album, la breve e scanzonata "Hot Dog". Questa canzone, l'unica del disco a non essere accreditata a John Paul Jones, torna vagamente sulle orme di Saurez proponendo un sound country rock sempliciotto e privo di pretese. Sempliciotto, sì, ma non di cattivo gusto: il riff della Fender Telecaster di Page riesce a ironizzare ed omaggiare al tempo stesso il genere di riferimento del brano, così come pure il suo breve exploit chitarristico verso metà dell'opera. John Paul Jones, pur non avendo partecipato alla composizione, valorizza ancora una volta le proprie capacità di polistrumentista imbastendo uno svagato pezzo di piano, abbastanza rock'n roll da far muovere piedi e bacini a tempo, ma sufficientemente sulle righe da non tradire il filone culturale del pezzo. Infine, Robert Plant pare addirittura divertirsi, perché probabilmente - nonostante tutto - omaggiare e quindi "scimmiottare" artisti alla base del proprio background, per un vero cantante, è sempre un momento catartico; e di sfogo. Ad ogni modo, la sua interpretazione marcatamente rockabilly rende giustizia ai suddetti artisti, tra tutti il buon vecchio Elvis, quel grande anello di congiunzione tra il mondo dei bianchi e quello dei neri, tra oscure sonorità blues e borghesi ritmiche da ballo. E naturalmente anche al principale riferimento dello stesso Elvis: Little Richard. Come si evince dal titolo stesso, anche il testo della canzone è un omaggio: agli Stati Uniti in generale ed al Texas in particolare. La storia è tanto semplice quanto tipica del suo genere: un'ironico "dramma" sull'esser lasciati dalla propria donna. Robert Plant sfotte un po' gli americani mettendo sottilmente in campo uno o due stereotipi redneck, in quel modo un po' stonato in cui loro stessi sono soliti prendersi in giro. Ma il punto di vista di Plant, come si evince solo alla fine, non è tanto quello del texano lasciato di punto in bianco a piangere sulle proprie illusioni, quanto quello della rockstar che gliel'ha infrante: "tutto quel parlare di gruppi rock, ma quelli si son portati via la mia bambola". In inglese suona meglio: "but they just rolled my doll right out the door", che è bello citare in virtù del riferimento al titolo dell'album. Una conclusione forse non casuale, perché Hot Dog (di cui esiste una versione live suonata a Knebworth) è davvero la "porta d'uscita" del disco. Dopo un bentornato sulla scena scandito da beverecce atmosfere da bar, infatti, il disco svolta lato e cambia faccia.

