LAMB OF GOD

Killadelphia

2005 - Epic Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
26/01/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Il 2005 è un anno molto importante per gli americani Lamb Of God, capisaldi del metalcore/groove metal americano, composti da John Campbell (basso), Chris Adler (batteria), Mark Morton (chitarra), Randy Blythe (voce) e Willie Adler (chitarra), i quali ancora godono del successo del loro terzo lavoro "Ashes Of The Wake" uscito appena un anno prima; il disco in questione aveva affinato le armi già a disposizione della band in nome di groove/metalcore fresco e veloce, fatto per creare una serie di brani da riproporre dal vivo tra head bagging e poghi serrati, stabilizzando il loro suono in una chiave più compiuta e matura. L'opera viene supportata da un tour molto lungo, che porta i  Lamb Of God a suonare all'ancora esistente "Ozzfest" (prima carrozzone del nu metal, ora del movimento metalcore che lo ha sostituito definitivamente) e nel "Sounds Of Underground Tour"; la rivista Revolver lo considera il secondo miglior album dell'anno, mentre un primo viene dato per il video di "Laid To Rest", sancendo una serie di riconoscimenti commerciali vitali per una band del genere più vicino al giovane pubblico. In tutto questo si inserisce "Killadelphia", il live qui recensito (del quale esiste anche la versione in DVD accompagnata dalle immagini), il quale come spesso accade con questo tipo di uscite serve anche a immortalare un certo momento storico per le band, e a legittimarne totalmente l'identità e lo statuto; come spesso detto per i Nostri i concerti sono sempre stati una dimensione importantissima per loro, mai trascurata, fondamentale epr supportare i loro dischi. Viene qui ripresa la loro esibizione tenutasi a Philadelphia nell'ottobre 2004, e la supervisione della fase di produzione post concerto è nelle mani dell'allora produttore della band, ovvero Gene Freeman a.k.a Machine; si tratta di molte cose messe insieme, prima di tutto come detto una testimonianza dei loro live concitati, ma anche una sorta di best of che tocca gli album finora prodotti compreso un pezzo, "Bloddletting", ereditato dalla loro prima formazione, ovvero quei Burn The Priest che nel disco Omonimo vedevano Abe Spear al posto di Willie Adler, ma anche di un ennesimo modo per ottenere certificazioni prestigiose. Infatti nel 2007 la versione in DVD otterrà dalla  Recording Industry Association of America il disco di platino, nuovo tassello in un crescendo di recensioni favorevoli e premi dalla critica e dalle istituzioni musicali statunitensi; per quanto concerne il puro contenuto, abbiamo qui una performance lunga e sentita, dove alcuni pezzi raggiungono addirittura (grazie anche all'abilità raggiunta nel frattempo negli anni) un'aggressività maggiore rispetto alle versioni da studio, e dove Blythe si dimostra non solo un buon cantante in campo metalcore/groove, ma anche un buon intrattenitore per il pubblico, capace di catalizzare la sua attenzione senza eccessive uscite teatrali fuori luogo. La struttura dei brani in se non viene comunque di molto mutata, mantenendo anche molto da vicino al tempistica delle versioni da studio, cosa che può essere vista come un pregio, anche se gli amanti dell'improvvisazione potrebbero esserne delusi; in ogni caso i Lamb Of God marciano qui a testa alta, ormai totalmente familiari con il loro suono, dove chitarre e batteria non vengono intralciate da certe scelte di produzione del primo disco non felici spesso, stesso discorso per la voce di un Blythe ora più maturo e capace di usare meglio le sue doti vocali, pur certo non diventando un tenore.

Intro

Si parte con una Intro particolare dove troviamo campionata una lettura del Corano, o meglio di una sua sezione la Ar-Rahman, ad opera di Sheikh Abdul Rahman Al-Sudais controverso imam arabo contrario al terrorismo, ma non parco di attacchi ai non musulmani; dato il clima politico di allora (il quale perdura ancora oggi, anche se con motivi in parte diversi legati non tanto alla situazione americana, ma a quella europea) è facile intuire la natura anche provocatoria di una tale introduzione, anticipata dal pubblico esultante che declama il nome dei Nostri e poi delineata da campane funeree e dalla già citata voce. 

Recensione

 Essa confluisce nel finale nel primo brano vero e proprio, ovvero "Laid To Rest - Messo A Riposo" la quale dopo alcuni colpi di piatti vede un fraseggio thrash supportato dalle ovazioni del pubblico; dopo una bordata esso si apre ad un riffing dalle punte squillanti, in una marcia ritmata costellata da andamenti contratti di drumming e chitarre. Al venticinquesimo secondo una melodia si staglia in sottofondo, mentre una parte recitata con toni aggressivi in growl prende piede; si accelera poi in una corsa dai giri concentrici, dove Blythe vomita il ritornello, segnato da blast cadenzati. Al minuto e quindici partono piatti pestati e riff a motosega ripetuti, i quali passano ad un trotto sottolineato da un grido finale; ripartono dunque i blast cadenzati e i suoni di chitarra discordantisi, seguiti dai fraseggi oscuri. Abbiamo dunque il ritorno all'andamento più pestato e concitato, dai movimenti roboanti ripetuti con versi graffianti; al secondo minuto e quindici una sequenza di rullanti marziali di batteria fa da cesura, ripresa poi da raffiche di chitarra come mitra, segnata da cantato distorto. Di seguito si espandono i soliti fraseggi severi, fino all'esplosione in un'ennesima galoppata aggressiva con urla;  seguono scale aliene dal sapore opprimente e imponente, ripetute in loop contratti mentre Blythe si da a versi gutturali. La conclusione vede la ripresa delle melodie iniziali segnate da riff rocciosi che le conducono al finale segnato da ultimi fraseggi e pubblico esultante, partendo poi con alcuni piatti che introducono il brano successivo; un'ottima apertura per il concerto, il quale promette un'esibizione coerente e veloce che spara i pezzi uno dopo l'altro. Il testo immagina una vittima di un omicidio che risorge per vendicarsi, spingendo il suo omicida verso la sua distruzione; se ci fosse un solo giorno che potesse vivere, sarebbe quello in cui prenderebbe una sola vita, barattandolo con tutti gli altri. Il sangue è sul muro, quindi l'altro potrebbe semplicemente ammetterlo e togliere con la candeggina, deciso a dimenticare. Preferisce essere vuoto piuttosto che lasciare una singola traccia, mentre soffoca un altro fallimento e mette il tutto a riposo; si consola, pensando che è meglio stare da solo, ma la voce gli intima di distruggersi, per vedere se a qualcuno fotte qualcosa, assorbendosi in se stesso. "I'll chain you to the truth, for the truth shall set you free, I'll turn the screws of vengeance and bury you with honesty, I'll make all your dreams come to life, then slay them as quickly as they came. Smother another failure, lay this to rest - Ti incatenerò alla verità, poiché essa ti renderà libero, girerò le viti della vendetta e ti seppellirò con onestà, farò vivere i tuoi sogni, poi li massacrerò velocemente, così come sono venuti. Soffoca un altro fallimento, mettilo a riposo" continua quindi il testo, ripetendo poi ossessivamente i versi precedenti, invertiti con quello iniziale come ultimo; un testo che accenna ed evoca senza fare riferimenti troppo espliciti, con immagini costruite su versi ripetuti, fatti per sostenere i ritmi vorticanti e i groove malsani dei nostri. 

