LAST RITES

Unholy Puppets

2016 - Beyond.. Production / Black Tears

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
21/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

E' sempre un piacere andare a trattare di una band nostrana, dato che il panorama tricolore pullula di validissime realtà. Questa volta è il turno dei liguri Last Rites, provenienti precisamente da Savona, che si presentano nel 2016 con la loro nuova uscita dal titolo "Unholy Puppets". La band ha una carriera quasi ventennale, e difatti nascono ufficialmente nel 1997 e registrano il loro primo demo omonimo nel 2001, contenente tre brani. La formazione iniziale comprende Dave alla voce e chitarra, Jan alla chitarra solista, Daniele alla batteria e Rebba al basso. L'anno successivo è la volta dell'EP "Psycho Killer" contenuto in una compilation uscita per la "Nadir Music" (etichetta indipendente e partner ufficiale di case discografiche quali "Audioglobe" "Season of Mist"). Interessante la copertina scelta da Nostri per questo EP, dove viene raffigurato nientemeno che Homer Simpson con indosso una maschera che ricorda molto da vicino il killer seriale Jason Voorhees, protagonista della pellicola "Venerdì 13". Il personaggio del noto cartoon è inoltre immortalato nell'atto di impugnare una motosega, in pieno stile "Non aprite quella porta" (chiaro riferimento all'episodio dei Simpson "Il Promontorio della Paura", nel quale Homer piomba all'improvviso in camera di un terrorizzato Bart, chiedendogli se avesse avuto voglia di vedere la sua nuova motosega, nonché la sua maschera da hockey). Tornando ai Nostri, nel 2003 firmano un contratto con la label olandese "Hardebaran / Two Fat Men", la quale pubblica il primo full leght della band, dal titolo "Mind Prison", contenente undici brani inclusi "Psycho Killer""Skeleton""Paradise Lost" più "Poisonous", ripescati appositamente dal primo demo e dal successivo ep, ri-registrati per l'occasione. La line up viene leggermente stravolta, e vede l'ingresso in formazione di Laccio alla batteria e di Libu al basso. Il 2004 è l'anno della demo "Promo 2004", e nello stesso anno il magazine "Metal Hammer" vota il gruppo come tra i migliori 10 esponenti italiani della scena Thrash. Il 30 gennaio del 2006 è il turno di un altro ep dal titolo "H.A.T.E." contenente cinque brani per una durata complessiva di quasi venti minuti di death/thrash. Il secondo disco ufficiale arriva nel 2009, quindi ben sei anni dopo l'esordio, e porta il titolo di "Future World". Il disco in questione segna un netto passo avanti verso sonorità se vogliamo più pesanti, dove le influenze di band quali Cannibal CorpseDeath Carcass (per quanto riguarda il death), e MegadethTestament e Kreator (per quanto concerne invece il thrash) si fanno percepire in maniera più accentuata. Un album dove comunque emerge anche una buona personalità, dai sei brani presenti nel disco. "Rites Live - Live in Studio" viene pubblicato nel 2013 e contiene a sua volta sei brani, lotto di cui fa parte anche la cover dei Megadeth "Tornado of Souls". In questo demo è presente anche un brano dal titolo "24.04.86", una sequenza numerica che a molti potrà dire poco o nulla, ma risulta essere la data esatta dello scoppio del reattore nucleare numero quattro della centrale di Chernobyl (Russia), olocausto ambientale che ben trent'anni fa seminò morte e distruzione su larga scala con conseguenze, a causa delle radiazioni, a dir poco inimmaginabili. Dopo questa parentesi atta a conoscere al meglio la band di cui andremo ad analizzare l'ultima fatica, arriviamo dunque al maggio 2016 con la pubblicazione di questo "Unholy Puppets", registrato e masterizzato da Giovanni Indorato presso i "Cyber Ghetto Studio" di Genova. Un disco che vede Bomber ad occupare il posto di chitarrista in subentro a Jan, con Fens che invece va a prendere il posto di Libu al basso. La cover del disco è molto simpatica e divertente se vogliamo, con un individuo senza testa messo di spalle; al suo fianco un distributore contenente le teste dei quattro componenti del gruppo, più una mano in posizione "corna al cielo" ed un'altra che porge il dito medio. Analizzando questa breve biografia, non si può certo dire che i Last Rites siano una band prolifica, ma i Nostri ragazzi hanno saputo ritagliarsi una bella fetta di consensi che li ha portati a suonare in compagnia di band del calibro di Secret Sphere (gruppo di Alessandria nato nel 1997 e dedito ad un bel power metal), Cadaveric Crematorium (band grindcore di Brescia) e Prima Fear (band teutonica di grande fama mondiale che propone un bel power metal assai roccioso). Di gavetta quindi, ne hanno fatta moltissima. E' dunque giusto raccontarvi il loro nuovo album.

