LAMB OF GOD

New American Gospel

2000 - Prosthetic Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
24/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Inizia oggi una nuova discografia, quella di un gruppo spesso citato e nominato nel panorama del metal moderno dalle tendenze metalcore e groove; parliamo degli americani Lamb Of God, gruppo attivo da circa quindici anni e molto amato da alcuni, e parecchio odiato da altri. Come sempre cercheremo di analizzare i loro lavori senza pregiudizi, guardando al bene e al male di ogni episodio; la band nasce dalle ceneri dei Burn The Priest, band sempre vicina  tendenze core che vede in formazione John Campbell (basso), Chris Adler (batteria), Mark Morton (chitarra), Randy Blythe (voce) e Abe Spear (chitarra), la quale pubblica un album omonimo, prima di cambiare nome in quello attuale (per allontanare qualsiasi dubbio riguardo ad eventuali idee sataniche, a detta dei nostri) sostituendo l'uscente Spear con Willie Adler. E' con il nuovo nome, e con la nuova formazione, che viene pubblicato "New American Gospel - Nuovo Gospel Americano" ad inizio millennio; un lavoro molto influenzato dai Pantera, come del resto quasi tutta la corrente metalcore dell'epoca (ma anche dal death, dal grind e naturalmente dal punk hardcore), il quale però mostra una band ancora molto giovane, e a tratti acerba. Il suono è certamente pesante, e le vocals ricordano in parte quelle di Jens Kidman dei Meshuggah, ma il songwriting è decisamente amatoriale, monotono e a volte inesistente, e il fatto che il cantante fosse ubriaco marcio durante le registrazioni, avvenute in fretta e furia (tutto a detta della band stessa) non ha aiutato molto la sua performance, a volte davvero confusa; molte parti si susseguono con cambi che non hanno un gusto tecnico, ma anzi richiamano una certa casualità, e anche la produzione non è perfetta, non rendendo ben distinguibili a volte chitarre e batteria, cosa che in un disco di questo genere non è un elemento apprezzabile. Inoltre molti brani si assomigliano tra loro, mostrando pochezza di idee e andando ad inficiare la longevità del lavoro, il quale comunque dura più di cinquanta minuti, rischiando così di risultare tedioso; insomma, non un'opera riuscitissima, che ancora mostra un gruppo in rodaggio che deve prendere piena consapevolezza del suo suono. I fan più sfegatati potrebbero pensarla diversamente, ma un ascolto critico non può che evidenziare le lacune di quello che è in ogni caso un debutto, inizio di un lungo percorso; ci sarà poi modo di aggiustare il tiro, creando un metal sempre moderno e ricco di groove e parti mutuate dalle tendenze hardcore, ma decisamente meglio interpretato e con strutture più ragionate capaci di offrire una certa coerenza all'ascoltatore. In ogni caso parte della critica, all'epoca già stanca del nu metal prima idolatrato, e alla ricerca di un sostituto, apprezzerà, così come il giovane pubblico, iniziando a far circolare il nome nell'ambiente musicale. Va detto che ci sono due aspetti che si notano già, e salvano in parte quanto qui ascoltato: la batteria, spesso un treno diretto, e le chitarre, capaci di essere roboanti e di mantenere elementi death e thrash. In futuro, con una direzione decisamente più controllata, entrambe avranno modo di avere il proprio spazio; per ora si limitano a sorreggere quello che nel bene e nel male è un prodotto mediocre, incapace di distinguersi rispetto al resto delle uscite in quell'ambito dell'epoca, quando il metalcore iniziava ad esplodere come fenomeno musicale.

Black Label

Si parte con "Black Label - Marchio Neroe con le sue bordate segnate da colpi secchi di batteria, in un loop preparatorio protratto fino al ventunesimo secondo; qui montante groove si alternano a rullanti, in un procedere graffiata poi da un grido di Blythe, il quale segna la partenza di un riffing seguito da vocals dallo stile hardcore, una sorta di grido spezzato. Largo poi al minuto e quattro ad aperture claustrofobiche sulle quali il cantano alterna screaming e toni più grossi; notiamo qui però due problemi, la produzione quasi non fa sentire la batteria, elemento importante della struttura del brano, mentre la perforane di Blythe è debole e poco convincente, inficiando non di poco quella che poteva essere la potenza del pezzo. Al minuto e ventidue un lungo grido è segnato da suoni ariosi in sottofondo e giri discordanti di basso, il quale collima poi in una marcia thrash dalle chitarre rocciose; essa evolve in un trotto martellante dai piatti pulsanti e dalle raffiche ripetute, il quale prosegue sempre più ritmato fino al secondo minuto e undici. Qui si torna ad aperture dirette dai giri vorticanti, alternati ad impennate con strilli. Dopo un breve stop si riparte con loop di chitarre e drumming secco, mentre Blythe prosegue con i suoi versi, più esclamazioni che cantato vero e proprio; i fraseggi epici s'intromettono ancora, così come le bordate dissonanti, arrivando al terzo minuto e dodici. Qui una digressione fa da cesura, in un falso finalese, seguito da feedback e fraseggi in sottofondo accompagnati da rullanti in salire; si arriva ad un andamento dilatato giocato su chitarre e colpi di batteria alternati, il quale prosegue in dissolvenza strisciante, arrivando così alla conclusione del pezzo. Il testo è una critica alla società considerata ipocrita, falsa, e soprattutto opprimente, la quale provoca conformismo di massa ed esclusione di chi non rispetta i suoi parametri; la condizione umana è intersecata con la claustrofobia, e la compressione dei nostri spazi viene così completata, tanto che il narratore si strapperebbe da solo le budella per stare solo. La follia domina in questo emisfero, dove si è ostracizzati per la propria chiara visione; "A dream unrealized of solitude that i should descend into autonomy - Un sogno irrealizzato di solitudine, dove dovrei discendere nell'autonomia" prosegue il testo, in modo da non conoscere più il dolore del gruppo, della compagnia, la mancanza di spazio. Socializzare, per paradosso, risulta in uno stress, mentre il protagonista è pieno di rabbia, e si chiede cosa ha causato in lui tutto questo odio; si risponde che è l'umanità, che sarebbe da sterminare velocemente. Un testo veloce e violento, nello stile del gruppo e del genere, con parole di rabbia e di non appartenenza al sistema sociale; un impianto tematico che è il fulcro del gruppo, e spesso tornerà nella loro carriera. "

