LAMB OF GOD

As The Palaces Burn

2003 - Prosthetic Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
28/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

2003: tornano gli americani Lamb Of God, con il loro secondo album "As The Palaces Burn - Mentre I Palazzi Bruciano", prodotto dal canadese Devin Townsend (Strapping Young Lad, Devin Townsend Project, etc.); i nostri, nati inizialmente come Burn The Priest salvo poi cambiare nome con il nuovo millennio, sono reduci da anni di tour a seguito del debutto "New American Gospel" (preceduto dal disco omonimo fatto con l'altro moniker, una sorta di "album perduto" ristampato poi più avanti), lavoro non certo perfetto, soprattutto se confrontato con quanto a venire, ma che fa conoscere la band da pubblico e stampa, futuro simbolo dell'allora esplodente corrente metalcore statunitense. Un suono molto spostato verso l'elemento core con vocals non sempre all'altezza ed una produzione altalenante, ed un songwriting a volte monotono e non maturo, caratterizzano il primo lavoro, ma ora con la seconda uscita si aggiusta il tiro, sia grazie al produttore d'eccezione, figura importante nel metal moderno, sia grazie all'esperienza accumulata dal vivo dalla band in questi anni; troviamo quindi un sound groove/metalcore ora più spostato verso il post-thrash e con parti mutuate dal melo death di scuola svedese (In Flames e At The Gates in primis), tendenze che inizieranno ora a prendere sempre più piede in suolo americano. Le vocals rimangono vomitate, ma ora in una maniera decisamente più positiva, mentre i riff si fanno più corposi  e tecnici, ora rocciosi, ora dissonanti alla Meshuggah, e il drumming si da a ritmiche ora dritte, ora claustrofobiche, anch'esso più presente grazie alla produzione. Non mancano anche in questo caso riferimenti al thrash americano (leggasi Slayer e Testament)  e al brutal death di scuola Suffocation, continuando quella commistione di generi tipica della nuova scuola; non tutto è rose e fiori, sopravvivono alcune imperfezioni a livello di struttura, e alcune ripetizioni nei modi, ma il miglioramento è innegabile, mostrando un gruppo capace di crescere con il tempo. La formazione riconferma John Campbell (basso), Chris Adler (batteria), Mark Morton (chitarra), Randy Blythe (voce) e Willie Adler (chitarra), la quale rimarrà costante negli anni; essi vengono ancora una volta acclamati dalla stampa, che ormai li vede come la risposta al morente nu metal, e il disco diventa album dell'anno per Revolver Magazine e Metalhammer, e naturalmente anche la risposta del pubblico sarà ottimale, lanciando definitivamente i nostri nel circuito dei nomi più importanti della scena metalcore. Questo li renderà naturalmente bersaglio di una folta schiera di puristi che odiano ferocemente il genere e chiunque lo rappresenti, i quali giureranno sempre più guerra alla band della Virginia; il nostro ruolo è come sempre quello di rimanere al di fuori di tutto ciò, e giudicare il prodotto musicale nei suoi meriti e difetti, e "As The Palace Burn" si attesta come un secondo album che mostra miglioramenti, e che merita di essere ascoltato dagli estimatori del genere. Non la loro ora migliore, ma neanche la peggiore, in un percorso tendenzialmente in salita, salvo una parte centrale poco convincente con un paio di album sottotono (ma di questo se ne parlerà in futuro); partiamo quindi con la nostra analisi del lavoro in questione, analizzandone musica e testi come per noi è consueto fare.

Ruin

Si parte con "Ruin - Rovinae con il suo trotto roccioso tempestato da piatti, il quale prosegue in loop taglienti; al quindicesimo secondo i suoni si fanno più serrati, con scale squillanti ripetute, mentre la ritmica rimane diretta e secca. Blythe interviene con le sue urla, in riverbero, mentre in sottofondo sale un effetto che collima in una serie di riff discordanti e acuti, sui quali parte un growl che si dimostra da subito decisamente meglio interpretato rispetto all'episodio precedente; tendenze post thrash più accentuate fanno capolino, giovando al suono della band, ora più robusto e variegato. Si aggiungono fraseggi elaborati, seguendo gli andamenti vocali sincopati; largo poi a strutture vorticanti segnate da bordate marziali ritmate e dal drumming cadenzato. Ci si dedica poi ad alternanze tra screaming e growl, mentre il suono si fa ancora più tagliente e caotico, in groove dissonanti dal grande effetto; al minuto e quarantadue una cesura distorta sottintende versi gutturali e arpeggi solenni, in un raccoglimento che trova sfogo nella ripresa del galoppo iniziale. S'instaurano assoli dalle note progressive, mentre la strumentazione dritta e concitata con giri in loop ossessivi; si arriva così ad aperture ieratiche con grida, drumming tempestato e chitarre squillanti, il quale collima al secondo minuto e quaranta. Qui una serie di rullanti tecnici segna una nuova sezione, strutturata con raffiche di chitarra come mitra e batteria contratta; essa si alterna poi a giri distorti, in un trotto supportato da rullanti di pedale; d'improvviso però si rallenta con bordate marziali e cantato di Blythe cupo, in un growl con le punte gridate, mentre le chitarre delineano con punte stridenti. Nel finale prendono posto suoni scordati in sottofondo, aumentando il caos ottenuto; questo fino alla presa di posizione da parte di effetti ambientali frastornanti, i quali poi portano al pezzo successivo. Un inizio di lavoro che mette in chiaro la direzione qui seguita, più ragionata e supportata da una produzione migliore; un metalcore che da più spazio alla componente metal, e vocals decisamente migliori rispetto a prima. Il testo è un attacco al potere e alla società, dove siamo dipendenti dal governo che ci tiene in silenzio e ci sfrutta; la conoscenza del fatto che cercare l'aiuto altrui significa all'omicidio di noi stessi è la risoluzione, la fine di ogni progresso, la morte dell'evoluzione, che fa sanguinare ogni traccia di vita. "Silence speeds the path to the streams of solace that run so few and narrow. Brooks that babble the sounds of torture - Il silenzio velocizza il percorso verso i flussi di conforto, che scorre poco e stretto. Ruscelli che balbettano il suono della tortura" prosegue il testo con immagini simboliche a volte di difficile comprensione, invitandoci a sorgere un giorno, per inondare le banche dei prescelti, nell'arte della rovina; si ripete poi il verso iniziale, dichiarando di seguito che ci mostrerà tutto quello che ha appreso, la paura, il dolore, l'odio, il potere. Un testo che non narra in modo logico, ma preferisce creare slogan fatti per essere gridati, e per darci suggestioni di rivoluzione e ribellione al sistema; il tutto si lega alle grida del cantato e ai movimenti violenti, scanditi come i ritornelli ripetuti, come una protesta in piazza. Qualcuno si esalterà, altri riterranno il tutto troppo adolescenziale e qualunquista, ma fatto sta che i Lamb Of God sanno creare un mondo tematico congeniale alla loro musica urbana e diretta; i fan gradiscono, e i nostri proseguono varie volte su questa strada, ereditata dalle loro radici hardcore.

