LAMB OF GOD

Sacrament

2006 - Epic Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
21/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Continua il nostro percorso nella discografia degli statunitensi Lamb Of God, ormai giunti con "Sacrament - Sacramento" al loro quarto album; non più una realtà in attesa di conferma, i nostri sono entrati nel panorama mondiale del metal moderno di matrice groove e metalcore, supportati dal trionfo del precedente "Ashes Of The Wake" e dalla comparsa in videogiochi come Guitar Hero II e riviste come Revolver, passi che stabiliscono insieme alle vendite e al passaggio sotto la Epic Records il successo commerciale del gruppo. Freschi di tutto questo i nostri attendono due anni, ed è quindi nel 2006 che John Campbell (basso), Chris Adler (batteria), Mark Morton (chitarra), Randy Blythe (voce) e Willie Adler (chitarra) pubblicano il loro nuovo lavoro; chi si aspetta immani cambiamenti od evoluzioni è destinato a rimanere deluso. Se il precedente disco portava al suo apice un percorso evolutivo partito dal, a tratti, amatoriale "New American Gospel"  e giunto in una forma molto più matura e robusta, questo episodio si adagia un po' sulla linea qui trovata, semmai cercando soluzioni più commerciali; certo gridare al grande tradimento come se i Lamb Of God fossero una band underground di metal estremo restia al successo sarebbe quantomeno sconclusionato, ma è innegabile che con "Sacrament" il tutto si fa volutamente più orecchiabile con maggiori passaggi melodici ed un più largo uso di voci pulite. Il livello tecnico rimane elevato, tenendo conto che non trattiamo di una band progressive o sperimentale: la batteria sa quando variare la propria marcia e quando darsi ad attacchi serrati, e le chitarre alternano claustrofobie di scuola Meshuggah (influenza onnipresente negli album finora recensiti) con groove alla Pantera e alcuni momenti melodici molto melo death. Tutti elementi questi familiari per chi già segue la band, così come le vocals del cantante, che come detto qui usano l'alternanza tra growl, screaming e pulito, tanto cara a Fear Factory e Machine Head; le tematiche si discostano leggermente dall'ossessione verso i temi politici e di guerra (mai del tutto abbandonati comunque),trattando in maniera più approfondita di considerazioni sull'ipocrisia, analisi personali e critiche sulla condotta sia propria, sia altrui. Una dimensione più intima che rimarrà anche nei dischi successivi, mostrando una serie di argomenti cari al cantante, il quale riflette molto sia su aspetti pratici dell'esistenza, sia sui motivi interiori delle persone; non mancano anche alcune "spacconerie" tipiche del genere e attacchi ad personam che fanno molto "macho", aspetto questo complementare spesso nel metal americano di nuova generazione, e non solo. La produzione è ora decisamente pulita, forse anche troppo, concentrandosi sugli aspetti epici ed orchestrali, ma togliendo parte del mordente post thrash presente negli episodi precedenti; il responsabile è curiosamente Gene Freeman detto Machine, il quale si era occupato del disco precedente con risultati diversi. Non è dato quindi sapere se la cosa è dovuta ad una volontà sua, dell'etichetta, o della band stessa; il risultato è in ogni caso un prodotto forse ruffiano, che suona bene, ma in certi frangenti non valorizza gli elementi più metal dei nostri. Detto questo non siamo di fronte ad un disastro (cosa sempre evitata dal gruppo della Virginia, il quale comunque sa il fatto suo e sa suonare), ma semplicemente all'inizio di un periodo di metà carriera non all'altezza delle promesse mostrate, il quale comunque poi terminerà con una ripresa verso il sesto disco in studio; per ora comunque partiamo con l'analisi traccia per traccia del lavoro qui affrontato.

Walk With Me In Hell

Iniziamo con "Walk With Me In Hell - Vieni Con Me All'Infernoe con i suoi fraseggi circolari accompagnati da arie epiche e drumming incalzante; alcuni versi in riverbero di Blythe compaiono in sottofondo, contribuendo all'atmosfera suggestiva del tutto. Al trentaseiesimo secondo le chitarre si aprono in un suono lanciato e vorticante, tempestato da piatti; ecco un riffing roccioso, sul quale il cantante si da ad un growl effettato, mentre la strumentazione alterna parti più dirette e raccoglimenti convergenti ed aggressivi. Un assolo squillante segna una cesura al minuto e otto, ripresentandosi poi delineando una marcia serrata; ecco che Blythe si da ad un ritornello in screaming mentre le chitarre riprendono gli andamenti orchestrali iniziali. Il solito fraseggio segna la ripresa dell'andamento precedente, ritmato dalla batteria decisa e dai piatti cadenzati, in un movimento melo death che collima al secondo minuto; ecco qui un suono strisciante e granitico, portato avanti dalle chitarre pesanti e dal growl cupo adottato dal vocalist. Non ci sorprende dopo la ripresa dei toni melodici lo scoppio del ritornello gridato dalle chitarre dissonanti, il quale però si consuma presto; largo quindi a montanti thrash in una marcia robusta e protratta, nella quale s'inseriscono fraseggi squillanti dall'atmosfera allucinata. Al terzo minuto e ventidue un assolo classicheggiante si distende sulla doppia cassa e sui motivi incalzanti di chitarra, evolvendo con scale vorticanti, in un gusto molto progressivo; si passa quindi a falcate epocali sottolineate da colpi d'incudine industriali, purtroppo non così pesanti ed incisivi come potevano essere. Al quarto minuto e quattordici riprende posto il ritornello epocale, sottolineato nel suo movimento incalzante da colpi ossessivi e ritmati e da grida sgolate da parte del cantante; il finale vede un colpo di batteria dopo il quale avanza un fraseggio oscuro e greve, il quale si consuma in un feedback squillante. Un inizio tutto sommato non deludente, il quale mette comunque già in mostra la natura più epica ed atmosferica del lavoro in questione; uno degli episodi migliori di tutto il disco, astutamente posto in apertura come benvenuto per gli ascoltatori. Il testo si riferisce alla distruzione di una situazione di codipendenza, dove qualcuno debole psicologicamente viene controllato da una persona manipolatrice; preghiamo per il sangue, preghiamo per una pulizia, un'inondazione, la fine di un incubo, perché questa bugia chiamata vita può dissolversi velocemente come è arrivata. Cerchiamo solo la grazia e accogliamo le tenebre, mentre il mito di un significato è perduto e dimenticato; il narratore ci invita a prendere la sua mano e a non essere soli, camminando con lui all' inferno. "Pray for solace, Pray for resolve. Pray for a savior, Pray for deliverance, some kind of purpose. A glimpse of a light in this void of existence. Now witness the end of an age. Hope dies in hands of believers, who seek the truth in the liar's eyes - Prega per la consolazione, prega per una soluzione, prega per un salvatore, prega per la liberazione, un qualche scopo. Un raggio di luce nel vuoto dell'esistenza. Ora osserva la fine di un'epoca. La speranza muore nelle mani dei credenti, che cercano la verità negli occhi di un bugiardo" prosegue il testo, ripetendo poi ossessivamente i versi precedenti; non siamo mai soli, ma questo non è forse un bene, perché chi ci guida ci porta verso l'inferno con se. Il tema potrebbe essere visto sia a livello personale, sia sociale e politico, o anche di critica alla religione al suo controllo mentale: in generale si tratta della dipendenza da qualcuno o qualcosa, al quale ci affidiamo, ma che in realtà ci porta alla nostra rovina.

