LAMB OF GOD

Lamb Of God

2020 - Nuclear Blast

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
29/05/2022
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Nel 2020, a cinque anni di distanza dal precedente album "VII: Sturm und Drang" e a quattro dal EP "The Duke", lavoro particolare dedicato alla memoria del fan della band Wayne Ford morto di leucemia nel 2015, i Lamb Of God tornano con un album omonimo chiamato appunto "Lamb Of God", l'ottavo della loro carriera sotto questo moniker e il nono se contiamo il periodo iniziale con il nome Burn The Priest. Un disco che segna il ritorno sulle scene della band dopo la pubblicazione di quello che probabilmente è l'album più completo e maturo del gruppo, capace di riprendere vari stilemi della loro storia e coniugarli a un sentito tormento legato alle vicende giudiziarie vissute dal cantante Randy Blythe. Il Nostro era stato infatti accusato di omicidio colposo dopo che un diciannovenne morì durante un loro concerto del 2010 a Praga. decesso causato da ferite alla testa. Blythe venne alla fine incarcerato per circa un anno nel 2013, salvo poi essere rilasciato e prosciolto dalle accuse. Un'esperienza che, come detto, aveva profondamente segnato i temi e toni del disco precedente, rendendolo un'opera a suo modo catartica. Il nuovo capitolo della band vede invece una formazione leggermente riaggiustata: lo storico batterista Chris Adler viene sostituto dal nuovo entrato Arturo "Art" Cruz proveniente dalla band deathcore Winds Of Plague, accompagnato dai chitarristi Mark Morton e Willie Adler, dal bassista John Campbell, e dal già citato cantante e leader del gruppo. Con questi nomi viene creato un disco che sin dal titolo sembra voler ristabilire il punto della situazione e rappresentare il suono del gruppo, legato a una combo tra metalcore e groove metal di stampo molto americano, un genere che ha dominato per molto tempo le classifiche metal del nuovo continente con il suo stile non troppo estremo, ma abbastanza tellurico da soddisfare le esigenze di un pubblico rimasto orfano del famigerato nu metal (genere che non a caso sta avendo in questi anni una sorta di revival proprio in quell'ambito) e alla ricerca di una manifestazione urbana e vicina al loro sentito e gusto della musica metal. Questo intento viene decisamente espresso nella musica qui presentata, fatto che diventa un'arma a doppio taglio che è sia la forza, sia la debolezza del disco, è meglio chiarire subito questo punto sin dalle prime battute. Troviamo infatti dieci tracce (undici nella versione giapponese contenente la traccia bonus "Ghost Shaped People" e dodici nella ristampa del 2021 che vede anche l'aggiunta di "Hyperthermic/Accelerate", qui analizzate per completezza) che seguono in maniera competente il modello della band più o meno seguito dai tempi di "Ashes Of The Wake", ovvero una commistione di suoni groove e -core con inserti thrash e melodeath più o meno presenti in base alla traccia e all'album, supportati da chitarre claustrofobiche e una ritmica semplice e robusta, basi per la voce ora gutturale, ora gridata e stridula del cantante. Questa linea viene seguita per tutto il lavoro, senza grossi sconvolgimenti o esperimenti; ciò evita da una parte gli scivoloni dell'acerbo "New American Gospel" o del fin troppo plagiario e debitore di altri nomi "Wrath", dall'altra non si raggiungono le altezze del già citato disco precedente o di lavori quali "Ashes Of The Wake" o "Killadelphia" che erano stati capaci di variare ed evolvere quella che era la formula iniziale della band. Insomma, si gioca su un terreno sicuro, creando la tipica release indirizzata ai fan consolidati e coerente con le loro aspettative nei confronti di modi e suoni metabolizzati dopo due decenni di carriera. Da un punto di vista legato alla critica "istituzionale" e alle classifiche, la formula sembra dare ragione alla band, presentando consensi da parte della prima su note riviste e siti specializzati, e buone posizioni nelle seconde garantendo un certo riscontro di vendite. Ma se dobbiamo guardare il tutto da un punto di vista artistico e di crescita, in definitiva i Lamb Of God hanno compiuto uno o due passi indietro rispetto a quanto fatto in precedenza, perdendo quel sincero mordente raggiunto, e non riuscendo a rinnovare nuovamente il sound del progetto.