Hourglass

"Hourglass - Clessidra" parte con un trotto ritmato, costituito da raffiche rocciose e fraseggi squillanti, segnato da colpi martellanti di piatti e batteria; al ventiquattresimo secondo un growl cupo di Blythe fa da cesura, mentre dopo alcuni secondi riprende sotto di esso il movimento contratto precedente strutturando una sequenza massacrante. Si arriva ad alcuni rullanti seguiti da un fraseggio melodico dal gusto melo death, il quale poi si accompagna in un galoppo con piatti serrati  e grida aggressive; segue una sequenza dai riff imperanti e dal drumming diretto, in un ritornello dove gli andamenti strumentali vengono ripresi dalle vocals di Blythe creando un effetto trascinante. Al minuto e cinque si prende poi con il suono a motosega, mentre i growl secchi si dilungano tra piatti cadenzati; ecco quindi una nuova cesura con scale vorticanti, le quali segnano il passaggio a digressioni con parti recitate prima di aprirsi in una coda claustrofobica con arpeggi di basso e punte taglienti di chitarra. Si esplode poi falcate epocali, in un'atmosfera epica con piatti pestati, le quali però si arrestano all'improvviso lasciando spazio ad un fraseggio ripetuto in loop in sottofondo, mentre Blythe si rivolge al pubblico incitandolo; ecco quindi chitarre quasi progressive nei loro suoni striduli, incasellate da bordate epiche, in una struttura contratta ben congegnata. Il finale vede una marcia possente contornata da voce inquietante sospirata e gridata, e riff  concentrici; l'effetto totale è grandioso, e lascia in chiusura il pubblico che come sempre esulta i Nostri. Il testo fa riferimento ai temi sociali e politici in voga all'epoca della sua realizzazione nei primi anni duemila, con una speciale preferenza verso la situazione in Iraq e l'ipocrisia della società americana; privilegiati, pochi prescelti, benedetti con il tempo altrui all'inferno, sono testimoni di una visione divina, riguardante il giorno in cui tutti cadono rigidi, in una ascesa dell'epoca morente, una clessidra spaccata, furia degli dei della guerra, cosa che dovrà accadere. Sta solo peggiorando, e non è degno di un attimo di pentimento, ogni alba è un'altra maledizione, e ogni respiro è una lama che viene rigirata, chiedendosi chi rimarrà nelle ceneri del risveglio; "An ill wind blows this way, the edge of the envelope burns, for bearance and my vengeance, payment for your intent, fear and death in the wings, in thrall of those fallen from grace. Petty is as petty does, witness the mass disgrace, God forbid you read the signs, watch for meanings between the lines - Un vento malato soffia verso di noi, la punta di un bruciore che avvolge, per la sopportazione e la vendetta, pagamento per le tue intenzioni, terrore e morte nelle ali, sulla scia di coloro che sono caduti dalla grazia. Meschino è colui che il meschino fa, osserviamo la disgrazia di massa, Dio ti ha proibito di leggerne i segni, cerca il significato tra le righe" prosegue il testo, mentre arriva la Gehenna (inferno ebraico) senza preavviso per i ciechi, poiché la fiducia è stata malriposta, credendo alle bugie che ci hanno detto in faccia. E' troppo tardi, siamo altre vittime, facciamo ritorno a casa avvolti nella bandiera per la quale siamo stati uccisi; ed è così che si prosegue, nelle ceneri del risveglio, mentre peggiora soltanto; un testo che usa immagini religiose per trattare del vano sacrificio dei soldati, la cui azione è presentata come un atto divino, ma in realtà porta inferno e sofferenza.

As The Palaces Burn

"As The Palaces Burn - Mentre I Palazzi Brucia" si apre con una digressione di chitarra presto coperta da colpi di piatti; ecco quindi che esplode un riffing serrato segnato da doppia cassa e versi dal gusto thrash da parte di Blythe, aprendosi a giri squillanti che ne alternano il corso. Il tutto è lanciato e diretto, mentre si aprono poi sequenze dalle falcate discordanti e dal drumming ritmato, le quali creano un movimento contratto; all'improvviso un motivo dalla melodia elaborata si staglia su batteria martellante e riff da battaglia, in una sequenza tesa che macina tutto sotto il suo passo. Al minuto e due si riprende con gli andamenti iniziali, i quali portano avanti l brano con giri rocciosi e ritmica diretta, delineata da alcuni rullanti; intervengono muri di chitarra, sui quali Blythe interviene con un growl gridato e sporco, lasciando poi posto a rullanti marziali di batteria. Largo quindi alle sequenze già incontrate, arrivando così al secondo minuto e a  giri squillanti, in un loop cadenzato che trascina con se il brano, e a cui si aggiungono poi versi con grida; al secondo minuto e trenta il brano s'interrompe, dando modo ancora una volta a Blythe di incitare il pubblico presente, il quale risponde fragoroso. Segue un discorso riguardante il concerto e la messa su DVD di quest'ultimo, andando poi a presentare in tono aggressivo il titolo del pezzo successivo; un altro episodio che non cambia enormemente rispetto alla versione in studio, ma con azzeccati accorgimenti. Il testo  prosegue con I temi politici e sociali, toccando un argomento molto spinoso e scomodo in America: ovvero la politica estera degli U.S.A, basata spesso su ingerenze e conflitti (siamo in piena epoca Bush, dove il tema era presente praticamente in ogni gruppo di musica estrema). Le bestie hanno strozzato una generazione di idioti pacificati, mentre una nazione legata dalla cupidigia è schiavizzata come un mezzo per le corporazioni; siamo invitati a sorgere e smascherare le loro menzogne. Capirlo è un'ascesa in se stesso, verso il giorno della rivolta, mentre i semi che sono stati gettati crescono e la guerra ne nascerà, e per questo dobbiamo gioire, l'età della caduta è iniziata e noi danzeremo mentre il palazzo brucia; è un colpo di fucile nella faccia del tradimento, una giusta ricompensa, e i rivoluzionari non riposeranno fino a che la purificazione non sarà completa, e il governo otterrà quello che ha seminato, poiché la loro redenzione rimane nella loro sconfitta. "In such a world as this does one dare to think for himself? The paradox of power and peace will destroy itself - in un mondo come questo chi osa pensare da solo? Il paradosso del potere e della pace distruggerà se stesso" prosegue il testo, ripetendo poi le parole del secondo verso, ripresentando le visioni di ribellione; si continua quindi sulla linea tematica congeniale alla band e al suo giovane pubblico desideroso di rivolta contro il potere che sentono come opprimente. 

