LED ZEPPELIN

Celebration Day

2012 - Warner Music

A CURA DI
ANDREA ORTU
21/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Noi, fans dei Led Zeppelin o semplici rockettari, cresciuti all'ombra leggendaria del Dirigibile, attendevamo quel momento da oltre vent'anni: il momento in cui Robert Plant, Jimmy Page, John Paul Jones e Jason Bonham si fossero finalmente riuniti per dare vita, incredibile a dirsi, ad una delle migliori performance live della loro carriera. Non è facile spiegare a parole il tipo di aspettative ed emozioni che la più recente reunion degli Zeps, datata 2007, ha saputo accendere tra fans vecchi e giovani: un entusiasmo enorme, quasi inatteso, riversatosi da ogni parte del mondo sui vecchi Zeppelin, una band che - vale la pena ricordarlo - si sciolse tragicamente nel 1980. Entusiasmo giustificato non solo dal successo artistico e commerciale della reunion, ma anche e soprattutto dalla rinnovata speranza di una nuova, eclatante collaborazione musicale tra gli ex del Dirigibile; un tour mondiale come non se ne vedevano da decenni o magari, chissà, addirittura un nuovo album. A quasi dieci anni di distanza dalla reunion, ormai, sappiamo bene come sono andate le cose: nessun tour mondiale, nessuna collaborazione a lungo termine. Tanto amaro in bocca che, come vedremo, ha motivazioni umane ed artistiche perfettamente comprensibili. Tutto quel che rimane è il ricordo di una serata magnifica, di grande musica e grandi emozioni, immortalata dall'opera di cui andremo presto a parlare: Celebration Day. Da quel fatidico 25 settembre 1980, giorno della morte di Bonzo, gli ex Zeppelin avevano dato ai fans ben poche occasioni per festeggiare: i progetti solisti di Plant, per quanto interessanti, erano e sono rivolti ad un pubblico ben diverso da quello del Dirigibile, mentre la carriera post-Zeppelin di Jimmy Page si era rivelata a dir poco altalenante. John Paul Jones, dal canto suo, era ed è sempre rimasto ancorato al suo ruolo di "co-protagonista", in perenne collaborazione con una gran quantità di artisti tra i più disparati, mentre i suoi due album solisti - arrivati alla fine degli anni '90 - non erano certo pensati ad uso e consumo dei nostalgici zeppeliniani. L'unico ad essersi confrontato più volte con "lo spettro" dei Led Zeppelin è stato Jason Bonham, classe 1966, figlio di John "Bonzo" Bonham; naturalmente un batterista, proprio come il padre. Non dovette fare una lunga gavetta, Jason, già batterista per il primo album solista di Page, Outrider, e poi ancora per la reunion Zeppelin dell'88 per i quarant'anni dell'Atlantic Records. Ma gli esordi veri e propri, è giusto ricordarlo, avvennero quando Bonham Jr. aveva appena diciassette anni, con gli Arrice e con i Virginia Wolf. Molto semplicemente, Jason Bonham non ha mai tentato di eludere il nome del padre, anzi: l'ha commemorato svariate volte, ed usato quando possibile. In tal senso l'esempio più lampante è rappresentato dai Bonham, la band fondata dal batterista il cui primo album, The Disregard of Timekeeping, ottenne anche un discreto successo. Bonham ha collezionato inoltre un gran numero di collaborazioni d'alto livello, nonché numerosi progetti personali, molti dei quali legati al nome dei Led Zeppelin. Nel 1995 rappresentò il padre alla Rock and Roll Hall of Fame, assieme ai tre "superstiti" del Dirigibile, e nel 1997 pubblicò l'album 'In The Name of My Father - The Zepset - Live From Electric Ladyland', una raccolta di cover Zeppelin estrapolate da diversi live della Jason Bonham Band. Il più recente progetto commemorativo del cinquantenne britannico, Jason Bonham's Led Zeppelin Experience, partì nel 2009 e prosegue tutt'ora, anno dopo anno. Insomma, a parte il figlio di Bonzo, e a parte sporadici eventi, quel che rimaneva dei Led Zeppelin preferiva farsi i fatti propri. D'altronde, tornare con la mente ad un periodo caratterizzato anche da disgrazie e lutti, poteva non essere una prospettiva accattivante. Robert Plant, in particolare, è stato per molti anni decisamente ostile all'idea di riesumare il repertorio Zeppelin. Non si trattava "solo" della perdita di un figlio e di un amico, ma anche della volontà di lasciarsi una strada alle spalle e di intraprenderne una nuova; nonché della libertà di poter finalmente incarnare la propria vera natura di uomo e di artista, ed abbandonare quell'immagine, ormai stretta, che la fama del Dirigibile aveva scolpito nella roccia. Le poche, sporadiche reunion furono o trascurabili - come quelle, molto brevi, in occasione del matrimonio di Jason o alla cerimonia alla Hall of Fame - o proprio scadenti, come quella dell'85 in occasione del Live Aid, con Phil Collins e Tony Thompson alla batteria. Quanto a 'No Quarter: Jimmy Page and Robert Plant Unledded', e all'album di inediti del 1998 dal nome 'Walking into Clarksdale', non si può parlare di ritorno dei Led Zeppelin data l'assenza, oltre che di Jason Bonham, soprattutto di John Paul Jones (il quale tra l'altro non prese affatto bene l'esser stato messo in disparte dai suoi ex colleghi). Dovettero passare anni, e molta acqua sotto i ponti, affinché le stelle si allineassero di nuovo e le cose riprendessero un equilibrio. Infine, ad allineare quelle stelle, fu un lutto: quello di Ahmet Ertegun, ottantatreenne co-fondatore e presidente dell'Atlantic Records, la casa discografica americana che nel 1968 aveva dato inizio alla leggenda dei Led Zeppelin. Figlio dell'ambasciatore turco e di una musicista Jazz, e da sempre vicino al mondo e alla cultura afroamericana, Ertegun fondò l'Atlantic nel 1947 assieme ad Herb Abramson, studente di odontoiatria di origini ebraiche, al quale si aggiunse in seguito Miriam Bienstock, moglie dello stesso Abramson. Jimmy Page, a suo tempo, scelse l'Atlantic Records proprio in virtù del suo orientamento verso la musica "nera", così che il nuovo gruppo del chitarrista non venisse associato al nascente panorama delle rockband ma, piuttosto, a più classiche sonorità blues. Assieme all'etichetta di Ahmet Ertegun i Led Zeppelin produssero i loro primi cinque album, quelli più leggendari, nonché ogni singolo prodotto Zeppelin uscito dopo lo scioglimento della band ed il disfacimento della Swan Song Records. Fare una lista degli artisti lanciati dall'Atlantic Records richiederebbe un'enciclopedia; parliamo di un elenco che va dai Rolling Stones ai Blues Brothers, dai Dream Theatre a Dr. Dre, da Enya ad Aretha Franklin. E poi ancora Peter Gabriel, Jay-Z, Ben E. King, Manowar e Pantera, solo per citarne alcuni. Non c'è dunque da stupirsi che ad onorare la morte di Ertegun venne indetto quell'importante evento conosciuto come 'Ahmet Ertegun Tribute Concert', un concerto di beneficenza organizzato ad un anno dalla morte del filantropo, avvenuta il 14 dicembre del 2006. Lo Show commemorativo si tenne dunque il 10 dicembre 2007 tra le mura della O2 Arena di Londra, la seconda del Regno Unito in termini di posti a sedere, e la più ampia del mondo in termini di metri cubi. Ad aprire la serata intervenne una variegata schiera di artisti di levatura internazionale, tutti profondamente legati all'Atlantic Records: Foreigner, Paul Rodgers, Paolo Nutini e, soprattutto, i Rhythm Kings di Bill Wyman, mentre ai Led Zeppelin andò naturalmente il main event. La cosa più difficile, stando alle dichiarazioni degli stessi Zeps, fu riuscire a fare le prove in totale segretezza in una località top secret, da qualche parte in Inghilterra. Oggi sappiamo che iniziarono a giugno del 2007 ai Black Island Studios di Acton, a Londra, e terminarono nel novembre dello stesso anno a Shepperton, UK. Nel frattempo, man mano che la data del concerto si avvicinava, le voci si facevano sempre più incontrollate, l'attesa e le aspettative quasi spasmodiche. Infine accadde l'incredibile: per aggiudicarsi uno dei circa diciottomila posti dell'arena, arrivarono la bellezza di sedici milioni di prenotazioni. Altre fonti dicono addirittura venti milioni. Inutile affermare che tale, assurda mole di richieste aggiunse un altro trofeo sulla bacheca dei Led Zeppelin: quello del record mondiale per "la più vasta mole di domande (di prenotazione) per un singolo show della storia". Data l'enorme richiesta di biglietti, fu indetta una lotteria online che selezionasse casualmente un certo numero di fortunatissimi fans che, alla facciaccia nostra, avrebbero assistito alla storica reunion. I prescelti furono circa ottomila. Insomma, il concerto in onore di Ahmet Ertegun, ormai divenuto "Il concerto dei Led Zeppelin", era già un successo ancora prima di andare in scena. Inizialmente previsto per il primo dicembre, l'evento slittò di una decina di giorni a causa di una frattura al mignolo di Jimmy Page, ma questo non solo non minò in alcun modo la qualità dell'esecuzione, ma nemmeno il buon umore generale dei membri del gruppo, la cui energia e propositività era alle stelle. Numerosi ed altisonanti i nomi di rilievo presenti nel pubblico, tra cui: Dave Grohl (in ottimi rapporti, per altro, con John Paul Jones), Paul McCartney, Peter Gabriel, Mick Jagger, Jeff Beck, Liam Gallagher, Dave Mustaine e David Gilmour - per citare solo alcuni dei musicisti presenti all'evento. Fa quasi impressione, pensare ai Led Zeppelin in un contesto talmente patinato, scintillante e carico di nomi blasonati. Così come faceva un po' impressione vederli nella Hall of Fame assieme al presidente degli Stati Uniti; proprio loro, la band invisa alla critica ed a molti "intellettuali" del settore, quei musicisti osceni, sporchi e spregiudicati, che il mito - e molto spesso il cattivo gossip - ha consacrato come "devastatori di alberghi" e "defloratori di groupies". Ma oggi come nel 2007 le cose sono ormai cambiate da un pezzo: la musica e la storia hanno consacrato quella che era una gran band di successo in Leggenda, mentre l'età raggiunta dai suoi membri ne ha edulcorato l'immagine e il ricordo. Oggi, i Led Zeppelin non possono far altro che giocare in serie A, lontani forse da quello che una volta era lo spirito del rock'n roll ma, in fondo, sinceramente grati di poter dare ancora qualcosa al loro pubblico, vecchio e nuovo. Be', alla luce dei fatti direi che han dato ben più che "qualcosa". Lo show messo in atto alla O2 Arena, di cui noi comuni mortali possiamo godere grazie a Celebration Day, superò anche le più rosee previsioni mostrando non solo una band in forma sul piano tecnico, nonostante l'età e gli ovvi acciacchi, ma anche e soprattutto quattro musicisti incredibilmente affiatati, come se i tre "superstiti" del Dirigibile non avessero mai smesso di suonare insieme. Era la sinergia che esisteva tra loro, quell'alchimia innata che nel 1968, quando suonarono per la prima volta insieme nello scantinato di un negozio londinese, provocò tra i musicisti un muto sbalordimento - ed un mistico presentimento. L'imperdibile evento venne filmato e registrato con l'ausilio di sedici telecamere, con l'intento di farne un film fin dal principio. Inizialmente il destino della pellicola parve appeso a un filo, dal momento che l'iniziale annuncio del suo rilascio venne in seguito smentito da Jimmy Page, il quale dichiarò che le registrazioni necessitavano una gran mole di lavoro in studio, molto più del previsto. Infine, tuttavia, dopo peripezie varie ed un'attesa lunga cinque anni - nulla a confronto delle attese cui sono abituati i fans dei Led Zeppelin - Celebration Day venne finalmente ultimato. Il significato del titolo è ovvio: quello della storica reunion non è stato un giorno qualsiasi, ma un'occasione unica per celebrare la musica, e con essa una band entrata nel mito. Non è nemmeno un titolo casuale, poiché "Celebration Day" è il nome di una brano Zeppelin tratto dal terzo album del gruppo, una canzone che parla della giovanile gioia di vivere il momento, di godere la vita e, sottinteso, di divertirsi di brutto ad un concerto rock. Concettualmente, oltre a mettere in risalto l'immutato spirito del Dirigibile, il titolo dell'opera riconduce ai concetti espressi su Houses of the Holy: un concerto dei Led Zeppelin non è un semplice evento musicale, ma un'occasione di pagana sacralità di cui gli Zeps sono sia sacerdoti che vittime sacrificali. Il film fu proiettato nelle sale di tutto il mondo per un solo giorno, il 17 ottobre del 2012, per poi essere replicato nuovamente, dato l'enorme successo, il 29 dello stesso mese. Qui fu trasmesso anche in televisione, su Italia 1, ma in seconda serata ed in versione ridotta, che non sia mai che levino troppo tempo alla solita robaccia. Dal successo cinematografico, Celebration Day passò ben presto all'home video, in una sontuosa versione in DVD o Blue-ray comprensiva di materiale della BBC e delle prove registrate a Shepperton, nonché naturalmente la consueta veste in formato CD. La copertina del film non poteva essere tanto semplice quanto efficace: un dirigibile in volo sul cielo di Londra, in una cromia sfumata composta dai soli colori primari sottrattivi, ovvero ciano, giallo e magenta. Nel complesso ricorda molto la copertina di The Song Remains the Same, in cui lo Zeppelin sorvolava il Madison Square Garden di New York. La natura fallica del Dirigibile, ancora più evidente nel primo, storico album dei Led Zeppelin, con quella foto dell'Hindenburg in fiamme, potrebbe forse apparire inadatta ad una band composta da signori distinti e decisamente maturi, eppure quella di Celebration Day è un'esecuzione che fa davvero faville, riuscendo non solo ad eguagliare, ma sotto certi aspetti perfino a superare i live storici del quartetto britannico. A rendere possibile una simile impresa, oltre l'ottima forma dei musicisti e l'esperienza maturata in quasi quarant'anni di progetti solisti, sono una potenza, una ricchezza, una pulizia nella resa che solo decenni di evoluzione artistica e tecnologica potevano permettere. Su questo fronte i Led Zeppelin si sono avvalsi dei migliori professionisti in circolazione, primo tra tutti "Big" Mick Hughes, l'ingegnere del suono che ha curato il sound dal vivo, famoso per aver fatto lo stesso ad ogni live dei Metallica dall'84 ad oggi. Se la performance alla O2 Arena riporta l'ascoltatore alle vecchie atmosfere di un concerto Zep, lo dobbiamo anche a Big Mick, che assieme al tecnico personale di Plant, Roy Williams, ha saputo fare intelligentemente uso dello spazio e degli strumenti. Un esempio? Il sistema di microfoni e missaggio sulla batteria di Jason Bonham è di fatto una versione riveduta e corretta del sistema che usava Bonzo, così da riottenere quel suo particolarissimo riverbero. Si distinguono poi Alan Moulder, l'ingegnere che ha curato il missaggio del film, ed il regista Dick Carruthers, alla cui direzione dobbiamo l'ottima resa dell'opera anche sul piano visivo. Carruthers è un professionista molto apprezzato nel settore, noto soprattutto come regista di video musicali, ed il suo curriculum è tanto vario quanto vasto; si va da Beyoncé agli Aerosmith, dagli Oasis a Paul McCartney fino ai Rolling Stones, di cui ha curato il DVD del 1997 di Bridges to Babylon. La sua regia spazia sapientemente da uno stile molto quadrato e sobrio, privo di eccessi, a guizzi estremamente concitati, quasi fotonici. Il taglio moderno del suo girato, così lontano dalle psichedelie di The Song, valorizza il rapido movimento di macchina, l'aspetto coreografico e perfino le luci, ed è in grado di regalare tiro e potenza anche a quei rari momenti in cui la tensione si allenta, complice talvolta l'abbassamento del tono di Plant. La produzione generale, ovviamente, è di Jimmy Page. Certe cose non cambiano mai. La scaletta del concerto è da sogno, benché manchino alcuni dei capisaldi del repertorio Zeppelin, in particolare Heartbreaker e The Immigrant Song, le cui note sarebbero state davvero troppo per l'ugola di Robert Plant. Per il resto, oltre a classici come Black Dog, No Quarter, Stairway to Heaven e Kashmir, abbiamo tutta una serie di chicche meno famose (semmai esistano brani Zeppelin "meno famosi"), tra cui Trampled Under foot, Nobody's Fault But Mine e, soprattutto, For Your Life e Ramble On, eseguite per la prima volta in concerto proprio alla O2 Arena. Ma il bello è che tutto è all'ennesima potenza, meno sensuale ma più possente e tirato che mai. Ho già accennato all'ugola di Plant, il cui canto ha necessitato di un abbassamento nell'accordatura, ma non ho ancora detto quanto il cantante sia stato fantastico. Robert Plant sfodera un'energia ed una prestanza incredibili, e la sua voce, abbassata o meno, è in grado ancora di fare invidia a metà delle rockstar contemporanee. In ogni singola sillaba del cantante si percepisce l'amore per quella musica, per il blues e per il suo pubblico, ed io non saprei davvero cos'altro si potrebbe chiedere ad un artista. Jason Bonham, nel frattempo, fa secondo me molto più del "suo lavoro", come generalmente si legge in giro. Ascoltandolo bene possiamo percepire due distinti batteristi: uno viene dalla scuola del rock'n heavy degli anni '80, influenzato dalle correnti degli anni '90 e ripulito dalla limpida, pulita conformità degli anni 2000. L'altro è Bonzo. In ogni fill ed in ogni break di Jason Bonham risalta quell'attitudine a "risparmiare i colpi" che fu del padre, ed in qualche occasione pare davvero di ascoltare John Bonham redivivo. Non c'è nulla di mistico, è un'imitazione obbligata dalla scaletta, ma Jason riesce nell'impresa senza dimenticare di dare il suo personalissimo timbro alla serata. Quanto ai membri del gruppo maggiormente sopra le righe, quelli sono senz'altro Jimmy Page e John Paul Jones. Il chitarrista, elegante e formale nell'abbigliamento, scatenato e più forte che mai con la chitarra in mano, mette in mostra tutto il meglio del suo repertorio, "trucchetti" inclusi, dando prova non solo di non essersi affatto arrugginito, ma perfino di essere migliorato. E non di poco. John Paul Jones dal canto suo ha la possibilità di superare sé stesso, e la usa. Il bassista, polistrumentista, e - nell'opinione di chi scrive - l'elemento più squisitamente virtuoso della band, ha più spazio e più responsabilità che mai, e ne fa uso per imporre la sua personalità a molti brani della scaletta, per correggere e risollevare gli eventuali cali di tensione, e per dare una direzione generale all'intera struttura dell'opera; come sempre, una silenziosa colonna portante. Jones è anche l'elemento della band la cui maturità musicale risulta più evidente, avendo affinato tecniche e conoscenze attraverso decine e decine di collaborazioni, spaziando tra le più disparate sonorità del panorama musicale degli ultimi decenni. Se tutta queste premesse non fossero ancora sufficienti, direi allora che è giunto il momento di addentrarsi nelle sedici tracce di Celebration Day.