Again We Rise

"Again We Rise - Risorgiamo" parte con un fraseggio effettato e squillante, il quale presto viene colpito da un urlo di Blythe, prima di unirsi ad un riffing diretto e lanciato, accompagnato da un drumming serrato; al trentasettesimo secondo parte un andamento contratto sottolineato dal basso greve e dal cantato aggressivo del vocalist, il quale conosce anche effetti in riverbero. La strumentazione si fa quindi più contratta grazie a bordate serrate e punte squillanti che ne delineano il movimento; al minuto e quattro parte il ritornello epico con cori gridati e chitarre tecniche dal gusto discordante. Esso si consuma presto, riprendendo l'andamento precedente, il quale vede il passaggio da parti dominate da basso e giri squillanti, a marce rocciose con riff serrati; ma il songwriting un po' schematico non riserva grosse sorprese, e per l'ennesima volta parte il ritornello, il quale può ricordare una versione meno folle e geniale di quelli tipici di Devin Townsend, sia come solista, sia con i defunti Strapping Young Lad. Esso non dura molto, lasciando spazio ai giri circolari di chitarra e ai fraseggi stridenti, i quali a loro volta s'infrangono sul secondo minuto e dieci; qui una chitarre in levare fa da cesura, presto accompagnata da voce sospirata, e violata da una falcata, dopo al quale prosegue un trotto con suoni squillanti e parti di Blythe quasi nu metal, in uno stile insolitamente crossover per i nostri. Al secondo minuto e quarantadue si ripassa al basso greve e ai giri squillanti, contratti grazie raccoglimenti con rullanti; ma si esplode al secondo minuto e cinquantacinque in una marcia marziale con chitarre pulsanti e cantato gridato alternato al growl. Inevitabile la ripresa del ritornello concitato, tra cori e chitarre lanciate con la batteria possente, per quanto penalizzato da una produzione che non la presenta incisiva come in passato; ritroviamo poi contrazioni tecniche e piatti cadenzati, con giochi claustrofobici presto alternati con i cori del ritornello. Qui s'intromette un assolo sinistro, creando una coda epica che cresce sempre più d'intensità, con un finale epocale e solenne dove Blythe grida le sue minacce, fino al finale segnato da un ultimo riff e da un rullante; inizia a palesarsi una certa stanchezza nel songwriting, il quale accosta le stesse soluzioni con poche varianti, coprendo il tutto con una produzione orchestrale che suona si a tratti epica, ma non può nascondere la ripetizione di idee. Il testo sembra trattare di una critica feroce alla scena musicale e ad una certa attitudine riscontrata in alcune band del metal moderno (cosa un po' curiosa se pensiamo che i Lamb Of God stessi non sono certo salvi da critiche da parte di puristi e non solo); con un'attitudine comprata e disprezzo, uno stronzo conciato a festa, un ribelle istantaneo, a cui bisogna dare cupidigia per farlo crescere, rappresenta un'altra comodità inutile. Vetri rotti e una mascella spezzata si hanno mentre bugie vengono dette in un accento del sud, il suo discorsetto è su una presunta povertà, ma la verità ucciderebbe subito chi lo fa; sangue e fuoco riempivano una volta la notte, mentre si era affogati e bruciati dalle nostre stesse vite, ora gli altri hanno perso per anni una nave che affonda. Dollari e lacrime di coccodrillo segnano che è finita da tempo, quei giorni sono finiti e non torneranno, un altro nome viene tolto dalla lista; non c'è nulla contro cui lottare, l'altro è così falso da essere evidente, non sarà mai uno di loro, non è roba sua e non deve nemmeno provarci. "This bridge was burnt before you could cross, you reap the benefits of what's lost. Go home son, hang your costume up, a goddamn insult to the rest of us. A thousand-yard stare across the south, a full belly and a lying mouth. Momma's boy plays heretic. The real thing would kill you quick - Questo ponte è stato bruciato prima che tu potessi attraversarlo, e ottieni i benefici di ciò che è perduto. Vai a casa figliolo, appendi il tuo costume, un insulto per noi. Uno sguardo da mille miglia attraverso il sud, una pancia piena ed una bocca che mente. Il cocco di mamma fa l'eretico. Ma la situazione reale ti farebbe velocemente fuori" prosegue il testo, ripetendo poi il verso precedente; la fine è vicina, il nostro ne ha avuto abbastanza e il tempo è scaduto. Un testo di critica accesa verso qualcuno ritenuto falso, insomma discorsi su "poser" che sono entrati nella scena metalcore inventando storie di disagio, mentre in realtà sono viziati che lo fanno per denaro; diatribe musicali non certo nuove, che a quanto pare appartengono ad ogni genere, per quanto nuovo. 