As The Palaces Burn

La Title Track continua la dove terminava il brano precedente, lanciandosi in un riffing serrato segnato da doppia cassa e versi dal gusto thrash da parte di Blythe, aprendosi a giri squillanti che ne alternano il corso; il tutto è lanciato e diretto verso il ventottesimo secondo, dove si aprono sequenze dalle falcate discordanti e dal drumming ritmato. D'improvviso un assolo dalla melodia elaborata si staglia su batteria martellante e riff da battaglia, in una sequenza tesa che macina tutto sotto il suo passo; si riprende quindi con gli andamenti iniziali, i quali portano avanti l brano con giri rocciosi e ritmica diretta, delineata da alcuni rullanti. Al minuto e dieci intervengono muri di chitarra, sui quali Blythe interviene con una sorta di versione più maligna del cantato di scuola nu metal, lasciando poi posto a rullanti marziali di batteria; una parte in solitario cantata fa da stop, segnando al ripresa delle cavalcate vorticanti in doppia cassa, alternate ad impennate dalle melodie solenni, in un bell'andamento thrash ripetuto. Largo poi a giri squillanti, in un loop cadenzato che trascina con se il brano, e a cui si aggiungono poi versi in growl e alcune grida; ed è su queste note che si conclude il breve pezzo, segnando una tendenza che si ripete, ovvero quella di sfociare subito in una sequenza adrenalinica nel brano successivo, creando un continuo frenetico nel susseguirsi  degli episodi sonori che lo compongono. Qui non troviamo certo strutture complicate o suite elaborate, quello che interessa alla band è l'assalto costante, con l'intervento di elementi dissonanti e chitarre stridenti, mutuate dal suono moderno a cui sicuramente i nostri danno aderenza; non è forse la canzone migliore tra quelle presenti, ma anche qui i miglioramenti nell'esecuzione e nei suoni sono innegabili, mostrando come la maggiore esperienza, e lo zampino di Townsend, giovino decisamente al gruppo. Il testo  prosegue con I temi politici e sociali, toccando un argomento molto spinoso e scomodo in America: ovvero la politica estera degli U.S.A, basata spesso su ingerenze e conflitti (siamo in piena epoca Bush, dove il tema era presente praticamente in ogni gruppo di musica estrema). Le bestie hanno strozzato una generazione di idioti pacificati, mentre una nazione legata dalla cupidigia è schiavizzata come un mezzo per le corporazioni; siamo invitati a sorgere e smascherare le loro menzogne. Capirlo è un'ascesa in se stesso, verso il giorno della rivolta, mentre i semi che sono stati gettati crescono e la guerra ne nascerà, e per questo dobbiamo gioire, l'età della caduta è iniziata e noi danzeremo mentre il palazzo brucia; è un colpo di fucile nella faccia del tradimento, una giusta ricompensa, e i rivoluzionari non riposeranno fino a che la purificazione non sarà completa, e il governo otterrà quello che ha seminato, poiché la loro redenzione rimane nella loro sconfitta. "In such a world as this does one dare to think for himself? The paradox of power and peace will destroy itself - in un mondo come questo chi osa pensare da solo? Il paradosso del potere e della pace distruggerà se stesso" prosegue il testo, ripetendo poi le parole del secondo verso, ripresentando le visioni di ribellione; si continua quindi sulla linea tematica congeniale alla band e al suo giovane pubblico desideroso di rivolta contro il potere che sentono come opprimente.