Carouselambra

La lunga e virtuosistica "Carouselambra" non è propriamente "ombra", e di certo non è una canzone dalle tinte scure, ma la sua singolare epica in chiave progressive la pone su ben altri orizzonti - nonché livelli - rispetto ai pezzi precedenti. Il brano trae i propri natali dalla permanenza del Dirigibile al Clearwell Castle, risalente al maggio del '78, e con i suoi dieci minuti e mezzo di durata è la seconda canzone più lunga del catalogo Zeppelin, subito dopo In My Time of Dying. C'è poco da fare: Carouselambra è la firma in forma musicale di John Paul Jones. Ogni altro aspetto del brano che non sia il suo GX-1 cade, letteralmente, in secondo piano; perfino il sound di John Bonham e Jimmy Page, normalmente così determinante. La composizione ideata da Jones è complessa e mutevole, tra cambi di tempo e di format, dominata in ogni momento dal sintetizzatore del polistrumentista. Il suono che apre la canzone spiega in parte la scelta del titolo, volendo imitare il suono di un carosello (carousel, per l'appunto), dopodiché parte il brano vero e proprio. La sonorità che contraddistingue la traccia dall'inizio alla fine, quel suono vagamente strombazzante tipicamente anni '80, è il motivo per cui taluni hanno additato In Through the Out Door come un album troppo avanti nei tempi per poter essere compreso appieno. In effetti, Jones va oltre gli stilemi tipici del progressive caratteristico della sua epoca, quel sound influenzato da band come Yes, Genesis e King Crimson, per approdare verso vere e proprie sperimentazioni "avveniristiche" - quantomeno in ambito rock. La cosa curiosa è che lo fa con una certa leggerezza, col rischio di fare un disastro. Rischio scongiurato, sia grazie all'epicità che la composizione riesce a raggiungere, sia grazie all'abilità di Jones nel mantenere il proprio Gx-1 entro certi limiti di buon gusto. Giusto, giusto sul filo del rasoio. Il suo nuovo, costoso giocattolone domina il pathos, cresce e diminuisce di intensità a suo piacimento, determina i momenti di tensione e quelli di distensione. Jimmy Page ricopre per quasi tutto il tempo il ruolo di mero accompagnatore, nonostante il suo contributo sia indispensabile nel dare le giuste sfumature al pezzo. Perfino la batteria di Bonzo non riesce a risaltare più di tanto. Tutto cambia durante il lungo intermezzo del brano, la parte centrale delle tre che compongono Carouselambra. A quel punto, infatti, il ritmo rallenta e la chitarra inizia a ruggire. Nel frattempo Bonzo, finalmente "a casa sua", scuote le fondamenta dell'album in una delle sue esecuzioni più hard del periodo post-'75. Jimmy Page, nuovamente alle prese con le distorsioni del Gizmotron, sguaina dal fodero la sua Gibson EDS-1275 a doppio manico; fu una delle rarissime occasioni in cui tale strumento venne usato al di fuori del palco. Sul finale il Synth riprende la sua marcia, ancora più articolata e ricca di prima, concludendo il brano in una all togheter piuttosto classica per il quartetto britannico, emblematica di una semi-mistica alchimia tra tutti i membri del gruppo. Purtroppo, se in tutto questo volessimo trovare un difetto, esso starebbe proprio nel suo elemento principale: il sintetizzatore. Infatti, se fino a questo momento la sobrietà, il talento e la fortuna avevano reso incredibilmente attuali alcuni brani a principale firma di Jones (come Kashmir e la mia preferita: No Quarter), in Carouselambra il massiccio uso di elettronica appare inevitabilmente datato, niente a che vedere con quelle sonorità che da ragazzino mi avevano fatto credere di sentire un qualche pezzo uscito la settimana precedente. Naturalmente, inserendo la canzone nel suo contesto, non si può parlare di "difetto", e tuttavia mi azzardo a considerarlo un peccato. Durante la canzone la voce di Robert Plant suona tesa ed ovattata, non propriamente distante quanto, piuttosto, realmente "soverchiata" dal muro elettronico di Jones. Riuscire a cogliere le parole è dunque arduo perfino per un madrelingua, ma è ovvio come l'effetto sia perfettamente voluto. Tale espediente lascerebbe intendere che il testo della canzone sia del tutto accessorio, leggero e scanzonato come quelli dei pezzi precedenti. Niente di più lontano dalla realtà: per Carouselambra Robert Plant ripropone un tipo di poetica che non si sentiva da un bel po' su un prodotto Zeppelin, simile - per capirci - a quella che contraddistingue brani come Kashmir e Stairway to Heaven. Usando periodi insolitamente lunghi, Plant propone una tematica surreale, dai connotati metafisci, caratterizzata da un ben collaudato linguaggio immaginifico e metaforico. Il cantante tesse una tematica che, più che intimista, definirei proprio intima, ma utilizzando quel consueto intreccio di figure retoriche a lui da sempre così caro. Voler trovare un senso compiuto al testo senza l'ausilio del senno di poi è impresa ardua, se non impossibile, ma in qualità di posteri questo non è un problema che possa toccarci. Sembrerebbe infatti che Robert Plant ci voglia parlare della situazione in cui versava all'epoca la sua band, o come ebbe a dire egli stesso: è a proposito di coloro che, un giorno, si accorgeranno del fatto che la canzone parlava di loro, e diranno: "Oh mio Dio, era dunque così"? Le difficoltà di comunicazione tra la coppia Plant&Jones e quella Page&Bonham pesava infatti sull'atmosfera generale e sul prodotto finale, tanto nel bene quanto nel male. La cosa non dipendeva tanto da scazzi personali tra di loro, quanto semplicemente da una diversa maturazione nel corso degli anni: Jones era sempre stato sobrio e professionale, mentre Plant aveva vissuto esperienze tali da cambiarlo profondamente. Jimmy e Bonzo, da parte loro, erano alla deriva nella loro stessa eccentricità, totalmente auto-identificati nel concetto di "rockstar". Finiva così che i quattro quasi non riuscivano a vedersi di persona, tanto che mentre Robert Plant e John Paul Jones registravano di giorno, Page e Bonham arrivavano in sala registrazione solo a tarda notte. Ma il testo di Carouselambra , lungi dall'avere un significato univoco, è anche e soprattutto uno sfogo del cantante, più razionale che emotivo, privo di rancore, e come tale è espressione anche di quelle esperienze che tanto si erano impresse del suo animo e nella sua personalità. Ecco perché questa canzone si trova nel cono d'ombra dell'album, ideale e lunga prefazione alla traccia successiva