Now You've Got Something To Die For

"Now You've Got Something To Die For - Ora Hai Qualcosa Per Cui Morire" parte con chitarre vorticanti avvolte da piatti e cimbali, e su di esse Blythe interviene con vocals gridate, mentre i loop taglienti proseguono sottofondo fino al ventesimo secondo; qui parte un galoppo con fraseggi stridenti e drumming cadenzato, il quale tira dritto fino ad una cesura con rullanti. Troviamo quindi suoni in digressione, tagliati da giri a motosega, generando un clima serrato; dopo un ennesimo rullante si continua con i loop squillanti, mentre la batteria prosegue dritta insieme ai versi cupi del cantante. Riprende al minuto e dieci il ritornello iniziale tra le falcate discordanti, mentre seguono nuove raffiche con galoppi possenti e punte stridenti; ecco poi un trotto in una marcia ripetuta, insieme a giri a motosega, fino a d una cesura marziale dove le chitarre creano una marcia rocciosa possente. Partono quindi assoli in sottofondo, in una struttura elaborata; ecco quindi una sorta di locomotiva discordante, sulla quale Blythe si ripete con urla aggressive, terminando con un ruggito in solitario. Esso viene seguito da un riffing dalle alternanze squillanti, il quale procede con colpi come d'incudine, mentre il pubblico termina il ritornello in coro; riprendono quindi gli andamenti di poco prima, terminando in modo magistrale il brano con tanto di rullanti di pedale, non dimenticando un'altra esultazione da parte del cantante, il quale presenta il pezzo a venire. Un episodio veloce  e diretto che mantiene la natura "meccanica" della versione in studio, cara all'influenza dei Meshuggah; prosegue dunque il live appassionante senza fronzoli e in linea con il suono della band. Il testo presenta per l'ennesima volta temi politici riferiti al governo Americano e alla sua azione belligerante in terra straniera; ora abbiamo qualcosa per cui morire, infedele, imperiale, un desiderio di sangue in una cieca crociata, apocalittica, mentre contiamo i giorni. Si usano bombe per liberare la gente, e il sangue per nutrire un albero di dollari, bandiere per le bare sullo schermo, e olio per la macchina; le truppe di liberazione portano le persone ad essere indottrinate con la minaccia del fucile,  con il fuoco  della sedizione, mantenendo la profezia. "Now you've got something to die for, send the children to the fire, sons and daughters stack the pyre, stoke the flame of the empire, live to lie another day - Ora hai qualcosa per morire, manda i bambini nel fuoco, figli e figlie accendono la pira, attizza la fiamma dell'impero, vivi per mentire un altro giorno" proseguono le parole di critica, davanti alla faccia dell'ipocrisia e della democrazia stuprante, mentre contiamo i giorni; non si uscirà da questo buco finché non avremo scavato al nostra stessa tomba, e finché non avremmo trascinato gli altri con noi, nella bruciante casa del prode. Un testo apocalittico e severo verso il governo e il popolo americano, il quale ciecamente segue il primo dandogli supporto e consenso. 

11th Hour

Eccoci quindi con "11th Hour - Undicesima Ora" e il suo inizio caratterizzato da un fraseggio intervallato da rullanti; si prosegue così in un loop ipnotico dove però Blythe non manca d'incitare il pubblico, fino al sedicesimo secondo, dove parte una cavalcata con riff taglienti, batteria cadenzata e punte squillanti, la quale si lancia poi in trotto con suoni serrati e oscuri. Si crea un'alternanza ritmata tra i due movimenti, mentre il cantante interviene con le sue vocals aggressive; parte poi il ritornello, segnato da piatti serrati e dissonanze squillanti in sottofondo, in un suono dai tratti post metal, ricco di evoluzioni di chitarra dove viene mantenuto un certo gusto melodico. Al minuto e ventitré troviamo una sequenza dai fraseggi evocativi, con vocals gracchianti, la quale riporta ad influenze melo death di stampo svedese, molto presenti nel suono dei Nostri; intanto le melodie si fanno più grandiose, con giri dissonanti in un'orchestrazione drammatica che prosegue con alcune contrazioni segnate da chitarre in solitario. Quindi si prosegue su questa sequenza fino al secondo minuto e diciassette, dove prende forma una corsa in doppia cassa che non può non ricordarci gli In Flames, piena di fraseggi dalle note urgenti, sui quali la voce graffiante di Blythe ha pieno campo fino all'esplosione di bordate marziali in una marcia rocciosa di stampo thrash, la quale evolve poi aggiungendo chitarre dissonanti; un tripudio di elementi che cambia il registro verso lidi molto più claustrofobici. Si configura dunque una sezione dall'andamento schizzato, proseguendo quell'unione di suoni diversi, tipica del metal moderno della band; ecco dunque galoppi thrash con blast e punte squillanti; essi vanno poi ad unirsi a giri taglienti e dissonnati, in un finale caotico imponente, anche grazie ai colpi pesanti di cassa, il quale però non rinuncia in chiusura ad un gioco di rullanti, il quale sfora nel brano successivo. Il testo invoca la dipendenza, probabilmente dall'alcool, mostrata come una padrona di molti, ma che non appartiene a nessuno, associata anche alla figura della Morte; l'ora del riscatto e del disastro è vicina, il giorno del giudizio è stato qui e se n'è andato, mentre lei dolcemente ci trascina nelle sue braccia, un abbraccio liquido che scaccia il giorno, mentre siamo sedati, sordi, muti e stupidi, nella solitudine. Un giorno fatto di giudizio annebbiato viene carburato, mentre la s'implora di tenerci sotto le sue ali nere, ricordando le nostre parole e noi stessi; così dolcemente lei scaccia via il nostro tempo e ci trascina sempre di più vicini al sonno eterno, mentre giriamo la bottiglia e la baciamo. "The dark mistress of many, beholden to none, Slips a ring of needles around your arm in an engagement, Eternal engagement, Never consummated - Oscura padrona di molti, posseduta da nessuno, avvolgi un anello di aghi intorno al tuo braccio come segno di matrimonio, eterno matrimonio, mai consumato" prosegue il testo, implorandola ancora di prenderci sotto le sue ali e di ricordarci, chiamandola distruttrice dei sensi; è un bisogno contro il dolore, mentre un'altra grigia mattina arriva in un cielo color cenere, e la sua dolce diavolessa lo protegge, per sempre. E' l'oscura padrona di molti, appartenente a nessuno, il demone che lo protegge ancora e ancora, mentre rimane ancorato al gusto dell'auto distruzione; un testo poetico e nichilista, dove la dipendenza trascina verso un oblio agognato, come la morte che tutto cancella e da pace. 

