LED ZEPPELIN

How the West Was Won

2003 - Atlantic Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
24/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Per molti anni - decenni, a dire il vero - i fans dei Led Zeppelin desiderosi di ammirare i loro idoli suonare dal vivo si sono dovuti accontentare di materiale d'accatto, bootleg vari estrapolati dai tanti tour mondiali della band britannica, talvolta registrazioni dignitose ma, più spesso, robaccia registrata amatorialmente, con immagini e suoni di scarsissima qualità. Ovviamente, per gli appassionati dei live esisteva già il film The Song Remains the Same, pubblicato dagli Zeps nel 1976 col presupposto di mostrare il misticismo e la potenza del Dirigibile. Purtroppo tale intento venne tradito dalla scarsa qualità sia del film in sé, sia delle performance live che intervallavano le stucchevoli sequenze della pellicola. Non che la band avesse colpe particolari: il periodo in cui il film fu prodotto venne funestato da incidenti e difficoltà, per non parlare dell'inesperienza di Page e compagni nell'affrontare un progetto di quel genere. Semmai la loro colpa fu di aver lasciato campo libero a registi poco capaci o poco motivati - o entrambi - e di aver permesso che uscisse un film dall'immaginario vacuo e perfino puritano, assolutamente inadatto a mostrare una band che, attraverso potenza, scostumatezza e sensualità, aveva conquistato il mondo e ridefinito un genere. Non che The Song Remains the Same fosse solo difetti e brutture, sia chiaro: per gli appassionati degli Zeps rimane un prodotto irrinunciabile, con interessanti spunti immaginifici, ma non del tutto soddisfacente nel mostrare la natura di "bestie da palco" dei Led Zeppelin. Infine, dopo un'attesa di oltre vent'anni, le soddisfazioni arrivarono tutte insieme: il 26 maggio del 2003 uscì Led Zeppelin DVD, una raccolta video dei migliori concerti degli Zeps dal 1969 al 1979, seguito a ruota il giorno successivo dal gigantesco triplo album "How the West Was Won", ovvero "come l'ovest fu sottomesso". L'opera è una raccolta di brani estrapolati principalmente da due live: quelli del 25 e 27 giugno 1972, rispettivamente al Los Angeles Forum ed alla Long Beach Arena. Si tratta di due serate storiche, i cui bootleg erano in circolazione da prima ancora che la band si sciogliesse, nel 1980, e considerati da Jimmy Page come l'apice del talento, del vigore e della maestria dei Led Zeppelin, la vetta artistica del gruppo. Quest'album vive in simbiosi con Led Zeppelin DVD, benché le tracce all'interno di quest'ultimo provengano da fonti diverse. Il motivo sta nel fatto che all'anonima copertina di How the West Was Won si contrappone quella di Led Zeppelin DVD, paradossalmente molto più adatta per il primo che non per il secondo. Essa mostra infatti uno scorcio dell'East and West Mitten Butten, una formazione rocciosa della Monument Valley, in Arizona, dall'intrinseco valore simbolico e spirituale. L'ambientazione di tale copertina è in totale accordo col titolo scelto per il triplo album: How the West Was Won è infatti sia una diretta citazione del film omonimo del 1962 diretto da John Ford, sia un palese tributo agli Stati Uniti d'America. I Led Zeppelin dovevano davvero molto agli USA: all'esordio della band, mentre nel Regno Unito il pubblico rimaneva inizialmente dubbioso e la critica ostile, negli States il successo degli Zeppelin diveniva totale ed immediato, un trampolino di lancio che non solo di lì a poco ne avrebbe riscattato il valore in patria, ma che avrebbe segnato l'inizio di una leggenda di fama mondiale. Ma il riferimento ad un famoso monumento naturale americano non si ferma ad un "grazie per i soldi e per la fama", poiché alla cultura statunitense i Led Zeppelin dovevano anche le origini del loro sound di riferimento, il blues, e molti dei loro stilemi: da una varietà di sfumature musicali che vanno dal country al delta blues, fin'anche al modo di ancheggiare di Robert Plant, quella capacità di fondere insieme la sensuale sfacciataggine di un ragazzotto bianco come Elvis Presley alla composta virilità di un Muddy Waters. Inoltre, i live migliori di quella band inglese sono proprio quelli legati ai loro tour americani, laddove - tra continui spostamenti e viaggi - gli Zeps scoprirono un Nuovo Mondo fatto di stranezze e meraviglie, ricchezze e lussi sconosciuti, di aspetti inquietanti ed altri stupendi; in altre parole, un luogo vibrante di caos e di energia, un'energia che solo la calma di Bron Yr Aur seppe compensare ed equilibrare. E tutto questo, nell'ottica del misticismo caro a Jimmy Page, aveva un valore ben preciso. Infine la West Coast, e nella fattispecie la California, è il luogo in cui si sono svolti i concerti da cui sono tratte le registrazioni del cd. Ecco spiegato il riferimento al west e a quel classico di John Ford, da noi tradotto con un prosaico ma evocativo "La Conquista del West". Proprio come antichi conquistadores o Padri Pellegrini, i britannici Led Zeppelin avevano conquistato il "selvaggio west", concerto dopo concerto. Ed i concerti di How the West Was Won sono i migliori. La copertina, come già accennato, non è di particolare rilievo: trattasi di un collage con le foto in bianco e nero dei quattro membri del gruppo, posto su una tricromia di colori caldi all'interno di un riquadro bianco, col nome della band posto in altro, ben visibile. Sostanzialmente una copertina dal gusto volutamente derivativo, una versione sobria di quello che, negli anni duemila, si supponeva dovesse rappresentare un prodotto tipico dei '70's, con evidenti (e scontati) intenti celebrativi. Perché dopotutto, quando parliamo di Led Zeppelin, è sempre un Giorno di Celebrazione.

L.A Drone

Il primo cd si apre con una brevissima traccia chiamata "LA Drone", sostanzialmente un accenno di jam session il cui scopo è quello di scaldare tanto gli animi quanto i musicisti. Dal vivo "LA Drone" poteva durare ben più a lungo, ma su How The West Was Won Jimmy Page, che dell'opera ha come al solito curato ogni singolo dettaglio, ha preferito conservarne solo pochi secondi di pura distorsione elettrica, riducendola a mero interludio del ben più ideale inizio di questa singolare "conquista del West"

Immigrant Song

"Immigrant Song (La Canzone del Migrante)". Ospitata nel terzo e più eclettico album degli Zeppelin, la canzone narrava di barbari e quasi spettrali guerrieri vichinghi, pronti a colonizzare le lande più fredde e lontane. In realtà in origine il testo del brano doveva essere un tributo al pubblico Islandese, ma già allora la sua natura lo rendeva perfetto a simboleggiare la metaforica conquista del Nord America da parte dei Led Zeppelin. Dopotutto, così come i vichinghi erano giunti fino in America - quattro gatti spinti solo dal coraggio e dallo spirito d'avventura - così i Led Zeppelin avevano preso un aereo e, da soli, fatto loro il continente americano. Musicalmente parlando. Il riff battagliero e l'urlo lancinante di Immigrant Song sono l'ideale per dare inizio alla battaglia, quattro guerrieri davanti ad un pubblico che non aspetta altro che essere conquistato. Quasi tutte le tracce di How the West Was Won sono più lunghe delle loro versioni in studio, e Immigrant Song non fa eccezione: tre minuti e quarantadue secondi contro i due e venti dell'originale in studio. In realtà, della versione presente sul terzo album (datato 1970), questa traccia conserva solo il semplice e ripetitivo riff, tanto efficace quanto iconico, nonché gli acuti guerreschi, ma ben presto le astratte tematiche sulla guerra e sul Valhalla fanno largo ad una strumentale del tutto improvvisata ed assolutamente esplosiva, quasi inquietante: un'esibizione di Jimmy Page da far cascare la mascella, su una base di basso e batteria basata sul riff originale in cui il basso di Jones non è nemmeno paragonabile alla versione in studio, che a confronto pare quasi uscita da uno stornello di campagna, per non parlare di un Bonzo incontenibile. Nel 1972, credetemi, non si era ancora mai sentito qualcosa di altrettanto heavy metal, forse nemmeno su Made in Japan dei Deep Purple o sul Live in Paris dei Black Sabbath, gruppi bene o male ancora legati a stilemi derivati da complessi come i Cream o gli stessi Yardbirds. Anche se, sia chiaro, parliamo di band grandiose che viaggiavano su binari diversi e pesantissimi, binari destinati ben presto ad incrociarsi per dare origine all'hard rock come lo conosciamo oggi. 