All My Love (Tutto il Mio Amore)

Giunge quindi il momento di "All My Love (Tutto il Mio Amore)". Per parlare di questo brano bisogna prima di tutto inserirlo nel giusto contesto. L'intenzione dei Led Zeppelin non era quella di proporre al pubblico una nuova band, né di renderlo partecipe delle disgrazie personali dei membri del gruppo. Ciononostante, rimane il fatto che testi ed arrangiamenti venivano composti senza alcuna ipocrisia o velleità di scaltrezza, senza censurare in alcun modo quella necessaria sfumatura autobiografica da cui Plant traeva parte della sua poetica. Ecco perché All My Love è, tecnicamente, una canzone d'amore; ascoltabile e godibile semplicemente in quanto tale. Tuttavia, come già allora era noto per i più informati, All My Love è sì una canzone d'amore, ma non una canzone romantica. È l'atto d'amore che Robert Plant volle dedicare a suo figlio Karac. Il cantante, reduce ormai da diversi mesi da quella drammatica perdita, decise di non ignorare né il dolore, né tanto meno il ricordo del figlio, ma piuttosto, tornando a suonare con i Led Zeppelin, egli volle commemorarlo e superarlo al tempo stesso, conscio che l'amore e la vita, e non l'autoinganno, sarebbero stati la miglior cura per se stesso e per la band. E così, laddove egli sembra cantare in un'insolita chiave aulica l'amore per una donna, sta invece cantando l'amore per il figlio; laddove sembra che canti di una relazione che finisce, sta parlando della morte del piccolo. Commuove, quando chiede a se stesso: "dovrei smettere di amarti?", ed ancora: "questa è la fine o solo il principio?", per poi rispondersi da solo nel ritornello: "all of my love to you now". Perché quello - proprio quello - era il momento di amare di più. Infine è quasi mistico nel suo paragone: "lui è una piuma nel vento"; impossibile non ritornare col pensiero al segno scelto dal cantante più di sei anni prima, quella piuma all'interno di un cerchio nell'album Senza Titolo. Ma, in definitiva, è solo una semplice e bellissima metafora. All My Love è il secondo ed ultimo brano dell'album a non essere accreditato a Jimmy Page, che difatti nella versione definitiva della canzone svolge un ruolo del tutto marginale. In un'intervista Page dichiarò di aver nutrito forti dubbi riguardo il sound di Tutto il Mio Amore, per quel ritornello sul quale temeva il pubblico facesse la ola e, in generale, sul fatto che In Through the Out Door fosse un po' troppo soft per i suoi gusti. Nonostante ciò, non bisogna pensare che Jimmy Page facesse la parte del "cattivo". Non solo perché All My Love fu il brano più apprezzato dell'album, ma anche perché - e non bisogna dimenticarlo - fino a quel momento era stato Page il regista del gruppo, colui che fin dagli esordi della band ne aveva delineato le strategie di mercato così come le mistiche spirituali, ed è più che normale che avesse in mente un'immagine ben precisa dei Led Zeppelin. Così com'è normale che tale immagine fosse però diversa nella mente degli altri membri del gruppo. E poi, non ebbe certo a protestare. In ogni caso, le sonorità intrinsecamente pop della canzone erano pane per i denti di John Paul Jones, il quale difatti svolge il ruolo più importante subito dopo quello di Robert Plant. Se giustamente, come asserì Bonham in un'intervista, Robert dà vita alla più sentita e penetrante delle sue esecuzioni vocali, è però Jones a conferire ad essa spessore ed atmosfera, grazie ad una sonorità sintetica tale da far scuola per molti anni a venire,  in molti generi musicali diversi. Un po' merito suo, un po' dello strumento. Mentre Bonzo mantiene un ritmo dal suono ricco ma insolitamente gentile, è la chitarra di Page a dare al brano le sfumature di cui ha bisogno, nonché quello sprazzo di vita - perché di vita parla in realtà la canzone - necessario a completare l'opera. Il contributo del non accreditato chitarrista è ancor più indicativo se si considera la versione "uncutted" di All My Love (che inizialmente si sarebbe dovuta chiamare The Hook), che con i suoi quasi sette minuti di durata mette in scena un emotivo - e più che discreto - assolo finale di chitarra. Nonostante il brano soffra in parte dello stesso difetto di Carouselambra, ovvero l'ampio utilizzo di un sound ormai "datato", il risultato finale è una canzone commuovente ma non stucchevole, rincuorante nella sua malinconia e, in fondo, piuttosto memorabile. Benché i dubbi di Page fossero legittimi, il sound tendente al pop di All My Love rappresenta un unicum assolutamente indolore nel variegato catalogo Zeppelin. D'altra parte, se era quello il suono con cui Robert Plant desiderava salutare il figlio, allora nessuno, nemmeno il fondatore della band, poteva mettervi bocca. E nessuno lo fece.