A Warning

"A Warning - Un Avvertimento" inizia con un rullante, seguito da un riffing discordante segnato da piatti e cimbali, in un andamento contratto; al ventesimo secondo i toni si fanno più vorticanti, mentre Blythe interviene con vocals cavernose e brutali, tra hardcore ed influenze death. Ancora una volta notiamo come il suono poteva essere più potente, indebolito dalla produzione dalla mancanza di intuizioni davvero significative a livello di songwriting; si passa poi a screaming seguiti da bordate taglienti, in un crescendo più effettivo, dal gusto claustrofobico, ripetuto ad oltranza.  Al minuto e quattordici un fraseggio thrash fa da cesura, evolvendo in sequenze contratte di batteria, che a loro volta si lanciano in una doppia cassa dai suoni alieni; largo quindi a riff rocciosi con batteria tribale, per poi darsi a momenti djent con geometrie sonore taglienti e squillanti, sempre segnate da vocals difficilmente decifrabili. L'andamento ottenuto prosegue così in un loop ossessivo, sfociando poi dopo una ripresa del drumming cadenzato in un finale con ritornello "brootal" e un colpo finale di piatto; la varietà non è molta è il pezzo termina presto, più una sorta di suite con collage di suoni, piuttosto che un brano strutturato, rilevando un altro difetto del lavoro, ovvero la mancanza spesso di organicità nel passaggio da un momento all'altro. Ancora il suono dei nostri è acerbo, soprattutto se confrontato con quanto verrà poi, in un'unione per ora amatoriale di tendenze hardcore e dissonanze moderne, che in quegli anni prendevano sempre più posto nel metal urbano che poi sarebbe stato nominato "new wave of american heavy metal"; i detrattori hanno di che gioire, mentre i fan più oltranzisti probabilmente non si trovano d'accordo, ma i fatti ci mostrano un gruppo per ora in fase di rodaggio, e che a volte non prende neanche troppo sul serio quanto suonato. Il testo esprime il punto di vista di una persona malvagia e corrosiva, la quale avverte di stargli lontano, perché finirà solo per fare male agli altri, anche la dove inizialmente sembra il contrario; egli si dichiara un mostro, e intima di andarcene, e di non fidarci del suo sorriso, perché i suoi denti sono come coltelli. Ci trascinerà e ci prosciugherà, e ci consiglia di non ridere alle sue battute, perché la morale di esse è l'omicidio; le sue carezze preludono ad uno strozzamento, e dichiara "I'm only happy when I've ruined everything I see - Sono felice solo quando rovino tutto ciò che vedo"; dobbiamo credere a tutto quello che sentiamo su di lui, e se lo vediamo arrivare dobbiamo girarci e tornare indietro. Egli non mente su quello che ha fatto in passato, e su quello che farà a noi, perché la sua dolcezza è veleno, egli è inferno,; un testo vago e inquietante, che può essere riferito ad un assassino, così come ad un'estremizzazione per dirci che non si è una brava persona, o ancora giocare con le malelingue e su come si è descritti dagli altri. Diverse interpretazioni possibili per versi brevi che dipingono un quadro comunque violento; anche questo fa parte del mondo tematico della band, ed è una tecnica che ritornerà nel tempo. 