Heartbreakers

Sul finale la canzone torna a martellare il suo caratteristico riff, ma è solo un attimo ed "Heartbreaker (Spaccacuori)è già bella che partita. È evidente come i Led Zeppelin non amassero abbassare il tiro, considerato che parliamo di uno dei pezzi più potenti di tutto il repertorio del Dirigibile. Più che seguire The Immigrant Song pare proprio esserne un naturale prolungamento, anche se tecnicamente Heartbreaker è stata scritta un anno prima. Il brano faceva parte del secondo album dei Led Zeppelin (1969), notoriamente il più "metallaro" dei lavori del gruppo britannico, rappresentandone l'apice. La tematica era semplice, derivata dalle caratteristiche intrinseche della poetica blues: il ritorno in città di una femme fatale conosciuta come la "spacca cuori". Rispetto ad un tipico testo blues, quello di Heartbreaker scardina la componente drammatica rendendola quasi una parodia, un tragicomico tuffo nel passato di un uomo che credeva di essersi rifatto una vita (sentimentale). In questo caso, anziché fungere da baricentro dell'opera come su Led Zeppelin II, la canzone è una vera e propria "catapulta emotiva", lo slancio atto a portare gli spettatori nel vivo del concerto. Lo sviluppo dell'azione è molto simile a quello di Immigrant Song: da un inizio sulle righe si giunge ad una fase di improvvisazione dura e dinamica, scandita prima dalle urla lancinanti di Plant e poi, nuovamente, da virtuosismi estemporanei da parte di Page. La base di basso e batteria stavolta è più semplice e più martellante, l'approccio un pelo più classico ma ugualmente devastante. I Led Zeppelin giocano con la loro creatura e con il pubblico, deviando su una melodia più lenta e lasciando spazio alla chitarra di Page che, per un po', suona completamente da sola. Dopo questa fase a metà tra smargiasseria e malinconia, in perfetta simbiosi con l'atmosfera del pezzo, il crescere disordinato e affascinante delle distorsioni di Page pare quasi andarsi a spegnere su uno strimpellare melodico, per poi ripartire a gran velocità ed aprire ad un oh yeah di Robert Plant, preludio ad una conclusione possente e velocissima, con Page e Bonzo in primissimo piano, ed il riff iconico ed aggressivo di Heartbreaker come indiscusso protagonista. 

Black Dog

La conclusione secca e repentina non lascia che un misero secondo allo spettatore per riprendersi, e subito parte "Black Dog (Cane Nero)", un altro dei pezzi più conosciuti dei Led Zeppelin. L'attacco subitaneo del brano mantiene alta l'attenzione e l'adrenalina, e dimostra la maestria di Jimmy Page riguardo al lavoro in studio; i primi tre pezzi, infatti, vengono entrambi dalla serata alla Long Beach Arena, mentre Black Dog e la traccia successiva, da quella al Los Angeles Forum. Inoltre, le varie parti sono state ritoccate utilizzando estrapolazioni da entrambe le serate. La scelta di mischiare i pezzi, piuttosto che portare su cd un singolo concerto nella sua interezza dall'inizio alla fine, ha scontentato una parte dei fans, ma ne ha anche soddisfatto una più larga fetta, riuscendo ad ottenere sia una qualità sonora superiore, sia una struttura poetica ideale. Black Dog viene dall'album più amato e rappresentativo degli Zeps: Led Zeppelin IV, e ne rappresenta il volto più duro. Il testo segue nuovamente determinati canoni del blues, scardinandone la sacralità e consegnandoci la figura di una donna forte ed emancipata, menefreghista in quanto libera, lontana e legata al tempo stesso alle diavolesse di quella cultura un po' maschilista tanto cara a Jimmy Page. Il "cane nero" è il protagonista del brano, ispirato ad un labrador retriever che, all'epoca delle registrazioni del quarto album, pare si aggirasse nei dintorni di Headley Grange. Era un cane anziano ma sessualmente arzillo, proprio come quest'uomo incarnato dalla voce di Plant, un uomo contrariato da quella sfacciata ragazza ed al tempo stesso reso succube dall'eccitazione e dal desiderio. Il "cane nero", inoltre, è un riferimento al cane demoniaco di una vecchia leggenda popolare britannica, seminale di opere come Il Mastino di Basckerville Cujo. A parte i primi secondi, sostanzialmente una jam session introduttiva, il brano stavolta rimane sulle sue righe. Rispetto alla versione in studio, infatti, qui la voce di Plant è più sarcastica ed ammiccante, la chitarra più distorta, ma la batteria è quasi identica, e soprattutto è identico lo spessore del riff incanalato dal basso di Jones, vera palla di cannone di un pezzo così potente e statuario. Stavolta la differenza sostanziale sta solo in sporadici e divertiti prolungamenti, mai discosti dal riff principale, che infatti riparte ben presto nel suo "botta e risposta" tra la voce a cappella di Plant e la strumentale del gruppo. La conclusione è simile a quella della versione in studio, solo di poco più lunga e certamente più devastante: una "consapevolmente incasinata" bagarre di virtuosismi in cui dominano la chitarra di Page e le rullate secche di John Bonham. Il senso di decelerazione, quando inizia la canzone successiva, è ricercato e palpabile.

