LAMB OF GOD

Ashes Of The Wake

2004 - Epic Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
02/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Prosegue la nostra analisi della discografia dei Lamb Of God, paladini americani del metalcore dalle tendenze groove caro ai fan di gruppi quali DevilDriver, Machine Head, Soilwork, etc.; li avevamo lasciati appena un anno fa con il loro secondo album "As The Palaces Burn", il quale li aveva definitivamente lanciati mostrando una serie di miglioramenti rispetto al debutto "New American Gospel", sia grazie a due anni di gavetta in tour, sia grazie alla produzione di Devin Townsend, mente dei poi sciolti Strapping Young Lad. I nostri, formati sempre da John Campbell (basso), Chris Adler (batteria), Mark Morton (chitarra), Randy Blythe (voce) e Willie Adler (chitarra),  decidono di battere il ferro finche è caldo, e dopo solo un anno nel 2004 pubblicano "Ashes Of The Wake - Ceneri Del Risveglio", disco che vede il passaggio alla major Epic Records, sancendo l'esplosione del gruppo; il risultato è un lavoro che riprende le fila del discorso dedicandosi sempre ad un suono che usa elementi groove, post thrash, hardcore e melo death per un metal moderno che appassionerà alcuni, e farà storcere il naso agli altri, ma che prosegue con una linea chiara e definita la strada fino a qui intrapresa dai musicisti della Virginia. Partecipano inoltre come ospiti d'eccezione i due chitarristi Chris Poland (ex Megadeth) ed Alex Skolnick dei Testament, i quali contribuiscono alla title track, quasi in una sorta di segnale d'accettazione da parte della vecchia scuola americana (o più semplicemente un segnale del passaggio sotto una più grande etichetta, direbbero i maligni, anche se in realtà il secondo era già apparso come ospite in "Purified", traccia dell'album precedente); la produzione è qui affidata a Gene Freeman a.k.a Machine, già produttore dei Pitchshifter, il quale poi lavorerà anche al disco successivo. Il successo è ancora maggiore, supportato diligentemente da un tour molto lungo, che porta i  Lamb Of God a suonare all'ancora esistente "Ozzfest" (prima carrozzone del nu metal, ora del movimento metalcore che lo ha sostituito definitivamente) e nel "Sounds Of Underground Tour" del 2005; la rivista Revolver lo considera il secondo miglior album dell'anno, mentre un primo viene dato per il video di "Laid To Rest", sancendo una serie di riconoscimenti commerciali vitali per una band del genere più vicino al giovane pubblico. Anche per questo viene poi pubblicato il DVD "Killadelphia" il quale li riprende durante una performance, pubblicazione che ottiene il riconoscimento di disco di platino dalla "Recording Industry Association Of America" nel 2007; infine una versione cover di "Laid To Rest" appare nel videogioco Guitar Hero II, mentre l'originale verrà usata nel 2009 in Guitar Hero Smash Hits e in Rock Band, successi ancora una volta importante per un gruppo dal sound rivolto, anche e soprattutto, ai più giovani. Un'avanzata inarrestabile insomma, la quale ha anche oltre al marketing, delle cause pratiche: il somngwriting migliora sempre più con un uso più ragionato degli assoli e delle melodie, senza rinunciare alle ripetizioni e ai groove meccanici di stampo Meshuggah, mentre il cantante assume un growl più potente e uno screaming più convincente, allontanandosi dalle performance iniziali a livelli amatoriali. Tematicamente il lavoro è figlio del suo tempo, incentrato come moltissimi album del periodo sulla guerra in Iraq e l'amministrazione Bush; i testi però sono abbastanza vaghi da poter essere universalizzati come testamenti contro la guerra e il controllo delle masse da parte del governo in generale, senza diventare del tutto obsoleto per chi lo ascolta ora in quello che è il futuro dove le cose sono allo stesso tempo cambiate e rimaste uguali.

Laid To Rest

Si parte con "Laid To Rest - Messo A Riposo", anche singolo  e video di punta del lavoro; esso parte con un colpo di piatti seguito da un fraseggio thrash, il quale presto si apre ad un riffing dalle punte squillanti, in una marcia ritmata costellata da andamenti contratti di drumming. Una melodia si staglia in sottofondo, mentre una parte recitata in pulito prende piede; al quarantatreesimo secondo si accelera in una corsa dai giri concentrici, dove Blythe assume toni rauchi e graffianti, segnati da blast cadenzati. Al cinquantottesimo secondo fraseggi oscuri prendono posto, mentre si prosegue con i ritmi veloci delineati da rullanti; largo poi a piatti pestati e riff a motosega ripetuti, collimando con un grido in una sequenza squillante. Ripartono dunque i blast cadenzati e i suoni di chitarra discordanti, seguiti dai fraseggi severi; al minuto e cinquantotto un verso in growl di Blythe il ritorno all'andamento più pestato e concitato, dai movimenti roboanti ripetuti con versi graffianti. Al secondo minuto e undici una sequenza di colpi marziali fa da cesura, ripresa poi da raffiche di chitarra come mitra, segnata da cantato sincopato e rauco; si delineano i soliti fraseggi severi, fino all'esplosione in un'ennesima galoppata aggressiva con urla. Al terzo minuito e due un suono squillante fa da pausa, seguita da scale aliene dal sapore opprimente e imponente, ripetute in loop contratti mentre Blythe si da a versi gutturali; il finale vede la ripresa delle melodie iniziali segnate da riff rocciosi che le conducono al finale. Un inizio efficace che mostra una band dal songwriting più controllato e direzionato, dove tutto ha il giusto posto; la crescita è innegabile, dandoci un pezzo che scorre senza intoppi, e dove anche la performance vocale ha il giusto equilibrio e un trovato stile. Il testo immagina una vittima di un omicidio che risorge per vendicarsi, spingendo il suo omicida verso la sua distruzione; se ci fosse un solo giorno che potesse vivere, sarebbe quello in cui prenderebbe una sola vita, barattandolo con tutti gli altri. Il sangue è sul muro, quindi l'altro potrebbe semplicemente ammetterlo e togliere con la candeggina, deciso a dimenticare. Preferisce essere vuoto piuttosto che lasciare una singola traccia, mentre soffoca un altro fallimento e mette il tutto a riposo; si consola, pensando che è meglio stare da solo, ma la voce gli intima di distruggersi, per vedere se a qualcuno fotte qualcosa, assorbendosi in se stesso. "I'll chain you to the truth, for the truth shall set you free, I'll turn the screws of vengeance and bury you with honesty, I'll make all your dreams come to life, then slay them as quickly as they came. Smother another failure, lay this to rest - Ti incatenerò alla verità, poiché essa ti renderà libero, girerò le viti della vendetta e ti seppellirò con onestà, farò vivere i tuoi sogni, poi li massacrerò velocemente, così come sono venuti. Soffoca un altro fallimento, mettilo a riposo" continua quindi il testo, ripetendo poi ossessivamente i versi precedenti, invertiti con quello iniziale come ultimo; un testo che accenna ed evoca senza fare riferimenti troppo espliciti, con immagini costruite su versi ripetuti, fatti per sostenere i ritmi vorticanti e i groove malsani dei nostri.