Good Times, Bad Times

Good Times, Bad Times (Bei Momenti, Cattivi Momenti) ha il compito di aprire le danze.Il primo pezzo del concerto alla O2 Arena di Londra è tanto centrato quanto simbolico. Good Times Bad Times è infatti la traccia d'apertura del primo album dei Led Zeppelin, datato 1969, decisamente l'ideale per un ritorno in pompa magna. E non c'è dubbio che, per quanti "bad times" avessero segnato la storia del dirigibile, sia prima che dopo lo scioglimento, quello immortalato da Celebration Day sia decisamente un "good time". Lo spirito della canzone è esattamente quello, come il suo riff goliardico e scanzonato tende già di suo ad evidenziare. Il brano, pur essendo un classico, è stato raramente eseguito per intero durante i vecchi live degli Zeps, anche perché la sua breve durata lo classifica immediatamente come pezzo apri-pista. Alla O2 i Led Zeppelin non solo lo suonano per intero, ma aggiungono anche qualche secondo all'esecuzione, pur senza snaturare il ruolo "di sfondamento" della canzone. E sfondamento è decisamente il termine giusto, dato che la performance d'apertura mette subito in chiaro che questo live sarà ben diverso da quelli, in qualche modo insoddisfacenti, degli anni '80 e '90. L'inusuale possanza del brano, per quanto stemperata dal ritornello "canzonatorio", è immediatamente indicativa sia della potenza, sia della qualità che andranno a contraddistinguere l'intera serata londinese. Proprio come nel pezzo originale del '69, a fare la differenza è la batteria di Bonham. A suo tempo Bonzo sapeva stupire tanto il pubblico quanto i colleghi per quel suo modo tutto speciale di definire il tempo, ma anche per la sua ostinazione ad usare un solo pedale per la grancassa anziché due. Jason non solo perfeziona lo stile del padre, ma offre anche il suo contributo vocale allo show. Robert Plant dal canto suo inizia composto, quasi guardingo, forse ancora spaesato all'idea di ritrovarsi sul palco con i suoi compagni e con l'evidente premessa di una serata storica. Poi si lascia andare ed è grandioso, davvero, anche senza gemiti e senza acuti. La sua voce è più bassa, ma il suo istinto e la sua consapevolezza sono più raffinati; soprattutto, è evidente come bastino poche occhiate tra lui ed i compagni ad accendere una scintilla nei suoi occhi, e far emergere l'antico sorriso. John Paul Jones sembra addirittura "scoattarsela" un po', cosa che ha dell'incredibile. La sua forma ed il suo portamento sul palco sono il frutto di anni e anni di continui traguardi, raggiunti spesso fiancheggiando artisti giovani e moderni, consegnando alla maestria del polistrumentista ancora più sfumature e sonorità. Ma è inevitabile: l'attenzione si sposta ben presto su Jimmy Page, colui che quasi cinquant'anni fa aveva fondato i Led Zeppelin. Il chitarrista irrompe sulla scena lucido e composto, quasi come se nulla fosse, ma il suo strumento domina praticamente l'intera esecuzione. A coprire gli occhi non sono più i folti ricci, bensì degli occhiali da sole, mentre i vestiti sgargianti sono stati sostituiti da un completo scuro indossato con gusto; eppure, l'anima non cambia. Jimmy fa suo il palco con due assoli, breve il primo e più lungo il secondo, ma entrambi caratterizzati da un suono acuto e graffiante come quello dei '70's, solo un tantinello più "sotto controllo". Lo spirito della canzone, evidenziato dal testo semplice ma indicativo, è davvero perfetto per la serata. Good Times, Bad Times è una canzone vagamente esistenzialista, "mascherata" da leggero stornello d'amore. Il vero significato del brano è la crescita, ed il disincanto che segue ciò che viene comunemente definito "diventare un uomo". Perché la verità, come spiega con fare canzonatorio la traccia, è che alla fine dei conti si rimane sempre gli stessi. E' esattamente questo che vogliono comunicare i Led Zeppelin al mondo, aprendo il concerto con Good Times, Bad Times: che nonostante siano passati decenni loro, gli Zeps, conservano intatto lo spirito dei vent'anni. Alla luce dei fatti diventa difficile dagli torto. Il finale, pompato ad una maniera insolita per gli Zeps, più vicino allo stile delle grandi band arena rock del decennio successivo, porta senza soluzione di continuità alle note ingannevolmente placide del pezzo successivo.

