LACUNA COIL

Karmacode

2006 - Century Media

A CURA DI
MATTEO PASINI
23/07/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

La carriera dei Lacuna Coil è arrivata all'apice del livello artistico e mediatico con l'uscita nel 2002 di Comalies, un album che ha riscosso notevoli apprezzamenti ed è definito tutt'ora come il miglior lavoro che la band meneghina ha proposto. Dopo quattro anni di silenzio, nei quali la band si espressa più che altro in ambito live, partecipando a diversi festival di importanza rilevante sia in terre europee che americane, vantando persino partecipazioni all'Ozz Festival, ed una ristampa dei primi Ep nel 2005 ( raccolta che comprende Halflife e Lacuna Coil) ecco che esce il 31 marzo 2006 Karmacode, un anno che per noi italiani calciofili risulterà poi magico, con la conquista del quarto titolo mondiale nella notte di Berlino. Questo è il sesto capitolo di una carriera che pare sempre più posizionata su una rampa di lancio, pronta a volare il più in alto possibile, ma come detto l'ingombro di un lavoro importante come Comalies è un ombra difficile da sopportare, e stupire ancora un ascoltatore rimasto fortemente ammaliato dalle sonorità espresse dalla band in questo album potrebbe risultare assai difficile. Quindi l'idea di base di Karmacode è quella di rivoluzionare in vari punti l'ideologia e la fisionomia finora attuate dai Lacuna Coil, troverete molto diversa l'impronta che essi daranno rispetto al passato a questo album, noterete un influenza sempre più rimarcata da parte delle band di oltreoceano, come ad esempio i Korn, quindi il basso assumerà un ruolo più "pesante" all'interno della struttura musicale, e si evincerà anche una virata verso "lidi di vendita", ovvero andare ad attecchire dove c'è più possibilità di commercio, insomma più canzoni da classifica che lavori solamente artistici. Solitamente queste scelte possono essere una lama a doppio taglio, perché capaci di attirare nuove fonti di attenzioni, ma anche in grado di far perdere i seguaci che fin dai primi albori seguono con interesse l'evoluzione musicale della band, con il possibile decadimento della band stessa rimarcata nell'ambiente musicale come stile commerciale. Come detto il cambiamento si avverte eccome, la band finora aveva espresso con il suo stile riff decisi ma gentili, sempre portati ad essere puliti e trasparenti facendo sentire l'ascoltatore in una sorta di limbo musicale, sospeso ed accarezzato dalle voci e dal suono degli strumenti, beh ora preparatevi ad essere risvegliati di colpo, perché tutto questo sogno è svanito. Ora vi troverete suoni più martellanti, grezzi e anche più cattivi, come anticipato prima, le influenze assorbite nei tour eseguiti negli States sono l'elemento di spicco che contraddistinguono Karmacode. Come non poter notare l' aggressività delle sei corde che passano ad attaccare il testo con riff più rimarcati e sporchi, la struttura musicale che finora era al servizio delle voci, in particolare a quella della Scabbia, tenta di sopraffare la parte vocale andando a mio avviso troppe volte sopra le righe, tutto questo porta a pensare che la decisa virata verso il Nu-Metal possa portare ad un ambiente più confusionario, ecco sì pare che nella testa dei nostri si avverta un po' più di confusione, questa è l'idea che mi sono fatto ascoltando e riascoltando quest'ultimo lavoro, probabilmente perché sono rimasto ammaliato dalla capacità che la band aveva di creare ambientazioni gotiche ma mai stucchevoli e appesantite da suoni troppo groove. L'album è composto da tredici tracce, prevalentemente improntate su tonalità forti e molto ritmiche, ma anche con la presenza delle classiche ballad, di testi "intro" e di una cover; sia la testimonianza che l'esperienza accumulata finora sono un bagaglio che i Lacuna Coil si tengono ben stretti, cercando di amalgamare tutto quello che in passato hanno già provato, portando poi delle novità in ogni lavoro svolto. Seppur questo album si distolga per certi versi dallo standard della Spirale Vuota, bisogna riconoscere che all'interno vi sono ancora molti elementi di spicco, e che la colonna portante della band non è del tutto svanita, ma semplicemente offuscata dalla voglia di stupire, andando a cambiare in modo radicale alcuni punti cardini come appunto i riff di chitarra di Biazzi e Migliore, e il basso di Coti-Zelati che si fa spazio in modo quasi rissoso imponendo la propria presenza nello spartito. I temi affrontati nei testi sono pressoché i soliti: partendo dalle delusioni d'amore, fino alle rivincite personali, ma cambia semplicemente il modo di esprimere questi sentimenti, se ricordate bene avevo parlato di un quadro ben delineato di Comalies, dove un'apparente calma piatta nascondeva dei gorghi subacquei di malessere e frustrazione, ora le acque sono notevolmente più increspate e delle vere e proprie onde sono pronte a travolgerci.