Redneck

"Redneck" è il singolo estratto dall'album, presentando da un video decisamente sui generis molto "MTV Generation"; esso si apre con dei colpi di piatti, presto uniti ad un drumming martellante e giri ricchi di groove circolare ripetuto. Al dodicesimo secondo un impennata annuncia l'esplosione di un galoppo incalzante dai suoni squillanti e dai cimbali ben presenti; dopo una breve digressione che fa ad cesura parte il cantato di Blythe, molto urbano  e contratto, accompagnato da riff marziali e batteria un po' sottotono rispetto al resto della strumentazione. Al quarantatreesimo secondo un urlo annuncia falcate discordanti, accompagnate da campanelli ritmati; largo poi al ritornello veloce e lanciato, con growl effettato molto alla Dez Fafara, regalando anche qui un gusto sincopato al tutto. I toni si fanno quindi di nuovo contratti e marcianti, con vocals in riverbero e colpi improvvisi; si ripresentano le convergenze con cimbali picchiati, collimando inevitabilmente nell'ennesima ripresa del ritornello frenetico e ritmato. Al minuto e cinquantasei un assolo notturno fa una fugace apparizione su un andamento strisciante con rullanti, prima di lasciare posto ad una cesura con piatti dilatati; largo quindi ad un galoppo dai suoni squillanti e dal drumming martellante con salve rocciose, sul quale partono gli effetti in riverbero del growl di Blythe. In sottofondo i piatti contratti e le claustrofobie di scuola Meshuggah trovano posto, fermandosi al secondo minuto e trentaquattro con suoni sferraglianti contornati dalla batteria secca; ecco che ci si rilancia nel ritornello sfrenato, violato da alcune parti più taglienti, il quale poi prosegue diretto con piatti e montanti ripetuti. Al terzo minuto e sei dopo un rullante si ripresenta l'assolo sinistro, accompagnato da riff rocciosi e ora sviluppato in punte squillanti; l'effetto malinconico si protrae raggiungendo il finale, lasciato ad un effetto di feedback ed ad una digressione. Il testo è un attacco contro qualcuno che ha dato i nervi al cantante, un tema non certo nuovo per la band; scriverlo è dannatamente facile, le parole scorrono sulla pagina grazie al soggetto, assorbito da se stesso e sicuro di se, fonte di risate da parte del suo stesso spettacolo. Ma il nostro non è persona da fare nomi, o da gettare sassi in una casa di vetro, ci chiede di metterlo alla prova su questo; è una fottuto invito, l'unico si avrà bisogno, e si continua con "Just one time you got a reason, heard you had nothing to lose. A blind preacher for the pin-eyed congregation. It must be easy to lose. But I ain't one to call names or throw stones in a house of glass. You try me - Una volta avevi una ragione, ho sentito non avevi nulla da perdere. Un prete cieco per una congregazione miope. Deve essere facile perdere. Ma non sono io quello che fa nomi o getta il sasso vivendo in una casa di vetro. Mettimi alla prova", ripretendo poi i versi precedenti. L'altro può ripetere le stesse bugie mille volte, ma non diventeranno vere, quindi può chiudere ancora una volta gli occhi, e credere che gli altri ancora credono in lui; continua quindi l'invito a metterlo alla prova. I temi politici sembrano ora messi al bando, sostituiti da "tough guy" un po' immaturi, segnando una regressione tematica rispetto ai due album precedenti, impegnati e più profondi; polemiche e attacchi in formato di canzone, che sembrano un po' fatte per provocare reazioni, anche se qualcuno potrebbe dire che sono sinceri e senza fronzoli.

Pathetic

"Pathetic - Pateticoparte con un ritmo stridente intervallato da bordate rocciose, il quale si prolunga con giochi di piatti di batteria che en delimitano l'andamento; ecco che al diciassettesimo secondo si aggiunge una doppia cassa martellante con piatti cadenzati, la quale si consuma al trentaseiesimo secondo. Qui parte il cantato aggressivo di Blythe, insieme alla batteria sospesa e ai montanti taglienti di chitarra; i toni si fanno sempre più diretti, arrivando al  cinquantacinquesimo secondo. Qui dissonanze vorticanti creano una cesura claustrofobica; segue una corsa lanciata dal ritornello veloce, la quale però termina presto con colpi di piatti ed una digressione. Si torna alle marce rocciose, ricche di cantato graffiante e bordate severe con piatti cadenzati; ancora una volta i toni si fanno più serrati, lasciando posto alle dissonanze. Qui però si collima in un coro epico supportato da ritmi incalzanti e chitarre nervose, il quale poi si da a corse vorticanti alternate ad impennate di chitarra e rullanti; al secondo minuto dieci un assolo tecnico crea scale in salire unite a digressioni rocciose. Si crea un movimento contratto, il quale poi si libra con un altro assolo più classico e squillante, mentre i riff a motosega proseguono in loop con i blast cadenzati di batteria; largo dunque a scale melodiche e doppia cassa, in un galoppo costante, il quale collima nelle solite dissonanze. Non ci stupisce il passaggio al ritornello epico con cori e ritmi pulsanti, il quale però presto si zittisce con un falso stop: dopo alcuni secondi di silenzio un effetto in salire anticipa una marcia con colpi pestati ed esultanze, sul quale Blythe si da a versi ancora una volta affini al citato chitarrista - cantante canadese, creando un finale epico che si fa sempre più concitato e serrato nel drumming e nelle chitarre, fino alla conclusione. Un brano tutto sommato godibile, altro punto forte dell'album, anche se non esente da ripetizioni e songwriting un po' lineare; un uso più feroce di chitarre e batteria regalano momenti degni del passato, pur sopravvivendo la produzione monotona e piatta che non valorizza tali strumenti quanto dovrebbe. Il testo tratta un tema già comparso varie volte nei testi del gruppo, ovvero al dipendenza e l'abuso di alcool; da qualche parte tra una scusa e una bugia il nostro trova qualcosa in cui crede, e il narratore può immaginare perché ne sia così orgoglioso. Seguono tre brindisi per ciò che si era, patetici, rovinati, senza anima, e compromessi; sonnambuli su un campo minato spariamo cazzate, ma tutto crolla intorno a noi, ed esse tornano indietro. "Somewhere between delusion and denial, You'll drown in your own sympathy. Profound, at least you thought so at the time, A ghost of who you used to be - Da qualche parte tra la delusione e la negazione, annegherai nella tua stessa simpatia. Profondo, almeno così pensavi al momento, un fantasma di ciò che eri" prosegue il testo, ripetendo poi le parole precedenti in una rappresentazione di disgusto (probabilmente auto disgusto) ripetuta ad oltranza; un tema lineare e semplice, rappresentante lo stato di non curanza e confusione di chi si auto inganna lasciandosi alla dipendenza e all'auto commiserazione. Intuiamo che sia qualcosa che Bythle critica tanto agli altri, quanto a se stesso; si prosegue quindi su note personali introspettive su temi quotidiani della vita del nostro. 

