LAMB OF GOD

Resolution

2012 - Roadrunner Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
28/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Siamo in dirittura di arrivo con la nostra analisi della discografia dei Lamb Of God, Alfieri americani del groove metal dalle tendenze post thrash e groove con influenze metalcore; ci mancano comunque ancora due dischi, tra cui il qui visionato "Resolution - Risoluzione", sesto episodio della loro ormai più che decennale discografia. Li avevamo lasciati nel 2009 con "Wrath", artisticamente parlando un punto basso della loro discografia, il quale cercava di ritornare alla furia delle origini dopo il fin troppo orchestrale e "plastico" "Sacrament", ma con una certa ripetitività e mancanza di idee che ne inficiava seriamente la longevità e il valore complessivo; il successo di pubblico non è comunque venuto a mancare, e anzi i nostri hanno avuto modo di suonare in lungo e largo, arrivando anche in Asia e nel Continente Oceanico, dimostrando la loro sempre presente etica lavorativa basata su lunghi periodi di tour e concerti. Si arriva così nel 2012, anno del già citato nuovo disco, annunciato dal singolo "Ghost Walking", accompagnato prima da un lyric video (come va di moda da qualche tempo) e poi da un altro video animato, il quale furbescamente si allaccia agli anime e ai videogiochi, tenendo conto del giovane pubblico del gruppo; parliamo ora però della musica qui contenuta, la quale segue due album incerti e con qualche arresto evolutivo. Per fortuna il nuovo lavoro segna una rinascita per i nostri, anche grazie alla produzione di Josh Wilbur, il quale anche questa volta offre una produzione chiara, ma vicina ai suoni ruvidi degli esordi della band; quello che veramente però fa la differenza rispetto al disco precedente è il songwriting di John Campbell (basso), Chris Adler (batteria), Mark Morton (chitarra), Randy Blythe (voce) e Willie Adler (chitarra), il quale è si feroce e diretto, ma si prende anche alcune libertà, pur non rivoluzionando certo in toto quella che è ormai una formula ben collaudata, marchio di fabbrica ed identità del gruppo. Sappiamo quindi cosa aspettarci: groove alla Pantera, cantato diviso tra growl, grida e pulito, riff dalla natura thrash, alcuni assoli, e alcune claustrofobie dissonanti ed oscure, il tutto condito con alcuni passaggi melodici vicini al melo death di scuola svedese. I detrattori non cambieranno di certo la loro idea (e mai lo faranno probabilmente), ma i fan del gruppo, anche quelli magari delusi dagli ultimi exploit, avranno di che gioire; si torna spesso alle atmosfere di "Ashes Of The Wake", pur non plagiando il lavoro in questione, e mantenendo una propria identità. S'inseriscono comunque momenti ancora più southern rispetto al passato, con alcuni passaggi sludge più lenti e grevi e abbiamo alcune parti sinfoniche con tastiere mutuate da "Sacrament", ma qui usate con più parsimonia nel loro elemento epico, mentre nel complessivo chitarra e batteria rimangono i motori portanti del progetto; Blythe amplifica in alcune sezioni l'uso del pulito, usandone una vena ancora più melodica, ma sono comunque sempre i toni cupi ed aggressivi a dominare. Insomma il percorso evolutivo dei "Lamb Of God" riprende dove si era fermato, godendo ora di una maggiore esperienza, guadagnata anche tramite i "passi falsi" (ricordiamolo, mai in senso commerciale) intrapresi; un percorso però che rischierà nello stesso anno di fermarsi, definitivamente, per motivi ben più gravi e seri, che trovano le loro radici in un concerto tenutosi a Praga nel 2010. Di questo parleremo meglio nella parte finale della nostra recensione, concentrandoci ora sulla musica qui proposta e sui testi, i quali vertono per la maggior parte su introspezioni, giudizi su comportamenti altrui, e alcuni ritorni ai temi più politici del passato; una nuova strada in salita dunque, che affronteremo insieme dritti verso il gran finale "VII: Sturm Und Drang".         

Straight For The Sun

"Straight For The Sun" è il primo pezzo, breve nella sua durata, il quale funge come da intro al lungo album; dopo un risucchio parte un riffing sinistro e distorto, sottinteso nella sua pesantezza da un rido e da piatti cadenzati, delineato da rullanti; gli urli demoniaci di Blythe si distendo, ricordando molto nell'andamento band come gli Eyehategod e il loro sludge metal putrido e corrosivo. Il motivo tetro e monolitico avanza, e al cinquantaduesimo secondo una marcia rocciosa si accompagna ad un cantato effettato e cavernoso; sentiamo arpeggi grevi di basso, mentre alcuni rullanti e fraseggi severi fanno da delineatura, e suoni stridenti si  tagliano in sottofondo. Al minuto e quaranta riesplode il ritornello iniziale, giocato sulla chitarra mastodontica, i blast rallentati e le urla del cantante; ecco quindi una digressione in feedback, che collima in alcuni rullanti preparatori, che si gettano nel pezzo successivo. Il testo molto breve si riassume nella frase "Shoot me straight for the sun, I wanna be the only one left. Misdiagnosed condition, burnt beyond recognition. Sink her straight through the floor, she's not breathing anymore. Choke in this atmosphere, nothing will be left here - Sparami al Sole, voglio essere l'unico rimasto. Una condizione con una diagnosi sbagliata, bruciato oltre ogni limite. Affondala nel pavimento, non respira più. Soffoca in questa atmosfera, nulla rimarrà qui", la quale può lasciare intendere un desiderio di allontanarsi da tutto e tutti, bruciati dentro dagli eventi della vita; parole tristemente profetiche si teniamo conto di quello che da li a poco succederà nella vita del cantante dei nostri.