Ramble On

Ramble On, in questo caso traducibile grossomodo come "Vagabondare", è uno dei pezzi più iconici di Led Zeppelin II, noto per essere l'album più duro della band inglese. Il gioiello di quel disco fu in realtà Heartbreaker, soprattutto in virtù di un sound in grado di anticipare tanti futuri stilemi dell'hard rock, ma era Ramble On il pezzo in grado di anticipare i futuri Zeppelin. Nella sua alternanza tra folk ed hard rock, nell'oscuro misticismo e nei riferimenti Tolkeniani, è infatti racchiusa una gran fetta di ciò che noi oggi immaginiamo parlando di "Led Zeppelin". Se Communication Breakdown aveva dato adito alla speranza di un concerto magnifico, Ramble On ne sancisce la certezza. L'intera band è perfettamente immedesimata nella sua opera, nel suo sound e nel suo significato. Robert Plant è finalmente privo di ogni inibizione, anima il pubblico e salta da una parte all'altra, si rabbuia nei momenti più cupi del brano ed esplode subito dopo, quando parte quel riff tiratissimo e singhiozzante che fa della canzone un classico del suo genere. Riff che mette in risalto soprattutto Jones e Bonham, il cui sound gode di un modernismo più marcato rispetto a quello dei compagni; proprio a loro, oltre che al canto mellifluo di Plant, va la responsabilità di dare tensione all'opera, lasciando al cantante e soprattutto a Jimmy Page l'incombenza del climax. Page non sfocia mai in un assolo vero e proprio, benché un brano di tale profondità possa certamente ospitarne uno, preferendo piuttosto esibirsi in una costante riproposizione di piccole finezze, graffianti exploit e semplici accompagnamenti. Una scelta dovuta in primo luogo alla natura stessa del brano, che gioca soprattutto sulla ripetizione del suo riuscitissimo riff, ma anche alla personalità della serata, la cui apertura ha volutamente un valore celebrativo e davvero, ma davvero solare. Positivo. Del testo a tratti oscuro di Ramble On, infatti, l'esibizione mette in luce più che altro gli aspetti più leggeri, nonché quelli dal sapore "prefigurativo". Il brano parlava della ricerca di una donna, ma non della solita "baby": bensì una donna idealizzata ed irreale, simbolo di una meta al tempo stesso reale ed astratta. Girovagare, vagabondare, ramble on, è ciò che deve fare il protagonista della canzone per raggiungere quella "donna", la sua meta ultima. Gollum rappresenta gli ostacoli lungo il cammino, ma tutto ha il sapore di una predestinazione e di un percorso che, volenti o nolenti, fa parte di un progetto più grande che nessun uomo può evitare. Nulla è casuale. I Led Zeppelin sanno di aver percorso quel cammino con successo, e ciò che vogliono comunicare è che quel ramingare non si è ancora concluso, ma prosegue ancora. Anzi, è anche più divertente di prima. Jimmy Page conclude Ramble On con un piccolo sfizio, un "pezzettino" di What is and What Should Never Be, ma a seguire il Vagabondare degli Zeps è un altro pezzo, uno dei  più iconici di tutto il loro catalogo.

Black Dog

Black Dog (Cane Nero) fa sì che la serata entri decisamente nel vivo, dando la sferzata definitiva all'esibizione alla O2 Arena di Londra. Pochi altri pezzi sono tanto famosi quanto Black Dog, un lavoro tratto dal più blasonato e rappresentativo dei dischi Zeppelin: il quarto, quello senza titolo, conosciuto anche come "ZoSo", "Four Symbos" o, più prosaicamente, "IV". Considerando che il brano precedente, per quanto energico, è caratterizzato nei suoi stacchi da un cantato dolce e pacato, e che quello successivo è un pezzo blues piuttosto cupo e fondamentalmente classico, appare subito evidente come anche per la loro reunion gli Zeppelin abbiano applicato l'antico schema "luci e ombre",  da sempre caro a Jimmy Page. Un ritorno al passato anche concettualmente, dunque, e soprattutto ad un format collaudato e vincente. Il testo stavolta non ha un significato particolare, ai fini della serata; il vecchio allupato, ispirato al cane nero che gironzolava intorno ad Headley Grange, quello che non riusciva a smettere di correre dietro ad una donna beffarda e seducente, qui è messo da parte ed assurto a mero pretesto sonoro, proprio come nei migliori show dei Led Zeppelin. Il punto forte della band, e di Robert Plant, non è mai stato il significato delle parole, ma le parole stesse, con il loro suono ed il loro carattere evocativo. Questa esibizione non fa eccezione, e non me ne voglia chi forse ritiene che stia trattando gli Zeps con eccessivo amore, se dico che questa potrebbe essere la migliore esecuzione live di Black Dog di sempre. Il punto è che la batteria di Jason è ineccepibile, quando non sopra le righe, mentre il basso di Jones - su cui questo pezzo poggia praticamente tutto il suo peso - è in simbiosi perfetta con un Jimmy Page che, toltosi gli occhiali da sole, mostra finalmente il volto deformato dalla grinta e dal piacere. Ma ciò che rende unica la performance è il botta e risposta che caratterizza la canzone: non più quello tra un vecchio allupato ed una strumentale nelle veci della femme fatale, ma quello divertito, tiratissimo e goliardico tra Robert Plant ed i suoi vecchi compagni. Se la "vecchia" Black Dog aveva valore interpretativo, questa ha valore celebrativo. E non poteva essere altrimenti. Per qualcuno una simile impostazione potrebbe apparire "forzata", ma basta guardare gli Zeppelin sul palco ballare, sorridere, compiacersi e grugnire, per rendersi conto di quanto l'energia all'Arena fosse vera e genuina. E poi questa versione di Black Dog gode di una possanza ed un gusto davvero ineguagliabile, tanto da superare la sensuale smargiasseria delle antiche esibizioni. Dopo le luci sfavillanti del Cane Nero, arriva il momento delle ombre più blues, da sempre uno dei biglietti da visita del vecchio Dirigibile.

In My Time Of Dying

In My Time of Dying (Nel Tempo della Mia Morte) segna il passaggio del concerto al livello successivo, come se gli Zeps stessero affermando: "ora si fa sul serio". Il pezzo è un classico del suo genere, al punto da non avere neppure un autore ben preciso, ma affondando le sue radici in una varietà di autori più o meno sconosciuti (ai bianchi), raccolte di canti gospel ed improvvisazioni a livello locale. Anziché disperderne l'eredità, questa grande varietà interpretativa ha reso la canzone - nota anche col titolo "Jesus Make Up My Dying Bed" - una sorta di canzone popolare, la cui fama ha col tempo superato i confini della cultura afroamericana per approdare, prima con la versione di Blind Willie Johnson, poi con quella di Bob Dylan, fino al post-modernismo del blues Zeppeliniano. Il testo del brano, rimaneggiato il tanto che basta per adattarlo alle sonorità più schiette dell'hard rock, parla di un uomo sul punto di morire. Disteso sul suo letto di morte, l'uomo scava nella sua memoria alla ricerca di qualche buona azione, di qualsiasi cosa lo possa avvicinare a Dio in un momento in cui, ormai, non è più possibile redimere la propria vita dissoluta. Come spiegai nella recensione di Physical Graffiti, il doppio album del '75 che ospita la versione Zeppelin del brano, quella della band britannica è una rilettura che può essere interpretata in due modi: quella religiosa, fedele all'originale, e quella dissacrante, decisamente più appropriata al Dirigibile in fiamme. Ovviamente nel 2007 è una distinzione che trova il tempo che trova, dal momento che l'elemento davvero intrigante è l'energia che gli Zeppelin riescono a trarre da questo vecchio gospel. La versione originale aveva permesso ai quattro inglesi di spaziare tra sonorità diverse, specialmente il rock più duro, rimanendo però saldamente ancorati ad una base blues la cui ispirazione più diretta nasce, ovviamente, dalla versione del buon Blind Willie. All'Arena l'andazzo è ancora quello, e la performance ricorda abbastanza da vicino il brano immortalato da Physical Graffiti. L'unica differenza è la potenza. Ripulita del suo carattere sensuale e della distorsione vagamente country del suo riff, e pompata nella sua ritmica e nei suoi bassi, In My Time of Dying cambia letteralmente faccia. Non necessariamente in meglio, ma certamente con un gusto più contemporaneo di intendere il rock. L'intera esecuzione poggia sul comparto ritmico, in particolare sul basso di Jones. Lo vedete inquadrato poco spesso, Jones, unicamente perché lui non si dimena troppo, non è l'anima della festa; il polistrumentista è da sempre un professionista dal carattere riservato, che non ama mettersi in mostra. Ad ogni modo è Jason a definire con più evidenza le differenza tra vecchio e nuovo. Lo stile del batterista qui differisce quasi completamente da quello del padre, arricchendo la sonorità del pezzo con un fitto lavoro di fills ed improvvisazioni. Il lavoro del giovane Bonham si rivela decisamente figlio di molte scuole, alcune delle quali sconosciute al vecchio Bonzo, e nonostante ciò il suo stile non snatura mai il lavoro del padre. Protagonista del palco rimane Jimmy Page, i cui "magheggi" e la gestualità, meno sensuale di una volta ma ancora parecchio smargiassa, fa da sola buona parte dello show. Robert Plant è pressoché perfetto. La natura della canzone, improntata ad un certo virtuosismo ma senza eccessi vocali, permette ad un cantante esperto come Plant di dare il meglio di sé, e lo si vede anche dal suo atteggiamento, dal suo passare cinetico dal tamburello al pubblico, divertendo e divertendosi. Il finale stavolta è ben definito, rocambolesco prima e sfumato poi. Il buio in sala favorisce un rapido cambio di strumenti ed il passaggio alla traccia successiva, immersi sempre di più nel blues profondo.