Children of War

Partiamo con "Children of War (Bambini Guerrieri)", dove un'introduzione dettata da rumori di un conflitto a fuoco con tanto di urla finali di disperazione (da parte di alcuni bambini) apre di fatto questa prima traccia; presto scandita da un riff violentissimo, raggiunto a breve da una batteria al fulmicotone, la quale accompagna questo primo inizio a dir poco scoppiettante. Una brevissima pausa con solamente un piccolo "solo" di basso, e si parte con una prima strofa graffiante ed incisiva dove il singer Dave si cimenta in uno screaming/growl molto vicino per impostazione alla voce di Chuck Shuldiner, periodo "The Sound of Perseverance", in special modo. La doppia cassa è martellante e costante, mentre il riffing generale è tagliente all'inverosimile, con picchi di tecnicismo veramente molto ben strutturati. Si riprende con una seconda strofa sempre molto bella tirata, caratterizzata da un intermezzo musicale interessante per struttura. Dopo questa parentesi il cantato diventa leggermente più cupo ed i toni si abbassano notevolmente a favore di un impatto sonoro più oscuro e ricercato, dove le atmosfere lugubri emergono fino a trovarsi faccia a faccia con l'ascoltatore. Un'accelerazione improvvisa riesce a spiazzare per potenza sprigionata riprendendo la furia esecutiva che aveva fin qui caratterizzato il brano. Ogni tanto veniamo sorpresi da qualche stop and go che riesce a dare una piacevole variazione alla natura del pezzo, per poi tornare ad ascoltare nuovamente quelle atmosfere lente e pesanti con tanto di vocals brutali. Le due chitarre di Dave e Bomber creano un diversivo nell'attesa di sfociare in un assolo di grande spessore, arricchito da una doppia cassa martellante e da un imponente tracciato di blast beat che, con un growling finale, chiude di fatto una prima song molto interessante e mai banale. Un brano di apertura molto particolare, cattivo e spietato quanto basta per cogliere impreparato l'interlocutore, massacrandolo di continuo ma dandogli il tempo di rendersi conto della ferocia che gli si sta per abbattere contro. La guerra è un atto atroce, e sulla carta dovrebbe essere intrapresa contro presunti malvagi. Invece, distrugge a nostra vita, a prescindere; tutto quello che ci viene insegnato è prendere la nostra arma e sparare ai nostri nemici, spesso ritenuti tali in base a sciocche credenze od opinioni molto opinabili. Ci viene posta l'immagine del conflitto come di un atto di fede, come un qualcosa per cui vale la pena sacrificarsi. Invece, ci si rende presto conto del fatto che veniamo catapultati in un gioco mortale dove la vita stessa è il prezzo altissimo da pagare, qualora non riuscissimo a compiere il nostro "dovere". Immaginiamo, leggendo il testo, di trovarci in un luogo dove le madri piangono impaurite perché non sanno se vedranno una nuova alba, ed i loro figli letteralmente terrorizzati dai continui scoppi che si susseguono in cielo ed in terra. Questo ci fa riflettere per un attimo sulla reale validità di questa guerra, ci fa sorgere un dubbio circa il fatto che non sapremo se esisterà un futuro migliore per noi, per i nostri cari e soprattutto per i nostri figli. Eppure, una volta ritornati in noi, capiamo che la nostra vita è ormai compromessa, e quindi siamo pronti a morire per un qualcosa che probabilmente nemmeno esiste o forse solamente per vendetta, innescando così un circolo vizioso da cui l'uomo non sarà più in grado di uscire.

Humanburger

"Humanburger" inizia con colpi decisi di tom ed una chitarra che si fa subito protagonista. La velocità aumenta considerevolmente e notiamo come le due chitarre dipingano un quadro sonoro molto ben amalgamato e particolare, riuscendo a coinvolgere positivamente l'ascoltatore. Il tutto è arricchito da un basso bello pesante e da una batteria che continua imperterrita a martellare in puro stile Thrash, con in sottofondo un continuo tintinnio di ride, per poi passare al charleston senza perdere minimamente di potenza. Arriva la prima strofa che alterna il growl vero e proprio a quello screming/growl che accennavamo nella song precedente. La velocità si fa leggermente più lenta, ma il coinvolgimento si alza alle stelle grazie a passaggi di chitarra molto belli e tecnici, ed anche grazie al basso di Davide, in grado di farsi strada attraverso sonorità a tratti complicate ma di sicuro effetto. Seconda strofa e ripartiamo alla grande con una galoppata musicale sostenuta ed una voce particolarmente efficace nel suo proporsi malvagia e graffiante. Una piccolissima pausa con solamente chitarra e batteria a fare da apripista, ed arriva il turno dell'assolo, il quale si dimostra vario, tecnico e altisonante nel suo imporsi tale. Alla conclusione di questo solo, sentiamo un grugnito piuttosto lontano che fa partire il ritornello, il quale si dimostra pesantissimo con quel suo proporsi lento e con quel growl bassissimo che schiaccia ogni cosa. Altra parte musicale caratterizzata ottimamente dalle due chitarre e da una batteria, che con la sua doppia cassa, dona molta varietà ad un passaggio semplice ma di sicuro effetto. Qui il brano diventa imponente, con una voce sempre più ruvida ed un tappeto di doppia cassa furioso e deciso, senza scordarsi delle sei corde che si cimentano in un riffing work impetuoso e devastante. Il brano si conclude improvvisamente con questi grugniti che abbiamo potuto udire di sfuggita a metà brano, nonché con un "muggito" finale che può strappare più di un sorriso. Anche in questo caso le influenze a cui fa riferimento la stessa band vengono a galla in maniera decisa, con richiami alla scena Thrash anni ottanta (per quanto riguarda alcuni riff di chitarra ed alla continua e persistente velocità di battuta da parte del batterista) e con quel tocco di Death imponente, caratterizzato da una voce profonda quando serve e grintosa nelle parti più taglienti di questa song. Il basso di Davide viene esaltato ancora di più che in precedenza, risultando di vitale importanza in alcuni momenti, capacissimo di sorreggere le due asce, ma soprattutto in grado di far risultare perfetta la sezione ritmica, non facendole conoscere ostacoli. Il testo è interessante quanto particolare ed irriverente, per quanto riguarda il paragone che viene fatto fra la nostra vita ed il cibo. Infatti, la nostra stessa esistenza viene paragonata ad un hamburger, il quale viene mostrato come un qualcosa di allettante ed appetitoso, ma che al suo interno cela della vera e propria "merda". "Continuo a pensare al bestiame e mi rendo conto che la vita è come un hamburger", con questa frase la band vuole farci rendere conto del fatto che siamo considerati anche noi della carne da macello, fatta per riempire i panini da consumare in sgraziata maniera. La vita è una vera e propria illusione, ma non è mai buona perché è dura da affrontare, senza contare che la morte viene a bussare alla nostra porta troppo in fretta. Stiamo solo cercando il macellaio adatto per essere fatti a pezzi e consegnati al miglior offerente. Il protagonista di queste liriche trasporta il suo carico di bestiame, ed appunto gli affiorano questi pensieri malsani che poi tanto malsani non sono, dato che anche la nostra carne è destinata a fare la stessa fine di quella bovina. Se per gli animali è un destino a cui non possono sfuggire, perché è l'uomo stesso a decretarne la fine, nel nostro caso siamo noi ad andare incontro ad un destino che potremmo liberamente evitare, ma che di fatto accettiamo. La superficialità con cui interpretiamo le cose non ci fa rendere conto di quale sia la verità, siamo destinati alla mattanza solamente perché non siamo più in grado di vedere al di là di quello che ci viene proposto.

