LAKE OF TEARS

Headstones

1995 - Black Mark Production

A CURA DI
NIMA
22/11/2019
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9

Introduzione Recensione

Lake Of Tears. Il Lago Delle Lacrime. Un nome adeguato per una proposta musicale incasellata in un genere a cavallo tra gothic e doom metal, perfetto per dare forma a visioni melanconiche e decadenti. Alcune volte, come in questo caso, basta un semplice nome carico di evocatività, un monicker pregno di rimandi (in tal senso a scenari mesti e decadenti) per farsi un'idea preventiva su cosa aspettarsi inserendo il cd nel lettore. E infatti, come in altri sottogeneri della nostra tipologia musicale preferita (il metal), attraverso monickers abbastanza espliciti (vuoi che si faccia riferimento allo sci-fi, al potere, alla gloria; o alla decadenza, alla corruzione, all'oscurità) si sottende dove si voglia andare a parare, anche qui basta dare un'occhiata al suddetto nome per lasciar spalancare di fonte a noi un mondo. Un nome che è già di per se una garanzia. Lake Of Tears. Un gruppo, questo, artefice in venticinque anni (ossia a partire da due anni dopo alla propria formazione, avvenuta nel '92) di ben otto full lenght, tutti di buonissima caratura, con qualche evidente picco, come il gioiellino chiamato Headstones, che sarà l'oggetto della disamina di oggi. Un disco forte di ritmiche che non scivolano mai nel deprimente e nel lascivo (pur mantenendo una forte componente malinconica), al contrario di certi dischi partoriti da artisti incasellati nello stesso genere; e anzi, quanto messo in campo dai nostri risulta in molti frangenti possente, dotato di una grinta e di un'energia invidiabile (si prenda ad esempio l'opener A Foreigner Road, brano giostrato su ritmiche decisamente più doom che gotiche; e il doom non è di quelli scuri ed opprimenti ma pregni di una qualche reminiscenza heavy). Ma sto già iniziando a mettere "carne sul fuoco", quando prima, per onore di cronaca, sarebbe lecito offrire qualche doverosa info sulla band. I nostri si formano nel 1992 su iniziativa di Daniel Brennare, Jonas Eriksson, Michael Larsson e Johan Oudhuis, e il genere proposto è sin dagli esordi un metal gotico screziato di doom. Il loro album di esordio, intitolato Greater Art, viene pubblicato nel 1994 dalla Black Mark Production (la famosa etichetta fondata da Quorthon per pubblicare i dischi del progetto Bathory e gestita dal padre dopo la sua morte, nel 2004). Un'album, questo, all'insegna di un ottimo doom screziato dalla voce ruvida del singer Daniel Brennare. Il successo di pubblico e di critica arriva comunque solo con il loro secondo album, Headstones, pubblicato nel 1995 e impostato su una base doom in cui si palesano elementi più melodici e malinconici rispetto al pur validissimo predecessore. Un disco che, come sottolineato inizialmente, si forgia in più momenti di un sound grintoso ed arrembante, ma che non tralascia affatto una certa componente evocativa, indispensabile nel genere in questione (si prenda ad esempio un brano come Twilight, una perla dotata di un'introduzione tanto scura quanto immaginifica, e un flavour generale abbastanza brumoso e nel contempo emozionale; ma anche la mastodontica The Path Of The Gods - lunga ben oltre i tredici minuti - con una parte introduttiva che definire suggestiva è ben poca cosa, e un andamento generale che tramite un approccio doomeggiante sa calare egregiamente l'ascoltatore in determinate atmosfere). Dunque si parla di un disco sicuramente non monocorde, in cui il tutto risulta talmente ben giostrato da non prestare il fianco a grandi critiche negative. Una piccola gemma del genere, che pur meno ricordata rispetto ad altri lavori del periodo (salvo non essere metalheads un minimo ferrati in materia o appassionati del genere doom/gothic) non ha perso un'oncia di smalto nonostante il tempo passato (ventiquattro anni, e non sono pochi). Il che è già un piccolo miracolo. Certi dischi non escono indenni "dalla prova del tempo". Alcuni parti discografici con il passare degli anni risultano più o meno datati. Ma non è questo il caso: quando un disco ha in sé qualità e caratteristiche che lo elevano nettamente al di sopra della media, quando ha una sorta di aura capace di proteggerlo dall'erosione temporale stiamo pur sicuri che attraverserà il susseguirsi delle decadi senza riportare danni di alcun tipo. Come in questo caso. Ventiquattro anni e non sentirli. Un disco che conserva appieno tutta l'energia di quando è stato concepito, e a sentirlo, anzi, ad "ascoltarlo" (dato che ascoltare è ben più che sentire) potrebbe essere stato concepito ieri. Bene, detto questo - a dire il vero mi sono sbilanciato anche troppo, stavolta - direi di passare alla nostra consueta track by track.