Fragile (Fragile) è la traccia d'apertura del quarto full-lenght della band milanese, ed è anche il primo segno di "rottura" fra passato e presente, il nuovo corso della Spirale Vuota viene subito messo in atto con un intro abbastanza insolito per i consueti canoni esposti finora, la batteria di Mozzati funge da metronomo in questo intro, dove il basso di Coti-Zelati squarcia in maniera roboante lo spazio dinnanzi a noi con un suono potente e martellante accompagnato da riff di chitarra sporchi, insieme vanno a soffocare un tentativo della Scabbia di introdurre la propria voce, che rimane quasi inchiodata a terra senza la possibilità di decollare per la forza e il vigore che gli strumenti portano al testo. Non mancano come sempre degli elementi sferrati dalle tastiere per dare più pomposità all'ambientazione, ma novità anche nel modo di affrontare la track da parte della voce maschile, ovvero quella di Ferro, che prende parola al termine dell'intro con cattiveria e decisione, ma senza utilizzare i suoi growl ormai ben oliati, interpretando piuttosto la canzone con un nuovo stile che poi si può riscontrare nelle tipiche ambientazioni del Nu-Metal, e fa lo stesso la Scabbia, che abbandona la voce armoniosa per sferrarne una più "matura", i gorgoglii angelici sono ormai passato, un'esposizione con toni decisamente più bassi da parte della cantante milanese. La song parte forte anche con il testo, dove un interrogativo e la conseguente risposta aprono le danze, l'ascoltatore viene messo spalle al muro, ed è costretto ad ascoltare quello che viene "urlato"; come in molti altri casi i nostri analizzano la fragilità dell'uomo (da qui il titolo della track) mostrandone i sogni ed i desideri, ma al contempo la paura del fallimento e della realizzazione. Il personaggio è in cerca di se stesso fra mille domande e dubbi convinto di essere sempre sotto esame e pronto ad essere giudicato al minimo errore, questa cosa scaturisce una paura devastante, la sensazione di cadere da un momento senza avere la forza di rialzarsi. Le emozioni scaturite da questo testo sono delle vere e proprie montagne russe: si passa dalla convinzione nei propri mezzi alla totale desolazione, e l'immagine che poi racchiude il senso di tutto questo è una sfera di cristallo che cade a terra e si frantuma, simbolo sia della delicatezza (il cristallo) sia dell'incertezza della vita, ovvero che essa può subire mutamenti inaspettati in verso positivo o negativo che si voglia, ma dove le certezze sono poche e basta un non nulla affinché tutto cambi rapidamente, quindi bisogna essere preparati a tutto, e se si cade a vere la forza di rialzarsi il prima possibile senza lasciarsi sopraffare dai macigni che la vita ci dona ogni giorno. L'album prosegue con To the Edge (Al limite), questa volta un intro "vecchi tempi" da il via alla canzone, ma è solo una mera illusione, perché ancora una volta le cinque corde sono incattivite e prepotenti, ormai hanno deciso di prendersi lo scettro di comandante! Coti-Zelati quindi ci guida all'interno di questa track accompagnato da Mozzati, che dietro le pelli esegue un perfetto ruolo da comprimario, ma le chitarre non hanno voglia di lasciare che il basso si prenda tutta la scena e così entrano a gamba tesa sfoderando artigli acuminati e facendo a brandelli tutto. Il suono prodotto è molto più grezzo e pesante ed ancora una volta rischia di andare a coprire la parte vocale che per prendere il sopravvento deve tirare fuori il meglio dalle proprie qualità e così entra in scena la Scabbia che cerca di zittire e mettere a cuccia i suoi compari ricordando a tutti che è lei la punta di diamante della formazione, uno scontro che genera un'ambientazione caotica e roboante sicuramente una sorpresa per chi, come me, ha ascoltato la Spirale Vuota fin dalla sua nascita. I nostri riprendono il tema già espresso nella traccia d'apertura dell'album, l'incertezza della vita, la possibilità che si contorca su di essa quando meno ce lo si aspetta, la voglia di viverla al limite perché breve e sfuggevole, perché come tutti ben sapete chiunque di noi è  perfettamente a conoscenza dell'inizio della propria esistenza ma non ha la più pallida idea di quando possa terminare. Quindi il messaggio forte e chiaro è quella di godersela al massimo cercando di ottenere il meglio da ogni singola esperienza che nel nostro cammino faremo senza lasciarci condizionare dal giudizio altrui ma con la voglia di farsi anche del male, perché la vita è come un abile tatuatore che riesce ad incidere sulla nostra pelle cicatrici che neanche noi osiamo immaginare, talvolta possono essere cicatrici piacevoli da ricordare e altre volte purtroppo sono delle memorie di cui faremmo volentieri a meno, ma che volenti o nolenti fanno ormai parte del nostro cammino e sta a noi decidere se accettarle per vivere serenamente o se crogiolare su di esse rimuginando sugli errori commessi. Una canzone breve, ma tutto sommato intensa, pregna di un significato che va oltre il semplice: "goditi la vita che è una sola!" Our Truth (La Nostra Verità) è uno dei must di Lacuna Coil, uno dei testi che ad oggi viene sempre riproposto durante le esibizioni live, è indubbiamente una delle tracce più accattivanti di questo album, un intro molto particolare composto da un sottofondo di ambientazione elettronica e questo ticchettio in stile