Terror & Hubris In The House Of Frank Pollard

 "Terror & Hubris In The House Of Frank Pollard  - Terrore E Orgoglio Nella Casa Di Frank Pollard" riprende da dove terminava il pezzo precedente, con grida e bordate pesanti e massicce dal gusto monolitico; si genera quindi un andamento quasi doom, con alcune parti roboanti che ne delimitano l'andamento. Ecco quindi Blythe che presenta il brano, mentre si prosegue fino al trentesimo secondo, dove si aggiungono assoli stridenti in sottofondo, creando un'atmosfera aliena e cupa, protratta dalle evoluzioni tecniche di chitarra; arriviamo così su queste note ammalianti dalle scale elaborate al minuto e ventitré dove il cantante riprende a parlare con il pubblico mentre digressioni ariose e dilatate fanno da cesura, intervallate con alcuni colpi di batteria e chitarra.  Parte poi una marcia ritmata, ripetuta in colpi continui con i soliti assoli squillanti in sottofondo; arriviamo ad un trotto granitico con screaming da parte di Blythe, in un movimento vorticante ed urgente. Largo poi ad una corsa brutale con riff taglienti, rullanti e urla brutali, la quale collima in sezioni martellanti con riff rocciosi e colpi secchi di batteria e piatti; al secondo minuto e quarantatré un fraseggio tagliente delineato da bordate evolve in una cavalcata con rullanti di pedale furiosi e blast caotici. Non ci sorprendono i giri devastanti seguiti come sempre dal drumming secco,  riproponendo poi le alternanze improvvise già vissute, tra ritmi decisi e spacca ossa e movimenti sincopati dal gusto urbano; il tutto con un gusto contratto tipico dei Nostri. Al terzo minuto e trentasette una serie di bordate contratte accompagnano un fraseggio distorto, il quale lascia il posto ad un montante con vocals vomitate di Blythe tra screaming e growl; si prosegue quindi sulle coordinate groove dalla buona presa, le quali acquistano velocità in una cavalcata con giri taglienti e batteria pestata. Si arriva così al quarto minuto e venticinque, dove nuovi rallentamenti doom con bordate pesanti e giri squillanti prendono forma; si aggiungono  ad esse fraseggi notturni e severi, in un movimento grandioso dall'atmosfera meccanica ed apocalittica. Nuove dissonanze sincopate ne calibrano l'andamento, prima di riprendere con i riff marziali contornati da grida; il tutto si chiude con urla distorte e rullanti, affidando il finale ad un ultimo suono di batteria, seguito da nuove declamazioni del cantante con il pubblico perso in applausi e urla, mentre poi il Nostro si da ad un discorso un po' strano (date le influenze iniziali del gruppo) dove attacca il nu metal presentandosi come una band di true metal (termine che credo molti detrattori non applicherebbero mai al gruppo). Il testo tratta di una conoscenza del cantante del gruppo, un certo Frank Pollard, il quale era autore di quadri molto strani influenzati dai sogni, e nella cui casa accadevano eventi inquietanti e misteriosi spesso inspiegabili, dal sapore occulto e soprannaturale; tutte le cose folli lo intrappolano e lo puniscono, non può spiegare il suo problema, chiede di uccidere la sua vita senza speranza, non può essere ipnotizzato, e gli altri hanno un debito con lui. Il velo viene sospinto per far accomodare i visitatori,  occhi come alogeni illuminano, mentre qualcosa spia da maschere notturne; "Paleolithic subconcious icons lumber through dreamscape archetype of archangel - Icone subconsce e paleolitiche accatastano tramite archetipi sognanti degli angeli" proseguono le parole deliranti, ma la parte superiore è peggiore, qui infanti dipinti osservano tramite barattoli sporchi, e presto il nostro porterà la pelle della stella del mattino. Ci sono serrature verdi e il proprio nome riempie un'etichetta vuota; Frank, ci si chiede, in cosa ci hai coinvolti? Non abbiamo paura di dire quello che pensiamo, non possiamo farci nulla; mandiamo a quel paese il suo mondo senza speranza, noi siamo più neri del Sole. Una tragedia, ma ci si chiede se abbiamo visto gli spediti, mentre il tutto sanguina sulla pagina dal sonno; ma il nostro sta partendo in uno dei suoi viaggi mentali che porteranno alla pittura. Un testo strano, confuso, che invoca un luogo allucinato, pieno di misteri e dove la ragione non è la benvenuta.

Ruin

"Ruin - Rovina"  parte con un andamento roccioso tempestato da piatti, il quale prosegue in loop taglienti mentre Blythe interviene con le sue urla in riverbero; al quindicesimo secondo i suoni si fanno più serrati, con scale squillanti ripetute, mentre la ritmica rimane diretta e secca tra i vortici sonori. Ecco una serie di riff discordanti e acuti, sui quali parte un growl aggressivo di buona fattura; largo poi a strutture vorticanti segnate da bordate marziali ritmate e dal drumming cadenzato. Ci si dedica poi ad alternanze tra screaming e growl, mentre il suono si fa ancora più tagliente e caotico, in groove dissonanti dal grande effetto; al minuto e quarantotto una cesura distorta sottintende versi gutturali e arpeggi solenni, in un raccoglimento che trova sfogo nella ripresa del galoppo iniziale. S'instaurano assoli dalle note progressive, mentre la strumentazione prosegue dritta e concitata con giri in loop ossessivi; si arriva così ad aperture ieratiche con grida, drumming tempestato e chitarre squillanti, non dimenticando assoli dalle scale progressive. Segue una serie di rullanti tecnici che segna una nuova sezione, strutturata con raffiche di chitarra come mitra e batteria contratta; essa si alterna poi a giri distorti, in un trotto supportato da rullanti di pedale. Al terzo minuto e un quarto d'improvviso si rallenta con bordate marziali e cantato di Blythe cupo, in un growl con le punte gridate, mentre le chitarre delineano con punte stridenti; nel finale abbiamo una digressione, al quale prosegue sfociando nel pezzo a seguire. Il testo è un attacco al potere e alla società, dove siamo dipendenti dal governo che ci tiene in silenzio e ci sfrutta; la conoscenza del fatto che cercare l'aiuto altrui significa all'omicidio di noi stessi è la risoluzione, la fine di ogni progresso, la morte dell'evoluzione, che fa sanguinare ogni traccia di vita. "Silence speeds the path to the streams of solace that run so few and narrow. Brooks that babble the sounds of torture - Il silenzio velocizza il percorso verso i flussi di conforto, che scorre poco e stretto. Ruscelli che balbettano il suono della tortura" prosegue il testo con immagini simboliche a volte di difficile comprensione, invitandoci a sorgere un giorno, per inondare le banche dei prescelti, nell'arte della rovina; si ripete poi il verso iniziale, dichiarando di seguito che ci mostrerà tutto quello che ha appreso, la paura, il dolore, l'odio, il potere. Un testo che non narra in modo logico, ma preferisce creare slogan fatti per essere gridati, e per darci suggestioni di rivoluzione e ribellione al sistema; il tutto si lega alle grida del cantato e ai movimenti violenti, scanditi come i ritornelli ripetuti, come una protesta in piazza. Qualcuno si esalterà, altri riterranno il tutto troppo adolescenziale e qualunquista, ma fatto sta che i Lamb Of God sanno creare un mondo tematico congeniale alla loro musica urbana e diretta; i fan gradiscono, e i nostri proseguono varie volte su questa strada, ereditata dalle loro radici hardcore.