Foot To The Throat

"Foot To The Throat - Piede In Gola" ci accoglie con una marcia thrash ritmata e costante, delineata da rullanti e giri squillanti; al ventunesimo secondo dopo alcuni copi serrati parte il cantato aggressivo di Blythe sottolineato da riff costanti ed effetti di riverbero. Largo qui  a rullanti seguiti da cavalcate epiche in un ritornello ricco di suoni squillanti e urla sgolate, dalle tendenze core in bella vista; esso passa poi alla ripresa del solito andamento, questa volta con vocals cupe effettate, alternate a quelle più umane, ma sempre taglienti. Un tripudio tecnico di fraseggi altisonanti continua poi i montanti con cantato ritmato, arrivando insieme al drumming serrato al minuto e quarantacinque; qui una cesura lascia una digressione con effetti spezzati, i quali poi continuano in una marcia intervallata da rullanti  e bordate, la quale si apre a galoppi di batteria supportati nel loro andamento interrotto da raccoglimenti ritmici da un Blythe strisciante ed ultra effettato. Dopo un grido riprende il movimento imponente con grida e giri vorticanti, sul quale poi abbiamo effetti a megafono, i quali proseguono il gioco di modificazioni vocali dominate nel pezzo; ecco che si collima nel tetro ritornello con fraseggi squillanti e piatti incalzanti, il quale vede una punta tecnica con doppia cassa e bordate marziali, prima di chiudersi all'improvviso. Un episodio che passa veloce e che gioca molto sugli effetti da studio; nulla d'inedito o di sorprendente, per un pezzo tutto sommato godibile, ma che non fa gridare al miracolo. Il testo molto astratto tratta dello sprecare tempo per cose inutile, e in maniera più generale può essere visto come una critica al consumismo e ad una società piena di cose senza un vero scopo e valore aldilà di quello monetario; una minaccia di morte in Virginia, una vigna che si arrampica, le mani che nutrono l'intento, strozzano lo scopo di questa volta. Prendiamo tutto quello che possiamo dare, e lui lo farà suo, senza interesse per ciò che abbiamo speso, anche l'oro degli stupidi splende;  mai tenuto giù, mai ristretto, la virtù ha un piede sulla gola, siamo liberi da catene spezzate, per questo sempre i tiranni ridono dei conquistati, le vittime ora sono tradite. "And in this Commonwealth, There's merely a common concern for self. We hold these lies to be self-evident, As the dividends will reflect. And in this Commonwealth, There's merely a common concern for self. The coffers have long run dry - E in questo Commonwealth, c'è colo un comune interesse per se stessi. Mostriamo queste bugie come evidenti, mentre i dividendi rifletteranno ciò. E in questo Commonwealth, c'è colo un comune interesse per se stessi. Le casse si sono prosciugate da tempo" prosegue il testo ripetendo poi i versi precedenti, parlando poi di metafore sull'inutilità e mancanza di scopo, come un toro in un negozio cinese con gli scafali vuoti, un ladro in una cassaforte vuota, una pecora già tosata, una zanzariera in un sottomarino, un'aquila con le ali spezzate, la speranza nei sogni di un uomo morto, o il suono di una campana che non suonerà mai; il messaggio è chiaro, stiamo solo sprecando tempo, ripetuto in modo articolato con immagini elaborate e fantasiose, in uno dei testi migliori di tutto l'album, e forse dell'intera carriera dei nostri.

Descending

"Descending - Discendendo" è introdotta da un effetto sotterraneo in levare, il quale dispiega un fraseggio veloce accompagnato da doppia cassa e colpi martellanti, con un gusto progressivo; al trentesimo secondo abbiamo giri ariosi alternati a riff corposi, prima dell'inizio dell'andamento vero e proprio. Qui un Blythe ricco di riverbero si accompagna al fraseggio iniziale in sottofondo e ad effetti spettrali, proseguendo il gusto per la produzione sofisticata incontrato nel brano precedente; al cinquantaseiesimo secondo si aggiunge un assolo tetro, mentre il cantante si da a grida intervallate a parti cupe. Si libera dunque il ritornello epico dai suoni serrati che alternano arie dense ed accelerazioni, collimando appunto in un galoppo con rullanti di pedale e urla epiche; segue una ripresa del motivo portante, qui più nervoso grazie ad un cantato aspro e a giri ossessivi con piatti cadenzati. Riprendono i suoni severi di chitarra, in un'atmosfera solenne  protratta fino al secondo minuto e nove; qui ripartono i ritornelli precedenti, sempre carichi di motivi ieratici alternati ad impennate squillanti. Arriva dunque una sequenza tecnica con fraseggi sempre più altisonanti e rullanti ben gestiti, per un brano dal songwriting più interessante rispetto alla media del disco, e dove gli effetti di studio sono usati in modo più parsimonioso ed incisivo; al secondo minuto e quaranta delle grida sgolate anticipano la ripresa dei montanti squillanti con rullanti di pedale, e dopo un gioco ritmico serrato abbiamo una cesura di basso. Essa viene seguita da un'esplosione epica con vocals effettate altisonanti e chitarre evocative, mentre poi Blythe si da ad un cantato lascivo con punte gridate, sottolineato da fraseggi malinconici e squillanti; il finale vede una serie di moneti contratti con rullanti  e grida, i quali collimano con una digressione di chitarra. Un numero come detto efficace che ci riporta a molti degli stilemi dei dischi precedenti, dando più spazio anche le mixaggio a chitarre e batteria; i Lamb Of God dimostrano di aver imparato la lezione e di aver acquisito una serie di abilità utilizzate più volte nella loro carriera. Il testo torna sul tema dell'alcolismo, sempre legato al misto di auto disprezzo ed auto commiserazione; il fiume in cui è destinato ad essere trovato, una corda scelta per l'impiccagione, questo è a dipendenza, mentre da cieco il protagonista crede di vedere tutto, convincendo se stesso. Il dio che lui adora è un riflesso sbiadito, il demone che incolpa una fiamma che affievolisce, entrambi cospirano assieme, sono esattamente lo stesso; discende per non riprendersi con i pezzi che ha perduto, i pezzi di tutto ciò che ha perduto.  "I shudder to think of the consequence, It's blasphemy simple and true. The tragic protagonist torments, convincing myself again - Tremo all'idea delle conseguenze, è semplicemente una blasfemia fatta e finita. I tormenti del tragico protagonista, convincendomi ancora una volta" prosegue il testo, ripetendo poi i versi precedenti in un mantra; un testo ossessivo di auto accusa ed analisi, che segue la linea dell'album, divisa tra polemiche ed attacchi verso altri, e considerazioni sulle proprie debolezze, in uno stato emotivo e mentale molto travagliato. Un gusto amaro quindi sempre presente, e severo; esso delinea parole dure spesso ripetute in una rabbia che non trova pace.