orientale sono l'avviso che qualcosa di particolare sta per accadere, basti pensare che il primo a prendere la parola è Mozzati, che con la sua batteria si lascia andare ad una sorta di marcetta rapida ed in crescendo pronta ad aprire la strada al resto del gruppo, che con piacere raccoglie l'invito e parte con dei suoni che sono ormai diventati la spina dorsale di quest'ultimo lavoro: un basso potente e preciso e dei riff di chitarra sempre più decisi ed accattivanti irrompono con violenza nella scena risvegliandoci dal torpore che quell'intro melodico aveva creato, come se non bastasse, l'ugola della Scabbia si lascia andare in questi assoli vocali che ci fanno capire ancor di più quanto la duttilità della cantante milanese sia ormai sotto gli occhi di tutti. Come di consueto le canzoni dei Coil non prevedono una vera e propria parte di assoli da parte degli strumenti, ed essi allora cercano di ritagliarsi il dovuto spazio con degli intermezzi di tutto rispetto, come quello che parte al minuto 2.10, dove la batteria da il via con tranquillità ad uno spaccato che insieme alle sei corde diventerà man mano sempre più altisonante. Il testo riprende in forma cantata quello che l'intro in stile orientale ci aveva preannunciato, il ticchettio, il tempo che scandisce la vita, tutto è basato su questo; il tempo è tiranno e ogni istante nel quale noi ci accomodiamo senza fare nulla è perso e niente e nessuno potrà mai ridarcelo indietro. La sensazione predominante è quella di essere costretti a stare fermi legati ad un passato ingombrante, un' ombra pesante che oscura il cammino  di chi vive nel rimorso e nell'inquietudine in cerca di un aiuto per liberarsi, in cerca di una verità nella quale ritrovarsi per poter finalmente tornare a vivere alla luce del sole. In sostanza la parte più difficile è dimenticare il passato, dalla storia d'amore fallita ad una delusione lavorativa, insomma qualsiasi cosa che ci ha arrecato del danno e fatto soffrire, e cosa può far cicatrizzare tutto questo se non il tempo? Esso è l'unico rimedio che abbiamo, immaginate che dopo una caduta vi sbucciate un ginocchio: dalla ferita sanguinante si formerà una crosticina, la quale verrà via e rivedrete la vostra pelle, un paragone che può sembrar banale, ma che in fondo racchiude tutto il messaggio i Coil ci vogliono tramettere, mai perdersi d'animo, perché seppur nella vita si cada (e spesso) c'è sempre una possibilità di rimettersi in sesto! E' tempo di ballad ora, e la Spirale Vuota ci propone Within Me (In Me), un "lentone" che è la massima espressione della malinconia e del dolore, canzone che rievoca i bei tempi del gruppo meneghino perché va a riprendere molti elementi del passato, questa capacità di creare sinfonie struggenti senza renderle però stucchevoli al punto di dire: "ok cambio canzone!". La voce di Ferro apre le danze accompagnate da riff delicati di chitarra e da Mozzati, che si limita a far scandire il timpano della sua batteria, anche Coti-Zelati, finora elemento di assoluto rilievo limita il suo compito a quello di semplice metronomo rimanendo per questa volta in netta disparte, d'altronde con un ambientazione leggiadra non ci si poteva permettere di appesantirla. Le voci si amalgamano alla grande, alternandosi in modo perfetto, senza mai sovrastarsi a vicenda, Ferro sfodera una buonissima prova di canto "normale" sia come prima voce che come coro, allo stesso tempo la Scabbia si riprende la scena ora che le è concesso andando ad interpretare il testo con voce affranta ma allo stesso tempo speranzosa, il classico gioco che la Spirale Vuota che mette in atto. Veramente interessante la performance di Migliore alla chitarra, che si lascia andare ad un paio di assoli di tutto rispetto quando si cerca di dare un accelerata alla canzone. Come detto dal punto di vista musicale, questo è un classico lentone che parla di un immensa delusione, molto probabilmente d'amore, che lascia nel buoi più che totale il nostro personaggio, che ora è costretto a ricercare se stesso nel proprio profondo perché ha perso chi era il sostegno portante nella sua vita. Viene messo in risalto l'essere sperduti, incapaci a tratti di ritrovare la via maestra, il duro colpo subito ha messo in ginocchio l'ipotetico attore di questa trama, il quale si chiede in che modo riuscirà a rimettersi in piedi, e a quale prezzo dovrà farlo, cercando nella propria anima la forza necessaria per dimenticare tutto, ancora una volta l'elemento temporale diventa di vitale importanza e considerato l'unico rimedio a tutto. Chiaramente questo percorso è irto e difficoltoso, ci saranno giorni dove tutto sembrerà irrimediabilmente compromesso e nessuna ragione o stimolo può dare la spinta necessaria per ripartire, come trovarsi in riserva con la propria macchina in una strada desolata con la speranza di trovare un benzinaio per non rimanere a piedi, si ha il 50% di possibilità, o si ha la fortuna di incapparvi in uno entro pochi chilometri oppure bisognerà cercare aiuto camminando, in questo caso ci vorrà più tempo e più imprecazioni, ma una soluzione la si troverà. Grinta pura da parte delle sei corde per aprire la quinta traccia Devoted (Devoto), in uno dei più classici schemi musicali della band milanese, dopo un intro nel quale appunto le sei corde e il basso irrompono partendo subito forte, ecco che l'ingresso