Memento Mori

"Memento Mori" ci accoglie con un fraseggio terso e notturno, liquido nel suo andamento filtrato, movimento sonoro su cui si adagia la voce suadente e per ora pulita del cantante. Il testo è correlato alla pandemia del COVID-19, in quel periodo nel suo picco più alto in America, e al generale senso di nefasto destino e tragedia che si respirava, e si respira tuttora, nel web, nelle news, nel continuo sentire parlare di morte. Invece però di cadere in una nichilista disperazione, si cerca qui di ricordare che oltre questo c'è la vita, e che proprio il pensiero della minaccia della morte dovrebbe farci godere di più quest'ultima e i suoi aspetti positivi. Una visione coerente con i testi tutto sommato positivi e d'ispirazione all'azione e al reagire, portati avanti soprattutto nei lavori più recenti da parte di Blythe. Egli si sente come nel fiume più nero, sotto gli alberi senza foglie, si sente affogare in un sogno che lo sta uccidendo e da cui si vuole svegliare. Nell'inverno più freddo, tra le luci che svaniscono, sentiamo che stiamo cadendo in un cielo congelato, oltre i cieli più neri, e sopra le stelle morenti ci vediamo spezzati in un milione di frammenti. Ma nell'ora più dura, sotto il segno più crudele, sente che si sta svegliando da una terribile bugia. I toni iniziali, quasi gotici, rappresentano uno dei rari momenti di sorpresa dell'album, pronti a esplodere in una raffica fatta di chitarre mitraglianti e doppia cassa; largo poi a un andamento contratto che ci porta ai modi familiari della band, tra movimenti sincopati e vocals distorte e graffianti che aggiungono aggressività al tutto. Sentiamo una depressione nutrita dal sovraccarico, false percezioni che ci fanno sentire il peso del mondo su di noi, e allo stesso tempo l'universo nel palmo della nostra mano, in un artificio fatto di fili senza fine. Le distrazioni scorrono in un flusso ossessivo, e il rigettare cresce con urla oppressive. La musica si apre a corse melodeath prima di riprendere con i suoi andamenti più contratti: nell'ora più dura, il segno più crudele, ci risvegliamo da una terribile menzogna, e lottiamo nella stessa maniera, senza sprecare il giorno, risvegliandoci e ricordando che dobbiamo morire. La voce si fa ancora più aggressiva e cavernosa, mischiando growl e punte gridate con un modus operandi ben familiare alla band. Seguono ponti di chitarra dalle scale squillanti, collegamento con la ripresa del trotto portante basato su bordate ripetute. La regressione di modi che avanzano, e di nodi corrosivi e imperiali, costituisce una direttiva primaria al disconnetterci, reclamare noi stessi e resuscitare. Ritroviamo quindi i modi e le evoluzioni precedenti, con nuovi passaggi legati alle influenze melodiche e all'alternanza tra movimenti diretti e contrazioni ritmiche. Giungiamo così a una sezione che alterna bordate e assoli squillanti in un gioco di botta e risposta; ci sono fin troppe scelte, e sentiamo le loro voci senza sosta, dobbiamo correre via e seminarle, tornando al reale e zittendole. Giri di chitarra thrash creano una bella sequenza, poi stabilizzata in un trotto possente che riprende le parole precedenti prima d'immergersi in una cesura liquida e sospesa. Si tratta di un momento di raccoglimento prima dell'attacco finale, una marcia veloce che va a bruciarsi nell'etere.

Checkmate

"Checkmate" si apre con un dialogo in presa diretta, delineato da colpi di bacchetta che introducono un motivo classico fatto di assoli dilungati sottolineati da giri circolari dal gusto heavy metal. S'introducono le vocals su una base contratta e roboante, trattando di temi politici legati a una visione negativa del sistema politico e sociale americano, da sempre bersaglio della band, visione accentuata dall'allora ancora in corso governo Trump. Vediamo gli ingranaggi consumare i loro denti, la macchina stridente che si blocca sprofondando nel terreno con incredulità. Due identità reazionarie, due forze opposte, si trovano in una routine fatta d'inganni. Si tratta di doppi risultati e doppie parole, in una farsa che viene continuamente rinnovata nel suo script, asfissiando e strozzando la verità mentre viene salutato il Dio denaro. La struttura segue il tipico corso della band, muovendosi tramite alternanze tra parti sincopate e suoni di chitarra acuti più diretti, cesellati da effetti sparsi che segnano il passaggio a un ritornello feroce e lanciato, segnato anche dai colpi cadenzati di batteria: ripetiamo, c'è un'eco, un ritornello, è tutto sempre lo stesso e assordante, una conseguenza che abbiamo chiesto noi, ma non vogliamo mai più che si ripeta il grido americano (gioco di parole "American scream/American dream"). Riprende il galoppo portante, sempre contratto e nervoso nei suoi movimenti sincopati: si tratta di un colpo di stato apertamente mostrato, una malata farsa di bugiardi e una gran parata di traditori, maschere narcisistiche per tutti coloro che non hanno parola in un disfacimento sistematico. La tattica è quella del dividere e conquistare, accerchiare e seppellire i segreti in profondità, facendo odiare ancora all'America (questa volta il gioco di parole è "make America hate again/make America great again") e facendo sanguinare le pecore fino alla morte. Inevitabilmente collimiamo nuovamente nel ritornello ripresentando le evoluzioni precedenti, questa volta concludendosi però in un passo claustrofobico fatto di riff taglienti e fraseggi squillanti. Un andamento urbano su cui si adagiano le vocals gridate del cantante: cerchiamo di scegliere il minore di due mali, ma il male non si manifesta in due, bellicosa e frammentata si manifesta una nave che affonda, piena di idioti. Baciamo il boia mentre sprofondiamo, corpi decadenti della decenza, altre vittime nel grido americano. Le ultime parole vengono ripetute, fino al raggiungimento di un trotto contratto, che si ripete nei suoi modi inserendo anche strati di assoli dalle scale alte, prima di chiudersi nel finale della traccia.