Purified

"Purified - Purificato" inizia con un fraseggio dal gusto "alla Slayer", frammentato da alcuni rullanti e da piatti ritmati, il quale poi evolve in alcune marce rocciose dal movimento contratto, grazie all'intervento di giri a motosega e doppia cassa; al trentatreesimo secondo si parte con le vocals aggressive di Blythe, vicine a quelle del cantante dei Meshuggah come spesso accade,  mentre la strumentazione prosegue in un trotto incalzante segnato da punte di fraseggi squillanti. Il drumming segna l'andamento ritmico, tra blast e doppia cassa, ora trattenuta, ora lanciata; al cinquantacinquesimo secondo ci si lancia in sequenze claustrofobico giocate su falcate discordanti e meccaniche, sulle quali Blythe si da a versi dilatati. Largo poi a fraseggi severi supportati da bordate granitiche e piatti, mentre si evolve in note spezzate che riprendono la melodia precedente con effetto tecnico; al minuto e trentaquattro dopo un breve silenzio che fa da pausa si riprende con la corsa rocciosa, fatta di loop da tregenda e batteria serrata, segnata da rullanti ritmati. Riprendono quindi le sequenze discordanti, in montagne russe sonore dal grande impatto, alternate a parti più pestate e dirette in un gioco di richiami; al secondo minuto e sei parte un a solo squillante, il quale si sviluppa in scale progressive, mentre in sottofondo si sviluppano bordate marziali ripetute. Ritorniamo quindi ai riff circolari e ai piatti cadenzati, in una geometria sonora che trova risoluzione al secondo minuto e quarantuno; qui marce claustrofobiche di scuola Meshuggah si ripetono con riff contratti, in un'impennata costante che collima al secondo minuto e cinquantuno. Largo quindi ad un fraseggio greve, il quale prosegue tempestato da alcune bordate, prima di proseguire in un trotto  sul quale le vocals gutturali di Blythe e i giochi di rullanti e piatti hanno ultima sede; un finale sempre improvviso è quello dei pezzi dei nostri, ma qui abbiamo una struttura corrosiva interessante e più matura, che da ancora modo di osservare un songwriting più pensato. Certo, non parliamo di metal progressivo o follie aliene mathcore o djent, la base è un metalcore diretto, ma la band sa anche aprirsi a certe influenze, in modo da variare le cose; il risultato è una serie di groove frastornati e sequenze ritmiche di scuola post thrash, traendo a piene mani da un suono molto americano e senza fronzoli. Il testo è riferito, usando un elemento già presente nel debutto della band, a qualcuno che il cantante odia profondamente: potrebbe essere un ex amico, una ex fidanzata, o in chiave politica riferirsi a Bush (bersaglio continuo dei nostri e non solo all'epoca), ma quello che importa è la rabbia espressa, la quale domina il testo. Si chiede se la pestilenza dentro l'altro possa essere fatta uscire, e se sarà lui ad avere l'onore di eseguire questa amputazione; l'altro deve essere consapevole di essersi fatto un nemico, e per mostrargli il significato della dignità, il narratore non vive solo per il piacere di vederlo decadere lentamente. Gli si augura di sentire il dolore della vendetta mentre lo brucia, mentre presto conoscerà il silenzio; con mani tremanti implorerà perdono, ma il nostro non ne mostrerà. "Purified by my hand, In this my world, It is salvation - Purificato dalla mia mano, in questo mondo, vi è salvezza" prosegue il testo, mentre l'inutile esistenza del nemico volge al termine; un mantello di bugie cade, mettendo fine a tutto. Un testo semplice, pieno di rabbia e disprezzo, dove si invoca l'idea di una vendetta desiderata; esso è fatto per convogliare in parole la furia della musica, ben adattandosi ad essa nella sua semplicità e attacco.

11th Hour

"11th Hour - L'undicesima Ora" parte con un fraseggio sempre di scuola thrash, intervallato da rullanti; va detto che qui si mostra che, purtroppo e nonostante i miglioramenti, rimane ancora una certa tendenza a ripetere in più brani, anche vicini, modi e tendenze che appaiono a più riprese in tutto il disco, rendendolo un po' simile in certe parti; si prosegue così fino al sedicesimo secondo, dove parte una cavalcata con riff taglienti, batteria cadenzata e punte squillanti, la quale si lancia poi in trotto con suoni serrati e oscuri. Si crea un'alternanza tar i due movimenti, mentre Blythe interviene con le sue vocals aggressive ormai familiari; al cinquantaduesimo secondo parte il ritornello, segnato da piatti serrati e dissonanze squillanti in sottofondo, in un suono dai tratti post metal, ricco di evoluzioni di chitarra. Troviamo poi una sequenza dai fraseggi ariosi e malinconici, con vocals gracchianti, la quale riporta ad influenze melo death di stampo svedese, le quali incominciavano all'epoca ad essere molto in voga nel metalcore americano; intanto le melodie si fanno più grandiose, con giri dissonanti e parti cantate effettate, in un'orchestrazione drammatica che prosegue con alcune contrazioni segnate da chitarre in solitario, fino al secondo minuto e quindici. Qui prende forma una corsa in doppia cassa che non può non ricordarci gli In Flames, piena di fraseggi dalle note urgenti, sui quali la voce graffiante di Blythe ha pieno campo fino al secondo minuto e trentatré; largo qui a bordate marziali in una marcia rocciosa di stampo thrash, la quale evolve poi aggiungendo chitarre dissonanti alla The Dillinger Escape Plan. Si configura dunque una claustrofobia moderna dall'andamento schizzato, proseguendo quell'unione di suoni diversi, tipica del metal della band; non sorprendono quindi i galoppi thrash con blast e punte squillanti, i quali poi vanno ancora una volta ad unirsi a giri taglienti e dissonanti, in un finale caotico imponente, anche grazie ai colpi pesanti di cassa, il quale però non rinuncia in chiusura ad un ultimo fraseggio. Un pezzo con molta carne al fuoco, forse anche troppa, molto mutevole, il quale da modo comunque di mostrare le abilità acquisite dai vari componenti; cambi di tempo e direzione improvvisi, presenti anche prima, sono ora gestiti con più coerenza, e in modo meno casuale, anche se la sensazione di voler fare troppo e tutto subito a volte sopravvive. Il testo invoca la dipendenza, probabilmente dall'alcool, mostrata come una padrona di molti, ma che non appartiene a nessuno, associata anche alla figura della Morte; l'ora del riscatto e del disastro è vicina, il giorno del giudizio è stato qui e se n'è andato, mentre lei dolcemente ci trascina nelle sue braccia, un abbraccio liquido che scaccia il giorno, mentre siamo sedati, sordi, muti e stupidi, nella solitudine. Un giorno fatto di giudizio annebbiato viene carburato, mentre la s'implora di tenerci sotto le sue ali nere, ricordando le nostre parole e noi stessi; così dolcemente lei scaccia via il nostro tempo e ci trascina sempre di più vicini al sonno eterno, mentre giriamo la bottiglia e la baciamo. "The dark mistress of many, beholden to none, Slips a ring of needles around your arm in an engagement, Eternal engagement, Never consummated - Oscura padrona di molti, posseduta da nessuno, avvolgi un anello di aghi intorno al tuo braccio come segno di matrimonio, eterno matrimonio, mai consumato" prosegue il testo, implorandola ancora di prenderci sotto le sue ali e di ricordarci, chiamandola distruttrice dei sensi; è un bisogno contro il dolore, mentre un'altra grigia mattina arriva in un cielo color cenere, e la sua dolce diavolessa lo protegge, per sempre. E' l'oscura padrona di molti, appartenente a nessuno, il demone che lo protegge ancora e ancora, mentre rimane ancorato al gusto dell'auto distruzione; un testo poetico e nichilista, dove la dipendenza trascina verso un oblio agognato, come la morte che tutto cancella e da pace.