Crashtest

Passiamo a "Crashtest", aperta dal rumore di accensione di un motore di una macchina, la quale una volta innestata la prima, viene spinta fino a schiantarsi. Subentra una bella chitarra ritmica molto pomposa che fa partire una batteria a cannone ed una voce nell'immediato graffiante e cattiva. La prima strofa è molto bella, ma soprattutto a risultare vincente è l'accompagnamento sonoro che gode di un riffing work bello potente nonché di una sezione ritmica di assoluto spessore. La velocità alterna momenti furiosi ad altri più controllati ma pesantissimi. Il singer dà sfoggio della sua ugola anche questa volta molto vicina alle vocals di band come Death e Carcass, e si lascia andare ad una interpretazione molto convincente. Laccio, con il suo drum set, è chirurgico nel suo incedere, così come tutti i compagni di squadra. La band non fa sconti, e semina il panico con una attitudine mortale accentuata da un cantato penetrante. Al minuto 2:00 sentiamo solamente la doppia cassa ed il basso che fungono da spartiacque ed al contempo da introduzione per una bella cavalcata sonora di grande spessore, fatta di continui stop and go i quali anticipano un assolo inizialmente breve ma intenso, che sfocia definitivamente in un ottimo esempio di intrattenimento con tanto di virtuosismi sia da parte della chitarra stessa che da parte di una batteria sempre sugli scudi. Si riparte con un'altra strofa sempre bella veloce e carica di pathos che chiude un brano meno elaborato dei due precedenti, ma altrettanto interessante per esecuzione e per la carica che riesce a trasmettere, impedendo all'ascoltatore di rimanere immobile durante l'ascolto. Il crash test è la forma di collaudo usata per verificare la sicurezza delle automobili. Esistono vari tipologie di impatto, ad esempio l'urto frontale, laterale ed il cosiddetto rollover, ovvero il cappottamento stesso dell'auto. Oltre a verificare, come detto, la sicurezza dell'auto, si cerca anche di capire quali danni possano avere le persone sedute nel veicolo in caso di queste tipologie di incidenti, e per fare questo vengono usati dei manichini atti appunto a simulare il comportamento umano in caso di impatto. Si è scoperto però che intorno al 1995 ed anche verso il 2005, venivano usati dei cadaveri travestiti da manichini per contenere i costi di produzione degli stessi, facendo scoppiare uno scandalo, di proporzioni enormi. Ma fu all'inizio degli anni '40 che i primi "morti" vennero impiegati per le fasi iniziali di questi esperimenti, e se anni fa veniva fatto tutto di nascosto, ora negli stati uniti si può, tramite espresso testamento, decidere di donare il proprio corpo affinché si riesca a studiare al meglio e di conseguenza prevenire quegli incidenti che ogni anno mietono milioni di vittime. Tutto questo discorso non è stato fatto invano, dato che il testo di questo brano racconta di questa persona (probabilmente creduta morta) che si risveglia a causa del rombo di un motore. Inizia a sentire delle sirene intorno a lui e questo motore accelerare fino a schiantarsi. L'esperimento viene ripetuto ed allora al nostro protagonista inizia a venire in mente il momento del suo sequestro, con queste figure in nero che parevano essere dei veri e propri demoni intenti a cercare qualcuno da sacrificare in nome della scienza. Il Nostro arriva quindi alla conclusione che non esistono Dei o persone che possano salvarlo e non riesce nemmeno ad accettare questo destino tanto crudele quanto beffardo. Un altro motore che si accende, ed un'altra interminabile corsa che attende solamente di essere arrestata da uno schianto mortale. Coperto di sangue, si rende conto di essere ormai a pezzi; la sua vita è stata spezzata contro la sua volontà. Se cerchiamo di estrapolare il significato di tale testo, possiamo arrivare alla conclusione che la vita non può essere condizionata da altre persone, non può essere spezzata a favore di una ricerca che si, potrebbe salvarne molte altre, ma che non può dipendere da fattori esterni non previsti. Anni or sono, sono stati fatti esperimenti allucinanti sul corpo di persone ancora in vita (basti pensare nei due conflitti mondiali) che hanno portato sicuramente dei benefici per la comunità, ma che purtroppo hanno visto sacrificare invano numerose vite torturate oltre al limite dell'immaginazione.