For Your Life

For Your Life (Per la Tua Vita) prosegue, come la canzone precedente, sui binari di un heavy blues possente e sostenuto. Almeno inizialmente. Come accennato dallo stesso Plant durante la breve pausa, è la prima volta in assoluto che questo brano viene proposto dal vivo, donando così ai fans l'ennesimo prelibato bocconcino della serata. Viene da chiedersi se non vi sia una velata ironia, nella scelta di questa canzone in particolare. For Your Life parlava infatti di droga, cocaina nella fattispecie. Pur non essendo propriamente una canzone "di denuncia", essa metteva comunque in risalto il degrado individuale portato dall'abuso di stupefacenti, partendo soprattutto dal modello del jet set hollywoodiano. Quando scrisse la canzone, Robert Plant era immobilizzato in una sedia a rotelle nella sua modesta dimora a Malibu, California, e nonostante avesse sperimentato in prima persona l'uso di droga, ciò che vide da quelle parti lo colpì profondamente. Non solo la cocaina era ormai entrata nella "dieta" giornaliera dei vip americani, ma stava prendendo piede anche verso le fasce borghesi, arrivando a modificare interi stili di vita. Lungi dal voler fare "un pippone" sull'abuso di droga, For Your Life tratta il tema con un misto di autocompiacimento e senso del degrado, con un occhio critico stemperato dall'acidula ironia. Ora, da quel giorno la questione inerente la cocaina non è cambiata più di tanto, specialmente nel settore dello spettacolo, e i Led Zeppelin decidono di eseguire un pezzo mai suonato dal vivo proprio ora, davanti ad un'audience di musicisti e celebrità varie, le stesse di cui grossomodo parla la canzone. In realtà, la mia malizia è probabilmente ingiustificata: For Your Life era ed è un pezzo di gran qualità, fin'ora mai eseguito unicamente in virtù di problematiche inerenti la scaletta e gli strumenti, e la sua messa in scena nel 2007 dimostra più che altro la volontà della band di regalare una preziosa chicca al suo pubblico. Intuendo la natura del brano, Jason stavolta rimane sul solco tracciato trent'anni prima dal padre, dando al sound un incedere lento e tirato, definito soprattutto dai breaks. Robert Plant abbandona il senso compiuto del testo per sfociare in una sorta di semi-improvvisazione, ridefinendo l'originale ambiguità interpretativa in pura e schietta energia, solare ed aggressiva. John Paul Jones e Jimmy Page suonano con particolare sinergia, quasi "dialogando" tra loro attraverso gli strumenti. Il chitarrista cambia la sua 1990's Les Paul TransPerformance  poco prima di cominciare la performance, optando per una replica della sua vecchia Gibson Les Paul Custom del 1960, rubata nel '70 durante il tour statunitense degli Zeps. Un'altra piccola chicca per i fans. Il risultato è un sound strano ed affascinante, simile ad un heavy metal contemporaneo, ma sporco e distorto, in linea con quelle sonorità sul filo della cacofonia che contraddistinguevano i primi Zeppelin. Il risultato finale è un pezzo che, come l'originale, parte blues e diviene qualcosa d'altro, a metà tra una sorta di funk ed il rock duro, con la differenza che la versione live è sia più "grezza" che più corposa, sotto certi aspetti perfino più convincente, dimostrando che For Your Life è un brano all'altezza del miglior catalogo Zeppelin. Quando, finito il pezzo, Robert Plant inizia a parlare di Robert Johnson e della sua Terraplane Blues, diviene facile per i fans più preparati intuire la canzone successiva.

Trampled Under Foot

Trampled Under Foot (Calpestato) viene definita da Plant come il "Terraplane Blues" dei Led Zeppelin, e non v'è dubbio alcuno che Robert Johnson abbia giocato un ruolo importante nell'influenza musicale sia del Dirigibile, sia del rock tutto. Ed anche oltre. L'eredità del bluesman non è tuttavia unicamente musicale, in questo caso. Il nesso tra Terraplane Blues e Trampled, infatti, sta principalmente nel soggetto delle due canzoni: un'automobile da sogno, un classico su quattro ruote. La differenza tra i due brani sta nello svolgimento: il pezzo di Johnson parla di infedeltà coniugale, un soggetto molto classico in ambito blues, lasciando all'automobile il ruolo di "mezzo narrativo"; la canzone dei Led Zeppelin, di contro, parla di sesso, ed utilizza l'anatomia dell'automobile come metafora sessuale, in un crogiolo di doppi sensi più degno dei primissimi album, che di un'opera "matura" come Physical Graffiti. Il titolo del brano potrebbe riferirsi invece al suo sound, a quei bassi tali da "schiacciare" l'ascoltatore. Ed in effetti a detenere il potere assoluto di questo pezzo è John Paul Jones. Il polistrumentista abbandona il suo Manson E-Bass personalizzato ed imbraccia basso a pedale e sintetizzatore, un Korg Oasys 88, dando inizio ad una performance la cui venatura marcatamente funky completa ciò che nel brano precedente era semplice sfumatura. Jason Bonham esce fuori dai canoni del padre ed interpreta la canzone secondo suo gusto, con successo, riuscendo a dare qualcosa in più senza nulla togliere all'essenza originale. Jimmy Page imbraccia il suo strumento più iconico, la leggendaria Gibson Les Paul Standard del '59, e dà inizio ad un'escalation sporca e lacerante, figlia di un'altra epoca; un'epoca in cui anche i limiti tecnologici spingevano gli artisti a superare i confini del "bello", dando così inizio a quello che noi oggi chiamiamo "hard rock". Come For Your Life, anche Trampled è pensata per favorire il cantato basso di Robert Plant, dal momento che anche nella sua vecchia incarnazione la canzone lasciava poco spazio ad acuti ed urletti vari. Il cantante può dunque scatenarsi senza dare il benché minimo indizio di un calo di voce, lasciando pieno spazio ai virtuosismi di Jones e Page. Il chitarrista porta gradualmente l'intera performance al suo culmine, ma ad impressionare davvero per il suo virtuosismo è John Paul Jones. Lui se ne sta lì, dietro la sua strumentazione, con la faccia di un impiegato di banca impegnato a timbrare delle pratiche, mentre le sue mani ed i suoi piedi danno letteralmente spettacolo alla O2 Arena di Londra. Il finale è giustamente un all together, con un Robert Plant che se non lo vedessi potrebbe tranquillamente essere quello dei '70's. I Led Zeppelin non ci fanno mancare nulla, dall'ottimo assolo di chitarra alle smargiasserie di un cantante ringiovanito di trent'anni, prima di catapultarci tutti tra le note di uno dei pezzi più riconoscibili del catalogo Zeppelin. 

Nobody's Fault But Mine

Nobody's Fault But Mine (Solamente Colpa Mia) inizia col suo iconico riff ed il cantato di Robert Plant, una sorta di versione soft dell'urlo norreno di Immigrant Song. È già il secondo pezzo della serata tratto dall'album Presence, per molti versi il più debole della band, ma forte di almeno due o tre masterpieces non da poco. Applicato ai Led Zeppelin, il concetto di "debole" è sempre un po' vacuo. A suo tempo furono solo due le tracce di quel disco a divenire parte fissa della scaletta Zeppelin: Achille's Last Stand e, per l'appunto, Nobody's Fault. In questo caso al posto di Achille's, purtroppo assente dalla scaletta londinese, abbiamo potuto assaggiare "l'inedita" For Your Life. L'origine di Nobody's Fault segue un percorso piuttosto simile a quello di In My Time of Dying, essendo tratta da un vecchio gospel la cui prima registrazione nota, ancora una volta, è quella di Blind Willie Johnson. All'inizio della performance Plant scherza anche a tal proposito, affermando di aver conosciuto questa canzone in una chiesa del Mississippi, nel 1932. Ma se l'ispirazione primigenia risale a Blind Willie, l'eredità più concreta viene ancora una volta da Robert Johnson. Sia la complessa sovrapposizione di chitarre originale, sia il testo imbastito da Robert Plant riportano direttamente allo stile del giovane bluesman. Giovane, poiché Robert Johnson morì nel 1938 a soli ventisette anni. Qualcuno ha definito il testo della canzone la "Hell Hound On My Trail dei Led Zeppelin", ed infatti i due pezzi hanno alcune attinenze concettuali, come d'altra parte ammette lo stesso Robert Plant. La versione di Blind Willie, non lontana dallo spirito di catechesi originale, parlava unicamente di un povero peccatore braccato dal demonio, il cui unico scampo è nella lettura - e nella comprensione - della Bibbia. Nella versione dei Led Zeppelin non c'è scampo per il "peccatore", anche se la colpa si sposta dal demonio ad una più prosaica indolenza. Non che ci sia troppa differenza. Il brano di Robert Johnson narra più o meno le stesse cose, con l'aggiunta di un alone cupo dalle tinte morbose, perfettamente in linea con il suo famoso patto col Diavolo. Nonostante i significati più o meno complessi che la fanbase dei Led Zeppelin ha voluto attribuire alla canzone, il testo di Nobody's Fault But Mine è abbastanza semplice e stringato, caratteristica che si fa ancor più evidente su Celebration Day. L'esibizione alla O2 Arena è una festa, ed anche se i Led Zeppelin stanno in un certo qual modo parlando di loro stessi, compresi i lati oscuri della loro carriera, l'impostazione è quella più leggera di una gioiosa celebrazione. Robert Plant esprime con ancor più convinzione la vena autoironica del brano, già presente anche nella versione di Presence, riuscendo ad esprimere le difficili tonalità dell'opera laddove possibile, e lasciando ai compagni l'incombenza ove necessario. Come per gli altri pezzi della scaletta, la divisione dei compiti è talmente ben studiata da non lasciar pesare alcune delle eventuali debolezze, tecniche o stilistiche che siano, innalzando l'intera esecuzioni sulle ali dell'eccellenza. Il botta e risposta tra Plant e la strumentale, vero perno della canzone, funziona egregiamente, mentre Jones e Bonham ne evidenziano l'essenza profondamente hard rock ingigantendola ulteriormente. Sia Plant che Page godono del loro assolo: il primo con l'armonica, strumento di cui Robert è maestro assoluto, il secondo con la sua Les Paul. Il brano si conclude con la riproposizione del "lamento" del peccatore, chiuso energicamente dalla (non) assoluzione della strumentale. Le tinte della serata cominciato a farsi serie davvero, quando l'intera band si immerge tra le nere profondità della creatura di John Paul Jones.

No Quarter

No Quarter (Senza Quartiere) era il capolavoro di Houses of the Holy, il quinto album dei Led Zeppelin. D'accordo, la canzone è giustamente accreditata anche a Page ed a Plant, ma la sua anima appartiene a John Paul Jones. Non c'è da stupirsi che il bassista ebbe a prendersela male, quando i suoi due compagni andarono in tour senza di lui chiamando l'evento proprio "No Quarter". Un'altra delle magie del concerto dedicato ad Ertegun è stato proprio l'aver fatto dimenticare quell'antico sgarbo. Personalmente parlando, invece, questa potrebbe essere la mia canzone Zeppelin preferita. Nulla di concreto, più che altro un fatto emotivo: quando ero ragazzino mi capitò di ascoltarla, e di chiedermi quale artista visionario e modernissimo l'avesse composta. Poi scoprii che a realizzarla era stata una band attiva quando mio padre era ancora un ragazzino, ed i miei orizzonti musicali cambiarono per sempre. No Quarter è inclassificabile e stranissima. La stragrande maggioranza delle canzoni anni '70 caratterizzate da sonorità sintetiche sono invecchiate palesemente male; un po' come i primi videogame in grafica 3D appaiono più datati degli ultimi, perfetti giochi in 2D. Nella musica accade grossomodo lo stesso, ma non nel caso di No Quarter, che davvero: potrebbe essere uscita anche ieri, tanto era involontariamente avanti coi tempi, tra impossibili anticipazioni di elettronica, new wave, alternative rock e quant'altro. Come già scrissi nelle precedenti recensioni in cui ebbi a che fare con questo pezzo, il titolo proviene da un vecchio detto militare inglese il cui significato corrisponde, grossomodo, alla nostra espressione "lotta senza quartiere". Una mattanza in cui la determinazione si sostituisce alla pietà, data o ricevuta che sia. Le tinte del brano sono fosche ed assolute; il suono, solo lontani echi e voci dalle profondità dell'oceano. Tutto è in accordo con il criptico soggetto del testo, di cui negli anni sono state date diverse interpretazioni, compresa la mia. Ogni parola, ogni strofa è permeata da un senso di silenziosa minaccia incombente, di una sorta di malinconica accettazione del fato. Guerrieri si ergono nel buio della notte, tra le nevi e le case barricate, determinati a portare risposte che "devono penetrare". Nella mia interpretazione, il significato del brano era autobiografico, oltre che celebrativo, cosa che lo rende perfetto per una serata come Celebration Day. No Quarter era un altro caposaldo dei concerti Zeppelin, ma ancora una volta la performance alla O2 Arena batte qualsiasi altra versione. Innanzitutto c'è da considerare che, durante i loro vecchi live, i Led Zeppelin tendevano a snaturare leggermente il sound di No Quarter, virandolo su tinte maggiormente hard rock. Il motivo non stava solo nella propensione naturale della band a pompare parecchio i loro show, ma anche nell'oggettiva difficoltà, per l'epoca, di replicare dal vivo le complesse sonorità della canzone. Nel 2007 questo non era più un problema, e la versione di No Quarter immortalata da Celebration Day gode dunque non solo di un sound quasi uguale a quello che aveva in studio, ma anche di un'infrastruttura ancor più dura e pesante di quella dei vecchi concerti, ma meno ingombrante. Plant e Bonham si limitano ad essere ineccepibili: il cantante sulle righe, coadiuvato da un effetto eco dal vivo davvero perfetto, il batterista impegnato in una mezza via tra rilettura ed interpretazione personale. Ma a dare spettacolo sono John Paul Jones e Jimmy Page. I due si sfidano a colpi d'assolo, ed è difficile stabilire chi mai sia il vincitore; oltre a coloro che hanno avuto la fortuna di assistere al concerto, intendo. Il polistrumentista si limita all'inizio ad una riproposizione della melodia e del riff originali, senza praticamente modificare una virgola rispetto alla vecchia versione in studio, mentre Page ne reinterpreta il sound in una forma più distorta e graffiante. Poi Jones parte con un assolo di tastiere mozzafiato, completamente fuori le consuete righe del brano, tra tinte classiche e digressioni jazzistiche. Non contento mister Baldwin pompa anche i bassi, stabilendo così la successiva linea dell'intera performance. Poi è il turno di Page, la cui esecuzione è lunga e variegata, insistita su quasi un terzo dell'intera canzone. Il suo assolo finale è lacerante, tragico e rabbioso. Perfetto nella sua studiata imperfezione. Plant conclude questa storica interpretazione di No Quarter attribuendola giustamente a John Paul Jones, seguito dagli applausi e dalle acclamazioni. Poi il wah wah  di Page fende l'aria, dando inizio al pezzo successivo.