Omerta

 "Omerta - Omertà" si avvia con il discorso della versione originale, questa volta recitato direttamente dal cantante con una digressione in sottofondo, ed interventi del pubblico; dopo di esso al trentaquattresimo secondo parte un riffing da tregenda in una marcia serrata dalle punte squillanti, delineata da alcuni giri altisonanti, mentre basso e blast cadenzati ne fanno da fondamenta. Blythe ritorna con il suo growl rauco trovando posto tra le dissonanze e i toni rocciosi; al minuto e quaranta si passa ad impennate vorticanti dove chitarre severe e cimbali cadenzati ci avvolgono in geometrie sonore opprimenti, mentre il Nostro declama il ritornello. A seguire si alternano quindi parti grevi con cantato più cupo, passando poi di nuovo ai toni altisonanti; abbiamo così un movimento contratto, ripetuto fino alla ripresa dell'andamento di poco prima. Largo ancora quindi alle aperture serrate con intermezzi grevi dal growl rauco, il quale si presta ad effetti da studio anche nella versione live; al terzo minuto e tre ci si blocca, dando spazio ad un fraseggio roccioso segnato da bordate e dalle esultanze del cantante, il quale avanza con rullanti di pedale. Si forma quindi un trotto costante dalle punte graffianti, sul quale Blythe si da a toni cupi; si aprono giri altisonanti e discordanti, alternati con riff rocciosi e diretti, proseguendo in un andamento contratto dalle solite vocals cavernose, mentre il drumming si divide tra piatti e rullanti. Claustrofobie sonore segnano il passo, con dissonanze ripetute; il finale vede un'ultima marcia con riffing marziale e punte stridenti, mentre i rullanti di pedale si ripetono, in una sequenza interrotta dall'annuncio dell'episodio successivo da parte di Blythe. Il testo riguarda il tema dei "giuda", ovvero i traditori e coloro che spifferano di noi dietro alle nostre spalle, con riferimenti sia al Giuda biblico, sia al codice della Mafia al riguardo; chiunque si affida alla legge contro i suoi simili è un idiota o un codardo, e chiunque non sa prendersi cura di se stesso senza quella legge è entrambe le cose, perché un uomo ferito direbbe al suo assalitore "se vivrò, ti ucciderò, se morirò, sarai perdonato", seguendo il codice d'onore. Rotto il paradigma, un esempio deve essere dato, invocando il canto del cigno e firmando un mandato di morte; ciò è quello che è stato comprato con trenta pezzi d'argento, le lingue degli angeli e degli uomini comprate da un traditore amato. Il narratore si dichiara il risultato di ciò che è meglio non dire, mentre la violenza ripara ciò che è rotto; l'altro ha parlato, e lui era tutto orecchie, ma parole che dovevano rimanere nell'oscurità, non dovevano vedere la luce del giorno, e "Words can be broken, so can bones, execute the mandate, mouth full of dirt. Your name removed from the registry - Le parole possono essere rotte, come le ossa, esegui il mandato, la bocca è piena di sporco. Il tuo nome è tolto dai registro", mentre San Pietro lo accoglie con occhi vuoti, si volta e chiude i cancelli del paradiso. Veniale in modo sconsiderato, verboso stupidamente, uno scivolare di lingua si tramuta in una gola tagliata, due metri sottoterra senza epitaffio, tenendo il nome altrui lontano dalla propria bocca per sempre; la libertà di parola è per i vivi, mentre i morti non raccontano nulla, e il dito accusatorio altrui non potrà più puntare. L'omertà canta per il narratore ora, che ha avuto la sua vendetta; un testo interpretabile, forse rivolto verso qualcuno che ha fatto uno sgarro al cantante, scatenando fantasie di rivalsa. 

Pariah

"Pariah - Escluso" viene presentata da Blythe poco prima negli ultimi seconda del brano precedente, lasciando ora spazio a piatti cadenzati; ecco poi una serie di giri rocciosi con rullanti di pedale, dove vanno poi ad infiltrarsi effetti industriali inquisitori. Al venticinquesimo secondo ci si ferma mentre il cantante esulta il pubblico, mentre colpi martellanti di batteria caricano la tensione; ecco poi  ritmi contratti e vocals brutali di Blythe, mentre poi si prosegue con alternanze lente di bordate rocciose, le quali spezzano il ritmo rendendolo contratto e meccanico. Grida disumane accompagnano una cavalcata roboante di scuola Meshuggah, ricca di giri discordanti e drumming imponente; largo poi a fraseggi dissonanti dal gusto oscuro, accompagnati da arpeggi grevi di basso e atmosfere disorientanti. L'animo groove e djent della band prende qui il sopravvento, in una sorta di versione aliena dei Pantera basata su marce spezzate chitarre squillanti; si arriva al rallentamento del secondo minuto e dodici, a cui segue un movimento contratto ed opprimente, dove il posto d'onore è dato a bordate lente ed ossessive, ripetute mentre i piatti cadenzati proseguono in sottofondo, e Blythe si dà a vocals brutali in riverbero che alternano growl e screaming. Si aggiungono quindi nuovi fraseggi dissonanti rendendo il tutto ancora più spaesante, anche grazie ad assolsi squillanti, arrivando al terzo minuto e dieci; qui si libera una corsa violenta, al quale si fa ancora più diretta con doppia cassa e rullanti. Ritornano poi le dissonanze dall'effetto malinconico, le quali proseguono tra piatti e rullanti in un loop continuo, il quale ospita i versi quasi disperati di Blythe; il tutto si chiude con un growl profondo e dei colpi di batteria, lasciando poi spazio alle esultanze del pubblico presente. Inevitabile l'evocazione del nome del gruppo, e il solito discorso del cantante che lo incita; segue quindi un apprezzamento e ricordi di esperienze a Philadelphia, presentando poi il pezzo successivo. Il testo riguarda una persona disprezzata dal front man del gruppo, qui definita appunto un escluso da quanto è orribile e disgustoso, qualcuno che gli ha creato problemi e che lui vede come il peggio del peggio; le abrasioni sul lato della bocca ricordano quelle sul suo braccio, facendoci capire che ha conosciuto per contatto la consistenza del catrame nero (dove è stato sbattuto), e il narratore ha visto l'altro peggiorare la sua condizione nello sporco; sa che non vuole vivere nello sporco, vuole solo non sapere nulla, ma lui conosce solo lo sporco è non può battere questa debolezza. Intima di spezzare il flusso, allungato per rompere un convoglio osceno di parassitismo; non dirà il nome di colui che è ritenuto un pezzo di merda, ma gli dice semplicemente a grandi lettere di fottersi e morire, e che prima lo fa, meglio è. "You've shot out your eyes but I'm seeing that you cannot feel anything of worth -  Hai spalancato gli occhi, ma vedo che non provi nulla che ne valga la pena" prosegue il testo, sapendo che ha sprecato la sua vita perso in sogni narcotici; il cuore pompa nelle sue vene schifo inutile (la droga, ovviamente), mentre l'altro si chiede perché gli importa così tanto, perché vuole prendere a pugni la sua faccia smorta e vedere il suo sangue spruzzare in aria come un arco rosso e sporco. Esso si schiaccerebbe in una forma inutile sul cemento, mentre l'altro sarebbe moribondo; un testo senza molti mezzi termini, con desideri violenti verso colui che non è per nulla ben voluto. 

