LACUNA COIL

Unleashed Memories

2001 - Century Media

A CURA DI
MATTEO PASINI
27/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Il famoso detto recita: non c'è due senza tre? e il quarto vien da sé! E così infatti i Lacuna Coil, nel pieno della loro verve artistico-creativa, presentano al grande pubblico nel 2001 (un anno che poi si rivelerà tragico per l'attentato alle Twin Towers dell' 11 Settembre e la conseguente e definitiva spaccatura fra Occidente e molti Stati Islamici, che porterà ad un escalation di conflitti in terra araba e attentati terroristici che ancora oggi non vedono la fine), il secondo full-lenght della propria discografia, e, appunto, quarto lavoro complessivo nel breve periodo di quattro anni, partendo dal 1997 con l'omonimo Ep di esordio Lacuna Coil, Unleashed Memories. La band milanese è un fiume in piena pronto a travolgere gli argini, il suo corso si sta facendo sempre più poderoso e dirompente, questo album è il coronamento di un lavoro fatto di sperimentazioni e innovazioni, di voglia di assorbire svariati influssi musicali di forma e genere, si può dire che ci troviamo di fronte alla definitiva maturazione dei meneghini che con Unleashed Memories ci danno la possibilità di apprezzare appieno le loro qualità. Definirei questo album come una ricetta, che dopo vari tentativi, ha raggiunto il culmine della perfezione culinaria, se prima vi era troppo sale, o poco pepe, oppure la cottura non era quella adatta, ecco che qui tutti gli ingredienti sono distribuiti in maniera impeccabile, miscelati sapientemente per portare al nostro orecchio un lavoro che forse tutti prima o poi ci aspettavamo; ma qui non siamo nella cucina di casa nostra, e quindi, al posto dei classici elementi gastronomici, ci troveremo dinanzi a noi un perfetto mix di ambientazioni gotiche, elettroniche e classiche, che fuse insieme creano un risultato finale davvero sublime. La Spirale Vuota prepara per noi un banchetto di dieci tracce una più coinvolgente dell'altra, dall'antipasto fino al dolce ci delizieranno con delle portate stratosferiche, rimarremo con le gambe sotto il tavolo in attesa del piatto successivo, perché la voglia di ascoltare sarà tanta, saremo calamitati con estrema forza nel gorgo dei pensieri e delle emozioni. Prepariamoci dunque ad addentrarci nei meandri più oscuri e reconditi del nostro animo, travestiamoci da Nani dei celebri romanzi di Tolkjen, pronti ad esplorare con avidità le tetre caverne di Moria, e quando saremo arrivati in fondo, allora potremmo capire se avremo trovato il tesoro che cercavamo con tanto ardore, oppure risvegliato il demone che soggiornava nella parte più nascosta della nostra anima. i Nostri come detto amano sperimentare e farsi influenzare anche da effetti non prettamente legati all'ambiente metal, Unleashed Memories rispetta le linee guida già tracciate con Halflife, con l'utilizzo sempre più insistente di basi elettroniche, che aiutano a ricreare atmosfere avvolgenti e sinuose, dolci e delicate pronte ad accogliere a braccia aperte l'ascoltatore per poi inghiottirlo nel vortice che la Spirale Vuota ha preparato; sembra quasi una trappola ben studiata per cogliere di sorpresa chi si accinge a sentire, attanagliandolo e non lasciandolo più andare via. Tutto l'album verte per lo più sul tema della redenzione personale, già affrontato con insistenza precedentemente, avvolto però da un alone di tristezza e desolazione continua e perenne, ma che si riserva di essere sempre e comunque il cavallo di battaglia della band. Tuttavia il modo di esprimersi è cambiato rispetto agli esordi, è più delicato, quasi una carezza, la spiegazione amorevole di una madre al proprio figlio, sentiremo la voce della Scabbia come un leggero soffio al nostro orecchio, pronto a narrarci con gentilezza e sublime dolcezza tutto il disagio interiore che i testi ci portano a provare; un ossimoro profondo e quasi paradossale, che però crea un giochino di intenti che ci terrà incollati alla nostra autoradio o mp3. Anche per questo il ruolo di Ferro, solitamente atto a contrastare l' angelica voce della sua compagna con growl rimarcati, cambia leggermente passando per ad accompagnare la voce principe, ovvero quello di Miss Scabbia, e talvolta addirittura attirando su di sé le attenzioni, presentandosi di slancio come l'attore protagonista del brano; una sorta di alfiere pronto a sostenere la propria regina nella guerra contro la vita, e tutte le difficoltà che essa crea in ogni istante. La continua e persistente ricerca di un sound pulito e vellutato, con l'allontanamento dai primi suoni più pesanti e cupi, porta i nostri quasi a voler creare un contrasto fra la malinconia dei testi e la cristallinità della parte strumentale (difatti il basso di Coti-Zelati sarà un rimarcato sottofondo), ma non invaderà più la scena come prima, evitando di farci piombare in sonorità pesanti e tetre, così come le sei corde che agiranno agili e sfuggevoli senza mai rimarcarsi troppo grezze all'interno delle tracce, e Mozzati si diletterà con controtempi e incisivi tempi batteristici.