Waterwall

E' il turno di "Waterwall (Muro D'Acqua)", la quale viene introdotta da rumori lontanissimi che non fanno presagire niente di buono. Breve rullata ed è il momento di ascoltarci a cannone un bel riff con tanto di galoppata batteristica degna di questo nome. Quando il sound diventa più controllato arriva il momento di sentirci la voce graffiante del singer, il quale riesce a ricreare un alone distruttivo solamente con le proprie vocals. Improvvisamente la velocità aumenta esponenzialmente facendo risultare il sound molto Thrash ma al tempo stesso molto tecnico e coinvolgente. Il chorus è lento, ossessivo e dannatamente convincente, ed alla sua conclusione si riparte come un treno fino a trovare uno sbarramento dettato dalla voce che  rallenta la corsa generale. Un pre-chorus dal retrogusto Death, che colpisce per esecuzione e potenza. Il ritornello si ripresenta in tutta la sua forma, mentre le chitarre danno sfoggio di loro stesse rincorrendosi lungo una strada senza fine. Il culmine del brano lo si può trovare al minuto 2:38, dove un riff spietato dà il via ad un assolo interessantissimo e riuscitissimo, dove anche la chitarra ritmica viene coinvolta in un vortice di emozioni a ripetizione. Altro momento topico avviene proprio nel momento in cui questo assolo cessa di esistere, con un guitar riff spettacolare che ne accelera l'incedere fino a trovare una strofa finale che si conclude con quel suono iniziale lontanissimo, che lascia udire un rigagnolo d'acqua scorrere senza ostacoli. Ci hanno sempre detto di non aver nessun timore, ma come possono gli esseri umani trovarsi con la coscienza a posto sapendo di dover condannare migliaia di persone? Si ode un suono sordo, così lontano da non destare preoccupazione, eppure quando ci si accorgerà che questo muro d'acqua è li di fronte a noi, correre in preda alla paura non servirà assolutamente a nulla. In questo breve testo l'elemento acqua assume il significato di purezza, atto a lavare l'anima della gente bisognosa di purificarsi. D'altro canto però, non si può rimanere indifferenti dinnanzi alla frase "Ma come possono gli esseri umani avere la coscienza a posto sapendo di dover sacrificare migliaia di persone". Il richiamo verso tragedie causate dalla superficialità umana sono talmente tante da non riuscire più a contarle, ma in questo specifico caso, il tutto non può non rimandare alla mente la tragedia del Vajont avvenuta nel 1963 a causa della costruzione di una diga imponente, costruita su di un terreno inappropriato. Una noncuranza che costò la vita a quasi duemila persone. E' qui che la mania di grandezza dell'uomo, nonostante si avessero seri dubbi sulla tenuta del bacino sul quale si andava a costruire, fa diventare l'uomo stesso cieco ed incurante delle possibili conseguenze delle proprie decisioni. Oltre al danno economico (si parla di quasi novecento miliardi di lire per la costruzione), il vero danno lo dovette subire la popolazione veneta e friulana che si vide perdere non solo gran parte dei propri cari, amici e famigliari, ma anche un mutamento morfologico importante del territorio stesso. Questo dovrebbe, e dico dovrebbe, insegnarci qualcosa; ma come la storia a sua volta insegna, gli errori portano solamente errori. Sembra proprio che la capacità di immagazzinare e di imparare dagli essi venga meno quando si parli del dio denaro.