delle voci li acquietano. Nell'abile gioco dei ruoli inscenato dal sestetto, questa volta la parte predominante è lasciata a Ferro, che si distingue nuovamente per una parte cantata abbandonando il growl, per poi cedere il passo alla compagna di viaggio Scabbia in occasione del ritornello. In generale si può dire che non c'è una nota di merito in questo spartito, la song viaggia tranquilla senza avere accelerazioni improvvise o "scatti d'ira" atti a rinvigorire in maniera decisa il contesto creato, più che altro gli strumenti si limitano ad accompagnare con decisa tranquillità le voci, anche durante l'intermezzo di stacco della parte cantata solitamente dedicata a loro non approfittano del vuoto lasciato dal duo Scabbia-Ferro standosene molto quieti e continuando a gestire il tutto con i riff impostati in partenza; la canzone viene impreziosita da qualche acuto della Scabbia, ma non è proprio una delle sue maggiori interpretazioni a mio avviso, diciamo che scorre, è molto orecchiabile ma non eccelsa. Altro discorso invece va fatto nei confronti del testo, molto pregno di parole e significati, una sorta di prosa cantata, si narra la devozione (da qui il titolo) di una persona per un'altra, l'assoluta disponibilità ad essere complice in tutto e per tutto, sostegno nei momenti di difficoltà e sorriso in quelli di gioia, creando così un rapporto di simbiosi quasi assoluto dove questo sentimento che lega i due arriva a creare una specie di dipendenza fino a toccare le anime di entrambi; un rapporto talmente vero e sincero da potersi dire tutto, confrontarsi su tutto, affrontare di tutto, la più grande fortuna che si possa trovare è trovare un complice del genere a cui poter affidare la propria vita, certo che la fiducia non sarà mai mal riposta. Il testo ripete in maniera quasi ossessiva "I will need you" (avrò bisogno di te), segno che ormai si è arrivati al punto nel quale nulla varrebbe più senso senza l'altro, e nulla sarebbe possibile senza l'altro, ormai si è abbandonato fra le sue braccia, donando cuore e mente, la cosa particolare è che non vi è alcun dubbio in questa decisione, nessun pensiero oscuro aleggia, ma soltanto convinzione di avere trovato sulla propria strada tutto ciò che si desiderava e a questo punto le ombre, e il buio che avevamo intorno sparisce dal raggio di luce che la felicità irradia nei nostri cuori. Ai Coil le canzoni intro piacciono proprio molto, ed è per questo motivo che inseriscono in Karmacode  You Create (Tu Crei), traccia dalla brevissima durata, per l'esattezza 1.33, e che si caratterizza per dei suoni orientali, arrivati da un'altra parte del Mondo, esotici e armoniosi: il tutto è composto da un delicato arpeggio della sei corde con l'altra chitarra a fungere da ritmica ed il basso ad operare in maniera sommessa, chiaramente la padrona di casa questa volta è la voce della Scabbia, che con un assolo vocale prolungato che dura circa l'intera traccia ci ipnotizza come un incantatore di serpenti fa con il proprio rettile. Tutta questa pace dura per 30 secondi circa, perché poi gli strumenti iniziano a salire di giri, chiaramente senza mai essere da ostacolo alla voce armoniosa della cantante, con la batteria di Mozzati che riprende a "pestare" e le sei corde che alzano il volume fino ad arrivare ad un momento di quiete, dove interviene una voce in stile sacerdote dell'antico tempio a lanciare frasi che parrebbero ammonitorie ma che in realtà sono parole di speranza, una semplice strofa per accaldare l'ascoltatore. Come detto il messaggio lasciato in queste parole, come in una profezia è di speranza e proprio di questo si parla, la convinzione che deve entrare nella testa di chi vuole veramente aprire la propria mente è quella che se si vuole non ci sono limiti; la canzone dice letteralmente If you look up there are no limits (se guardi in alto non ci sono limiti), più chiaro di così sui muore! E la seconda parte (there are no limits) viene ripetuta fino allo scemare definitivo della traccia, che come ben potete immaginare sarà poi l'attacco per quella successiva. Per l'ennesima volta passa il messaggio del credere in se stessi, nel cuore deve risiedere la certezza assoluta che chi vuole ottiene, chi si ferma ed inventa scuse è perché semplicemente non ha la forza di affrontare e la voglia di affrontare ostacoli che posso apparire come insormontabili ma che con la profonda convinzione in se stessi possono diventare piccoli e facili da superare. Insomma, pare abbastanza evidente che le figure che vengono utilizzate e l'atmosfera creata servano a incentrare l'attenzione di chi ascolta su quelle poche parole che arrivano dritte come un telegramma stringato ma deciso all'orecchio e soprattutto al cuore. Il gioco vocale attuato dalla Scabbia in You Create è l'elemento di apertura della settima traccia What I see (Quello Che Vedo) che riprende inoltre le stesse tonalità della canzone intro, ma queste vengono interrotte subito da un'aggressione violenta che viene effettuata per opere delle sei corde un riff tagliente e potente accompagnato dall'immancabile presenza del basso che mantiene i ritmi standard già espressi in questo album e si dedica alla funzione di metronomo impeccabile e puntuale. Stesso discorso anche per Mozzati, la batteria non è mai stato uno degli elementi incisivi nei lavori dei Lacuna Coil e ne abbiamo sempre