Since I'Ve Been Loving You

Since I've Been Loving You (Da Quando Mi Innamorai di Te) è un classico Zeppelin che ci riporta indietro di un paio di album, nello specifico al terzo. È un blues dalle tinte classicissime, le cui atmosfere richiedono un'interpretazione profondamente nella parte, emotivamente reale. Era proprio l'interpretazione, oltre la stupenda composizione, a rendere l'originale in studio un vero capolavoro. Page sfoderava uno dei suoi migliori assoli di sempre, reggendo sulla sua chitarra la gran parte dell'infrastruttura, ma a fare la differenza era Robert Plant. La resa emotiva del cantante era qualcosa di inebriante e sconvolgente al tempo stesso, la sua potenza a livello vocale impressionante. Fare di meglio non è praticamente possibile. Fino a Celebration Day, la versione live più celebre di questo brano è stata quella di How the West Was Won, nel parere di chi scrive la migliore raccolta di musica Zeppelin dal vivo. Quella di The West è una canzone eseguita in maniera ineccepibile, con uno splendido Page ed un Plant impeccabile, ma non riesce a toccare le corde più profonde dell'ascoltatore; non come ci riesce l'originale. Quello di Since I've Been Loving You è uno di quei rari casi, nel rock, in cui l'intimità dello studio conferisce una resa maggiore, rispetto all'immediatezza del live. Ma Celebration Day riesce a mettere in dubbio, o quasi, questa mia ultima constatazione. Jones e Page seguono il loro schema originario, variandolo quel tanto che basta per dare all'impostazione generale una personalità propria, unica. L'assolo è spettacolare, ma non è struggente né quanto l'originale, né quanto quello di The West, ragion per cui il grosso della differenza la fanno Bonham e Plant. Il batterista reinterpreta ancora una volta il pezzo a modo suo, in parte "rubando" un certo gusto per le pause a suo padre, ma applicando una gran varietà di sfumature e martellate supplementari al resto del lavoro. Chi stupisce davvero è il cantante. Se la versione di the West soffriva di un Plant passato da un'interpretazione introspettiva ad un diretto dialogare, quella di Celebration Day vede il frontman quasi estraniato dal mondo, tanto è nella parte. Le sue urla sono alte e potenti, stavolta; il suo canto è ora folle e lacerante, ora straziato e malinconico. E se Page non fa la differenza con l'assolo, la fa però nel riff, sorretto sempre e comunque dall'onnipresente Jones, sempre di importanza fondamentale nelle sfumature più "nascoste" del brano. Questo incredibile lavoro di immedesimazione emotiva è totalmente al servizio del testo, la cui tematica è tanto classica quanto efficace: un uomo distrutto per amore. Egli sa di non poter avere la donna che ama, una donna quasi eterea tanto è evanescente, eppure non riesce a smettere di perseguire in un desiderio che, già lo sa, lo porterà alla più completa follia. Da quando si è innamorato, il suo destino è già segnato. Adesso, io non so se davvero questa sia la miglior versione in assoluto di Since I've Been Loving You, o se tutto sommato l'originale in studio resti ineguagliabile, ma sta di fatto che gli Zeppelin, Plant in testa, riescono a dare alla loro interpretazione una carica emotiva che dal vivo non avevano mai mostrato prima. L'esperienza è anche questo. Le tinte oscure e classiciste della canzone sono perfette ad anticipare il pezzo successivo, uno dei più importanti e leggendari di tutto il catalogo Zeppelin.

Dazed And Confused

Dazed and Confused (Stordito e Confuso) segna definitivamente un punto di non ritorno: laddove la serata all'Arena londinese passa da gioiosa celebrazione, a culto pagano vero e proprio. Dazed era il pezzo definitivo del primo album dei Led Zeppelin, e di gran lunga il più serio, avveniristico e carico d'intenti di qualsiasi altro brano Zep del '69. Com'è dunque ovvio la canzone è da sempre parte di qualsiasi scaletta dei nostri, compresa quella di How the West Was Won e di The Song Remains the Same. Quella di The Song, in particolare, rimane la più iconica interpretazione di questo brano, complice in parte la semplicistica ma evocativa sequenza di Jimmy Page. Eppure, la performance di Celebration Day riesce se non a superare, senz'altro ad eguagliare qualsiasi altra celebre versione. Trovo sempre affascinante come Page sia riuscito a prendere un pezzo a metà tra folk e psichedelico, ed a trasformarlo nell'heavy blues di un uomo ad un passo dal baratro della follia. In parte è merito di Jake Holmes, autore originario dell'opera, il quale seppe andare oltre i confini del suo stesso genere di riferimento. Sono decenni che la paternità di Dazed and Confused è ben risaputa, eppure i Led Zeppelin han dovuto attendere la causa legale, arrivata solo nel 2010, per accreditare il brano al suo legittimo compositore. La motivazione principale, ovviamente, sono i soldi che girano intorno a certi prodotti, con tutto il marketing annesso, cosa che potrebbe forse spiegare come mai la causa sia stata intentata solo nel 2010. Il riff principale del pezzo, quel pesante incedere cupo e "malavitoso", è dunque opera del genio di Holmes. Però, con buona pace dell'ottimo cantante folk, è a cuor sereno che affermo che l'interpretazione che ne diedero i Led Zeppelin è di gran lunga più memorabile - oltre che germinale. Ad elevare Dazed oltre la media dei primi Zeppelin era anche il testo, del tutto differente da quello di Holmes. Apparentemente siamo di fronte ad una tematica tipicamente blues, basilare sotto il profilo concettuale ma emotivamente satura. In realtà, come ho avuto modo di descrivere sulla recensione di The Song Remains the Same, il topos decisamente blues della femme fatale - qui assurta a vera e propria "vedova nera", manipolatrice e traditrice - assume per i Led Zeppelin una valenza più ampia, dai contorni neo-pagani. Nell'ottica di tale visione, la donna può avere valenza salvifica o rappresentare la disfatta più assoluta, incarnazione di un ideale di conoscenza che può portare alla saggezza, al conforto, oppure condannare Prometeo ad una lenta agonia, Icaro ad una rovinosa caduta, e Lucifero all'inferno. In realtà nel '69 tutto questo background era solo un abbozzo, destinato via, via ad espandersi sempre di più, senza però mai innalzare i testi Zeppelin oltre la soglia della mera cornice. Ciò che contava per il Dirigibile era il suono, tanto quello della poderosa voce di Plant, quanto quello dell'avanguardistica strumentale. La performance di Celebration Day rende onore a quest'ottica: l'interpretazione testuale è sentita e precisa, ma trascurabile, mentre il suono sovrasta ogni parola dotata di senso. Come sempre il riff è espresso principalmente dal basso di Jones, il cui roco "ululare" pare ancora più tetro del solito, mentre le distorsioni di Page offrono soprattutto personalità alla resa complessiva, con quel pizzico di ambiguità che non guasta. Tutto si regge ovviamente sulla vecchia, particolarissima ritmica di Bonzo, ripresa spiccicata dal figlio e da questi arricchita con gusto. L'intera esecuzione è abbassata di un tono per dare la possibilità a Plant di raggiungere le note più infide, ed il cantante non delude: la sua magistrale interpretazione non manca di energia, carattere, e finanche virtuosismo, tale da non far mai rimpiangere l'antica ugola. Dazed d'altra parte è uno di quei pezzi in cui un abbassamento di tono, se aggiustato nel modo giusto, può portare a nuove e più intriganti soluzioni; proprio come in questo caso. Ma non sarebbe Dazed and Confused senza quel rito che ha contribuito a far divenire Jimmy Page una leggenda. Quando il chitarrista prende in mano l'archetto da violino non siamo più ad un concerto, ma in una cattedrale in cui i Led Zeppelin sono al tempo stesso sacerdoti, vittime sacrificali e divinità. Per alcuni istanti l'aria si riempie di oscuro disagio, quando Page esegue quel suo edonistico numero finemente coadiuvato dalla voce di Plant. Poi l'Arena esplode sotto i colpi dell'intera strumentale. I Led Zeppelin sfrecciano brutalmente verso il culmine della canzone, poi rallentano, appesantiscono il passo, ed infine concludono la loro esecuzione. Solo il tempo di una meritata acclamazione, e la grande sala della O2 Arena si riempie di alcune delle più famose note della storia del rock, provenienti da un altrettanto famosa chitarra a doppio manico.