For Your Malice

"For Your Malice - Per La Tua Malizia" s'introduce con una chitarra greve, intervallata da punte circolari taglienti, in un ritmo meccanico ripetuto; al ventunesimo secondo dei rullanti introducono un fraseggio che ne riprende la melodia, seguito da riff rocciosi e vocals effettate avvolgenti ed aliene. Largo poi ad impennate con rullanti di pedale e doppia cassa, dove le chitarre a motosega si prodigano in loop assassini distorti; Blythe si da quindi ad un'interpretazione più aggressiva, accompagnato da un riffing serrato con arpeggi dilatati e squillanti in sottofondo. L'unione tra l'urgenza continua superficiale e i sottofondi dalla calma inquietante crea un buon gioco di contrasti, mostrandoci già uno degli episodi più riusciti di tutto l'album, capace di creare un'atmosfera veramente tesa; ci si apre di seguito a cavalcate dalle bordate taglienti e dal drumming ritmato, tra rullanti e piatti. Proseguono nuovi loop a motosega, segnati da doppia cassa, blast e rullanti; al minuto e cinquanta la locomotiva sonora rallenta in fraseggi squillanti scolpiti dalla batteria secca e da alcuni arpeggi grevi di basso. Si continua così, con un movimento contratto e trattenuto, che sviluppa le atmosfere claustrofobiche del brano; al secondo minuto e ventitré un verso in salire gutturale accompagna la doppia cassa e i giri tempestanti in una crescita caotica, al quale collima in una ripresa del riffing serrato, sempre caratterizzato da arpeggi spettrali in sottofondo, come un brusio statico. I toni rocciosi ci colpiscono in loop, mentre Blythe prosegue con i suoi versi aspri; largo poi a falcate thrash con rullanti, in una sequenza devastante. Essa sale d'intensità con un drumming sempre più martellante, creando un trotto lanciato che mette sotto tutto, deciso e risoluto; si tratta dell'ultima cavalcata, la quale si accompagna come sempre alle vocals in growl leggero del cantante, fino alla conclusione improvvisa. Un episodio intenso che mostra finalmente uno stile coerente, che non vaga troppo, ma che sa  offrire alcune sorprese; l'arte dell'equilibrio è difficile da apprendere, e ancora più da padroneggiare, ed essendo al secondo album non possiamo fare una grande colpa ai Lamb Of God se a volte sfugge loro, ma qui di sicuro s'imboccano sulla buona strada. Il testo ci riporta  a temi di rabbia e vendetta verso qualcuno che ci ha fatto del male e tradito; il narratore ci da il benvenuto nella sua realtà, chiedendoci se ogni volta assaporiamo solo noi stessi, e dichiarando questa come una canzone d'addio per noi cantata da lui. Egli strapperà le parole dalla nostra bocca, così che non potremo più nominarlo, rinchiuse e vendute, e non dobbiamo pensare che lo rivedremo mai più; "It'll come back three times, Once in the name of deceit, Twice for your malice, Three times when I take you away - Tornerà tutto tre volte, una volta in nome del tradimento, due volte per la tua malizia, tre volte quando ti porterò via" dichiara il ritornello, in un sogno ad occhi aperti di omicidio, anche se non sprecherà davvero il suo odio su di noi, e tutto ciò che dicevamo di non essere, ora ci definisce. Egli alza i tacchi e sputa apatia sul ponte che abbiamo bruciato, nutrendosi del suo stesso sangue si prosciugherà per dormire, e sorgerà dai morti per accoltellare questa bestia, con gli ultimi rimorsi che tiene con se;  viene quindi ripetuto ancora il ritornello, concludendo un altro testo semplice e diretto nel suo significato, dedicato alla vendetta contro chi ha tradito la fiducia del cantante. Può essere un'amicizia, una relazione, un rapporto lavorativo: quello che conta è l'esternazione di fantasie omicide; uno sfogo che come sempre si adatta alla musica furiosa e urbana del gruppo, con tematiche in cui il proprio pubblico si può ritrovare.