Il sestetto milanese apre le danze con Heir of a dying day (Erede di un giorno morente): già con questa prima canzone la band da l'impressione di una maturazione notevole e di un grande salto di qualità rispetto alle prime uscite, ecco infatti che un delicato arpeggio di chitarra sostenuto da sviolinate stuzzica il nostro udito e la nostra attenzione, per poi cedere il passo al crescente e insistente irrompere di basi elettroniche coadiuvate dalla forza delle sei corde; ma l'incedere forte e rude delle chitarre viene messo immediatamente a tacere dalla voce armoniosa della Scabbia, che mette "a cuccia" i suoi compagni di viaggio appropriandosi con arroganza della scena. Abbiamo da subito l'impressione di una canzone molto melodica, incentrata per lo più sulla qualità canora, con la parte strumentale atta per lo più a sostenere Ferro e la Scabbia, una scelta azzeccata per il tema che la canzone vuole trattare, quella di una redenzione per mano di un ipotetico salvatore, pronto ad accoglierci fra le sue braccia quando tutto sarà finito, come un arcobaleno dopo la tempesta. Ancora una volta viene rimarcato il senso di smarrimento che accompagna l'essere umano in ogni passo che costella il cammino della vita, la difficoltà perenne nel cercare di capire per quale motivazione siamo qua e con quale scopo preciso, una continua ricerca di se stessi, scrutando all'interno della propria anima per trovare quella risposta che tanto ci tormenta. Ed ecco che allora, come palliativo a tutto ciò, interviene una figura mistica, frutto di un puro dogma, o ci si crede oppure no, senza mezze misure, che allevia le sofferenze dell'uomo; esso è speranzoso che qualcuno o qualcosa sia pronto ad aiutarlo con una sorta di aurea divina, in grado di far volgere al meglio la sua vita, e di dare un'accoglienza quando la nostra esistenza verrà portata a termine, e ritorneremo cenere dalla quale siamo stati creati. Proprio con questo brano i nostri creano una forma di preghiera esaltando le doti di questa divinità in grado di farci sentire unici ed inimitabili, avvolti da una coperta che ci scalda come nelle fredde nottate invernali, al riparo da qualsiasi dolore, perché la promessa che viene fatta è quella di ottenere l'arcobaleno, simbolo della rinascita dopo la bufera che ci ha sbattuto violentemente per tanto tempo. Si tratta però di una promessa, perché lui non si fa vedere, è lì in disparte, e scruta, scruta attentamente chi gli crede e chi no, appunto per questo è un dogma assoluto, soltanto al momento del giudizio finale si scoprirà se si ha fatto bene o male, come giocare al casinò e puntare su rosso o nero, abbiamo una possibilità su due che le cose ci vadano bene in base alle nostre aspettative o previsioni.  Un assolo pastorale della Scabbia, sostenuto ancora una volta dal suono delicato e struggente degli archi, ci proietta nella seconda traccia, intitolata To live is to hide (Vivere è nascondere);  prosegue quindi questa voglia di imprimere una sorta di ambientazione mistica, catapultandoci con una forza alquanto delicata all'interno del turbinio emozionale che la Spirale Vuota vuole creare, lo schema classico dei meneghini in questo caso però salta improvvisamente, con Ferro che prende il sopravvento diventando l'attore principale in questa traccia, dimostrando abilità anche in una "normale" parte cantata senza l'utilizzo di growl. Volete però che la Scabbia se ne stia in disparte? Ma certo che no, infatti stuzzica, come un insettino, direi una mosca che gira intorno alla testa, facendo sentire la suo voce melodiosa in contrasto con quella di Ferro; anche in questo caso la parte strumentale si propone con il ruolo di comprimario, rimanendosene quieta e quasi taciturna, il basso di Coti-Zelati si limita a fare il suo compitino fungendo da perfetto metronomo e andando di pari passo con la batteria di Mozzati, le sei corde pronte ad esaltarsi soltanto in alcuni intermezzi come una "marcetta" atta a risvegliarci dal torpore in cui i nostri ci hanno gettato senza troppi problemi. Quante volte sopprimiamo o nascondiamo i nostri sentimenti per paura? ecco questo è l'interrogativo che la band si propone, la difficoltà di affrontare determinate situazioni che riguardano noi stessi, per il terrore che esse ci possano ferire a tal punto da azzopparci e non avere più la forza di proseguire sull'impervio sentiero della vita, ma i sentimenti e le emozioni non possono rimanere nascoste a lungo e col passare del tempo riemergono creandoci dubbi ed insicurezze. E allora, che fare? ci gettiamo con coraggio in mezzo alla bufera che creano nella nostra testa oppure cerchiamo una pala, scaviamo una fossa, e le sotterriamo il più possibile affinché non vedano più la luce?  