Hourglass

"Hourglass - Clessidra" ci accoglie con un trotto ritmato, conteso tra raffiche rocciose e fraseggi squillanti, segnato da colpi martellanti di piatti e batteria; al ventesimo secondo un growl cupo di Blythe fa da cesura, mentre dopo alcuni secondi riprende sotto di esso il movimento contratto precedente. Si arriva ad alcuni rullanti seguiti da un fraseggio dalla media thrash, il quale poi si accompagna in un galoppo con piatti serrati  e grida aggressive; segue una sequenza dai riff imperanti e dal drumming diretto, in un ritornello dove gli andamenti strumentali vengono ripresi dalle vocals di Blythe. Si collima in un fraseggio squillante, seguito da marce di chitarra, mentre la batteria si da a colpi ritmati con effetti vocali stagliati su di essa; si prende poi velocità in loop a motosega, mentre i growl secchi si dilungano tra piatti cadenzati. Una nuova cesura con scale vorticanti segna il passaggio a digressioni, prima di aprirsi in una coda claustrofobica con arpeggi di basso e punte taglienti di chitarra; l'andamento contratto prosegue ossessivo con alcuni raccoglimenti di rullanti e suoni squillanti. Ecco che arriviamo ad un'ennesima raffica di chitarre, sulla quale troviamo parti sospirate, seguite da riff distorti e grida, mentre sale l'intensità dello strumento a corda; largo quindi a falcate epocali, in un'atmosfera epica con piatti pestati, andando ad infrangersi verso il finale con una digressione che scema in un feedback stridente. Un brano più claustrofobico che riporta in parte l'influenza dei Meshuggah, rielaborata in chiave metalcore più melodica; il lavoro di chitarra risplende ancora una volta, con soluzioni appassionanti capaci di mantenere la concentrazione. Il testo fa riferimento ai temi sociali e politici in voga all'epoca, con una speciale preferenza verso la situazione in Iraq e l'ipocrisia della società americana; privilegiati, pochi prescelti, benedetti con il tempo altrui all'inferno, sono testimoni di una visione divina, riguardante il giorno in cui tutti cadono rigidi, in una ascesa dell'epoca morente, una clessidra spaccata, furia degli dei della guerra, cosa che dovrà accadere. Sta solo peggiorando, e non è degno di un attimo di pentimento, ogni alba è un'altra maledizione, e ogni respiro è una lama che viene rigirata, chiedendosi chi rimarrà nelle ceneri del risveglio; "An ill wind blows this way, the edge of the envelope burns, for bearance and my vengeance, payment for your intent, fear and death in the wings, in thrall of those fallen from grace. Petty is as petty does, witness the mass disgrace, God forbid you read the signs, watch for meanings between the lines - Un vento malato soffia verso di noi, la punta di un bruciore che avvolge, per la sopportazione e la vendetta, pagamento per le tue intenzioni, terrore e morte nelle ali, sulla scia di coloro che sono caduti dalla grazia. Meschino è colui che il meschino fa, osserviamo la disgrazia di massa, Dio ti ha proibito di leggerne i segni, cerca il significato tra le righe" prosegue il testo, mentre arriva la Gehenna (inferno ebraico) senza preavviso per i ciechi, poiché la fiducia è stata malriposta, credendo alle bugie che ci hanno detto in faccia. E' troppo tardi, siamo altre vittime, facciamo ritorno a casa avvolti nella bandiera per la quale siamo stati uccisi; ed è così che si prosegue, nelle ceneri del risveglio, mentre peggiora soltanto; un testo che usa immagini religiose per trattare del vano sacrificio dei soldati, la cui azione è presentata come un atto divino, ma in realtà porta inferno e sofferenza.