Blacken The Cursed Sun

"Blacken The Cursed Sun - Annerisce Il Sole Maledettoparte con un riffing roboante dalle note stridenti, quale si unisce ad una seconda chitarra e ad un drumming dai piatti ritmati; ecco che al ventiquattresimo secondo si apre una cavalcata epica delineata da alcuni rullanti e dai suoni ariosi ed evocativi di chitarra. Il cantato aggressivo di Blythe annuncia la partenza di un galoppo diretto ricco di colpi serrati ed evoluzioni di chitarra, con alcune punte di growl; al minuto i ritmi si fanno più controllati, perpetrando i loop circolari fino ad un'apertura di cimbali ritmati e grida sguaiate, dalle chitarre ariose solenni. Ecco un galoppo severo e diretto, con drumming spedito e ritornello vocale effettato; si torna quindi al movimento principale, il quale prosegue con i suoi riff stridenti e i suoi piatti cadenzati, mentre Blythe si da ad un growl maligno. Si ripropone l'apertura gridata con suoni epici, la quale si alterna con alcuni rullanti di tamburo marziali, prima di lanciarsi ancora in un galoppo dai toni di chitarra solenni e dal drumming ricco di blast e colpi secchi; al secondo minuto e cinquantadue una marcia imponente prende posto con cimbali e punte squillanti, purtroppo non valorizzata anche in questo caso dalla produzione come dovrebbe. Qui Blythe torna con sussurri maligni, mentre la strumentazione va a collimare in un fraseggio ferroso; si riprende poi brevemente con giochi tecnici di chitarra, interrotti da colpi di batteria ritmati, che en contraggono l'andamento sincopato, sul quale il cantato si da a toni cavernosi e grida. Alcuni rullanti anticipano la ripresa dei toni epici, supportati da montanti di chitarra taglienti e cori sdoppiati tra pulito e growl, con una sequenza altisonante che si consuma con colpi e rullanti; parte un riffing nervoso, come scosse elettriche, il quale procede insieme a fraseggi tetri e campionamenti vocali in una sorta di marcia cupa, protratta in modo ossessivo fino alla conclusione del brano, segnata da ultimi colpi ritmati e da un grido protratto, chiuso da un riverbero. Un episodio lungo, forse anche troppo, che fa un largo uso di rallentamenti e di effetti vocali, proseguendo su questo fronte la tendenza di metà disco; se ci soffermiamo sulle vocals del cantante, notiamo uno stile che fa un maggiore uso delle parti in pulito, richiamando un modus operandi tipico tanto del groove metal, quanto del metalcore. Il testo tocca il tema della depressione, anch'esso già affrontato negli album precedente, la quale pare toccare da vicino il cantante; facendo nostro un giorno oscuro c'è solo l'inferno da pagare, mentre nessuno è rimasto per vedere questo ritorno da figlio prodigo. La dolce apatia è il suo mezzo,  mentre noi rimpiangeremo un anima venduta e lui scaverà un buco più profondo; la santità è ad un respiro, si oscura il sole maledetto, e non siamo i soli ad essere scesi così in fondo in basso, non c'è un domani, in "A tragedy on display, a sickness for all to see, I will kill this part of myself that I hate and that I see in you. It was always mine anyway, there's some things you can't take away. I choose not to feel a thing, sanctity a breath away. Just a breath away - Una tragedia in mostra, una malattia da far vedere a tutti, ucciderò questa parte di me che odio e che vedo in te. E' sempre stata mia in ogni caso, ci sono cose che non puoi portare via. Scelgo di non sentire nulla, la santità è ad un soffio. Solo un soffio". Continuano I versi precedenti come in un mantra, chiedendosi poi se c'è speranza per noi, se possiamo essere salvati ancora, se il Dio altrui ha un posto per noi; ma la risposta è che non c'è un domani, ma ci si richiede ancora quanto prima, se c'è tempo per pentirsi, se risorgeremo dalla morte, se mai siamo stati vivi, e se qualcosa di tutto questo è vero. E' meglio morire velocemente combattendo in piedi, piuttosto che vivere supplicando in ginocchio, mentre vengono ripetute le domande precedenti ripentendo la stessa risposta: dannatamente no. Un testo che rinuncia a qualsiasi facile consolazione religiosa, accettando la realtà; si combatte da soli in una vita che non ha un senso intrinseco, piena di dolore ed ingiustizia, da affrontare da soli. 