I'm Gonna Crawl

La notte - e l'album -  si conclude con "I'm Gonna Crawl (Sto Strisciando)", un pezzo soffuso e malinconico di provata solidità zeppeliniana, un classicissimo blues venato di soul la cui presenza, in un disco del Dirigibile, appare perfino d'obbligo e fin troppo tardiva. Volendo trovare un paragone azzeccato nella precedente discografia degli Zeps, accosterei il brano alla bellissima Since I've Been Loving You, del terzo album. La tematica è classica quanto il sound, interpretata da un Robert Plant eccezionalmente passionale, ora angosciato, ora esaltato, triste e rabbioso, ma sempre credibile ed in perfetta simbiosi con la strumentale. Nel testo, egli descrive un uomo del tutto asservito all'amore per la propria donna, un'evanescente ed astratta presenza femminile per la quale ogni sacrificio è ben giustificato, e perfino "strisciare" - crawl, per l'appunto - è da considerarsi quasi un privilegio. Non è chiaro se tale amore sia in realtà un sogno frustrato o, addirittura, qualcosa che va al di là della relazione per sfociare nell'ideale immaginario, ma quel che è certo è che non c'è spazio per la gioia nella voce di Plant: il suo amore è abnegazione e dolore. Anzi, la sua felicità si trova proprio nella stessa abnegazione e nello stesso dolore, ed è da lì che proviene l'angoscia, il fattore che giustifica il mellifluo tormento della canzone. Quanto al resto, ancora una volta gran parte del lavoro è merito di John Paul Jones. Il bassista trae i suoi spunti dal panorama soul a lui più contemporaneo, con un occhio di riguardo nei confronti di Wilson Pickett, rendendone - perdonatemi lo scioglilingua - moderni i classicismi e postmoderni i modernismi. Naturalmente l'elemento più di spicco è il suo synth, stavolta ben lungi dall'apparire datato, ed è con esso che Jones delinea la leggerissima velatura di zucchero del brano, quella melanconia veneta allo stesso tempo sia d'angoscia che di felicità. Il contributo di Jimmy Page è essenziale e più marcato, specialmente se paragonato ad altri pezzi del medesimo album, e con il suo riff delinea la sfumatura melliflua e vagamente oziosa della melodia. Per non parlare dell'assolo di chitarra centrale: uno dei più memorabili dell'intera discografia Zeppelin, intenso, potente e quasi disperato. Il lavoro svolto da Bonham, che in un brano del genere potrebbe apparire meno rilevante del solito, è invece essenziale e determinante. La potenza del batterista si sposta e si incanala in direzione delle necessità del pezzo, ma senza mai perdere le sue caratteristiche più intrinseche; è grazie a questa potenza così ben controllata e ponderata che la canzone riesce ad avere forza e mordente, pur senza smarrire gli aspetti più intimi del suo sound. Non a caso, pur non essendo mai stata suonata dai Led Zeppelin nel breve tempo trascorso tra l'uscita del disco e lo scioglimento della band, I'm Gonna Crawl fu tra i pezzi scelti da Jason Bonham per commemorare il padre durante il suo tour del 2011: Jason Bonham's Led Zeppelin Experience.