Stairway To Heaven

Stairway to Heaven (Scala per il Paradiso) è per molti l'inno rock per antonomasia. Senza dubbio è di gran lunga la più famosa canzone dei Led Zeppelin, una di quelle cui si pensa all'istante appena si parla di rock anni '70. Come spiegai abbondantemente sulla recensione di Led Zeppelin IV, l'abuso mediatico ha portato questo brano ad essere sia elevato oltre misura, sia ad essere svalutato dai soliti "alternativi". Insomma, come tutti i capolavori, Stairway to Heaven non ha mai conosciuto mezze misure. Certo, anche un pezzo così popolare può non piacere. Di certo non piace a Robert Plant, che in più di un'occasione si è mostrato restio ad interpretarlo. O meglio: il cantante ne ama il gran pezzo di chitarra, le suggestioni create da Jones e tutto il resto, ma col tempo si è disinnamorato del suo testo, nelle cui parole non si ritrova più. Capita anche questo, nel rock come nella vita. Dopotutto, più che il significato del testo il problema era ciò che esso riportava alla mente, ovvero un'epoca ed un giovane cantante che Plant preferiva lasciarsi alle spalle, solo che ogniqualvolta i Led Zeppelin erano chiamati sul palco pareva che Stairway dovesse essere, sempre e comunque, il pezzo forte della serata. Non solo il frontman dei Led Zeppelin quasi si rifiutò di cantarla durante la reunion dell'88, facendo impazzire non poco il povero Page, ma pare addirittura che abbia elargito una proficua donazione ad una radio dell'Oregon meritevole, molto semplicemente, di essersi rifiutata di trasmettere Stairway. Ricorda un po' quella fantastica scena di Wayne's World (Fusi di Testa), in cui nel negozio di strumenti è proibito suonare Stairway to Heaven, con tanto di enorme cartello informativo. Ma Stairway è l'inno della band, e non offrirlo al pubblico durante una Celebrazione come questa è fuori discussione. Fortunatamente, gli anni e le circostanze han reso possibile un ridimensionamento dell'astio di Plant, il quale durante l'esecuzione del brano pare anche divertirsi un po'. In alcuni momenti sembra perfino crederci, come se ormai avesse fatto pace con tutto quello che Stairway ha significato per i Led Zeppelin e per la sua immagine di artista. In fondo il testo è talmente vacuo e indefinito da poter essere interpretato in mille modi diversi. Modi che ho descritto ampiamente su quel capolavoro che fu il quarto album, forse quello "definitivo" della band anglosassone. Tralasciando il complottismo nato intorno alla canzone - tutte quelle sciocchezze a proposito delle frasi da sentire al contrario, e roba simile - la più probabile interpretazione da dare al testo ha connotazioni sia sociali che intimiste, arricchite di tanto in tanto da rimandi letterari di vario genere, dalla tradizione pagana e cristiana, fino alla letteratura di riferimento di Plant e Page. Tra tutte le performance ascoltate fin'ora, quella di Stairway to Heaven risulta quella maggiormente sulle righe, quasi che i Led Zeppelin non avessero troppa voglia di eseguirla. Probabilmente si cercava proprio di non dare eccessivo protagonismo al pezzo più atteso dai fans ma, al tempo stesso, anche di dare a questi ultimi qualcosa di più "friendly" del solito, qualcosa che fosse possibile cantare tutti quanti insieme. Alla fine Plant fa il suo lavoro con dovizia, con voce moderata e con una buona dose di immedesimazione. A tratti la gola pare sul punto di tradirlo, ma il cantante non scivola mai, dando prova del grande feeling tra lui ed il chitarrista, anch'egli moderatamente su quelle righe tracciate decenni prima. Jimmy fa sfoggio ancora una volta della sua Gibson EDS-1275 a doppio manico, modello reso leggendario proprio da lui, riuscendo a replicare con assoluta fedeltà l'arpeggio acustico della canzone. Anche l'assolo è quasi identico, solo un po' meno catartico, mentre la batteria di Jason sembra la copia sputata di quella di Bonzo. È un'interpretazione di Stairway il più possibile somigliante alla versione in studio, scelta obbligata da quella che i Led Zeppelin sanno essere la traccia più attesa del loro catalogo. Solo John Paul Jones è leggermente sopra le righe: le sue piccole reinterpretazioni, quasi invisibili ma di subliminale impatto, aggiungono sfiziose sfumature ad un'atmosfera già di per sé evocativa. Il resto dello show lo fa il ritrovato protagonismo di Jimmy Page, lo fanno quegli sguardi di complicità tra lui ed il cantante, lo fanno gli exploit di Jason e, soprattutto, lo fa il catartico finale - emozionante come sempre. Il pubblico canta quel pezzo che chiunque conosce a memoria, onorando così la più iconica canzone dei Led Zeppelin, tanto amata e tanto odiata. "...And she's buying a stairway to heaven" è una all together con tutta l'arena, com'è giusto che sia. Ma i Led Zeppelin non si concedono il tempo per autocompiacersi, o l'imbarazzo di vedersi applaudire troppo quella "marcia nuziale" tanto blasonata e nostalgica. Un concitato rock'n roll si sostituisce immediatamente alle acclamazioni del pubblico, proiettando la serata verso l'ultimo pezzo ricercatamente auto-celebrativo della scaletta.

The Songs Remains The Same

The Song Remains the Same (La Canzone Rimane la Stessa) è quasi il fisiologico proseguimento di Stairway to Heaven, almeno sotto il profilo della comodità. Infatti, data la complessità della composizione originale, caratterizzata da quattro parti di chitarra sovraincise, durante i live il chitarrista ha sempre optato per la comodità offerta dalla sua Gibson a doppio manico. Originariamente il pezzo doveva essere unicamente strumentale, tuttavia Plant decise che non sarebbe stato male appiccicarci un testo leggero ma rappresentativo. Il soggetto del testo verte sulle simpatie di Robert Plant per la cosiddetta world music, un termine piuttosto generico per indicare tutta quella musica il cui background riflette varie sonorità, provenienti da paesi e culture diverse. Una passione condivisa in parte anche da Page, che assieme a Plant si recò in India per studiare la musica locale, ma anche da tanti altri musicisti di quel periodo. L'esempio più lampante è rappresentato dai Beatles, ben prima che si sentisse anche solo parlare dei Led Zeppelin. Il testo fa uso soprattutto di frasi dal contenuto immaginifico, evocativo quindi di immagini più che di concetti, mentre il contesto spazia dalle Hawaii all'India, passando per la California. L'intento del brano, come già accadeva nel terzo album del Dirigibile, è di dimostrare che nonostante le sue mille forme, la musica è una; e di conseguenza, "la canzone rimane la stessa". Trasponendo questo brano su Celebration Day, tuttavia, il titolo assume un significato diverso: le canzoni che rimangono le stesse sono quelle dei Led Zeppelin, il cui spirito è rimasto immutato a prescindere dai decenni trascorsi. Insomma, The Song Remains the Same chiude la parte centrale della serata londinese, quella auto-celebrativa, sia attraverso la poetica intrinseca nel suo titolo, sia attraverso sonorità dure, potenti e festaiole. Una vera ventata d'aria fresca, dopo due pezzi bellissimi ma "ingombranti" come Dazed e Stairway. Non a caso questa canzone, nata su Houses of the Holy (album autocelebrativo per eccellenza), dà anche il nome all'omonimo film del '76, quell'autocompiaciuto ed a tratti improbabile monumento che i Led Zeppelin edificarono a loro gloria imperitura. Monumento che, è bene ricordarlo, gode di performance di indubbio valore. L'esecuzione del brano alla O2 Arena segue uno schema simile a tanti altri live Zeppelin, ma pompata all'ennesima potenza, tanto che se non fosse per l'unicità del riff non si riuscirebbe nemmeno a capire che si tratta di The Song. E vorrei precisare che è un bene. Robert Plant fa soprattutto da "animatore", dialogando, ammiccando ed aprendosi a vere e proprie raffinatezze canore, in linea con una versione riveduta e corretta per venirgli incontro, in una chiave ben più lenta e più bassa rispetto a quella dei vecchi concerti. Ciò che fa impressione, però, è il muro di suono eretto dai tre musicisti. John Paul Jones sembra uno scheletro d'adamantio, tanto è solida e possente la sua esecuzione, mentre risulta difficile capire se la canzone sia lo show personale di Page o, piuttosto, quello di Jason Bonham. Entrambi ci danno dentro brutalmente: sporco, distorto e classicheggiante Jimmy Page, e più pulito, rabbioso e modernista il figlio di Bonzo. Plant sembra al settimo cielo mentre i suoi compagni danno spettacolo, con Page impegnato in un assolo supersonico e Bonham letteralmente furioso sui tamburi. Così, questa singolare versione del brano alterna una possanza decisamente heavy, scandita dal caratteristico riff, ad interpretazioni personali sparate a mille. La canzone sarà pure rimasta la stessa, ma questa The Song Remains the Same ha dinamite del tutto inedita, nella sua ricetta. Il finale vede Plant rendere omaggio a Jason Bonham, che con orgoglio mostra il tatuaggio sul braccio: tre anelli sovrapposti, il simbolo che John Bonham scelse per se stesso ai tempi del quarto album. Il significato del simbolo era il legame con la famiglia, ed osservarlo sul braccio di Jason fa un certo effetto per chi ama i Led Zeppelin. Il clima rimane di festa, quando il pezzo successivo fa entrare la serata nella sua fase conclusiva.

Misty Mountain Hop

Misty Mountain Hop (Ballata della Montagna Nebbiosa), ovvero il momento più leggero e scanzonato di Celebration Day; forse anche più dei bis sul finale. Come accennato da Plant poco prima della performance, non senza un pizzico di british humor, a fare i controcanti è nuovamente Jason Bonham. 'Misty' è uno dei quattro pezzi in scaletta tratti dal quarto disco dei Led Zeppelin, e tra tutti è di certo quello con meno pretese. Che non vuol dire "brutto". Trattasi anche di una piccola chicca dal momento che, nonostante fosse stato un must durante i concerti, della sua esecuzione live rimangono pochissime testimonianze audio-visive decenti. Inoltre, come i più nerd avranno intuito anche senza studiare le fonti, il titolo e la tematica del brano traggono ispirazione da Lo Hobbit, di J.R.R. Tolkien. Misty Mountain Hop gode di due chiavi di lettura, o per meglio dire di due diversi "livelli di percezione" degli eventi narrati. Il testo parla infatti di una sorta di festa hippie, un grande raduno su di un prato ispirato al cosiddetto Legalise Pot Party. L'atmosfera è inizialmente rilassata e goliardica, per poi farsi parodica e demenziale in un secondo momento, all'arrivo delle guardie ed il caos che ne consegue. Contemporaneamente la tematica utilizza le 'Misty Mountains' come luogo idealizzato ed irreale, un "non luogo" della mente ove l'individuo illuminato è libero da qualsiasi catena, imposta o autoimposta che sia. Insomma, un sottotesto dai contorni anarchici mascherato da siparietto citazionista. Ah, ed ovviamente l'accostamento tra fumo di canna e "nebbia" NON è del tutto casuale. Robert Plant, che pure comincia a risentire un po' della stanchezza, è chiaramente quello che si diverte di più, mentre Jason reinterpreta gli stilemi del padre trasformando un pezzo vivace in hard rock puro. Il cantante pare tornare un giovincello, quando simula un cannone d'erba tra le dita e sfoggia la sua arrogante cantilena, sorretto da compagni moderatamente entro i canoni del pezzo ma ineccepibili, precisi e anche fin troppo puliti. La Ballata della Montagna Nebbiosa serve al suo scopo: quello di rendere il Giorno della Celebrazione una festa a tutti gli effetti. Ma questa pur bella canzone è solo mero, disimpegnato preludio del ben più monumentale finale di Celebration Day, un pezzo la cui drammatica andatura ha fatto la storia del rock e non solo.

