LAMB OF GOD

VII: Sturm Und Drang

2015 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
12/12/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Eccoci nel 2015 dei Lamb Of God, i quali ormai hanno raggiunto ben quindici anni di carriera nel mondo del groove/metalcore americano, attraversando diverse fasi nei loro sette album in studio (otto se contiamo l'inizio "apocrifo" come Burn The Priest) ed incontrando tanto il favore del pubblico appassionato al genere, quanto l'odio dei suoi detrattori più ferventi; formati come sempre da John Campbell (basso), Chris Adler (batteria), Mark Morton (chitarra), Randy Blythe (voce) e Willie Adler (chitarra), la band statunitense si ripresenta con "VII: Sturm Und Drang - VII: Impeto E Tempesta", il primo album prodotto dopo le disavventure del cantante, accusato dell' omicidio colposo di un diciannovenne morto durante un loro concerto del 2010 a Praga per ferite alla testa ed incarcerato nel 2013, anche se con responsabilità diminuite nel verdetto finale. Superata l'esperienza ed uscito dal carcere, il nostro si mette subito al lavoro, e dopo il documentario al riguardo "Ashes To Burn" del 2014 i nostri tornano in carreggiata con il lavoro qui recensito; si tratta probabilmente della loro opera più matura, tematicamente toccato (ma non dominato) da quanto vissuto da Blythe, e con un suono che non rinuncia certo ai connotati moderni e alle tendenze care ai nostri, ma che sa riprendere alcuni esperimenti, passati e recenti, e riproporli in modo funzionale all'interno dei singoli episodi. Ecco quindi parti rocciose, ma anche alcune emotive e più atmosferiche, così come sezioni alternative, ed ecco che torna un migliore uso delle parti vocali in pulito da parte del cantante, così come una tendenza sperimentale decisamente più matura e calibrata; la produzione è pulita e moderna, gestita da Josh Wilbur, ma evita gli errori del passato non rendendo tutto patinato ed inoffensivo, mantenendo anzi il mordente degli strumenti senza eccedere in un senso o nell'altro. Intervengono anche nomi eccellenti del mondo del metal alternativo statunitense, ovvero Chino Moreno dei Deftones nella quarta traccia e Greg Puciato dei The Dillinger Escape Plan nella decima, quasi in una dichiarazione d'intenti e supporto ai nostri, ma in generale il songwriting si mantiene forte e coerente anche quando è in mano solo alla band principale, evitando certi percorsi senza uscita del passato e finalizzando il tutto alla struttura e al crescendo; insomma un'opera matura, probabilmente la migliore e più completa della loro discografia, la quale ci presenta un gruppo che negli anni ha visto, pur con qualche passaggio minore e tentativo non riuscito, un'evoluzione che ora finalmente paga del tutto. L'edizione qui recensita, l'inevitabile digipak, completa il tutto con due ottime tracce bonus, "Wine&Piss" e "Nightmare Seeker (The Little Red House)", le quali non sono certo state escluse per difetto; insomma un finale, per ora, con i fuochi d'artificio per questi alfieri del metal americano moderno, i quali hanno annunciato di volersi prendere una lunga pausa dalle scene, anche se ancora non è chiaro da quando e per quanto tempo.

Still Echoes

Si parte con "Still Echoes - Ancora Riecheggia" e con il suo riffing circolare con piatti cadenzati; ecco che esso esplode in una cavalcata in doppia cassa insieme alle grida del cantante. Al ventiduesimo secondo parte una sequenza claustrofobica e serrata piena di passaggi squillanti, dove il growl secco di Blythe trova perfettamente posto; così anche le impennate tecniche giocate su dissonanze. Parte quindi al cinquantaquattresimo secondo il ritornello incalzante dai movimenti vocali supportati tanto dal drumming robusto, quanto dalle chitarre furiose e precise; esso sfocia di conseguenza in una sezione meccanica dai giochi tecnici non troppo dilungati, al quale sfocia di nuovo nella cavalcata decisa dal gusto thrash. Al minuto e trentasei voce lasciva, basso e piatti creano una digressione, la quale lascia posto però presto ai ritmi squillanti; si ripropone poi il ritornello incalzante, con le stesse alternanze. Ma la cifra tecnica è alta,. E subito si cambia registro con una marcia rocciosa, la quale viene intervallata da bordate, prima di lanciarsi in una direzione bellica lenta, ma pesante, dove grida cupe e toni growl si legano a chitarre taglienti; la tempesta lascia poi il passo ad una momentanea quiete, con una pausa giocata su melodie epiche e sospiri, mentre la batteria segna il passo in modo ritmato. La logica conseguenza non può essere che un ritorno al ritornello vorticante, vero perno del brano, il quale ripropone un Blythe in fase orco ed assoli appassionati, completando in una corsa finale trionfale l'episodio, il quale però non rinuncia ad una coda più tecnica, ricca di giri circolari squillanti; un ottimo biglietto da visita per l'album, il quale ci mostra una band che non ha certo rinnegato il passato, ma che è ormai scafata e sa dosare gli elementi nelle porzioni giuste e al momento opportuno. Il testo tratta in modo molto astratto e universale del ricordo della brutta esperienza del periodo passato in cella da parte del cantante a seguito del suo attesto per le vicende di Praga del 2010, e alla ghigliottina usata dai nazisti durante l'occupazione, la quale si trovava vicina alla sua cella; migliaia di teste sono state tagliate di netto dai loro colli, fino alla fine della camera, da parte del protagonista. La lama dell'impero è assetata e splendente di rosso, mentre risuonano le loro grida; si tratta di un cimelio rovinato, passato tramite pugni di ferro, in una vergognosa casata del destino funesto, una dinastia del decadimento, creata su una verità dolorosa. Mille anni di fallimenti, mille anni in cui hanno sanguinato, per l'orso, la guerra lampo, e il santo padre, modestamente hanno fatto il loro tempo, contando i giorni mentre imbrigliati nelle loro manette arrugginite; occupati in eterno alimentavano al stella rossa, mentre i conigli diventavano sciacalli. "Soviet hangover, eastern bloc. and dirty money still flows through locks. A killing ground of rebels, black marketers. Restrained but there's no resistance here. Southeast Asia in a Euro cellblock. Saigon's children conceal what they've got. The opium trail runs west through here. They're selling disease to erase all your fears - Sbornia sovietica, blocco dell'est a soldi sporchi continuano a fluire da serrature. Un campo da battaglia per ribelli, marcanti illegali. Oppressi, ma non c'è resistenza qui. Il sud-est asiatico in un blocco di celle dell'Europa. I figli di Saigon nascondono quello che hanno. La traccia dell'oppio va verso ovest passando da qui. Vendono una malattia per cancellare tutte le tue paure" continua il testo, ripetendo poi i versi precedenti in una sorta di filastrocca; la storia del paese in cui si trova e i vari occupanti della galera vengono usati in modo astratto con allegorie ed immagini, ricreando l'ambiente della prigione nelle sue sensazioni.

