LAMB OF GOD

The Duke

2016 - Nuclear Blast

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
14/02/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

La nostra analisi della discografia dei Lamb Of God si arricchisce di un nuovo capitolo, ovvero un EP molto particolare composto da due inediti e tre tracce live, dedicato alla memoria del loro fan ed amico Wayne Ford, morto purtroppo dopo una lunga battaglia contro la leucemia nel febbraio del 2015. Si tratta di "The Duke - Il Duca", titolo preso proprio dalla traccia d'apertura molto malinconica e dalla natura più riflessiva rispetto al normale modus operandi dei Nostri, seguita dalla ben più furiosa "Culling" e dalle versioni dal vivo di "Still Echoes", "512" ed "Engage The Fear Machine", tutte tracce tratte dal loro ultimo album in studio, "VII: Sturm Und Drang"; da molti considerato la loro opera più matura sia a livello compositivo, sia testuale; John Campbell (basso), Chris Adler (batteria), Mark Morton (chitarra), Randy Blythe (voce) e Willie Adler (chitarra), nell'occasione avevano riportato il nome del gruppo all'attenzione della stampa e dei fan dopo le disavventure giuridiche del cantante, accusato di omicidio colposo dopo che un diciannovenne morì durante un loro concerto del 2010 a Praga a causa di ferite alla testa. Il frontman venne infatti incarcerato per circa un anno nel 2013 per questo motivo, sino al definitivo rilascio ed al successivo proscioglimento. Superato quindi e rielaborato in musica e testi questo periodo della propria esistenza, il Blythe commemora ora insieme ai compagni la figura del precedentemente citato amico e fan con questo mini-album, cogliendo l'occasione per invitare gli ascoltatori a donare presso la Leukemia and Lymphoma Society in modo da contribuire alla battaglia contro questa malattia, la quale aveva già colpito il gruppo con la morte dell'addetta al merchandising Evie Carrano nel 2008; per comprendere meglio tutta la situazione bisogna risalire al 2013, anno in cui durante un concerto presso Phoenix, in Arizona, Blythe era stato approcciato da un certo Adam, amico di Ford. Quest'ultimo gli aveva chiesto di indossare una maglietta con una scritta contro il cancro, e di citare l'amico ammalato, cosa che il cantante fece durante l'introduzione del pezzo "Ruin", e dopo il concerto il Nostro aveva incontrato Ford e sua moglie Courtney. Nel 2015, durante la registrazione delle parti vocali di "VII: Sturm Und Drang", Blythe aveva ricevuto un email da un certo Sammy, il quale lo informava delle cattive condizioni di Ford, prossimo al decesso, e della sua volontà di avere un ultimo contatto con la band; purtroppo, per cause pratiche solo Blythe aveva potuto contattarlo con varie video-chat dove aveva evitato qualsiasi ipocrita compassione o di sorvolare sul fatto della morte, aiutato da Ford stesso, un uomo definito come stoico e pronto ad affrontare il suo fato. Tutto questo fino alla ricezione di un'email che lo informava dell'avvenuto decesso di Ford, morto a trentatré anni; un'esperienza che ha segnato profondamente il cantante, già colpito in quel periodo da quanto vissuto in carcere, e gli ha fatto decidere di creare un pezzo dove varie considerazioni personali sulla malattia e frasi estrapolate dalle conversazioni con Ford e sua moglie convergono in un testo che cerca di affrontare in modo non sensazionalistico e rispettoso un tema delicato e toccante. Dal punto di vista musicale possiamo dire che qui continua la vena sperimentale già incontrata nell'album prima citato, dandoci in apertura quella che probabilmente è la traccia più accessibile della loro carriera, caratterizzata da un songwriting sobrio adatto al tema affrontato, seguita da un episodio votato invece al loro connubio tra crossover, metalcore e groove metal, diretto, sincopato ed aggressivo; nulla di rivoluzionario dunque, ma sicuramente capace di soddisfare chi segue già la band, ed in particolare chi ha apprezzato il loro ultimo album. Le tracce live sono state registrate presso il Rock Am Ring ("Still Echoes") ed il Bonnaroo Festival ("512", "Engage The Fear Machine"), e funzionano un po' come una sorta di riempitivo, per quanto ben suonate e ben riportate in formato audio, mantenendo il lato "grezzo" della dimensione live, senza però suonare confuse. Viene da se quindi che stiamo parlando di un episodio particolare, per molti motivi, che in un certo senso si distacca dal normale percorso della band, pur rientrando perfettamente nello sviluppo sonoro e personale intrapreso da tempo da quello che ormai si è confermato come il gruppo più famoso e costante dell'ondata "New Wave Of American Metal".  