Desolation

"Desolation - Desolazione" riprende dove terminava il brano precedente, proseguendo cin fraseggi a motosega supportati da bordate rocciose ed un drumming ritmato; al quattordicesimo secondo parte un galoppo severo giocato su rullanti di pedale e riff tetri, raccolti da alcuni rullanti impennati. Ecco che al ventottesimo secondo interviene Blythe con un cantato effettato aggressivo; i ritmi si fanno sempre più vorticanti, con loop squillanti dal gusto melo death. Al quarantesimo secondo parte il ritornello con riff circolari alternati ad alcune accelerazioni tecniche, il quale poi si ferma con una digressione; segue quindi la ripresa del galoppo precedente, con giri vorticanti, grida e batteria battagliera. Al minuto e nove un assolo tecnico si unisce con le sue scale ai rullanti di pedale e alle corse di chitarra, ma quasi subito quest'ultimi elementi rimangono in solitario, lanciati in una nuova corsa dai momenti contratti, dove Blythe conosce punte di screaming; al minuto e trenta abbiamo falcate imperanti alternate a parti più dirette in doppia cassa. Si libra quindi il ritornello ormai familiare, perpetrato nel suo ritmo sincopato fino al minuto e cinquantotto; qui una serie di bordate spezzano l'andamento con toni djent e mitragliate di chitarra. Ecco poi riff taglienti a motosega, sui quali in seguito partono suoni squillanti, riportando quell'influenza claustrofobica di scuola Meshuggah da un po' di tempo meno presente; si riprende poi con fraseggi distorti, alternati a raccoglimenti ritmici e rullanti di pedale, sui quali Blythe si da a grida effettate. Ecco poi invece un momento epico con cori sdoppiati, il quale avanza marziale con i suoi giri secchi e raffiche fino al terzo minuto e sei; qui una serie di movimenti dalla batteria tribale e dai buzz di chitarra prosegue, dando poi spazio a riff epocali con drumming pestato e ripresa degli effetti vocali da megafono. Il finale è segnato da un'ultima corsa ritmata, la quale collima con una chitarra tecnica; un brano che mostra molte riprese nel songwriting di elementi del passato, pur senza dimenticare i risultati raggiunti ed apportando ancora qualche elemento mutuato dagli ultimi lavori. Il testo tratta dell'isolamento moderno, dove spesso ci si conforma al pensiero comune, non potendo esprimere il proprio, in una perdita di tempo dove invece potremmo essere noi stessi; parliamo con doppi significati e in modo indiretto, senza che una parola non sia controllata, per nostra stessa ammissione, nessuno è oltre il sospetto. Le difese non possono mai essere abbassate, le menzogne velocemente ci avvolgono, le fauci spalancate feriscono; nella nostra desolazione, continuiamo a cercare un non luogo, nel quale noi viviamo; "Smoking gun, cause and effect. Paradise lost, a beautiful wreck. To you I solemnly swear, all I ever wanted was away from here. All that for nothing, what a fucking waste of time. I only took what was rightfully mine, seek and you shall find - Pistola fumante, causa ed effetto. Un Paradiso perduto, un bellissimo relitto. Solo a te giuro solennemente, tutto ciò che volevo era lontano da qui. Tutto per nulla, che fottuto spreco di tempo. Ho preso solo ciò che era mio di diritto, cerca e troverai" prosegue il testo, mentre poi si parla di un uomo morente che può portarci con se, fino ad allora il protagonista farà le veci delle differenze, prendendo ciò che è suo. Proseguono poi i verso già incontrati, in un testo semplice e diretto nella composizione, ma pieno di metafore; lo stile di Blythe è sempre lo stesso, ma con una verve più matura e contenuta che evita le imprecazioni del passato.

Ghost Walking

"Ghost Walking - Camminata Fantasmaci accoglie con una parte parlata, a cui segue un arpeggio acustico dal sapore molto country; ecco che il suo motivo viene ripreso da un riffing discordante, accompagnato nel suo incedere lento da piatti pestati e rullanti di pedale. I ritmi si velocizzano al trentaquattresimo secondo, mentre i giri vorticanti vengono delineati da suoni squillanti, e Blythe si da ad un growl profondo; largo quindi a momenti ariosi ed epici, i quali prendono velocità con la doppia cassa e piatti sempre più martellanti. Si collima con una ripresa della corsa portante, la quale sospinge in avanti il brano, con un cantato che passa dal growl allo screaming continuamente; si passa ancora una volta a momenti più cadenzati, giocati su bordate nervose e drumming pulsante. Dopo una digressione si torna alla cavalcata da tregenda,  sempre dritta e dai ritmi che ci investono mentre Blythe continua con le sue vocals altisonanti; al minuto e quaranta una serie di bordate creano un movimento spezzato, sottolineato da alcune impennate severe e dai cimbali. Si ripete quindi la corsa ormai familiare, la quale sfocia ancora una volta in suoni contratti e squillanti, dalle isole sonore più raccolte e solenni; al secondo minuto quaranta ci si ferma con un fraseggio effettato, sul quale presto partono attacchi veloci di doppia cassa pestata e suoni epici, alternate con alcune parti più ariose. Ecco un assolo tecnico ed elaborato, il quale si sviluppa con scale articolate, mentre in sottofondo abbiamo il passaggio a bordate marziali con piatti cadenzati; al terzo minuto e ventisei tornano le chitarre a motosega con drumming controllato, il quale si libera di seguito con le grida di Blythe. Si ripropone nel finale il ritornello ritmato, con i suoi giri discordanti ed impennate; ecco quindi un fraseggio robusto, il quale avanza con i rullanti improvvisi e le vocals effettate con echi, fino alla conclusione improvvisa del pezzo. Per essere un singolo il brano si dimostra un po' anonimo, o meglio non all'altezza per esempio del precedente; la struttura è molto ripetitiva, e le soluzioni apportate poche, insomma non rappresenta al meglio le potenzialità del lavoro, cosa invece fatta da altri episodi. Il testo tratta nel generale della necessità nel superare in ogni modo i momenti difficili, anche facendo cose scomode, senza però che poi questo diventi un'abitudine; più nello specifico, da la visione di un veterano del Vietnam, il quale non riesce più a riconciliarsi con la società civile e il mondo ad essa legato.  Ci viene chiesto se ci ricordiamo di quando il mondo era vasto, una promessa nelle luci dell'alba, fino ad un dicembre scuro sotto un cielo cadente, dove al fine dei giorni era la ragione per morire; l'annientamento non è mai sembrato così divino, trattenendo il respiro in quel momento nel tempo. "You lived through hell, now you're trying to die. The skin is healed, but you're bleeding inside. Shots fired just to numb the pain. There's no one left to save - Vivevi all'inferno, ora cerchi di morire. La pelle è curata, ma stai sanguinando dentro. Iniezioni fatte solo per attutire il dolore. Non c'è nessuno rimasto da salvare" prosegue ora il testo caustico, in una notte cieca su un percorso luminoso, con una camminata fantasma in un disastro; ipnotizzati, sentiamo la cadenza interrotta di una batteria lontana, con uno scontro con una possibilità di ventuno contro uno, la quale ci aggrada, poiché ormai siamo dei drogati di sangue con una saetta, con uno sporco impianto ed un celeste cenno, eppure non siamo da nessuna parte. Abbiamo vissuto all'inferno, e ora rincorriamo il drago che ci ha seguito fino a casa, avendo perduto il sogno febbricitante e la speranza spezzata; vengono quindi ripetuti in modo ossessivo i versi precedenti, reiterando lo scenario desolante di una vita rovinata dall'esperienza del passato. 

