LAKE OF TEARS

Ominous

2021 - AFM Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
11/03/2021
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Se ne erano perdute le tracce, svanite via tra la foschia del tempo, e poi ecco uno spiraglio di luce alla fine del 2019, quando si annunciava la ripresa dei lavori e la pubblicazione di nuovo materiale. Inaspettato, il ritorno della gothic metal band Lake Of Tears, anche se di un ritorno vero e proprio non si tratta, è più che altro un progetto solista del vocalist Daniel Brennare. Sbarazzatosi del resto dei componenti per mettersi in proprio, il musicista svedese si è isolato per scrivere e comporre in solitudine e per suonare ogni strumento, a parte la batteria, affidata all'ospite Christian Silver, che lo accompagna in questo percorso impervio e cupo. L'oscurità la fa da padrone anche nel nuovo sigillo, Ominous, "infausto", appunto, presentato con una copertina tenebrosa come l'animo del cantante, interamente nera, con mostri demoniaci che ricordano le inquietanti maschere dei medici di una volta, alle prese con malattie e virus che ricordano tanto la condizione mondiale odierna, alle prese con la pandemia da Covid. Di fronte ai demoni, piccolo e spaurito, un uomo, un astronauta, approdato su questa terra desolante e misteriosa, metafora del nostro IO. Non a caso, il tema portante di Ominous è il viaggio interiore, attraverso emozioni e paure che infestano, come fantasmi, la nostra società e l'uomo moderno. Brennare, prima di annunciare il nuovo album, ha lasciato numerosi post sui suoi canali social, scrivendo di situazioni bizzarre, anche abbastanza preoccupanti, derivate dalle sue condizioni di salute, a detta sua non proprio ottimali. Da questi stralci, disseminati qua e là nel corso degli anni, ha preso vita l'intero disco, che ne ricalca la forma introspettiva e depressiva.

Erano stati dati per dispersi, sciolti nel 2014, dopo il rilascio del live-album By The Black Sea, dopo il quale erano spariti dalla circolazione, improvvisamente, e invece, i Lake Of Tears sbucano dalle tenebre a dieci anni di distanza dal controverso Illwill, e lo fanno con un album diverso da tutto quello sperimentato prima in carriera ma che, in un certo qual modo, si può riagganciare ad album quali Black Brick Road e The Neonai, quest'ultimo però meno claustrofobico. Eh già, Ominous si riallaccia al percorso gothic rock, rinunciando al doom del debutto Greater Art e del capolavoro Headstones, alle vaghe reminiscenze prog di Forever Autumn e Crimson Cosmos, alla potenza di Moons And Mushrooms e alle accelerazioni black di Illwill. La band svedese decide ancora una volta di non seguire un percorso lineare, sorprendendo i suoi fans con un album che mescola rock duro e dark danzereccio, momenti riflessivi con altri più decisi, ma senza mai lasciarsi andare alla pura violenza metal. Un viaggio sonoro e iconografico negli abissi della depressione che era già intuibile con l'uscita del primo singolo, At The Destination, brano gothic rock il cui videoclip mostra un'astronave che solca l'universo, in cerca di altre forme di vita, e che si ricollega, liricamente e visivamente, al secondo singolo estratto, la decadente In Wait And In Warries, dove l'astronauta atterra su un pianeta spettrale e invaso da nubi. Se la prima canzone è un pezzo goth danzereccio, da ballare sulla pista di qualche disco-dark, la seconda appare molto più riflessiva e dall'andamento lentissimo che simboleggia lo spaesamento dell'uomo, appena atterrato in terra straniera.

La produzione, curata dalla AFM Records, è molto buona, anche se si percepisce un lavoro costruito in solitudine, in uno studio privato, tanto che i singoli strumenti hanno un suono quasi plastificato, difetto della quasi totalità delle produzioni contemporanee. Si sente che Ominous è un album solista, con il prode Daniel Brennare a fare tutto da solo, a gestire chitarre, basso, tastiere ed effetti sonori, persino lo strato psichedelico e le voci campionate che ogni tanto emergono nel corso del viaggio. A ricoprire il tutto, svetta la sua inconfondibile voce graffiante, che appare, fortunatamente, in forma smagliante, vero marchio di fabbrica dei Lake Of Tears, band camaleontica ed eterogenea. Forse, proprio per questa sua caratteristica, non è riuscita mai a imporsi sulla massa, restando nella nicchia, anche se un bel contributo alla scena gotica degli anni 90 lo ha dato, grazie alla pubblicazione di una manciata di album magnifici. Non resta, dunque, che salire sulla navicella spaziale e sondare i misteri del cosmo.