Secondo la band meneghina la situazione è compromessa, e l'unica soluzione visibile all'orizzonte è quella di nascondere , da qui il titolo stesso della track, ma nonostante questa sia la via più facile e meno dispendiosa di energie in realtà la voglia di scoprire e trovare il significato di tutto è tanta e così forte, da spazzare via ogni dubbio e gettarsi nella mischia, alla faccia di chi ha fatto del male. Ci si getta alla faccia anche di chi ha causato dolore, di chi con la sua arroganza e cattiveria ha disseminato il cammino di trappole ed ostacoli per minimizzare e atterrire, perché questa scelta  porterebbe invece al paradiso mentale, quella della liberazione dai pensieri maligni che ci atterriscono, in sostanza la scelta è nelle nostre mani. Continua la pace e la tranquillità nella terza canzone,  Purify (Purificare), un altro viaggio all'interno della propria anima. La Scabbia sarà la nostra guida d'eccezione, che ci accompagnerà in questa avventura  attraverso gli interrogativi più disparati alla ricerca della purificazione e della pace dei sensi. L'intro è ancora una volta delicato e quasi invisibile da parte delle sei corde, per poi continuare sulla stessa falsa riga durante tutto il brano, ad eccezion fatta dell'increscere poderoso durante il ritornello, dove voce e strumenti si fondono in un grido disperato di aiuto, le melodie danno l'illusione di una canzone serena che parla con tranquillità di tutto, ma in realtà come nell'oceano, anche se in superfice le acque sono calme e limpide, al di sotto, nelle più oscure profondità forti correnti marine imperversano, spostando tutto ciò che trovano. Ed è proprio lì che noi finiremo, ci faremo trasportare da queste senza riuscire ad opporre resistenza. Come appunto deduciamo dal titolo, si parla di ritrovare se stessi purificando la propria anima dalle tossine malefiche che abbiamo ingerito, e che dobbiamo espellere dal nostro corpo per trovare questa benedetta serenità, un cancro subdolo ed infame che si espande a macchia d'olio e che con grande forza di volontà., lo dobbiamo eliminare affinché non ci deturpi ed infine abbia la meglio su di noi. Miss Scabbia esordisce col dire che non c'è più la forza necessaria per combattere, per lottare come fa un buon mediano di calcio su ogni pallone, ma con l'avanzare della canzone monta sempre più la convinzione che questa sia una pessima idea, per dimostrare a noi e a chi non crede nelle nostre potenzialità che abbiamo tutte le carte in regola per sbancare il casinò della vita portandoci a casa il malloppone del jackpot finale. Cogliendo così di sorpresa chi non credeva che potessimo farcela, lasciandolo spiazzato e smarcandosi da lui con un abile finta di corpo per correre infine dritto verso la porta e segnare il gol più importante, quello che vale una finale, ma in palio non ci sono i classici trofei, bensì la nostra vita per poter finalmente stare bene con noi stessi, che in fin dei conti è la cosa che importa di più, e come ci dicono i nostri "I'm just thinking how fine it is too feel myself so fine again celebrate i'm alive again" (sto giusto pensando quanto sia bello sentire me stessa ancora così soddisfatta celebrare sono ancora viva): questa strofa racchiude tutta la felicità nel sentirsi vivi e liberi, senza vincoli di schiavitù che ci opprimono e costringono a seguire un malvagio padrone pronto a sfruttarci fino a spremerci come degli agrumi per arricchirsi sulle nostre spalle. L'album prosegue con un gradito ritorno, una rivisitazione della track Senzafine, stavolta cantata completamente in italiano, ed è un gradito ritorno, perché risulta molto positivo il fatto che una band che punta alla fama mondiale esporti delle canzoni metal nella lingua della propria terra natia, dato che,  come ben si sa, generalmente è l'inglese la lingua più utilizzata in questo campo musicale. La song è molto simile alla versione originale, ma è improntata su una soluzione strumentale più "cattiva", leggermente velocizzata e con la componente elettronica che fa sempre da padrona, aprendo le danze con un intro particolarmente avvolgente e caloroso, importante il ruolo di Mozzati dietro le pelli, capace di dare quella carica necessaria per seguire gli accenti e gli acuti vocali della Scabbia, inoltre è presente un leggero cambiamento di una strofa.  