The Walking Dead

"The Walking Dead (Il Morto che Cammina)" inizia con dei veri e propri versi di zombie, per poi partire subito a cannone con una batteria che sfiora il blast beat ed una chitarra rovente al punto giusto. Dopo questa parentesi furiosa che funge da preambolo, una chitarra ritmica molto bella ed intensa si cimenta in uno stop and go malsano che viene enfatizzato da un'altrettanta disturbante voce, la quale riesce decisamente a far affiorare un senso di disagio. Senso che viene accentuato da una sezione ritmica potentissima ed alquanto consapevole di voler far male, riuscendo in pieno nell'intento. Altra sfuriata con tanto di martellamento ripetuto e costante, per poi trovare una bella sorpresa con un cambio di rotta repentino ma affascinante; ovvero, assistiamo ad una parte musicale terremotante ma non per questo veloce, caratterizzata da un impatto devastante, con una voce profonda caratterizzata da un growl leggermente forzato ma efficace dal punto di vista strutturale della song. Altro stop and go improvviso e la song cambia ancora una volta volto, complice una tecnica individuale da parte dei membri della band assolutamente indiscutibile. Si riparte con il chorus bello pompato e tirato per poi tornare su coordinate dal sapore Thrash e ri-catapultare l'ascoltatore in vortice tipicamente Death. Assolo ineccepibile accompagnato da una sezione ritmica precisa che si fa sentire volutamente bene, e conferisce dunque quel qualcosa in più a questo breve solo di chitarra. Le sonorità riprendono indomite il loro cammino e si va a concludere un brano bellissimo sotto il profilo tecnico, e profondo sotto il profilo emotivo. Profondo perché il senso di angoscia riesce a venire fuori ascoltando anche solo una volta questo brano, e le varie sfaccettature presenti non sono altro che un manifesto di violenza che i nostri Last Rites vogliono e riescono a darci. Sicuramente siamo di fronte ad uno, se non il migliore, degli episodi presenti in questo disco, dove l'headbanging è sempre dietro l'angolo e l'imprevedibilità è la sua caratteristica. Il testo si apre con la frase "Benvenuto nel tuo inferno" e questo inferno non è inteso come l'inferno metaforico di cui tutti parlano. L'inferno quello vero, è quello che viviamo tutti i giorni, vivendo in schiavitù ed incatenati al nostro destino. Ci trasciniamo continuamente ogni giorno, per sopravvivere, e lo facciamo come se fossimo lobotomizzati. Stesse azioni tutti i giorni, stesse abitudini e solita routine. Siamo proprio come degli zombie che camminano senza una meta, senza un perché e soprattutto senz'anima. Le parole "Morto, sei morto...Dentro!"  vogliono dire praticamente tutto, sono il fulcro di questo brano. La morte non è solamente quel momento in cui cessiamo di respirare od il nostro cuore smette di battere; la morte inizia molto prima, inizia dal momento in cui smettiamo di credere in noi stessi, inizia nel momento in cui non abbiamo un reale obbiettivo nella vita e cerchiamo di vivere alla giornata ripetendo continuamente le stesse azioni. In questa circostanza, un automa avrebbe forse più vitalità di noi e probabilmente anche più autostima. Il morto passeggia sulla terra, ed è proprio questo che molti noi fanno continuamente. Sopravvivere o morire, ma sopravvivere in questo stato catatonico non è forse peggio della morte stessa? I morti, quelli che non hanno capito il significato vero della vita, stanno venendo a prenderci.. di nuovo.

Infected Mind

"Infected Mind (Mente Infetta)" parte subito a raffica con una batteria che aumenta di intensità improvvisamente ed un riff incalzante e violento. Il basso martella come non mai, mentre la chitarra ritmica ad un certo punto viene lasciata per un brevissimo tempo sola, per poi far ripartire tutta quanta la strumentazione in attesa di una prima strofa. Strofa che arriva puntuale con una cattiveria percepibile e con quella particolarità che alterna il growl più oscuro con quello screaming tremendamente Death Metal. La song viaggia in maniera potente, veloce e spietata, mentre quando arriva il momento di ascoltare il ritornello, assistiamo ad un rallentamento generale atto ad esaltare la voce ruvida e graffiante del vocalist, con un ulteriore inspessimento di potenza che valorizza il suo incedere. Le chitarre svolgono un lavoro molto interessante, intrecciandosi perfettamente e creando un connubio devastante per portata sonora e soprattutto vengono valorizzate le doti tecniche dei singoli esecutori. Arriviamo ad ascoltare, dopo aver assaporato ancora una volta il chorus, una parte potentissima caratterizzata da una sezione ritmica in grande spolvero, ma soprattutto da una chitarra ritmica velocissima e da una voce tombale come non mai. Il riffing generale prosegue imperterrito, le corde vengono maltrattate al limite della sopportazione, mentre il drumming si assesta su di una doppia cassa molto veloce ed in generale di un uso sapiente di ogni componente dello strumento. La song è di per sé piuttosto lineare, forse anche un po' troppo, ma riesce nell'intento di non stancare minimamente grazie ad un ritmo serrato e a momenti di pura potenza sonora, il tutto espresso senza essere per forza iper-veloci. Il cantato dalla sua è più vario, oserei dire più putrido nel suo esprimersi malvagio e multiforme. In definitiva, un ottimo brano anche questo, che tiene alta la qualità complessiva del disco. La mente infetta, la nostra. Continuamente martellata dai media che continuano a dirci cosa fare e come agire e cosa scegliere. La miseria e l'oppressione dominano la nostra vita, e solamente i più forti avranno il privilegio di sopravvivere. La manipolazione continua che dobbiamo subire ogni giorno da parte di chi vuole tenere ignorante la gente per attuare i propri scopi, è il fulcro del fallimento della nostra esistenza. Bisognerebbe avere la forza di rompere una volte per tutte le catene dell'ignoranza, perché altrimenti non avremo più il controllo della nostra vita. Purtroppo siamo affetti da una cecità tale, che ci beviamo ogni cosa che ci viene detta, che ci viene proposta o che ci viene consigliato di fare. Bisogna però realizzare se queste cose siano effettivamente proposte per il nostro bene o solamente per il bene altrui, o peggio ancora, per arricchire chi già lo è lasciando la gente ai margini della società in balia di se stessa. Questi media ci inviano continuamente notizie e propagande che si installano nella nostra mente come fossero dei virus decisi a consumarci lentamente e facendoci perdere la cognizione della realtà. Controllare una volta per tutte la nostra vita, vorrebbe dire controllare il nostro destino, ma se non siamo pronti ad affrontare la vita senza farci condizionare da ogni cosa, allora meritiamo di essere infettati.