Boot Scraper

"Boot Scraper" ci accoglie con raffiche marziali e fraseggi oppressivi, dove Blythe è già presente con vocals taglienti tanto quanto al strumentazione; impossibile non pensare ancora una volta ai Meshuggah e alle loro claustrofobie sonore, spesso riprese dai nostri. Si arriva così al trentatreesimo secondo, dove un assolo squillante fa da cesura, alla quale si accompagnano rullanti in un'evoluzione che sfocia in un galoppata dai giri scordati, contratta e dissonante; largo poi alla ripresa delle bordate funeste, sottolineate da colpi secchi di batteria. Si crea dunque una locomotiva sonora dalle punte stridenti, in un'atmosfera serrata che ricorda sempre i già citati svedesi; al minuto quarantasette un impennata con rullanti anticipa una serie di dissonanze ritmate, le quali si susseguono con un riffing roccioso che le intermezza con le sue falcate. I piatti distribuiti segnano il passo, mentre il cantato prosegue caustico ed asciutto con geometrie squillanti; al secondo minuto e ventidue il tutto si fa più altisonante con scale scordate e parti in scream, tornando poi al growl basso precedente. Parte poi una serie di bordate da tregenda con un Blythe in pulito dai toni striscianti,  le quali avanzano marziali, mentre chitarre come seghe elettriche compaiono in sottofondo; si continua dopo un urlo squillante con l'andamento contratto dominatesi, seguito da fraseggi opprimenti e cantato sincopato. Al terzo minuto e ventisei s'instaurano giri disarmoniosi, in una dissonanza ripetuta segnata dai piatti e dai rullanti; ecco che assoli dalle note grevi si stagliano sui colpi continui, in una sezione severa ed evocativa, dalle scale vorticanti. Essa collima in una marcia alternata a impennate con grida, in un gioco dia alternanze dinamico che prosegue sempre ritmato (costante del pezzo che fa della contrazione la sua base); la claustrofobia impera, portandoci su queste note ossessive verso la conclusione improvvisa, segnata da un ultimo verso in growl di Blythe. L'originalità non è qui di casa, e se tutto è suonato in maniera ineccepibile, e anche vero che il plagio è dietro alla porta; meglio quando la band cerca di camminare con le proprie gambe e di offrire qualcosa di suo, pur magari con qualche ingenuità o strafacendo, piuttosto che seguire così ossessivamente quanto tracciato da altri. Come detto al canzone sia scolta, e piacerà non a caso in modo particolare a chi apprezza i Meshuggah, ma non rende molto onore al processo di propria crescita qui riscontrato; i detrattori trovano qui armi per criticare il gruppo per mancanza di originalità, accusa non sempre vera, ma in casi come questo non sempre falsa. Il testo tratta ancora una volta di temi sociali, riguardanti il potere e l'effetto sulle persone comuni, disperate; guardiamo l'uomo comune, fallito, mentre annega i suoi dispiaceri in un "unhappy hour", sporco e sudato con appena quello che serve per andare avanti. Ha calli sulle mani e nell'anima, indurito, un figlio di puttana, che raschia via nella macina della collina; è un mezzo per la fine, una dura fine per molti, mentre la morte e l'addomesticamento terminano con speranze spezzate, e non vediamo la mano dall'altra parte del guinzaglio. Viene invitato a mordere la mano che lo dissangua, e a gettarsi da solo un osso, perché nessun altro lo farà, perché il compromesso porta all'auto disprezzo, e i soldi sono l'escremento del lavoro; "And you don't get to keep shit, Except politics and power trips and a bad breath down your neck, I know, For I have toiled in the halls of the mighty, And not received a teardrop in a bucket - Non ti è permesso tenere un cazzo, tranne la politica e l'ebbrezza del potere, ed un cattivo fiato sul tuo collo. Lo so, perché ho faticato nelle stanze del potente, e non ho ricevuto neanche una lacrima in un secchio" prosegue feroce il testo, dichiarando che il mondo non gli deve niente, ma l'altro si, il quale sarà così ricurvo da morto, che dovranno avvitare il suo sedere nel terreno. Una vita si dispiega lentamente con nulla da mostrare, se non il suo tempo sprecato e la polvere, mentre mille bugie cadono sui timpani sconfitti e funerei delle masse;  si invita a sorgere oltre tutto questo, a prendere la propria vita, a guardarsi dentro e mordere, perché giorno per giorno la maschera soffoca la vita nostra, e non è questo il modo di vivere. Il tema centrale del disco è chiaro, un attacco alla società americana e al governo, invitando le masse a ribellarsi dal torpore in cui si trovano; la natura anti sistema dei nostri è forte, e trova qui pieno sfogo in testi che esprimono le idee del cantante, che non la manda certo a dire.

A Devil In God's Country

"A Devil In God's Country - Un Diavolo Nella Terra Di Dio" inizia con una serie di colpi di batteria, seguiti presto da un riffing discordante dal gusto meccanico, il quale avanza tagliente; ecco che interviene Blythe con dei versi  gutturali, sottolineati da alcuni rullanti da raccoglimento. Si continua ossessivi, mentre grevi giri di basso si fanno sentire in sottofondo, completando il loop reiterato dai toni squillanti; si arriva così al trentaduesimo secondo dove il cantante si lancia in una performance effettata, supportato da chitarre rocciose e punte stridenti, in un movimento contratto delineato da piatti. Il drumming si fa poi più tirato con doppia cassa e bordate granitiche, continuando in una cavalcata vorticante; largo poi a giri tellurici e severi, mentre si delinea il ritornello ritmato in growl. Seguono marce dai fraseggi immediati e dal basso ferroso, strutturate sulla batteria dai colpi secchi e dai rullanti di pedale, e alternato fa alcune scariche circolari; al minuto e ventitré le chitarre si fanno ancora più ariose e distorte, in un caos sonoro sul quale Blythe organizza il suo cantato sincopato. Largo a fraseggi taglienti poi, accompagnati dai rullanti, i quali esplodo in una cavalcata dalle punte squillanti, la quale prosegue esaltante riproponendo molti elementi già trovati; si aggiungono quindi parti serrate, inasprendo l'atmosfera, la quale collima inevitabilmente con una serie di falcate contratte dai toni marziali. Si prosegue su questa linea, con scariche nervose, sulle quali al secondo minuto e ventinove compaiono tastiere evocative e sinistre, completando il quadro sonoro, il quale per l'ennesima volta non è lontanissimo dall'ombra dei Meshuggah; Blythe torna con i suoi versi concitati, unendosi alle chitarre vorticanti in una conclusione serrata che segna l'epitaffio del pezzo, un'altra tirata claustrofobica dal sapore dissonante e djent. Non siamo ai livelli di copia raggiunti prima, grazie a certe sezioni più ariose, ma diciamo che la parte centrale del disco suona un po' come un tributo ai folli svedesi; il tutto comunque scorre granitico portando a compimento l'opera. Il testo si riferisce al tema del terrorismo sul suolo americano, molto concreto e sentito all'epoca e in parte anche oggi, guardando il tutto dal punto di vista di un terrorista; i suoi gesti non sono condonati, ma vengono espresse anche le ragioni dietro a questo fenomeno, legato al comportamento tutto tranne che pulito dell'America nelle terre del Terzo Mondo. Un soldato del profondo sud, del Terzo Mondo, la cui vendetta sarà veloce e terribile, dove molti moriranno; egli è la distanza tra due punti, dimenticato, un vuoto, il quale scava fosse, chiamandoci ironicamente fratelli. Egli ha un conto in sospeso, e una pelle sotto cui entrare (infiltrarsi) e una casa da distruggere; ha delle scadenze, quindi ha un lavoro da compiere. Aspro e santificato ci invita a chiamarlo come vogliamo; possiamo rimanere della nostra opinione, come fossero armi, ma al differenza è che le sue sono vere e sono cariche. "Taste the sting of your arrogance, Stuck in this screeching bitch called life, Drop the coins and send you to Charon - Assaggia il pungiglione della tua arroganza, incastrato nella stridente stronza chiamata vita, tira la moneta e mandati da Caronte" prosegue il testo, mentre lui è convinto che avrà la sua vendetta, in questa vita, o nella prossima; ha un pugno da dare, e una schiena da accoltellare, una testa da prendere a calci e una gola da tagliare.  Un lavoro da fare, duro e senza compromessi, mentre ci invita a farci da parte; altrimenti saremo i prossimi ad assaporare la sua ospitalità del sud, molto sarcasticamente. 