Erase This

"Erase This - Cancellalo" presenta un groove simile a quello di "Laid To Rest", brano di "Ashes Of The Wake", con una sorta di auto citazione interna, se vogliamo; essa ci accoglie quindi con un feedback presto sostituito da trame marziali e fraseggi tecnici. Quest'ultimi si legano poi ad un'impennata di batteria picchiettante; al ventisettesimo secondo Blythe interviene con il suo tono secco, coadiuvato da giri circolari in loop e melodie oscure in sottofondo, creando una bella sequenza claustrofobica. Al cinquantatreesimo secondo abbiamo invece una corsa melo death, elemento non certo inedito per i nostri, la quale prosegue dritta in un ritornello sincopato dai cori aggressivi e dalle aperture ariose; esso prosegue ritmato fino al minuto e trentadue, dove invece evoluzioni più tecniche e melodiche trovano terreno fertile. Si riprende quindi con i toni più robusti e diretti, riproponendo la tensione iniziale, e collimando ancora una volta nei passaggi squillanti di scuola svedese, così come nel potente ritornello incalzante, dove le vocals effettate trovano corrispondenza nei movimenti di chitarra stridenti; ecco che al secondo minuto e quarantanove una serie di bordate e giri circolari riportano l'attenzione sui suoni iniziali, stupendoci poi con loop effettati dal sapore allucinato. Essi si ripropongono, ripresi poi da suini più convenzionali, mentre Blythe riprende con il suo growl; ma le cose si mantengono interessanti grazie ad un assolo elaborato dalle scale tecniche. Si ritorna quindi alla corsa melodica, la quale dopo una breve cesura rocciosa lascia il passo nuovamente al ritornello pulsante e ai colpi metallici di batteria; d'obbligo la coda successiva, giocata su scale squillanti, quasi orchestrali, presto però interrotte da una bordata che porta tutto al silenzio con un ultimo feedback di chitarra. Il testo tratta dell'influenza negativa del vittimismo, sia su se stessi, sia sugli altri, riprendendo un tema caro a Blythe il quale ne ha spesso parlato nei suoi testi; il giustificare è un mezzo per un fine che è appena iniziato, legittimando il conflitto che ha reso l'interazione inutile. Una futilità definita, mentre ci guarda attendere un allineamento propizio del destino; così senza idea, così sempliciotto da essere un crimine, e questa volta il narratore non può trovare la voglia di salvarci. Ci chiede di tenerlo sottocchio, impossessati dal disprezzo, in un'irrilevanza dolorosa; veloci nell'esplodere, con un impulso ad incriminare, trovando difesa per l'incompetenza; per quel che vale era finita prima di iniziare, ciechi nella ricerca nessuno ci guidava, e abbiamo attraversato una linea nella sabbia, rimanendo isolati mentre cadeva dalle nostre mani. "Victimize, cast off, forgotten daughter, play the martyr. So they sympathize with your condition and your position. It's strategic how your misfortune became so fortunate. Oh, it must be torture keeping up with it. Consider me disengaged and find a better character for your stage. Only ever more, still keeping the score, is there. Enough for you. Keep one thing for sure, stay pure saboteur, it's simply what you do - Vittimizza, esilia, figlia dimenticata, fai la martire. Così hanno simpatia per la tua condizione e posizione. E' strategico come la tua sfortuna diventa una fortuna. Eh, deve essere stata una tortura continuare con questo. Considerami licenziato e trova un attore migliore per la tua sceneggiata. Solo una cosa, continua a tenere il punteggio, è qui. Basta con te. Dai le cose per scontate, rimani come un puro sabotatore. E' facile quello che fai" prosegue il testo, mentre cancelliamo tutto, e lo sostituiamo con qualcosa in cui speravamo, e tagliamo le corde che legano spezzando il cerchio; vengono poi ripetuti i versi iniziali, reiterando il concetto.