più la conferma di una volontà ben precisa di voler usare le pelli come un elemento di valido accompagnamento lasciando ad altri la figura di prime donne. Tutta la canzone verte su un andamento ritmato, dove le sei corde fanno sentire la propria presenza tenendosi però in disparte quando il duo vocale si scambia i ruoli di voce primaria e secondaria, a proposito di ciò è sempre più evidente l'affiatamento di Ferro e della Scabbia, capaci con movenze quasi feline di interpretare la song senza mai pestarsi i piedi a vicenda, ma andando piuttosto a compensarsi ove necessario e a fare stacchi da solista in altre occasioni, la sottile differenza rispetto al passato sta soltanto nel modo di affrontare il testo, il modo di cantare è leggermente cambiato, particolarmente quello della Scabbia, che abbandona spesso e volentieri acuti e voci angeliche, per stare su tonalità basse e profonde. Delusione d'amore all'orizzonte in questa canzone targata Lacuna Coil, si cerca disperatamente la via di casa che ormai è perduta perché l'amore che vi conduceva lì è svanito nel nulla, sparendo all'improvviso senza lasciare tracce per ritrovarlo, come pollicino perso in mezzo al bosco ma senza le sue famose briciole di pane ci accingiamo con fatica e immenso dolore a rimetterci in carreggiata per poter riiniziare a percorrere l'autostrada della vita; mi verrebbe da citare l'inizio della Divina Commedia di Dante : "Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita". Anche se ovviamente l'interpretazione di questa frase era un'altra, la potremmo riadattare come il momento in cui ci si perde nel buio più che totale, e la nostra pila portatile per vedere è scarica, così da costringerci a vagare nell'incertezza. L'altro elemento chiave è la ripetizione ossessiva di alcuni versi di questa canzone che in sostanza riassumono la disperazione, e le fatidiche domande "Ma perché deve svanire?" "Ma perché tutto deve andarsene" sono l'emblema e racchiudono il sentimento che si prova, e la risposta che arriva puntuale e precisa è : io non so proprio, ne come fare, ne come reagire, ormai tutto sembra scuro e tenebroso, e non si vede alcuna chance di rivalsa. Traccia numero otto è invece Fragmenits Of Faith (Frammenti di Fede);  la Spirale Vuota riprende un intro in stile orientale, segno che questa caratteristica è piaciuta molto alla band milanese e ne fa un uso abbastanza importante in Karmacode, questo intro viene accompagnato da una sei corde tagliente come lame affilate, pronte a graffiare e assaltare l'ascoltatore ipnotizzandolo ed impaurendolo, la batteria di Mozzati fa il suo classico ingresso a metronomo, scandendo con precisione il tempo della song, Coti-Zelati si fa sentire in sottofondo, ma rimanendo un po' più tranquillo, mentre continua la sperimentazione delle voci, Ferro risulta sempre aggressivo con il suo accento rauco e profondo, ma il growl appare ormai facente parte sempre più del passato e non può restare altro che fare affidamento alla Scabbia, che in questa canzone si lascia andare a degli acuti che l'avevano contraddistinta e messa in risalto in passato, per questo vi dicevo che non tutti i vecchi elementi dei Coil sono passati. La canzone è di per sé orecchiabile, ma non lascia una notevole impressione al primo ascolto, risulta in alcuni punti forse un po' troppo pomposa, troppo caricata dalle sonorità elettroniche dei violini ed una ripetizione estenuante nel finale delle stesse strofe la rendono un po' stiracchiata proprio nella parte conclusiva, seppur si mette in mostra la scala vocale della front-girl. Si parla sempre di fede e di riscossa, la fede che viene a mancare e appunto si spezza in mille frammenti, difficili se non impossibili da ricomporre; qui viene mostrato l'altro lato della medaglia, se prima veniva esortata la reazione, la speranza e la voglia di rivalsa assoluta, ora invece si va a vedere la parte oscura, quella della depressione e della desolazione, tant'è che si parla di lasciarsi sanguinare come un malato in fase terminale senza nessuna possibilità di guarigione si vuole rimanere sul lettino in attesa della propria ora fra atroci sofferenze e rimorsi che di notte assalgono e come incubi si manifestano nella mente anche se qualche piccolo sprazzo di rinsavimento è presente con le richieste di aiuto, ma sono solo dei lampi nel cielo, della durata di pochi istanti, pronti ad illuminare per qualche secondo la mente prima di farla ripiombare nel buio eterno. Il finale porta lo stesso stampo della traccia numero sette (What I See) e ripete due versi allo sfinimento, come se nell'ultimo istante di vita si cerchi di appigliarsi a qualcosa, perché in fondo seppur si possa accettare la fine è  umano e comprensibile cercare di aggrapparsi a qualcuno o qualcosa per sperare che tutto si risolva, anche se ormai la possibilità di guarire è svanita. Closer  (Più Vicina) è una delle tracce da considerare come "must" della band milanese, veloce e piacevole da ascoltare, si presenta con un intro molto carino fatto dal basso di Coti-Zelati, nel quale da dimostrazione delle proprie capacità, lascia poi andare a riff di chitarra che si distolgono dall'andamento dell'album, molto più rapidi e semplici, con degli accordi che tendono ad un sali e scendi che porta al movimento e al canto, accompagnati dagli immancabili suoni di tastiera a pompare il suono