Guilty

"Guilty - Colpevole" non ci lascia tempo di respirare e subito interviene con un respiro seguito da una corsa post thrash con doppia cassa, rullanti di pedale, riff circolari dalle punte squillanti, e grida di Blythe; al sedicesimo secondo parte un'alternanza con parti dalle bordate e dai rullanti di raccoglimento. Ecco quindi che si arriva ad un ritornello con giri vorticanti, rullanti di pedale sempre ben presenti e cantato dalle grida effettate; esso si apre presto in una ripresa della corsa martellante, sempre con chitarre a motosega e drumming deciso. Percepiamo un ritorno di molti elementi hardcore, sia nel cantato, sia nella strumentazione, mutuati dai primi episodi della band, molto legati a questo genere; il tutto però con la perizia e la maturità di ora, inserendoli in un contesto groove metal dalle forti componenti thrash. Al minuto e dieci i toni si fanno ancora più potenti e lanciati, collimando poi in una serie di rullanti marziali; si passa quindi ancora una volta al ritornello esaltante nei suoi cori e riff vorticanti, il quale avanza fino al minuto e quarantatré. Qui una serie di bordate ritmate si accompagna al cantato effettato di Blythe, come da megafono, supportati dai cimbali; ecco dopo un urlo un'impennata tagliente e claustrofobica, dove torna, anche nelle vocals profonde, l'influenza dei Meshuggah. Riecco quindi e corse alternate ad alcuni riff rocciosi con rullanti, fino al secondo minuto e trentaquattro; qui un suono tecnico di chitarra fa da cesura, alla quale segue un andamento contratto con giri elaborati e batteria dai piatti sospesi, mentre il cantato si mantiene aggressivo e gridato. I ritmi si fanno più robusti, arrivando con una marcia martellante al terzo minuto e sette; qui una serie di falcate marziali si alternano ad alcune parti secche di chitarra, arrivando così alla conclusione improvvisa. Il testo tratta delle bugie usate per indottrinare e comandare il pensiero altrui, argomento che può riguardare la vita quotidiana, così come anche la politica; non dobbiamo mai avere paura della verità, o delle bugie usate correttamente, ci dice sarcasticamentequando ogni cosa che facciamo ci torna indietro triplicata, la colpevolezza rimane indipendentemente da come la chiamiamo, sospesa nella finta, una pedina delle sue intenzioni. Ancora nascosta nel mucchio, la storia viene comprata e venduta, mentre siamo comodamente indottrinati in modo da essere sacrificabili nella splendida menzogna; "Bound by the chain of lies you've wrapped around you. You're trapped in regression, dying in the face of the truth. Stoic in silence, we're blind inside the void, ruins remind us of all we've destroyed. Dead rail, no way back from here. The mainline to nowhere - Intrappolato dalle catene delle menzogne che ti sei legato intorno. Sei intrappolato nella regressione, morendo in faccia alla verità. Stoici in silenzio, siamo ciechi dentro al vuoto, rovine ci ricordano di tutto ciò che abbiamo distrutto. Un binario morto, non si torna da qui. Una linea verso il nulla" prosegue il testo, ripetendo poi i versi precedenti. Stiamo solo incollando i nostri occhi con dell'ambra, mentre il mondo gira intorno alla nostra gabbia; mentre attendiamo che lo spettro ci morda. Continuiamo a girarci nel velo, racchiusi oltre il pallore, ingobbiando e cercando fuga in una bugia mortale.

The Undertow

"The Undertow - La Risacca" parte con un fraseggio squillante, presto accompagnato ed alternato da un galoppo con drumming ritmato e giri grevi di basso; ecco che si accelera con la doppia cassa e i rullanti di pedale, finendo per fermarci con una raffica che fa da cesura. Essa evolve subito con le grida di Blythe e gli andamenti precedenti, alternati con riff di fattura thrash, in un andamento controllato e protratto; al quarantacinquesimo secondo torna la doppia cassa, questa volta con chitarre ariose, in un movimento fermato da una assolo squillante. Ecco il ritornello contratto, con chitarre severe e grida epiche e sgolate, con un groove circolare molto sentito, scolpito dai suoni che tecnici che ancora emergono; al minuto e diciassette un galoppo martellante si crea e ferma subito seguito da alcuni secondi di silenzio. Troviamo quindi con gusto tecnico la ripresa dei toni iniziali con basso greve e raffiche di chitarra; anche esso però non è destinato a  durare, lasciando poi spazio ad un fraseggio squillante con rullanti di pedale e bordate di basso, il quale avanza strisciante. Non ci sorprende la partenza improvvisa del ritornello veloce con chitarre ariose, rullanti, grida di Blythe e batteria lanciata, in un tripudio di elementi sottolineato da alcune punte più pestate; ritornano di seguito i montanti circolari, alternati a parti squillanti ed impennate improvvise. Largo al secondo minuto e trentasette a riff severi e marziali, mentre picchiettii ritmici accompagnano il tutto insieme al basso, molto presente nel pezzo; riecco falcate rocciose e monolitiche, el quali avanzano pesanti insieme al growl cupo di Blythe, aperto poi a grida rauche. Al terzo minuto e nove s'inserisce un fraseggio squillante, il quale evolve con scale vorticanti mentre in sottofondo proseguono le bordate da tregenda; ma ecco che si collima con un arpeggio in solitario dai toni progressivi, il quale fa da cesura. Dopo una chitarra stridente riprende il galoppo portante, con tutti gli elementi del caso, tra cui i rullanti di pedale e le rigida del cantante; riecco quindi le falcate decise e ritmate, le quali avanzano sui giri roboanti con punte squillanti, alternati ad impennate improvvise con rullanti. Il finale vede un'ultima corsa lanciata, la quale prosegue dritta con basso greve, batteria concisa e giri vorticanti, mentre Blythe si da ad un growl cupo; si blocca all'improvviso il tutto, dando conclusione ad un pezzo tecnico dai cambi di tempo ripetuti, il quale mostra dunque un songwriting più frenetico e variegato. Il testo tratta della ricerca di un capro espiatorio da parte dei deboli e meschini, in modo da allontanare l'attenzione dalle loro azioni; essi hanno sempre avuto bisogno di persone da accusare come il protagonista, direzioni per le dita da puntare, come uno spacciatore marcio che incolpa la frenesia, ma egli li deluderà. Essi sono deboli e spaventati, facendo affari approssimativi, ma la fortuna aiuta gli audaci; lui scommette che distruggerà il loro bluff, e per questo mai griderà o indietreggerà. Non porterà la colpa, anche se è colui che è rimasto per prendersi al caduta, combatterà contro la risacca; essi hanno sempre avuto bisogno di una distrazione, un obiettivo per le pietre che lanciano, per allontanare l'attenzione dalle loro azioni, e lui sembra fatto apposta.  "You're telling tales, you spineless coward. Your word's not worth, its weight in shit. Back against the wall, belligerent. I won't shoulder the blame. So high and mighty, but when the bottom drops out. You're gonna find me standing where you left me - Stai raccontando storie, codardo senza spina dorsale. La tua parola non vale un cazzo. Contro il muro. belligerante. Non porterò la colpa. Così alto e potente, tranne quando si arriva al dunque. Mi troverai dove mi hai lasciato in piedi"  continua risoluto, chiedendo poi di giocare l'ultima mano, e di far cadere le carte dove devono, mentre essi lo guardano da un castello in realtà fatto di sabbia; essi sono così superiori, ma quando si troveranno in fondo, lui si troverà dove lo hanno lasciato.