Gears

"Gears" parte con un riffing squillante, su cui si staglia un ritmo cadenzato; si aggiungono poi accordature basse in un corridoio sonoro che esplode in bordate core accompagnate dalle vocals aggressive, ma umane, del cantante. Egli ci parla della società e dei suoi meccanismi, di come l'individuo sia un ingranaggio ingannato dal sistema, infelice e insoddisfatto, ma tenuto sedato tramite oggetti e cose materiali. Soffriamo quindi di una malattia costruita e di un' invidia progettata, in uno status pre-calcolato su un percorso basato sul desiderio. L'accumulo e l'adorazione vengono montati per nutrire la nostra ostentazione, e siamo sempre insoddisfatti senza chiederci il perché. Il tono accusatorio viene ripreso dall'incedere musicale, che vede parti di trotto sferrante alternate con alcuni attacchi più diretti dalle chitarre spericolate. La ritmica ha parti irregolari, conferendo una certa sincopatia ad alcuni passaggi. Appendiamo questo scenario sul muro della nostra prigione dorata, dicendo a noi stessi che tutto questo significa qualcosa; ecco quindi l'esplosione di un ritornello caratterizzato da falcate armoniose e colpi duri di batteria, contornato da chitarre distorte. Azione vuote riempiono il tempo, e dei del commercio ci mantengono sulla riga, mentre industrie e imperi economici prosperano, e noi moriamo dal desiderio di avere sempre di più. Parole con una chiara e nette critica al capitalismo, elemento questo non certo inedito per i nostri e uno dei punti principali delle tematiche di Blythe. I corridoi claustrofobici ci riportano alla marcia groove dai toni serrati: la nostra fame senza fine diventa automatica, l'industria ha definito un impulso sistematico, linee di parametri, soggezioni e degradazioni sono lo stampo per il nostro annichilimento. I nostri possedimenti personificati, sono un prodotto dei nostri tempi. Ritroviamo le evoluzioni precedenti, procedendo verso il ritornello accorato e aggressivo, guidato dai giri circolari in loop fino a una digressione costituita da chitarre e ritmi marcianti. Ora siamo situati in un passaggio urbano dalle nuove bordate ritmiche, ripetute ad oltranza: non possiamo prenderlo con noi, ma nemmeno usarlo ora, un avita vuota che ci frantuma e ci fa sprofondare, preoccupati di perdere il nulla che abbiamo acquisito, ma ogni cosa deve cadere, con ossa e pire di fuoco. Largo ad assoli dalle scale alte, che si scontrano con fraseggi severi e toni sospesi prima di un'esplosione potente che reitera il ritornello portante, lanciato in una cavalcata fa tregenda prolungata fino alla conclusione.

Reality Bath

"Reality Bath" ci accoglie con un fraseggio dal gusto classico, contornato da note pronte ad aprirsi in un trotto claustrofobico che fa da base per la voce malevola del cantante. Questa volta veniamo proiettati nella realtà della guerra e come venga vissuta da noi a distanza, tramite i notiziari, con apatia e desensibilizzazione. Un tema che ricorda non poco quello di "Vicarious" dei Tool, ma naturalmente portato avanti secondo i modi dei Lamb Of God. Passi ansiosi si sentono ogni giorno attraverso le stanze dell'apprendimento, una bambina guarda ogni angolo, pregando per un avvertimento, ha solo otto anni e ha già paura di morie, ma nessuno fa nulla se non guardare le pallottole che volano. L'energia trattenuta scoppia con attacchi veloci e nervosi, e le vocals si fanno più ruggenti, emanando la ferocie critica verso il nostro stato di torpore. I nostri nervi sono pieni di fuliggine creata dalla polvere delle atrocità, uno spettacolo mortale e giornaliere che corrode l'umanità, desensibilizzati e cinici in un'apatia che si propaga, pensieri velocemente dimenticati e preghiere fatte per avere i numeri sullo schermo. Nuove falcate cadenzate scandiscono il testo accorato: un altro massacro, un altro giorno che passa, ci chiediamo se è la nuova anormalità, inseguiamo illusioni mentre chiudiamo un occhio alla realtà. Ora una serie di bordate thrash creano una marcia marziale sottolinea da suoni nervosi dal gusto urbano; passi pieni di angoscia tra le ceneri di un piano annerito si sentono la dove una volta la giungla veniva esplorata in perfetta armonia da un uomo di ottant'anni, l'ultimo di un mondo differente. Il progresso ha sterminato il suo popolo, e non tornerà mai più. Tornano quindi i toni lanciati e veloci, con chitarre graffianti e sferraglianti. Lontano dagli occhi, lontano dalla mente, quattro mila miglia da noi, la nostra ignoranza volontaria trasformerà la nostra casa in una tomba. L'aria diventa sempre più sottile, i nostri polmoni bruciano, ci siamo consumati fino alla morte, una catastrofe che diventa ancora più numeri sullo schermo. Si ripresentano i passaggi già incontrati, verso una cesura che riprende i bei fraseggi iniziali, alternandoli con bordate rocciose, creando un movimento poi trasmutato in una marcia: scivoliamo facilmente in un'indifferenza stanca, dove l'orrore è normalizzato in una difesa cinica. Ma il narratore non riesce a guardare silenzioso mentre tutto accade, è convinto che i cuori più forti alzeranno la voce contro l'onda assassina affermando che non si può andare avanti in questo modo, milioni di voci che fanno eco nelle tenebre affermando che non accettano tutto questo, i deboli di volontà staranno nei ranghi, ma noi non ci arrenderemo. L'andamento conclusivo si promulga in un trotto cadenzato che si consuma in una digressione finale.