Over The Hills And Far Away

Black Dog segue infatti la placida ed evocativa "Over the Hills and Far Away (Oltre le Colline ed Ancor Più Lontano)". Questo pezzo fa parte di Houses of the Holy, il quinto disco dei Led Zeppelin, datato 1973 e, perciò, successivo ai concerti da cui provengono le tracce di How the West Was Won. Tuttavia la canzone in sé è più vecchia, risalente al soggiorno del 1970 al cottage di Bron Yr Aur, di cui conserva intatte le bucoliche atmosfere. Fu infatti concerto dopo concerto che il brano prese forma, trovando definitivo compimento proprio durante il tour americano del '72. La tematica era del genere amato da Robert Plant, ovvero una storia a mezza via tra l'esistenziale ed il sentimentale, in cui l'uno è propedeutico all'altro. Il viaggio, la rivalsa personale e la ritrovata armonia sono gli argomenti principali, simboleggiati da un nuovo amore, più vero e più dolce di quello falso e doloroso che il protagonista del brano si è lasciato alle spalle. Il testo, che in questo caso gode di uno spessore ed un'importanza maggiore rispetto al solito, spazia così da considerazioni intimiste a più criptici messaggi sociali, il cui contenuto si riassume in poche strofe la cui funzione è essenzialmente di avere un suono piacevole e ricercato, parte integrante delle sonorità del brano. La versione di Over the Hills presente su How the West Was Won è molto simile a quella che in futuro sarebbe apparsa su Houses of the Holy, suddivisa ovvero in tre parti: due acustiche e una, quella centrale, elettrica e movimentata. La differenza principale sta nel fatto che qui la prima parte dura un po' meno, mentre il finale è leggermente più lungo ed elaborato, più una ripetizione della parte iniziale che una leggera sfumatura come nel quinto album. Un'altra differenza sta nelle sonorità: la voce di Plant è più definita e preponderante, mentre la parte centrale, non potendo contare sulle sovrapposizioni di chitarra in studio, pone a Bonzo un'importanza maggiore. La ritmica sincopata tipica di Bonham domina perfino sulle distorsioni del chitarrista, e l'interpretazione libera che è in grado di permettersi in un live ne mostra davvero tutta la bestialità e la bravura. Sul finire si ripetono le sonorità acustiche ed il brano si conclude, come giusto che sia, innalzato dal canto di Robert Plant.

Since I've Been Loving You

Applausi ed acclamazioni. Senza indugio è il turno di "Since I've Been Loving You (Da Quando mi Innamorai di Te)", un piccolo capolavoro proveniente da Led Zeppelin III. Parliamo di un pezzo blues di incredibile intensità, supportato da un testo estremamente semplice il cui punto di forza è lo spessore dell'interpretazione. E quella di Plant è magistrale. La tematica è quella classica di un uomo disperato a causa di una donna fedifraga, ma in primo piano non vi sono il tradimento o le dinamiche di coppia, ma piuttosto l'amore disperato ed il tormento interiore dell'uomo, una disperazione che "da quando si è innamorato" lo sta portando alla follia. Difficile fare di meglio della versione in studio, già di per sé realizzata con l'intento di sembrare uscita da un live; quella di Led Zeppelin III è una canzone di ineccepibile perfezione, con un Plant pazzesco: tormentato, folle, dalla voce lacerata e lacerante, ed un Jimmy Page che si esibisce in un assolo bello come pochissimi altri in tutta la sua carriera. Pur non potendo dire che la versione in concerto di How the West Was Wan riesca ad imporsi con più forza di quella in studio, c'è comunque da dire che gli Zeppelin danno il meglio del meglio. Il brano mantiene le sue note di tensione e disperazione, ma l'interpretazione di Plant si sposta da una sofferta introspezione ad un dialogo col suo pubblico, rendendo la resa complessiva più diretta ma meno penetrante. A rimanere pressoché invariati sono lo spessore e la bravura di Page, ancora una volta impegnato a creare un sottofondo dall'incredibile atmosfera quasi come niente fosse, facendolo sembrare un distratto strimpellio. Anche il suo assolo, dal vivo, riesce a competere con quello della versione in studio del brano. A rafforzare la resa ci pensano Bonahm e Jones, il cui sound è ancora più marcato e potente di quello in studio. Jones, in particolare, mostra dal vivo la sua abilità di polistrumentista con delle belle interpretazioni sull'Hammond, pur dando maggior risalto al virtuosismo sul basso rispetto alla versione in studio. Infine, introspezione o meno, la voce di Plant contribuisce grandemente al "muro di suono" sollevato dai compagni, pura catarsi che ruota intorno all'assolo di Page. Stavolta l'ovazione è totale e meritata, ed i Led Zeppelin sono decisi a far sì che non si spenga.

Stairway To Heaven

Robert Plant ringrazia e presenta al pubblico il brano successivo: "Stairway to Heaven (Scala per il Paradiso)". Capitava molto spesso, durante i live, che questa canzone venisse proposta dopo Since I've Been Loving You, e con buona ragione. Questi due pezzi, nonché quello successivo, provengono dal live alla Long Beach Arena, e Jimmy Page ha pensato bene di riproporli esattamente nell'ordine originale, com'è giusto che sia. Ora, Stairway to Heaven la conosciamo praticamente tutti: è di gran lunga l'opera più famosa dei Led Zeppelin, nonché una delle più adorate, odiate, celebrate, dibattute ed abusate di tutta la storia del rock. Facente parte del cosiddetto ZoSo, il famigerato quarto album del gruppo, questo pezzo è la quintessenza sia del sound, sia della poetica degli Zeppelin. Dentro Stairway to Heaven c'è tutto, dalle sonorità blues al british folk, dal mellotron all'heavy metal, e lo stesso discorso vale anche per le tematiche, in cui ritroviamo, in perfetta simbiosi, la lady avida di matrice blues, richiami immaginifici ed allegorici, misticismo, metafore sociali e cammino individuale. In effetti è difficile inquadrare la tematica del brano in un unico significato, una spiegazione univoca di quelli che a ben vedere sono una moltitudine di richiami dal valore più evocativo che concettuale. Diciamo che il testo può essere inquadrato in una vasta e vaga allegoria sociale che, pian piano, vira su una ricerca di natura individuale e spirituale. Come già scrissi sulla recensione di Led Zeppelin IV (un album ufficialmente senza titolo), Stairway to Heaven è famosa anche per i presunti messaggi satanici al suo interno, supposizione tanto campata per aria quanto fortunata, almeno per i portafogli degli Zeps: quella dei messaggi subliminali fu infatti una gran bella pubblicità, per il disco. Curiosamente, la versione che gli Zeppelin eseguono alla Long Beach Arena non è tra le più lunghe nella storia del dirigibile, anzi, è quasi della stessa durata di quella in studio. Anche la performance, quindi, è abbastanza simile a quella a cui siamo abituati, ma nonostante il suono sia prevedibilmente meno pulito la resa è perfino più penetrante, più emotivamente coinvolgente. Stairway si apre con le note che noi tutti conosciamo, quelle per cui gli Zeps, nel 2014, sono stati tardivamente accusati di aver plagiato Taurus, degli Spirit, causa poi stravinta dai Led Zeppelin. Ci sono i flauti e naturalmente il mellotron di Jones, quest'ultimo però tratto da un altro concerto, quello del 1973 a Southampton, in Inghilterra. Una "cucitura" dovuta al fatto che, evidentemente, le sonorità di Stairway to Heaven sono fin troppo impresse nella pietra, nell'immaginario collettivo, per poter essere riproposte in una chiave troppo diversa. L'unica differenza rilevante, rispetto alla versione in studio, sta nel fatto che la prima parte del brano manca della chitarra acustica, alla quale Page preferisce un arpeggio più elettrico, lasciando così meno sfumatura alla resa complessiva ma rafforzando al contempo la potenza e l'incisività di una performance dal vivo. Dal sound si direbbe che stia usando la sua vecchia Fender Telecaster, anche se spesso, per Stairway, Page sfoderava l'iconica Gibson EDS-1275 a doppio manico. La canzone si svolge sulle righe, con Robert Plant, Jimmy Page e John Paul Jones che improvvisano qua e là una nuova sfumatura, piccole differenza che fanno la differenza. Ancora una volta l'introspezione di Plant è sacrificata ad un'atmosfera di "dialogo col pubblico", ma stavolta non è un male, anzi: non è facile immaginarli su un palco davanti a migliaia di persone, pare più di vederli suonare intorno ad un grande falò in mezzo al deserto - ed un è un'immagine perfetta, per loro. La batteria di Bonzo parte così come ci si aspetta che parta, solo un po' più penetrante e rimbombante. Il successivo assolo lascia quasi spiazzati, ma è perfetto. Perfino meglio di quello in studio. Più sporco senz'altro, ma questo è un gran bene, e lo stesso vale per l'interpretazione di Bonzo alla batteria, un ritmo quasi primordiale che sembra rispondere emotivamente allo strazio di Page prima, ed a quello di Plant poi - quando l'intera band accelera ed esplode nella catarsi finale, prima di rallentare e concludere placidamente: "and she's buying a stairway to heaven". 