Kashmir

Ed il prosieguo non poteva che essere Kashmir, ovviamente. Poche canzoni contemporanee hanno rappresentato tanto, per la musica, quanto ha saputo fare il ripetitivo ed apparentemente semplice riff di Kashmir. Parliamo di quella che, dopo Stairway to Heaven, è la più famosa canzone firmata "Led Zeppelin", ma che a differenza di Stairway ha finito per influenzare artisti e contesti piuttosto lontani dai confini del rock. Kashmir è ovunque: nei film, nelle pubblicità, nei videogiochi, e poi ancora nel metal, nel rap, nella dance. Le sue sonorità ambigue ed ipnotiche si sono adattate ad una miriade di usi diversi, senza che il passare dei decenni ne intaccasse minimamente l'indiscutibile fascino. E' anche un pezzo dal background ricercato che sintetizza, sia attraverso il testo che attraverso le sue influenze, una parte importante del sound e della poetica del Dirigibile. Non solo: Kashmir metteva in campo le migliori doti dei quattro musicisti, non tanto sotto il profilo tecnico ma stilistico, creativo ed artistico. Ecco perché questo emblematico pezzo è stato scelto per chiudere la scaletta, bis esclusi: ha in sé tutte le qualità entro le quali è possibile ascrivere l'essenza dei Led Zeppelin, oltre alla capacità di toccare corde profonde in qualsiasi ascoltatore. Ciò che rende ancora più succosa la performance di questo brano così unico è che, nonostante fosse una presenza fissa ai vecchi concerti Zeppelin, fin'ora non esisteva nessuna dignitosa testimonianza audio-visiva di una sua esecuzione live oltre quella di Knebworth '79, immortalata su Led Zeppelin DVD. Sia How the West Was Won che il film dei Led Zeppelin ne sono infatti privi, provenendo da concerti antecedenti la composizione del brano. Kashmir funzionava, e funziona, principalmente grazie alla batteria di John Bonham. La sua potenza sta nell'ampio respiro, nei breaks, in quel modo così peculiare di intendere il rock. Può sembrare una ritmica banale ma non lo è per nulla: arrivare a quel risultato equivaleva praticamente a reinventare i canoni stessi dello strumento, ed è esattamente per questo, non certo per la tecnica, che Bonzo è stato "eletto" miglior batterista rock di sempre. "Invenzioni mediatiche" che lasciano il tempo che trovano, ammettiamolo, ma che nel caso di John Bonham rendono quantomeno giusto omaggio ad un batterista davvero unico, nella storia del rock. Date tali premesse non c'è da stupirsi dell'interpretazione del brano offerta da Jason Bonham, completamente fedele a quella originale del padre. Lo stesso Bonzo tendeva ad eseguire Kashmir senza uscire dai propri canoni, tanto era importante quel modo di scandire il ritmo per l'essenza dell'opera. Ma Kashmir è come una torta a strati in cui ogni ingrediente si incastra alla perfezione l'uno con l'altro, cosicché non esistono elementi "di contorno", o superflui, come bene o male accade quasi sempre. Al massimo è l'aggiunta di carne sul fuoco che, in certi casi, rischia di snaturare il pezzo. Benché sia l'unico a non essere accreditato alla scrittura di Kashmir, a causa di una concomitanza di situazioni diverse, è John Paul Jones ad infondere l'anima nel corpo della canzone. Il bassista crea letteralmente un'infrastruttura di sfumature e sonorità evocative, senza le quali il brano vivrebbe semplicemente del suo incedere vagamente minaccioso. Nel caso di questa versione, Jones riesce a fare un lavoro sopraffino e meticoloso, complici anche le tecnologie moderne di cui può disporre, riuscendo contemporaneamente a valorizzare ed ingigantire il vero protagonista del palco: Jimmy Page. Il chitarrista è l'unico elemento ad uscire con prepotenza dalle righe, tanto il suo strumento è distorto e baritono. A rendere così peculiare la performance di Page è comunque l'ausilio di Jones, e dalla sinergia di tali, enormi musicisti emerge la versione più hard rock che gli Zeppelin abbiano mai dato di Kashmir. Il bello è che l'atmosfera, ed in un certo qual modo la "sacralità" del pezzo non vengano tradite minimamente, ma anzi rafforzate laddove possibile. Anche Robert Plant è pienamente nella parte, ed anche se emulare le frequenze al limite dell'ultrasuono di cui era capace è fuori discussione, l'esperto cantante riesce non solo ad aggiungere personalità al quadro generale, ma anche ad emozionare e caricare il suo pubblico. Dopotutto il testo della canzone è una sua creatura, nato da intuizioni non dissimili da quelle di pezzi come Stairway, Ramble On e No Quarter. La tematica, infatti, aggiunge alla classica ricerca di un equilibrio spirituale una maturità, un'introspezione ed una chiarezza di vedute ben più marcata di qualsiasi altra opera in catalogo. Il viaggio in Marocco del cantante (già, nulla a che vedere con la regione del Kashmir) diviene metafora esistenziale, di quell'illuminazione che consente di guardare il mondo oltre le apparenze. Con la sua ricercatezza a livello culturale, vicina alla già citata world music, la sua connotazione esistenziale ed i riferimenti magico-filosofici, il testo di Kashmir sintetizza la poetica Zeppelin nella sua interezza. Citazionismo blues a parte, naturalmente. Come da copione per molti pezzi di Celebration Day, anche il finale di Kashmir esce fuori dai binari della composizione originale, dando libero sfogo alla potenza ed alla creatività dei quattro musicisti sul palco; Bonham tra tutti. Siamo alla fine: i nostri sorridono soddisfatti, provati ma nemmeno troppo da una serata davvero magica dall'inizio alla fine. Fanno l'inchino, qualcuno piange, molti acclamano, e tutti pretendono il bis. Ed il bis arriva puntuale e programmato, perché non sarebbe un concerto dei Led Zeppelin se mancasse la penultima canzone in catalogo per la serata.

Whole Lotta Love

Whole Lotta Love, orribilmente traducibile come "Tanto Amore Per Intero", chiude la serata alla O2 Arena assieme all'altrettanto festaiola Rock and Roll. Potrebbe fare strano, ad alcuni, pensare ad una banda di signori un po' avanti cogli anni interpretare una canzone come questa, la cui tematica è quella di dare "ogni centimetro d'amore" alla baby di turno. L'amplesso, la dissacrazione del classico blues di Willie Dixon da cui il brano e tratto, ed in generale l'esaltazione di una sessualità libera da qualsiasi schema - compreso quello del romanticismo - possono sembrare inadeguati in mano a questi Zeppelin, e tuttavia lo show non scade mai nel ridicono, né tantomeno nel grottesco. Whole Lotta Love era un pezzo straordinario, nella sua semplicità, esaltato da interpretazioni live a dir poco memorabili come quelle di The Song e di The West, e con gli anni è divenuto talmente iconico da esulare le sue stesse tematiche. Guardare i Led Zeppelin suonare questa canzone, semplicemente, appare ovvio e naturale come bere un bicchiere d'acqua. D'altra parte l'amplesso di cui parla la canzone in questo caso diviene qualcos'altro: ancora un amplesso, certo, ma tra i Led Zeppelin ed il pubblico. Anzi, di più: Whole Lotta Love è ancora una volta un momento di pagana sacralità, un culto dionisiaco celebrato attraverso i gesti sciamanici di Jimmy Page sul suo leggendario theremin. La cosa magnifica di questa canzone è che, al contrario per esempio di altri capolavori come Stairway o Kashmir, la sua struttura può essere stravolta quasi completamente senza che questo ne pregiudichi l'essenza. Su The West e su The Song, Whole Lotta Love durava tantissimo, inglobando in sé lunghe improvvisazioni ed interi omaggi ad altri artisti. Nel caso di Celebration Day la performance è un po' più sulle righe, rispetto a quei folli e psichedelici show, ma decisamente incontenibile sul piano della potenza e della celebrazione. I Led Zeppelin danno tutti il meglio, nessuno escluso. Jason Bonham e John Paul Jones innalzano un poderoso muro di suono, molto diverso dalle sonorità tipicamente anni '70 del brano originale, più simile a certi filoni hard 'n heavy anni '80 e '90 con qualche accenno di stoner. Se a questo bagaglio di riferimenti contemporanei aggiungiamo un pezzo strabordante come Whole Lotta Love, il risultato è una canzone incatalogabile e durissima, splendida per accomiatarsi dalla scena. Robert Plant dà spettacolo con quella voce che molti vorrebbero "andata persa", la stessa che poco tempo fa ha saputo commuovere e sorprendere per la sua interpretazione di Babe I'm Gonna Leave You, durante una nota trasmissione televisiva di Austin, Texas. I suoi accenni all'irriverente testo del brano divengono dialogo col pubblico, celebrazione di un sentimento di libertà e di piacere cui gli Zeppelin erano veri e propri paladini; il suo canto, basso ma potente, è perfetto. Jimmy Page riprende in mano la sua Gibson Les Paul TransPerformance del '90, ideale per cavalcare il modernismo dei suoi compari alla ritmica, dando così inizio alla fase "rituale" del brano. Fin'ora il chitarrista aveva dato l'idea di essere una sorta di "crononauta", giunto direttamente dagli anni '70 per mostrare agli smidollati contemporanei come si suona una Gibson; ora, però, Page cambia registro e dimostra di saper apprezzare sonorità di chitarra più moderne e più pompate, dando prova di non essere stato certo in letargo durante le ultime quattro decadi. Non che ci sia da stupirsi, parliamo di un chitarrista che a vent'anni era già un professionista stra-ricercato. Ma il vero culmine ha luogo quando Jimmy mette in scena l'ultimo dei rituali zeppeliniani, muovendo le sue mani nell'aria con gesti misterici, carichi di pathos e di magia. In fondo non sarebbe stata una "celebrazione" del Dirigibile, se Page non avesse dato spettacolo con il suo vecchio theremin. A dare manforte alle soluzioni magico-propiziatorie del chitarrista è la voce di Plant, coadiuvata dall'impeccabile lavoro di Big Mick e di Roy Williams, fino a che l'esecuzione di Whole Lotta Love non rientra nei suoi canoni per prorompere nel sensuale, potente ed ironico finale. Way Down Inside, Woman, perché non c'è dubbio, davvero: You Need It!, e non importa quanti anni siano passati e quanti ancora ne passeranno. I Led Zeppelin ringraziano nuovamente, si inchinano nuovamente, Good Night, dice nuovamente Robert Plant; ma è solo un'altra finta, manca ancora un ultimo tassello per completare il puzzle.

Rock And Roll

Rock and Roll è l'ultimo bis concesso dai Led Zeppelin alla loro storica serata londinese: una festa d'addio ebbra e movimentata, sfilacciata e vagamente disarticolata, com'è fottutamente giusto che sia. Gli Zeps si congedano ricordando al pubblico che, proprio come diceva Lemmy di sé stesso, la loro musica in fondo non è altro che rock 'n roll. Puro, semplice, sano rock'n roll. Giusto un po' più duro, magari. L'ultima canzone di Celebration Day viene ancora una volta dal quarto album, disco emblematico, se non per i Led Zeppelin, senza dubbio per il pubblico e per i fans. Page torna alla sua vecchia Les Paul Standard del '59, mentre Bonham fa suo il lavoro del padre senza cambiarne una virgola. Il batterista pare anche divertirsi un mondo, a guardarlo, felicissimo di ritrovarsi a suonare il repertorio del padre in compagnia dei suoi vecchi compagni. Rock and Roll non ha bisogno di rimaneggiamenti per fare il suo dovere, così la performance rimane nostalgicamente prevedibile fino alla parte finale, quando il basso di Jones spiega le vele e la batteria di Jason si arricchisce di potenti interpretazioni creative. Robert Plant fa suo il palco assieme al chitarrista, dando probabilmente fondo alla sua voce ma senza perdere un colpo. Anzi, il cantante è estremamente incisivo, ed il suo lonely, lonely, lonely time è pura catarsi dell'intera esecuzione, assieme al reiterato e sempre più gonfio riff di John Paul Jones, all'assolo di Jimmy Page e all'ormai incontenibile batteria di Bonham. Non solo Rock and Roll è l'ideale chiusura in chiave giustamente goliardica e festosa di questa Celebrazione, ma anche il suo testo, semplice ma indicativo, pare scelto apposta per l'occasione. La canzone parla del disincanto dovuto all'età ed alla maturazione, di un periodo della vita dominato dalla mancanza d'amore e dalla nostalgia, ma anche da un sentimento di rivalsa personale e della ferma volontà, un giorno, di "tornare a ballare il rock'n roll". Ecco, i Led Zeppelin sono maturati, il disincanto ha preso il posto della vecchia spavalderia ed i capelli son divenuti bianchi, ma dopo tre decadi sono di nuovo qui, davanti a noi, a suonare e ballare il rock'n roll. Non solo: ciò che gli Zeps cercano di suggerire, suonando questo pezzo, è un ritorno allo spirito del rock'n roll. Ciò che tale spirito ha rappresentato è morto, rinato, ri-morto e rinato ancora attraverso generi e situazioni sociali differenti, ma quell'antico e primigenio sentimento è andato perduto proprio negli anni '70, fagocitato e digerito dall'edonismo, dal turbo-capitalismo, dall'illusione del benessere e, in definitiva, dalle stesse grandi rock band di quel periodo. I Led Zeppelin stessi, in fondo, sono stati insieme il culmine e la fine del rock'n roll. Eppure nel terzo millennio sono lì, ultimo ed ancora possente baluardo di quell'antico spirito nonostante gli anni, nonostante il contesto patinato, nonostante tutto. I quattro stavolta si abbracciano, la serata è stata magnifica e la loro ultima performance a dir poco perfetta. Il più felice sembra Jason Bonham: suonare con i Led Zeppelin, anche quando li conosci da una vita, è un sogno.