New Colossal Hate

"New Colossal Hate" parte con una marcia groove dai movimenti serrati, pronta a collimare in una corsa a media velocità, base per i ruggiti del cantante. Egli alterna screaming e modi gutturali, illustrandoci la divisione presente nella società americana, dove gli emarginati diventano bersaglio della propaganda governativa, in modo da creare un falso nemico su quale distogliere l'attenzione. La madre degli esiliati piange mentre i suoi figli si fanno a pezzi tra di loro, i coltelli vengono sfoderati e i suoi pensieri sanguinano e il sangue scorre verso le sue braccia aperte in un gesto di benvenuto. La sua genia feroce è diventata negligente e le catene che ha spezzato si sanno riattaccando con la ruggine, luci imprigionate bruciano manchevoli di memoria, accecate dalla luce che porta. Dalle parole non è difficile capire i riferimenti alla Statua della Libertà, simbolo dell'America e del suo tanto decantato ideale di libertà, qui una madre che soffre per le battaglie tra i suoi figli. Gli stanchi vengono colpiti e i poveri uccisi, le masse riunite cercano di sfondare la porta per entrare. I suoi grevi e distorti ricreano il clima da lotta, aprendosi a passaggi dal gusto melo-death prima di aprirsi a un ritornello rallentato dalle scale squillanti e dai passaggi contratti. Il nuovo odio colossale si erge, tra modi selvaggi e vecchi orizzonti dove l'odio s'innalza. Falcate melodiche fanno da breve ponte che collega il tutto a una nuova corsa con vocals sgolate: come giganti spavaldi con arti da conquista, il gregge manifesta tutto quello che lei disprezza, un'amnesia immatura nata dal privilegio dove una massa egoista commette un matricidio. Lo sguardo ammansito della madre diventa severo, il fuoco si manifesta nei suoi occhi, mentre il suo sogno va in polvere e il collegamento decade, le sue mani si alzano per colpire e li lascia senza casa nella tempesta. L'aggressività delle parole si manifesta in passaggi rocciosi modulati da parti melodiche, e inevitabilmente si ripresenta il ritornello contratto che presenta in chiave più digestibile certi modi cari a band come i Meshuggah. Segue una digressione che crea una cesura in levare dai suoni di serena e riff classici, pronta ad esplodere in un trotto contornato da suoni squillanti. Toni grevi e punte gridate delineano l'ultima lezione prima della ripresentazione conclusiva del ritornello: il melting pot si sta sciogliendo, diventando una pozza di melma su un terreno avvelenato, dove soffochiamo dopo essere stati punti da un pungiglione velenoso. Ci diamo alle critiche, e la libertà squilla. Una traccia dai modi controllati, ma non meno feroce della media dell'album, abbastanza significativa dello stile della band in questo lavoro.

Resurrection Man

"Resurrection Man" presenta un tema che all'apparenza sembra slegato da quelli sociali e politici del disco, con un tocco horror e sovrannaturale. Sembra infatti parlare di un'entità non morta, una creatura dei cimiteri che resuscita di continuo; in realtà però proseguendo con il testo si mostra la vera natura del messaggio, legata all'oppressione fiscale e al non-vivere delle persone in una società che ci consuma fino alla fine dei nostri giorni. Un effetto in levare presenta un suono sinistro di carillon, interrotto da un verso urlato e da un trotto massiccio sottolineato da motivi allarmanti e squillanti, che stabiliscono un'atmosfera nervosa. Un robusto riffing thrash sorregge il cantato gutturale e propriamente mostruoso, in una trama angosciante; il narratore è nato in un cimitero, ha imparato a camminare su ossa e teschi, i morti viventi gli hanno insegnato a parlare ed è cresciuto sotto una luna funerea. Storie d'orrore vengono narrate da teste parlanti, mentre i morti viventi vengono segregati. Parte ora un bel trotto dove vengono ripresi i suoni squillanti, mantenendo i toni horror prima di riprendere la marcia possente. E' un'ombra nei nostri sogni più luminosi, un cavallo per Baron Samedi (nella cultura voodoo il signore dei morti) in un inferno economico, ed è qui per ripulire i nostri cadaveri. Si spendono soldi per i purosangue, in difficoltà razziali e debiti che salgono. Una cesura dai toni heavy metal ci consegna un severo fraseggio sottolineato da un effetto statico in levare, intro per un nuovo trotto corazzato: il Nostro si rivela come l'uomo della resurrezione, uno sciacallo in completo a tre pezzi, la morte e le tasse per i condannati che tiene sotto il suo stivale, e che inseguono il suo carro fino all'inferno, ovvero lo status per il quale si muore in una bara ben decorata in un sistema sociale che è una fossa. Le sferzate contratte continuano per poi aprirsi a passaggi delineati da tocchi melodici e batteria pestata. Egli è Loki in una stanza della contabilità, una stanza narcotica del trickle-down (teoria economica secondo la quale i vantaggi verso i ceti ambienti dovrebbero portare a vantaggi anche per i ceti bassi che ricevono le gocce dei primi) dove si creano super-fondi per città del cancro, e il finale non può essere che a sei piedi (due metri) sotto terra. Tornano le cesure nervose dai ritmi sospesi, prima di una serie di bordate thrash che ci conducono verso sezioni claustrofobiche che chiudono all'improvviso l'incubo sonoro.