Going To California

Avendo appena dato ai fans il loro pezzo più in voga, i Led Zeppelin proseguono il vezzeggiamento con un omaggio al pubblico californiano per cui stanno suonando: "Going to California (Andando in California)". Questa canzone è tra le più delicate del catalogo Zeppelin, e la sua natura ben si presta a proseguire la morbida conclusione di Stairway to Heaven. Il testo omaggiava, attraverso citazioni di vario genere, la cantautrice Joni Mitchell, artista molto amata sia da Robert Plant che, soprattutto, da Jimmy Page. Tra le strofe Plant ci parla di uomo che fugge da una vita squallida ed una relazione insoddisfacente, cercando rifugio in un viaggio verso una California idealizzata ed irreale, meta di una nuova relazione con una donna altrettanto idealizzata. Provenendo dallo stesso quarto album di Stairway, anche il testo di Going to California ha infatti intrinseche le stesse tematiche di carattere spirituale, della ricerca del sé attraverso l'esperienza mistica. L'esperienza che propone Plant è dunque caratteristica del filone "figli dei fiori", quelli veri, non la parodia post-moderna fissata nell'immaginario collettivo. Questa canzone è una creatura del cantante, che la esegue con particolare ricercatezza e calore, sincero nel suo ossequio alla terra che l'ospita. Il brano si dilunga soprattutto nei suoi delicati arpeggi di chitarra, unica controparte strumentale all'intensa voce di Robert Plant assieme al mandolino di John Paul Jones. Per il resto la composizione rimane fedele alla versione in studio, senza prodezze o prolungamenti che, in un brano come questo, spezzerebbero l'intensità della performance. 

That's The Way

Ormai i Led Zeppelin hanno sfoderato il loro set acustico, cosicché John Bonham può continuare a riposare ancora un po' sulle note di "That's the Way (E' Così)". Questo pezzo, come tutti quelli ospitati su Led Zeppelin III, è fortemente figlio del soggiorno a Bron Yr Aur, il "Seno D'oro" tra le verdi colline gallesi. Di tutta la discografia Zeppelin è in assoluto quello più morbido ed etereo, per certi versi perfino atipico. Nel testo ad esempio non vi è alcuna donna, malvagia o idealizzata che sia, nessuna malizia, nessuna smargiasseria o ironia. In realtà si parla dell'amicizia tra due ragazzi vicini di casa, come il titolo pensato inizialmente - The Boy Next Door - lascia facilmente intendere. Dopo una canzone su un'America idealizzata, gli Zeppelin spostano il baricentro su un brano la cui tematica abbraccia rimostranze sia ambientaliste, sia sociali, queste ultime frutto di constatazioni non del tutto positive riguardo l'esperienza (positiva sì, ma nel suo complesso) negli Stati Uniti d'America. Rispetto alla versione in studio, arricchita da sovraincisioni acustiche e dall'uso di strumenti quali pedal steel ed un folkloristico dulcimer, quella presente su How the West Was Won è più diretta e lineare, sebbene meno evocativa di determinati stilemi. Se in studio dominano le ricercate sfumature ed il basso, qui sono ancora la chitarra acustica ed il mandolino a fare l'anima dell'opera. Semplicemente, gli Zeppelin hanno mantenuto la strumentazione del brano precedente, una cosa del tutto normale dal vivo. Invariato è il tamburello, unico plausibile intervento di Bonzo in una canzone di questo genere, in cui Plant è ancora una volta protagonista, abile interlocutore durante la fase più "intima" del concerto. 

Bron-Yr-Aur Stomp

 La velata malinconia di questi ultimi brani si dirada completamente quando il concerto rock si trasforma in festa di campagna, grazie alle note acustiche ma vertiginose di "Bron-Yr-Aur Stomp". Piccola curiosità riguardo questa traccia: nella prima versione di Led Zeppelin III, album da cui proviene il brano, era presente un errore di battitura riguardo il nome della località gallese, ovvero "Y" anziché "Yr". Capita, con questi complicati nomi gallesi. L'onomatopea "stomp" indica un balzo con conseguente ricaduta a piedi uniti, indicativa della natura festaiola e campagnola del brano, fondamentalmente una ballata popolare solare e leggera. Il testo proposto da Plant ci pone sarcasticamente a credere che la canzone parli di una donna così perfetta e fedele da sembrare irreale, finché non si scopre che in realtà la canzone si riferisce al cane del cantante, un border collie di nome Strider. Rispetto alla versione in studio, arricchita con una varietà di sfumature, questa pare davvero venire da una sagra di campagna. Ma sono pur sempre i Led Zeppelin, e così il country si mischia al folk britannico ed alla voce da bluesman di Robert Plant, mentre il pubblico batte mani e piedi al ritmo di John Bonham, che nel pezzo in studio usava nacchere e cucchiai per rafforzare l'atmosfera "popolare del brano", mentre qui sembrerebbe proprio tamburellare con le mani. Dotata di un unico momento di "decelerazione" a metà strada, la canzone è una festa dall'inizio alla fine che sul finale preferisce la botta secca alla conclusione sfumata, andando a terminare con un'esclamazione: "Strider!" - il cane di Plant che porta il nomignolo di Aragorn, personaggio de "Il Signore degli Anelli". Così come Bron-Yr-Aur Stomp concludeva idealmente Led Zeppelin III (dico: idealmente), anche il primo cd di How the West Was Won trova la sua naturale conclusione con questa traccia. 