Sembra una poesia a tratti cantata a tratti recitata, un invocazione verso colei che mette al Mondo ognuno di noi: la Madre, chiamata con forza e vigore a più riprese, infatti la canzone subisce toni più decisi e aggressivi nei momenti in cui viene tirata in ballo, come l'unica persona in grado di aiutarci a superare tutti gli ostacoli che la vita ci insidia durante il nostro cammino, la similitudine è veramente azzeccata, quale altra figura umana può rappresentare al meglio la vita stessa se non colei che effettivamente la dona? I nostri creano una sorta di preghiera, a tratti struggente e commovente, un urlo liberatorio dalle frustrazioni e dalle delusioni arrivate per scelte sbagliate fatte in passato e dalle quali non si può tornare indietro, ma per le quali si può avere soltanto un forte rammarico; dopo la delusione ecco subito la voglia di rivalsa, il volere osare, sapendo di mettere in gioco molto ma al contempo soltanto rischiando il salto nel vuoto si potrà arrivare ad una risposta decisa ai perché della propria esistenza: pensate ad un tuffo dal trampolino. Quando sei lì la paura ti assale, ti chiedi come potrebbe finire una volta lasciata quella tavoletta che è il tuo unico punto fermo, ma una volta compiuto il grande passo l'adrenalina ti assale e l'ingresso in acqua da un senso di liberazione fantastico, scoprendo così che la paura non aveva senso che quel tuffo era tutto quello che più serviva. L' urlo viene dato come segnale di risveglio e ripresa, un'accorata richiesta d'aiuto, decisa e drammatica al contempo, per l'ennesima volta abbiamo il gioco delle parti, la contrapposizione è l'elemento chiave che la band propone in ogni suo album, questo per rafforzare ulteriormente il concetto che si vuole esprimere. Un nuovo modo di parlare di questa tematica, la particolarità presente in questa traccia è l'interpretazione di Ferro, soprattutto nella parte recitata, un accusa alla vita, al presunto Dio che l'ha creata, rimproverandogli di aver fallito il proprio compito di Creatore, e mettendone in dubbio l'esistenza. Si evince grande sconforto e sofferenza in ogni singola parola, lo scoramento è grande, e non sembra esserci alcun modo di migliorare la situazione, anche il continuo evocare la madre non porta ai risultati attesi, sembra tutto perso, un vicolo cieco dal quale è impossibile uscire, e dove i muri si stringono sempre più fino a stritolare ogni briciolo di speranza, ma come al solito i nostri non si perdono totalmente d'anima, ed ecco il colpo di coda: "non c'è scelta senza me non c'è vita senza me", dopo il lungo sfogo ecco la tenue fiammella della speranza, quella che in realtà non smette di bruciare, ma che arde in continuazione dentro noi stessi, e che in fondo è la benzina che riesce a tenere acceso il motore che ci da la possibilità e la forza di lottare in ogni ambito. L'album però non poteva essere composto solamente da tracce melodiche, quindi si presenta a noi When a dead man walks (quando un cadavere cammina): la band meneghina inizia a scaldare i motori, creando una canzone più aggressiva e veloce rispetto alle altre proposte in Unleashed Memories; in particolar modo Ferro inizia a tirare fuori gli artigli e a utilizzare la sua ugola roca per scatenarsi in growl di protesta, ma anche la parte strumentale non è da meno, con le sei corde capaci di ricreare un'ambiente di inquietudine e paura partendo in quarta fin dall'intro della canzone, cercando per una volta di prendere il sopravvento nei confronti delle due voci che finora erano state le più esaltate e lanciandosi in un assolo al centro della song davvero degno di nota. Se le chitarre sono libere di volteggiare con più arroganza, basso e batteria invece si limitano alle funzioni di accompagnamento, fungendo prettamente da metronomi e battendo il tempo, dando anche modo agli altri strumenti di sfogare tutta la verve accumulata. La track mi fa venire in mente il libro e film Il miglio verde , d'altronde il titolo stesso porta facilmente a questa conclusione, considerato che parla di un condannato a morte nell'America degli anni '30, raccontandone le vicissitudini dal momento dell'incarcerazione fino all'esecuzione della pena capitale. Tutto questo attraverso storie a tratti mistiche e cariche di magie, e a tratti cruente, come le condanne a morte di alcuni suoi "compari", e questo è l'intento della band, quella di ricreare intorno a noi una situazione di insicurezza, nella quale aspettiamo silenti la decisione del carnefice, pronto a decretare la nostra morte senza ripensamenti o possibilità di liberazione, lasciandoci vivere nella gabbia nella quale siamo rinchiusi attorniati solo dai nostri pensieri e dalle nostre paure, dove non c'è possibilità di fuga, e l'unica forma di libertà che abbiamo è quella di viaggiare con la mente verso verdi ed incontaminati prati alla ricerca di una sfrenata corsa fino allo sfinimento, l'unico modo per non impazzire e lasciare che la tortura non ci uccida prima del giudizio finale. Una potente metafora, a tratti cruenta, che ricrea quello che molti vivono ogni singolo giorno, la coscienza di rimanere ingabbiati senza possibilità di aprire le ali e spiccare il volo per raggiungere le mete più ambite, e invece costretti ad attendere un verdetto di colpevolezza che probabilmente neanche ci si merita, mentre la paranoia ci avvolge e ci porta alla