In the Absence Of The Sacred

 "In the Absence Of The Sacred - l'Assenza Del Sacro" ci accoglie subito dopo al conclusione del pezzo precedente con un trotto incalzante di bordate e colpi secchi di batteria, presto mutilato dal cantato veloce e sincopato di Blythe, sempre molto vicino allo stile del già nominato cantante dei Meshuggah; al ventesimo secondo si passa all'improvviso a raffiche di chitarra sul quale abbiamo piatti cadenzati e vocals schizofreniche di scuola nu metal, in un movimento marziale che prosegue prendendo poi più velocità con giri ad accordatura bassa. Largo quindi a groove imponenti con riff a motosega, alternati con contrazioni ritmate e impennate squillanti con doppia cassa lanciata; troviamo quindi un songwriting decisamente più interessante rispetto ai precedenti episodi, più solido e meglio giostrato, capace di mostrare una certa coerenza nei cambi e negli andamenti. Si prosegue quindi con le alternanze fino al minuto e cinquantuno, dove dissonanze mathcore si prodigano con rullanti tribali, evolvendo poi in falcate granitiche con punte dilatate accompagnate da rullanti;  tornano quindi marce thrash rocciose sulle quali Blythe si da ad un growl cavernoso, in una prova vocale più convincente e robusta. Si prosegue con andamenti più cadenzati, ricchi di riff squillanti e piatti,  riprendendo i groove alieni che caratterizzano il pezzo; al terzo minuto e undici troviamo delle contrazioni con impennate martellanti e giri discordanti, in un gioco di trattenute e rilasciate. Esso si blocca con un fraseggio distorto che avanza graffiante facendo da cesura,  mentre poi si aggiungono ritmiche striscianti e grida sgolate, ma sommesse di Blythe; l'andamento serpeggiante prosegue in questo modo, facendosi poi sempre più lento e sgraziato, chiudendo il pezzo con alcuni colpi in riverbero. Come detto troviamo quindi alcuni spunti più interessanti, gettando luce sulle reali possibilità della band, qui spesso celate dietro i problemi già descritti; i cambi vengono meglio gestiti e si da più importanza al ruolo di batteria, chitarre e voce, usandoli meglio. Il testo ritorna ai temi di critica riguardanti la società, dove tutto è basato sul progresso tecnologico, ma dove l'umano è invece dimenticato e distrutto, visto anzi come un difetto; la violenza è una reazione  normale in una società dove l'innovazione è limitata alla tecnologia, diversa solo nel modo di portare avanti intenti distruttivi. I dati hanno sostituito la vita vera in questo mondo, e non c'è speranza che il così detto progresso si fermi; inevitabili impianti con bio-link sostituiranno la sensazione del tocco umano. "All memory surrogates downloaded bought & sold, no true sense of self - Tutte le memorie surrogate, scaricate, comprate e vendute, senza un vero senso di se stessi" prosegue il testo distopico, e la morte sensoriale è vicina; siamo diventai un numero, la vita è stata digitalizzata, resa un oggetto, resa comoda. Nel finale veniamo derisi, perché questo è ciò per cui lavoriamo; una critica sociale al sistema tutto, con sguardi inquietanti al probabile futuro e in parte presente, dove l'interazione reale viene sostituita dal computer e da internet. Basti pensare a facebook, a youtube, al sito stesso che state leggendo, e a miriadi di siti (e quanto vada forte la pornografia, che sostituisce in modo irreale i contatti umani veri anche in ambito sessuale) per capire di cosa si parla; i Lamb Of God hanno care queste tematiche sociali ereditate dalla loro matrice core e punk, e spesso le affrontano.

Letter To The Unborn

 "Letter To The Unborn - Lettera Al Non Nato" parte con un riff deciso di matrice thrash, intervallato da giri meccanici e rullanti di batteria, in un loop ripetuto varie volte; al diciassettesimo secondo si aggiungono piatti e fraseggi oscuri, raccogliendo tensione per l'inevitabile sfogo. Esso vede vocals vomitate di Blythe e falcate squillanti alternate con impennate con giri rocciosi; al quarantanovesimo secondo una cesura con colpi contratti anticipa il passaggio a screaming e movimento riarmato con rullanti e riff discordanti, il quale evolve presto in marce con blast e fraseggi severi. La svolta è qui parola d'ordine, ecco quindi digressioni selvagge con cantato sincopato e giri grevi; si passa quindi a nuove corse con trotti thrash, doppia cassa, e assolsi stridenti in sottofondo. Si arriva a rullanti e riff a motosega dal gusto death, mentre Blythe si da a growl brutali, ma neanche ora la forma è definitiva; subito dopo infatti riprendono giri più grevi  e squillanti, i quali proseguono ossessivi con i piatti cadenzati e i versi indecifrabili del cantante, i quali sia prono a grida malevoli. Si continua su questo movimento meccanico fino alla conclusione, segnata da una digressione di chitarra; un pezzo breve, ma che contiene molte anime, forse troppe, saturando a volte il poco tempo senza mantenere e sviluppare abbastanza i vari suoni apportati. Insomma, se non lo si sa gestire a livello di tempistiche e posizione, il troppo stroppia; invece di stupire si finisce per annoiare e/o confondere, rischio qui più volte toccato. Il testo molto toccante racconta di un messaggio verso un figlio mai nato, da parte di un padre disperato per l'evento; il narratore vuole sentire odio, il dolore per sentire che sta svanendo, ma gli altri gli dicono di fermarsi, di essere gentile, e capisce di percorrere da solo questa dura strada. Evoca il pericolo affinché prenda tutti e li sbatta al muro, si sente perduto, si chiede perché non lo lascia in pace, e si dice che non c'è scopo per quello che il padre sente; si chiede se il suo papà non sta vivendo ora, e dichiara che staccherà gli arti a colui che ha ucciso a lui, il più potente essere umano. "I, a missing father, An empty role, Why did this immortal good child forget me - Io, un padre mancato, un ruolo vuoto, perché questo bravo figlio immortale mi ha dimenticato" prosegue i testo, chiedendosi poi come può un altro padre aver spezzato questi legami del cuore, e dichiarando che per tre volte ha chiesto sangue, volendo il figlio non morto; si chiede come possa il fato aver fatto morire il bimbo non nato, chiedendo di uccidere la causa di tutto questo. Un testo non chiaro, legato ad un fatto intimo, ma che di sicuro esprime rabbia e incapacità ad accettare il fatto; molti si chiederanno il vero senso, ma esso rimarrà un mistero legato alla vita dell'autore.