A Foreign Road

Si inizia con A Foreign Road (Una Strada Straniera), brano di innegabile caratura che ben inaugura questo ottimo disco. La partenza è affidata ad un'introduzione forgiata su un riffing granitico, di chiara ascendenza doom. Dopo circa una trentina di secondi, in concomitanza con un cambio di ritmo (si scivola verso un frangente più dinamico e palesemente meno ossessivo della prima parte) subentra la voce, che ci narra di un uomo, non meglio specificato, che si incammina per una strada fosca, uno di quei sentieri dove sembrano camminare i dannati. L'uomo ha deciso di avventurarsi in questo luogo buio e tetro in attesa di farsi avvolgere dal suo lato oscuro. Questi ha deciso di lasciare spazio al suo lato malvagio nei suoi ultimi momenti di vita, e camminando la memoria gli suggerisce che la strada battuta e i sentieri ad essa adiacenti, sono percorsi che ha già fatto. E rimembra di aver già da tempo abbracciato una "fede antitetica", ossia possibilmente la fede verso il male, verso il signore delle tenebre, verso qualcosa di male accolto dalla società. Il cammino è dunque un percorso di autoconsapevolezza, dato che l'uomo è già passato da tempo al lato oscuro del proprio io. Il brano continua scortato da ritmi possenti assestato su tempi medi, fino ad aprirsi a spiragli più melodici (si veda il passaggio verso il minuto). L'andamento nel complesso si mantiene relativamente lineare, tutto giostrato su un heavy/doom granitico dall'incedere poderoso. Si hanno comunque sparute variazioni, come il cambio di tempo quasi allo scoccare dei due minuti, quando si passa dal mood arrembante udito sino a quel momento, ad un passaggio leggermente meno scattante e più ossessivo.

Raven Land

Si continua con l'ottima Raven Land (Terra Dei Corvi), che, successivamente ad un introduzione giostrata su un ricamo mesto di chitarra acustica, ci porta ad un frangente lievemente più energico (complice il subentrare della batteria), in cui entra in campo la voce del singer che ci introduce ad un testo tanto particolare quanto ombroso. Stavolta sono i corvi ad ergersi a figure dominanti, e l'elemento narrante si perde in digressioni sul loro essere. Invita a riflettere sulla loro natura, su cosa nascondono i loro cuori, e, rivolgendosi a una qualche figura non meglio specificata (che potrebbe essere l'ascoltatore stesso), domanda se abbia mai sentito le grida di un corvo quando questi muore. Il resto scivola in disquisizioni pregne di un nero surrealismo: "I corvi morti ti prenderanno l'anima e il cuore" recita un passaggio, che continua con l'emblematica frase "Nessuna fiamma brucerà con i corvi neri", quasi a sottendere una natura oscura/trascendentale dei suddetti volatili. E si arriva a parti che paragonano la terra dei corvi alla terra dei morti, in uno strano binomio che sembra raffigurare i corvi come degli psychopompos. Il brano prosegue su tessiture vagamente "atmosferiche", con il synth relegato a pennellare scenari eterei e la batteria a donare un vago surplus di energia. Oltrepassato il minuto e trenta il brano si fa decisamente più fragoroso, assestandosi su partiture doom potenti e melodiche al contempo, e superati i due minuti il brano ritrae la componente energica per sfoggiare di nuovo quella tendenzialmente atmosferica (per inciso, quanto sentito nelle prime battute grazie al lavoro del synth e della batteria). Contemporaneamente il singer continua a crogiolarsi con la sua voce aspra su un tappeto ritmico decisamente evocativo lasciandosi cullare dal suddetto pattern musicale. Infine, il brano torna su frangenti ancora una volta energici e melodici, prima di una parte strumentale giostrata su un guitar work pregno di epos, struggente nel suo incedere. E di nuovo, verso la coda finale, siamo deliziati da un ulteriore passaggio melodico del tutto simile a quello sentito nei primi istanti.