The Duke

"The Duke - Il Duca" si apre con un bel fraseggio melodico dal gusto quasi AOR, seguito però da un riffing più tagliente e spericolato, il quale collima in una bordata stridente dopo una breve pausa; ecco quindi il cantato non trattato e pulito, melodico, di Blythe, sottolineato da giri circolari ripetuti in loop, il quale delinea una greve lezione raccontandoci di come nessuno vive per sempre, ma non può nemmeno scappare dalla vita, e di come ogni giorno può essere l'ultimo, invitandoci a riflettere sulla nostra fine. E' chiaro il riferimento alla vicenda di Wayne Ford, con parole che mettono subito in chiaro la situazione senza giri di parole od abbellimenti davanti ad un fatto terribile, ma reale. Ecco che arpeggi ancora più ariosi si aggiungono alla composizione, mentre egli ci racconta ora di come la sua fine si stia avvicinando, guardandola negli occhi e prendendo senza paura il tempo che gli rimane, continuando a rappresentare la presa di posizione stoica e coraggiosa di Ford, consapevole della sua morte imminente. Le ultime parole vengono ripetute con grida stridenti, le quali creano un'enfasi non rassicurante che ben rappresenta la disperazione del tema espresso, mentre segue poi un bellissimo ritornello possente dove la voce viene sottolineata da uno sdoppiamento con cori: nella notte vediamo qualcosa che cavalca nei cieli, volteggiando lontana, ma allo stesso tempo così vicina; come il fumo nel vento che brucia i nostri occhi, Ford a tratti si sente come un involucro vuoto e messo da parte. Ma sa che comunque vada non morirà mai, che il suo ricordo vivrà per sempre nei cuori dei suoi cari. Parole che esprimono il suo spirito indomito, affrontando la morte quasi con atteggiamento di sfida. Il pezzo riprende poi l'andamento precedente con il suo movimento terso e costante, formato da chitarre rocciose e vocals coronate prima dalla calma, poi da urla liberatorie. "Questo mondo è diventato troppo piccolo. Non posso più rimanere. Il mio corpo cade mentre il mio spirito diventa più forte. E' tempo che io vada. Il cerchio si è chiuso con il serpente che ha mangiato la sua coda. Seppellitemi. Camminando libero oltre il velo" declama il nostro, narrando di come il suo amico affronti la morte non come una fine, ma come un passaggio necessario; il tutto rafforzato dalla citazione dell'Uroboro (il serpente che mangia la coda), simbolo alchemico rappresentante la ciclicità d'ogni cosa, il perpetuo divenire. Segue quindi il ritornello precedente con tutti i suoi elementi esaltanti, supportati da dalle chitarre robuste e taglienti. Troviamo poi una cesura caratterizzata da un riff in solitario, arricchito poi da urla in growl e rullanti, raggiunto persino da un assolo elaborato e progressivo dalle scale complicate; riecco quindi per la terza volta il ritornello che spinge in avanti la composizione, questa volta concluso da una marcia incalzante fatta di drumming robusto e giri circolari ipnotici, i quali vanno a chiudersi con un feedback conclusivo, finale del brano.