512

"512" offre un'introduzione solenne con arpeggi squillanti e drumming sospeso, dove s'incastrano dilatazioni notturne; ecco che al ventesimo secondo parte insieme alle chitarre oscure una marcia con vocals narrative di Blythe. Abbiamo poi giri circolari epici, i quali tessono una trama melodica presto però interrotta da una ripresa delle falcate thrash; ora le dissonanze si accompagnano ad un growl maligno, il quale prosegue in un'atmosfera non certo serena. Parti quasi crossover con punte pulite prendono posto, collimando poi in un ritornello gridato, sorretto da chitarre melo death e batteria cadenzata; esso viene poi ripreso da giri stridenti e malinconici, continuando con l'atmosfera insolitamente sommessa, ma sempre violenta, del pezzo. Blythe acquista toni sempre più distorti, mentre il loop di chitarre sinistre si staglia ancora in lontananza; riesplode furioso il ritornello, mentre la strumentazione prosegue con il proprio impeto, consumato poi in rullanti di batteria in doppia cassa e assoli vorticanti dilungati. Le derapate proseguono altezzosamente fino ad una cesura improvvisa, con vocals striscianti e chitarre squillanti; ma anche essa ha vita breve, sostituita da una ripresa delle grida angosciate e dei loop severi di chitarra, ricchi però anche della melodia portante, malinconica. Si esplode quindi in un tripudio incalzante ed emozionale, il quale trova conclusione solo dopo aver consumato la sua energia con isterismo sonori e vocali, per uno degli episodi più nervosi ed emotivi del disco; una digressione completa il tutto riportandoci verso il silenzio, prima del brano successivo. Siamo a tre brani, e già il lavoro si conferma come il più maturo e deciso della band, privo di fronzoli, ma capace di incorporare gli esperimenti tecnici del passato, all'interno della matrice aggressiva originaria dei nostri; un metal moderno che mantiene le radici hardcore, legandole a vari elementi della scena post anni duemila. Il testo prosegue il tema del primo pezzo, ovvero la vita in galera affrontata dal front man a seguito dei fatti , con un riferimento ad una delle celle dove ha soggiornato; sei sbarre sono situate contro il cielo, e quattro vuote mura riempiono il tempo, e basta una parola sconsiderata per perdere la propria vita, mentre un mondo greve ci attende dentro. Istinti di sopravvivenza da licantropo ci portano ad abbracciare la bestia e perseguitare il debole, risvegliandolo dentro, oppure provando brividi lungo la schiena; il tempo scivola senza che vi sia pace in vista, mai denti del tempo continuano a mordere. "My hands are painted red, my future's painted black, I can't recognize myself, I've become someone else. My hands are painted red. Another number quickly learns the rules. A hidden burner waits to point at you. Talk isn't cheap here, bleed out in payment - Le mie mani sono tinte di rosso, il mio futuro di nero, non mi riconosco, sono diventato qualcun'altro. Le mie mani sono tinte di rosso. Un altro numero impara velocemente le regole. Un bruciore nascosto aspetta di indicarti. Qui non si parla a sproposito, sanguini come pagamento" continua il testo con chiari riferimenti alla situazione, mentre in un'amnesia schizofrenica diciamo addio a tutto ciò che conoscevamo ed amavamo, e l'unica vita che avevamo fuori; gli altri hanno comprato il biglietto, ma la corsa tocca a noi affrontarla. Vengono quindi ripetuti ancora i versi, con i vari riferimenti visti alla vita in prigione, le sue dure regole, e l'alienazione che comporta; tutto fin troppo vero per il cantante, che esorcizza qui quanto passato. 

Embers

"Embers - Braci" vede come ospite Chino Moreno dei Deftones, nome eccellente della scena alternative metal, inizialmente associati alla corrente nu metal (più per questioni anagrafiche a dire il vero, dato il loro sound sin dagli inizi votato, anche, ad atipici elementi della scuola post rock e shoegaze); essa parte con un riffing insolitamente in mono, coadiuvato da una batteria che sembra quasi uscita da un demo black metal, ma presto il volume si alza con una ripresa della corsa in modo chiaro e diretto, già ricca di una melodia appassionante. Blythe prende posto con il suo growl al quarantanovesimo secondo, mentre le chitarre assumono falcate squillanti dal gusto sincopato, così come la batteria si da a rullanti continui; si passa poi a rullanti di pedale, i quali alzano al tensione. Troviamo una cesura con parti sospirate, la quale fa da apripista al ritornello epico con doppia voce, dove vocals e strumenti giocano il tutto per tutto puntando all'esaltazione sonora, raggiunta decisamente; si riprende quindi con i riffing circolari e le grida cupe di Blythe, ripetendo la sequenza già incontrata fino allo sfociare nuovamente nel bel ritornello, orchestrato con maestria dai nostri per uno dei momenti migliori del disco. Al secondo minuto e quarantasette dopo un montante abbiamo un arpeggio delicato, seguito da un epocale parte cantata da Moreno, in duetto con le grida improvvise del front man principale, aggiungendo il suo tipico pathos al tutto; una somma delle parti encomiabile, che porta un elemento esterno nel suono dei nostri, arricchendone di sicuro al tavolozza sonora. Continuiamo con un basso greve, il quale sfuma in digressione terminando così il pezzo; ennesima conferma di un disco che continua a sorprendere in positivo anche grazie a scelte azzeccate come queste sul campo delle collaborazioni. Il testo tratta delle relazioni inter - personali, e di come una mancanza improvvisa può influenzarle in modo devastante con amare conseguenze; raccogliamo le ossa e le distendiamo nella luce del Sole, creando una traccia come di occhi. Nessuno potrebbe sapere, mostrando per tutti buchi nelle nostre anime che disprezziamo, con pietre e legno monumentali, con resti ghiacciati nel tempo; portato da solo il peso, sapendo che era l'unica cosa da fare per sopravvivere. Solo i tizzoni rimangono, rifiutandosi di spegnersi, e mantenendo la luce per trovare la propria strada, mentre il nero diventa grigio; "Scatter the dust, what we once held in our hand. Seems was never at all gone in a gust, not ours to understand, an agony perpetual. Holding my breath and close my eyes, for a second I can see you again. Motionless, like that day we lost who we both should have been - Spazza la polvere, ciò che una volta tenevamo nelle nostre mani. Sembra che non se ne sia mai andato in una folata, non nostro da capire, un'agonia perpetua. Tenendo il respiro e chiudendo gli occhi, per un secondo posso rivederti. Senza movimenti, come nel giorno in cui abbiamo perso quello che entrambi dovevamo essere" prosegue il testo, mentre il nostro poi ricorda mentre guardava la persona venuta a mancare, una donna, sdraiata e rigida, aspettando che la notte senza fine si tingesse con l'alba. Ma non cambia mai, nessuno può ora respirare, e questo lo tiene sotto e trascina giù, spezzando ciò che era stato reso uno in due; una morte, un lutto che porta disarmonia, anche se rimane una luce debole che può ancora guidare verso il superamento della cosa.