Forgotten (Lost Angels)

"Forgotten (Lost Angels) - Dimenticata (Angeli Perduti)" si prepara con un rullante seguito da un ennesimo fraseggio veloce di matrice thrash, contornato dal drumming pestato; senza molti fronzoli al diciottesimo secondo Blythe parte con il suo cantato aggressivo unito a riff veloci e piatti con rullanti e doppia cassa. Largo poi a passaggi squillanti dal gusto melo death, i quali però presto tornano all'andamento precedente, in un'alternanza improvvisa; al cinquantaseiesimo secondo il tutto si fa più concitato con colpi contratti, fino all'esplosione di giri discordanti  e grida in riverbero, creando una claustrofobia alla Meshuggah. Invece però di continuare su questa linea, il songwriting si mostra qui molto mutevole e nervoso, passando ad una ripresa  delle melodie dal gusto svedese, sempre unite ad urla taglienti; largo poi a fraseggi tecnici e rullanti di pedale ritmati, arrivando ad una sequenza circolare pulsante. Abbiamo al minuto e quaranta cori altisonanti accompagnati da evoluzioni di chitarra stridenti e batteria pestata; Blythe si da anche a parti pulite dal gusto molto nu metal, prima di proseguire con se sue urla. Un assolo dilungato entra in gioco al secondo minuto, distendendosi con blast controllati e muri di chitarre in sottofondo, delineato da rullanti; ma la struttura del brano non vuole saperne di fermarsi su una direzione, e subito dopo torna il cantato pulito, qui in concomitanza con una chitarra squillante dal sapore altisonante grazie alle sue scale elaborate. Si riprende dunque con i ritmi diretti conditi da growl e riff nervosi, collimando nelle claustrofobie con cori in riverbero; inevitabile il proseguimento con la cavalcata melo death, sulla quale Blythe si da ad urla molto alla Static X, il quale chiude così l'episodio. Un pezzo che è un po' un collage di stili diversi, con una forte volontà di essere imprevedibile, ma che un po' si disperde; i nostri hanno già dato prova in passato delle loro capacità di creare uno stile mutevole, in modo più coerente e strutturato, mostrando una sorta di regresso, per fortuna non comune a tutto l'album. Il testo è un attacco alla società di Los Angeles, non dissimile da quanto fatto anni fa dai Tool nella famosa "Aenima" tratta dall'omonimo album; è una città dura e fredda, che il nostro odia, mentre guarda i ratti annegare morendo lentamente giorno dopo giorno ( i suoi abitanti), decrepita e cadente è una pozza di rifiuti umani che ingoia profitti in profondità, facendo conoscerne il sapore solo ora nella morte. Non ci sono anime rimaste da salvare, dimenticata, con angeli perduti, una vecchia disgrazia; sono fottuti ipocriti, ma i segni sulle labbra non mentono, la compassione non è un piatto servito a loro, che hanno visto morire molti. Non può scrivergli una canzone felice, da cantare assieme, perché l'unico aggancio (hook, anche ritornello) è quello che ha appeso nelle viscere sanguinati; bisogna bruciare tutto, non ci sono anime da salvare, solo sguardi morti in occhi morti, speranze soffocate e menti vaganti, in vite vuote come le parole, il risultato finale di bugie eterne. "There's no angels here, to get lost in the first place. Jackhammer a fault line, pray for earthquakes. Mulhollands's on fire, and my cig started it. '92 should have burnt this fucker down, we're here to finish it - Non ci sono angeli qui, che sono possano perdere come prima cosa. Colpisci con un martello pneumatico una faglia, prega per i terremoti. Mulhollands è a fuoco, ed è stata la mia sigaretta ad iniziarlo. La rivolta del 1992 avrebbe dovuto bruciare questa merda, ora siamo qui per finirla" prosegue il testo, il nostro non è impressionato da molto qui, tanto meno da quanto gli altri hanno da dire, non gli importa di chi conoscono, vuole solo lasciare questo inferno; vuole sappiano che non contano nulla per lui, e non di certo le bugie che escono da sotto i loro denti. Non gli piscerebbe addosso se andassero a fuoco, bugiardi che si credono importanti; un attacco senza fronzoli alla cultura decadente di una città basata sulle menzogne e sulle conoscenze, reali o meno che siano, alla quale viene qui "dedicata" una canzone non certo piena d'amore. 

Requiem

"Requiem" parte con una sequenza vorticante dal drumming strisciante e controllato, violata da alcune bordate roboanti; ecco che un galoppo in doppia cassa prende piede, ricco di giri altisonanti con punte squillanti, anch'esso interrotto da suoni roboanti. Al ventisettesimo secondo parte il cantato ringhiato di Blythe, accompagnato dalla batteria cadenzata e dai riff circolari di chitarra; si accelera presto con una linea più concitata, ricca però di punte squillanti, al quale evolve in un ritornello con grida in riverbero dall'effetto incalzante. Sembra di ascoltare quasi i colleghi Devildriver, segnando un occhio lanciato al resto del mondo della "new wave of american heavy metal"; al primo minuto ci si ferma con uno screaming accompagnato da movimenti contratti, mentre si riprende subito dopo con la marcia portante, al quale ancora una volta conosce punte vorticanti ed un cantato a volte più pulito, a volte effettato. Riecco il ritornello dal coro ripetuto e dal drumming pestato con chitarre energiche, il quale però si consuma presto in uno screaming maligno con contrazioni; la scena è lasciata ad una chitarra greve e rallentata, la quale avanza come una locomotiva in arrivo, mentre campionamenti vocali prendono posto tra arie cupe e solenni. Si continua così fino all'aggiunta di riff circolari di fattura melo death, alternati con i suoni malevoli con riverberi spettrali, sottolineati dal solito fraseggio tagliente e monolitico; al secondo minuto e quarantasei un assolo dalle scale squillanti prende piede, mentre ci si lancia in una corsa con rullanti di pedale e doppia cassa, conoscendo le solite evoluzioni tecniche di fattura heavy. Si prosegue con parti ariose intervallate da impennate; al terzo minuto e diciotto il growl di Blythe si unisce ad un nuovo assolo sinistro, in un movimento epico alternato a piatti pulsanti e giri rocciosi. Il finale vede come conclusione arie notturne alternate a corse in doppia cassa, con un effetto sincopato suggellato dalle urla aggressive del cantato; la conclusione è lasciata a colpi di piatti serrati che chiudono il tutto con una nota pulsante sottolineata da versi taglienti in riverbero. Il testo sembra tornare sul tema dell'abuso, questa volta di droghe, il quale offre un falso paradiso ed illusioni distruttive; è un sacramento chimico, una preghiera blasfema, in cui chiediamo di essere liberati in una serena apocalisse. L'importante è d'essere resi stupidi, sordi, ciechi e sordi, tornando in un riposa sacro; potrebbe essere il suo requiem, e non sentirà nessun dolore, chiede solo di non essere sepolto troppo in profondità. "Drain infected brine, sickened cesspool shell of mine. Strap up the hands of time, and push the soul into the vein - Prosciuga salamoia infetta, un malato pozzo che è il mio guscio. Lega le mani del tempo, e schiaccia l'anima nella vena" continua il testo, chiedendo ancora poi di essere reso stupido, cieco sordo e muto, e ripetendo i versi successivi già incontrati; sprofonda, soffre, si auto distrugge, si libera, scarta e nega, il tutto senza sentire dolore. Immagini vagamente sacrali  per un contrasto tra la falsa purificazione dell'atto, e la sua realtà distruttiva; un altro testo di riflessione e consapevolezza, che sottintende una vita tutto tranne che priva di peccati e dipendenze, per un animo sofferente e consapevole di fare non sempre ciò che è giusto. Blythe da accenni spesso su dvd ed interviste riguardo al senso dei pezzi, senza però andare troppo a fondo; ogni singolo ascoltatore può rielaborarli in questi casi secondo le sue idee e la sua esperienza personale. 