Now You've Got Something To Die For

"Now You've Got Something To Die For - Ora Hai Qualcosa Per Cui Morire" parte con un riffing vorticante avvolto da piatti e cimbali; Blythe interviene con vocals pesantemente effettate, mentre i loop taglienti proseguono sottofondo fino al ventesimo secondo. Qui parte un galoppo con fraseggi stridenti e drumming cadenzato, il quale tira dritto fino ad una cesura con rullanti; abbiamo quindi suoni in digressione, tagliati da giri a motosega. Dopo un ennesimo rullanti si continua con i loop squillanti, mentre la batteria prosegue dritta insieme ai versi cupi del cantante; riprendono le falcate discordanti con voce effettata, mentre seguono nuove raffiche con galoppi possenti e punte stridenti. Al minuto e quarantadue un trotto fa da cesura, salendo poi nel mixaggio in una marcia ripetuta, insieme a giri a motosega; essi prendono posizione con sequenze sempre più squillanti, strutturate su cimbali e piatti. Partono quindi dissonanze contratte, le quali creano una locomotiva sonora dagli sbuffi discordanti, in alternanze meccaniche dal songwriting elaborato; su questa sezione Blythe si ripete con urla aggressive, terminando con un ruggito in solitario. Esso viene seguito da un riffing marziale dalle alternanze squillanti, il quale procede con colpi come d'incudine di drum machine, terminando con un ultimo giro di chitarra; troviamo strutture groove concentriche in un suono opprimente che ancora una volta regala un songwriting più maturo e meglio gestito, capace di produrre vere e proprie costruzioni sonore avvincenti ed ammalianti. Il testo prosegue con I temi politici riferiti al governo Americano e alla sua azione belligerante in terra straniera; ora abbiamo qualcosa per cui morire, infedele, imperiale, un desiderio di sangue in una cieca crociata, apocalittica, mentre contiamo i giorni. Si usano bombe per liberare la gente, e il sangue per nutrire un albero di dollari, bandiere per le bare sullo schermo, e olio per la macchina; le truppe di liberazione portano le persone ad essere indottrinate con la minaccia del fucile,  con il fuoco  della sedizione, mantenendo la profezia. "Now you've got something to die for, send the children to the fire, sons and daughters stack the pyre, stoke the flame of the empire, live to lie another day - Ora hai qualcosa per morire, manda i bambini nel fuoco, figli e figlie accendono la pira, attizza la fiamma dell'impero, vivi per mentire un altro giorno" proseguono le parole di critica, davanti alla faccia dell'ipocrisia e della democrazia stuprante, mentre contiamo i giorni; non si uscirà da questo buco finché non avremo scavato al nostra stessa tomba, e finché non avremmo trascinato gli altri con noi, nella bruciante casa del prode. Un testo apocalittico e severo verso il governo e il popolo americano, il quale ciecamente segue il primo dandogli supporto e consenso; la vena politica è sempre forte nei nostri, e sembra dominare anche questo episodio della loro discografia.

The Faded Line

"The Faded Line - Linea Sbiadita" inizia con una sequenza severa di chitarra dai giri stridenti, mentre la batteria si da a rullanti di pedale e cimbali incalzanti; Blythe interviene con growl rauchi, mentre al quarantaduesimo secondo partono bordate marziali di chitarra con rullanti, in una marcia imponente e protratta. Essa si ferma con un fraseggio distorto, mentre poco dopo si esplode in un trotto sul quale si aprono punte squillanti, mentre il cantante rilascia grida taglienti, quasi black; si libera una corsa possente dal drumming ritmato, mentre seguono fraseggi melodici di scuola melo death, alternati all'andamento precedente. Largo a nuove bordate serrate, sulle quali troviamo ronzii di chitarra dalle melodie aliene ed orientaleggianti; si aprono con un verso cupo nuovi riff devastanti accompagnati dai piatti e dai rullanti, mentre continuano le grida graffianti in sottofondo. Una serie di fraseggi discordanti fa da ponte, mentre un effetto di chitarra in mono anticipa il ritorno al trotto serrato; esso evolve ancora una volta nel ritornello melo death che ci rimanda ad In Flames e Dark Tranquillity nelle sue melodie circolari. Ci si blocca con un fraseggio secco, il quale avanza fino ad essere accolto con un verso in growl di Blythe da sirene e ritmi meccanici di batteria, con riff a motosega e suoni stridenti in sottofondo, in un'atmosfera futuristica che ci sorprende, dando sfogo ad un songwriting ancora una volta variegato; si prosegue così fino alla conclusione improvvisa del pezzo. Un ennesimo esempio di metal moderno dalle soluzioni forse non troppo originale, ma magistralmente suonato dai componenti; suggestioni djent e melo death si uniscono in sezioni ben riconoscibili, con un ritornello melodico ed un finale "industriale" di grande effetto. Il testo tratta dell'abuso di sostanze e della dipendenza che ne consegue, la quale fa attraversare la linea del punto di non ritorno; osserviamo al parata della vergogna, il dolore della colpa ripagata, fottutamente senza speranza, in accuse e negazioni. Senza speranza, è il demone di un altro giorno, senza colore, pietrificato in un grigio solido, in un vuoto di promesse fatte senza fede, con inquilini a lungo traditi; camminiamo la linea sbiadita, maledetta dal trascorrere del tempo, dove il silenzio è la sola promessa mantenuta. Il tocco familiare è un rituale che inibisce il taglio, la salvezza in pillole, mentre "Anguish is realizing what could have been, but never was, its emptiness that fills the cup. Devotion in the method of my fall, pointless...futility continuing, endless...flowing corrupted vein - L'angoscia è capire ciò che poteva essere, ma non è mai stato, è un vuoto che riempie la coppa. C'è devozione nel metodo della mia caduta, senza senso...la futilità continua, senza fine...inondando una vena corrotta"; viene poi ripetuto il verso precedente, in un ciclo senza speranza. Il messaggio è chiaro, non ci si può fidare di un drogato, la cui unica padrona è al dipendenza; per essa tradirà tutto e tutti, anche se stesso, senza speranza alcuna.