Footprints

"Footprints - Orme" offre un inizio con terremoti di batteria e chitarre serrate, in un ritmo spezzato ripetuto; ecco che si aggiungono rullanti martellanti, in una velocità crescente. Blythe parte con i suoi toni graffianti, seguito dai giri di chitarra e dalla batteria cadenzata, mantenendo il tutto vivace; largo poi a loop a motosega, supportati dal basso greve, fino all'inizio del ritornello lanciato, il quale certo non sorprende, ma fa la sua bella figura. Veniamo nuovamente tempestati dai colpi secchi di drumming, ritornando sulle coordinate precedenti, per un pezzo tellurico che coglie a piene mani dal passato della band, in modo forse lineare, ma anche competente; si ripropongono dunque i giri ronzanti, così come el aperture più ariose del ritornello deciso e ritmato. Al secondo minuto e ventidue un fraseggio fa da cesura con una digressione, collimando poi in una corsa a tutto spiano fatta di chitarra e batteria; prendono poi strada suoni metallici ed evoluzioni più taglienti, con claustrofobie di scuola Meshuggah che i fan del gruppo riconosceranno di certo. Si finisce ancora una volta dopo una marcia martellante verso l'inevitabile ritorno al ritornello, introdotto da impennate spezzate con un espressione in pulito di Blythe, che termina con un grido; seguiamo quindi le declamazioni del cantante unite ai colpi di chitarra e batteria, fino alla coda finale, basata su bordate thrash ripetute con grida dilungate e rullanti di pedale, fino alla conclusone improvvisa. Un episodio diretto e semplice, non tra i più sorprendenti del disco di certo, ma non deludente nella sua esecuzione; il gioco rimane sempre nelle mani della band, decisa e sicura di se. Il testo tratta di temi ecologici, prendendo spunto dalla vita trascorsa vicino al mare durante la creazione dell'album da parte di Blythe, il quale ha potuto osservare il comportamento non corretto dei turisti durante il periodo estivo; una sanguisuga umana striscia nel campo visivo del narratore, mentre un discorso vuoto ne spezza la concentrazione, disgustandolo, mentre guarda l'essere pieno di menefreghismo che inquina lasciando una cicatrice nel paesaggio. Si chiede se è pronto per la notte, pronto a sua volta a stenderlo come il Sole che cala, sopportando solo altre quattro parole, e chiedendosi come diavolo pensa l'altro che finirà tutto questo; uno sporco snob, che impone i suoi modi ignobili da parassita, un trucco in una guerra stagionale di resistenza, un maiale senza pensiero, indolente e gonfio, il quale crede che ciò che consuma deve essere tolto da altri. Ora è troppo, mentre il testo continua con "The swollen fingers of the modern age. The human condition in a gross display. Are covered in the grease of indulgence. Anemic and weak with intemperance. Clutching at the latest distraction. Breeding a most savage reaction - Le dita gonfie dell'età moderna. La condizione umana in una mostra grottesca. Sono coperti in una patina d'indulgenza. Anemici e deboli con intemperanza. Frizionando con l'ultima distrazione. Alimentando una reazione più selvaggia", e il nostro prova un bisogno violento di dire la verità, ovvero che l'altro non è benvenuto; un messaggio chiaro lanciato con un dialogo minaccioso con toni da guerra, per esprimere l'essere stanchi di una situazione che si ripete.

Overlord

"Overlord - Signore" è una sorta di ballad che fa largo uso della voce pulita; essa parte con un arpeggio acustico e delicato, il quale si protrae aggiungendosi poi a movimenti progressivi. Blythe si mostra per la prima volta nel disco con la sua voce naturale, sorretto, da una batteria strisciante e suoni delicati; al cinquantacinquesimo secondo un montante thrash annuncia il ritornello con punte più cupe e gridate, ma sempre melodico e controllato. Siamo qui nei territori del rock alternativo anni novanta, tra suggestioni alla Stone Temple Pilots e movimenti felpati; riecco quindi l'andamento precedente, sempre strisciante e dilatato, tra arpeggi e ombre sonore delicate. Si collima ancora nel montante e nel successivo ritornello più energetico, giocato sulle armonie vocali e sulle melodie ariose; al secondo minuto e quarantasei anche un assolo squillante trova posto, completando il sapore classico del pezzo, mentre Blythe prosegue con la sua voce votata alla melodia, puntellata da alcuni grida improvvise. Ecco che all'improvviso scoppia il non tanto inaspettato pogo serrato di riffing tagliente e batteria marziale, creando un terremoto sonoro sul quale il growl si libera finalmente dall'esilio auto imposto; si evolve di conseguenza in una corsa ricca di giri decisi e colpi possenti di drumming, scossa dal cantato greve di Blythe, ed aperta da bordate rocciose di sana scuola death/thrash, con tanto di rullanti di pedale. Non sorprende però la digressione che all'improvviso riporta tutto sulle direttive iniziali, con fraseggio presto raggiunto dal ritornello melodico con voce effettata in chiave melodica, riproponendo le atmosfere delicate precedenti; si crea dunque una coda finale, che solo nella punta vede nuove grida e bordate imperanti di chitarra, fino all'ultimo verso in riverbero e la digressione di chitarra in feedback. Tutto sommato non il punto più alto del lavoro, anche se questa volta non possiamo lamentarci sul lato tecnico; una scelta insolitamente "retro" per la band, forse da vedere come un ennesimo esperimento per allargare i propri orizzonti. Il testo tratta dell'ossessione per se stessi, della tendenza a mettere i propri problemi al centro del Mondo; il narratore ha sempre avuto ragione sull'altro, cotante, nel deludere con un senso di predicibilità che è quasi un cadere nella mediocrità. Un altro giorno passato nell'ombra del dubbio, sempre la stessa cosa, ma si rifiuta di capirlo; egli distruggerà se stesso, distorto è aperto in due, si assorbirà da solo, non potendo più ignorarsi. "A new time of declaration of distress, strife, misery, and the pursuit of unhappiness. Endless complaining, no accountability. No reek of privilege and weightless tragedy. Another day... Spent buried in the shadow of your doubt. Always the same... But still you refuse to figure out - Un nuovo tempo per dichiarare malessere, fatica, miseria e la ricerca dell'infelicità. Lamentandosi senza fine, senza rilevanza. Niente puzzo di privilegio e tragedia senza peso. Un altro giorno... Passato nell'ombra del tuo dubbio. Sempre lo stesso... ma ti rifiuti di capirlo" continua il testo, mentre ora piange su un cuscino di seta, con ali spezzate sotto un'aureola malata, un bambino perfetto che non guarda mai lo specchio, anche se le cose sono ormai evidenti, non sono abbastanza chiare per lui; un problema nascosto malamente, che lo guarda. Tutto il mondo è un palco, ma l'altro si sente l'unico attore, un buco nero nel centro dell'universo, una nuvola oscura fatta di disperazione; intrappolato in un ciclo senza fine, in una crisi senza soluzione, qualcuno dovrebbe tappargli la bocca, risolvendo il suo problema così facendo. Un altro giorno in miseria, sempre lo stesso; si auto distruggerà, e non può più ignorare se stesso, artefice dei suoi problemi.