Conclusioni

Celebration Day non si dimostrò un successo solamente al botteghino, ma riscosse notevoli profitti anche nella sua versione in home video. L'album tratto dal concerto, inoltre, venne premiato col Grammy per il "migliore disco rock dell'anno". Kashmir, considerata la parentesi di maggiore spicco dell'intero show, ottenne una nomination al premio per la "miglior performance rock" . Quanto alla critica, lontana ormai anni luce dalle vecchie invettive di Rolling Stone contro i Led Zeppelin, fu quasi totalmente unanime nell'acclamare Celebration Day come un grande concerto, un grande film e, soprattutto, un grande ed inatteso ritorno. Al tempo ci abbiamo sperato tutti - noi fans, almeno - che i Led Zeppelin potessero tornare insieme, fare nuovi concerti, nuovi tour, perfino nuovi album. È normale, è nella natura umana desiderare che ciò che amiamo possa cristallizzarsi e rimanere immutabile, così come l'abbiamo conosciuto ed amato la prima volta. Perfino per me, che sono nato sette anni dopo il loro scioglimento, gli Zeps sono come pietrificati nelle immagini di The Song Remains the Same: John vestito bianco e argento, Robert con i capelli dorati ed il pacco in bella mostra, Jimmy bel tenebroso della situazione, con i capelli neri a coprire il viso, e Bonzo ancora in vita, a grugnire sui tamburi e suonarli con le mani. Ma i tempi invece cambiano, e proprio come per i protagonisti di alcuni testi Zeppelin, la maturità porta alla disillusione. L'idea inizialmente era quella di un nuovo tour. Di eventuali collaborazioni a lungo termine, come nel caso di un album, se ne sarebbe potuto parlare, ma nel frattempo l'idea era quella di mettere insieme un nuovo tour mondiale dei Led Zeppelin. Celebration Day era stato un ottimo banco di prova, per tastare il terreno e valutare i profitti: se i Led Zeppelin erano stati in grado, idealmente, di riempire venti stadi con una sola serata, un intero tour sarebbe stato foriero di guadagni stratosferici, tali da giustificare qualsiasi altra futura collaborazione. Fu Robert Plant a smorzare bruscamente le aspettative. Gli altri tre in realtà non vedevano l'ora, ognuno per motivi diversi. Jason Bonham, per esempio, è sempre stato in prima linea per quel che riguarda i Led Zeppelin. Fin da quando, piccolissimo, suonava la batteria col padre o sedeva sulle gambe di Plant, Jason si è sempre sentito parte del gruppo, e negli anni ha sempre lavorato sodo sia per onorare il nome del padre, sia per mantenere alta la sua eredità. Rimettere insieme la band, per dirla come i Blues Brothers, per il batterista sarebbe stato un sogno che si avvera ed un compimento personale. Per Jimmy Page, invece, i Led Zeppelin sono praticamente tutto. Penso che il modo di suonare sfoggiato dal chitarrista su Celebration Day sia emblematico: è come se fosse rimasto al 1980. Anzi, anche prima. Non che un professionista della sua levatura non sappia suonare la chitarra come gli pare e piace, penso se volesse potrebbe spaccare il culo (quasi) a chiunque, ma è proprio un fatto di testa; oltre che di cuore. La carriera post- Zeppelin di Jimmy Page è stata, come già detto, quella più altalenante ed a tratti perfino oscura. Non che i progetti sui quali abbia lavorato manchino di qualità, anzi, ma è come se il vecchio ZoSo non avesse saputo dove andare a sbattere la testa, che percorso scegliere, quale strada intraprendere. Così di fatto non ne intraprese nessuna, rimanendo ancorato a progetti estremamente sporadici ed alla costante revisione del brand legato al Dirigibile. Il fatto è che i Led Zeppelin erano la sua creatura, il suo cammino l'aveva già scelto e la sua strada percorsa fino alla fine. Forse sono decisamente troppo pessimista, e se il chitarrista potesse rispondermi direbbe che no, quello che ha fatto dopo i Led Zeppelin lo riempie di orgoglio e di soddisfazione, ma una cosa è certa: a decenni di distanza i Led Zeppelin sono ancora la sua creatura, e per la sua creatura Page prova amore incondizionato. Quanto a John Paul Jones la questione è più semplice; al polistrumentista piace suonare. Jones lo disse chiaro e tondo, per lui qualsiasi cosa permetta di vivere suonando è manna dal cielo. La sua carriera successiva lo scioglimento del Dirigibile è più che indicativa: una miriade di progetti senza un nesso compiuto, senza alcuna pretesa di un percorso personale definito. L'unica costante è stata la qualità a livello professionale di qualsiasi artista con il quale abbia collaborato, ma per il resto il curriculum di John Baldwin è quanto di più poliedrico si possa immaginare. Una scelta in linea col suo pragmatismo, diametralmente opposto dalla visione "spirituale" di Plant ed in parte di Page, ma che oggi gli permette di saltare ancora da un palco all'altro, a divertirsi in mezzo ad artisti giovani e talentuosi. Dunque per Jones non ci sarebbero stati problemi a riunire i Led Zeppelin, visti anche gli indubbi vantaggi economici e la soddisfazione personale che ne avrebbe tratto. Ma Robert Plant si rifiutò. Non perché non ce la faceva con la voce, non perché non ami il repertorio dei Led Zeppelin e, nel modo più assoluto, non perché abbia mai mancato d'affetto per i fans del Dirigibile. Fu una questione di coerenza professionale, artistica ed umana, talmente "integralista" da non risultare del tutto comprensibile nemmeno ai suoi vecchi colleghi (integralista da "integrità", che oggi tendiamo ad associare il termine a tutt'altro). In realtà dopo la reunion del 2007, più che rifiutarsi categoricamente, il cantate ha tergiversato. Poi, col passare del tempo, degli anni, la sua reiterata riluttanza è divenuta manifesta, fino a che durante un'intervista a proposito dei Led Zeppelin non ha affermato, un po' stizzito: "I'm not part of a juke-box". In parole povere, per Robert Plant tornare a suonare il suo vecchio repertorio, con la sua vecchia band, corrisponderebbe a diventare una mera attrazione per i fans, senza fini artistici, senza una vera meta a livello professionale. Equivarrebbe a prendere soldi, molti, per venire incontro alle aspettative dei nostalgici, di chi più che buona musica rivorrebbe indietro una fetta di passato. Jimmy Page la pensa diversamente: per lui i Led Zeppelin hanno ancora qualche asso nella manica, e non giocarli sarebbe semplicemente uno spreco, per di più immotivato. Tra il chitarrista e Robert Plant, negli ultimi anni, si è così venuto a creare un certo clima di tensione, diciamo un po' freddo, fatto di frecciatine e finta cordialità. A disturbare Page, più che il rifiuto di Plant a suonare con i suoi vecchi compagni, è stato l'atteggiamento poco chiaro del cantante, giustificabile forse con l'insicurezza dello stesso sul da farsi. A mio parere i loro punti di vista sono inconciliabili, perché provengono da angolazioni troppo diverse. Jimmy Page è sempre rimasto profondamente attaccato alla sua carriera nei Led Zeppelin, non solo come musicista, ma anche come curatore e produttore, cosa che in un certo qual modo ha fatto sì che per lui l'esperienza del Dirigibile continuasse  anche dopo la morte di Bonzo. Robert Plant, di contro, deve aver percepito la fine del suo vecchio percorso nei Led Zeppelin quasi come una liberazione, o - se mi sbagliassi - senza dubbio come una nuova opportunità. Sebbene abbia preso direzioni meno? variegate rispetto a quelle di Jones, la carriera post-Zeppelin di Robert Plant è stata lunga, proficua, ed orientata ad una gran varietà di sonorità più o meno in assonanza tra loro: rock, blues, pop, folk, world music "e spicci". Fin da subito. Il curriculum del cantante vanta numerosi album solisti in cui ogni aspetto del suo percorso con i Led Zeppelin, dall'heavy blues al folk, dal pop alla world music, vengono di volta in volta ridefiniti con maggiore maturità ed introspezione. E poi l'esperimento con i Priory of Brion, l'esperienza con gli Strange Sensation, la collaborazione con Alison Crauss ed il "ritorno" con la Band of Joy, fino al contemporaneo impegno con la sua nuova band, Sensational Space Shifters. Quello che sto cercando di dire è che Robert Plant ha sempre cercato di crescere, e crescere vuol dire cambiare. Così come i Led Zeppelin rifiutavano l'etichetta, allora in voga, di "metal band", allo stesso modo ho l'impressione che Plant rifiuti l'etichetta di "cantante dei Led Zeppelin", preferendo portare avanti un suo percorso, nuovi progetti e nuove collaborazioni. Suonare il vecchio repertorio gli piace, ma farlo in virtù di un progetto a lungo termine rimane fuori discussione. Putroppo, aggiungerei, perché anch'io sono un fan dei Led Zeppelin. Ma se dovessi schierarmi, mi schiererei con Plant. Recuperare la gloria degli anni passati è dunque impossibile, eppure Celebration Day riesce a recuperare almeno un po' di quella potenza, di quella carica, di quell'antica magia. Ci riesce perché l'Ahemt Ertegun Tribute Concert -  i cui proventi sono andati in beneficenza all'Ahmet Ertegun Education Fund - è stato un evento unico, irripetibile e meraviglioso. E lo è stato perché  i musicisti, nessuno escluso, si trovavano là per commemorare, per ritrovarsi di nuovo tutti insieme e, cosa più importante, per divertirsi. Avrebbe mai potuto un lungo tour, con la stessa scaletta, le stesse performance vecchie di quarant'anni, essere altrettanto grandioso? Io non credo proprio. Non se chi ci sta dentro non ci crede fino in fondo. Robert Plant avrebbe avuto tutto da guadagnare in nuovi progetti Zeppelin, sia economicamente che in termini di fama, ma non ci ha creduto; e per validi motivi. Ma siamo tutti fans, e se la speranza è l'ultima a morire, abbiamo nel frattempo la possibilità di vedere e rivedere Celebration Day, una raccolta della migliore musica che i Led Zeppelin abbiano mai suonato. Fin'ora.

1) Good Times, Bad Times
2) Ramble On
3) Black Dog
4) In My Time Of Dying
5) For Your Life
6) Trampled Under Foot
7) Nobody's Fault But Mine
8) No Quarter
9) Since I'Ve Been Loving You
10) Dazed And Confused
11) Stairway To Heaven
12) The Songs Remains The Same
13) Misty Mountain Hop
14) Kashmir
15) Whole Lotta Love
16) Rock And Roll
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