In Defense Of Our Good Name

"In Defense Of Our Good Name - In Difesa Del Nostro Buon Nome" parte con un suono caotico di chitarra basato su giri squillanti e rullanti di pedale, il quale presto prende velocità dopo un giro discordante con doppia cassa ritmata; al ventiquattresimo secondo Blythe interviene con i suoi toni rauchi, mentre in sottofondo si prodigano bordate rocciose e fraseggi dissonanti, segnati da colpi di piatti cadenzati e cimbali. Ecco che al quarantasettesimo secondo un fraseggio elaborato di scuola thrash avanza in una marcia con riff da tregenda, patendosi poi al drumming secco e ai ritornelli cavernosi; largo quindi alle falcate stridenti che avanzano ossessive, tempestate da interventi di blast tecnici. Si passa ancora al trotto preciso, dove il drumming asciutto si unisce a chitarre contrarre; un cimbalo segna il passaggio a nuove sezioni ritmate, giocate su un movimento contratto ripetutosi, segnato dai piatti e dai rullanti di pedale. Al secondo minuto e sei un fraseggio oscuro fa da cesura, sulla quale presto parte una marcia di rullanti, la quale sale sempre di più; inevitabile l'esplosione in una corsa melo death in doppia cassa, ricca di melodie squillanti ed introdotta da un verso gutturale di Blythe. Essa avanza concitata aprendosi a ritornelli feroci come sempre segnati dia piatti; troviamo poi costruzioni geometriche dalle chitarre veloci e dalla ritmica serrata. Un breve silenzio fa da cesura al terzo minuto e dieci, al quale segue una cavalcata da tregenda con giri vorticanti; ci si stabilizza dunque in un trotto familiare, il quale assume punte caotiche con bordate ariose e piatti, mentre naturalmente il cantato si mantiene cavernoso. Al terzo minuto e quarantaquattro un marcia fatta di rullanti e fraseggi dissonanti prende forma, lanciandosi poi in un finale adrenalinico; è quindi sulla velocità   dalle scale strizzate che si conclude il brano, lasciando gli ultimi secondi alle vocals cupe e ai rullanti di batteria. Un altro attacco tirato e ricco di momenti stridenti e contratti, il quale aggiunge alcuni elementi melo death, confermando però le tendenze già nominate, che dominano la parte centrale del disco; gli entusiasti non noteranno le ripetizioni, grazie comunque ad un esecuzione mai scadente, ma non si può negare una certa aria di dejà vu,  aspetto sul quale evidentemente i nostri devono ancora lavorare. Il testo racconta del sud degli Stai Uniti, da dove la band proviene, del suo passato macchiato dallo schiavismo, e del suo presente dove sopravvivono molti concetti erronei e luoghi comuni; tornato alla sua consolazione, dolce come una lonicera sulla lingua, il silenzio è una benedizione per le sue orecchie, che lo avvolge come la terra in cui un giorno giacerà. La metropoli è cattiva per l'anima, il cemento ruggente e l'acciaio ti ricoprono di sangue; possiamo quindi deridere la provincia, ma non è così male, e il narratore vuole tornare dove appartiene, e crogiolarsi nei fiumi. "I do not covet any man's life, I know my place all to well, One man's paradise is another man's living hell - Non agogno la vita di nessun uomo, conosco il mio posto fin troppo bene, Il paradiso di uno è l'inferno di un altro" prosegue il testo, ognuno ha il suo, e generazioni passate hanno fatto questo luogo il suo, e le radici sono profonde e forti, e le porta ovunque va; non ha mai voluto la nostra approvazione, la nostra accettazione, essere qualcosa di diverso da se stesso, e di stare in un altro luogo. Vuole essere portato nel sud est dove è legato, per parlare in difesa del loro buon nome, adagiato con i suoi simili, nel terreno della terra di Dio; si rivolterà a chi vorrà infangarlo con l'odio, arrendendosi a nessuno e mai strisciando in vergogna, e il passato grida ingiustizia nei venti notturni del sud, fruste, manette, catene, proiettili da moschetto, un'oscura storia mai dimenticata di cui rimangono concezioni errate.  Parla in nome del loro buon nome, e il sangue dei simili gli da assoluzione, mentre presto li raggiungerà nella terra del paese di Dio; ripete poi i versi precedenti, ribadendo la sua appartenenza al luogo e alla sua tradizione.