pazzia, perché sappiamo di potere e volere di più. Questa volta però non abbiamo né i mezzi né tantomeno la forza per ottenere i nostri scopi, e così, giacciamo in attesa del giudizio di colui che ha creato questa gabbia su misura proprio per noi, dilaniandoci il corpo e la mente con i più atroci pensieri, e forse sperando che questa fine arrivi il prima possibile, perché ormai la speranza di rivalsa e riscossa se n'è andata per sempre senza più la possibilità di ottenerla in alcun modo. Ora il clima è totalmente cambiato, e un assolo crudo e cattivo ci investe, portandoci all'interno della bufera che la Spirale Vuota crea, ed ecco che si para a noi il tornado 1.19, canzone strumentalmente parlando nettamente più forte e dura, dove le sei corde si riprendono la scena scatenandosi all'inverosimile rispetto all'andamento costantemente melodico dell'album,  seguendo un arpeggio delicato inizialmente ma che incresce e diventa brutale e violento nel proseguo della song, va a mordere con estrema aggressività il testo lasciandoci un po' basiti per l'improvvisa accelerazione che i nostri danno. E' però una piacevole sorpresa, perché il cambio di rotta ci da nuova linfa vitale e ci ricarica le batterie in attesa del proseguo, con la batteria di Mozzati pronta a sfoderare un doppio pedale che per troppo tempo era rimasto a riposo, arrivando ad un assolo in stile progressive metal che spacca in due la canzone: controtempi e continue variazioni di ritmo fanno sì che questa sia una delle note più evidenti di come la band cerchi di improntare diversi stili musicali con le voci che si trovano costrette ad osservare ammaliate le chitarre prendersi la scena. Il nostro personaggio si risveglia accecato da una luce irritante, che lo costringe a tenere gli occhi chiusi come ad immergersi di botto nell'acqua fredda, si sente un perdente trafitto da una lama nella propria carne, lo scoramento fa da padrone in questa track dove non si accenna neanche minimamente ad una possibile guarigione dai mali, ma solo da un continua ed inesorabile discesa verso il buio più profondo, implorando di essere guardato, per essere da esempio, su come non si deve essere, su come non ci si deve arrendere mai. Lui è l'esempio lampante di cosa significhi gettare la spugna prima del previsto senza avere tentato di tutto, senza aver gettato il cuore verso l'ostacolo, per riuscire ad ottenere la redenzione personale, per ottenere ciò che più era congeniale alla sua vita, e la desolazione è tanta al punto di considerare meraviglioso il momento della propria fine, la voglia di sparire dalla faccia della Terra è più forte di quella di restarvi, segno che ormai tutto è compromesso e che la vigliaccheria prevale sul coraggio. I nostri quindi ci lanciano un messaggio di ammonimento verso la paura e quello che ci può fare se noi non siamo in grado di reagirvi, trovo preciso il fatto di inasprire la parte strumentale, per rendere ancora più l'idea che si vuole far passare, l'ambientazione più cruenta e violenta colpisce molto di più e da un senso ancora più duro alle parole; per una volta inoltre, l'angelica voce della Scabbia non può nulla di fronte a tale supplizio, e anche lei è costretta a cantare con voce disperata e rotta lo stato d'animo del personaggio. Arriviamo ora alla settima traccia, Cold Heritage (Fredda eredità),  traccia interamente cantata dalla Scabbia, accompagnata da una melodica base elettronica fatta di tastiere e da un leggerissimo giro di chitarra, con la batteria di Mozzati pronta ancora una volta a sostenere gli accenti vocali che la frontwoman eseguirà, il tutto cercando di ricreare un'ambientazione in grado di trasmettere dolcezza e amorevolezza fuori dal comune. Tutto ciò crea una ballad malinconica e sensuale, pronta ad avvolgerci ed ipnotizzarci, sentiremo la sua voce come un leggero soffio che ci accarezza il viso, una leggera brezza marina tanto sperata e desiderata in un caldo pomeriggio d'estate, ma il messaggio che ci passa è quello di un'accorata richiesta di perdono verso la persona amata. E' una canzone molto intensa e carica di passione, l'interpretazione della cantante meneghina è da 10 e lode, riesce ad immedesimarsi al meglio in questo ruolo, ovvero quello della persona distrutta dal dolore per la perdita della sua dolce metà, e il dolore aumenta per la consapevolezza che essa si è volatilizzata per i propri errori, lei è insistente chiede a ripetizione la sua presenza, necessita della sua voce più di ogni altra cosa, prostrandosi addirittura in ginocchio per ottenere la sua clemenza. Un monologo continuo ed incessante, mi immagino la scena nella quale lei imperterrita prosegue nel suo tentativo disperato di trattenere il proprio amato, e lui impassibile la guarda dall'alto in basso, con un ghigno quasi sarcastico, senza proferir