Velocità della luce.

Destinazione ignota.

At The Destination

L'attacco è minaccioso, di derivazione post punk, col basso in primo piano e un sostrato elettronico che ci trasporta in un universo sconosciuto. La voce modificata per dare l'immagine di un astronauta sperduto nel cosmo dà il via At The Destination, primo singolo dell'album, che altro non è che un pezzo dance-goth molto classico. Sin dalla sua pubblicazione, tale brano ha sollevato qualche discussione, ma anche interesse, per via della sua attitudine danzereccia, poco metallica, anche se i colpi della batteria pestano alla grande. I Lake Of Tears ci avevano lasciato dieci anni fa con l'album più potente e veloce, e ora si fanno rivedere in una forma stravolta, più leggera e anni 80, già sperimenta in un paio di album di inizio 2000. "5573 chiama stazione. C'è qualcuno? Sono giunto a destinazione, ma qui non c'è niente. Ho bisogno di una nuova direzione, mi sentite? 5573 chiama stazione". Il protagonista ci viene subito presentato, un astronauta degli spazi profondi che perde il controllo della sua navicella e si schianta su un mondo sconosciuto e misterioso. Così come possiamo vedere dal videoclip, girato in animazione grafica in bianco e nero, il mondo che ci appare è invaso da nubi grigiastre e polveri nere. L'ambientazione è spettrale, l'uomo sperduto nel nulla. Dovrà cavarsela da solo. Il brano accelera il ritmo, complice l'apporto di Silver dietro le pelli, nonché l'intervento delle chitarre e delle tastiere. "Faccio rapporto alla stazione di controllo, c'è qualcuno? Sono arrivato a destinazione, ma qui non c'è niente". Non c'è un vero ritornello, le liriche sono scarne, ma danno il senso di questo spaesamento. La solitudine del cosmonauta pervade ogni spazio. Ogni tanto, questi cerca di mettersi in contatto con la base, senza riuscirci. È solo contro il destino. Un singolo freddo, gelido, a ricalcare i sentimenti provati dal protagonista. Molti fans non apprezzano la svolta, ma dopo qualche ripetuto ascolto il pezzo cresce, rivelandosi nei suoi particolari, come nel caso dei violini nell'ultima fase e che fanno il verso a un album come Forever Autumn. Semplice ma d'impatto.

In Wait And In Warries

Il cosmonauta è atterrato indenne, ora deve cavarsela da solo, visto che non riesce a mettersi in contatto con la sua base. È notte, il buio avvolge tutto, e così attacca In Wait And In Warries, secondo singolo del disco, che inevitabilmente si riallaccia al primo, anche visivamente, visto il videoclip. Le cupe note di pianoforte ci aprono a un mondo intimo, poi interviene l'arpeggio della chitarra, davvero emozionante. Qui i toni cambiano, dalla dance del brano di apertura ora sentiamo un canto depressivo e solitario. "Sto aspettando qui fuori la brezza mattutina, la notte è stata lunga, ho respirato a fatica. Cerco qualcosa, ma non riesco a vedere nulla. Adesso dove sei? Ho bisogno di te. Ho bisogno di una parola in questa notte eterna, non ricordo più il suono della tua voce". La polvere toglie il respiro, la notte è fitta e gelida, il tutto è metafora di animo interiore, di emozioni sopite. Una lotta con se stessi, elaborata con maestria dal vocalist, che qui sospira cautamente, accompagnato dal leggiadro riff di chitarra acustica. "Come hai potuto lasciarmi venire qui da solo? Lasciami vagare in questo mondo di pietra. Distruggi i miei sogni e mi raffreddi le ossa. 5573 chiama stazione, il sistema sta fallendo. Questa sarà la mia ultima trasmissione, vi sto perdendo". L'uomo ripensa alla sua vita, al passato, ricorda qualcuno. Ora si sente solo, il panorama che ha davanti gli ricorda l'aridità dei suoi rapporti. L'andamento è costante, lento e velenoso, non ha evoluzione, si tratta solo di una lenta nenia. "Non c'è comunicazione, non ci sono segnali in arrivo, non c'è una nuova destinazione. Ma il mattino deve essere vicino" protesta l'astronauta, aspettando la luce solare. Ma la notte è lunga e spaventosa. La paura è fitta nelle ultime note e nella voce di Daniel.