Blood Junkie

"Blood Junkie - Drogati Di Sangue" ci offre un' apertura con parti dissonanti segnate da colpi di batteria cadenzati e rullanti di pedale ossessivo; all'improvviso al diciottesimo secondo giri a motosega vengono sottintesi da piatti martellanti e vocals effettate grevi, proseguendo fino al trasmettessimo secondo. Qui un verso cupo in growl segna un'accelerazioni dei toni, ora più urgenti, la quale viene sconvolta da un grido seguito da alcuni riff ritmati; riprende quindi il suono claustrofobico, mutuato di seguito in una serie di fraseggi ad accordatura bassa, alternati a giri severi, in un movimento contratto e disorientante. Tornano quindi le pulsioni iniziali, sempre con vocals effettate dall'effetto narrativo, presto però violate dalla ripresa della marcia squillante dalle punte vorticanti e dal drumming giocato su piatti e rullanti improvvisi; si giunge così alla cesura del minuto e quarantasette,  dove un loop distorto si ripete in giri ipnotici, i quali si uniscono poi a riff rocciosi e granitici e  rullanti possenti. Si passa quindi ad una corsa thrash dalle raffiche continue, sottolineate da blast e intervallate da giochi ritmici di batteria e fraseggi squillanti; il registro poi cambia con marce serrate dove Blythe si da ad una rima brutale con vocals cupe e profonde, le quali proseguono con le loro scariche. Al secondo minuto e cinquantaquattro il tutto torna più contratto con strappi sonori ripetuti; si passa dunque ad una serie di riff spezzati, sui quali parte una sorta di cantato sincopato molto alla Rob Zombie. Un verso gutturale segna poi l'alternanza tra loop dissonanti e giri squillanti, mentre la batteria si diletta in piatti e rullanti di pedale; al terzo minuto e quarantacinque un fraseggio distorto prende piede con una melodia sinistra, in un'ottima intuizione che accompagna un trotto possente dai giri taglienti e dai rullanti e piatti ben presenti. Si termina con un'ultima marcia contratta fatta di growl cavernosi e bordate marziali, la quale si ripete segnata dai piatti  cadenzati; un episodio con molti elementi di metal moderno dalle varie estrazioni, il quale usa tutta una serie di cambi e sezioni per rendere il tutto disorientante e imprevedibile. Una buona dimostrazione del lato più tecnico dei nostri, qui non troppo noioso grazie ad una serie di accorgimenti ben implementati; come spesso accade con i gruppi metalcore, la presenza di melodie è fondamentale per completare un suono che, quando troppo asciutto, mostra alcune debolezze strutturali dovute ad elementi che si rifanno a suoni più brutali, ma che non ne ripetono l'intensità, rischiando di suonare un po' "ne carne ne pesce". Il testo tratta ancora del patriottismo e della politica estera americana, dove spesso il popolo viene esaltato da una propaganda che incita ad odiare il nemico; un uomo vano, uno sciacallo, fa finta di essere un'aquila, un opportunista, che affitta la lama,  la bomba, la pistola, in nome della giustizia per avvantaggiare il maiale (il governo). Nessuno prenderà la verità dalle mani del narratore, gli occhi non perdono mai l'attenzione, e le mani stringono fortemente l'orrore quotidiano, che è spiabile tramite una cortina di sangue; "Retribution or vengeance it matters not which, As long as the pig stays on top of the ladder of bone his father has built, Ashes to ashes to the dust, Eaten spiced with ambivalence - Retribuzione o vendetta non importa, fintanto che il porco rimane sulla scala di ossa che sua padre ha costruito, cenere alla cenere, fino alla polvere, divorato speziato con ambivalenza" continua il testo, mentre la nazione ingoia tutto, indebolita dal collo collettivo nel cappio, il commercio porta guerra, e la Jihad è da entrambe le parti, occhio per occhio, fuoco per fuoco, mentre la torre crolla e piove morte (riferimento ad una delle due Torri Gemelle). Questo non finirà mai, lasciati senza scelta dall'élite fiscale, mentre alti poteri mettono in azione la guerra; una gara a chi piscia più lontano per ciò che è sconosciuto, mentre rimasti a bancarotta moriamo tutti dentro, mentre coppie saltano mano nella mano alla loro morte. Avvolti in bugie e buttati in una discarica, nemmeno la merda servita con il cucchiaio li fa rivoltare in disgusto; bocche allargate sbadigliano per avere più abuso, e qualcuno ha bisogno di toccare il nido di vespe, il porco ascende mentre noi sprofondiamo, ridotti a misantropi che attendono la morte. Parole di denuncia sociale molto forti, che attaccano il governo, ma anche l'apatia del popolo, pronto ad accettare tutto in nome della nazione.