Omerta

"Omerta" ci accoglie con un discorso campionato in solitario; dopo di esso al ventesimo secondo parte un riffing da tregenda in una marcia serrata dalle punte squillanti, delineata da alcuni giri altisonanti, mentre basso e blast cadenzati ne fanno da fondamenta. Blythe s'introduce con il suo growl rauco in stile Meshuggah  trovando posto tra le dissonanze; al minuto e ventisei si passa ad impennate vorticanti dove chitarre severe e cimbali cadenzati ci avvolgono in geometrie sonore opprimenti. Si alternano quindi parti grevi con cantato più cupo, passando poi di nuovo ai toni altisonanti; dopo un verso graffiante effettato riprende posto la marcia roboante dalle punte stridenti e dai piatti ritmati, la quale avanza con le vocals aliene di Blythe. Largo ancora alle aperture serrate con intermezzi grevi dal growl rauco, il quale si presta ad effetti da studio; al secondo minuto e cinquanta ci si blocca, dando spazio ad un fraseggio distorto segnato da bordate, il quale avanza con suoni squillanti in sottofondo appena percepibili. Si forma quindi un trotto costante dalle punte graffianti, sul quale Blythe si da a toni bassi e cupi; si aprono giri altisonanti e discordanti, alternati con riff rocciosi e diretti, proseguendo in un andamento contratto dalle solite vocals cavernose, mentre il drumming si divide tra piatti e rullanti. Al quarto minuto e tredici riprende il galoppo lento e dissonante, segnato da rullanti di pedale e grida rauche, mentre nella conclusione i piatti si fanno più pestati, mettendo fine al tutto con un ultimo colpo squillante di chitarra. Un songwriting più prettamente giocato sulle dissonanze e sulle claustrofobie di stampo groove, dove l'ombra della forte influenza dei folli svedesi creatori involontari del così detto djent è ancora una volta ben presente; un episodio che si fa ascoltare, pur non raggiungendo il livello di quelli precedenti, più ricchi di sorprese. Il testo riguarda il tema dei "giuda", ovvero i traditori e coloro che spifferano di noi dietro alle nostre spalle, con riferimenti sia al Giuda biblico, sia al codice della Mafia al riguardo; chiunque si affida alla legge contro i suoi simili è un idiota o un codardo, e chiunque non sa prendersi cura di se stesso senza quella legge è entrambe le cose, perché un uomo ferito direbbe al suo assalitore "se vivrò, ti ucciderò, se morirò, sarai perdonato", seguendo il codice d'onore. Rotto il paradigma, un esempio deve essere dato, invocando il canto del cigno e firmando un mandato di morte; ciò è quello che è stato comprato con trenta pezzi d'argento, le lingue degli angeli e degli uomini comprate da un traditore amato. Il narratore si dichiara il risultato di ciò che è meglio non dire, mentre la violenza ripara ciò che è rotto; l'altro ha parlato, e lui era tutto orecchie, ma parole che dovevano rimanere nell'oscurità, non dovevano vedere la luce del giorno, e "Words can be broken, so can bones, execute the mandate, mouth full of dirt. Your name removed from the registry - Le parole possono essere rotte, come le ossa, esegui il mandato, la bocca è piena di sporco. Il tuo nome è tolto dai registro", mentre San Pietro lo accoglie con occhi vuoti, si volta e chiude i cancelli del paradiso. Veniale in modo sconsiderato, verboso stupidamente, uno scivolare di lingua si tramuta in una gola tagliata, due metri sottoterra senza epitaffio, tenendo il nome altrui lontano dalla propria bocca per sempre; la libertà di parola è per i vivi, mentre i morti non raccontano nulla, e il dito accusatorio altrui non potrà più puntare. L'omertà canta per il narratore ora, che ha avuto la sua vendetta; un testo interpretabile, forse rivolto verso qualcuno che ha fatto uno sgarro al cantante, scatenando fantasie di rivalsa.

Blood Of The Scribe

"Blood Of The Scribe - Sangue Dello Scriba" parte con una corsa serrata e melodica, ricca di fraseggi squillanti e colpi veloci di batteria, delimitata da impennate rocciose; al tredicesimo secondo s'introduce la voce graffiante e cupa di Blythe, mentre il movimento prosegue lanciato. All'improvviso abbiamo contrazioni con piatti e giri circolari, seguiti da chitarre discordanti; largo poi digressioni roboanti con rullanti cadenzati, le quali salgono d'intensità come un brusio. Qui le vocals effettate di Blythe assumono toni alienati, prima di lanciarsi in grida sottintese da fraseggi spezzati, i quali portano avanti la composizione insieme a trotti di chitarra e drumming serrato; si torna poi all'alternanza  già incontrata, arricchita da growl cavernoso. Partono al minuto trentacinque chitarre stridenti di scuola melo death, creando geometrie sonore squillanti mentre riff veloci si stagliano in sottofondo; le vocals si dividono tra grida e growl profondo, mentre le melodie si dividono in fraseggi delimitati da arpeggi improvvisi, in una bella contrazione esaltante. Il loop prosegue in un ritornello serrato, arrivando al terzo minuto e due; qui un fraseggio distorto crea scale vorticanti ripetute con drumming tribale dai rullanti ossessivi. Largo poi a marce rocciose delimitate da giri squillanti, mentre la voce di Blythe riprende i toni effettati già incontrati; seguono dissonanze e chitarre battagliere, in un andamento caotico e claustrofobico, cementificato da grida e growl ripetuti. Il finale offre giri a motosega ronzanti e piatti cadenzati, mentre versi cupi si stagliano in sottofondo; la punta vede marce roboanti e serrate, dirette verso al conclusione improvvisa segnata da un piatto di batteria. Il testo tratta di temi oscuri di depressione e mancanza di speranza; tutto questo arriva schiacciando, poiché le fondamenta sono andate, e ora siamo senza sonno e speranza, senza che vi sia una fine a tutto questo; l'inchiostro si è asciugato, dobbiamo usare il sangue dello scriba come ricarica, il riposo è facile per i senza colpa, ma il vampiro si lamenta mentre prega per vedere il Sole, disperazione, destino infausto, tragedia, sono i ferri del mestiere. Tagliamo fino all'osso, derubiamo la tomba, dissotterriamo la lapide e portiamo rovina, violiamo il tomo e strappiamo la pagina, strappiamo la sua vena, e portiamo disastro, consumata ai bordi con una linea piatta l'incudine si spezza;  il martello viene giù senza sosta, e "A new pariah is born, chastisement lays you down to sleep, tucks you in with bloody kisses, gifts of nightmares bitter sweet, Type A negative shuts me down - Un nuovo pariah è nato, la casta ti mette a dormire, ti nutrono con baci insanguinati, doni di incubi agrodolci, il gruppo A negativo mi sbatte giù", mentre le frasi fatte saranno la morte del nostro, che ci chiede se non siamo divertiti. Scaliamo le mura finché le unghie sanguinano, strappiamo i capelli, togliamo i collegamenti, rompiamo il vetro, con la testa tra le mani mentre la campana suona senza fine; ma non c'è fine in vista, in questa eterna sofferenza. Immagini cupe ed oppressive di uno stato emotivo e mentale soffocante e senza speranza alcuna; un testo di natura più intima per i nostri, che trattano anche di temi personali.