Dreamdemons

Dreamdemons (Demoni Dei Sogni) è inaugurata da un riffing energico sul quale si adagia immediatamente la voce di Brennare, che stavolta mette in campo una narrazione incentrata su una "demoniaca persecuzione". La voce narrante, che da subito si configura come una personalità maligna, intima a una qualche figura di rimanere a casa, di non allontanarsi dal luogo in cui vive, perché potrebbe rimanere intrappolata nella sua ira. Questi potrebbe mandare i suoi demoni a perseguitarlo, e sarebbe molto difficile per lui nascondersi. Ma anche rimanendo in casa, sbarrando porte e finestre, la possibilità di salvarsi sarebbe decisamente blanda. E si intuisce, nella parte finale, che l'uomo prefigurato come elemento diabolico in realtà è stato vittima del secondo elemento (il "perseguitato") che gli ha rubato l'anima, trasformandolo in una specie di dannato. Dunque l'uomo perseguitato sarebbe effettivamente la figura antagonista del brano, e il "persecutore" una vittima. Il brano, nel mentre, continua a contorcersi su partiture doomeggianti che in breve scivolano in un frangente melodico e molto catchy. Oltrepassato il minuto il brano si assesta nuovamente sulle partiture doom già sciorinate inizialmente, accompagnando con fragore la voce aspra del singer. Questo per un frangente alquanto breve, considerando che al minuto e venti si scivola di nuovo in un passaggio decisamente melodico memore di quanto ascoltato in precedenza.

Sweetwater

Sweetwater (Acqua Dolce) prende il via con un riffing monolitico, il cui retaggio doom è assolutamente evidente. Dopo una decina di secondi si inserisce la voce di Brennaire, che ci introduce ad un testo pregno di struggente poesia. Il protagonista, voce narrante, si rivolge ad una persona, che intendiamo essere la sua amata, e le chiede di portarlo dove scorre l'acqua dolce, dove soffiano i venti di primavera. Questi chiude gli occhi e si rende conto che in quel momento non vi è il male attorno a loro. Ci sono solo loro due, immersi in un'atmosfera da sogno, circondati dalla pace e dalla completa beatitudine. Ma poi il protagonista apre gli occhi, e si rende conto che questa è solo una fantasia. Che attorno a lui vi sono solo le tenebre. Che è solo, e quel dolce sogno d'amore è destinato a rimanere un sogno. Intanto sullo sfondo gli strumenti pennellano un pattern sicuramente possente, ma stemperato dalla voce aspra ma suadente del singer. Questa contribuisce a rendere tale parte decisamente meno "monolitica" concedendo all'ascoltatore un sussulto melodico. Verso il trentesimo secondo il tutto si stempera in un passaggio "atmosferico" sicuramente evocativo, di gran pregio. La voce passa da un impostazione energica a una più lamentosa e mesta. Di seguito, complice l'ingresso di un roboante riff di chitarra, il brano torna a screziarsi di energia, senza accantonare comunque la sua anima melodica. A rendere il tutto ancora più gustoso ci pensa un gustoso passaggio strumentale graziato da un guitar work estremamente pregevole, vagamente malinconico. La texture torna "atmosferica" verso i due minuti e dieci, ancora una volta arricchita dalla voce lamentosa del singer, stabilizzandosi entro queste coordinate per una cinquantina di secondi, prima di scivolare nuovamente in un passaggio possente e melodico, simile a quello tratteggiato ad inizio brano.

Life's But A Dream

Si prosegue con la quinta track, Life's But A Dream (La Vita è Tutto Tranne Un Sogno), interamente strumentale, che prende il via con una voce pesantemente alterata, quasi infera, semi confusa in uno sfondo rumoristico e ribollente. Tale voce si protrae per tutta la durata del brano, mentre lo sfondo viene tratteggiato con note quasi ambient. L'atmosfera è scurissima, claustrofobica, decadente, tanto da immergerci in pochissimo tempo in un'ambientazione da incubo. Il brano è decisamente corto (1 minuto e 25), ma non importa: nella sua stringatezza compie l'egregio ruolo di spezzare in due il disco fungendo da interludio. Un preambolo per una ipotetica seconda parte decisamente riuscita, tanto quanto la prima. Il fatto di essere estremamente corto, considerando che il senso musicale del brano è ridotto quasi a zero, è un pregio: basta poco, sapendo manipolare le giuste atmosfere, per creare un oggetto scuro ed indefinibile, esattamente come avvenuto in questo caso. Quindi, pur essenso poco più di un semi-divertissement, in realtà è da lodare data la sua capacità di emanare oscure sensazioni.