The Black Dahlia

"The Black Dahlia - La Dalia Nera" s'introduce  con effetti campionati di grida e suoni meccanici in salire, fino al quindicesimo secondo, dove un fraseggio thrash si alterna a bordate, proseguendo poi squillante con piatti e batteria cadenzata; largo quindi a martellate di rullanti di pedale e falcate granitiche giocate su riff rocciosi. Il movimento prosegue ricco di urgenza fino al minuto e due; qui si riprendono le contrazioni iniziali, sfociando in un movimento ricco di riff taglienti, ritmato anche grazie  al drumming secco e tribale, e ai versi cupi di Blythe. Un'atmosfera urbana si dipana, delineata da alcuni rullanti, ricordando in parte il metal "etnico" dei Sepultura  di "Roots" e i Soulfly, sempre con lo zampino di Max Cavalera; si prosegue quindi con le scariche taglienti e le contrazioni di batteria fino al minuto e quarantacinque. Qui l'andamento si fa più spericolato, con bordate, piatti spediti, e sezioni ricche di giri in loop; si passa quindi a contrazioni belliche come colpi di mitra, in uno scenario claustrofobico dopo blast e urla trovano terreno fertile. Al secondo minuto eventi s'instaura una marcia rocciosa con giri granitici, sulla quale abbiamo dissonanze aliene dal gusto nu metal che creano un'atmosfera lisergica, sulla quale Blythe si da ad un cantato sincopato; la struttura è reiterata con effetto ipnotico, fino a che un fraseggio con colpo di piatto non fa da cesura con breve stop . Ecco quindi che si parte con una cavalcata thrash monolitica, che esplode in un nuovo andamento martellante con urla incalzanti, il quale va ad infrangersi con la conclusione improvvisa: come sempre soluzioni di metal moderno si uniscono ad una certa urgenza hardcore, la quale consuma presto il brano che come un colpo di proiettile trafigge il cervello, per poi passare oltre. Un altro episodio comunque meglio interpretato ed interessante, pur mantenendo una certa aura amatoriale; la parte centrale del disco si mostra come più efficace rispetto a quella iniziale, conservando quelli che si dimostrano buoni brani, pur senza far gridare al miracolo. Il testo si riferisce al caso dell' "Omicidio Della Dalia Nera", riguardante il ritrovamento il 15 gennaio 1947 del corpo di Elizabeth Short a Los Angeles in un terreno non edificato; esso mostrava segni di tortura e violenza, e dato il passato losco della vittima, invischiata nell'allora illegale mondo della pornografia e da alcuni ritenuta una ragazza squillo, molte sono state le illazioni fatte. Ma nel concreto, nonostante una vasta indagine e ben ventidue sospettati ( e cinquantacinque mitomani che confessarono di essere autori del delitto), il caso non è mai stato risolto, rimanendo nell'immaginario collettivo americano e non solo; la vittima è intesa come un prodotto del commercialissimo silenziosamente accettato, come un bambino affamato che rappresenta i bambini dalle pance piene di povertà interminabile, come il nichilismo in un futuro che non c'è, solo con istinti bassi in un paesaggio che collassa. Essa è la vita, e continua con "I am the corpse of decency crucified on a post of greed and moral decay - Io sono il cadavere della decenza crocefissa su un palo di cupidigia e decadenza morale", è l'uomo, che deve sottomettersi e dare a Cesare ciò che è suo, in una completa oppressione che non ha catarsi in un disprezzo empatico per tutta l'esistenza; tutta la vicenda è spunto per criticare la razza umana e le sue storie di miseria, dove spesso le vittime sono sacrifici vani, dove l'autore di questi gesti rimane impunito. Piuttosto che una cronaca dei fatti, si decide quindi di astrarre, e rendere tutto universale; infondo al vicenda è nota soprattutto al pubblico americano, e basta il nome per evocare i fatti e i dati, dando spazio alle sensazioni. 

Terror And Hubris In The House Of Frank Pollard

"Terror And Hubris In The House Of Frank Pollard - Terrore E Orgoglio Nella Casa Di Frank Pollard" inizia con un riffing lento dal gusto doom, con alcune parti roboanti che ne delimitano l'andamento; al ventisettesimo secondo si aggiungono assoli stridenti in sottofondo, creando un'atmosfera aliena e cupa, protratta dalle evoluzioni tecniche di chitarra. Ci si ferma al minuto e diciassette con digressioni ariose e dilatate che fanno ad cesura, intervallate con alcuni colpi di batteria e chitarra;  al minuto e quarantadue parte una marcia picchiante, ripetuta in colpi continui con i soliti assoli squillanti in sottofondo. Ecco quindi che si passa ad un trotto granitico con grida squillanti da parte di Blythe, in un movimento vorticante ed urgente, con un suono robusto che si distingue; al secondo minuto e dodici ci si lancia in una corsa brutale con riff taglienti, rullanti e urla brutali, la quale collima in sezioni martellanti con riff rocciosi e colpi secchi di batteria e piatti. Un fraseggio tagliente delineato da bordate fa poi da cesura, evolvendo in una cavalcata con rullanti di pedale e blast invasivi; largo poi a giri devastanti seguiti come sempre dal drumming secco,  evolvendo nelle alternanze improvvise già vissute, tra ritmi decisi e spacca ossa, e movimenti sincopati dal gusto urbano. Si arriva ad un'impennata con rullanti di pedale e suoni oscuri, la quale sfocia nell'ennesima corsa; al terzo minuto e ventotto una serie di bordate contratte accompagnano un fraseggio distorto, il quale lascia il posto ad un montante con vocals squillanti di Blythe. Quest'ultime vedono all'inizio uno strano andamento debole, a tratti un po' imbarazzante salvo poi passare ad un growl decisamente più feroce d adatto all'occasione; si prosegue quindi sulle coordinate groove dalla buona presa, le quali prendono velocità in una cavalcata con giri taglienti e batteria pestata. Si arriva così al quarto minuto e venti, dove nuovi rallentamenti doom con bordate pesanti e giri squillanti prendono forma; si aggiungono  ad esse fraseggi notturni e severi, in un movimento grandioso che conferma un pezzo che, salvo alcune inesattezze e scelte discutibili sulla voce, si conferma come uno dei più evocativi e meglio riusciti dell'album. Il finale è lasciato ad un'ultima marcia dai riff rocciosi e dai piatti e colpi cadenzati, dove Blythe si da ad urla sommesse; il tutto si chiude con urla distorte e rullanti, affidando la chiusura ad un ultimo suono di batteria. Il testo tratta di una conoscenza del cantante del gruppo, un certo Frank Pollard, il quale era autore di quadri molto strani influenzati dai sogni, e nella cui casa accadevano eventi inquietanti e misteriosi spesso inspiegabili, dal sapore occulto e soprannaturale; tutte le cose folli lo intrappolano e lo puniscono, non può spiegare il suo problema, chiede di uccidere la sua vita senza speranza, non può essere ipnotizzato, e gli altri hanno un debito con lui. Il velo viene sospinto per far accomodare i visitatori,  occhi come alogeni illuminano, mentre qualcosa spia da maschere notturne; "Paleolithic subconcious icons lumber through dreamscape archetype of archangel - Icone subconsce e paleolitiche accatastano tramite archetipi sognanti degli angeli" proseguono le parole deliranti, ma la parte superiore è peggiore, qui infanti dipinti osservano tramite barattoli sporchi, e presto il nostro porterà la pelle della stella del mattino. Ci sono serrature verdi e il proprio nome riempie un'etichetta vuota; Frank, ci si chiede, in cosa ci hai coinvolti? Non abbiamo paura di dire quello che pensiamo, non possiamo farci nulla; mandiamo a quel paese il suo mondo senza speranza, noi siamo più neri del Sole. Una tragedia, ma ci si chiede se abbiamo visto gli spediti, mentre il tutto sanguina sulla pagina dal sonno; ma il nostro sta partendo in uno dei suoi viaggi mentali che porteranno alla pittura. Un testo strano, confuso, che invoca un luogo allucinato, pieno di misteri e dove la ragione non è la benvenuta.