One Gun

"One Gun - Un'Arma" inizia con una corsa in doppia cassa alternata con fraseggi distorti in una contrazione dal gusto tecnico; al decimo secondo i toni squillanti si fanno più calmi, mentre Blythe interviene con le sue vocals graffianti. Ecco suono sinistri in sottofondo, come sirene, mentre al trentesimo secondo parte una marcia di rullanti di pedale e giri a motosega; cimbali cadenzati si aggiungono, in un ritmo pulsante, mentre al quarantottesimo secondo fraseggi spettrali e loop in sottofondo fanno da base al cantato sincopato, sempre aggressivo . Ritorna quindi il ritornello dalle alternanze tra momenti discordanti e raffiche distorte, mentre la parte ritmica produce colpi di martello sull'incudine ripetuti; largo poi a trotti severi dai giri taglienti e dalla batteria cadenzata, ripresentando tutti gli elementi prima affrontati. Tornano anche i cimbali e i fraseggi oscuri, mentre i riff si danno a giri squillanti ripetuti; al secondo minuto e sette un growl cavernoso annuncia una cesura con suoni roboanti, dopo la quale parte un assolo elaborato dalle scale vorticanti e dalle note squillanti, accompagnato sempre dai loop combattivi in sottofondo. Il movimento torna contratto, prima di lanciarsi in una corsa con drumming pestato e giri stridenti, la quale si blocca d'improvviso con uno stop al secondo minuto e quarantuno; riprendono le marce con rullanti di pedale e chitarre squillanti, alternate a raffiche con colpi martellanti. Ci si libra di seguito nella corsa ossessiva con grida effettate, piatti ben presenti, giri circolari e fraseggi stridenti in sottofondo; essa collima al terzo minuto e ventuno in un andamento meccanico e strisciante dai suoni interrotti colpiti da colpi cadenzati, mentre atmosfere aliene si delineano in sottofondo, andando scemando in una dissolvenza che segna il finale del pezzo. Un episodio dal songwriting ancora una volta interessante e dalle contrazioni futuristiche, in un groove alieno dal gusto moderno; un altro colpo a segno generato da una trovata verve che pervade gran parte dell'album. Il testo tratta di temi di sovversione e ribellione, immaginando un assassino solitario pronto ad un uccidere un presidente-tiranno (Bush?) in nome della libertà; gli occhi del patriota sono fissati nel telescopio, mentre il tiranno inconsapevole va verso al corda, quando l'omicidio è giustizia i martiri nascono, un saluto con un'arma per il nuovo giorno dell'indipendenza, che farà santificare il suo nome per il suo sacrificio. I peccati da espiare, ricordando le parole bibliche per le quali i malvagi devono morire in presenza di Dio, con i peccati del padre scontati dal figlio, e con confessioni di impegni rotti, un chiodo per ognuno di loro; "Its when murder is justice that martyrs are made, a one-gun salute for the new independence day, they'll hallow your name, they'll hallow your name for your sacrifice - E' quando l'omicidio è giustizia che nascono i martiri, un saluto con un'arma per il nuovo giorno dell'indipendenza, santificheranno il tuo nome, lo faranno per il tuo sacrificio" ripete il testo, perché uno è la causa e l'altro l'effetto, creato nell'odio, un cappio al collo, riprendendo poi le parole iniziale in una narrazione ciclica che collega partenza e finale. Possiamo consideralo parte dei temi politici, qui visti in chiave più anarchica e violenta; un testo che usa, come spesso accade con la band, molte referenze bibliche, quasi a voler rivoltare il bigottismo americano contro se stesso, e dare un'aria severa a quanto espresso.