Realm of Illusion

E' il turno della settima traccia, ovvero di "Realm of Illusion (Regno dell'Illusione)" e l'inizio gode di un attacco di chitarra ritmica coinvolgente, sopraggiunto da una buona batteria che si scatena letteralmente, con una doppia cassa velocissima. Ad un certo punto tutto si ferma, e si sente solamente la sei corde di Dave che rimbalza da una cassa all'altra con una intermittenza spettacolare per poi lasciare spazio al singer, il quale attacca subito al collo con rinnovata violenza. Le ritmiche sono potentissime e non spingono mai troppo sull'acceleratore, ma il risultato è estremamente interessante e di sicuro impatto. Altra strofa e la velocità aumenta considerevolmente, con un drumming forsennato e le due chitarre che tessono una tela imponente e raffinata nell'introdurre ancora una volta un cantato estremamente efficace. La strofa che ne segue viene accompagnata in maniera perfetta da una sezione ritmica da brividi che vuole a tutti i costi piantare una morsa nella nostra testa, stringendola lentamente fino a farla esplodere. Le incursioni di Paolo sono da antologia, e richiamano parecchio lo stile Carcass per esecuzione e tenacia. Al minuto 2:53 assistiamo ad una sezione interamente strumentale che parte un po' in sordina per poi sfociare nel violento piacere con blast beat furiosi ed un assolo inizialmente fuori controllo, preso per le redini successivamente, diventando di conseguenza molto interessante da seguire. Alla conclusione, piatti e colpi di tom da parte di Laccio sembrano far concludere il brano, ed infatti si può sentire una risata prolungata con tanto di string stridente, espedienti che vanno a chiudere l'ennesimo brano veramente ed ottimamente ben riuscito. La prima frase che viene pronunciata nelle liriche vuol dire già tutto, ed è l'essenza stessa del brano: "Ogni giorno la stessa merda", l'essere umano vive in questo regno fatto di illusioni continue, vivendo la propria vita senza aver la possibilità, o meglio, la voglia di aprire gli occhi per rendersi conto di cosa è davvero importante, per costruirsi il proprio futuro. Il nostro orgoglio ci dice continuamente di cercare di affrontare le nostre paure, ma non possiamo realizzare questi sogni di libertà per colpa di persone che senza vergogna cercano continuamente di metterci e tenerci in ginocchio. Arriverà l'ora del loro declino, arriverà a sorpresa quel fatidico giorno in cui tutto cambierà, ed allora vi saluteremo sputandovi in faccia, perché è questo che vi meritate, cari oppressori. Ora però, continuiamo a vivere in questo regno fatto di illusioni, e finché non apriremmo una volta per tutte gli occhi, non alzeremo lo sguardo per capire realmente cosa dobbiamo fare di noi stessi, vivremo un'esistenza senza anima e torneremo a sguazzare nella fanghiglia dalla quale siamo venuti senza avere nemmeno la voglia di uscirne vivi.

Forgotten

"Forgotten (Dimenticato)" parte con un "colpo" di basso pesantissimo, raggiunto da chitarra e batteria che non fanno altro che appesantire ulteriormente il sound dei Nostri. Il suono viene ulteriormente arricchito dalla lead guitar che si manifesta minacciosa nel suo proporsi così schietto e penetrante. Dopo questa macchinosa introduzione, la prima strofa cantata da Dave alza la velocità trasportandoci in un vortice sonoro interessantissimo, dove growl e scream si alternano alla perfezione, conferendo una buona varietà di base. Alla fine della prima parte, l'assolo offertoci da Paolo è al cardiopalma e coglie l'ascoltatore quasi impreparato. L'attenzione si sposta verso un rallentamento repentino con un growl interessante ed una chitarra spettacolare nel creare una suspance incredibile. Quando il brano riparte, notiamo subito il lavoro mostruoso di basso di Davide che martella all'inverosimile, rischiando di far sanguinare le orecchie di chi ascolta. Si riprende con un'altra sezione cantata, ed ovviamente viene innalzato un muro sonoro imperioso che non cerca di far superstiti, mietendo solo vittime. Ottimamente eseguite come al solito le parti in cui la velocità viene meno, puntando prettamente sull'impatto. Ed in effetti, l'effetto voluto è pienamente riuscito, esaltando le caratteristiche tecniche di ogni membro della band. Momento assolo e si riprende a schiacciare sull'acceleratore fino a che non si ha più benzina, travolgendo ogni cosa capiti attorno. Al termine, altro rallentamento a favore di una buona parte strumentale piuttosto lenta, che però viene interrotta ancora una volta da un altro solo iper veloce che lascia spazio ad un maltrattamento finale di tamburi, che sembra decretare la fine del brano. Dico sembra, perché in effetti questo pezzo non si conclude qui, ma si lascia andare ad un'ultima strofa per poi concludersi definitivamente. Sembra quasi di assistere ad un ultimo respiro che sembri far morire il brano, il quale (con le ultime forze rimaste) riesce però ad inalare un'ultima boccata di ossigeno per vomitarci addosso le proprie, ultime volontà. Anche in questo caso siamo di fronte ad un buon brano, magari non eccellente come i due precedenti, ma sicuramente ottimamente strutturato e variegato, con buone variazioni e soprattutto di grande personalità. "Dimenticato", sembra voler essere il pensiero di chi viene abbandonato a morte certa; anzi, il pezzo sembra voler raccontare la coscienza di un essere effettivamente morto. Il protagonista si rivede nella tomba, sotto terra, e capisce che in questo terreno verrà inesorabilmente dimenticato da tutti. Non c'è una via di uscita da questa sepoltura, non esiste una luce che lo possa guidare verso una qualsivoglia salvezza, e soprattutto, non esiste una fede che possa alleviare il suo tormento. Arriva l'inverno, e nessuno si scomoda più ad andarlo a trovare, a portargli un fiore, a donargli un bacio; quasi perde anche il suo nome perché si sente terribilmente solo ed ha paura che nessuno più lo nomini o lo riconosca. Siamo tutti dimenticati, soli , siamo lo spreco di questa vita; l'unica cosa rimasta di noi è il nome sulla lapide. Regnano le ombre, e non possiamo scampare al buio eterno. Abbandono e solitudine, questo è il nostro destino, perché siamo semplicemente morti.