Poison Dream

"Poison Dream", canzone che ospita la presenza del cantante degli Hatebreed Jamey Jasta, ci offre una visione personale della rabbia che nasce dal rendersi conto di vivere in una società dove si viene sfruttati per il profitto di persone senza scrupoli e avide, malvagie e senza ideali. Un riffing deciso introduce la traccia, seguito da bordate roboanti e colpi cadenzati di batteria. S'innesta un trotto dal passo felpato, destinato a fare da tappeto per le vocals grevi; mostri hanno corso dentro di noi, dalla nascita e su un terreno aspro, demoni nuotano nel nostro sangue, propagandandosi senza un suono. Parte un growl secco che caratterizza il ritornello insieme a riff combattivi e distorti nel loro lento incedere. Morti dentro, siamo come un toro che è stato fatto dormire con una ninnananna, reso daltonico e incapace di vedere il rosso (la sua rabbia) attraverso il verde (il colore dei soldi). Riprende il corso con tratti più ritmati e veloci dal gusto melodeath, seguendo uno degli stili tipici della band: vediamo una discendenza che è un sogno avvelenato, fortune basate sulla miseria, un fiume che brucia e un mare nero, cieli sanguinanti e memorie che muoiono. Ecco passaggi fatti di fraseggi ben strutturati, cesura che anticipa il ritorno del galoppo portante. Templi tossici ed estasi avvelenate sono residui per uomini malvagi. Non abbiamo mai avuto una scelta, veniamo sacrificati per il profitto altrui. Collimiamo nuovamente nel ritornello, che però in questa occasione ci incalza con domande decise sul da farsi; pregheremo o combatteremo, anche se siamo morti dentro? Nessuno farà i nostri interessi per noi, se non noi stessi, in questa vita tossica. Ritroviamo quindi le evoluzioni precedenti con i tratti melodeath, e anche i giri circolari più elaborati nelle loro scale squillanti, che ci conducono verso una parte recitata con voce pulita, sottolineata da bordate rocciose dal gusto thrash: non siamo esseri umani, solo una multa da pagare, il costo del fare affari in un mercato cancerogeno, danni collaterali in più da spazzare via. Una nota a fine pagina nella storia della decadenza morale altrui. I tratti metalcore esplodono ora con grida rabbiose, mentre ci viene ricordato che non troveremo mai compassione nelle loro anime vuote, occhi rapaci e ossa corrotte. La vita non significa nulla per loro, come è dimostrato dalla storia, dove una guerra chimica senza fine è stata fatta sulle nostre case. Riparte il ritornello, con nuove parole combattive, ma non prima di alcuni assoli dalle scale altisonanti e dal gusto heavy metal: morti dentro, siamo il toro che deve risvegliarsi dal sonno, aprire gli occhi ed estirpare il cuore della loro cupidigia. La parte finale si basa sulle note melodeath, muovendosi tra grida stridule e voci più grevi, e concludendosi con una digressione distorta.

Routes

"Routes" è una canzone basata sulla controversia legata all'oleodotto della Dakota Access, lungo quasi duemila chilometri e attraversante gran parte dei due omonimi stati americani, ovvero il Dakota del nord e il Dakota del sud. Un eco-mostro contro il quale hanno protestato diverse associazioni a causa del grande pericolo che esso rappresenta per l'ambiente, e anche per il fatto che viola una riserva degli Sioux, andando contro di fatto al Trattato di Fort Laramie che garantisce che quei territori rimangano indisturbati. Il pezzo ospita Chuck Billy dei Testament, band simbolo del thrash metal americano, e non a caso persona di discendenza indigena. Non deve sorprenderci quindi il movimento veloce che ci investe dopo alcuni giochi ritmici di batteria, una cavalcata selvaggia e roboante contornata da una voce sgolata e dai toni quasi cavernosi. Un serpente nero sotto al terreno, che distilla estinzione dalla sua bocca, avvelenando acque, cuori e uomini, che soffoca i cielo e stupra la terra, in una stirpe di cupidigia senza fine e destino manifesto. Segna una mappa di nomi rubati, e nonostante la verità si sappia, nulla viene cambiato. Il ritornello si manifesta con cori ariosi che si uniscono ai toni più aggressivi in una sorta di duetto accorato: su ali amare noi voliamo, arrivando dove i sette fuochi bruciano, cavalcando per stare accanto agli altri. Il riferimento ai sette fuochi è legato al Consiglio dei Sette Fuochi, ovvero l'unione delle sette popolazioni più grandi dei Lakota. Nuovi trotti di doppia cassa e riff lanciati sprigionano energie groove dai tratti propriamente post-thrash; più di cento anni sono passati, da quando il sangue è stato sparso sull'erba, sulle rive mercenari si trovano su colline di ossa. Hanno costruito una strada liquida e mortale, un atto contro ciò che non può essere da loro posseduto, e sotto gli occhi di aquile di ferro, noi stiamo dalla parte di coloro che non possono essere comprati. Riferimenti alle forze dell'ordine che hanno difeso questa costruzione durante le proteste, e a coloro che appunto si sono uniti per combattere contro di essa. Ritorna quindi il ritornello con le sue arie sottolineate da giri rocciosi e batterie spedite, questa volta evolvendo poi in una marcia thrash su cui si dispongono versi gutturali dalle punte stridenti. Assoli lanciati e galoppi ritmici ci trascinano verso nuove bordate combattive ed esercizi di chitarra, mentre un coro da guerra si leva nell'aria. Voci cantano verso il cielo, senza fine, e nella notte i tamburi vengono percossi senza fine, in un rituale che si conclude con un suono greve di chitarra, seguito dall'oblio.