The Number Six

 "The Number Six - Il Numero Sei" ci accoglie con colpi di batteria intervallati con un fraseggio tagliente, il quale poi si da a giri circolari accompagnato dalle grida di Blythe in un andamento contratto segnato da piatti controllati; al ventesimo secondo prende forma una corsa metal core dalle melodie di chitarra ripetute e dal drumming incalzante, delineata da alcuni rullanti e presto interrotta da una digressione con grida effettate. Ecco che di seguito abbiamo il ritornello epico con cori in riverbero e melodie squillanti dal gusto melo death; l'atmosfera ieratica continua con i giri ripetuti, salvo poi fermarsi con un fraseggio secco e tagliente. Largo ora a giri grevi di basso alternati a riff rocciosi, mentre Blythe torna con cori e gridai effettate; ci si lancia quindi in un nuovo galoppo con tutti gli ingredienti che abbiamo già incontrato. Esso si fa poi contratto con una serie di giri vorticanti, fino ad una cesura con digressione; riparte il ritornello epico, con giri dalle melodie energiche e urla gutturali del cantante supportate da rullanti di pedale. Il largo suo degli stop improvvisi continua al secondo minuto e dodici, dove rimane solo un arpeggio progressivo con drumming elegante; qui Blythe si da ad un tono narrativo suadente, mentre le chitarre quasi lounge proseguono in sottofondo. Ma un urlo segna al ripresa delle chitarre dai riff taglienti, con blast pestati e toni vocali folli; si ripresentano i toni tranquilli, ma pieni di tensione precedenti, i quali mutano ancora con un grido. Questa volta esso annuncia una serie di giri distorti accompagnati da un assolo appassionante, il quale si distende con le sue scale squillanti; essi arriva così ad una ripresa di riff circolari con arpeggi grevi di basso e cori in riverbero alternati a grida rantolanti ed effettate. Riecco il ritornello melodico, sempre epico e dalle chitarre elaborate raccolte da alcuni rullanti, mentre poi si aggiunge un fraseggio ieratico che concorre all'atmosfera, in un crescendo emozionale; su queste note si avanza fino al quinto minuto. Qui una digressione improvvisa con feedback perdura a lungo, portando l'episodio alla sua conclusione; un brano che unisce alcuni elementi mutuati da "Sacrament" con un impeto più sentito, apportando anche qui un uso di vari stop e cambi di tempo continui, dal gusto molto tecnico. Il testo tratta del peccato numero sei, ovvero l'invidia, identificato nell'epoca medioevale con il demone Leviathan; più nello specifico è indirizzato alle critiche anonime, spesso pesanti, che si ricevono su internet, piattaforma universale dove chiunque può attaccare altri da dietro una tastiera ed uno schermo. L'accidia è nemica della grandezza, la riflessione uno scalpello per la mente del cantante; la band si impegna mentre gli altri criticano bellamente, una corsa gratis, almeno fino a quando capiranno di aver scavato la loro tomba, bugia dopo bugia. Una bocca che lancia parole velenose, la quale si trascina verso la sua fine, il numero sei, Leviathan; essi hanno scavato la loro tomba con disprezzo, bugia dopo bugia. Un cancro che deve essere estirpato, con un dolce movimento di un rasoio alla loro gola. Bisogna togliere il grasso, una punta sciolta che va legata ed emarginata, lasciata a scoprire di aver scavato la sua tomba; "A relentless imposition by a self-fulfilling travesty. From one who is just rotting there, in slut's wool and zero history. Aesthetic condemning, erratic condescending. An empty barrel always makes the most noise. I begin to feel my hands, my hands around your throat. Your throat. Erratic condescending - Un impostura senza fine da una carnevalata auto realizzata. Da uno che sta marciando qui, con nessuna fama e un manto da troia. Condannando esteticamente, accondiscendendo ieraticamente. Una canna vuota è quella che fa più rumore. Inizio a sentire le mie mani, le mie mani intorno alla tua gola. La tua gola. Accondiscendente in modo erratico" continua il testo, ripetendo poi I versi precedenti fino alla conclusione.

Barbarossa

"Barbarossaè un intermezzo strumentale, il quale parte con un arpeggio acustico delicato, presto raggiunto da un assolo squillante dal gusto classico, che però rimane distorto in sottofondo; intanto i due loop procedono paralleli, il primo tranquillo e melodico, il secondo con scale vorticanti ed elaborate.

Invictus

Ecco che ad un certo punto una digressione sfocia nel brano successivo, al quale volendo questo fa da intro, ovvero "Invictus - Invincibile" è introdotta da un riffing roccioso con piatti cadenzati, interrotto da alcune evoluzioni squillanti e tecniche; ecco che al diciottesimo secondo un fraseggio corrosivo fa da stop, seguito da un galoppo con cantato aggressivo di Blythe, rullanti di pedale e riff circolari di scuola thrash. L'andamento si lancia poi in toni ancora più serrati, con rullanti di raccoglimento, blast pestati e riverberi vocali; al cinquantesimo secondo parte il ritornello dalle falcate severe e dal cantato in growl con punte gridate, il quale avanza con le sue falcate fino ad una digressione sospesa. Abbiamo ora bordate dittatoriali con parti vocali effettate, arpeggi grevi di basso e batteria  cadenzata; si prende quindi velocità con la doppia cassa, mentre Blythe torna con le sue grida sgolate e il suo growl cupo. Si arriva dunque alla ripresa dei loop squillanti con batteria pulsante e giri con rullanti tecnici; essi ci portano al ritornello dall'atmosfera solenne, il quale avanza alternato ad alcune punte stridenti fino al secondo minuto e dieci. Qui un ennesimo intervento di basso si accompagna ad un feedback, mentre un suono stridente segna un galoppo con riffing a motosega ed assolo tecnico dalle note vorticanti; elementi dal gusto classico innestanti nell'impianto groove, il quale riprende poi con i suoi montanti segnati da urla mostruose e blast cadenzati. Dopo una raffica rocciosa si ripetono i toni minacciosi e monolitici, i quali prendono velocità con i rullanti di pedale e dei cori effettati; largo quindi a nuove contrazioni distorte, con parti sussurrate in modo malevolo, contribuendo all'atmosfera strisciante. Si collima quindi in una nuova cavalcata con grida sgolate, piatti lanciati e chitarre circolari taglienti; torniamo al movimento contratto, il quale avanza conoscendo poi di nuovo i cori in riverbero, in una marcia aggressiva che prosegue fino al silenzio improvviso, il quale chiude così il pezzo. Il testo tratta dell'affrontare con forza e passione la vita, la quale è difficile e va presa di petto; la vita è nata da flussi di agonia, manifestata nella sofferenza, dove molti vivono bloccati dalla paura, ma dove il narratore preferisce uscirne su moncherini sanguinanti, fino a prosciugarsi. Moriremo tutti, e ciò che gli altri chiamano una crisi, lui lo definisce un onore da affrontare, per rimanere indomato; "All the worst that I feared has come to pass and despair is in an endless supply. I dug my way to the bottom of the bloody truth, buried beneath a spotless lie. I'm sworn to stay the course that I alone have chosen, because we're all gonna die - Tutto il peggio di quello che temevo è successo e la disperazione è infinita. Scavo fino al fondo della terribile verità, sepolta sotto una bugia nascosta. Ho giurato di seguire il corso che io stesso ho scelto da solo, perché moriremo tutti" continua il testo, poiché ha giurato di rimanere sul percorso che ha scelto, divorando la lama e cavalcando il dolore. La vita è una malattia terminale senza cura, ma mentre lo uccide, la guarderà negli occhi; non c'è via di fuga, quello che conta è come si muore. Ennesimo testo che sembra profetizzare quanto accadrà da li a poco, ovvero le difficoltà che Blythe dovrà affrontare; temi comunque che sono sempre stati vicini al suo modo di pensare, anche in luce dei suoi stessi problemi di depressione e alcolismo/dipendenza da droghe. 