Soul Reaper

Parte con un attacco frontale "Soul Reaper (Mietitore di Anime)" con una brevissima introduzione, potentissima, che lascia immediatamente spazio all'ugola di Dave, il quale non si esime (con il suo screaming malefico) dal pugnalarci dritto allo stomaco. Alla conclusione di una prima strofa molto bella, assistiamo ad una cavalcata imponente che si dirama con un blast beat velocissimo per poi riprendere con una seconda strofa sempre caratterizzata da un'ottima interpretazione vocale da parte del singer. Si alternano momenti più controllati a sfuriate sonore vere e proprie, dove l'attitudine Death emerge in maniera preponderante. Così come anche le parti tipicamente thrash, dove il lavoro della sezione ritmica è veramente da applausi. Diciamo che i primi due minuti di questo brano brano possono essere messi tranquillamente in loop tanta è la bellezza di questa prima parte. Le parti sovraincise di voce (growl e scream) sono assolutamente azzeccate, e se da una parte svolgono un compito prettamente funzionale a rendere il brano più completo, dall'altra il tutto risulta anche un piacevole compromesso tra potenza e brutalità. Dopo un'altra ottima parte lenta e soffocante, con piatti che "volano" da ogni dove, giunge il momento tanto atteso dell'assolo, il quale si esibisce su scale medie e non forza mai in virtuosismi non necessari, ma piuttosto punta molto su di un tapping bel calibrato ed interessante. Si riparte con una voce ancora più ruvida se vogliamo, per poi lasciare spazio ad una cavalcata imperiosa intramezzata da furiosi blast beat che smorzato l'attitudine tipicamente Thrash per abbracciare il Death più oltranzista. Bellissima anche la parte sul finale in cui la chitarra ritmica accompagna lo screming e si lascia andare sul finale su ritmiche sciolte e disinvolte, che concludono insieme ad un ultimo vocalizzo, l'ennesima song riuscita di questo "Unholy Puppets". Veramente un pezzo di classe in cui emerge ancora una volta la tecnica e tutte le influenze della band, che si mescolano per ricreare un qualcosa di personale e soprattutto di affascinante. Questo rapitore di anime si palesa davanti a noi con l'intento di portarci con lui verso l'ignoto. Lo dice a chiare lettere: "Dimentica il passato, è arrivato il momento. Devi venire con me", e noi non possiamo fare altro che seguirlo. Ci dice che niente può cambiare il nostro destino, è inutile urlare perché nessuno potrà sentire le nostre grida strazianti. Ci consiglia di tenerci l'ultimo respiro per alimentare la sofferenza all'inferno, perché forse non è ancora chiaro che la nostra vita sta per finire. Come se dovessimo uscire per una serata, ci consiglia di prepararci perché è arrivato finalmente il momento di morire. Una volta arrivati negli inferi, l'unico compagno a cui fare riferimento sarà solamente la fiamma che ci brucerà intorno continuamente. Non possiamo minimante immaginare cosa ci aspetta, una volta varcati i cancelli del regno oscuro, la punizione sarà così terribile da farci dimenticare la vita stessa e tutti i suoi vizi. Arrivati a destinazione udiamo la frase "Ora sei mio", e capiamo che non apparteniamo più a noi stessi, ma siamo in balia del demonio nella sua forma più pura ed orribile. Ci lasciamo il mondo alle spalle, ci dimentichiamo del sapore della vita e della sua bellezza; la nostra anima ormai è di sua proprietà, ed è tempo di morire.