The Subtle Arts Of Murder And Persuasion

 "The Subtle Arts Of Murder And Persuasion - La Sottile Arte Dell'Omicidio E Della Persuasione" ci accoglie con un fraseggio squillante in salire, il quale prende sempre più consistenza, con un gusto tecnico insolito per i nostri; si aggiungono al tredicesimo secondo rullanti e riff, mentre quest'ultimi prendono consistenza in falcate accompagnate da piatti e delineate da alcuni rullanti. Si ripetono al cinquantaseiesimo secondo i riff in bordate rocciose, arrivando al primo minuto; ecco che si configurano in un galoppo contratto con giri rocciosi e grida rauche di Blythe, con cimbali martellanti a  sottolineare il tutto come colpi di campane. Al minuto e ventotto un fraseggio secco fa da cesura, evolvendo in una marcia con cantato brutale e impennate distorte, in un'atmosfera satura e claustrofobica che si mantiene monolitica; largo quindi ad assoli ronzanti che rendono il tutto ancora più alieno, mentre continuano le contrazioni e i giri dalle bordate distorte. Al secondo minuto e ventotto il ronzio rimane in solitario, violato da alcune impennate improvvise di rullanti; quest'ultime prendono poi posto in una cavalcata frenetica giocata sulla ritmica, la quale si apre in cimbali e grida sgolate di Blythe. Il caos raggiunto è trascinante, consumandosi in un gioco tecnico di giri squillanti incalzanti; ecco quindi un fraseggio thrash, il quale fa ad cesura, evolvendo in una ripresa dell'andamento marciante iniziale, protratto ad oltranza con urla e piatti cadenzati. Il finale vede una un'impennata finale di doppia cassa, e giri squillanti, mentre un urlo di Blythe si dilata; un brano contratto che gioca molto sui rallentamenti e sulle riprese, in una struttura vicina al death tecnico più brutale, il tutto naturalmente riportato ad una dimensione metalcore e groove caratteristica della band. Il testo misterioso ed astratto sembra una metafora oscura riguardante gli atti di i un assassino, un probabile serial killer, dalla mente priva di sentimenti e pronto a colpire; "The dark crow man sits and stares into the oblivion into cold into nothingness; it's snowing in his mind - L'oscuro uomo corvo siede e osserva nell'oblio, nel freddo, nel nulla; nevica nella sua mente" esordisce il testo, egli si crea da solo a sua immagine, e il desiderio provato per lui non significa niente, e il bussare alla porta non porta sorriso sulle sue labbra crudeli. Il benvenuto negli occhi di una donna non ha nulla per lui, e solo nei suoi lombi sente i peli drizzarsi sul suo collo; i suoi occhi morti penetrano la notte  mentre il suo sguardo cade sulla città, e la convinzione dei suoi metodi conclamati lo riempie. Sa cosa fare, e si muove per compierlo; un immaginario angosciante che mostra un essere senza scrupoli e sentimenti, un predatore che vive per l'omicidio, ormai per lui abitudine. 