Culling

"Culling - Mattanza" è un brano che sembra trattare di un tema caro già da tempo ai Lamb Of God, ovvero l'insano connubio tra potere e religione, usato per sfruttare le masse ignoranti e guidarle verso la loro rovina, per meri interessi puramente economici e politici; partiamo con un montante thrash roccioso ed ipnotico, coronato da assoli spediti, e poi dalle vocals rauche di Blythe, impostato quest'ultimo su di un growl claustrofobico e gracchiante: andando verso ovest sulla vecchia Route 66, il Nostro cerca risposte, finendo però il suo percorso in totale solitudine, guidato lungo la strada da un "Gesù portatile", un falso tecno-messia incapace di fornire risposte concrete eppure in grado di abbagliare le menti più ingenue, portandole verso un disastro estasiante. Ecco ora una serie di bordate dissonanti, le quali richiamo lo stile claustrofobico ed alienate del gruppo riportandoci alle loro atmosfere serrate e senza respiro; sui suoni aspri si delineano le linee vocali altrettanto acide, le quali ci parlano di come la realtà sia davvero così brutta. Non si tratta di un'invenzione, la Terra non è altro che una immensa rovina ancora fumante, abitata da bambini cresciuti male e rispetto perduto. Niente più empatia, niente più capacità di relazionarsi al prossimo, solo odio e bigottismo. Ecco ora l'altisonante ritornello dai toni accattivanti e dai riff perentori, seguiti da scariche veloci come mitragliate: ci viene chiesto di lasciarli liberi di venderci illusioni, in un loop senza fine di bruciature ed annegamenti, adoranti, mentre ci mentono in faccia, spudoratamente, distruggendo le nostre vite, costringendoci a vendere le suddette al miglior offerente / messia autoproclamatosi in grado di salvarle. Raggiungiamo quindi il fondo, disgrazia dopo disgrazia, poco alla volta. Proseguono dunque le alternanze tra montanti secchi ed aperture squillanti e dilatate, in un songwriting votato all'attacco continuo, perfetto complemento per le parole belligeranti riportate. Troviamo anche brevi assoli, i quali completano il quadro con le loro note avvolgenti; seguono subito gli assalti costanti, con un testo che continua a descrivere le masse guidate verso l'oblio. "Lemmings elettronici si mettono in fila, per buttarsi dal dirupo. Le vittime paganti creano un gran movimento, in nome del vuoto commercio e delle parole buttate al vento. Una celebrazione del gregge, che diminuisce". Viene fatto riferimento al Lemmo, un roditore artico famoso per commettere suicidi di massa durante le migrazioni. Suicidio che avviene mediante una rovinosa caduta dai dirupi, anche se nessuna certezza scientifica ha mai stabilito la veridicità di questo comportamento. L'idea del suicidio venne infatti "inventata" nientemeno che dalla "Walt Disney", in occasione del documentario "Artico Selvaggio" del 1958, in cui dei Lemmi vennero effettivamente uccisi dalla troupe gettandoli in un diruo, facendo passare il tutto per un comportamento volontario. La leggenda permane, ed i LoG decidono di utilizzare tale storia come metafora del credente, spinto a compiere qualsiasi azione contro la sua volontà. Sono le parole usate, contornate da loop circolari martellanti e batteria lanciata; ecco poi nuove dissonanze e strappi, coadiuvate da epiche aperture ariose. Verso il secondo minuto un trittico fatto di suoni maligni ed architetture stridenti si avvia verso un assolo elaborato ed evocativo, arricchito dal proseguo del motivo precedente, il quale va poi ad esplodere con montanti drammatici; si continua con un gioco ritmico di rullanti e piatti, prima della ripresa dell'ormai familiare ritornello. Si tira dritto con suoni rocciosi e convergenze segnate da arpeggi di basso grevi, interrotti all'improvviso con una troncatura che mette fine alla traccia in modo secco. 