Dazed And Confused

Il secondo cd di questa tripla raccolta è composto di sole quattro tracce, ed il motivo è semplice: l'assolo di batteria finale dura quasi venti minuti, mentre la traccia d'apertura, "Dazed and Confused (Stordito e Confuso)", raccoglie pezzi di altri brani più una buona dose di interpretazione libera, andando così a superare i venticinque minuti di durata. In effetti, negli anni '70, le rock band non rispettavano quasi mai una rigida scaletta, rispettosa delle versioni registrate in studio e di un certo tipo di marketing, bensì era molto più diffusa, rispetto ad oggi, l'abitudine di modificare ed allungare le canzoni fino a sfociare in vere e proprie jam sessions. In questo i Led Zeppelin erano particolarmente famosi, tanto da vantarsi del fatto che ogni loro show fosse unico ed irripetibile, diverso da tutti gli altri. In larga parte, era esattamente così. Purtroppo c'è da dire che, per quanto How the West Was Won riesca a cogliere lo spirito e la potenza dei Led Zeppelin così com'erano dal vivo, tali notevoli prolungamenti risultino alla lunga un po' monotoni, finanche stucchevoli. Dal vivo avevano un senso, ed anche molto bello, ma su cd quell'atmosfera di improvvisazione, dialogo e spettacolarizzazione finisce inesorabilmente per andare perduta. Ad ogni modo, ciò non toglie quasi nulla a quella non solo è una delle migliori esecuzioni dell'album, ma nemmeno al valore della stessa in termini di "documento storico". Dazed and Confused era uno dei pezzi di punta sull'album di debutto della band (1969), originariamente ispirato ad una canzone psychedelic rock di Jake Holmes (1967), e già reinterpretata nel '68 proprio dagli Yardbirds, la vecchia band di Jimmy Page. In mano ai Led Zeppelin il brano era diventato un lento e fosco dramma dal sapore marcatamente heavy blues, con ben poco a che vedere con la versione di Holmes a parte il titolo, ma con molte più cose in comune con la versione degli Yardbirds, già in buona parte figlia di Jimmy Page. Durante la lunga esecuzione del brano su How the West Was Won la traccia si fonde con due canzoni ben distinte: "The Crunge" "Walter's Walk", rispettivamente accorpate, anni dopo, a Houses of the Holy (1973) e Coda (1980). All'epoca del tour da cui è tratta la raccolta questi due brani erano allo stato embrionale, unicamente due riff ben riusciti sui quali, in seguito, sarebbero state scritte delle canzoni vere e proprie. Il testo di Dazed and Confused rimane perciò isolato ed invariato, tranne al limite qualche piccola improvvisazione del cantante. Concettualmente la poetica del brano non mostra nulla di nuovo, rispetto a quanto siamo abituati, ed il suo punto di forza sta quindi nel vigore dell'interpretazione e sull'atmosfera generale. Si tratta infatti di un caratteristico testo blues, in cui ad una figura di donna mistificatrice e traditrice si contrappone quella di un uomo disperato, stavolta reso pazzo e rancoroso fino alla rabbia. Più che la storia su una donna vera e propria, il testo è l'idealizzazione, in negativo, del significato intrinseco di "donna" in un certo tipo di cultura (parliamo di oltre cinquant'anni fa), in cui ad essa sono associati concetti quali "caos" e "irrazionalità". Può darsi che Page non avesse un'alta opinione riguardo le donne, ma sta di fatto che non era neppure propriamente uno scrittore, cosa che poneva la scelta delle liriche unicamente in virtù di stilemi "rubati" da determinati filoni culturali, in questo caso: il blues vecchio stile. L'esecuzione del brano si apre con un'andatura che rendere più possente penso sia impossibile: al caratteristico ed ormai iconico riff di basso, anima di tutta la canzone, si aggiunge un sordo martellare sulla gran cassa, rafforzato da un grande gong tibetano che John Bonham era spesso solito portarsi in giro. La chitarra di Page, che come da copione interviene poco dopo, è enormemente più distorta e lacerata della sua controparte in studio, "stordita e confusa" sull'affascinante filo della cacofonia, senza però mai realmente sbafare o far storcere il naso. Anche Plant, che segue a ruota il chitarrista, dà il meglio di sé in quelle che sono le sonorità ideali per mettere in risalto la sua ugola. Mentre il cantante passa come un pazzoide da un tono intimo e colloquiale ad urla di rabbia ed acuti lancinanti, Bonzo continua a martellare sulla grancassa fino all'esplosione definitiva che introduce le note più dure della traccia, dove dominano il basso di Jones e la Fender di Page. È poco dopo che il riff della canzone vira sull'improvvisazione pura, o meglio su quei virtuosismi di strumentale tanto spesso improvvisati durante le prove e talvolta registrati. Tra le note di questa bagarre si legge infatti una versione di Walter's Walk enormemente più heavy di quella presente su Coda, già di per sé un gran bel pezzo di rock duro. Qui, dopo i primi due pezzi del CD1, How the West Was Won raggiunge uno dei suoi maggiori apici, con la strumentale in piena catarsi ed un Robert Plant divertito almeno quanto il suo pubblico, per poi rallentare repentinamente e reinventarsi del tutto. I successivi minuti non sono propriamente una canzone, sono uno show: la tecnica con l'archetto sulla chitarra, il synth, i suoni orientali e le inquietanti distorsioni. A questo punto, come spesso accadeva durante i live degli Zeppelin, la performance diventa una gara tra le distorsioni di Page e le urla di Plant, vibrazioni sul confine dell'ultrasuono, poi ancora sonorità indiane finché Page, da solo, si esibisce in una sorta di assolo fatto solo di psichedeliche distorsioni. Dazed and Confused, se così possiamo ancora definirla, va avanti così - tra nuove ondate di virtuosismo ed improvvisazione pura - fino a sfociare nel riff funkyeggiante tipico di The Crudge, pura esaltazione delle sincopi di Bonzo e della smargiasseria di Jones e Jimmy Page. È qui che l'andazzo comincia a farsi quasi monotono - non noioso, quello no, ma tenere alta l'attenzione durante un simile muro sonoro diventa arduo, ascoltandolo dalle casse di casa. Concentrandosi sui tonfi di Bonzo è tuttavia possibile rimanere ipnotizzati fino al gran finale, laddove la fine del brano viene "storpiata" in continue svirgolate ed improvvisazioni, fino a sfociare nell'ennesimo assolo di chitarra, stavolta senza vezzi strani, bello hard rock. La voce di Plant non è più da un pezzo un veicolo di concetti, ma puro strumento musicale al pari della pelle dei tamburi o del metallo delle corde. Dopo un lunghissimo e catartico finale, consacrato da un piccolo assolo conclusivo di batteria, il pubblico pare risvegliarsi pian piano da uno stato di ipnosi, come se quell'overdose di musica ne avesse atrofizzato le facoltà mentali meglio del migliore acido. Beati loro, a casa non è proprio la stessa esperienza. L'ovazione è graduale, ma totale. Le due tracce successive vengono dalla serata alla Long Beach Arena, e nel complesso alleggeriscono e smorzano i toni della precedente, folle jam session di Dazed and Confused

What Is and What Should Never Be

La prima delle due canzoni fu scritta per Led Zeppelin II, del quale costituisce il versante più "rilassato". Parlo di "What is and What Should Never Be (Com'è, e Come non Dovrebbe Mai Essere)". Il testo è uno degli elementi interessanti, ed il senno di poi parrebbe avallare le supposizioni di chi, già in tempi non sospetti, riteneva che tra le strofe del brano vi fosse un riferimento alla relazione tra Robert Plant e la sorella dell'allora di lui moglie, Maureen. Che sia vero o che si tratti di un caso, il testo è triste e trasognato, non drammatico, come di chi si sia arreso all'evidenza dei fatti, di "ciò che è" (un amore irrealizzabile), ma di come "non potrà mai essere". Nonostante la sua natura, la canzone gioca anche su una ritmica a tratti seducente ed un ritornello dinamico e graffiante. Nel caso della versione live su How the West Was Won la sensualità è anche più accentuate, marcata da un giro di basso R&B e dall'interpretazione di un Plant più eccitato che commosso. Nel complesso il pezzo dura anche di meno della sua controparte in studio, cosa che non toglie agli Zeppelin lo sfizio di ingigantire, sonoramente parlando, gli ultimi minuti del brano. Ancora una volta lo spettacolo si fa molto hard rock, indebolendo un po' il senso delle parole, certo, ma chi se ne frega. 