The Faded Line

"The Faded Line - La Linea Sbiadita" parte con una sequenza di chitarra dai giri stridenti, mentre la batteria si da a rullanti di pedale e cimbali incalzanti; Blythe interviene al ventitreesimo secondo con vocals gracchianti, mentre poi abbiamo bordate marziali di chitarra con rullanti, in una marcia imponente e protratta, durante la quale il nostro incita il pubblico. Ci si ferma con un fraseggio distorto, mentre poco dopo esplode un trotto sul quale si aprono punte squillanti, mentre il cantante rilascia grida taglienti; si libera una corsa possente dal drumming ritmato, mentre seguono fraseggi melodici di scuola melo death, alternati all'andamento precedente, costituendo così il ritornello del brano. Largo subito dopo a nuove bordate serrate, sulle quali prendono posto di seguito ronzii di chitarra dalle melodie aliene ed orientaleggianti; proseguiamo con nuovi riff devastanti accompagnati dai piatti e dai rullanti, mentre si prodigano le grida graffianti in sottofondo. Una serie di fraseggi discordanti fa da ponte, anticipando il ritorno al trotto serrato; esso evolve ancora una volta nel ritornello melo death che ci rimanda ad In Flames e Dark Tranquillity nelle sue melodie circolari. Ci si blocca al terzo minuto e ventotto con un fraseggio secco, il quale avanza fino ad essere accolto dalle declamazioni di Blythe; largo ancora a melodie dissonanti dal sapore progressivo, le quali avanzano tra salve di riffing e versi in growl, in una marcia protratta sulla quale poi il Nostro si da a grida. Arriviamo alla conclusione improvvisa, subito dopo al quale viene introdotto il pezzo successivo, sempre ricordando episodi accaduti a Philadelphia; un ritmo quindi continuo e senza molte pause tra i pezzi, legati tra di loro da brevi introduzioni. Il testo tratta dell'abuso di sostanze e della dipendenza che ne consegue, la quale fa attraversare la linea del punto di non ritorno; osserviamo al parata della vergogna, il dolore della colpa ripagata, fottutamente senza speranza, in accuse e negazioni. Senza speranza, è il demone di un altro giorno, senza colore, pietrificato in un grigio solido, in un vuoto di promesse fatte senza fede, con inquilini a lungo traditi; camminiamo la linea sbiadita, maledetta dal trascorrere del tempo, dove il silenzio è la sola promessa mantenuta. Il tocco familiare è un rituale che inibisce il taglio, la salvezza in pillole, mentre "Anguish is realizing what could have been, but never was, its emptiness that fills the cup. Devotion in the method of my fall, pointless...futility continuing, endless...flowing corrupted vein - L'angoscia è capire ciò che poteva essere, ma non è mai stato, è un vuoto che riempie la coppa. C'è devozione nel metodo della mia caduta, senza senso...la futilità continua, senza fine...inondando una vena corrotta"; viene poi ripetuto il verso precedente, in un ciclo senza speranza. Il messaggio è chiaro, non ci si può fidare di un drogato, la cui unica padrona è al dipendenza; per essa tradirà tutto e tutti, anche se stesso, senza speranza alcuna.

Bloodletting

"Bloodletting - Dissanguamento" è come precedentemente annunciato un lascito del primissimo periodo della band, quello a nome Burn The Priest più legato alle influenze hardcore; ecco un inizio senza introduzioni direttamente sparato con grida e chitarre ronzanti, e dal drumming massacrante; largo quindi a cesure più ritmate dal groove strabordante, in un episodio decisamente legato al primo periodo della band. Blythe si da a vocals distorte e rauche, mentre la strumentazione avanza combattiva; al cinquantaquattresimo secondo una breve pausa con rullanti e fraseggi da poi spazio a sfuriate contratte dal sapore claustrofobico, con una sorta d'isterismo sonoro reiterato. Intervengono al minuto e ventiquattro suoni dissonanti dal sapore progressivo, i quali si aggiungono all'impianto altrimenti sempre votato all'attacco continuo; verso il finale del brevissimo pezzo ritornano anche, sempre in modo spezzato, i groove iniziali, prima dell'improvviso stop con presentazione del pezzo successivo. Più che un brano, data la brevità estrema, una sorta di parentesi musicale che omaggia il passato e mostra, anche qui dal vivo, la grossa differenza tra le macchiette iniziali, degli abbozzi spesso di canzone, e il songwriting più strutturato in seguito raggiunto dai Nostri. Il testo molto breve suona come una dichiarazione d'intenti contro la società e le sue norme: si parte subito con l'altisonante frase "Archaic methods transfer through well in the face of mass denial. Bitterness fuels the mode for the escape of mediocrity - Metodi arcaici si adattano bene al viso della negazione di massa. L'amarezza da carburante le modalità per la fuga dalla mediocrità.", seguendo con una sorta di flusso di coscienza dove si citano grate pestate, nervi rotti, e naturalmente il dissanguamento, gioco del solitario.  Un gioco suicida destinato a fallire, una scala che ci porta via  se la scaliamo; non vogliamo altro dalla vita per poter scappare dal tedio quotidiano. Come nei primi testi del progetto principale, non tanto una narrazione con significato intrinseco, quanto più un accenno di stati mentali interpretabile: esso è funzionale al suono qui presentato con tutta al sua carica furiosa. 

The Subtle Arts Of Murder & Persuasion

"The Subtle Arts Of Murder & Persuasion - La Sottile Arte Dell'Omicidio E Della Persuasioneinizia con un assolo articolato e squillante in salire, il quale prende sempre più consistenza, mentre si aggiungono rullanti e bordate di chitarra; Blythe esalta il pubblico incitandolo, ed ottenendo naturalmente pronta risposta, mentre continua il gioco di falcate e rullanti. Si ripetono i riff in bordate rocciose insieme a grida improvvise, arrivando al cinquantaquattresimo secondo; qui abbiamo una cesura ritmata la quale riprende le bordate rocciose iniziali, andando poi a creare un movimento sincopato sul quale si stagliano i growl e le punte di screaming del cantante. Si genera quindi un movimento lento dai connotati brutali, il quale striscia malevolo; al minuto e cinquantasei si configurano galoppi contratti con giri dissonanti e rullanti di pedale che segnano il passo. Ecco che Blythe interviene ancora una volta in pulito, incitando il pubblico ad organizzare il pogo; parte infatti una cavalcata da tregenda dalle mitragliate spesse, la quale si alterna  a pause, prima di lanciarsi in una corsa forsennata dove abbiamo riff robusti circolari. Largo quindi ad evoluzioni squillanti, le quali collimano nel terzo minuto e otto; qui un fraseggio secco dall'animo thrash fa da cesura, evolvendo in una marcia che riprende i lenti andamenti precedenti. Riprendono le sequenze dissonanti con rullanti di pedale, le quali però s'interrompono all'improvviso; Blythe ringrazia il pubblico, il quale li chiama in toni quasi deliranti, prendendo qui la scena centrale senza discorsi da parte del cantante. Il testo misterioso ed astratto sembra una metafora oscura riguardante gli atti di un assassino, un probabile serial killer, dall'anima priva di sentimenti e pronto a colpire; "The dark crow man sits and stares into the oblivion into cold into nothingness; it's snowing in his mind - L'oscuro uomo corvo siede e osserva nell'oblio, nel freddo, nel nulla; nevica nella sua mente" esordisce il testo, egli si crea da solo a sua immagine, e il desiderio provato per lui non significa niente, e il bussare alla porta non porta sorriso sulle sue labbra crudeli. Il benvenuto negli occhi di una donna non ha nulla per lui, e solo nei suoi lombi sente i peli drizzarsi sul suo collo; i suoi occhi morti penetrano la notte  mentre il suo sguardo cade sulla città, e la convinzione dei suoi metodi conclamati lo riempie. Sa cosa fare, e si muove per compierlo; un immaginario angosciante che mostra un essere senza scrupoli e sentimenti, un predatore che vive per l'omicidio, ormai per lui abitudine. 