Pariah

"Pariah - Escluso" vede un'introduzione con suoni industriali stridenti, i quali proseguono fino al quattordicesimo secondo; qui una serie di giri rocciosi con punte squillanti prendono forma, lanciandosi in un riffing thrash con rullanti di pedale. Un fraseggio distorto fa poi da cesura con colpi in levare, salendo fino ad un'esplosione di ritmi contratti e vocals brutali di Blythe, non prima di una cesura con piatti; si prosegue con alternanze lente di bordate rocciose, le quali spezzano il ritmo rendendolo contratto e meccanico. Una cesura dia alcuni fecondi con voce in solitario segna poi l'inizio di una cavalcata roboante di scuola Meshuggah, ricca di giri discordanti e drumming imponente; largo poi a fraseggi dissonanti dal gusto oscuro, accompagnati da arpeggi grevi di basso e atmosfere disorientanti. L'animo groove e djent della band prende qui il sopravvento, in una sorta di versione aliena dei Pantera basata su marce spezzate chitarre squillanti; si arriva al rallentamento del secondo minuto e venti, a cui segue un movimento strisciante ed opprimente, dove ancora una volta il posto d'onoro è dato a bordate lente ed ossessive, ripetute mentre i piatti cadenzati proseguono in sottofondo, e Blythe si dà a vocals ora brutali, ora in screaming. Si aggiungono quindi nuovi fraseggi dissonanti rendendo il tutto ancora più spaesante, arrivando al terzo minuto e diciassette; qui si libera una corsa violenta, al quale si fa ancora più diretta con doppia cassa e rullanti. Alcune melodie mathcore precise e squillanti trovano poi luogo per espandersi, mentre il cantato prosegue disperato, sottolineato da alcuni fraseggi a motosega; si arriva quindi al finale improvviso, lasciato a queste note interrotte bruscamente, secondo una modalità spesso usata dal gruppo. Si conferma quindi una sequenza di brani dove il rallentamento è spesso usato per creare atmosfere opprimenti e monolitiche, controbilanciando gli assalti continui iniziali; non si rinuncia comunque alle corse feroci dai connotati hardcore mischiati con montanti dalla natura decisamente metal, per una seconda parte del disco complessivamente superiore a quella iniziale. Il testo riguarda una persona disprezzata dal front man del gruppo, qui definita appunto un escluso da quanto è orribile e disgustoso, qualcuno che gli ha creato problemi e che lui vede come il peggio del peggio; le abrasioni sul lato della bocca ricordano quelle sul suo braccio, facendoci capire che ha conosciuto per contatto la consistenza del catrame nero (dove è stato sbattuto), e il narratore ha visto l'altro peggiorare la sua condizione nello sporco; sa che non vuole vivere nello sporco, vuole solo non sapere nulla, ma lui conosce solo lo sporco è non può battere questa debolezza. Intima di spezzare il flusso, allungato per rompere un convoglio osceno di parassitismo; non dirà il nome di colui che è ritenuto un pezzo di merda, ma gli dice semplicemente a grandi lettere di fottersi e morire, e che prima lo fa, meglio è. "You've shot out your eyes but I'm seeing that you cannot feel anything of worth -  Hai spalancato gli occhi, ma vedo che non provi nulla che ne valga la pena" prosegue il testo, sapendo che ha sprecato la sua vita perso in sogni narcotici; il cuore pompa nelle sue vene schifo inutile (la droga, ovviamente), mentre l'altro si chiede perché gli importa così tanto, perché vuole prendere a pugni la sua faccia smorta e vedere il suo sangue spruzzare in aria come un arco rosso e sporco. Esso si schiaccerebbe in una forma inutile sul cemento, mentre l'altro sarebbe moribondo; un testo senza molti mezzi termini, con desideri violenti verso colui che non è per nulla ben voluto.

Confessional

 "Confessional - Confessionale" si prodiga in apertura con rullanti ripetuti, contrassegnati da colpi di piatto; questo andamento si ripete varie volte, aggiungendo al ventitreesimo secondo arpeggi grevi di basso e suoni squillanti in sottofondo, in un movimento tribale che si avvicina. Largo quindi a riff rocciosi di matrice thrash, i quali avanzano potenti nell'andamento tagliente; una doppia cassa velocizza il tutto in una cavalcata da tregenda efficace, per uno dei momenti più esaltanti di tutto il disco. Al minuto e ventino esplodono le grida rauche di Blythe, sottintese dai loop di chitarra ed al drumming marziale; troviamo quindi alcune impennate circolari, seguite come sempre dalla cavalcata dritta. Un fraseggio a motosega fa da cesura, raccogliendo la tensione, poi rilasciata in un maremoto di doppia cassa, rullanti di pedale e giri dissonanti; si collima quindi in andamenti contratti con piatti e vocals gutturali, il quale si blocca con un altro fraseggio. Ritorna l'andamento iniziale dal gusto post thrash, roccioso e ripetuto, sempre sottolineato da colpi duri e piatti cadenzati, con alcune punte rallentate; Blythe si da sempre a urla a metà tra growl e uno screaming, va detto, a tratti poco convincente. Al secondo minuto e quarantadue si torna alla ritmica d'inizio pezzo, dove ancora intervengono tra i rullanti giri grevi di basso e chitarre stridenti in sottofondo; presto però esplode una serie di raffiche taglienti, ripetute in montanti ossessivi segnati da blast e vocals al fulmicotone. Si aggiungono quindi fraseggi solenni mentre il drumming si fa più veloce, instaurando impennate ieratiche dal bell'effetto; il finale è lasciato a bordate possenti e grida incisive, le quali chiudono il tutto all'insegna della cacofonia. Più ci avviciniamo al finale, più l'anima metal della band esce fuori; questo è un bene, e se la tendenza fosse stata qui sin dall'inizio, avremmo sottomano un debutto decisamente più robusto e coerente, al apri di quelli di altri colleghi nel genere. Il testo riguarda il fare qualcosa di sbagliato, vivendolo con colpa cercando di nasconderlo, ma sapendo che la cosa prima o poi salterà fuori, tormentandoci nel frattempo; essa lascia tracce intrinseche del futuro, dove il passato sorgerà perseguitandoci, leccando la stampa di colla lasciata dalla traccia. E' imprigionato in foreste di acciaio nero, mentre vinicoli di nervi alloggiano a valle, in sezioni di orrore; "This is something you must never do again. Falling spiral down. You know not what you are looking for but it will find you anyway - Questo è qualcosa che non devi fare mai più. Cadere a spirale. Non sai cosa cerchi, ma in ogni modo ti troverà" continua il testo, sapendo di aver confessato all'altro di questo malessere, e di avergli dato una chiave di controllo. Ciò purtroppo ha alimentato intenzioni malvage da parte dell'altro, il quale punisce per i fallimenti e disseziona la fede altrui, dilaniando la fiducia; mai, mai più, egli è solo. Un altro testo che rende universale un'esperienza personale, ricordandoci che il marcio viene a galla, e che gli altri a cui ci confessiamo, possono usarlo contro di noi; temi della vita quotidiana che nella loro terribile semplicità e grandi conseguenze toccano tutti. 