Bloodshot Eyes

"Bloodshot Eyes" abbandona momentaneamente i temi sociali per entrare nel personale, ovvero trattando di una relazione distruttiva che ci lasciamo alle spalle, anche se volendo potremmo interpretare il tutto come una rappresentazione del rapporto amore-odio tra il cantante e l'America, nazione che è cresciuto amando, e che ora sente lontana da lui. Un riffing ritmico c'introduce alla canzone, supportato dalla batteria cadenzata; esso crea una coda che si va a scontrare contro un basso greve, scenario per vocals pulite e, per ora, delicate. Conosciamo un luogo sotto il sole, dove le memorie di lei bruceranno, e sarà fin troppo facile dimenticarla. Ora il cantato si fa più concitato e aggressivo, e la musica riprende con una ritmica più vivace, segnalando il passaggio verso emozioni più violente: cancellata dalla luce, non proietterà un'ombra, come un fantasma nel vento, come se non l'avessimo mai conosciuta, quel ponte è stato bruciato, e siamo ormai dall'altro lato. I giri groove si mantengono robusto, sottolineati da parti vocali con punte melodiche che contrastano con il corso altrimenti cavernoso e aggressivo. Ci verrebbe da dire che è tutta colpa di lei, ma sappiamo entrambi che non è vero, ma non c'interessa abbastanza da riconciliarci con lei. Occhi iniettati di sangue sono quello che rimane, lei è tutto ciò che ci siamo lasciati alle spalle, non ci riconcilieremo, lei ha perso la testa. Seguono climi più rallentati, che ci riportano ai corsi di basso iniziali e al cantato sommesso, quasi sospirato; è un triste cliché di amore e odio, dove meritiamo entrambi quello che riceviamo, senza che necessiti di un momento di pentimento. Ritornano le accelerazioni che delineano impennate anche tematiche. Apriamo gli occhi e vediamo un sogno morto da tempo, ci giriamo e finiamo la guerra nella nostra testa, lasciando il suo Eden morto e per le erbacce, stanchi di sprecare il nostro tempo. Diremmo che c'è ancora una possibilità, ma sappiamo che non è vero, non torneremo più indietro a soffrire con lei. Si ripetono i ritornelli aggressivi, supportati dai riff circolari e dal drumming ritmato, che ci portano in un ponte dal gusto thrash fatto di bordate e chitarre tecniche. Esso ci porta verso una marcia di basso e batteria sul quale si organizza un cantato rabbioso: non ci importa di quello che ha da dire l'altra, tagliamo le perdite e andiamo via, non importa per nulla e non è nulla per noi. La conclusione ripropone i ritornelli gridati e poderosi, ripresentati fino a un galoppo conclusivo che mette fine alla nostra corsa con una distorsione in dissolvenza.

On The Hook

"On The Hook" è il brano finale della versione standard del disco, caratterizzato da un testo che verte sul problema della dipendenza da droga e da come esso non venga trattato nella maniera migliore dal governo americano, che anzi permette alle corporazioni di trarne profitto, se non addirittura trarne esso stesso come ha fatto con i soldati che hanno partecipato alla guerra nel Vietnam, tra i quali circolava apertamente e con la consapevolezza dei piani alti per incitarli e renderli più violenti, insensibili al dolore e timorosi della morte. Un montante thrash ci accoglie in climi musicali robusti, presto convertiti in una corsa ritmica dalla batteria robusta e dalle vocals aggressive molto familiari nei modi; un cucchiaio di argento morto e con aghi nella sua pelle cavalca un cavallo pallido che viene dal Afghanistan (riferimento alle operazioni militari nel paese per fermare il traffico di oppio, fatte mentre si ignorava il problema sul suolo americano). Lacrime si spargono nella periferia, madri pregano per i loro dannati, la morte è entrata nella loro terra promessa. Passaggi ben strutturati fanno da collegamento tra le varie sezioni, consegnandoci suoni squillanti dal sapore vecchia scuola; poco prima di ogni piaga abbiamo le profezie più chiare, un vaso di pandora in farmacie remote, contratti per morire. Un fraseggio sospeso fa da introduzione per il ritornello dai montanti continui e dal cantato propriamente greve: si tratta di una prescrizione per l'omicidio, dove un'intera generazione è dipendente, una prescrizione per un vero e proprio omicidio. Bordate rocciose ci portano a una corsa in doppia cassa, riprendendo i tempi più veloci e decisi. Abbiamo economie dei narcotici per i figli dei minatori, il tutto è scoppiato tempo fa senza nessun altro luogo dove andare (riferimento alla comunità dei minatori in Appalachia, dove molte miniere sono state chiuse lasciando le persone senza lavoro e creando una situazione dove si è registrato un uso allarmante di oppiacei tra i giovani), ora le vene vengono scavate e viene prosciugato l'ascesso con incentivi per gli architetti del genocidio. Nuovi fraseggi sospesi cambiano leggermente lo scenario musicale, ma non quello del testo. Abbiamo già visto tutto questo in passato, con differenti sfumature, un'oscura alleanza che arriva all'età moderna come un contratto per morire (riferimento alla serie Dark Alliance pubblicata sul Mercury News e scritta da Gary Webb, riguardante il traffico di coca e crack a San Francisco). Riprende il ritornello altisonante e ritmato, che assume punte più concitate con alcuni galoppi di batteria prima di passare a una serie di giochi di chitarra e batteria. Dopo una digressione un arpeggio delicato ci sorprende con un motivo malinconico, su cui un cantato strisciante e rauco si muove insieme a bordate ritmiche dal sapore thrash, mitragliate improvvise che creano un ponte ben strutturato verso un'esplosione finale dove il fattore emotivo collima in un grido di rabbia: ipocriti ippocratici (gioco di parole sul giuramento d'Ippocrate e sui medici che non fanno nulla per la situazione, se non aggravarla) rompono il giuramento e incassano assegni, versando quantità oceaniche d'inchiostro facendo prescrizioni per una malattia nazionale, in un piano finanziario sistematico dove si sua la morte e s'incrementa la domanda riempiendo i ghetti e affamando le colline, uccidendo tutti con pillole e crack. Il cantato si fa sempre più aspro, consegnandoci una marcia militante dai riff marziali, firma finale della canzone.