More Time To Kill

"More Time To Kill - Ancora Tempo Per Uccidere" ci accoglie con un suono ritmato e contratto fatto di riff squillanti e montanti serrati accompagnati dai blast cadenzati; dopo una cesura circolare ci si lancia con una corsa frenetica dove Blathey si da al suo growl cupo, in un movimento presto alternato in modo dinamico con quello precedente, creando claustrofobie squillanti dove screaming rauchi e growl s'intrecciano mentre la strumentazione assume toni sempre più concisi. I soliti effetti in riverbero intervengano sulle vocals, mentre il songwriting ripropone in modo ossessivo le soluzioni già affrontate, con un effetto un po' monotono che ci da un brano inferiore rispetto al precedente su questo aspetto; bisogna attenere il minuto e sette per un riffing a motosega che inasprisce i toni, alternato da cori epici in riverbero creando un ritornello roboante e contratto. Seguono una serie di versi con bordate marziali alla Fear Factory, le quali si consumano presto con uno stop improvviso; si passa  al minuto e quarantadue a raffiche rocciose con un cantato sincopato. Su questa linea si aggiunge un fraseggio tetro e squillante, il quale prosegue fino al secondo minuto e sette insieme ai loop grevi; esplodono qui grida folli e chitarre a motosega, in un buon andamento, presto però interrotto da convergenze impennanti e rullanti, mentre parti vocali pulite ed effettate prendono posto. Ci si ferma con un arpeggio delicato, sostituito presto da versi cupi in salire e montanti granitici; si collima in un tripudio di suoni squillanti e riff appassionanti, mentre un assolo stridente si staglia in sottofondo, lasciando sul fronte i growl cavernosi di Blythe, i quali proseguono isterici nel ritornello epico protratto con colpi di batteria come incudine. La chiusura vede un ultima impennata con rullanti e grida, la quale mette fine al tutto; un episodio nella media che non aggiunge molto a quanto finora affrontato, mantenendo certe tendenze commerciali qui prevalenti. Il testo torna a parlare di qualcuno che il cantante detesta con tutto se stesso, fino al punto di volerlo vedere sparire; il nostro ha appena saputo che l'altro sta morendo, e sarcasticamente dice che già stava festeggiando con altri. Ma prima che l'altro vada, ha qualcosa da dirgli; gli chiede di soffrire per lui, indulgendo ad ogni suo bisogno, e prosegue con "I don't want to meet you halfway, I've always despised that fucking place. I'm not offering you my way, I'm kicking you down the fucking highway - Non voglio incontrarti a metà strada, ho sempre odiato quel fottuto posto. Non ti sto offrendo il mio modo, ti sto prendendo a calci giù per l'autostrada". Una cosa deve capirla da subito, il narratore non se n'è mai fregato di lui, e mai lo farà, e ogni suo respiro rappresenta tempo da uccidere; fantastica poi di prendere il suo ultimo respiro e di perseguitare i suoi sogni nel suo sonno finale. Un testo diretto e semplice, pieno di odio e rancore, in una modalità non certo inedita per il genere; personale, forse non molto maturo, ma che esprime il desiderio di Blythe di dedicare il suo disprezzo a chi lo infastidisce nella vita, una rabbia con la quale di sicuro i giovani fan possono trovare riscontro. 