Cheated

"Cheated - Ingannato" ci travolge senza fronzoli di sorta con un'energia punk dalle tendenze hardcore, mutuata in una corsa con rullanti di pedale, loop granitici e cantato aggressivo e veloce; largo poi a riff rocciosi, giocati su bordate delineate da alcuni giri squillanti, le quali avanzano decise fino al trentesimo secondo. Qui si passa al ritornello, anch'esso lanciato, con vocals in riverbero e doppia cassa pestata, delineato da alcuni rullanti di raccoglimento; ecco che si arriva alla ripresa dei montanti rocciosi, delimitati da alcuni tamburi, in un movimento ripetuto alcune volte. Ritorniamo alle corse forsennate con rullanti di pedale, cantato aggressivo, ma pulito, e giri di chitarra al fulmicotone; esse si aprono poi a momenti più ritmati dalle punte squillanti. Al minuto e venti una serie di raffiche sia accompagnano a cimbali cadenzati e fraseggi oscuri, mentre Blythe passa dai toni rauchi ad in growl profondo; avanzano quindi scale tecniche solenni, in un'atmosfera ieratica protratta. Si collima in riff ariosi dal movimento contratto, delineate dai rullanti, i quali creano un certo dinamismo; ma il finale del breve brano vede prima un fraseggio a motosega, poi una ripresa delle bordate thrash, ripetute fino a che una parte vocale sincopata non mette fine in solitario al tutto. Un episodio breve ed intenso, che pesca a piene mani dal passato più marcatamente hardcore dei nostri, pur conservando cori epici e cambi di tempo ben giostrati; una scheggia impazzita quasi, che si isola nei movimento medio lunghi che caratterizzano il resto del lavoro. Il testo ritorna sulle menzogne che dall'alto hanno effetti sulla nostra vita, con una sfumatura socio politica mai troppo evidente, ma presente; così inevitabile, un'altra bugia, un'altra ragione per giustificare l'abbattere tutto. L'onestà è una stranezza, quindi ci incoroniamo con una corona di plastica, vittime di una nazione che dorme di giorno, una conoscenza vicina, ma senza relazioni; cerchiamo e distruggiamo, mentre la dignità è lasciata da sola a discapito di tutti. Un cliché prevedibile, con nemici che ci sono vicini; i morti che camminano vivono una bugia, e ci viene chiesto se sentiamo mai di essere stati ingannati; "So unavoidable, another fight, sell the ticket and crash the ride, burn it down. A legacy of brutality, so caught up in the process of weeding out. The chopping block starving for a neck, pointing fingers and stabbing backs. Never question, conformity, the big take over under way, much to our dismay - Così inevitabile, un'altra lotta, vendi il biglietto è spacca tutto, brucialo. Una dinastia di brutalità, così preso nel processo di fare piazza pulita. Il blocco per tagliare la legna è affamato di un collo, dita che puntano e schiene accoltellate. Non farti domande, conformati, il grande progetto è in azione, ahimè per noi" continua il testo, in una mostra lucrativa, un decadimento perpetuo. Lasciati a distruggerci, siamo comunque vivi, combattendo per la posizione migliore, cercando il riconoscimento; i giorni migliori buttati via in un'età di dissensi, massacrando le memorie.

Insurrection

"Insurrection - Insurrezione" parte con  una digressione seguita da un motivo solenne con batteria controllata e cimbali, il quale avanza nella sua melodia ariosa; al trentesimo secondo Blythe ci sorprende con un cantato pulito sorretto da riffing roccioso e fraseggi delicati in sottofondo. Esso sale d'intensità con alcune punte più ruggenti, mentre di seguito alcuni screaming sommessi ed effettati si legano ad un galoppo alternato ad alcune sezioni circolari con rullanti; al minuto e dieci motivi malinconici sorreggono il ritornello con urla sgolate e drumming dritto, in un'atmosfera ieratica che collima nella ripresa dei suono epico iniziale. Riecco quindi i giri marziali con arpeggi in sottofondo, mentre ancora una volta il cantato assume toni man mano più cupi; al secondo minuto e quattordici una serie di bordate squillanti alternate con rullanti di pedale cerano un groove corrosivo, il quale implode nel ritorno del ritornello appassionante pieno di pathos ed urla disperate in riverbero di Blythe. Ritorna il fraseggio squillante e severo, il quale avanza strisciante con i piatti ritmati fermandosi con una cesura che en riprende il suono; ecco di seguito un assolo elaborato dalle scale sviluppate su una doppia cassa roboante e loop distorti in sottofondo, in una coda classica ammaliante e ben congegnata. Largo quindi al terzo minuto e trentaquattro ad una cesura distortasi, seguita da colpi pesanti di batteria e riff a motosega, continuando poi fino al ritorno dei toni ariosi ed accattivanti, sempre conditi da urla e ritmi pulsanti; ritornano quindi come da copione i fraseggi ieratici con rullanti di pedale, i quali avanzano fino ad un riff conclusivo che mette fine al brano. Un episodio molto emotivo, giocato sulla melodia malinconica e sul maggior uso del pulito, cercando qualche nuovo elemento e sperimentando quindi con il songwriting; una sorta di "ballad", anche se non certo in senso classico, densa e capace di conservare l'aggressività pur nel suo impianto arioso. Il testo tratta di temi di rivolta contro il sistema, riprendendo le radici anarchiche e apertamente politiche dei primissimi testi della band americana; quando le mura crollano intorno a noi, incominciamo che gli abissi che abbiamo raggiunto, diventano ora difficili da scalare. Riconciliamo il dolore con il motivetto più solitario, strisciando legati alla sola cosa che non possiamo lasciare indietro; dobbiamo ricominciare questa insurrezione, la stessa riflessione perpetua, ancora e ancora. "A broken voice without a word to live by. Eyes slammed shut, watch the world go by. It should have been way better than this. You can't anticipate the things that you miss - Una voce rotta senza una parola da seguire. Occhi chiusi in modo fitto, guardano il mondo andare avanti. Doveva essere molto meglio di così. Non puoi anticipare le cose che ti mancano" continua quindi il testo, chiedendoci poi fino a quando possiamo trattenerci, mentre occhi chiusi guardano il mondo girare; controlliamo la non realtà, con nulla da mostrare, e alla fine siamo alla cima del nulla, primi in linea a morire per tornare li. Ma non possiamo farlo, quindi dobbiamo ricominciare l'insurrezione, ancora e ancora; un testo con varie figure ed immagini, che richiamano all'azione per cambiare le cose.