alle spalle della band. La parte dominante, a livello vocale, è affidata alla Scabbia, che segue la scala di note scaturita dalla parte strumentale correndole dietro senza mai fermarsi, definirei una performance intensa, non tanto per violenza e forza, ma quanto più per velocità di esecuzione, una cosa un po' insolita per le caratteristiche della Spirale Vuota, che quindi cerca di sorprendere ancora con una modalità diversa di interpretazione, insomma ci stanno mostrando quanto siano degli attori in grado di cambiare il personaggio adattandosi al meglio al nuovo ruolo cucito per loro. Definirei carina anche la scelta in chiusura di lasciare una parte cantata in sospeso, con il semplice accompagnamento di un violino e la voce della Scabbia quasi otturata, come se parlasse dall'altra parte di un vetro.  Ancora il tema della ricerca della terra promessa, del momento in cui innalzarsi e godere finalmente dei frutti del duro lavoro, e forse ora quasi ci siamo, si è sempre più vicini ad ottenerlo, per fare questo l'unico modo è il duro lavoro, la continua ricerca della perfezione, il dover affrontare delusioni e sconfitte, ma quando si giungerà in cima a tutto e si guarderà lontano l'orizzonte ripensare a tutte le fatiche saranno un ricordo anche piacevole perché avranno ancora più senso e peso nella vittoria appena ottenuta. La voglia di avvicinarsi a questo traguardo è talmente forte che qualsiasi paura svanisce col passare del tempo e con ogni centimetro di terreno guadagnato verso l'arrivo, niente e nessuno potrà far cambiare idea, niente e nessuno ostacolerà il cammino, anche se dovesse prevedere il passaggio attraverso le fiamme dell'inferno perché arrivare lì in alto ripagherà di tutto; forse i Coil in questi testi sono autobiografici, vogliono testimoniare in prima persona tutte le sfaccettature che portano al successo e nel loro caso anche alla notorietà. Il messaggio più forte passato in fondo è quello di lottare sempre, perché anche se non si vince, almeno ci si è provato, senza mai arrendersi e gettarsi a terra cercando compassione negli altri, ma contando solo su noi stessi si potrà comunque realizzare qualcosa dal sogno più piccolo a quello più grande. L'album prosegue con In Visible Light (Nella Luce Visibile), decima traccia e altro pezzo lento della band: un arpeggio da parte della chitarra apre questa nuova canzone, per poi dare spazio alla voce della Scabbia accompagnata dall'altra chitarra che attacca in maniera più decisa il contesto, anche se sia voce che chitarra rimangono su standard di esecuzione quasi pachidermici, la canzone non varia mai il ritmo, non prende forza e vigore, tende solamente ad un amplificazione, anche grazie all'intervento delle tastiere e ad alcune rullate della batteria di Mozzati, durante le parti del ritornello. In questo caso a livello strumentale la parte del leone la fanno i violini che scortano la canzone con suoni armoniosi e classici, il tutto a voler rendere un ambiente di natura metal più portato verso la classica; la canzone verte però verso una pomposità e una malinconia troppo accentuata, rimane per troppo tempo statica senza mai dar modo di accelerare in alcun istante e dare quello sprizzo di gioia e vigore all'ascoltatore Come detto la voce della Scabbia rimane su standard molto bassi (parlando di tonalità), con Ferro che si limita a concedere qualche uscita durante il ritornello e come seconda voce, quindi il timone è in mano all'avvenente cantante milanese che dimostra di saperci fare anche con altre interpretazioni. Definirsi un dado in mano ad un altro non è proprio il massimo della vita, segno che la propria personalità è ormai annichilita e azzerata, non c'è più alcuna ragione di guardare quella luce che ti guidava, puoi soltanto constatare che essa porta con sé dolore e frustrazione in grado di arrecare danno e malessere: questo è lo scenario che si presenta dinnanzi a noi. Un amore finito male, dove ogni ricordo spaventa e atterrisce, la volontà feroce di demolire qualsiasi ricordo o esperienza che ha visto i due insieme, perché ogni minimo sussulto di quella relazione riporta alla mente dolore e frustrazione, ma per fare tutto ciò c'è bisogno di tempo e fatica, perché le ferite non guariscono in pochi istanti, magari fosse così! Ci vuole tempo e pazienza, quella che fondamentalmente manca, perché c'è soltanto la voglia di tirare una riga e ricominciare da zero, annientando la propria mente e liberandola dai tormenti e dagli incubi del passato, quindi con grande calma bisogna saper affrontare le situazioni con pragmatismo e cercare di staccarsene il prima possibile, in modo da lasciar andare questa zavorra che appesantisce il cammino e poter di nuovo tornare a correre verso lidi di una felicità che pareva ormai perduta. Ci stiamo avviando sempre più verso le battute finali, e allora i Nostri decidono di ridare un po' di vitalità all'album con The Game (Il Gioco): parte subito alla grande con l'ennesimo riff di chitarra ben orchestrato che va ad aggredire la canzone fin dalla propria nascita, ma lasciare da sola la sei corde sarebbe stato troppo poco ed allora ecco buttate nella mischia le classiche tastiere per dare un'aurea più imponente al pezzo, dopo questo breve intro entrano in scena tutti gli altri componenti, il primo è Mozzati che da la carica ai suoi per scatenarsi e dare ancora più