parola, ma godendosi questo momento di assoluta vittoria morale nei confronti di chi precedentemente lo aveva ferito. Chissà quanti di noi si sono trovati in situazioni come questa, dove l'amore non è più corrisposto, dove nulla si incastona più e tutto va a rotoli, e si cerca in qualche modo di tamponare l'emorragia, per fa sì che la ferita non si  espanda e porti alla definitiva morte del rapporto, ma spesso queste cose non si possono risolvere, è come una slavina che si stacca dalla montagna, si fermerà solo quando incontrerà qualcosa di troppo grosso da spostare, o l'attrito del terreno la rallenterà a tal punto da non causare più danni. E' come essere travolti da questo fenomeno naturale, trascinati fino a valle con violenza, sentire il proprio corpo trasportato e battuto con violenza, per poi riaprire gli occhi e trovarsi soli, nel pieno del proprio dolore e delle recriminazioni. Come detto l'interpretazione di Miss Scabbia è davvero ottima, le sue qualità canore vengono ancora una volta esaltate e la scelta di creare un accompagnamento soft da ulteriore valore alle sue capacità, per una canzone del genere è veramente appropriato far sì che la parte femminile esca veramente allo scoperto, esponendosi in prima linea per dare prova di quanto una persona possa soffrire per le pene d'amore. Prosegue il tema dell'amore per la band milanese con Distant Sun (Sole distante), come si può evincere dal titolo, viene paragonato il proprio amato ad un sole distante che non riscalda più la nostra vita e non illumina il nostro cammino sempre cosparso di pericoli. Viene nuovamente scelto un intro di tastiera con il sostegno di violini, ancora una volta viene premiato l'utilizzo di elementi classici e al contempo moderni per dare un tocco ancora più solenne al prodotto finale , per poi crescere con l'ingresso prepotente delle sei corde, che non hanno proprio voglia di rimanere nuovamente in disparte senza avere la possibilità di dire la loro . E' però un fuoco di paglia, perché poi la canzone ricade in una calma quasi irreale, con le voci che affrante si prestano a narrarci il testo, in un continuo sali e scendi di emozioni, gli strumenti si alterneranno portandoci sulle montagne russe dell'emozione fra aggressività delle chitarre e delicatezza dei violini, pronti a dare un tocco ancor più tragico alla song. I Lacuna Coil ci parlano della fine di questo rapporto, con il sole dell'amore che tramonta ad ovest dietro la montagna della solitudine, sentendone però ancora i riflessi caldi, come una ferita da poco richiusa; senti che il peggio è passato, ma il segno è lì ancora evidente ai tuoi occhi e alla tua carne, nonostante questo non ci si capacita del perché della fine di tutto questo, e ci si chiede come si farà ad andare avanti soli ed impauriti, senza più quel raggio di sole che ci aiutava ad illuminare il nostro futuro. Il legame è talmente forte da sentirne ancora la presenza malgrado l'ormai acclarata distanza, continuandosi a porre l'interrogativo del come fare ora, ora che tutto sembrava andare per il verso giusto e si era trovato quel appoggio perfetto per andare avanti, trovandosi spiazzati, come per un anziano a cui viene portato via il bastone, sostegno della propria vecchiaia, per riuscire ancora a camminare. Ci troviamo azzoppati e feriti, troppo scombussolati per riordinare le idee e trovare la forza giusta per proseguire, storditi come da un possente gancio di Mike Tyson, rimaniamo inermi nell'attesa che questo momento di desolazione e solitudine passi il prima possibile, lasciandoci addosso meno segni possibili, e nella speranza che l'esperienza fortifichi ancor di più la nostra anima e che invece non accada il contrario. In questa canzone però la speranza sembra vana, inutile, e distante, i momenti felici sono ormai uno sbiadito ricordo, una foto in bianco e nero che pare scattata anni fa ma che in realtà ritrae dei momenti appena passati, e regna sovrana la disperazione per la perdita in un qualcosa in cui si credeva con tutte le proprie forze. In sostanza, l'amore è un catalizzatore importantissimo, è forse una delle poche cose per le quali valga la pena lottare, ma se questo finisce, lascia un dolore incredibile dentro di noi, e la band cerca proprio di rimarcare con forza questo aspetto, sia con gli strumenti che con i testi. Siamo giunti quindi alla nona song,  A Current Obsession (Una corrente ossessione); si prosegue sulla falsa riga di canzoni leggiadre e molto tranquille, mai pesanti, le chitarre non si sbilanciano in affondi grezzi e cattivi, sostengono ancora una volta in maniera quasi marginale la struttura sonora che i Lacuna Coil creano, sfoderando però degli ottimi controtempi e buone prestazioni da parte delle sei corde, anche se come spesso accade in questo in album, il testo va totalmente