Conclusioni

Grazie alla sua plastica freschezza, In Through the Out Door riuscì laddove The Song Remains the Same ed in parte Presence avevano fallito, lasciando rientrare i Led Zeppelin nel panorama musicale - e sul mercato - non già dalla porta d'uscita, ma decisamente da quella principale. L'album ottenne un buon riscontro di pubblico in tutto il mondo, ma è in Inghilterra e negli Stati Uniti che raggiunse l'apice del successo, arrivando prontamente al primo posto delle rispettive classifiche. In particolare, negli USA il disco restò primo in classifica per sei settimane, un record. Altro fatto emblematico, alla sua uscita In Through the Out Door riportò nella Billboard 200 l'intera discografia Zeppelin, dimostrando che c'era un'intera nuova generazione all'oscuro - o quasi - dell'esistenza dei Led Zeppelin, incuriosita e galvanizzata dall'aver "scoperto" una grande rock band. Non solo: se è vero che l'ultimo album degli Zeps aveva fatto storcere il naso ad una fetta particolarmente intransigente di fans "old school", è anche vero che trovò un enorme bacino di nuovi utenti tra coloro che avevano gusti musicali tra i più disparati: dal pop al progressive, fino al soul; ed anche, semplicemente, tra quei fans dalla mentalità un po' meno rigida, volenterosi di ascoltare un prodotto del Dirigibile che non fosse una banale riproposizione di stilemi blues in chiave heavy. Ora, detto chiaramente, In Through the Out Door non è un capolavoro, e di certo non è tra i più memorabili album dei Led Zeppelin. Certo, alcuni brani sono decisamente degli di nota, mentre anche quelli più "riempitivi" sono caratterizzati da una buona qualità tecnica e compositiva; tuttavia non ci sono pezzi davvero dirompenti, memorabili, innovativi nel senso culturale del termine. Raggiungere i risultati dei primi quattro - storici - album era semplicemente impossibile. Eppure, In Through the Out Door riuscì anche in un altro obiettivo che il precedente disco aveva fallito: dare nuova linfa vitale ad una band che, dopo la pubblicazione di un doppio album estremamente pregno, pareva aver perso non dico la capacità di innovare il mondo della musica (che è una cosa che avviene una volta nella vita), ma di innovare se stessa. Ed invece, con questo ottavo album, gli Zeppelin erano riusciti a trovare l'energia morale ed il coraggio artistico di andare alla ricerca di nuove sonorità, di sperimentare, di fondere e di spezzare le convenzioni. Ancora una volta. E' per questo motivo che le critiche della "vecchia scuola" contano poco; perché quelle critiche, a dire il vero, erano arrivate puntuali praticamente ad ogni nuova uscita dei Led Zeppelin dal 1970 in poi, senza che questo abbia mai impedito al terzo, al quarto o al quinto album di divenire dei classici memorabili della storia del rock. Era questo il meccanismo sul quale contavano gli Zeps: far storcere il naso, indignare perfino, far dire alla gente: "non è questo il sound che mi aspettavo". Erano la qualità del prodotto e l'azione conciliante del tempo a far si che l'opinione del pubblico cambiasse da "controversa" a "consacrazione della band". Stavolta, tra i critici dell'album c'era lo stesso Jimmy Page, che pur apprezzando (com'è ovvio) il suo ultimo disco, non ne sentiva particolarmente la paternità. A detta del chitarrista l'ottavo full length era un po' troppo soft, ed è per questo motivo che lui e Bonzo stavano già preparando un nuovo album, "più duro, più rock". Com'è ovvio, quel disco non vide mai la luce. I Led Zeppelin, grazie ad un gioiellino imperfetto e coraggioso, erano riusciti a varcare quella maledetta "out door" tornando sulla scena carichi di premesse e di speranze. Ed altrettanto rapidamente ne sarebbero presto usciti, dopo quel fatidico 25 settembre del 1980. 

1) In the Evening
2) South Bound Saurez
3) Fool in the Rain
4) Hot Dog
5) Carouselambra
6) All My Love (Tutto il Mio Amore)
7) I'm Gonna Crawl
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