Terminally Unique

"Terminally Unique" comincia direttamente con un fraseggio squillante accompagnato da bordate rocciose e piatti cadenzati, il quale prosegue a lungo; ecco che al venticinquesimo secondo parte una corsa melo death con cantato aggressivo di Blythe e riff vorticanti. Essa si fa poi più ritmata con la batteria alternata con alcune impennate, mentre si arriva da un ritornello epico con aperture taglienti e riff marziali, il quale collima con un assolo stridente, seguito da un fraseggio severo; largo quindi al galoppo di rullanti di pedale e chitarre a motosega, alternate d giri squillanti. Non ci sorprende il ritornello del ritornello sincopato e pulsante, il quale poi si traduce in una coda molto alla In Flames, con suoni di chitarra carichi di note dalla bella melodia; al secondo minuto parte un fraseggio squillante sorretto da riff rocciosi, il quale avanza con le grida effettate di Blythe, diviso tra growl e screaming. Ma ecco che all'improvviso si rallenta con rullanti tribali, accompagnati dopo un suono squillante da derapate decise, facendosi poi man mano più presenti; sulla coda ritmata creatasi si stende il cantato sincopato del cantato, dal sapore urbano e sottolineato da colpi pesanti come incudini di drumming. Si arriva cosi a giochi ritmici con voce effettata, i quali però hanno brevissima vita: dopo la cesura con digressione riparte infatti il ritornello sentito ed altisonante, il quale collima ancora nei toni ariosi di scuola melo death. Ritroviamo quindi i suoni squillanti con riffing marziale, mentre Blythe urla con tutto il fiato in corpo le sue declamazioni; ed è su questo andamento che all'improvviso si ferma il brano, un episodio diretto giocato su pochi elementi, intervallati però sapientemente con qualche minima variazione che non lo rende troppo monotono o prevedibile, recuperando alcuni accorgimenti dimenticati un po' dalla band in tempi recenti. Il testo tratta tramite metafore di un tema da sempre caro a Blythe, ovvero l'uscire dalla paura e dal torpore, per smettere di guardare la vita dall'esterno, facendola passare, bensì vivendola pienamente; non c'è nulla di nuovo, in una dissonanza cognitiva, siamo in un terrore sardonico, mentre ci spacchiamo come vetro. Ci mettiamo i paraocchi, ignoriamo i segnali, affondiamo ancora più in basso, ingoiamo la menzogna; guardiamo fuori dall'acquario, con la chiarezza che ci mostra la verità, ma siamo un disastro senza idea e ostinato. Sigilliamo le uscite e leghiamo le nostre mani, bruciamo i ponti, con la testa nella sabbia; "How far did you think that you could run? You crossed the last meridian. It's all coming down now! As the clock ticks on, your life is passing by - Quanto in là pensavi di poter correre? Hai attraversato l'ultimo meridiano. Ora crolla tutto! Mentre l'orologio scocca l'ora, la tua vita sta svanendo" continua il testo, mentre la nostra vita scorre, e ci è richiesto di svegliarci. Cantando la solita canzone, stanca, predicabile e sonnambula, soffriamo di un'unicità terminale; quando ci sveglieremo, si chiede il testo, prima di ripetere versi precedenti fino alla conclusione. Parole semplici, e ripetute, con un messaggio chiaro non inedito per il nostro; la differenza tra vivere e lasciarsi vivere è per lui fondamentale. 

To The End

"To The End - Fino Alla Fine" ci accoglie con una chitarra altisonante accompagnata da rullanti di pedale e delineata da alcune punte squillanti e sottolineata da arpeggi grevi di basso, in un galoppo ritmato che si blocca al diciottesimo secondo; qui un effetto in salire introduce le vocals aggressive di Blythe, mentre suoni ariosi si stagliano in sottofondo, cadenzati, alternati ad impennate robuste dai giri vorticanti. Si prosegue poi dritti con growl e fraseggi severi, sempre con batteria concitata tra rullanti e piatti; dopo una breve cesura distorta con grido parte il ritornello giocato su batteria pestata, voce effettata sgolata e loop di chitarra che riprendono l'andamento iniziale. Si ripetono quindi le dinamiche di scambio tra aperture solenni e corse lanciata in doppia cassa e riff taglienti; Blythe assume anche growl cupi in concomitanza con le parti più ieratiche, in una buona sincronia tra voce e strumentazione. Al minuto e trentasette dopo al solita cesura riprende il ritornello con rullanti di pedale e versi altisonanti, in un'atmosfera energica e ritmata; un fraseggio con giri di basso cambia direzione all'improvviso, dando spazio ad una serie di bordate secche con grida, creando una andamento contratto ed ossessivo. Ecco che s'introduce un assolo stridente dalle scale vorticanti e tecniche, il quale si sviluppa sopra riff a motosega, supportato da un drumming diretto e lanciato; tornano quindi i giri ariosi e solenni, sui quali Blythe declama tagliente, proseguendo con giri circolari dal gusto melo death, i quali collimano nella ripresa delle sequenze squillanti. Dopo un'ennesima cesura, sommessa con un fraseggio dagli effetti in salire, abbiamo una coda appassionante, con loop di chitarra e batteria decisa e ben presente nei suoi piatti pestati, mentre Blythe torna a tessere il ritornello imperante con rullanti che ne delineano la ritmica  ; si ripassa ad un assolo appassionante, sorretto da drumming dai cimbali e rullanti controllati, mentre i giri taglienti proseguono in sottofondo. Un grido dilungato e rauco si aggiunge al tutto nel finale, trascinando con la strumentazione il tutto verso la sua conclusione; un pezzo diretto dalle sezioni ripetute, il quale non sorprende certo per il suo songwriting, ma si mantiene ben suonato e dai ritornelli ben posizionati ed avvincenti. Il testo riprende un tema una volta dominante nei pezzi dei nostri, ma ultimamente meno presente: la Guerra in Medio Oriente continuata dall'America, anche se non in modo diretto, bensì con una sorta di strana preghiera dove al posto di lamentarsi di un decesso, si ringrazia Dio, ricordando però che qualcun'altro prenderà il posto del deceduto, mettendone in dubbio l'utilità della soppressione . Contando che nel 2011 era stato ucciso Bin Laden, il responsabile del 9/11 e di altri attentati, è facile pensare che il pezzo sia dedicato proprio all'evento; il narratore ha tenuto la mano di Dio e ha cantato la canzone del diavolo, e quando verrà il suo tempo, non cadranno lacrime. Ma qualcuno accenderà il fuoco e rimpiangerà, rimasto desiderando un erede per il figlio scomparso; che il signore abbia pietà, per fortuna è andato, ringraziando la fine raggiunta. "They finally shoved you in the box, they could never fit you in. An empty cell forever locked, so much for best intentions. But some will load the gun and some will hone the knife. Some will raise the fist as they recall your life - Finalmente ti hanno infilato nella scatola, dove non hanno mai potuto farti stare. Una cella vuota chiusa in eterno, a questo valgono le migliori intenzioni. Ma qualcuno caricherà la pistola e qualcun'altro affilerà il coltello. Qualcuno alzerà il pugno mentre ricorderà la tua vita" continua il testo, ringraziando poi varie volte il signore per la dipartita attesa così a lungo; non cancelleremo mai il passato, e non riavremo ciò che è perduto, ma si continua in modo ossessivo con la preghiera. Una sorta di cantico, ma dal significato sinistro; ol problema non è certo risolto, e chi prenderà il suo posto è già pronto dietro le quinte.