Vigil

"Vigil - Vigilia" è il finale del disco, nonché singolo che insieme al brano di apertura è stato trasformato in un video musicale; esso si apre con un arpeggio delicato dalle note progressive, il quale si fa sognante con effetti in studio. Si aggiungono giri di basso sommessi, in salire, dopo un colpo leggero di batteria, aumentando l'aspetto emotivo qui mostrato; al quarantaseiesimo secondo un verso gridato di Blythe segna il passaggio ad un riffing greve e lento, il quale avanza roccioso scolpito dalla batteria secca e ritmata. Si continua quindi con i suoi loop tetri in un brano insolitamente controllato, il quale avanza possente, mentre il cantato si da a grida asciutte e cupe; dopo alcuni rullanti si aprono fraseggi ariosi, sui quali Blythe si da ad uno screaming maligno (non troppo convincente, va detto) delimitato da alcuni giri grevi. Un ritornello dal buon impeto, anche grazie alle epocali melodie in sottofondo; un episodio dai suoni più maturi, forse il migliore di tutto il disco a livello di songwriting e personalità, il quale preferisce all'assalto snervante la costruzione di atmosfere algide ed oscure. Al secondo minuto e uno riprendono i fraseggi pesanti, dal sapore quasi stoner, i quali si ripetono coadiuvati dai piatti cadenzati e dai colpi di batteria precisi; il loro andamento viene ripreso da una marcia con riff rocciosi, interrotta poi da una digressione. Dopo quest'ultima partono montanti squillanti e frenetici intervallati da rullanti; inevitabile l'esplosione in un galoppo tirato dal drumming ben presente e dai loop reiterati; ci si sviluppa poi in raffiche decise dove le vocals taglienti di Blythe trovano casa, collimando infine in bordate geometriche ripetute, delineate da alcuni giri squillanti. Il caos avanza con un suono distorto e colpi sempre più pressanti, ma ecco che parte una marcia con rullanti e cavalcate di chitarra; al terzo minuto e quaranta ci si da a nuovi giri concitati, i quali lasciano il passo a frenetici fraseggi squillanti, sui quali si uniscono assoli vorticanti. Ma il tutto viene violato da falcate taglienti, le quali si promulgano tra rullanti di pedale e sezioni circolari; la conclusione repentina è lasciata  a bordate belliche ritmate segnate dai cimbali, mentre Blythe si da a versi altrettanto spezzati che en completano l'andamento, fino al silenzio. Un ottimo finale che mostra una faccia come detto più elaborata e convincente, facendo ancora di più ben sperare per il futuro, e facendo salire il punteggio positivo di un'opera con luci e ombre, ma che alla fine soddisfa, a patto di essere l'inizio di una crescita; la maggiore attenzione alle melodie e all'atmosfera è una carta vincente, anche grazie ad un suono più arioso al quale viene dato modo di respirare, invece di strozzarlo sempre in dissonanze che, quando ripetute senza un vero contraltare, finiscono per creare monotonia. Il testo prosegue sulla linea politica dominante, diretto senza mezzi termini contro il governo, e in modo particolare contro Bush; il volere del padre sarà compiuto, mentre l'importanza della vita è stata negata, ma il narratore non sarà una vittima, il padrone prende la malattia dei suoi servi, peggiorando, e il nostro si augura che lo ucciderà velocemente. Chiede sprezzante com'è essere corrosi dall'interno, mentre la vigilia brucia fino a che il fuoco conquista tutto, mentre il padre viene maledetto; il nome del padrone viene benedetto, e nulla sarà lo stesso. "Ask me why I hate, Why I've prayed to see the nation that I loved disintegrate, And gladly give my life, That revolution regenerates - Chiedimi perché odio, perché ho pregato di vedere una nazione che amavo disintegrarsi, la quale con piacere mi ha dato la mia vita che la rivoluzione rigenera" prosegue il testo, in onore di coloro che sono morti combattendo, per le generazioni anteriori alla sua gloria macchiata di sangue, egli viene rifiutato, negato, e sfidato a continuare; colpisci il pastore e le pecore scapperanno termina il testo, esplicitando al sua natura sovversiva e anarchica, non certo celata. Una chiusura in linea con altri testi del disco, che come molti dell'epoca viene incentrato sulla vita politica e sociale americana; l'attacco del 9/11 è ancora fresco, e viene usato dal governo per legittimare le sue azioni di guerra, le quali però portano vantaggi solo a lui.

Conclusioni

Un disco che alza insomma le quotazioni della band, che ora inizia a poco a poco a fare sul serio, anche grazie alla produzione del folle polistrumentista canadese; il suono si sposta verso coordinate saldamente più post thrash, coadiuvate da tendenze post rock, tra dissonanze e momenti geometrici, e parti di scuola melo death. Tutto questo in realtà non è un fenomeno insulare interno solo al gruppo; tutta la corrente metalcore incomincia sempre più ad inglobare queste tendenze, e i Lamb Of God sono sempre stati un indice dei modi di questo genere. Certo, non siamo di fronte ad un capolavoro, e alcuni difetti sopravvivono: l'uso reiterato tra brani vicini di inizi e conclusioni gestite secondo un certo schema, il vagare a volte troppo perdendo un po' il filo del discorso, vocals sicuramente più sobrie, ma a tratti ancora deboli, e un'attenzione per le atmosfere non sempre al centro dei pensieri dei nostri. Ma i miglioramenti ci sono rispetto al debutto, e sono inequivocabili, complice come detto anche la mano di Townsend, legati comunque in parte ad un gruppo che è stato in tour per due anni, in modo da affinare le proprie tecniche e l'affiatamento tra componenti; la risposta da parte di pubblico e stampa è ancora una volta buona, mentre i detrattori del metalcore post anni duemila hanno ora un nuovo bersaglio ben definito. Lanciatissimi, partecipano al Headbangers Ball Tour sponsorizzato da MTV (emittente musicale che all'epoca ancora si occupava di musica, e non di reality), evento che di sicuro ha messo ancora di più a contatto i nostri con il loro pubblico di riferimento, e finiscono sull'analoga compilation MTV2 Headbangers Ball in compagnia di colleghi quali DevilDriver, Killswitch Engage, Soilwork etc.; dal live ricavano il DVD "Terror and Hubris", con parti di esibizioni e documentari, il quale offrirà un supporto anche visivo, riscuotendo un discreto successo. Non più un nome poco conosciuto insomma, ma una realtà confermata della loro scena di riferimento; una scena che ormai ha preso il posto del nu metal come "metal commerciale" di riferimento, complice anche il ritorno  di due dei suoi ispiratori e padrini, ovvero Fear Factory e Machine Head. Un suono giovane che coniuga tendenze core che attirano i ragazzi di estrazione punk, ma che allo stesso tempo fa riferimento alla tradizione del thrash e coglie a piene mani da correnti parallele a cui simpatizzano lo stesso tipo di ascoltatori, melo death e djent in primis, ma anche mathcore e post rock/metal; sia il gruppo, sia la musica suonata, sono protagonisti di una fase in salire, e i nostri sembrano capirlo e voler battere il ferro finche è caldo. A solo un anno di distanza, passati sotto la Epic Records, pubblicheranno il loro terzo album "Ashes Of The Wake", il quale vedrà ospiti prestigiosi; esso aggiusterà ancora di più il tiro, improntando del tutto la carriera della band, ormai decollata e pronta a proseguire con lavori che entreranno nella discografia di ogni amante del metalcore. Niente grosse rivoluzioni o sconvolgimenti, semplicemente il gruppo imparerà a suonare sempre meglio ciò che ama, e il cantante migliorerà la sua performance; lunga quindi ancora la strada nella storia di uno dei simboli di un'epoca, il quale sopravvivrà a discapito di future tragedie, come avremo modo di vedere. Risorgiamo quindi dalle ceneri, e continuiamo con il suono frenetico dei Lamb Of God!

1) Ruin
2) As The Palaces Burn
3) Purified
4) 11th Hour
5) For Your Malice
6) Boot Scraper
7) A Devil In God's Country
8) In Defense Of Our Good Name
9) Blood Junkie
10) Vigil
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