O.D.H.G.A.B.F.E.

"O.D.H.G.A.B.F.E."  è il finale della versione standard dell'album, il quale parte con un fraseggio solenne dai giri ripetuti, delimitato da alcune impennate controllate, mentre il drumming si struttura in rullanti e piatti cadenzati; al diciottesimo secondo si aggiungono grida di Blythe, mentre il suono si fa leggermente più greve. Esso si apre ad alcune punte discordanti, mentre il cantato s'instaura con grida maligne, le quali ricalcano l'andamento ciclico e strisciante; l'atmosfera è quasi di natura sludge, con ritmi lenti e suoni molto "southern" lisergici ed opprimenti. Si continua a lungo così, con alcuni riff roboanti e piatti picchiettanti; al minuto e trentuno un fraseggio thrash fa da cesura, accompagnato da bordate sempre più incalzanti. Ecco quindi una cavalcata devastante in doppia cassa e giri martellanti, con alcune punte rocciose, per un grande effetto vivace; si passa al secondo minuto e otto a raffiche marziali sottolineate da rullanti di pedale e assoli dissonanti, mentre Blythe prosegue con le sue grida sgolate, terminando con un verso gutturale. Dopodiché una serie di rullanti fanno da cesura, esplodendo in una nuova cavalcata schizofrenica dalle punte distorte, la quale si protrae fino al secondo minuto e quarantaquattro; qui una serie di attacchi con raffiche e rullanti fanno da cesura contratta, ripetuta più volte. Essa sfocia quindi in una marcia urbana dalle bordate rocciose e dai piatti ossessivi, mentre il cantante staglia le sue grida sgolate sui riff; si passa a montanti thrash con suoni etnici di tamburo, salvo poi aprirci a dissonanze e contrazioni aliene con rullanti e piatti pestati, tornando ad atmosfere opprimenti. Un verso gutturale segna il ritorno al movimento iniziale lento e  strisciante, il quale prodiga il suono dal gusto desertico, dilaniato da intervalli da grida e rallentamenti oscuri; si continua su questo andamento, mentre partono cimbali e rigida in loop, marciando verso la conclusione segnata da un feedback di chitarra e da un ultimo riff roccioso. Una chiusura atipica per i nostri, completando la transizione verso suoni più grevi e pesanti,  i quali qui hanno pieno sopravvento; probabilmente l'episodio più ostico per chi si nutre di solo metalcore ed è a digiuno di doom e varianti mortifere e opprimenti, ma uno più oscuri e meglio riusciti di tutto il disco, chiudendo su una nota positiva il tutto, e facendo intravedere le reali capacità del gruppo. Il testo tratta di una brutta esperienza da parte dei membri della band, i quali hanno avuto a che fare, ubriachi, con un gruppo di poliziotti particolarmente violenti, i quali li hanno prelevati mentre cercavano riparo dalla pioggia in una casa abbandonata a San Francisco, e li hanno poi picchiati brutalmente, non prima di averli gettati in una camionetta ed aver riempito il retro di gas urticante (il testo è un acronimo di "(O)fficer (D)ick(H)ead (G)ets (A) (B)lack (F)ucking (E)ye"); cadiamo a tre piedi dal terreno, con la faccia sul freddo pavimento di un maiale (poliziotto) di San Francisco ben oliato, e con ironia si dichiara di aver trovato il proprio amore. Sentiamo al gioventù schiacciata da qualche parte tra cemento e stivale, un'altra vittima dell'odio più basso; si intima al poliziotto di non essere il nostro dio, mentre l'altro pensa che sia divertente. "How the helpless freak squirms beneath our state sanctioned soles, but what is he laughing at? - Come trema la feccia impotente sotto le nostre suole sanzionate dallo stato, ma a cosa ride?" prosegue il testo passando al punto di vista dei poliziotti, e citando al reazione del cantante che durante i fatti si mise a ridere dallo shock; nulla era imbottito nella camionetta piena di spray urticante, mentre le manette si estendono alle sue spalle, e le costole si rompono sotto una pioggia di manganelli e tacchi, che cadono come la pioggia fuori. Arriva la parte in cui il nostro ricorda di aver visto la faccia di una poliziotta, dicendogli che si sarebbe ricordato del suo nome e numero di distintivo, e che una volta uscito da questo l'avrebbe fatta sua facendogliela pagare; un testo di rivalsa dove il vissuto personale si lega ai temi di ribellione all'autorità tipici del gruppo, di facile presa naturalmente sui giovani fan per natura contrari a queste figure, che spesso in America, ma non solo, usano metodi brutali che non raccolgono certo a loro simpatie.