Visitation

"Visitation - Visita" parte con un effetto stridente, presto però sostituito da montanti circolari dal gusto thrash, sorretti dalla doppia cassa  e dal growl di Blythe, in un andamento contratto ripetuto; al ventisettesimo secondo un movimento tribale dai rullanti controllati e dalle punte pestate si enuncia, lasciando poi posto ad un ritornello dai riff taglienti e dalle vocals sgolate ed aggressive. Notiamo un ennesimo ritorno al passato, con tutte le abilità del presente, per un pezzo che da molto spazio all'anima hardcore dei nostri; finito il ritornello una cesura con fraseggi ed effetto vocale in pulito lascia spazio alla ripresa dei loop con rullanti di pedale e versi effettati, in un groove deciso ed infettante. Ritroviamo di seguito effetti tribali in salire, i quali collimano nella ripresa del ritornello a motosega con screaming esuberante; esso questa volta lascia poi il passo a chitarre epiche ed ariose con piatti cadenzati, mentre Blythe si divide tra growl e grida. Si continua così fino al secondo minuto: qui dopo una digressione con rullanti, ed un falso finale, si riprende con al corsa elaborata dal drumming galoppante e dai giri squillanti di scuola melo death, delimitata da un raccoglimento ritmico. Ci si alterna di seguito con andamenti contratti, in una struttura dinamica che vede loop circolari ed impennate di batteria; la coda sincopata viene violata al secondo minuto e quarantuno da un assolo tecnico sorretto dai rullanti di pedale e fraseggi severi in sottofondo, creando una sezione molto classica, che mostra ancora una volta l'integrazione di momenti più old - school nel metal di matrice moderna dei nostri. Largo poi ancora una volta a momenti laciniati ed aggressivi, dalla struttura pestata e cadenzata, i quali però presto collimano in chitarre ariose e grida in riverbero, per un ritornello solenne; esso prosegue fino ad una cesura improvvisa, al quale chiude il pezzo con alcuni suoni di basso ed un rullante, lasciando spazio al silenzio. Il testo sembra proseguire i temi precedenti, questa volta però dal punto di vista di un soldato che torna a casa dal conflitto; il percorso che ha scelto è cambiato quando l'asse si è mosso, e questa non è la vita che immaginava. Ciò che è fatto è fatto, il crimine è stato commesso; ora le bestia è arrivata a casa per posarsi, con sangue sulle sua mani, presa nella trappola dell'incontro, con la legge dell'offerta  del rinfacciare. Il suo sangue bolle, non può sentire la sua pelle, ma può vederla arricciarsi, non può mostrare tutti i peccati, ma può vederli cadere; "There's no escape from building tension. The pressure valve has been refitted. A lost plot in constant revision. A rising storm that's never abated. You can't know enough 'til too much, the envelope is decimated. Too far gone now to reverse my course and be subjugated - Non c'è scampo dalla tensione crescente. La valvola della pressione è stata ritratta. Una trama persa in costante revisione. Una tempesta che sale, mai domata. Non puoi mai sapere abbastanza finché non sai troppo, l'involucro è decimato. Andato troppo oltre per invertire la mia maledizione e farmi soggiogare" continua il testo, mentre ci dice che è un'opera dell'odio, che cade. E' il modo in cui sceglie di sopravvivere, l'unico modo in cui sa vivere, la strada è dura e il costo è alto, ma è stato fatto per questo; si ripetono poi i versi precedenti, reiterando immagini di alienazione e colpa repressa, per una persona che non può tornare indietro.