Ghost Shaped People

"Ghost Shaped People" è la traccia bonus contenuta nell'edizione giapponese del disco, pratica classica del mondo musicale una volta adottata per i tempi ritardati con cui i dischi venivano presentati sul mercato nipponico rispetto a quello occidentale e per i prezzi tradizionalmente più elevati rispetto a quelli occidentali, e oggi mantenuta nel mercato globale per abitudine. Qui vengono mantenuti i temi di critica verso la società e il popolo americano, attaccando in modo particolare la volontà di farsi ingannare e credere a tutto quello che viene propinato dall'alto, senza porsi domande e accettando i compromessi sempre e comunque. Musicalmente il pezzo si presenta con un fraseggio di chiara fattura metal, contornato da colpi sparsi e poi tradotto in una cavalcata veloce; essa si stabilizza su tempi medi delineati da contratti, portando avanti un modus operandi tipico della band. Un messaggio si trova nella bottiglia che viene spaccata contro la nostra testa, rappresentando anni passati a gridare parole che non abbiamo mai letto, mentre succhiavamo seni pieni di xenon e salutavamo il re dei cretini, apprendisti di un idiota, in un sogno da sicofante. I suoni decisi si fanno ancora più accelerati e veloci, segnando una serie di considerazioni incalzanti: se ci dicono di saltare chiediamo quanto in alto, mentre vediamo la libertà morire, e ci viene chiesto a cosa crederemo, a cosa tradiremo, quale è il costo della vittoria. Ci stabilizziamo sul ritornello melodico e arioso, uno dei momenti più convincenti tra quanto qui ascoltato, caratterizzato da un motivo abbastanza trascinante e ben strutturato. Prendiamo sempre la strada più semplice e accettiamo i compromessi, non cerchiamo mai di leggere tra le righe. Marciamo nella spazzatura mentre accogliamo la genia più debole, facciamo parte di un gruppo di cani randagi e lecchiamo la mano che ci colpisce. La nuova cavalcata ci porta dentro nuove contrazioni segnate anche da alcuni effetti vocali a megafono. Sul carro del bestiame, lanciato in avanti, abbiamo il nostro biglietto verso il rimorso; si ripresentano i toni inquisitori e le domande precedenti, sempre con il bel ritornello cadenzato. Un fraseggio secco e roccioso instaura un ponte groove sul quale si piazzano assoli notturni e colpi serrati, base per le vocals graffianti del cantante. Un paradigma della disfunzione viene gridato, un mare artificiale della reazione, un surrogato dalla passione violenta tramite il quale stringiamo il cappio intorno al collo. Una nuova pausa presenta un motivo malinconico, commutato in una marcia robusta, su cui si ripresentano le domande incalzanti in modo ossessivo, un trotto portato avanti fino all'oblio.

Hyperthermic/Accelerate

"Hyperthermic/Accelerate" è il bonus che accompagna "Ghost Shaped People" nella ristampa del 2021 dell'album, prassi questa del ripresentare i dischi nel breve con contenuti extra tipica del mercato americano (e pratica involontariamente ironica nel contesto anti-capitalistico dei temi dell'album stesso). Qui i testi sono più astratti rispetto ad altri episodi incontrati, ma mantengono una certa parvenza di critica sociale, toccando anche il tema della guerra e dell'informazione che guarda da lontano i fatti presentandoli con toni sensazionalistici. Toni sommessi e grevi ci danno il benvenuto, prolungandosi a lungo prima della partenza di un trotto dalle punte squillanti, percorso segnato anche dalla voce aggressiva di Blythe; egli ci illustra uno scenario dove non ci sono testimoni per gli ultimi respiri di una stirpe morente, il cielo è scombinato e le stelle cadono in modo osceno, armonie demagogiche fanno piacere a orecchie sorde. Ma le tigri di carta bruciano sempre, e le voci scompaiono. I movimenti contratti proseguono con il loro fare claustrofobico e serrato, incanalandoci in un'atmosfera sferragliante che ben rappresenta i temi declamati dal cantante. La guerra sogna di se stessa, è come l'anfetamina, un bambino mostruoso nato all'inferno, la fine di ogni cosa. Colpi pestati ci trascinano verso nuovi giri distorti, prima di lanciarsi in accelerazioni in doppia cassa: indolenza e incompetenza si uniscono in un fondo senza fine, la conseguenza è come un rasoio sporco di sangue in una pioggia rossa che cade dall'alto, le notti bollono come in una febbre, una fiamma solare nell'alba più nera colpisce il tasto finale. Toni apocalittici che fanno da preambolo per il ritorno del ritornello contratto, sempre segnato da suoni graffianti e bordate, ma questa volta collimante in una cesura dilatata segnata da vocals radiofoniche. Continuano i scenari distruttivi: nel mondo macchine di mercurio portano distruzione con piogge titaniche che eruttano, una scintilla maniacale accende il combustibile della combustione globalizzata. La sezione conclusiva ripresenta le evoluzioni già incontrate, in una riproposizione dei modi contratti e dei galoppi improvvisi, lanciati verso bordate distorte che mettono la parola fine al nostro viaggio.