vigore al contesto. Le voci partono all'unisono con quella della Scabbia che rimane sempre un gradino di tonalità superiore lasciando a Ferro il compito di corista, questo canovaccio tattico da parte dei vocalist proseguirà ininterrottamente per tutta la durata del pezzo, andando a creare poi una fase alternante durante il ritornello, come uno scambio prolungato fra due tennisti . Dopo una prima strofa in cui la parte strumentale pare calmarsi proprio per lasciare spazio al duo vocale, in un intermezzo si scatenano con le due chitarre che si fronteggiano su tonalità diverse ma sempre con riff taglienti per creare un'ambiente confusionario e caotico, allo stesso modo le corde del basso di Coti-Zelati vengono pestate con notevole violenza per dare un ulteriore senso di prepotenza alla song. E' molto apprezzabile anche l'assolo di chitarra che si scatena al minuto 2.10, veramente degno di nota e coinvolgente! La vita può essere considerata un gioco? Fondamentalmente sì! Tutti i giorni scendiamo in campo per conquistare qualcosa: dalla promozione al lavoro, al bel voto a scuola, a sconfiggere una malattia, a farsi rispettare? Ci sono milioni di cose per cui giochiamo ogni giorno, e possono essere serie o meno, ma tutte queste hanno delle regole, che talvolta vengono stravolte dagli eventi che ci capitano attorno, ma che comunque esistono e senza di esse regnerebbe il caos più che totale. Un ambito dove le regole sono abbastanza strane e altalenanti è sicuramente il campo amoroso e delle relazioni, dove molti possono giocare sporco, manipolando a proprio piacimento i sentimenti altrui per arrivare ai propri fini, spesso smascherare queste autentiche furbate risulta assai spiacevole e sgradevole, ma nel caso di questo testo direi proprio di no! La scoperta allevia il dolore, perché riesce a cancellare le lacrime versate da chi ha preso in giro i sentimenti, e con un sorriso ironico dire: "Ehi, quest'esperienza mi ha cambiato, ora gioco a modo mio!". In queste situazioni quindi la vita ti mette davanti alla scelta di rimanere come si è sempre stati oppure di cambiare le carte in tavola per non rimanere più scottati in un ipotetico futuro. Siamo arrivati ad una canzone che mi piace molto per il semplice fatto che ricalca le orme di Comalies, traendo da quel brano la sperimentazione di creare una versione ibrida a metà fra la parte cantata in inglese ed italiano, sto parlando di Without Fear (Senza Paura), traccia assolutamente melodica, che oltre a prendere spunto dal brano citato prima per la versione ibrida linguistica, anche la parte strumentale va a somigliare molto. Un' ambientazione assolutamente pacata, dove basso e batteria se ne stanno in disparte molto tranquilli e le chitarre sfoderano arpeggi delicati e sinuosi, ecco i vecchi Coil, capaci di riuscire a farti innamorare di queste stupende tematiche sonore sempre attorniati da atmosfere di nubi e foschie portati dalle tastiere, che diventano uno degli elementi principi a partire dall'intro affidato a loro e alle chitarre. Per quanto riguarda lo spartito, ancora un plauso all'assolo di chitarra sul finale della song, che è una via di mezzo fra un lavoro acustico ed elettrico, pura magia atta a farti rimanere sospeso in aria, incantato dalla bellezza della musica scaturita dalla sei corde. La parte vocale è lasciata ancora una volta in mano alla Scabbia che non delude per nulla cantando in italiano, interpretando con notevole calore una canzone carica all'inverosimile di tristezza e malinconia, Ferro invece è abile a supportarla senza mai oltrepassare la linea di confine e ad andare a prevalere sulla parte femminile. Il tema dell'amore al centro di questa traccia, un amore in fase calante da una delle due parti, dove quella femminile ammonisce il proprio compagno di essere fragile, non capace di reggere il peso della vita e di proteggere l'amata dalle avversità che li circondano, ma nonostante questo lei è pronta a donarsi totalmente a lui, senza alcuna paura (da qui il titolo) nella speranza che la distanza che li separa si assottigli sempre più, prima che questa diventi incolmabile e quindi irrecuperabile. Purtroppo dopo tutto questo tira e molla, la corda si spezza definitivamente e lei rimane lì sola a contemplare il suo dolore nell'attesa che esso passi, ma al contempo convinta che i sentimenti che erano presenti in lei stiano svanendo, che quella fede cieca che la legava a lui si stia dissolvendo nell'aria per diventare soltanto un lontano ricordo, anche in questo caso quest'ultima parte viene ripetuta più volte come a voler essere il messaggio principale del testo, ovvero quello di non tirare troppo la corda perché una volta spezzata essa non si sistemerà più. Tredicesima ed ultima traccia di Karmacode è una cover di una canzone del 1990 del gruppo alternative rock elettronico britannico Depeche Mode, ovvero Enjoy The Silence (Goditi Il Silenzio), non credo che in se essa abbia bisogno di molte presentazioni, visto il notevole successo che in passato ha acuto e visto che tuttora è considerata una dei must del gruppo oltre che una delle più belle canzoni della storia della musica! Il tocco che i Lacuna Coil vogliono dare è quello prettamente dark, intorno alla canzone aleggia questa nube di fuliggine che ti lascia intravedere poco quello che sta accadendo: l'intro composto dagli immancabili