Anthropoid

"Anthropoid - Antropoide" non ci da respiro e parte sparata con riff forsennato e grida di Blythe, con una carica diretta che non lascia spazio alla fantasia; al ventesimo secondo il tutto si fa ancora più serrato, con screaming hardcore e ritmi sempre più compressi. Si esplode quindi in un ritornello con cori aggressivi e dissonanze squillanti, protratto varie volte in modo trascinante; largo poi a parti grevi con mitragliate secche e drumming martellante, ripetendo l'andamento saldamente legato al primo passato della band, con tutte le migliorie tecniche di ora, tra growl e grida alternate, e strumentazione dal gusto groove e djent. Si riprende al minuto e trentasei con il ritornello accattivante, in una sorta di proclama reiterato; esso collima questa volta in suoni sparati con chitarre ronzanti e batteria picchiata, lasciando poi spazio ad oscuri suoni corrosivi e montanti severi. Giochi di batteria e grida si legano, in una tensione poi arricchita da giri circolari decisi nella loro impronta aggressiva; all'improvviso una digressione vede un passaggio sotterrano, prima di sfociare nella ripresa del ritornello dominante, ripetuto ormai in modo ossessivo e convulso fino al finale con silenzio improvviso. Un brano robusto quindi che si Elga alla tradizione della band e al loro stile; contenti quindi di sicuro i loro fan della prima ora, che avranno qui pane per i loro denti. Il testo tratta di un fatto storico, parlando del gruppo di soldati della Repubblica Ceca che durante la Seconda Guerra Mondiale ha assassinato Reinhard Heydrich, gerarca nazista protagonista dell'invasione e della repressione sanguinosa della Cecoslovacchia, instaurando il così detto Protettorato Della Boemia E Della Moldavia nella parte occidentale del paese fino al suo omicidio in un attentato da parte dei partigiani cecoslovacchi che poi furono uccisi dai suoi soldati presso la Chiesa Di San Cirillo e Metodio; l'arroganza monta su un destriero velenoso, mentre il boia pende da una corda di presunzione, e il cavallo pallido corre infettante nelle sue vene, poiché il narratore è la fine dei suoi giorni. Un dito morto schiaccia il grilletto decidendo l'ora finale, i partigiani sono le facce alla fine, architetti della rovina, padri della ribellione discepoli del mietitore, predatori supremi; "A superior man, I will bleed the butcher dry. In the underground I live, I fight, I die. I will rust the iron heart. I will crush the death head's march - Un uomo superiore, farà sanguinare il macellaio. Vivo nel sottosuolo, combatto e muoio. Arrugginirò il cuore di ferro. Schiaccerò la marcia della testa di morto" continua il testo, ripetendo poi i versi precedenti. Sotto la croce sono destinati a morire, ma sono pronti, perché sono ciò che gli altri hanno troppa paura di essere; vivono, combattono, e muoiono per il loro ideale.

Engage The Fear Machine

"Engage The Fear Machine - Usa La Macchina Del Terrore" si apre con una marcia militare fatta metal, con chitarre roboanti e colpi sempre più serrati di batteria; si sfocia quindi in un riffing ammaliante dal movimento circolare e dai colpi ben assestati. Il growl effettato di Blythe si unisce con chitarre che viaggiano su binari severi, mentre il drumming si mantiene ben vivo; arpeggi più progressivi trovano di seguito collocazione nella struttura assieme al basso, ma al tensione è alta, e le grida feroci, sempre di più, si sfogano in un ritornello accattivante ed aggressivo, confermando un'altra mazzata che non per il sottile. Al minuto e trentanove un riffing sommesso fa ad cesura, riprendendo poi la marcia iniziale, mentre le vocals di Blythe diventano inumane grazie ad effetti lontani, in un pezzo che fa largo uso di tali soluzioni tecnologiche in chiara chiave metalcore/groove; si ritorna poi al ritornello sincopato e alle sue arie epocali. Una nuova digressione vede piatti sospesi ed esercizi di chitarra di scuola thrash più tecnica, ripetuti poi insieme alle grida cupe del cantante in una sezione claustrofobica; ecco un assolo vorticante che squarcia il tutto aggiungendo un sapore più classico, ma presto interrotto da alcuni colpi di batteria. Largo quindi al ritornello ormai familiare, il quale prosegue fino al quarto minuto e dieci; qui una nuova digressione da spazio ad arpeggi grevi e batteria dilatata, in una coda delicata che si conclude con effetti ambientali dilatati. Il testo tratta dello sfruttamento del terrore da parte dei media, i quali ingigantiscono le notizie creando veri e propri fenomeni di panico collettivo, poi sfatato dai fatti; ancora una volta il mondo sta finendo, viene usata la macchina del terrore per raccogliere i dividendi, mentre le sporche scimmie (gli spettatori) hanno gli occhi splendenti davanti ad una nuova e migliorata catastrofe. Come in un esperimento alla Pavlov si ha un'apocalisse da prima serata, in cui si schiaccia il bottone del panico e si ottengono maledetti profitti; la paranoia fa gli assegni, mentre siamo manovrati come marionette, e vi è un buco nei cieli e nelle nostre teste, affari come sempre, portando un disastro ad alta definizione. "Once again, my friends: the world is coming to an end. No empty threat this time, so let the witch hunts begin. The sky is falling, seal the boarders, heighten the anxiety. A steady diet of hysteria shapes history - Ancora una volta amici miei: il mondo sta finendo. Non una vuota minaccia questa volta, quindi che inizi la caccia alle streghe. Il cielo cade, sigilliamo i confini, incentivate l'ansietà. Una dieta costante di isteria fa la storia" continua il testo, mentre poi vengono ripetuti i versi precedenti; l'ultima minaccia dagli economisti viene mandata in onda, e anche pericoli prefabbricati come contagi e comunisti, con un terrore portato alle nostre porte da spacciatori e strateghi, un'altra guerra pubblicitaria venduta da media terroristi. Un testo quindi diretto e ricco di metafore che mostra il disgusto per tale mercato della paura; sempre purtroppo attuale quindi, dato che la pratica prosegue sempre senza dare segni di scomparire.