Headstones

Headstones (Lapidi), la title track, è inaugurata da un suono di campane, succeduto da un ricamo triste di chitarra, parecchio evocativo. Questo viene raggiunto verso il minuto da sparuti rintocchi di batteria, e venti secondi dopo dalla voce, che ci porta in una sorta di racconto ove sono le voci dei defunti a farla da padrone. Il protagonista si trova su di una collina e percepisce gli spiriti, le voci dei defunti, immaginandoli intenti a danzare attorno ad un fuoco. Sono le voci provenienti dalle tombe disseminate "oltre la foresta di lucciole", le voci di coloro che si muovono silenziosamente attorno a noi. I morti che vogliono ancora cercare di comunicare con i vivi, e che in questo caso tentano di parlare al protagonista, e, immersi nella loro danza, sussurrano con voce flebile il suo nome. In concomitanza il brano continua il suo incedere mesto e riflessivo, trainato da un delicato lavoro di chitarra e da una batteria decisamente dosata. Pochi sono i sussulti, le variazioni sostanziali, e tutto sembra procedere in maniera molto lineare sulla scorta di trame molto malinconiche e pacate. Verso i tre minuti e trenta il brano si arricchisce di un frangente strumentale fregiato da un pregevolissimo lavoro di chitarra acustica in cui si condensa piacevolmente tutto il senso di tristezza del brano. Terminato il suddetto frangente il brano si riassesta su territori già battuti in precedenza, con la chitarra acustica relegata a tratteggiare scenari mesti e malinconici, e una batteria dosatissima quasi per non rompere quel indecifrabile senso di delicatezza.

Twilight

La seguente Twilight (Crepuscolo) consta nelle prime battute di un riffing granitico, poderoso, ancora una volta di chiara matrice doom. Verso il quarantesimo secondo subentra la voce, effettata e spettrale, che ci porta a un testo carico di poesia. Stavolta il protagonista, rimirando la luna - capace di ipnotizzare "con il suo sguardo" - riflette sulla brevità del tempo, sulla natura effimera delle cose. E si lascia andare a vezzi poetici come "La notte si chiude sulla tua strada" ed altre frasi, tanto simboliche quanto colme di malinconia ("Crepuscolo piangente, lacrime d'argento che piangi/ i semi della luce delle stelle trasformano il giorno in notte"). Il personaggio è consapevole della transitorietà dell'uomo in questa valle di lacrime, e non può fare a meno di struggersi per tale ineffabile condizione. Nel contempo gli strumenti pennellano scenari roboanti a fare da contraltare alla voce: si impone un riffing monolitico, spento, tinto di colori grigiastri e opachi. La struttura si assesta così su un mood destinato a sottrarsi a grandi variazioni. Tutto procede in maniera parecchio lineare, ma data la capacità dei nostri di comunicare grandi emozioni senza fare particolari acrobazie, il tutto sembra funzionare a dovere. Un brano tutto sommato semplice ma estremamente gradevole, in cui il senso di spleen è comunicato attraverso una lodevole, sincera semplicità.

Burn Fire Burn

Burn Fire Burn (Brucia Fuoco Brucia), l'ottava traccia, parte da subito su ritmi arrembanti con un lavoro di chitarra molto melodico e catchy. Appena dopo il decimo secondo si inserisce la voce, che inizia a tratteggiare scenari fantasy, in cui fanno capolino dei personaggi che vorrebbero definire la propria supremazia distruggendo i nemici con il fuoco. L'intreccio è molto semplice, giostrato su pochissimi concetti di base: nelle lande in cui si trovano gli elementi cardine del brano tutto brucia, le fiamme divampano incessanti, e questi ne godono. Smaniano dalla voglia di raggiungere i loro nemici e arderli vivi; "fiamme su Faerun" recita un passaggio, cosa che ci fa comprendere che si parla del continente immaginario di Dungeons and Dragons (quindi la base presa a modello è quella dei RPG). I nostri, si evince alla fine, riescono nella loro impresa, e non possono fare a meno di goderne. Il brano prosegue su territori incalzanti trainato da una sezione ritmica in gran spolvero: il brano si mantiene mediamente dinamico pur non rinnegando la propria appartenenza al genere (heavy)doom. Un nuovo riff si inserisce al trentottesimo secondo a decretare una maggiore varietà nell'andamento del brano. Verso il minuto un piccolo stop permette al brano di riassestarsi sulle proprie coordinate principali (ossia relative al pattern già sciorinato nelle prime battute). La texture rimane mediamente veloce, ossessiva, fragorosa nel suo incedere. Oltrepassati i due minuti ci si imbatte in un passaggio strumentale che, ricalcando la tessitura di base, nulla aggiunge in fatto di variazioni o novità. A quasi due minuti e cinquanta si ritorna in seno al pattern portante, come sempre parecchio incalzante. Il brano si fa notare per una notevole linearità, cosa pregevole in questo caso perché la mancanza di particolari variazioni non coincide con il fattore noia, e, anzi rende il tutto particolarmente focalizzato e poco dispersivo. Un brano, come ripeto, più incline a un certo heavy doom che al doom gothic nel quale si incasella normalmente la band. 