Break You

"Break You - Spezzarti" ci accoglie con un trotto distorto in presa diretta, delineato dai piatti di batteria e confinato da giri squillanti, mentre Blythe si da a versi aggressivi e bassi, e il drumming si apre a rullanti che danno energia al tutto; al ventiquattresimo secondo abbiamo un verso prolungato con bordate e colpi ritmati, in una andamento contratto ripetuto. Largo poi ad un fraseggio stridente con marcia di batteria e raccoglimenti di rullante e chitarra, il quale si lancia in un galoppo sottolineato da loop di chitarra a motosega e piatti serratissimi, mentre Blythe si apre a grida potenziate da melodie elettroniche in sottofondo; al minuto e trentacinque si passa nuovamente a trotti ritmati con fraseggi severi in sottofondo e vocals da orco, il quale evolve con cimbali e giri di chitarra dal gusto thrash. Si ricade nella corsa con screaming  e ritmi forsennati, la quale si prodiga nei suoi toni dissonanti; si rallenta di seguito con giri stridenti e colpi ritmici come una pressa costante, in un'atmosfera severa e dilatata, delineata da alcuni riff distorti. Il songwriting è molto mutevole, e al secondo minuto e trentasei una chitarra a motosega cambia registro insieme ad un drumming cadenzato e punte squillanti; largo poi a bordate ritmate, alternate con l'andamento precedente in raffiche serrate  ripetute, sulle quali Blythe si da ai suo versi. Nel finale la tensione sale grazie a suoni sempre più vorticanti, andando con grida indemoniate verso l'oblio sonoro; un'ennesima buona prova dei nostri, che usano tutta una serie di stilemi del metal moderno per arricchire il loro songwriting. Forse rispetto ad altri episodi non ci colpisce per sorprese, avendo una struttura abbastanza ripetuta, ma assalta alla gola con una performance ben strutturata; molti errori del passato sono superati, regalandoci un suono compiuto che di certo non rivoluziona nulla, ma sa fare il suo mestiere. Il testo tratta di temi non chiari e poetici, inerenti oppressione, prigionia (mentale o fisica non è dato sapere) e rivalsa verso chi ha creato tutto questo; possono essere interpretati sia in chiave personale, sia in chiave politica, offrendo un largo margine di universalità. Mattine senza fine vengono tagliate dal rasoio dell'alba, frustando gli incubi in un trotto, domande senza fine non hanno risposta, e non c'è sostituzione per quanto perduto; ogni cosa soffoca nella polvere delle fortune passate disperse, l'impero di bugie creato da qualcun altro ci fa soffrire un esilio auto imposto, assaggiando l'amaro frutto della negazione mentre "In the presence of greatness the humble can only bow, frost on the breath of life, empty of warmth or light full of nothing but deprivation. Eternal winter - In presenza della grandezza l'umile può solo inginocchiarsi, il gelo sul respiro della vita, privo di calore e luce, pieno solo di deprivazione. Un inverno eterno".  Ci chiede di dirgli menzogne con le migliori intenzioni, muto nell'età della comunicazione di massa, dove giorni oscuri portano a notti più oscure, gelato, fuori dal tempo, l'inconscio muore per un ego benedetto, e colui che un tempo era potente ora si trova in basso; il gelo è sul respiro della vita, privo di calore e luce, pieno solo di deprivazione, mentre se gli altri hanno insegnato odio, lui insegnerà terrore, invitandoci ad aprire gli occhi e ad uccidere la disperazione, hanno cercato di strappargli la vita, e ora spezzerà chi lo ha fatto. Prevale il tema dell'esilio e della rivalsa, che come detto può essere interpretato in vari modi in base alla propria vita ed idee; immagini ripetute di gelo interiore danno l'idea di un animo sconfitto ed isolato, a cui rimane solo la disperazione come forza per vendicarsi.

What I've Become

"What I've Become - Quello Che Sono Diventato" parte con un trotto thrash combattivo delineato da impennate a motosega e supportato dalla doppia cassa;  al ventesimo secondo alcuni giri ripetuti anticipano il passaggio ad un fraseggio in sottotono, sovrastato dalle vocals graffianti di Blythe e raccolto da alcuni giri stridenti. Dopo di esso si torna alla cavalcata da tregenda dai ritmi sincopati, mentre il cantato si da a grida isteriche in riverbero e growl cavernosi; si passi quindi ancora a fraseggi vorticanti con riffing controllato e cantato ritmato. Al minuto e venti una chitarra ronzante fa da cesura, seguita da arpeggi di basso, sostituiti poi da un assolo notturno ed elaborato accompagnato da una batteria incalzante dai rullanti e dai colpi pestati; si crea una pulsione granitica ripetuta, la quale sospinge la struttura in modo deciso e potente fino al secondo minuto e due, dove un grido ferma tutto. Si torna quindi ai riff rocciosi accompagnati da cimbali e delimitati da giri circolari; essi si aprono di seguito ad una marcia con raffiche di chitarra e drumming dai piatti ben presenti e dai colpi secchi. Suoni taglienti si stagliano in sottofondo, con impennate thrash che sottolineano i toni cupi di Blythe, squartati da grida; il finale vede un ultimo galoppo combattivo con bordate squillanti e rullanti di pedale, il quale si lancia delimitato da blast pestati verso al chiusura improvvisa sottolineata da un ultimo verso gutturale. Un songwriting anche qui senza fronzoli, il quale gioca con pulsioni ritmiche feroci che sospingono il pezzo in avanti; geometrie dal gusto moderno e contratto che spesso, se non quasi sempre, accompagnano i nostri nel loro groove opprimente e serrato dai toni brutali, ma anche melodici. Il testo torna sui temi politici che dominano l'album, affrontando il punto di vista dei soldati, che si ritrovano a combattere una guerra senza fine, chiedendosi il motivo; sguardi vuoti da parte di uomini spezzati, così prosciugati dal veleno da non poter ricordare quando c'era una ragione onesta, ora è tutta una bugia, essa era morta cento mila miglia fa, facendo finta di essere ancora qui. Giustifica ciò che è diventato, lo santifica, una disgrazia magnifica, il dolce suono che ha salvato un derelitto come lui; è meglio essersi persi, se questo è ciò che si trova, ed è meglio essere ciechi, piuttosto che vedere. Una corsa per salvare la faccia, dove nulla è come doveva essere, "Prentending Im still here, it's a system now, intertwined, take your place in the line to be ground by the gears of the masterpiece. Betrayal, suffered consequence - Facendo finta che io sia ancora qui, è un sistema ora, intrecciato, prendi posto nelle linee per essere sotterrato dagli ingranaggi del capolavoro. Tradimento, conseguenze sofferte" mentre è da molto che nulla di questo ha senso, il re è stato incoronato, ora lui riduce tutto in cenere; l'altro ha dato, lui toglie, in un sistema intrecciato, prendiamo posto nelle linee per essere sotterrati dagli ingranaggi del capolavoro, con tradimento. Un testo che parla di disillusione di fronte ad un conflitto, quello in Iraq all'epoca e in Afghanistan oggi, che ha solo interessi politici; mascherato come una sorta di crociata ha portato solo vittime da entrambe le parti, alimentando il sistema che l'ha generato.