Dancing Days

What is and What Should Never Be si presta molto bene come canzone ambigua: dolce, potente, leggera, hard rock, con quel suo testo triste ma carico di sensualità; ed è per questo che sulla nostra tripla raccolta non fa la parte del brano malinconico ma, piuttosto, da spezza-tensione e preludio di un altro pezzo assai leggero: "Dancing Days (Giorni di Danza)". Rispetto alla versione di Houses of the Holy, questa è pressoché identica, compresa la personalità solare e positivista che caratterizza quell'album. Questo pezzo trae le sue origini dall'influenza della musica indiana sulla band, e deve il suo nome al fatto che quando venne registrata, a Stargroves (nello stesso anno delle due serate californiane), pare che i Led Zeppelin fossero usciti dallo studio e si fossero messi a ballare. Alcuni bootleg lasciano supporre inoltre che il riff del brano sia più vecchio, almeno del '71. Il testo è leggero e luminoso, caratterizzato dal metafore evocative: i "giorni di danza" sono le giornate estive, la cui atmosfera richiama molto ad una calura indiana ricca di suoni e odori esotici. Anche il soggetto femminile, talvolta presente come "interlocutore" nei testi di Plant, ha una valenza positiva e metaforica. Esattamente come nella versione in studio, a dominare sono la chitarra di Page, con il suo ripetitivo e vagamente esotico riff, e la batteria di Bonzo, unico elemento leggermente sopra le righe rispetto alla versione del quinto album.

Moby Dick

Elemento comunque non casuale, dal momento che Dancing Days anticipa la lunga esecuzione di "Moby Dick". La natura del brano, la cui versione originale di soli quattro minuti e mezzo è ospitata da Led Zeppelin II, conserva la vena citazionista e postmodernista dei primi Zeppelin. Il riff di chitarra della canzone è tratto infatti da Watch Your Step, di Bobby Parker, già utilizzato come base di I Feel Fine dei Beatles; anche se, in realtà, su How The West Was Won è un'eredità di cui ci si scorda ben presto. L'introduzione infatti dura meno di un minuto, lasciando immediatamente spazio alle evoluzioni di John Bonham, in un tripudio di primordiale potenza che non lascia alcun dubbio sul perché Bonham venisse chiamato anche The Beast (oltre che per la sua natura casinista durante i tour). Il lungo assolo di percussioni non è neanche lontanamente un'esibizione di virtuosismi e tecnicismi per palati sopraffini, al contrario: benché non manchino passaggi di grande valore dal punto di vista tecnico, la forza dell'esibizione di Bonzo sta nella sua natura selvaggia, potente, veloce, un bombardamento a tappeto senza scampo praticamente dall'inizio alla fine, intervallato solo sporadicamente da momenti di calma in cui il batterista ricarica i pezzi. Grazie all'eccezionale lavoro in studio di Page, su How the West Was Won è possibile cogliere anche la minima sfumatura, perfino il rumore della catena del pedale o i grugniti di Bonham mentre suona. Spettacolare, quando Bonzo leva di mezzo le bacchette e comincia a tamburellare a mani nude sulla batteria, sul tamburo, sul gong, ed ovunque gli capiti senza uno schema predefinito. E vorrei ricordare che la strumentazione di John "The Beast" Bonham  non era neanche lontanamente paragonabile a quella di un batterista moderno, di quella scuola nata ed evolutasi a partire dagli anni '80, e che tutta la sua potenza nasceva unicamente dal suo vigore e dalla sua primordiale verve creativa. Purtroppo, senza avere davanti la sua figura che si dimena o si concentra davanti ai tamburi, lo spettacolo offerto dal CD risulta ancora una volta solo il palliativo di un vero live. Ciononostante l'effetto è comunque esaltante ed ipnotico, tanto che non si può fare a meno di figurarsi in mente le mani e le bacchette che martellano su piatti e tamburi -  fino a quell'accelerazione finale che anticipa il ritorno di Page, Jones, ed il loro caratteristico riff. Ma è solo un attimo: chiudere il pezzo spetta a Bonzo, che si dimena e si contorce ancora un poco nel suo bombardamento, prima di scrivere la parola fine assieme alle disarticolate distorsioni di Jimmy Page. 

Whole Lotta Love

Moby Dick conclude il secondo cd della tripla raccolta in maniera ideale, aprendo ad un caposaldo del repertorio Zeppelin: "Whole Lotta Love(traducibile al meglio come "un sacco d'amore per intero"). Questa traccia, tratta da Led Zeppelin II ed in origine della durata di cinque minuti e mezzo, è la più lunga dell'intera raccolta, grazie anche alle varie cover "inglobate" nella sua esecuzione. La scelta della scaletta, ancora una volta, non è casuale: Moby Dick, penultimo brano del secondo album degli Zeps, incorniciava perfettamente l'intera opera proprio assieme a Wholte Lotta Love, che l'apriva; qui le posizioni sono invertite, ma l'intento è lo stesso. Whole Lotta Love è una delle canzoni più rinomate dell'intero catalogo Zeppelin, e concentra tutti gli elementi caratteristici della band nei suoi primi, roboanti anni d'attività: in primo luogo il "rubacchiare", dato che il pezzo deve moltissimo a "You Need Love" di Willie Dixon, canzone registrata nel 1962 ed interpretata da Muddy Waters. Benché simili furti vengano spesso imputati ai soli Led Zeppelin, come se si trattasse di un unicum di tale band, c'è da ricordare come invece fosse uso dell'intero panorama musicale di allora rielaborare, ri-arrangiare e riproporre i classici, base necessaria da cui far partire quell'enorme rinnovamento che diede origine al rock come lo conosciamo oggi. E comunque, Willie Dixon è riuscito facilmente a farsi accreditare il brano. Altro elemento tipico dei primi Led Zeppelin è dato dal testo, alquanto "disperso" nella versione di How the West Was Won ma sempre di notevole? impatto. Infatti, al testo originale di Dixon, Page e Plant conferiscono alcune "aggiunte": in pratica lo dissacrano quasi totalmente, trasformando una canzone d'amore velatamente sensuale in una vera compilation di allegorie sessualmente esplicite, tiratissime fino alla pornografia grazie all'interpretazione orgasmica di Robert Plant. La sintesi sta tutta nel titolo stesso, nell'espressione "way down inside" (giù dentro) e  in roba tipo "ti darò ogni centimetro del mio amore". Nulla di così scandaloso, nel panorama rock'n roll del periodo, tranne che per i soliti benpensanti. In realtà, come in ognuna delle migliori opere Zeppelin, la "scabrosità e la bellezza del brano sono espresse dalla musica e dalla voce, più che dal significato delle parole. Se con la versione in studio pare di vivere l'eccitazione prima dell'orgasmo e l'orgasmo stesso, su How the West Was Won l'ascoltatore è catapultato dentro un amplesso vero e proprio. Stavolta nemmeno la lunga durata riesce ad intaccare la performance dei Led Zeppelin, potente e sensuale dall'inizio alla fine. L'inizio di Whole Lotta Love spacca letteralmente i culi, senza preoccuparsi di rimanere troppo fedele all'originale. Ben presto Bonham si libera di ogni inibizione e comincia a martellare il tamburo a mani nude, mentre Page afferra il suo iconico theremin e dà inizio ad una bagarre destinata a far parte della storia della musica dal vivo. Plant arricchisce la sua performance con un effetto eco, mentre il chitarrista gareggia con lui in una competizione psichedelica che sfiora l'ultrasuono. Dopo la fase "sperimentale" torna il rock'n roll in tutta la sua improvvisata ruvidezza, ed è ancora Whole Lotta Love. L'urlo acuto di Robert Plant mette in pausa lo show ed il cantante si mette a "dialogare" col suo pubblico, aprendo così alla prima cover dell'esibizione, una versione decisamente poco consona di Boogie Chillum di John Lee Hooker. Il pezzo, datato 1948, è uno di quelli che han fatto la storia della musica, noto per le reinterpretazioni di artisti del calibro di Eric Clapton e Rolling Stones, nonché ispirativa per un'infinità di opere diverse. In mano agli Zeps diviene principalmente l'occasione di unire un tributo allo spasso puro e semplice, senza particolare pretesa artistica. Il Boogie che esplode dalla batteria di Bonzo e dal riff di Page rende relativa giustizia alla compostezza del suo originale, trasformandosi spesso e volentieri in divertita improvvisazione, anche se a divertirsi di più probabilmente è Plant; si sente, e molto, come il cantante sia cresciuto su opere di quel genere, e per lui è un vero spasso poterne reinterpretare gli stilemi caratteristici. Senza passare per il pit stop, il brano si tuffa nelle ritmiche rock'n roll di Let's Have a Party, canzone scritta nel 1957 dalla cantante afroamericana Jessie Mae Robinson, in una reinterpretazione decisamente più? ingombrante, ma altrettanto movimentata dell'originale. Non c'è dubbio che lo show dei Led Zeppelin sia un party a tutti gli effetti, ed infatti il pezzo passa rapidamente ad un altro classico: Hello Mary Lou, canzone scritta nel 1960 da Gene Pitney e Cayet Mangiaracina, famosa per l'interpretazione di Johnny Duncan e Ricky Nelson. I Led Zeppelin si muovono facilmente fra le strofe a metà tra rockabilly e country, stavolta senza nemmeno stravolgerne più di tanto la compostezza. A distinguere gli Zeps da un complesso rockabilly vecchio stile è solo la batteria di Bonham, sempre ed immancabilmente sopra le righe. Molto sopra le righe. Il brano è un escalation fino al classicheggiante climax finale, quando fa capolino l'ultimo omaggio dei Led Zeppelin ai loro classici preferiti: Goin' Down Slow, del bluesman St. Louis Jimmy Oden. Qui gli Zeps tornano alle sonorità heavy blues a loro più consone, in una drammatica reinterpretazione che ricorda, per certi versi, la drammaticità epocale di Dazed and Confused. La versione del pezzo immortalata da How the West Was Won accenna, come l'originale, ad un uomo che sta morendo, solo che in questo caso sembra stia morendo tra le montagne russe, nel continuo andirivieni di improvvisazioni, tra le costanti mini-esibizioni di un Page al massimo della forma e la batteria di Bonzo, che passa da un'esecuzione rispettosa della forma all'heavy metal più spudorato. L'assolo sensuale e triste al tempo stesso di Jimmy Page avvia il dramma alla sua conclusione, rafforzato da un Robert Plant enormemente nella parte - non necessariamente la parte del moribondo, ma la sua parte, quella del sinuoso e vanitoso bluesman britannico, consapevole della carica erotica della propria voce. E così, proprio quando ci si è ormai dimenticati da dove tutto era cominciato, lo show torna a ruggire sulle note di Whole Lotta Love, in un'escalation orgasmica di pura potenza hard rock. Assodato il sound graffiante di Page e di Jones, a portare a compimento l'amplesso sono gli elementi più "primordiali" della band, ovvero John Bonham e Robert Plant, tra martellate inesorabili ed urla di godimento. 