Nippon

La versione giapponese del disco contiene un'undicesima traccia, "Nippon - Giappone", della quale non esiste un testo ufficiale ( e non pochi, a ragione, credono neanche i nostri sappiano che cosa stavano cantando nel pezzo, una sorta di parodia dei bonus riservati da chiunque per il mercato giapponese); essa parte con colpi ritmati di batteria, seguiti da un riffing imminente dai suoni squillanti ripetuti. Al ventesimo secondo le urla di Blythe prendono spazio, mentre si prosegue a cassa dritta fino al trentesimo secondo; qui alcune bordate rilasciano l'andamento fino ad una cesura con colpi secchi. Ecco che parte un andamento contratto con riff a motosega e vocals gutturali del nostro, con rullanti a sottolineare il tutto; al minuto e tre ci si alterna con dissonanze squillanti e marce thrash rocciose, in un andamento ritmico opprimente, il quale trova sfogo in alcuni colpi di chitarra taglienti ed urla disperate. Si arriva quindi al minuto e quarantadue, dove un fraseggio sommesso fa ad cesura, evolvendo presto in una corsa discordante con doppia cassa e rullanti, al quale prosegue lanciata; ci si apre quindi a nuove contrazioni core sincopate e claustrofobiche, con punte debordanti e riffing serrati,  ripetuti ossessivamente. Blythe urla e si da a growl, mentre al secondo minuto e ventisette un verso prolungato accompagna marce con effetti etnici, le quali lasciano poi ancora spazio agli andamenti precedenti; si arriva dunque ad un fraseggio sgraziato, il quale esse melodie granitiche, delineato da alcuni piatti e giri squillanti. Si lancia dopo di esso una corsa con doppia cassa e giri dissonanti, contornata dalle rigida stridenti di Blythe, mentre il drumming si fa sempre più frenetico ed immediato; ecco però una cesura con colpi di batteria, dopo la quale una serie di chitarre scordate crea un loop tagliente, il quale avanza con growl e urla, terminando in una cavalcata con rullanti e bordate squillanti, la quale chiude il tutto con un riffing roccioso e ultimi versi del cantante. Un aggiunta che nulla toglie e nulla aggiunge di nuovo al disco, ripetendo il modus operandi già incontrato nei vari pezzi dell' edizione standard.  

Conclusioni

Un lavoro assolutamente non privo di difetti come appurato, dove ancora anzi molti aspetti della band sono acerbi; pesa soprattutto una parte iniziale un po' amatoriale e dai tratti grossolani, mentre poi troviamo pezzi più ragionati, ma che non convincono mai al cento per cento. La voce di Blythe ha dei limiti qui accentuati dalle condizioni non sempre, anzi praticamente mai, sobrie del nostro; questo lo porta ad alcune divagazioni che perdono il filone della musica, e ad alcune parti discutibili dove più che urlare, sembra che mugoli senza voce. L'immediatezza hardcore non può essere una scusa, dato che band storiche come Discharge ed Exploited l'hanno usata al meglio mantenendo vocals adatte al caso, e anzi essa stessa ne esce indebolita; la parte strumentale risente inizialmente di una produzione che penalizza batteria e chitarra, fondamentali, salvo poi per fortuna metterle più in primo piano, mentre il basso si mantiene per tutto il disco quasi inesistente, salvo comparire in alcuni dei momenti più grevi. Insomma, non un inizio con i fuochi d'artificio, soprattutto in luce di quanto di quanto la band farà dopo, aiutata anche da produttori che sapranno gestire al meglio il loro suono; all'epoca in ogni caso il disco ha un certo impatto, facendo circolare il nome dei Lamb Of God  tra stampa e fan, iniziando a farli conoscere sempre più attivamente. La band non è stupida è coglie l'attimo, andando in tour per ben due anni, facendosi conoscere in sede live, dove già si presentano in chiave esplosiva e con un'attitudine di facile presa per il giovane pubblico di estrazione metalcore; questo li porterà ad affinare le loro armi, arrivando al secondo lavoro "As The Palaces Burn", prodotto da Devin Townsend (Strapping Young LadDevin Townsend Project, etc.), il quale darà forma ad un suono più articolato e dove l'anima post thrash avrà più spazio, incanalando il gruppo verso la direzione giusta. Dopotutto non molte band centrano subito il bersaglio, ed è normale che ci vogliano diverse uscite per trovare il proprio suono; inizia quindi una strada in crescendo per un gruppo che, nel bene e nel male, sarà simbolo del metal moderno di stampo americano, amato da alcuni, odiato da altri. Come già detto il nostro dovere è fare una cronaca il più possibile slegata da pregiudizi e partiti presi, giudicando ogni gruppo nei suoi meriti e difetti; esploreremo quindi una serie di dischi con diverse valutazioni, seguendo l'andamento durante gli anni di un gruppo arrivato oggi al suo settimo disco in studio. Il viaggio prosegue dunque nei suoni del metalcore statunitense, mentre avanza il nuovo millennio, durante il quale gruppi come i nostri, i redivivi Machine Head, i DevilDriver e altri porteranno avanti la bandiera di quello che per molti aspetti sarà il nu metal delle nuove generazioni.

1) Black Label
2) A Warning
3) In the Absence Of The Sacred
4) Letter To The Unborn
5) The Black Dahlia
6) Terror And Hubris In The House Of Frank Pollard
7) The Subtle Arts Of Murder And Persuasion
8) Pariah
9) Confessional
10) O.D.H.G.A.B.F.E.
11) Nippon
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