King Me

"King Me - Incoronami" è l'ultimo brano, famoso per essere stato usato in un trailer della serie vampiresca "True Blood" di cui Blythe è un gran fan; esso incomincia con un arpeggio progressivo, delicato ed acustico; si aggiunge poi un colpo di batteria con un cantato strisciante da crooner accompagnato da una voce femminile lirica ( ad opera di tale Amanda Munton) e fraseggi oscuri, ma controllati. Al cinquantesimo secondo dopo un feedback stridente esplodono tastiere orchestrali, sulle quali abbiamo chitarre epiche e solenni, con un drumming più vivace; ma ecco che si ritorna all'andamento precedente, continuando con suoni ariosi sui quali prosegue la voce in riverbero di Blythe accompagnata da arpeggi. Al minuto e quarantatré però un riffing marziale prende piede, accompagnato da un growl cupo, in un andamento contratto delineato da alcuni suoni squillanti; la sequenza prosegue, facendosi poi più ritmata in un galoppo di doppia cassa. Riesplodono le tastiere, questa volta accompagnate da versi profondi e grida, mentre percepiamo in sottofondo il cantato arioso già incontrato; l'alternanza è ormai chiara, largo quindi a groove sincopati dalle chitarre a mitraglia, con batteria serrata e cantato gutturale. Ci si lancia poi con un grido sgolato in una corsa vorticante con giri circolari squillanti, la quale collima in un'ennesima ripresa del ritornello epico ed orchestrale; si arriva così al terzo minuto e quaranta dove delle bordate progressive fanno da cesura, prima dell'inizio di un suono come di sirena fatto con la chitarra, sul quale si organizzano montanti taglienti. Ecco che un arpeggio segna al ripresa degli andamenti iniziali, con coro femminile e cantato narrato in sottofondo, creando uno scenario quieto, il quale però sbocca nei toni pomposi e ricchi di tastiere del motivo portante ormai familiare; qui i rullanti di pedale e la doppia cassa segnano poi un'accelerazione ritmica, mentre Blythe si da a grida sempre più sgolate. Al quinto minuto e ventisei un connubio di tastiere vorticanti e passaggi di chitarra pulsanti porta ad un fraseggio stridente con effetti vocali demoniaci nelle loro grida, e suoni d'archi sinfonici con cori, in un tripudio che si ferma all'improvviso; rimane solo l'ansimare del cantante, il quale poi sale acquistando un riverbero, prima di concludere del tutto il brano, e l'album. Il testo tratta dell'affrontare il presente indipendentemente dagli errori del passato, cercando di renderlo il migliore possibile con tutte le proprie forze; il protagonista ha visto il mondo tramite le lenti di una fotocamera, non ha visto nulla, era cieco, tra un buco nero ed una supernova è dove lo troveremo, implodendo ed espandendosi contemporaneamente, non più cieco. Egli correva scappando da così tanto tempo, che quando ha raggiunto se stesso, non molto era rimasto; l'ultima pagina dello scritto è vuota, e la medicina è andata. Un mostro malato, un mulinello di materia oscura, in un viaggio più pesante di quanto possiamo comprendere; un tornado che cerca di ricreare la vita che ha spaccato, attendendo che nulla inizi. Una linea piatta, mentre le sue interiora vengono rivoltate, e l'incoronarsi lo sta uccidendo; continua camminare oltre i luoghi in cui è nato, dove ora le facce altrui sono vuote, splendenti e morte. Non le riconosce, sono un libro chiuso che non può più leggere; "All of that is ending now, for I have arisen. Survived myself somehow, dead and imprisoned. I'm fighting to live, if I am to see the day. I swear I'll never sleep again, I am no man's slave. I wanted the fog to lift but I was living in a cloud. Nostalgia is grinding the life from today. The present always dies in future memories and king me is killing me. Cut wide open and bleeding to death for all to see - Tutto ciò sta finendo ora, perchè sono sorto. Sopravvissuto a me stesso in qualche modo, morto ed imprigionato. Sto combattendo per vivere, se vedrò il giorno. Giuro che non dormirò mai più, non sono lo schiavo di nessuno. Volevo che la nebbia si levasse, ma vivevo in una nuvola. La nostalgia macina la vita dal presente. Esso muore sempre in memorie del futuro e l'incoronarmi mi sta uccidendo. Aperto e sanguinante a morte davanti a tutti" prosegue il testo, ma non lo ucciderà, non lascerà che succeda. Una serie di immagini sul passato ed il presente, e sul non farsi condizionare dal primo, nell'affrontare il secondo; è in questi testi di vita che Blythe da il meglio di se, dando sempre la sua opinione con immagini elaborate e personali. 

Conclusioni

Tirando le somme un ritorno al meglio dei Lamb Of God, anche se non proprio alla pari di quel "Ashes Of The Wake" che ancora rappresenta il loro Zenith creativo e compositivo; la furia tra groove, metalcore, thrash e melo death viene accompagnata da alcune soluzioni più ariose ed orchestrali mutuate dagli esperimenti in tal senso di "Sacrament" e in minore parte di "Wrath", ma in maniera più contenuta e concentrata nel songwriting, mentre la produzione torna a dare giustizia alle chitarre e alla batteria, strumenti portanti del suono della band. Blythe ha un uso ancora più maturo della voce, dando anche spazio al pulito non effettato, riprendendo sia i growl, più potenti, sia le grida hardcore, decisamente migliorate rispetto ai primissimi esordi; come anticipato il loro stile non viene certo rivoluzionato e cambiato in toto, e il loro suono rimane riconducibile ad una serie di elementi orami familiari per chi segue la band dagli albori. Ma rispetto agli ultimi episodi incerti, abbiamo qui una direzione robusta che sa quando dare spazio ad elementi esterni, e quando concentrarsi in modo competente sugli elementi più aggressivi del gruppo; la durata dei brani è anch'essa varia, tra episodi veloci, altri medi, e altri ancora allungati con introduzioni ed arpeggi, senza strafare in un senso o nell'altro. Una crescita insomma che riparte dalle fondamenta del passato, riprendendo un discorso di evoluzione coerente; una ripresa artistica che per ironia della sorte combacia con il più grande dramma mai affrontato dalla band, e soprattutto da Blythe. Nel giugno del 2012 infatti la polizia Ceca arresta il cantante durante un concerto nella Repubblica Ceca, accusandolo del omicidio di un diciannovenne che era morto durante un loro concerto del 2010 a Praga per ferite alla testa; secondo il verdetto del 2013 Blythe lo avrebbe gettato giù dal palco, concorrendo all'evento almeno dal punto di vista della responsabilità morale, anche se non come accusato principale (ruolo che toccherà alla security e ai promoters). Il tutto è diventato naturalmente un caso mediatico nel mondo della musica e non solo, con dimostrazioni di solidarietà continue da parte di colleghi ed etichette, che però nel pratico han potuto fare ben poco; per fortuna alla fine il cantante non è stato riconosciuto come omicida, ma il periodo trascorso in prigione e i processi hanno di sciuro lasciato il segno, ed inoltre durante i fatti non pochi temevano che questo avrebbe portato alla fine del gruppo. Infatti la band ha dovuto affrontare spese legali ed inoltre non ha potuto suonare dal vivo per diverso tempo, perdendo quindi non pochi incassi; nonostante questo però in seguito Blythe annuncerà la lavorazione su un nuovo album, e su un libro riguardo alla sua esperienza. Uscirà quindi prima nel 2014 il documentario "As The Palace Burn", il quale si concentrerà sui tragici eventi da poco affrontati, e poi il settimo album del gruppo chiamato appunto "VII: Sturm Und Drang" nel 2015, il quale sarà la loro opera più matura, nonché un continuo dell'evoluzione qui intravista; un ottima nota dunque per concludere momentaneamente la carriera del gruppo, segnando anche un trionfo personale per il front man, disco non a caso testualmente influenzato dalla sua permanenza forzata in quel di Praga, e non solo in riferimento alla sua reclusione. Prosegue dunque il nostro viaggio con una delle band più famose del metal moderno di stampo statunitense; ci sono ancora altri assi nella manica da mostrare, per un gruppo che ha saputo maturare, pur non sconfinando certo da quel groove/metal core che i detrattori probabilmente mai gli perdoneranno.

1) Straight For The Sun
2) Desolation
3) Ghost Walking
4) Guilty
5) The Undertow
6) The Number Six
7) Barbarossa
8) Invictus
9) Cheated
10) Insurrection
11) Terminally Unique
12) To The End
13) Visitation
14) King Me
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