Conclusioni

"Lamb Of God" è in definitiva un buon disco di mestiere che presenta tutte le caratteristiche positive e negative di un lavoro di tale tipo. Le tracce non sono mai orribili, e anzi la qualità sale ancora di più nella seconda metà del disco e nelle tracce bonus (che però originariamente non facevano parte dell'album standard), ma troviamo spesso la ripetizione di modi e stilemi che ormai fanno parte del DNA della band. Troviamo un suono "new wave of heavy metal" molto americano, dove la componente core e rispetto al passato ridotta, mentre troviamo svariati elementi thrash e groove uniti a passaggi mutati dal melodeath europeo in una chiave totalmente a uso e consumo di facili passaggi melodici. Abbiamo quindi riff marziali, batterie ora cadenzate, ora lanciate, vocals che alternano growl e screaming, offrendo in alcune canzoni anche variazioni più pulite e/o narrative. L'impianto tematico e quasi del tutto votato alla situazione sociale e politica americana, toccando con interesse vari argomenti e presentando riferimenti che rendono onore a Blythe e dimostrano che si tratta di discorsi a cui tiene veramente e su cui si è informato. Su questo piano possiamo dire che viene mantenuta la maturità raggiunta con il precedente episodio, ma il comparto sonoro e musicale è, per quanto superiore alla sufficienza, più stanco e lasciato all'auto-pilota, salvo alcuni accorgimenti e variazioni adottati soprattutto nelle ultime canzoni dell'album. Si tratta di un fenomeno probabilmente normale per una band che ha all'attivo ormai ben otto dischi e vent'anni di carriera, e che inoltre abbiamo ritrovato anche in altri colleghi della stessa ondata/scena, si pensi a nomi quali DevilDriver o Trivium, band che non cadono nel passo falso, ma che spesso si stabilizzano su dischi che ripetono il mestiere e i modi imparati senza andare molto oltre. E' quanto fanno qui i Lamb Of God, sfogliando il loro decalogo musicale e pescando in base all'occasione stilemi e modi che provengono dal loro passato. Si potrebbe obbiettare che questo è lo stesso modus operandi del precedente "VII: Sturm und Drang", ma proprio in questo l'orecchio attento può trovare la differenza tra i due dischi: in quest'ultimo il passato diventava base per alcune nuove evoluzioni e variazioni, qui diventa spesso un binario da seguire su un percorso sicuro e collaudato. Va anche naturalmente sottolineato il positivo di tale scelta: una serie di brani che di sicuro accontentano i fan affezionati all'ultimo suono della band e che funzionano di sicuro egregiamente in sede live. E' probabile che ormai i Nostri siano ben consci e consapevoli della loro identità musicale e che non sentano di dover dimostrare più niente a nessuno avendo raggiunto un certo status e nome, e che semplicemente suonino quello che ormai è il loro stile facendo quello che piace loro fare. Il risultato è un'opera godibile che rimane in una posizione intermedia nella loro discografia, non uno degli episodi più bassi, ma nemmeno uno degli apici. Insomma, un tipico episodio della parte inoltrata della carriera di una band che, va reso loro atto, è riuscita a raggiungere l'ottavo album e mantenere la capacità tra alti e bassi di portare avanti il loro suono seguendo una visione ben precisa. Spesso i dischi omonimi delle band segnalano o la definizione di un suono, o un punto di raccolta prima del futuro, una sorta di celebrazione dell'essenza fin li mostrata; in questo caso forse la cosa non avviene nel modo migliore, o meglio senza raggiungere un picco, ma a suo modo "Lamb Of God" definisce molti aspetti di quello che oggi s'intende come il loro suono e stile. A questo punto non rimane che vedere cosa accadrà in futuro, se ormai lo stile verrà ripresentato a oltranza, o se ci sarà la possibilità di sorprese. Per ora, abbiamo un album della band fatto per i fan della band, con tutti i punti di forza e debolezza del loro attuale suono, una fotografia del gruppo nella seconda decade del nuovo millennio.

1) Memento Mori
2) Checkmate
3) Gears
4) Reality Bath
5) New Colossal Hate
6) Resurrection Man
7) Poison Dream
8) Routes
9) Bloodshot Eyes
10) On The Hook
11) Ghost Shaped People
12) Hyperthermic/Accelerate
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