Delusion Pandemic

"Delusion Pandemic - Delusione Pandemica" ci accoglie con piatti ripetuti, i quali poi lasciano spazio a terremoti thrash di chitarra e batteria; essi si librano in una corsa al fulmicotone ricca di riff squillanti e impennate ritmiche. Blythe non fa poi mancare i suoi toni da orco, mentre l'andamento strumentale conosce alcuni punti circolari che ne raccolgono l'energia; si prosegue  a lungo così, con un'atmosfera serrata.  Al minuto e sette s'impenna con attacchi circolari, poi sorretti da un drumming lanciato, evolvendo in un ritornello aggressivo con vocals effettate e chitarre telluriche; si ritorna quindi agli andamenti verbosi precedenti, giocando sulle claustrofobie striscianti e cupe. Largo di nuovo a montanti thrash, i quali si fanno sempre più martellanti, fino all'inevitabile ritorno all'incontenibile ritornello, il quale lega momenti melo death a voce hardcore, dando sfogo alla tensione prima trattenuta; all'improvviso però si decelera con un arpeggio squillante unito a vocals pulite dal gusto narrativo. Esse si uniscono quindi ad impennate rocciose facendosi più aggressive; i toni da propaganda trovano poi sublimazione in un silenzio improvviso, seguito da una marcia thrash ripetuta, sorretta da grida e batteria cadenzata. Si aggiungono fraseggi circolari, i quali rimangono nel successivo ritornello da orco, terminando poi con ultime bordate ed una digressione accennata; un episodio veloce e diretto, che non rinuncia però ad alcuni spazi "sperimentali", specie nella seconda parte, mantenendo alto il tiro. Il testo è una critica verso gli aspetti più immaturi e deleteri di internet, che a volte da sfogo con l'anonimato agli aspetti più bassi e stupidi delle persone, provocando attacchi verso chiunque con una vera e propria mentalità da branco; il futuro viene dato a delegati, mentre le muse vengono relegate a surrogati, e un lungo grembiule verde si attacca ad un uncino. Andiamo a fondo, tagliati fuori in una cultura debole e derivativa dove tutto è gettabile e del momento; cani picchiati, in un futuro tetro e cognitivo dove l'inettitudine raggiunge la massa critica. Una generazione di Cuculi, controllati dai lupi a cui si concedono, nell'inizio della loro stessa sconfitta; fottuti e non civili, si dipingono da soli un bersaglio tra gli occhi. "Collateral damage in the aggregates. Structural analysis of duplicates. Errors of illusion, clouded perspectives. Terrorized delusions and end game objectives. Locked out, a stiff tactical suture. A victim complex now reality. Blocked ground, a swift statistical maneuver. Persecution of the self-made weak - Danni collaterali negli aggregati. Analisi strutturale dei duplicati. Errori di illusioni, prospettive annuvolate. Delusioni terrorizzate e obiettivi da fine dei giochi. Chiuso, una sutura tattica rigida. Un complesso da vittima ora reale. Terreno in blocco, un'improvvisa manovra statica. Persecuzione di chi si è reso debole"  continua il testo, mentre poi viene ripetuta tutta la parte precedente; l'arrivo della sconfitta è imminente, sprofondare o nuotare, ci rimena solo questo. Altre metafore abbastanza chiare, che denunciano l'apatia e l'arroganza di una generazione che vive su internet, e che si scava da sola la fossa; un Blythe che come sempre non teme di dire la sua in modo aperto e diretto.

Torches

"Torches - Torce" presenta l'ospite Greg Puciato dei Dillinger Escape Plan come seconda voce, per un gran finale (nella versione standard) del disco; ecco dunque un arpeggio delicato, sul quale Blythe si d atra colpi dilatati di batteria ad una narrazione raggiunta dalla seconda voce dai toni sacrali, effettata. Si arriva quindi ad uno screaming risolutorio seguito da montanti tempestati di chitarra e rullanti di batteria che ne segnano il passo; riecco quindi il duetto estraniante con arpeggi delicati, in un'atmosfera aliena, la quale ancora una volta collima in grida e montanti circolari ben più robusti. Il gioco delle lasciate e riprese è chiaro, ma all'improvviso al minuto e quarantaquattro una digressione fa da cesura, seguita da una marcia incalzante, dove le vocals si alzano d'intensità aggiungendo aggressività fino al grido effettato che esplode in una nuova cavalcata; largo quindi al growl cavernoso, brutale, e ai toni serrati di chitarra. Un assolo inaspettato s'incastra nel meccanismo con le sue scale, lasciando poi il passo alle ariose melodie epiche e al cantato sempre da orco; al terzo minuto e ventotto torna gli arpeggi delicati con seconda voce sommessa, ricreando i presupposti per la ripresa del ritornello marziale fatto di grida di Blythe e rocciosi montanti di chitarra, ripetuti con decisione e ferocia. L'andamento si ripropone quindi in una coda ripetuta fino all'ennesima digressione, dominano ora arpeggi delicati e sommessi, i quali vanno poi a sfocarsi in una digressione che trascina il tutto nel silenzio. Il testo tratta nuovamente di fatti storici inerenti alla Repubblica Ceca, questa volta riferendosi al suicidio di Jan Palach, uno studente che nel 1969 si diede fuoco a Praga, nella Piazza di San Venceslao, per protestare contro l'occupazione sovietica; nell'ululato del vento la fiamma invisibile brucia tra le vene mentre la bocca dell'ingiustizia sorride. L'anima della azione lentamente si dissipa mentre la primavera rimane schiacciata sotto il martello; la visione del protagonista soprassiede la piazza piena di gente, e in questo luogo trafficato sceglie di morire. "As the steel in my nerve sets in, I carry the cries. In my end a new world begins, it's not me who dies. You're all on the brink of compromise, mass concessions in defeated eyes. A terrible kindness to break the thrall, I strike the match. And let it fall - Mentre l'acciaio nei miei nervi prende posto, porto le grida. Nella mia fine un nuovo mondo inizia, non sono io che muoio. Siete tutti sull'orlo del compromesso, una concessione di massa con occhi  confitti. Una terribile gentilezza spezzare lo schiavo, striscio il fiammifero. E lo faccio cadere" continua il testo, in una confusione di oppressione, immolazione e ingiustizia, dove diventa inferno e legione; alcuni corrono gridando, alcuni siedono in silenzio, in un agonizzante regalo di un'umanità bruciata. I suoi passi faranno eco nell'eternità, in un sismico grido d'indignazione, mentre scrive il suo nome annerito nel vento; riempie i cuori di rabbia lasciando cenere e leggenda. Un testo epico, poetico che svela tramite immagini potenti il fatto, e la sua durata nell'eternità; ispirazione contro l'oppressione, un sacrificio non dimenticato.