in contrapposizione con le atmosfere create: un testo di difficile interpretazione, che verte dapprima sul sentimento della vendetta, verso chi nella vita ha fatto solo torti e ora si aspetta un aiuto per uscire dalle proprie crisi, e la voglia di sbeffeggiarlo è tanta, di irridere la sua situazione voltando le spalle nel momento del bisogno, ma questa voglia di ottenere vendetta si affievolisce quasi subito lasciando spazio a compassione e pena, e si aprono le braccia verso colui che ha fatto del male, capendo che il suo dolore è tale da non riuscire a rimanervi indifferenti e con la strana consapevolezza che non riuscirà mai a liberarsi dei demoni che lo attanagliano. L'unico apporto che gli si può dare è quello di cercare di placare il turbinio di malinconia che percorre il suo animo, con la convinzione che non si può vivere in una tortura perenne del genere, le emozioni stanno per esplodere e tutte le nubi che si stanno addensando stanno per tramutarsi in un fragoroso temporale pronto ad inondare tutto per spazzare via tutta la melma che ricopre la vita stessa. Per sopportare questo c'è sempre bisogno di aiuto, e nonostante le controversie passate non si può rimanere impassibili davanti a tanta sofferenza, può sembrare, anzi è sicuramente molto difficile affrontare determinate situazioni ma l'importante è esserci sempre perché in fondo siamo tutti sulla stessa barca; chiunque nella vita avrà un momento di spiazzamento, di solitudine e sconforto, e proprio in quel frangente così terribile e insostenibile, si avrà la necessità di uno scoglio a cui aggrapparsi con tutte le proprie forze, per rimanere attaccati a quel briciolo di speranza e a non farsi trascinare via da quella marea che ci sta travolgendo con un impeto devastante, per cui non sapremo mai quando questo potrà accadere. Decima e ultima traccia di questo album è Wave of Anguish (Onde d'angoscia): parte con un inizio più accattivante, i nostri vogliono congedarsi con un colpo di coda degno di nota, e anche Mozzati dietro le pelli si vuole far sentire, sostenendo al meglio questo grido d'angoscia e inquietudine, ma tutto ciò dura poco con le chitarre che si racquetano quasi immediatamente lasciando a Mozzati e Coti-Zelati l'arduo compito di supportare le voci della Scabbia e di Ferro, gli elementi di basso e batteria verranno risaltati maggiormente in questa canzone ricreando un'ambientazione pesante e tetra, quasi di stordimento totale, quasi scossa dagli avvenimenti che la circondano, con la sola voce della frontwoman che si libra alta per contrastare i suoi grezzi compagni di viaggio . L'ambientazione dunque ricade in una sorta di stordimento totale, quasi scossa dagli avvenimenti che la circondano; come da copione il titolo è molto emblematico e racchiude appieno il senso che la canzone vuole dare. Si parla di tristezza e smarrimento, della sensazione di sentir franare il terreno sotto i piedi senza saperne realmente il perché, ma soltanto vedendo svanire tutto quello che si era creato finora, le voci danno l'idea di stanchezza, quasi a trascinarsi a stento verso la prossima tappa della vita con la zavorra che ogni giorno aumenta sempre di più. Il carico sopra le spalle diviene sempre più notevole, e il peso sta per schiacciare ogni briciolo di speranza e voglia di continuare a lottare, per rendere al meglio l'idea i Lacuna Coil inseriscono questa frase di notevole impatto e forza che aiuta ad espletare in modo chiaro ed evidente il tutto: "I'm losing grip on my lifetime" (Sto perdendo il controllo della mia vita). Immaginate di guidare un auto a tutta velocità, una macchina potente, aggressiva, con il pieno controllo, ed improvvisamente, quando si para davanti a voi una curva impervia e infame ecco che si rompono i freni, e voi siete lanciati all'impazzata verso questo pericolo senza più alcun sistema di difesa, ma solo con la vostra abilità di buoni guidatori, basterà questo a salvarvi la pelle? Molto probabilmente no. Questo è ciò che vogliono trasmettere, una sorta di consapevolezza che tutto andrà male, mi viene da citare un verso della Divina Commedia di Dante Alighieri: Lasciate ogni speranza a voi ch'intrate. Forse potrà sembrare brutale e cinica, ma è quello che questa canzone trasmette, un pieno senso di tristezza e smarrimento, una situazione surreale nella quale non si da che parte andare a parare senza la minima idea di che strada percorrere per risalire la china, ma forse non è quello che accade nella vita comune di tutti noi? Chi non ha mai avuto un attimo in cui pensava che l'oscurità lo avrebbe avvolto in maniera perenne? Credo che questo sia uno dei tanti passi e delle tante situazioni quotidiane che la band milanese ha voluto ricreare, questa volta volendone rimarcare il lato più negativo, quello della sofferenza senza rivalsa.  