God's Slave

Ultimo brano, e parliamo di "God's Slave (Schiavo di Dio)"; la cosa che salta subito all'orecchio è un suono di chitarra che si avvicina molto lentamente, ma non è la solita distorsione precisa e potente, bensì il tutto risulta leggiadro nel suo avvicinarsi ma al tempo stesso minaccioso e lugubre, complice soprattutto l'avvento della seconda sei corde. Ad un certo punto Laccio maltratta il rullante come per dire: "Ehi, ora si fa sul serio", ed in effetti si parte alla grande con un timbro Thrash che muta forma nel Death più becero, con una voce graffiante ed un suono violentissimo. Si continua su queste coordinate, e non si avverte un minimo di respiro tra una strofa e l'altra, nemmeno quando le sonorità si fanno più "tranquille", complice il fatto che l'atmosfera emanata è altamente disturbante. Altra strofa, breve ma intensa, e ritorniamo su timbriche quasi sulfuree che non lasciano presagire niente di buono. Ancora una volta il basso è protagonista in questa parte di brano, reggendo da solo un comparto strumentale di grande spessore. Al minuto 2:26, si cambia registro, non tanto per intensità, ma percepiamo un'anima Black metal grazie alla chitarra di Paolo, che è bravissimo ad innalzare un'atmosfera oscura, ed all'altrettanto bravo Laccio con il suo doppio pedale a martello. Parte bellissima per intensità che però si perde un pochino con una strumentale eseguita sì perfettamente, ma che non riesce a mantenere del tutto fissa l'attenzione dell'ascoltatore. Ci pensa nuovamente la lead guitars con un virtuosismo ineccepibile ed un assolo non esageratamente forzato, a rialzare i toni. Un assolo che viene lanciato a folle velocità con ancora quell'attitudine Black che alza sicuramente il livello di attenzione, questa volta. Il drummer, dal canto suo, svolge un lavoro impeccabile con il suo drum set, ed il brano prosegue su coordinate folli e velocissime. Inaspettatamente, quando il brano sembra volgere alla fine con tutta la sua carica distruttiva, sentiamo con piacere le sonorità di inizio brano, le quali si avvicinavano lentamente, ma in questo caso vanno a sparire sempre con grande calma e chiudono di fatto il disco. Sicuramente una degna conclusione per un lavoro veramente ben fatto, ed anche se possiamo trovare pochi bassi e molti alti, conferma il livello qualitativo generale ascoltato fino ad ora. In questo testo si cambia totalmente registro ed andiamo a parlare di visitatori venuti dal cielo che camminano sulla nostra Terra. S rivelano essere l'anello mancante della nostra evoluzione ed i loro geni vengono combinati con i nostri, creando una specie nuova. Questi viaggiatori hanno fatto di noi i loro schiavi, ed una volta abbandonato il nostro pianeta, se ne vanno con la promessa di ritornare e di dominare. Hanno combinato il nostro DNA, ci portano evoluzione, ci portano la tecnologia più avanzata, ma il potere che ci hanno conferito fa di noi, alla fin fine, i loro schiavi. Ci hanno reso quello che siamo veramente, loro sono i nuovi dei, e noi solamente i loro umili servitori.

Conclusioni

Arrivati alla conclusione di questo nuovo disco da parte dei Last Rites, possiamo affermare senza nessun timore affermare quanto la scena metal in Italia non solo sia viva e vegeta, ma pulluli di band di grandissimo valore. Questo lavoro parte con caratteristiche decisamente canoniche per il genere che i Nostri propongono, ma man mano che si prosegue con l'ascolto, il livello qualitativo è un continuo crescendo di emozioni e di potenza. I brani non seguono a livello lirico una precisa direzione, ma quello che li lega è sicuramente il disagio umano e la sottomissione da parte nostra praticamente a chiunque; situazioni o persone fisiche che siano. Che esso sia il male, noi stessi o qualche creatura venuta da un altro mondo, siamo destinati a soccombere perché non siamo in grado di aprire gli occhi e reagire, non sappiamo affrontare la verità. A livello prettamente musicale, invece, le song sono molto ben eseguite e si incastrano molto bene nel contesto Thrash/Death proposto, un binomio che risulta la fonte principale sulla quale ruota il loro sound. Le influenze alle band citate in fase di introduzione sono ben marcate, a volte anche troppo, ma non sminuiscono il valore complessivo di questo album. La voce di Dave ricorda molto lo screaming degli ultimi Death con qualche venatura tipica dei Carcass, le chitarre sono molto tecniche e denotano una preparazione fuori dal comune, grazie anche a trovate vincenti, e soprattutto non c'è quella voglia di strafare che per molti risulta una minaccia sempre in agguato dietro l'angolo. Per quanto riguarda l'influenza Thrash, anche qui non si possono non citare i Kreator, dove il riffing generale a tratti si avvicina molto alla band teutonica di Mille Petrozza. La sezione ritmica è impressionante, il drumming chirurgico e violento quando serve ed incalzante e ragionato quando il brano lo richiede. Il basso è a tratti fenomenale nel creare un muro sonoro devastante e potente, accompagnando perfettamente ogni singola nota di chitarra e ogni momento vocale. Anche la produzione è ottima in ogni sua parte, gli strumenti si lasciano ascoltare molto bene, indistintamente; tutti riescono nel compito non certo facile di dimostrare che la band ci sappia davvero fare. Arrangiamenti perfetti, mixaggio anche, ed il lavoro dietro la console di Giovanni Indorato sembra essere veramente sinonimo di qualità. Qualità che brano dopo brano aumenta sempre di più, facendo letteralmente godere l'ascoltatore che non ha nessun tipo di problema ad ascoltarsi tutto il disco in un fiato solo. L'esperienza fatta in compagnia di grandi nomi e l'esperienza accumulata nel corso degli anni deve aver fatto decisamente bene alla band di Savona, e se con i dischi precedenti già si intravedeva uno spirito personale ed un'attitudine veramente bestiale, questo può considerarsi sicuramente il miglior disco partorito fino a questo momento. Non resta che dire bravi, con la speranza che abbiano sicuramente più fortuna di quella che hanno accumulato in questi anni. Ottimo lavoro.

1) Children of War
2) Humanburger
3) Crashtest
4) Waterwall
5) The Walking Dead
6) Infected Mind
7) Realm of Illusion
8) Forgotten
9) Soul Reaper
10) God's Slave