Bonus Tracks Digipak Limited Edition: Wine & Piss

La parte esclusiva alla versione limitata parte con "Wine & Piss - Vino E Piscio", la quale s'introduce con un groove thrash vorticante e ripetuto, coadiuvato da rullanti di pedale; ecco che al ventiquattresimo secondo Blythe arriva con il suo growl aggressivo, unito prima ad un suono controllato, poi liberato invece nei suoi montanti con cavalcate severe. Il tutto si fa al quarantaquattresimo secondo più martellante, con oasi di digressione ed impennate improvvise, creando un ritornello movimentato; si torna poi a ritmi marziali, presto uniti ad apocalittiche chitarre, lanciate di seguito in una cavalcata che ripropone il modello precedente, tra drumming sempre più ritmato ed impennate circolari unite a versi effettati dal gusto cavernoso. E' chiaro il fatto che il pezzo non punti a stupire per virtuosismo, giocando invece su territori ancora una volta legati al passato diretto ed aggressivo della band; ecco che al secondo minuto e diciannove dopo un falso finale prendono piede fraseggi squillanti, seguiti da nuovi attacchi serrati che non lasciano respiro nei loro andamenti di scuola groove sui quali Blythe vomita letteralmente le sue grida. Un rullante di raccoglimento segna il passo per una ripresa dell'andamento circolare e caotico, ripetuto con le sue chitarre squillanti e la batteria sostenuta; la sessione conclusiva vede quindi grida ed ultimi attacchi, esaurendo il tutto con un growl brutale finale.  Il testo sembra tornare ad uno degli argomenti preferiti di Blythe nel passato, ovvero la (auto) critica verso l'alcolismo, male da lui ben conosciuto; il giorno viene accolto con un cuore pieno d'odio, correndo epr finire ancora prima d'iniziare, come se si fosse in paradiso con una pistola in mano, seguendo a pezzi la terra promessa. Ci si rimprovera di aver contribuiti  a rendere il mondo così, come in un biocchiere pieno di vino e piscio; "I'm collapsing beneath joy and pain, grotesquely clean but beautifully stained. Resentment keeps rebuilding me inside. Feels like I'm drinking poison but expecting you to die - Sto collassando oltre la gioia e il dolore, grottescamnete pulito ma beatamente sporco. Il risentimento continua a ricostruirmi dentro. Sembra come se stessi bevendo veleno credendo che sarai tu a morire" rincara il testo, ed è una lasciata o presa, come un gioco di dadi, dolore o estasi, non potendo fermare l'onda. Il nostro è venuto per fare ammenda, fare la cosa giusta, corrompere i bambini ed uccidere il re; vengono poi ripetuti i versi precedenti in modo ossessivo, reiterando il concetto metaforico legato alle occasioni perse e alle chance che non tornano.

Nightmare Seeker (The Little Red House)

Si prosegue con la finale "Nightmare Seeker (The Little Red House) - Il Cercatore Incubi (La Piccola Casa Rossa)", non certo restia nella sua parte iniziale a mettere in bella mostra i suoi groove metallici dove batteria martellante e riff circolari si uniscono in una soluzione reiterata insieme a basso greve e rullanti di pedale; Blythe ci raggiunge con grida aggressive, mentre le falcate di chitarra e i colpi pesanti di drumming proseguono in sottofondo. Al cinquantaduesimo secondo parte un ritornello tecnico dal gran gusto roboante, il quale sa anche mantenersi epico ed arioso, non rinunciando all'atmosfera emotiva; si collima poi in giri altezzosi dai montanti rocciosi, per un episodio degno decisamente di nota, il quale meritava di essere usato nella sessione principale del disco. Si torna quindi alle coordinate precedenti tra giri circolari e pestoni ritmici, mentre si ricreano di seguito claustrofobie di basso, grida, chitarra e batteria;  sfociamo ancora una volta nei territori più epici del ritornello, vero pezzo forte del brano, il quale poi lascia spazio a nuovi groove ossessivi dai loop ripetuti. Al secondo minuto e quarantadue prende spazio un'alternanza tra melodia ed attacchi robusti, in una bella coda giocata sul contrasto, e sulla quale poi il growl di Blythe assume toni ancora più inumani; un assolo prende poi spazio, dilungandosi nelle sue scale tecniche, fino alla ripresa del ritornello. Si ripropone dunque quanto già visto, per un crescendo emotivo dal sicuro effetto, tra suoni ammalianti ed attacchi; alcuni giochi tecnici di batteria e chitarra raccolgono il tutto, dando poi luogo a nuove incursioni claustrofobiche con grida e andamenti sincopati e piatti cadenzati. La conclusione vede dunque la solita digressione di chitarra che porta tutto al silenzio; come accennato un secondo bonus che legittima al versione deluxe, presentando un pezzo diretto, ma ricco anche di momenti appaganti e trascinanti. Il testo non lineare è giocato molto su vaghe suggestioni, ma sembra che sia legato all'argomento, a tratti misterioso e segnato da leggende, dei cacciatori di nazisti, impegnati nello stanare i gerarchi e militari fuggiti negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale dalle braccia del tribunale di Norimberga. Mentre il narratore cammina tra i campi di battaglia fradici, un milione di anime entrano in lui, in una visione oscura che non può essere negata, bruciando gli occhi, spezzando il cuore e ferendo la psiche; un dono nero, un peso cremisi, l'essere un morboso testimone, uno studente dell'aberrazione, colui che non può dimenticare. "Exhume the graves and grind the bones to dust, salt the earth and satisfy the lust. The archeology of genocide, reconstructed, cataloged, and canonized. This grim vocation, these fearsome wages. I am the nightmare seeker, a student of violent teachers. The one who never forgets. I can never forget - Riesuma le tombe e riduci le ossa in polvere, spargi il sale per terra e soddisfa il desiderio. L'archeologia del genocidio, ricostruito, catalogato, e canonizzato. Questa cupa vocazione, questi terribili compensi. Sono il cercatore di incubi, uno studente di insegnanti violenti. Quello che mai dimentica. Non posso mai dimenticare" prosegue il testo, mentre i fantasmi dello zyklon B (gas tristemente famoso per l'uso fatto dai nazisti) ricordano lo sterminio, e ci viene chiesto se sentiamo lo sarin nell'aria, segno della guerra che arriva; vengono ripetuti quindi in un sinistro presagio i versi precedenti, in uno scenario di morte dove presente e passato si legano in un incubo.