Una crisalide che sta per diventare farfalla! Ecco che effetto fa la band meneghina! la sensazione che si ha ascoltando questo album è proprio quella di un fiore che sta per sbocciare in un tripudio di colori e profumi, nulla è lasciato al caso, continua la ricerca di suoni curati e ben distinti che si scontrano con la rimarcata tristezza espressa dai testi creano un ossimoro di tutto rispetto. Per chi ascolta questa band dagli esordi capisce che il completamento è quasi giunto al capolinea, dal primo Ep ad ora hanno fatto notevoli miglioramenti, sempre pronti a mettersi in gioco sperimentando nuove forme musicali. L'album è veramente orecchiabile, seppur potrebbe suonare come monotono e ripetitivo, ma ogni traccia ha una storia a sé, ed è studiata nei minimi dettagli per ottenere un risultato a mio parere davvero ottimo;  gli arrangiamenti vertono spesso su ambientazioni elettroniche e classiche, ma non tali da appesantire all'inverosimile la struttura musicale, come accade in altre realtà Goth Metal. Tutto ciò porta a catturare l'attenzione senza stufare chi si appresta ad ascoltare, questa è probabilmente la più grande riuscita dei Coil, capaci quindi di attirare ascoltatori di vario genere; non vi era dubbio che la scalata verso il successo della Spirale Vuota prima o poi sarebbe dovuta avvenire, ma in soli quattro anni di attività hanno fatto registrare una crescita costante ed invidiabile da tutti, potendo così confermarsi di fronte ai propri fan e zittendo chi li criticava senza valide motivazioni. Certo, non si può definire questo come l'album perfetto, ma da un validissimo segnale per il futuro, e visto la carriera che poi si prospetterà dinnanzi a loro, la definirei come il raggiungimento del K2, con il Monte Everest lì a due passi pronto ad essere raggiunto in brevissimo tempo. I meneghini sono degli ottimi scalatori e sanno come attrarre su di loro le attenzioni, che siano positive o meno, ma che comunque facciano parlare. Inoltre voglio sottolineare ancora una volta l'inserimento di una traccia in italiano, seppur uguale in sostanza a quella di Hlaflife, Senzafine è la riprova che la band non vuole dimenticare le proprie origini, pur sapendo quanto sia rischioso addentrarsi nel mondo metal con testi che non siano in lingua inglese.  Unleashed Memories è, in definitiva, un lavoro di indubbia qualità, che pone i Lacuna Coil fra le band di primo piano nella scena alternative metal internazionale, grazie soprattutto alla loro impressionante capacità di saper declinare un'eccellente facilità d'ascolto con strutture canore sempre nuove, ben concepite e mai stagnanti. Per molti la formazione capitanata da Cristina Scabbia  l'apice della propria proposta musicale nel loro successivo capitolo discografico, quel Comalies che li farà conoscere e aggregare dalla più ristretta élite di un preciso movimento musicale al ruolo di veri e propri idoli del metal mondiale: per chi vi scrive, invece, Unleashed Memories resta l'inarrivabile masterpiece di una band troppo spesso ingiustamente denigrata e sottovalutata, ma che ha saputo portare sulle proprie spalle e con pieno merito la pesante bandiera tricolore dove (quasi) mai, prima d'allora, era saputa arrivare.

1) Heir of a Dying Day
2) To Lives is To hide
3) Purify
4) Senzafine
5) When a Dead Man Walks 
6) 1.19
7) Cold Heritage
8) Distant Sun
9) A Current Obsession
10) Wave Of Anguish

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