Rock And Roll

Nel compilare la scaletta, Jimmy Page ha deciso bene di non offrire alcuna tregua all'ascoltatore, cosicché al dirompente show di Whole Lotta Love segue un altro caposaldo scuoti-testa: "Rock and Roll", eseguito alla Long Beach Arena. La versione in studio originale viene da Led Zeppelin IV, in cui segue la durissima Black Dog aprendo l'album nel più festaiolo dei modi. Nel caso di How the West Was Won, piuttosto che farla partire, Rock and Roll avvia la festa alla sua conclusione. Il testo della canzone è semplice e caratteristico: parla della contrapposizione tra due realtà nella vita di un uomo, quella "attuale", statica e noiosa nella sua "maturità", e quella passata, quando si "divertiva a fare il rock'n roll". Il senso del brano sta nell'augurio di tornare sempre a divertirsi come nei migliori periodi della vita, lasciandosi alle spalle le brutture e la noia. Se già la versione originale, nata peraltro da una jam session, è un mix tra un classico rock'n roll e le sonorità più heavy dei Led Zeppelin, l'interpretazione alla Long Beach Arena lascia al classicismo unicamente la struttura alla base, il blues a dodici misure in "la". Tutto il resto infatti è pompato al massimo: l'inizio, col suo tipico riff, è portato alla massima potenza dal un John Paul Jones scatenato e dal solito Bonham, lasciando ben presto spazio alle evoluzioni chitarristiche di Jimmy Page, in un continuo dialogare tra basso e chitarra, tra il riff della strumentale e la voce di Robert Plant. Quest'ultimo non manca di dare un po' di spettacolo sul finale, seguito da Bonzo e poi dagli altri, in uno scontato ma esaltante exploit conclusivo.

The Ocean

Rock and Roll seguono tre brani provenienti dall'esibizione al Los Angeles Forum, gli ultimi della nostra tripla raccolta; il primo è "The Ocean (l'Oceano)", un pezzo che all'epoca della performance californiana è ancora inedito, destinato ad essere pubblicato l'anno seguente nel quinto disco degli Zeppelin: Houses of the Holy. La tematica del brano è perfetta per questa parte dell'album, poiché a mio parere l'epilogo appare il momento ideale per celebrare il proprio successo. L'Oceano, infatti, attraverso il consueto linguaggio metaforico ed immaginifico di Robert Plant, parla del pubblico dei Led Zeppelin, delle folle oceaniche ammassate di fronte alla band, eccitata ed allo stesso tempo quasi soverchiata da quella massa. Sul finale c'è anche una piccola chicca di tenerezza, quando Plant lascia intuire che la ragazza cui si riferisce nella canzone, in teoria un sensuale amore, è in realtà la figlioletta di soli quattro anni, Carmen Jane. Se durante i live del '72 The Ocean rappresentava un tributo diretto al pubblico, su How the West Was Won l'impressione è di ritrovarsi di fronte ad un'autocelebrazione, nonché un documento storico, che afferma: "questi eravamo noi, di fronte ad un oceano di ragazzi e ragazze in festa, questi erano i Led Zeppelin". Su un'opera di questo genere, è un presupposto che ci sta benissimo. Nella sua versione dal vivo, il pezzo è ingigantito da un'esecuzione di basso assai più pesante della sua controparte in studio, nonché dalla batteria strabordante di Bonzo. Anche le piccole ma costanti improvvisazioni di Page rendono il tutto un po' più interessante e diverso rispetto alla canzone che già conosciamo, mentre Robert Plant non può far altro che seguire l'andazzo rimanendo sulle righe, aggiungendo qua e là urla ed incitazioni, per scatenarsi un po' di più sul concitato e festaiolo finale, tra sonorità solari e prive di malizia come raramente accade, in un prodotto Zeppelin. 