Conclusioni

Tirando le somme come accennato nella intro, siamo davanti a quello che probabilmente è il miglior lavoro del gruppo, summa di tutta una serie di elementi raccolti negli anni di carriera, qui riportati al meglio; ecco quindi parti più dirette come "Erase This" o "Still Echoes", allucinazioni oscure come "512" e una ballad come "Overload". Un tratto distintivo è un certo tormento, palpabile nella voce di Blythe e negli arrangiamenti, conducibile alla situazione d'incertezza vissuta dalla band per anni a seguito del processo ed incarcerazione del front man; il tutto non sfocia in soluzioni troppo dark o pesanti all'estremo, ma pervade semmai tutti i stili apportati con un certo nervosismo di fondo mai sopito del tutto, nemmeno nei momenti più calmi. Vita e musica insomma si fondono, anche se viene evitata la facile strada del concept album riguardo ai fatti vissuti, preferendo invece che il tutto si modelli secondo un certo stato d'animo, senza rinvangare in modo ossessivo un capitolo ora chiuso dal quale si cerca di trarre esperienza; come dichiarato dalla band stessa lo stile vede un apporto ragionato e contributivo, a discapito di singole creazioni legate ad un solo membro del gruppo nel proprio caso, cosa successa in passato. La reazione di pubblico e critica è anche questa volta positiva, con qualche non amante della band che qui si ricrede, anche se certo gli oltranzisti che non accettano nessuna connotazione legata al metalcore difficilmente potranno qui trovare altro che l'ennesima motivazione per odiare la band, probabilmente gioendo dello hiatus annunciato dai nostri; si tratta sempre e comunque di un disco che non rinuncia  a certe derive, e l'elemento hardcore sopravvive nel suono del gruppo, per quanto da tempo mitigato da influenze thrash, death e groove. Dal canto loro i nostri sono sempre sicuri del fatto, e sfornano ben quattro singoli dall'album, il quale naturalmente trova alte posizioni in classifica; i Lamb Of God rimangono quindi a diritto tra i protagonisti del metal moderno statunitense legato alla così detta NWOAHM, etichetta un po' dubbio affibbiata a loro e a gruppi quali i DevilDriver, dove thrash, groove, death melodico e hardcore si legano in un sound non certo underground, ma fatto anzi per trovare anche consensi di pubblico tra i giovani rimasti orfani di un nu metal che solo ora sta timidamente tornando, con risultati alterni. Cosa rimane quindi per la carriera del gruppo? Tutto e nulla, verrebbe da dire; partiti con il decisamente mediocre "New American Gospel" i nostri hanno saputo negli anni affinare le loro armi, pur con qualche parentesi fin troppo ammorbidita e scelte di produzione non sempre azzeccate per il loro sound. Ora dopo quindi anni sembrano aver raggiunto una maturità compositiva che in molti non avrebbero immaginato, cosa per nulla scontata nelle carriere delle band del genere, a volte anzi votate ad una digressione verso una certa incoerenza che spara nella botte per prendere quello che capita; quello che seguirà non è dato saperlo, più volte il gruppo ha fatto marce indietro o svolte, pur conservando l'impianto di base. Possiamo quindi per ora considerare quanto fatto, per una discografia che rimane nel metal post millennio con buona pace di chi non vorrebbe fosse così, con nel bene e nel male tutti i segni di una scena che rappresenta una grossa fetta del mercato odierno e dei gusti del pubblico; dopotutto ormai il mondo del metal ha raggiunto dimensioni oceaniche, quindi c'è spazio tanto per l'underground più intransigente, quanto per gli episodi come questo, passati senza problemi sui circuiti più "mainstream" legati al suono pesante. L'importante è la qualità della proposta, e qui siamo su livelli decisamente buoni, a volte anche alti, per un suono che sa di gavetta scafata, ma non trasformata in mero mestiere; concludendo, un degno epilogo momentaneo per una carriera che ora potrà andare in futuro verso molte direzioni, silenzio compreso. Chi vivrà, vedrà.    

1) Still Echoes
2) Erase This
3) 512
4) Embers
5) Footprints
6) Overlord
7) Anthropoid
8) Engage The Fear Machine
9) Delusion Pandemic
10) Torches
11) Bonus Tracks Digipak Limited Edition: Wine & Piss
12) Nightmare Seeker (The Little Red House)
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