Ashes of the Wake

La Title Track strumentale presenta un suono thrash dalle evoluzioni squillanti e dal drumming controllato, sulla quale si staglia un campionamento parlato riportante la testimonianza di un soldato; essa parte quindi con fraseggi elaborati seguiti da arpeggi di basso e batteria divisa tra piatti e rullanti. Al ventinovesimo secondo parte il parlato, sottinteso da riff marziali e cimbali ritmati, mentre punte squillanti e rullanti ne delimitano l'andamento; ecco che un'impennata fa da cesura, seguita da un galoppo di batteria intervallato con sezioni squillanti, in una contrazione ritmica ripetuta, la quale collima con un rullante. Dopo di che abbiamo un fraseggio distorto e discordante, sul quale si staglia un assolo dalle scale elaborate, accompagnato da rullanti di pedale e piatti cadenzati; una contrazione con suoni squillanti fa ad cesura, prima delle bordate sottolineate da chitarre spremute fino al limite, in una sezione caotica. Si prosegue con l'andamento lanciato con giri squillanti e rullanti, mentre gli assoli stridenti riprendono posto con le loro evoluzioni vorticanti; si va  collimare nell'ennesimo gioco di rullanti, seguito da un feedback. Accenni di fraseggi severi prendono piede, aprendosi poi in sequenze accompagnate da piatti e riff taglienti, ridando spazio alle contrazioni precedenti; largo quindi a nuovi assoli tecnici, i quali dominano il pezzo, il più elaborato di tutto l'album, evolvendo in giochi appassionanti. Riprendono quindi i loop iniziali, sempre strutturati sugli stessi elementi, aperti ad incursioni di piatti e bordate improvvise; al quarto minuto e quarantasei l'ennesimo assolo crea vortici avvolgenti dalle note stridenti e graffianti, mentre il drumming si da a blast continui. Il finale vede una ripresa del campionamento vocale, seguito da un colpo di piatto ed una digressione che si perde in dissolvenza tra feedback vari, evolvendo nel pezzo successivo; non abbiamo un testo vero e proprio, ma la parte parlata tratta della guerra in Iraq, dove un soldato testimonia l'uccisione di civili innocenti, in una vera e propria eradicazione. La sua opinione è che questo sia un genocidio, e quindi decide di non partecipare più a tutto questo in nome degli Stati Uniti; l'onore di un uomo che vede una differenza tra soldato e assassino, differenza purtroppo nel pratico spesso non presente.

Remorse Is For The Dead

"Remorse Is For The Dead - Il Rimorso è Per I Morti" è la conclusione del disco, la quale s'inoltra con un arpeggio delicato dalle note progressive, presto raggiunto da rullanti controllati e dilatati e piatti, in un'atmosfera serena ed eterea non certo comune per il gruppo; al quarantacinquesimo secondo la batteria si fa leggermente più agitata, sottintendendo uno scoppio a venire, ma al minuto e  nove un fraseggio in riverbero mette fine al tutto con un falso finale. Come possiamo prevedere subito dopo parte un galoppo feroce dai giri spietati e dal cantato cupo di , il quale prende velocità con doppia cassa e loop taglienti; si collima in un fraseggio squillante, il quale evolve in una ripresa del trotto ricco di batteria pestata e giri stridenti. Al secondo minuto e cinque il tutto si fa più intenso grazie a claustrofobie dissonanti, mentre il drumming si da a rullanti: largo poi a bordate con vocals rauche di Blythe , in un loop trascinante che ci porta con i suoi piatti cadenzati alle ariose aperture con chitarre a motosega. Ci si ferma all'improvviso al secondo minuto e trentasette con un fraseggio, sul quale ancora una volta si sviluppa il galoppo dalle scale vorticanti; il movimento muta con toni cupi del cantante e colpi serrati sottintesi da nuove chitarre discordanti. Partono quindi le chitarre a motosega, con ritornelli epici dal cantato sdoppiato; ma ci si blocca con un grido ed un suono in feedback, cambiando ancora registro verso una marcia contratta con rullanti e chitarre secche, la quale avanza con le sue raffiche insieme ai piatti e ai ruggiti cavernosi di Blythe. Si aprono poi alternanze con punte dissonanti e fraseggi squillanti, in un andamento contratto sottinteso da arpeggi grevi di basso; le sue mitragliate si ripetono ossessivamente, e al quarto minuto e quarantasei si aggiunge un fraseggio lisergico dai toni sinistri. Il finale vede un verso mostruoso effettato con riverberi, il quale muta in un suono roboante, perdendosi nell'etere; uan chiusura ammaliante e allo stesso tempo opprimente per un lavoro dove questo tipo di atmosfere dominano. Il testo prosegue con i temi delle violenze e gli orrori perpetrati nella guerra in nome di ideali patriottici falsi che nascondono interessi economici e di potere; lo sporco signore del maniero controlla il suo fetido regno, troppe notti passate a portare l'inferno hanno funzionato fin troppo bene. E' stato costruito un monumento alla negazione e all'eccesso, scendendo così in basso che adesso non c'è più dove poter scendere più in basso; se queste mura potessero parlare, racconterebbero una storia d'orrore, in un inverno senza fine con violenza e infedeltà, mentre ombre attraversano lastre rotte, parole sconsiderate piene di odio tengono tutto insieme, ma non lo fanno funzionare. "All the tongues here are forked, we are a hailstorm of broken glass, follow the path of least expectance, a huge stinking pile of sick, pile it higher and higher. Light the match, start the fire, level this place and take us with it - Tutte le lingue qui sono biforcute, siamo grandine con vetri rotti, segui la strada dell'aspettarti di meno, una grande quantità di malattia puzzolente, fanne un mucchio sempre più alto. Accendi il fiammifero, inizia il fuoco, radi al suolo questo luogo e portaci via con esso" prosegue il testo, mentre i dintorni sono irati, e l'alba porta solo dolore, il risentimento cresce sempre, e si ride sul patibolo, in una corsa verso il fallimento, con il pedale al massimo e addormentati al volante; siamo i fortunati, che danno il benvenuto a casa, con nervi avvelenati e antidoti di sangue, la violenza non è un'aberrazione, è la legge, mentre si muore più che pallidi. I pestaggi continueranno fino a che il morale altrui migliorerà, ma egli non odia, semplicemente ha bisogno di un nemico da strigliare, perché il rimorso è per i morti, il suo nemico; un testo che evoca gli atti che uscivano allo scoperto in quel periodo, perpetrati dai soldati americani nei confronti dei prigionieri, con torture terribili fatte in nome di una falsa giustizia, completando la sequenza dominante di testi incentrati sui varia spetti del conflitto in Iraq e sul lato oscuro della società americana.   