Beating On Death's Door

"Beating On Death's Door - Bussando Alla Porta Della Morte" è il finale del disco, introdotto da una chitarra stridente subito seguita da un riffing contratto; ecco che ci lanciamo in un galoppo thrash ricco di giri energici e cantato tagliente, in una ritmica frenetica con alcuni cori in riverbero. L'aria è molto "punk", recuperando le tendenze hardcore della band poco presenti nella totalità dell'album, le quali però hanno qui modo di mostrarsi; al ventiseiesimo secondo montanti dalle punte stridenti si librano severi alternati da rullanti e raffiche impetuose, con un bell'effetto sincopato. Si lancia quindi nella corsa principale, protratta con i suoi movimenti schizofrenici fino al cinquantunesimo secondo; qui assume toni più contratti dove il cantato si da ad un growl epico ed effettato con effetti sdoppiati. Ecco la ripresa del ritornello dalle punte squillanti e dal motivo incalzante ed epocale, in una serie di vortici ben strutturati, ripetuti con loop supportati da un drumming robusto in doppia cassa e rullanti di pedale; al minuto e trenta si passa ad una marcia dal gusto nu metal, condita con strani suoni vocali, mentre Blythe interviene a tratti con ritornelli in riverbero gridato. Al secondo minuto chitarre discordanti creano un andamento diretto con batteria cadenzata, il quale evolve in riff stridenti dalle falcate dinamiche; si prosegue quindi fino allo stop del secondo minuto e trenta, segnato da una cesura, delineata da un rullante. Si riparte con il galoppo iniziale, sempre vivace e pulsante, dove le vocals si fanno sempre più aggressive e ricche di effetti, e il drumming sempre più pestato; inevitabile la ripresa del ritornello principale con punte squillanti e giri vorticanti, a noi ormai familiari. Al terzo minuto e ventotto si ripassa a momenti quasi tribali dal gusto nu metal con rullanti e bordate granitiche ripetute; essi lasciano presto spazio ad aperture ariose ed epiche, con grida in riverbero e riff circolari dai fraseggi stridenti. Un assolo notturno prende piede insieme a montanti continui, in una marcia funesta condita dai versi in riverbero di Blythe, come in lontananza; il panzer sonoro viene improvvisamente interrotto con il silenzio e un'eco vocale, il quale però sale tramutandosi in un feedback etereo. Si chiude cosi l'ultimo pezzo del disco, lasciando gli ultimi secondi della registrazione nel silenzio più completo; una chiusura tutto sommato soddisfacente, la quale presenta in parte la furia del passato, anche se legata ai momenti epici e alle connotazioni più commerciali che qui dominano l'impianto complessivo. Il testo tratta ancora una volta di droga, nello specifico di chi abusa dall'eroina, e dei loro comportamenti nocivi verso se stessi e gli a tri, dipendenti totalmente dalla sostanza; il soggetto è una furba, figlia della cupidigia, che parla all'infinito in modo vuoto, una mendicante che pensa ancora di poter scegliere, una regina senza trono che ancora chiede il suo debito. Ma se si vuole qualcosa gratis bisogna prendere quello che si può, come una troia vergine in un abito da sposa sporco; grida per avere salvezza, sbattendo sulla porta della morte, ma deve stare attenta a ciò che desidera. "There's blood stain on the ceiling, but you're the only duck in the shooting gallery. Trying to look out a bricked-in window, your destiny lies in the alley below. Trying to see yourself in a shattered mirror, when all else fails, she holds you with broken arms. There's poison in her veins, but the bitch comes for free, a quick fix for all that you think that you need - C'è una macchia di sangue sul soffitto, ma sei tu l'unico obiettivo a tiro. Cercando di aprire una finestra murata, il tuo destino giace nel vicolo di sotto. Cercando di guardarti in uno specchio frantumato, quando tutto fallisce, mentre lei ti tiene con braccia rotte. C'è veleno nelle sue vene, ma la troia è gratis, una facile soluzione per tutto quello che pensi di avere bisogno" continua spietato il testo, mentre non ci sono spalle rimaste su cui piangere come un coccodrillo, è legata a nodi che non può sciogliere, non ci saranno più avvertimenti per chi non vuole ascoltare; ha mentito troppe volte, e a nessuno importa più di lei. Una promessa vuota con un cuore di latta, il sorriso falso di lei inganna e ti attira, tutto quello che desideri è qualcosa in più, un colpo in testa e un calcio per terra si ottengono cercando un drago in vestiti da donna; una traccia di carta finisce con fumo asfissiante, ma sa di aver acceso lei stessa il fiammifero, e ora deve giocare le carte brucianti che ha dato. Il santo patrono degli idioti risponde a chi cerca la salvezza sulla porta della morte, e ora è tutta nostra, e dobbiamo tenercela, rotta.

Conclusioni

Concludendo un disco che rappresenta l'ora più commerciale della band, fatto per piacere ad un largo pubblico, sia per il songwriting, più atmosferico e leggero, sia per la produzione pulitissima e senza sbavature; in realtà se evitiamo discorsi da puristi dell'ultima ora, la cosa in se non sarebbe negativa, se non andasse ad indebolire elementi fino ad ora ben presenti ed importanti nel suono della band. Manca quel fervore raggiunto precedentemente, così come i passaggi più complicati e lunghi; il tutto è controllato e reso digeribile per ogni ascoltatore, con un suono che mette tutto sullo stesso livello. Questo nel caso del metal con una matrice in qualche modo thrash (e con buona pace dei detrattori, il groove e il metalcore rientrano in questa categoria) è deleterio, poiché batteria e chitarre dovrebbero essere gli strumenti portanti per cavalcate e riff macina ossa, cosa infatti rispettata in passato, mentre ora vanno nelle seconde file adagiandosi in una coltre fin troppo morbida; l'effetto complessivo è patinato e "inoffensivo", cosa non certo gradevole per un disco metal. Come detto, il disastro viene evitato grazie ad un songwriting ormai collaudato e competente, che evita errori grossolani o momenti di tedio puro, e dalle abilità dei singoli componenti; ma anche questa raggiunta sicurezza ha il suo lato negativo: si osa molto poco, e anche quel minimo sperimentalismo che trovavamo in "Ashes Of The Wake" qui non ha casa. Siamo davanti ad un lavoro che spesso viene criticato sia da chi odia la band in toto (ma su questo poco c'è da fare, e non è indicativo della qualità dell'opera) sia da chi  segue i nostri dalla prima ora (e qui forse la voce della ragione è presente), fermo restando che i momenti "peggiori" della loro carriera rimangono probabilmente il debutto e il disco che seguirà a questo; ma dal punto di vista del successo e delle vendite i fatti danno ragione alla scelta del gruppo, doppiando i risultati raggiunti con il disco precedente. La critica come sempre sarà favorevole, celebrando la band, la quale anche in questo caso sa mantenere il momentum raggiunto e s'imbarca in diversi tour di supporto tra cui il Gigantour con i Megadeth The Unholy Alliance con SlayerChildren Of Bodom Mastodon; inoltre saggiamente suonano con i colleghi di riferimento, partecipando al Download Festival con DevilDriverSoilwork e Killswitch Engage. Insomma a discapito di quello che si può pensare del disco, i Lamb Of God non perdono la loro etica lavorativa, e proseguono con svariati concerti, rilasciando poi una versione di "Sacrament" accompagnata da un CD - ROM contenente degli MP3's con linee vocali e strumenti in modo da permettere il remixaggio da parte degli acquirenti; una mossa dichiaratamente fatta per combattere la pirateria cercando di dare un valore aggiunto al formato fisico, la quale conferma a vicinanza del gruppo con i formati multimediali più vicini alla nuova generazione, loro pubblico primario di riferimento. Il nostro viaggio dunque continua, e sarà il successivo "Wrath", il quale su certi aspetti prenderà una strada opposta a quella di "Sacrament", con risultati e con una produzione però simili, e con un rimpasto di idee che troverà come sempre consenso di pubblico e buona parte di critica (anche se questa volta non mancheranno anche qui alcuni dubbi e detrattori), ma che segnerà il bisogno di nuove idee e di un nuovo vigore.

1) Walk With Me In Hell
2) Again We Rise
3) Redneck
4) Pathetic
5) Foot To The Throat
6) Descending
7) Blacken The Cursed Sun
8) Forgotten (Lost Angels)
9) Requiem
10) More Time To Kill
11) Beating On Death's Door
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