LAST CODE

Heritage Of Pain

2011 - Autoprodotto

A CURA DI
SAMUELE MAMELI
06/02/2012
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Prendete carta e penna e segnatevi il nome di questo gruppo perchè ciò che son riusciti a concepire è di grande rilievo visto e considerato la giovane età e il potenziale sprigionato nel loro esordio discografico. Essermene imbattuto ha rinvigorito le mie papille gustative,onestamente ero titubante ma è bastata l'intro per distendere e rilassare i muscoli e godermi il platter che ha dato buoni segnali per il futuro, che di sicuro s'incrocerà in un prodotto superiore perchè,fare un passo indietro sarebbe veramente allucinante e francamente non voglio immaginarlo,sperando (tocchiamo ferro) che il cammino musicale sia longevo e prolifico.

Essi si chiamano Last Code e provengono dalla Sicilia,terra dai buoni riscontri musicali e di tradizione che in ambito heavy metal s'è fatta riconoscere per aver sfornato progetti di ottima portata come i Thy Majesty, Agghiastru, Inchiuvatu, Noble Savage, Berserker e tanti altri cui mi sfugge il nome. Nati dalla mente di Piero Virzì (chitarra) e Giovanni Giardina (batteria),riescono a creare  un progetto serio intorno al 2008 quando assoldano i restanti membri che rispondono al nome di Lorenzo Andriolo (basso), Diego Galati (tastiere) e Salvo Santoro (voce),iniziando a muovere i primi passi in sede live e a farsi una piccola fama all'interno dell'underground,così riuscendo a pubblicare il full lenght nel 2011 dal titolo Heritage Of Pain.

Musicalmente parlando,il quintetto ci propone sette tracce che spaziano in un progressive metal con venature power molto tastieristico,su binari già percorsi da act quali Shadow Gallery e Dream Theater,senza tralasciare riferimenti che mi conducono ai grandiosi Wuthering Heights, Arachnes e a qualcosa dei Dark Quarterer. Sostanzialmente non c'è e non s'inventa nulla di nuovo ma i brani sono tremendamente accattivanti e ben costruiti in grado di distrarci da quest’appunto,mostrando una padronanza strumentale apprezzabile e grinta a go go che per me è solo goduria.

Da un artwork intrigante che nasconde un rebus molto attuale per via della piramide Maya e degli orologi analogici con quadrante a lancette,si può intuire su che direzione vireranno le liriche,incentrate sulle paure e sugli errori che per natura,spuntano quando il destino ormai segnato non può che porre fine all'esistenza,immaginata per il famoso 2012.

Seguendo il logo,anch'esso in sintonia con i geroglifici del popolo precolombiano,lascio scivolare l'indice sul tasto play per farmi ammaliare dalla prima e strumentale in scaletta “The Last Baktun” che sopra un tappetto di keys e note striminzite di guitar disegna uno scenario epico e angoscioso che in crescendo sfocia in un muro sonoro prorompente e interessante; il conto alla rovescia ha inizio.

Partenza in stile Virgin Steele per “Empty Sphere”,song power oriented dall'anima eroica che da un andamento ragionato e articolato si butta a capofitto in un bellissimo ritornello da spalancare le palpebre,grinta e potenza da agitare gli arti inferiori,anthemica e travolgente che tra cavalcate,assoli,accelerazioni e virtuosismi,ne fa il mio episodio preferito mettendo in chiaro le buone doti dei membri; amore a prima vista. “Heritage Of Pain” mi accarezza con echi di Black Jester e Moonlight Circus, liriche catastrofiche sono accompagnate da un buonissimo lavoro di tastiere in evidenza,capaci di tracciare melodie toste senza nulla togliere al compito superbo della sezione ritmica che tra ripartenze e partiture ragionate,ne fornisce un pezzo intenso pregno di feeling; song ben arrangiata che non disdegna rilasciare emozioni. Si passa a “Judgement Of Fate”,atmosfere leggiadre tendono la mano a ritmiche incalzanti che la lanciano attraverso riff serrati e keyboards decise, in un esempio di prog metal dalle ammiccanti armonie,sbandierando una track cangiante ben eseguita che vi porterà ad ascoltarla ripetutamente per assaporarla appieno,da lodare l'esecuzione dietro le pelli.

Una chitarra ricca di passione introduce “Abandon”,una semi ballad profusa da note pianistiche colora un estratto dal mood sofferente e triste senza tanti fronzoli, conservando linee chitarristiche profonde in un insieme tutto sommato toccante. “Land – One” è in pieno stile Shadow Gallery, un articolato pianoforte lievita sopra l'inferno della terra che dal basso  emana colori e odori attirandolo a sé e soffocandolo col wall of sound esplosivo dal leit motiv affascinante,si sgretola attraverso diverse trame furenti in continua lotta con schemi lungimiranti,estremamente suadente. “The Day That Should Never Arise” chiude in bellezza il cd,la più progressiva del lotto con i suoi cambi di tempo e atmosfera, impostata su un'intelaiatura solida ed elaborata, non lascia respiro,un rincorrersi di note che investono la mente dalle più svariate sensazioni,lambendo nell'intermezzo persino sonorità jazz – fusion, non manca nulla, impeto ed energia che tocca l'apoteosi sull'epilogo quando un coro epico alla Domine rabbrividisce e commuove,ponendo fine a una track superlativa,costruita con dovizia estrema.

Termino,invitandovi a dare un'ascoltata a questo disco perchè di sicuro apprezzerete,con una migliore produzione e piccoli accorgimenti in seno alla voce,sopratutto nelle tonalità basse, si può tranquillamente gridare al miracolo e dar maggior credito a una delle future realtà che con un po' di originalità in più,avrà pochi rivali... bravi.


1) The Last Baktun
2) Empty Sphere
3) Heritage Of Pain
4) Judgement Of Fate
5) Abandon
6) Land – One
7) The Day That Should Never Arise