Lost In A Moment

Sta sorgendo l'aurora, ma ancora la notte non lascia spazio al giorno. L'inquietudine conquista il cuore dell'uomo, ora timoroso, spaventato per il suo destino. Lost In A Moment è il brano più catartico del disco, una spirale doom avvitata su se stessa e introdotta dai tamburi che si fanno sempre più minacciosi. Poi giungono le chitarre, nel loro primo effettivo riff metal. "La notte è giovane, il sogno era forte. Il tempo era giusto, la notte era senza fine. Quando il mattino era arrivato con l'orizzonte rosso". L'uomo viene sorpreso dalle prime luci del giorno, deve essersi addormentato, deve aver sognato di tornare a casa. L'orizzonte è rosso, dirada le nebbie. Batteria e basso sono possenti, le tastiere sono pompose, donano anche un tocco epico al pezzo. "La notte è svanita, il sogno pure se ne sta andando via. La notte era luminosa, la luna chiara. Il momento è arrivato mentre il mattino si stava avvicinando". I toni poi si placano ancora, nella fase centrale, ma è interessante notare come anche in questo caso non ci sia un vero ritornello. Tutto procede linearmente, ripetutamente, allo stesso ritmo. "Il sogno che avevi fatto quando la notte era giovane deve proseguire, adesso indossa il casco, il conto alla rovescia è iniziato. La notte è finita, la luna si sta muovendo, rossa all'orizzonte. Il sogno ricomincia". Perduto in un istante, l'uomo deve fare i conti con se stesso, si guarda attorno, non vede nulla, non sente nulla, se non il sibilo del vento che rimbomba come cantilena antica, sospirando in modo inquietante. Si mette in marcia, andando a ispezionare i dintorni, scavalcando le rocce ammassate.

Ominous One

Il sole si erige sulla vallata desertica, ma non è luminoso, è una palla oscura, presagio di morte e di devastazione. Il brano più heavy incalza con Ominous One, che velocizza il ritmo, riportandoci i vecchi Lake Of Tears. "Sono il destino, l'oscurità e la malattia. Qui con la brezza mattutina, ho atteso che arrivasse questo momento, e il freddo sole nero. Sono il destino, il mio nome era già scritto nella notte, ma la notte è stata dimenticata. Nel primo mattino vengo con il sole nero". Nonostante la brevità del brano, una cavalcata gothic metal che colpisce al volto l'ascoltatore, ecco che fa capolino per la prima volta un refrain. Ed è anche un buon refrain, lode al sole nero, incarnazione di male interiore che divora le viscere, che stritola e soffoca. È la condizione del navigatore interstellare, ma più realisticamente è lo stato depressivo del musicista svedese, assalito dai suoi dubbi. "Ho aspettato che la mattina arrivasse da un eone e un anno, ma ora che sei qui, ogni minuto e ogni momento scompaiono. Io sono destino e disperazione, la voce dell'aria mattutina. Il giorno è appena iniziato". L'uomo ha atteso a lungo la luce del sole, e ora che è mattino le sue insicurezze non sono svanite, perché egli è disperazione. È in questo momento che si librano i demoni presenti in copertina, presagio di morte, perché in sottofondo emergono delle voci infernali. Il male contenuto nel cuore del protagonista è stato sprigionato, ora che è totalmente solo, in balia del suo stato d'animo.

Ominous Too

Una condizione dolorosa che si protrae in Ominous Too, traccia gemella, seppur dotata di coordinate stilistiche differenti. Il violino si impenna, poi viene raggiunto dalle tristi note di tastiere, e così, dalla pesantezza luciferina della precedente canzone, torniamo su territori morbidi e lenti, con una ballata claustrofobica. "C'è un motivo preciso per impazzire? Vieni a sentire, sono stato così ansioso di spiegare. Solo brilluccichii, alle spalle solo pietra e polvere. Quando non c'è più significato, non resta più nulla di luminoso. Il buio fa impazzire". La solitudine stritola l'uomo, il quale sente di impazzire. Il vuoto che ha attorno lo circonda, lo fa sentire ancora più depresso e insofferente. Alle sue spalle si ritrova un mondo in macerie, solo polvere e rovine. Solo buio. La luce è un lontano miraggio. "Avvicinati un po', ora i miei occhi sono vecchi, ma posso vedere che stai giù, sei diventato così piccolo e io sono qui per prenderti ogni singolo minuto. I minuti sono come ore, ogni ora è un anno, ogni secondo divento più forte, mentre la giornata si fa più fredda". Chissà a chi si riferisce, c'è una persona che ha lasciato sulla Terra, dalla quale si è separato prima della missione, ma che continua a tormentarlo. L'uomo rivede l'immagine della persona nella sabbia di questo mondo ignoto, ma potrebbe significare anche l'opposto, ovvero l'emergere dei suoi demoni, cresciuti a dismisura, a rivolgergli parola e a vederlo così piccolo e insignificante, come illustrato nella cover.