Bring It On Home/Bring It On Back

The Ocean tuttavia è solo il preambolo della fine della festa, perché a chiudere la nostra tripla raccolta ci sono due pezzi estremamente rappresentativi, l'uno in simbiosi con l'altro: "Bring It On Home", scritta da Willie Dixon, e "Bring It On Back". Qui occorre fare chiarezza, poiché il quadro è bello confuso. Il pezzo originale, quello presente su Led Zeppelin II, si chiamava semplicemente "Bring It On Home", proprio come l'omonimo brano di Dixon. Di quella canzone i Led Zeppelin presero solo una piccola parte, che nella loro versione costituiva l'introduzione del brano ed una sfumatura conclusiva, mentre la parte centrale, quella più lunga, era totalmente frutto della band. L'intenzione degli Zeps era di omaggiare Sonny Boy Williamson II, un bluesman famoso - proprio come il padre - per l'uso dell'armonica, che nel '63 eseguì l'interpretazione più famosa della tanto discussa canzone di Dixon. Ad ogni modo, benché il grosso della versione dei Led Zeppelin fosse del tutto originale, la Arc Music (un ramo della Chess Records) fece causa alla band e la vinse, costringendo i nostri amati ed impuniti "omaggiatori" a citare Dixon come scrittore del loro brano. Per non rischiare di incorrere in critiche di nessun genere, su How the West Was Won il pezzo di Dixon è accreditato solo ed unicamente al suo autore originale, mentre la parte scritta dai Led Zeppelin diviene un brano a sé stante: Bring It On Back, appunto. Bring It On Home (traducibile come Portatelo a Casa), dura solo il tempo di un'introduzione: una rapida esecuzione di Plant all'armonica, proprio nello stile del buon Sonny Boy, ritmata solo dalla chitarra e dal tamburello. Plant fa poco più che parlare, col tono da cantastorie tipico del filone musicale e culturale da lui omaggiato, finché la sua armonica non sfuma su note sempre più meste e vagamente sarcastiche, sempre sulle righe del genere di riferimento. Tutta quest'introduzione non serve ad altro se non a caricare l'improvviso boato elettrico di Bring It On Back, traducibile come portatelo dietro e quindi, già dal titolo, indicativo della sua "depravata" tematica. Come alcuni dei più memorabili capisaldi del catalogo Zeppelin, infatti, Bring It On Back è una vera e propria raccolta di doppi sensi ammiccanti e pornografici, così velati e sarcastici da sembrare quasi "eleganti". In effetti, l'esaltazione delle allegorie erotiche è così tirata da sfociare nell'astratto, conferendo a certe strofe il gusto dell'interpretazione a piacere. L'ultima traccia di How the West Was Won è divisibile in tre parti: quella iniziale e quella finale sono conformi, grossomodo, alla versione del brano presente su Led Zeppelin II, mentre quella centrale è pura e semplice improvvisazione. Bring It On BackHome, o come diavolo vogliamo chiamarla, non ha bisogno di molta potenza aggiuntiva, essendo già di per sé una canzone estremamente hard rock, tiratissima in ogni sua virgola, ma i Led Zeppelin fanno comunque del loro meglio per pomparla ancora di più. Per quanto dopo la calma, la tempesta sia già scontata, nonché ben prevista, riesce comunque ben difficile non saltare dalla sedia all'attacco della strumentale; il basso e la chitarra sono straripanti, mentre Bonzo non ha nemmeno bisogno di fare gli straordinari per risultare preponderante. Lo strumento di Page passa da distorsioni sul filo dell'ebbrezza a più pacate raffinatezze, introducendo la fase centrale del brano assieme alla rullata di Bonzo. Ciò che segue è tanto disimpegnato quanto geniale: riff di blues vecchia scuola, l'armonica di Plant, improvvisazioni chitarristiche e perfino accenni di fusion. Plant stupisce, dimostrandosi perfino virtuoso nell'uso dell'armonica, con la quale esegue il suo peculiare assolo; ma è il quadro generale ad ipnotizzare lo spettatore, incantato da una moltitudine di sonorità diverse fuse in un'unica, meravigliosamente disarticolata performance. Infine il brano riparte così com'era iniziato: dalla calma alla tempesta senza soluzione di continuità. Il riff e le folli evoluzioni di batteria di Bring It On Back lasciano il pubblico libero di "scapocciare" ancora un po', fin quando i due frontman non decidono di tornare repentinamente alle sonorità di Wille Dixon, chiudendo l'intero show con un finale sfumato in cui a farla da padrone è la molecola base del DNA dei Led Zeppelin: il blues. Sull'eco delle ovazioni risuona la voce di Robert Plant: "cya!", lo show è terminato. 

Conclusioni

Alla sua uscita, How the West Was Won si rivelò un piccolo fenomeno. Mentre nel frattempo Led Zeppelin DVD raggiungeva la vetta di dvd più venduto di sempre (record mantenuto per tre anni), la tripla raccolta della "conquista del west" raggiungeva il primo posto nella billboard statunitense, conquistando due dischi d'oro ed un platino. Anche la critica, ormai lontana decenni dalle vecchie diatribe sui Led Zeppelin, concesse all'opera punteggi a cinque stelle. Il successo dell'opera è meritato: How the West Was Won è un prodotto di notevole valore, sia sul versante tecnico che su quello dei contenuti. Riguardo questi ultimi, c'è poco da aggiungere: parliamo dei dei classici più memorabili dei Led Zeppelin, estrapolati da due serate che vedevano la band britannica al massimo della forma. Per quel che riguarda il lato tecnico, invece, la nostra tripla raccolta può vantare un lavoro di rielaborazione in studio da parte dei migliori tecnici in circolazione, sotto l'egida di una produzione coi controfiocchi e dello stesso Jimmy Page. Lo stesso Jimmy Page che, vale la pena ricordarlo, ha da sempre curato ogni singola uscita sotto il marchio Zeppelin, dagli esordi della band fino allo scioglimento, ed oltre. Se proprio volessimo trovare dei difetti potremmo citare la mancanza di qualche super classico, come ad esempio Communication BreakdownBabe I'm Gonna Leave You o No Quarter (quest'ultima registrata proprio in quell'anno). Ad una fetta di fans, quella più "eclettica" e meno rockettara, sarebbe probabilmente piaciuta una digressione verso alcune tracce più soft, soprattutto quelle ospitate nel terzo album degli Zeps. Tuttavia, valutare negativamente tali "mancanze" sarebbe un accanimento davvero ingiustificato: la scelta delle tracce ha infatti delle motivazioni ben precise, come ad esempio la qualità della resa, non uguale per tutte le performance, l'aspetto emblematico e referenziale di una canzone piuttosto che un'altra e, in ultimo, il fatto che non tutti i brani famosi dei Led Zeppelin siano stati suonati dal vivo, di solito per intrinseci limiti tecnici. A mio parere, dunque, nonostante qualche peccato veniale, la scaletta compilata da Jimmy Page rasenta la perfezione e riesce a rendere onore, cosa incredibilmente ardua, alla memoria di una band entrata nella leggenda. In conclusione non solo How the West Was Won è un documento immancabile per gli appassionati dei Led Zeppelin, ma anche una perla come poche per chiunque abbia voglia di divertirsi con un po' di sano hard rock, un'opera enorme che riesce laddove nessuno credeva fosse possibile riuscire: far emergere, seppure solo di riflesso, tutta la potenza, la sensualità, il carattere e l'alchimia di un concerto dei Led Zeppelin, immortalati in quella giovinezza i cui meravigliosi eccessi hanno fatto la storia del rock. 

1) L.A Drone
2) Immigrant Song
3) Heartbreakers
4) Black Dog
5) Over The Hills And Far Away
6) Since I've Been Loving You
7) Stairway To Heaven
8) Going To California
9) That's The Way
10) Bron-Yr-Aur Stomp
11) Dazed And Confused
12) What Is and What Should Never Be
13) Dancing Days
14) Moby Dick
15) Whole Lotta Love
16) Rock And Roll
17) The Ocean
18) Bring It On Home/Bring It On Back
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