Still Echoes

"Still Echoes - Ancora Riecheggia", nella versione live qui presentata, viene introdotta brevemente dal cantante, mentre dei colpi di bacchette anticipano le chitarre in riffing circolare sulle quali parte una cavalcata in doppia cassa contornata dalle grida del cantante. Ecco quindi una sequenza claustrofobica e serrata piena di passaggi squillanti, dove il growl secco di Blythe trova perfettamente posto, narrandoci della brutta esperienza del periodo passato in cella da parte del cantante, a seguito del suo attesto per le vicende di Praga del 2010. Vicenda collegata in chiave libera ed astratta ad una ghigliottina usata dai nazisti durante l'occupazione, la quale si trovava proprio vicina alla sua cella; migliaia di teste sono state tagliate di netto dai loro colli grazie ad essa, proprio vicino al luogo in cui si trovava il cantante: la lama dell'impero è assetata e splendente di rosso, e le grida dei prigionieri risuonano ancora nella stanza, torturando psicologicamente il Nostro, rinchiuso in un luogo di terrore ove le anime dei morti ancora non trovano pace alcuna, tormentando i detenuti. Troviamo di seguito impennate tecniche giocate su dissonanze, mentre i ruggiti incalzanti del cantante s'incastrano tra i loro ritmi, descrivendo la lama come un cimelio rovinato, passato di mano in mano tramite pugni di ferro e giustizieri sanguinari, membri tutti di una vergognosa casata del destino funesto, una dinastia del decadimento, creata su dolorosi e tirannici principi. Una metafora che descrive la storia di un paese, segnata da occupazioni e violenze; di seguito il ritornello esaltante dai movimenti vocali supportati tanto dal drumming robusto, quanto dalle chitarre furiose e precise, il quale narra dei mille anni di fallimenti, mille anni in cui gli abitanti hanno sanguinato e sono periti, per l'orso (la Russia), la guerra lampo (Germania), e il santo padre (la Chiesa), tenendo bassa la loro testa, servendo i potenti. Sfociamo di conseguenza in una sezione meccanica dai giochi tecnici non troppo dilungati, arrivando ad una cavalcata decisa dal gusto thrash, coadiuvata da vocals narranti, le quali mostrano come mestamente i prigionieri abbiano trascorso il loro tempo, contando i giorni mentre erano bloccati nelle loro manette arrugginite; occupati in eterno alimentavano la stella rossa, mentre i conigli diventavano sciacalli, pur di salvarsi. Si ripropone poi il ritornello incalzante, con le stesse alternanze già incontrate in precedenza, ma presto si cambia registro grazie ad una marcia rocciosa (non prima però di una pausa durante la quale Blythe incita il pubblico tedesco), la quale viene intervallata da bordate, prima di lanciarsi in una direzione bellica lenta, ma pesante, dove grida cupe e toni tra growl e screaming si legano a chitarre taglienti; "Doposbornia sovietico, blocco dell'est, soldi sporchi continuano a fluire da quelle serrature. Un campo di battaglia per ribelli, mercanti illegali. Oppressi, ma non c'è resistenza qui. Il sud-est asiatico in un blocco di celle dell'Europa. I figli di Saigon nascondono quello che hanno. La strada dell'oppio prosegue verso ovest passando da qui. Vendono una malattia per cancellare tutte le tue paure" continua il testo, facendo riferimento alla dittatura sovietica e ad altri paesi come il Vietnam, teatro di guerre ed orrori. Non è ben chiaro il riferimento all'oppio, visto comunque come una droga in grado di lenire (ma solo momentaneamente) diverse paure ed angosce. Un riferimento, forse, alle abitudini dei soldati americani, i quali erano soliti darsi al consumo di oppiacei per stemperare il clima di mattanza della guerra in Vietnam. La tempesta lascia il passo ad una momentanea quiete, con una pausa giocata su un fraseggio dilatato scolpito da melodie epiche e sospiri, mentre la batteria segna il passo in modo ritmato. La logica conseguenza non può essere che un ritorno al ritornello vorticante, vero perno del brano, il quale ripropone un Blythe furioso ed assoli appassionati, completando in una corsa finale trionfale l'episodio, il quale però non rinuncia ad una coda più tecnica, ricca di giri circolari squillanti. 