Vigil

"Vigil - Vigilia" parte con un arpeggio delicato dalle note progressive, il quale si fa sognante anche grazie all'intervento del basso con un effetto evocativo; al quarantottesimo secondo un verso in growl di Blythe segna il passaggio ad un riffing greve e lento, il quale avanza roccioso scolpito dalla batteria secca e ritmata. Si continua quindi con i suoi loop tetri in un brano controllato, il quale avanza possente, mentre il cantato si da a grida asciutte e cupe, con un gusto che potremmo definire doom; si aprono poi fraseggi ariosi e squillanti, sui quali Blythe si da ad uno screaming rauco delimitato da alcuni giri grevi. Un ritornello dal buon impatto, anche grazie alle epocali melodie in sottofondo; riprendono poi i fraseggi pesanti, dal sapore quasi stoner, i quali si ripetono coadiuvati dai piatti cadenzati e dai colpi di batteria precisi. Al secondo minuto e quarantuno abbiamo una pausa dove il Nostro incita per l'ennesima volta il pubblico, mentre un feedback si dipana; ecco ora un giro circolare con rullanti, i quali poi impostano una corsa  tirata dal drumming ben presente e dai loop reiterati. Abbiamo poi raffiche decise dove le vocals taglienti di Blythe trovano casa, collimando infine in bordate geometriche ripetute, delineate da alcuni giri squillanti; ora Il caos avanza con un suono distorto e colpi sempre più pressanti, ma ecco che parte una marcia con rullanti e cavalcate di chitarra. Seguono nuovi giri concitati, i quali lasciano il passo a frenetici fraseggi squillanti, sui quali si uniscono assoli vorticanti; il tutto viene violato da falcate taglienti, le quali si promulgano tra rullanti di pedale e sezioni circolari. Sezioni marziali fatte di bordate pulsanti creano un ritmo spaccaossa, il quale si conclude all'improvviso, lasciando spazio a Blythe, il quale brevemente introduce il pezzo successivo; un'altra performance veloce che mostra qui un pezzo che già nella versione in studio era più strisciante e particolare rispetto alla media del gruppo. Il testo prosegue sulla linea politica spesso dominante in buona parte della produzione dei Nostri, diretto senza mezzi termini contro il governo, e in modo particolare contro Bush; il volere del padre sarà compiuto, mentre l'importanza della vita è stata negata, ma il narratore non sarà una vittima, il padrone prende la malattia dei suoi servi, peggiorando, e il nostro si augura che lo ucciderà velocemente. Chiede sprezzante com'è essere corrosi dall'interno, mentre la vigilia brucia fino a che il fuoco conquista tutto, mentre il padre viene maledetto; il nome del padrone viene benedetto, e nulla sarà lo stesso. "Ask me why I hate, Why I've prayed to see the nation that I loved disintegrate, And gladly give my life, That revolution regenerates - Chiedimi perché odio, perché ho pregato di vedere una nazione che amavo disintegrarsi, e con piacere o la mia vita, che la rivoluzione rigenera" prosegue il testo, in onore di coloro che sono morti combattendo, per le generazioni anteriori alla sua gloria macchiata di sangue, egli viene rifiutato, negato, e sfidato a continuare; colpisci il pastore e le pecore scapperanno termina il testo, esplicitando al sua natura sovversiva e anarchica, non certo celata. Una chiusura in linea con altri testi del disco, che come molti dell'epoca viene incentrato sulla vita politica e sociale americana; l'attacco del 9/11 è ancora fresco all'epoca della stesura, e viene usato dal governo per legittimare le sue azioni di guerra, le quali però portano vantaggi solo a lui. 

What I've Become

"What I've Become - Cosa Sono Diventato" ci accoglie con piatti cadenzati, seguiti da un trotto thrash combattivo delineato da impennate a motosega e supportato dalla doppia cassa, in un andamento contratto;  dopo alcuni giri ripetuti anticipano il passaggio ad un fraseggio squillante, sovrastato dalle vocals graffianti di Blythe e raccolto da alcuni giri stridenti. Si torna quindi alla cavalcata da tregenda dai ritmi sincopati, mentre il cantato si da a grida isteriche in riverbero e growl cavernosi; si passi ancora a fraseggi vorticanti con riffing controllato e cantato ritmato. Al minuto e venti una chitarra ronzante fa da cesura mentre il cantante incita il pubblico, seguita da un assolo notturno ed elaborato accompagnato da una batteria incalzante dai rullanti e dai colpi pestati; si crea una pulsione granitica ripetuta, la quale sospinge la struttura in modo deciso e potente fino al secondo minuto e due, dove un grido ferma tutto. Si torna quindi ai riff rocciosi accompagnati da cimbali e delimitati da giri circolari; essi si aprono di seguito ad una marcia con raffiche di chitarra e drumming dai piatti ben presenti e dai colpi secchi. Suoni taglienti si stagliano in sottofondo, con impennate thrash che sottolineano i toni cupi di Blythe, squartati da grida; le strutture si ripetono creando siparietti sonori, i quali vedono una conclusione serrata, interrotta dalla presentazione da parte di Blythe dell'ultimo brano del concerto, il quale non manca di provocare il pubblico per incitarlo. Il testo torna sui temi politici cari alla band, affrontando il punto di vista dei soldati, che si ritrovano a combattere una guerra senza fine, chiedendosi il motivo; sguardi vuoti da parte di uomini spezzati, così prosciugati dal veleno da non poter ricordare quando c'era una ragione onesta, ora è tutta una bugia, essa era morta cento mila miglia fa, facendo finta di essere ancora qui. Giustifica ciò che è diventato, lo santifica, una disgrazia magnifica, il dolce suono che ha salvato un derelitto come lui; è meglio essersi persi, se questo è ciò che si trova, ed è meglio essere ciechi, piuttosto che vedere. Una corsa per salvare la faccia, dove nulla è come doveva essere, "Prentending Im still here, it's a system now, intertwined, take your place in the line to be ground by the gears of the masterpiece. Betrayal, suffered consequence - Facendo finta che io sia ancora qui, è un sistema ora, intrecciato, prendi posto nelle linee per essere sotterrato dagli ingranaggi del capolavoro. Tradimento, conseguenze sofferte" mentre è da molto che nulla di questo ha senso, il re è stato incoronato, ora lui riduce tutto in cenere; l'altro ha dato, lui toglie, in un sistema intrecciato, prendiamo posto nelle linee per essere sotterrati dagli ingranaggi del capolavoro, con tradimento. Un testo che parla di disillusione difronte ad un conflitto, quello in Iraq all'epoca e in Afghanistan oggi, che ha solo interessi politici; mascherato come una sorta di crociata ha portato solo vittime da entrambe le parti, alimentando il sistema che l'ha generato.