The Path Of The Gods (Upon The Highest Mountain, Part 2)

La conclusiva The Path Of The Gods (Upon The Highest Mountain, Part 2) (Il Sentiero Degli Dei - Sopra La Più Alta Montagna) prende il via con un frangente estremamente soffuso, in cui si da spazio ad una componente decisamente "atmosferica". La chitarra e i synth tratteggiano scenari mesti pregni di un innegabile splendore, capaci in breve di traghettarci verso mondi lontani. Verso il cinquantesimo secondo subentra la voce, recitata. Stavolta questa inizia a declamare versi di gloria perduta, di reami abbandonati che vorrebbero essere nuovamente riconquistati. Il protagonista del brano, una volta un monarca, sogna le montagne dove imperava incontrastato: un reame che si estendeva, oltre che nelle sue amate montagne, anche in ampi spazi limitrofi, in "regni esterni", come li definisce. Decide quindi di incamminarsi verso quei territori che una volta gli appartenevano. Incontra il padre, che non rivede da tempi immemori, il quale lo saluta sottolineando che ha "aspettato a lungo il ritorno del re". Dunque intraprende un cammino, scalando tali montagne sino alla vetta e camminando tra le nuvole, sino a raggiungere i "regni esterni". E rimira la bellezza di quanto era celato ormai da tempo al suo sguardo, di tutto quello che aveva lasciato da parte nel suo esilio. Guardando oltre i campi di fiori selvatici, oltre le nuvole sanguigne, può rimirare l'immensità di quel mondo lontano. E, mentre viene sollazzato dal canto di cori fatati, una voce lo ammonisce dicendo che pur essendo un pellegrino, un viandante, tutti questi regni gli appartengono. Tornando alla parte prettamente musicale, a seguito di un primo frangente decisamente soffuso ed evanescente, si arriva presto ad una nuova parte leggermente più energica, in cui il surplus di energia è donato da rintocchi ben più decisi della batteria. Il pattern di base rimane praticamente inalterato, ma gli accenti di batteria contribuiscono ad alimentarne il vigore. A due minuti circa fa capolino un riffing doomeggiante dall'incedere possente, che dopo un primo breve momento interamente strumentale, viene addizionato alla voce: il riffing procede mastodontico nella sua possente marcia, mentre la voce si staglia con fare sprezzante in questo cupo frangente. Verso i quattro minuti e mezzo la marcia spossante sembra essersi ormai esaurita, lasciando spazio ad un frangente parecchio cupo ma lontano dall'incedere sincopato di quanto udito in precedenza. Un frangente logoro, sfatto, gestito su accordi dilatati e metallici di chitarra. Il tutto assume la veste di una nera cappa, cupa ed avvolgente. Di un sudario pronto ad avvolgere l'incauto ascoltatore. Spire brumose che tratteggiano atmosfere asfittiche. Ai cinque minuti e quaranta circa il sound si assottiglia, diviene più etereo, evanescente, impalpabile. La voce si erge mesta in una tessitura ormai ai limiti del viaggio psicotropo di una mente ibernata, poi ancora siamo deliziati da un passaggio doom gargantuesco il cui incedere pachidermico sembra irrorare nuova energia al brano. Si continua così fondamentalmente sino alla fine, dato che non vi sono ulteriori cambiamenti ritmici e/o umorali degni di nota. Un brano questo, che pur nella sua lunghezza (con i suoi quasi tredici minuti e mezzo è decisamente il brano più lungo del lotto) non ha cali di tensione, anzi, si può incoronare tranquillamente come uno dei pezzi migliori del platter.