512

"512" parte nella versione dal vivo con un discorso di Blythe unito alle acclamazioni del pubblico, il quale viene seguito da un'introduzione solenne con arpeggi squillanti e drumming sospeso, dove s'incastrano dilatazioni notturne; le vocals narrative di Blythe parlano della vita in galera, con un riferimento ad una delle celle dove ha soggiornato durante il suo periodo di prigionia a Praga; sei sbarre si stagliano contro il cielo, e quattro vuote mura riempiono il tempo, in un luogo in cui basta una parola sbagliata per perdere la propria vita, mentre un mondo greve ci attende dentro questo luogo, pronto a fagocitarci e a non lasciarci più andare, qualora glielo permettessimo. Seguono giri circolari epici, i quali tessono una trama melodica presto interrotta da una ripresa delle falcate thrash; istinti di sopravvivenza da licantropo ci portano ad abbracciare la bestia ed a perseguitare il debole, risvegliando il lato più ferino e meschino di noi, quello tenuto prigioniero nei meandri del nostro cuore; mangiare o essere mangiati, la galera è come una giungla e non possiamo permetterci di mostrare pietà nei riguardi di nessuno. Passiamo il tempo cercando di recitare la parte dei predatori, o provando brividi lungo la schiena mentre il tempo scivola senza che vi sia pace in vista, mentre i secondi, le ore continuano a morderci. Ecco un ritornello gridato, sorretto da chitarre melo death e batteria cadenzata; esso viene poi ripreso da giri stridenti e malinconici, continuando con l'atmosfera insolitamente sommessa, ma sempre violenta, del pezzo. "Le mie mani sono tinte di rosso, il mio futuro di nero, non mi riconosco, sono diventato qualcun'altro. Le mie mani sono tinte di rosso. Un altro numero impara velocemente le regole. Un bruciore nascosto aspetta di pervaderti. Un gesto nascosto e sei morto. Qui non si parla a sproposito: sanguinerai, te la faranno pagare" continua la narrazione, narrandoci di come la galera sia un insieme di numeri e non di esseri umani. Ognuno con la sua matricola, messo in fila e trattato come un automa prodotto in serie. Regole da imparare, per avere a che fare sia con i secondini che con gli altri detenuti. Violare le leggi della prigione significa morire. Di seguito Blythe acquista toni sempre più distorti, mentre il loop di chitarre sinistre si staglia ancora in lontananza creando un effetto acido ed estraniante; in un'amnesia schizofrenica diciamo addio a tutto ciò che conoscevamo ed amavamo, e all'unica vita che avevamo fuori; gli altri hanno comprato il biglietto, ma la corsa tocca a noi affrontarla. Riesplode furioso il ritornello, mentre la strumentazione prosegue con il proprio impeto, consumato poi in rullanti di batteria in doppia cassa e assoli vorticanti dilungati, annunciati da declamazioni del cantante; troviamo anche vocals striscianti e chitarre squillanti, le quali collimano ancora nei toni psichedelici e malevoli già incontrati. Un altro numero impara alla svelta le regole, da studiarsi a memoria. Basta un gesto sottile e veniamo riempiti di buchi, in quel luogo le parole non sono mai pronunciate invano, e si paga con il sangue; ora si esplode in un tripudio incalzante ed emozionale, il quale trova conclusione solo dopo aver consumato l'energia con isterismi sonori e vocali, per uno degli episodi più nervosi ed emotivi del disco; una digressione in feedback completa il tutto terminando il pezzo in modo maestoso.

Engage The Fear Machine

Questa versione live di "Engage The Fear Machine - Unisciti alla Macchina del Terrore" si apre con una marcia militare fatta metal, con chitarre roboanti e colpi sempre più serrati di batteria; si sfocia quindi in un riffing ammaliante dal movimento circolare e dai colpi ben assestati. Il growl di Blythe si unisce con chitarre che viaggiano su binari severi, mentre il drumming si mantiene ben vivo; Il testo tratta dello sfruttamento del terrore da parte dei media, i quali ingigantiscono le notizie creando veri e propri fenomeni di panico collettivo, panico successivamente sfatato da fatti concreti. Ancora una volta il mondo sta finendo, viene usata la macchina del terrore per raccogliere i dividendi, ogni essere umano trattato come un numero da incastonare nei dati d'audience. Un processo lento e costante, innescato senza che nessuno se ne renda conto, perpetrato mentre le sporche scimmie (sempre gli spettatori) hanno gli occhi splendenti davanti ad una nuova e migliorata catastrofe; arpeggi più progressivi trovano di seguito collocazione nella struttura assieme al basso, ma al tensione è alta, e le grida feroci, sempre di più, si sfogano in un ritornello accattivante ed aggressivo, confermando un'altra mazzata che non per il sottile. Come in un esperimento alla Pavlov si ha un'apocalisse da prima serata, in cui si schiaccia il bottone del panico e si ottengono maledetti profitti, e la paranoia fa staccare assegni. Siamo manovrati come marionette, sottomessi per logiche d'affari, come sempre. L'importante è bearci di un nuovo disastro ad alta definizione, comodamente seduti nel nostro salotto, ad indignarci o preoccuparci, alimentando l'isteria di massa. Si ritorna poi al ritornello sincopato e alle sue arie epocali, una nuova digressione vede piatti sospesi ed esercizi di chitarra di scuola thrash più tecnica, ripetuti poi insieme alle grida cupe del cantante in una sezione claustrofobica con giochi ritmici sui quali il cantante incita il pubblico; " Ancora una volta, amici miei: il mondo sta finendo. Non una vuota minaccia questa volta, quindi che inizi la caccia alle streghe. Il cielo cade, sigilliamo i confini, incentivate l'ansietà. Una dieta costante di isteria fa la storia" continua il testo, reiterando il concetto prima espresso. Ogni giorno, per i Media, la fine del mondo è vicina. Non importa cosa sia a provocarla, ogni anno (od ogni mese..) vi è un nuovo nemico da temere, un qualcosa di cui avere paura. Proseguendo abbiamo un assolo vorticante che squarcia il tutto aggiungendo un sapore più classico. Largo quindi al ritornello ormai familiare, il quale prosegue fino ad un riffing sommesso che fa da cesura, riprendendo poi la marcia iniziale, riportandoci su binari già conosciuti; l'ultima minaccia dagli economisti viene mandata in onda, e anche pericoli prefabbricati come contagi e comunisti, con un terrore portato alle nostre porte da spacciatori e strateghi, un'altra guerra pubblicitaria venduta da media terroristi. I giri circolari si prodigano nella loro lezione, collimando in un bel motivo terso, il quale va ad infrangersi con le esultanze del pubblico in chiusura. 