elementi elettronici (e come potrebbero essere assenti qui!) e un delicatissimo arpeggio di chitarra fa da apripista a quello che il resto del gruppo è pronto a scatenare, chiaramente dovendo dare un tocco dark il basso scocca rintocchi come una campana sempre presente e puntuale, deciso e concreto, mentre le sei corde svolazzano qua e là dando un senso di forza alla song! Molto particolari sono gli intermezzi nei quali tutto va incontro ad una calma apparente, con giochi vocali da parte della Scabbia che rimangono sommessi, si sentono quel tanto che bastano da lasciarti in attesa per il proseguo della canzone, questa tecnica verrà ripresa anche in chiusura della canzone e conferirà al pezzo un'aurea mistica di indubbio valore. Una canzone d'amore in piena regola, si suol dire che quando trovi la persona giusta, quella che veramente è in grado di scardinarti il cuore e rapirlo, non saranno importanti le parole che si scambieranno ma piuttosto i silenzi, perché in quegli attimi si capirà la complicità presente, senza bisogno di dire nulla capirsi, restare abbracciati. Oggi si è perso il valore del silenzio, se pensate che questa canzone è del '90 e che allora tutto era caotico, immaginatevi nel 2006! Dove si è bombardati di parole dalla mattina alla sera senza la possibilità di godersi un momento a tu per tu con la propria anima, o in questo caso quella dell'amato. In questa poesia la parte centrale è sicuramente il passaggio che recita: "all I ever wanted, all I ever needed, is here in my arms, words are very  unnecessary, they can only do arm" (Tutto ciò che ho mai voluto, tutto ciò di cui ho avuto bisogno, è qui nelle mie braccia, le parole sono davvero inutili, possono solo fare male) con queste poche righe si racchiude il significato pregnante del testo, sarebbe inutile andare a vanti a disquisire su un messaggio d'amore talmente forte ed intenso, finalmente si è trovato chi capisce i silenzi!

Sui Lacuna Coil ne ho sentite molte, dal fatto che non si meritino il successo che hanno ottenuto, al fatto che siano una copia degli Evanescence (questa cosa mi fa sorridere parecchio perché la band milanese è in attività dapprima di quella americana capitanata da Amy Lee!), ma la realtà dei fatti è che ci hanno saputo fare, senza troppi se e ma si sono fatti largo nell'ambiente musicale metal, si sono fatti conoscere in Italia e all'estero, credo che qualcosa significhi, non può essere solo culo! Parlando prettamente di Karmacode posso dire che è stato l'album che proprio nel 2006 mi ha fatto conoscere il gruppo meneghino e all'epoca mi era piaciuto moltissimo, e fra le altre cose avevo assistito al loro concerto a quello che fu il Rolling Stones a Milano, ma poi andando a ritroso ad ascoltare i vecchi lavori ho capito che quelli avevano uno spessore nettamente diverso, perché era più semplicemente arte, ma si sa che raggiunta una certa notorietà ci si accerchia di attenzioni che non riguardano solo l'aspetto musicale. Ecco Karmacode lo considero come l'album boa, dove i nostri hanno virato in altre direzioni, lungi da me dire che questo album fa schifo e che è scopiazzato come ho letto e sentito dire in giro, perché per me queste sono tutte delle fandonie, sicuramente ha qualcosina in meno di Comalies, ma sfido chiunque a riuscire a riaffermarsi in modo così prepotente, certo mi direte che alcuni riescono, beh lì però andiamo nell'olimpo dei magnifici e anche loro qualche passaggio a vuoto lo hanno avuto. Questo disco contiene comunque delle tracce di spessore che col passare degli anni sono diventate colonne portanti della band, come Our Truth o Within Me oppure Closer, fino ad arrivare alla stupenda cover di Enjoy The Silence, dal mio punto di vista questa fa fare un salto di qualità all'intero album, perché seppur sia stata coverizzata in svariate salse, i Coil riescono a dare quell'impronta dark che piace e conferisce al testo ancora più solennità e significato. Si respira questa atmosfera assai cupa all'interno del disco, quasi come se volesse analizzare ed eviscerare con cura svariati momenti della vita di una persona, così come varie rifrazioni dell'animo umano, il tutto con la consueta carica di oscuro, luce e ombra che i Lacuna Coil ormai ci hanno abituato a sentire. Ancora una volta poi rimango ammirato dalla volontà di inserire delle parti cantate in italiano, ripeto che questa è una band che suona in giro per il Mondo, e vedere che si esibisce con la lingua della terra natia è un elemento di orgoglio per il Bel Paese! In sostanza giudico abbastanza buono nel complesso Karmacode, nell'attesa di ascoltare il prossimo lavoro e sperare in un ritorno alle origini, perché quello che ha fatto storcere il naso ai più è proprio la decisione di abbandonare le sonorità europee per abbracciare quelle assorbite in terra americana e che virano pericolosamente verso le acque del Nu Metal, soltanto il tempo potrà dirci se i Coil continueranno a stare sulla cresta dell'onda portando in giro la bandiera italiana o se col passare del tempo questo album è stata la prima tappa verso una discesa.

1) Fragile 
2) To the Edge
3) Our Truth
4) Within Me
5) Devoted
6) You Create
7) What I See
8) Fragments of Faith
9) Closer
10) In Visible Light
11) The Game
12) Without Fear
13) Enjoy the Silence 
?(Depeche Mode Cover)

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