Conclusioni

Arriviamo così alla fine di questo Headstones e, come di consueto, alle nostre considerazioni finali. Una tappa obbligata in cui spendere ancora qualche parola sul lavoro in questione, che, non si fosse capito dalle parole spese sino ad ora, risulta essere un piccolo gioiello non solo nel suo ambito (il gothic/doom) ma in generale nel genere metal. E in effetti, dovendo consigliare il disco, non avrei remore nel suggerirlo in generale a qualsiasi cultore della musica pesante, considerando che il "buon metal" ha pochi confini. Poi è chiaro: vi sono i fanatici del power, così come quelli del black o del death, ma generalmente il metallaro è un musicomane privo di paraocchi, dunque pur mettendo su un piedistallo il proprio sottogenere preferito non è strano che vada ad ascoltare, anche solo per curiosità, qualche prodotto che ha poca affinità con il "proprio ambito". In questo caso poi, dare un ascolto a un disco simile, significa immergersi nelle pieghe di un prodotto capace veramente di coinvolgere, di appassionare. Un disco ben suonato, ben cantato, con un lotto di brani (nove, interludio incluso) decisamente perfetti. Una piccola opera d'arte, insomma, di quelle non facili da trovare. Come dicevo poc'anzi, nella musica e nel cantato tutto funziona: il gruppo risulta molto affiatato, e capace di tirare fuori pezzi assolutamente strabilianti. Pezzi in cui talvolta è preponderante una certa componente atmosferica, e in altri casi prende il sopravvento un mood più duro e muscolare. In questi ultimi casi - e l'ho specificato a più riprese - i brani assumono connotati maggiormente heavy/doom piuttosto che rimanere incasellati nella nicchia del gothic/doom. E, nonostante questa alternanza, il disco risulta comunque molto "omogeneo", dato che il contenuto non sfora assolutamente aldilà del gothic/doom-heavy/doom. Tutto risulta ben amalgamato e non solo credibile, ma addirittura esaltante. E sottolineo quest'ultimo termine, esaltante, dato che i brani sono stati chiaramente dati alla luce in un momento di abbagliante ispirazione. Quest'ultima componente, si sa, o c'è o non c'è. E si percepisce se un determinato prodotto è stato baciato Euterpe (musa della Musica) o meno: molti prodotti, che siano essi suonati male (e non è questo il caso) o divinamente, se "ispirati" risultano avere ben oltre quella famosa "marcia in più". Per inciso, si pensi a certi capolavori del black metal in cui il virtuosismo è totalmente esente; quelli sono lavori a tutti gli effetti ispirati. E questo solo per citare dei casi "estremi" (non poteva essere altrimenti dato che il black rientra nel novero della musica estrema). Qui, pur con tutte le differenze possibili e immaginabili (in questo caso abbiamo dei signori musicisti e un cantante estremamente bravo ed espressivo) la componente in questione è innegbilmente presente. E questo, unito al fatto di avere pezzi ben suonati e ben cantati, ha giocato un ruolo indispensabile nella piena riuscita di un disco che non si fatica ad annoverare tra i capolavori di una certa tipologia di metal. A coronare tutto questo ben di dio abbiamo anche dei testi decisamente buoni e se possibile abbastanza vari: testi che passano dallo spleen esistenzialista ("Twilight"), a intrecci di natura fantasy ("The Path of the Gods (Upon the Highest Mountain, Part 2)", "Burn Fire Burn"), all'horror ("Dreamdemons"), e, nonostante la varietà di temi, non danno minimamente l'idea di trovarsi di fronte a un carnascialesco minestrone. Piuttosto la sensazione è che i nostri abbiano voluto dare forma a visioni particolarmente eterogenee magnificandole con la loro sublime musica. Spesso non sono incline a dischi tematicamente "troppo" variegati, ma in questo caso mi preme dire che non si assiste ad alcuna forzatura. Anche perchè vi sono tematiche diverse, ma che senza neanche troppa fantasia si sposano egregiamente tra loro. Quindi, per concludere, siamo di fronte ad un lavoro di innegabile caratura, e sarebbe impossibile per il sottoscritto non promuoverlo. Se ancora non lo avete ascoltato vi invito a farlo. Sono sicuro che non rimarrete delusi.

1) A Foreign Road
2) Raven Land
3) Dreamdemons
4) Sweetwater
5) Life's But A Dream
6) Headstones
7) Twilight
8) Burn Fire Burn
9) The Path Of The Gods (Upon The Highest Mountain, Part 2)