Conclusioni

Tirando le somme, un lavoro dalla natura particolare, nato in circostanze ben precise dalle quali non si può prescindere durante la sua analisi, anche se allo stesso tempo esso va valutato anche sul piano oggettivo del suo valore musicale e dei pezzi proposti. Essi sono, come prima spiegato, due inediti e tre live; i nuovi pezzi ci mostrano nel primo episodio dei Lamb Of God più riflessivi ed attenti alla melodia, anche se non mancano parti più aggressive che ne controbilanciano la natura eterea, mentre nel secondo il gruppo colpisce duro sin dall'inizio con il suo stile crossover a metà tra metalcore, groove e thrash, fatto per attirare una buona fetta di pubblico senza scadere come alcuni colleghi in suoni troppo plastificati; errore, va detto, commesso anche dai Nostri in passato. Le tracce dal vivo completano l'EP, mostrando esibizioni ben strutturate, non troppo dissimili dalle versioni in studio, ma comunque con quel tocco leggermente più diretto e "vissuto" proprio dei concerti. Come detto in apertura, non si può sorvolare sull'intento del disco: il tema della malattia è il fulcro della prima canzone, ed il motivo per il quale questo disco esiste. I più cinici potranno pensare, e dire, che si tratta di un pretesto per buttare fuori due outtake dell'ultimo album intero "VII: Sturm Und Drang" e tre live promozionali, facendo pure la figura delle persone caritatevoli, ma noi vogliamo invece considerare i lati positivi e riconoscere la profondità con la quale l'argomento viene affrontato. Senza pietismi, in maniera lucida e diretta, considerando la morte come qualcosa di inevitabile, affrontata con estremo coraggio da Wayne Ford durante tutto il lungo periodo di malattia e soprattutto durante gli ultimi giorni della sua esistenza. La scelta stilistica adottata nel pezzo che dà il nome a "The Duke" è quanto mai adatta, riuscendo con le alternanze a dare ancora più risalto alla regalità sofferta della battaglia che purtroppo sul piano materiale è stata persa, ma non sul piano dell'orgoglio e dello spirito umano; un epitaffio che ricambia i discorsi fatti con il defunto quando era ancora in vita, dando onore ad un uomo che non si è mai nascosto dietro ad abbellimenti, celebrando la sua vita e la sua morte, seguendo il suo stesso modus operandi. "The Culling" cambia come detto sia il registro sonoro sia quello tematico, sfidando con ferocia quel malsano connubio tra religione e potere che i LoG hanno spesso messo in discussione, tema quanto mai attuale ancora oggi, e probabilmente per sempre; chitarre taglienti, vocals infernali e ritmi massacranti sono quindi come rulli di battaglia ben presenti e decisi; bordate crossover mature e con un songwriting che segue la direzione del già citato ultimo lavoro in studio, le quali quindi non aggiungono nulla di veramente nuovo, ma nemmeno fanno rimpiangere l'ascolto. I tre live mostrano il gruppo in una dimensione congeniale dove la compagine dà il meglio di sé, senza allontanarsi troppo dagli originali in studio, ma infarcendo il tutto con interazioni con il pubblico sempre ben gestite ed una tecnica sempre alta; anche qui nulla di nuovo trattandosi di pezzi ripresi dall'ultima fatica in studio, ma un'aggiunta che non dispiacerà a nessun fan della band. Insomma, la valutazione complessiva non può non essere buona, soprattutto in virtù dei due inediti, dandoci quindi un prodotto che si eleva dal semplice riempitivo tra un disco e l'altro, grazie sia alla sua importanza tematica, sia anche alla bontà fattuale dei brani; se apprezzate i Lamb Of God, vale la pena farci un pensiero.

1) The Duke
2) Culling
3) Still Echoes
4) 512
5) Engage The Fear Machine
correlati