Black Label

"Black Label - Etichetta Nera" è come detto la conclusione del concerto, la quale s'instaura con bordate segnate da colpi secchi di batteria, in un loop meccanico protratto fino al ventiduesimo secondo; qui un verso rauco del cantante introduce un montante groove che si alterna ai rullanti, in un procedere graffiante. Largo poi ad aperture claustrofobiche sulle quali il cantano alterna screaming e toni più grossi; si genera quindi una claustrofobia sonora tipica dei primi lavori dei nostri, debitrice dell'influenza dei Meshuggah, unita a tendenze di scuola hardcore, soprattutto nel cantato gridato. Al minuto e quarantotto si passa ad una marcia imponente, la quale genera una serie di mitragliate thrash ripetute, coadiuvate dai rullanti di pedale; si torna quindi alle dissonanze precedenti, reinstaurando il clima oppressivo ormai familiare.  Ecco al terzo minuto e sette scale articolate e assoli squillanti, collimando con un improvviso stop con feedback; Blythe torna ad incitare il pubblico, seguito da rullanti tribali e giri taglienti. Si esplode in una danza lenta e strisciante, la quale avanza con le sue dissonanze stridenti fino ad un grido protratto in riverbero; rimane quindi solo l'ultimo ringraziamento del cantante e le ultime esultanze di pubblico, prima della chiusura della registrazione. Il testo è una critica alla società considerata ipocrita, falsa, e soprattutto opprimente, la quale provoca conformismo di massa ed esclusione di chi non rispetta i suoi parametri; la condizione umana è intersecata con la claustrofobia, e la compressione dei nostri spazi viene così completata, tanto che il narratore si strapperebbe da solo le budella per stare solo. La follia domina in questo emisfero, dove si è ostracizzati per la propria chiara visione; "A dream unrealized of solitude that i should descend into autonomy - Un sogno irrealizzato di solitudine, dove dovrei discendere nell'autonomia" prosegue il testo, in modo da non conoscere più il dolore del gruppo, della compagnia, la mancanza di spazio. Socializzare, per paradosso, risulta in uno stress, mentre il protagonista è pieno di rabbia, e si chiede cosa ha causato in lui tutto questo odio; si risponde che è l'umanità, che sarebbe da sterminare velocemente. Un testo veloce e violento, nello stile del gruppo e del genere, con parole di rabbia e di non appartenenza al sistema sociale; un impianto tematico che è il fulcro del gruppo, e spesso tornerà nella loro carriera come abbiamo già avuto modo di vedere.

Conclusioni

Tirando le somme una testimonianza live capace di trovare senso anche come uscita a se stante,  oltre che come chiaro mezzo per polarizzare il successo raggiunto dalla band in quel periodo;  l'esecuzione è veloce, senza fronzoli e costante, ma Blythe si prende tra un pezzo e l'altro il giusto tempo per interagire con il pubblico. La scaletta ben ponderata riassume egregiamente quanto raggiunto e la strada percorsa, anche se naturalmente il livello qualitativo tra brani di diversi periodi è qui al pari, al contrario degli originali in studio; come accennato il songwriting non viene mai totalmente rivoluzionato, mantenendo la struttura delle versioni degli album, andando solo a modificare quei punti legati ad effetti di produzione non ripetibili in sede live. Si dimostra qui come la dimensione dal vivo sia fondamentale per i Nostri, capaci di suonare per più di un'ora mantenendo il ritmo e senza perdere colpi; un apice ben immortalato, summa del primo periodo in crescita della band, ora mai pronta per essere considerata tra i capi saldi del nuovo metallo americano. Imperterriti, l'anno successivo la band si ripresenterà con "Sacrament", disco più orecchiabile con maggiori passaggi melodici ed un più largo uso di voci pulite, con una produzione decisamente più pulita, forse anche troppo, la quale si concentra sugli aspetti epici ed orchestrali, a discapito dell'immediatezza finora dimostrata; l'inizio insomma di una fase centrale che vedrà dischi mai orribili, ma non al livello dei primi, la quale comunque poi lascerà posto ad una ripresa in salire dove si troverà compromesso tra passato e presente cogliendo il meglio da entrambi.  Per ora comunque i Nostri godono del successo del loro terzo album, da molti considerato il migliore della loro carriera, successo potenziato da questa testimonianza sia audio che visiva delle loro capacità, la quale come prima detto li porterà poi ad avere nuovi riconoscimenti anche ufficiali e certificati; amati e naturalmente odiati dai detrattori, soprattutto da chi non sopporta il metalcore, di sicuro il gruppo sa cosa vuole e tira dritto per la sua strada, lasciando nulla al caso e dimostrandosi caratterizzato da una line up con una costanza davvero rara nel mondo della musica. Una crescita non scontata visto il livello del debutto, non proprio esaltante anche a causa dei problemi di produzione, la quale fa intravedere dei musicisti che per quanto non certo a livelli tecnici da virtuosi, hanno saputo decisamente affinare le loro armi; non ci resta che continuare a seguire le varie vicissitudini, musicali e, come vedremo più avanti anche giuridiche, che caratterizzeranno il percorso della band, ancora oggi attiva anche se in uno status di riposo al momento. E' l'ora del sacramento, con testi che iniziano a farsi più personali e separati dalle tematiche politiche per ora dominanti, e un suono che come detto si avvicina più a certe soluzioni commerciali, scelta non felice da molti lati, ma che permetterà di osare certe sperimentazioni che verranno riprese e meglio integrate più avanti;  con il senno di poi quindi una fase necessaria che va valutata comunque nel suo tempo e contesto con le giuste differenze da quanto fatto prima e dopo, una sorta di banco di prova. Stay tuned!    ?

1) Intro
2)
3) Hourglass
4) As The Palaces Burn
5) Now You've Got Something To Die For
6) 11th Hour
7) Terror & Hubris In The House Of Frank Pollard
8) Ruin
9) Omerta
10) Pariah
11) The Faded Line
12) Bloodletting
13) The Subtle Arts Of Murder & Persuasion
14) Vigil
15) What I've Become
16) Black Label
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