One Without Dreams

Un drumming deciso e un riff polveroso aprono One Without Dreams. "È così vicino che non riesco a respirare, so che la fine sta arrivando per me. Per un po' di tempo è stato chiaro, viene dall'atmosfera. La fine sta giungendo, è così buio che è difficile vedere nel passato, e cosa erano i sogni". Il riffing è subdolo, così come il basso, mefistofelico, per un andamento fatto di sali e scendi che cattura l'attenzione dell'ascoltatore fino a stordirlo. Forse, il brano manca di un ritornello efficace, seppur l'atmosfera decadente affascina e avvolge, riportandoci ai tempi di un album come Headstones. Un corpo lineare, senza colpi di scena, costituisce una traccia vagamente doom, ma quasi mai violenta, piuttosto controllata. "Ora che sono qui, ogni minuto e ogni momento sono spariti, la fine è arrivata col mio ultimo respiro. Fa così freddo, troppo freddo per muoversi. Sono congelato e sto a pezzi. Ho paura, mi sento vuoto, svanisco nell'atmosfera". L'uomo sente che sta per morire, è solo e senza aiuto, la trasmissione con la sua base è interrotta. Ha fame e ha freddo, sta congelando, gli mancano le forze. Come suggerisce il titolo, si tratta di un uomo che non ha più sogni né speranze di vita, che ha perso tutto. Non gli resta che attendere la fine, paralizzato in questa landa deserta. Non tornerà mai a casa, non rivedrà mai più i suoi cari. Affida i suoi sogni alle stelle e si lascia cadere. L'elettronica giunge nella fase finale, con un sibilo rettiliano che si protrae fino a sfociare nella seguente traccia.

The End Of This World

The End Of This World è la strumentale che prende origine dal precedente brano, recuperando la base elettronica. Il suono sembra rimettere in contatto il cosmonauta con la sua base, visto che quello che sentiamo assomiglia a una frequenza radio. Ma non c'è speranza, è solo un'illusione. La sezione ritmica si gonfia e accelera, Silver colpisce le pelli, la chitarra si inerpica con tenebrosi riff, voci infernali giungono dal sottosuolo, accompagnando il pungente rumore elettronico. È la fine del mondo, esterno e interno, il protagonista la sente scorrere nel suo fragile corpo, intorpidito dal freddo. Sta cedendo, assalito dai mali, stordito dal un silenzio inquietante.

Cosmic Sailor

E così si giunge alla fine del viaggio, quando il cosmonauta crolla a terra, divorato dalla depressione, schiacciato dai demoni della sua mente, perduto in un mondo lontano. Cosmic Sailor è l'ultimo canto, inno al suo coraggio, elegia alla sua terribile avventura. Ma mentre questi sta per lasciare la vita, ecco una inaspettata forza interna che si espande nei suoi organi. "Sono ancora qui e respiro, la mia percezione si sta espandendo, ma la visione sembra così strana, ci sono colori che ritornano. Tutto cambia mentre mi muovo. Attraverso la mattina, attraverso il grigio. Vago così, il segnale sta tornando". Respira ancora, è vivo, la trasmissione con la base sta tornando. Forse non è detta l'ultima parola, non tutto è perduto. Dentro di sé, l'uomo percepisce una strana forza, forse dovuta alla disperazione, forse legata a un qualche intervento divino. "In parole senza significato, il mio udito sembra si stia trasformando. Tutto svanisce mentre io mi muovo. Trascorre la mattina, il giorno si fa grigio e arriva la sera, uno spazio oscuro". È steso a terra, in fin di vita, intanto la notte è tornata, ma c'è ancora vita nel suo cuore. Il cosmonauta si trascina verso la navicella, forse si salverà. Il suo destino non è ancora segnato. Si tratta di un brano emozionale, con la bella voce di Brennare che colpisce l'udito e che sfuma nel silenzio. Poi la traccia riprende, dopo una pausa di qualche secondo, concludendo con una coda romantica e atmosferica basata su batteria e arpeggio di chitarra. Non sappiamo se l'uomo morirà su quel pianeta o se verrà salvato. Tutto si chiude nell'incertezza, proseguendo solo nella traccia bonus aggiunta al CD, molto più terrena rispetto alle altre in scaletta, nella quale ancora l'universo è l'ambiente predominante. Un universo che si sta polverizzando mentre la vita umana che scivola via negli anni.