Conclusioni

Tirando le somme un passo avanti per i nostri, il quale non sconvolge certo nulla, ma affina le armi già a disposizione della band in nome di groove/metalcore fresco e veloce, fatto per creare una serie di brani da riproporre dal vivo tra head bagging e poghi serrati; la varietà non è forse grandissima, ma questi è un discorso comune al genere  preso in esame, il cui scopo non è certo quello di essere tecnico in chiave progressiva o complicato. I detrattori continueranno a rinfacciarlo alla band in modo perenne, mentre i fan entusiasti accetteranno di buon grado al cosa, desiderosi di ricevere quello che ricevono, ovvero pezzi diretti pieni di groove ossessivi e urla anarchiche; il lavoro di chitarra si fa sempre più presente e meglio articolato, mentre la batteria struttura il tutto senza mai toccare picchi eclettici, ma svolgendo il suo compito. Come anticipato Blythe migliora esponenzialmente, anche se non sarà mai un virtuoso, rafforzando il suo growl e le parti gridate, rendendole più convincenti; tutto sommato una summa che rappresenta l'apice del primo periodo della band, dove gli episodi precedenti davano le fondamenta di quanto qui viene realizzato, mantenendone gli elementi e implementandoli al meglio. Il debito verso Pantera, Machine Head, Fear Factory e Meshuggah è e sarà sempre presente, ma questo non deve far condannare la band, anche perché di certo non sono gli unici ad averlo; forse quindi non certo degli innovatori come alcuni critici entusiasti dell'epoca hanno fatto intendere, ma un gruppo onesto che cresce con la gavetta, deciso su cosa suonare e su come suonarlo. Chi si aspetta un brusco cambiamento verso altri lidi, rimarrà deluso, non certo per colpa dei nostri, chi invece già apprezza il gruppo e il genere troverà pane per i suoi denti, in uno dei migliori episodi della loro carriera; il successivo "Sacrament" sarà un continuo di quanto qui presentato, ma in chiave leggermente più commerciale e sicura, rappresentando un piccolo passo indietro rispetto ai criteri di crescita ed evoluzione. Inizierà una divisione anche tra chi finora era fan della band, qualcuno riterrà che abbiano perso quella carica che li faceva apprezzare, altri invece continueranno fedelmente a seguirli volendo la ripetizione dello stile già ottenuto; si usano alcuni elementi nuovi come la voce pulita, ma la performance di Blythe perde un po' dello smalto trovato, pur senza tornare ai livelli del debutto, mentre il songwriting ricalca quanto qui sentito con una produzione che perde qualsiasi traccia di mordente, troppo pulita. L'inizio di un periodo di mezzo non entusiasmante, il quale sarà seguito da una rinascita; ma questo è il futuro, e per ora la band ha pubblicato quello che è al momento il loro album migliore e con più riconoscimenti, il quale sotto la tutela della Epic Records li conferma come prime punte del nuovo metal americano, idoli di molti giovani fan e nome che comparirà sempre più in riviste e concerti. Continua quindi il nostro viaggio tra i temi sociali e politici e i ritmi groove in compagnia dei Lamb Of God, i quali hanno ancora diverse uscite da offrirci, in una storia segnata come vedremo anche da tragici fatti di cronaca; ma sopravvivere sembra una loro caratteristica, al quale li porterà fino al presente.        

1) Laid To Rest
2) Hourglass
3) Now You've Got Something To Die For
4) The Faded Line
5) Omerta
6) Blood Of The Scribe
7) One Gun
8) Break You
9) What I've Become
10) Ashes of the Wake
11) Remorse Is For The Dead
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