Conclusioni

Terminato il viaggio misterioso verso terre ignote, l'astronauta giunge a destinazione, atterrato chissà dove. In effetti, Ominous non spiega bene la meta dell'uomo, sappiamo solo che, a un certo punto, la trasmissione con la base viene interrotta e lui si perde in un mondo spettrale, dove farà i conti con la solitudine, con se stesso e con i fantasmi che lo dominano. C'è qualcosa di sfuocato che non convince pienamente, né dal punto di vista musicale che lirico, Daniel Brennare scrive testi concisi, non proprio memorabili, restando sempre astratto e con passaggi fin troppo sempliciotti. Il tutto contornato da brani omogenei, che si amalgamo bene tra loro alternando ballate intime a brani d'impatto, per una scaletta compatta e diretta, ma che non ha veri picchi emotivi. Questa volta i Lake Of Tears confezionano un discreto lavoro gothic metal, anche se la parte metal è presente solo in maniera dosata, lasciando la maggior parte del disco relegata alla veste gothic rock alla Sisters Of Mercy, per intenderci, quindi molto anni 80, ma aggiornata al contesto contemporaneo grazie alla produzione precisa e moderna. Purtroppo si sente la mancanza di una vera band e i vari brani si muovono linearmente, senza scossoni o cambi di tempi.

All'intero di Ominous c'è comunque qualità, l'atmosfera astratta e cupa è avvolgente, così come la voce di Brennare, sempre emozionante, ma non c'è una traccia che risalti davvero. Insomma, si tratta di un viaggio piuttosto blando, che non rispecchia l'inquietante immagine in copertina, né i timori di un uomo perduto nello spazio, alle prese con le proprie paure. Facendo un paragone con un altro tassello della produzione della band svedese, in The Neonai, album dai toni elettronici simili a questo, pubblicato nel 2002 e accolto malamente, i pezzi che risaltano ci sono eccome, basti citare Return Of Ravens, The Shadowshires, Can Die No More o la ballata southern Solitude, piccoli gioielli sonori. Altra pasta rispetto a Ominous, nonostante le critiche che si è beccato a suo tempo, oggi abbondantemente rivalutato, per fortuna. Il fatto che i Lake Of Tears siano tornati tra noi è già un miracolo, dopo una pausa così lunga e un profondo silenzio, ma forse era lecito aspettarsi qualcosina in più, anche se in giro si leggono pareri entusiastici e recensioni che gridano al capolavoro. Seriamente, i lavori dei Lake Of Tears che contano sono altri, e non è una questione di potenza metallica, visto che un album intitolato Forever Autumn, intriso di psichedelia progressiva, non è che sia così potente, ma rappresenta uno degli apici in carriera. Certamente, questo Ominous risulta un disco godibile dall'inizio alla fine, costruito con esperienza e contenente ottimi spunti sparsi qua e là, come i passaggi vagamente doom di Lost In A Moment e Ominous One, che è anche il pezzo più heavy, oppure le parentesi che toccano una certa morbosità, udibili in In Wait And In Worries e One Without Dreams, fino a raggiungere i momenti più claustrofobici con Ominous Too, Cosmic Sailor e la strumentale The End Of This World. A chiudere l'album, inoltre, troviamo una bonus-track inserita solo nella versione CD ed estromessa da quella in LP; trattasi di una bella cantilena folk-dark (mi sia consentito il mix di generi) intitolata In Gloom, che mostra il lato più raffinato della band.

Dopo dieci anni i Lake Of Tears tornano in scena, lo fanno con esperienza e con un certo controllo, puntando una direzione precisa che può conquistare sia metallari che dark, in una miscela abbastanza convincente. Chi si aspetta un album alla Headstones o alla Crimson Cosmos resterà deluso, ma parliamo anche di album usciti venticinque anni fa, ed è normale che le cose cambino e che affrontino la loro trasformazione nel corso degli anni. La band svedese non rinnega il proprio passato, tanto che l'accostamento con Black Brick Road e The Neonai non è certamente fuori luogo. Si tratta di una mente, quella di Daniel Brennare, alle prese con i suoi disagi, i suoi problemi fisici, i suoi pensieri, e per questo, il nuovo album assume connotati raccolti in una dimensione interiore, da apprezzare durante i rigidi inverni, da ascoltare in un giorno di temporale. Un album per un viaggio cosmico verso le regioni più remote dell'universo, da affrontare rigorosamente in solitudine.

1) At The Destination
2) In Wait And In Warries
3) Lost In A Moment
4) Ominous One
5) Ominous Too
6) One Without Dreams
7) The End Of This World
8) Cosmic Sailor
correlati