LACUNA COIL

In a Reverie

1999 - Century Media

A CURA DI
MATTEO PASINI
17/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

I Lacuna Coil hanno probabilmente ottenuto la consacrazione pubblica con la distribuzione dell'album Karmacode nel 2006; la nostra intenzione però è quella di partire dal principio, dagli albori della band milanese. Così dopo aver parlato della genesi del gruppo stesso e del successivo Ep omonimo, ci accingiamo ora ad affrontare ed analizzare il primo vero e proprio "full-lenght", intitolato "In a Reverie". Questo album vede la luce alle porte del nuovo millennio, ci troviamo esattamente nel 1999,  Scabbia e soci stanno ancora collaborando con la la "piccola" Century Media, una casa discografica all'epoca con dei potenziali limitati rispetto a giganti del settore come Virgin Records, Columbia, Atlantic Records o Sony, tanto per citarne alcune, e quindi più propensa a concentrarsi e seguire l'aspetto tecnico e musicale rispetto a quello di marketing sfrenato. Si può tranquillamente dire che in questo modo la band ha la possibilità di esprimere le proprie idee e di percorrere le proprie linee guida senza eccessive pressioni di vendita commerciale di alto livello e di conseguenza evitando di essere contaminati da suoni di tendenza. Anche per questo motivo, chi conosce i Lacuna Coil fin dai primi tempi, ha notato un cambio di rotta col passare degli anni che ha portato ad una contaminazione più commerciale degli album, tanto da far storcere il naso a più di un fan, creando spesso dibattiti sul senso che i lavori della band milanese prendessero col passare degli anni, con l'accusa più ricorrente di essersi dimenticati delle proprie origini pur di arrivare ad una consacrazione mediatica di assoluto livello, ma questa parte l'approfondiremo più avanti. Insieme alla pubblicazione di "In a Reverie" c'è da far notare una novità: la band cambia forma nei suoi interpreti, facendo entrare in formazione Cristiano Migliore dietro lachitarra e Cristiano Mozzati alla batteria, con la seguente uscita di Leo, Forti e Zagaria.  La nuova line-up, oltre che ad un rinnovamento dei membri, porta anche a delle novità musicali sostanziali in questo album; pur seguendo le linee guida impostate con il primo Ep, quindi cercando di ricreare ancora una volta atmosfere cupe e misteriose, tipiche del goth, con la classica contrapposizione fra bene e male, incarnata dallo scontro fra la voce maschile e quella femminile, e con il continuo troneggiare del basso, che rispecchiano il marchio di fabbrica dei Lacuna Coil, la band fa intravedere spiragli di heavy qua e là, come dei raggi di sole in una giornata cupa. La novità creata è importante, segno che il gruppo non vuole rimanere statico e fossilizzato su un unico stile, ma cercare sempre di cambiare e coinvolgere il gruppo anche con nuovi esperimenti, quest'evoluzione musicale porta ad una "riscoperta" dell'utilizzo della batteria; se precedentemente veniva impiegata principalmente come accompagnamento quasi sommesso e composto a voci e chitarre, ecco che ora fa la parte del leone, il nuovo entrato Cristiano Mozzati fa sentire(eccome) la sua presenza dietro le pelli, martellando in maniera insolita per le ambientazioni goth, ed in particolare per lo stile fin qui espresso della Spirale Vuota, arrivando addirittura a scuotere la grancassa con un doppio pedale, come ad esempio in "My Wings" e "in a Reverie". Ma la parte strumentale non comporta solamente delle variazioni alla percussione, anche i riff di chitarra sono più taglienti e crudi, musiche più veloci e aggressive, canzoni che partono a palla per interrompersi in maniera brusca ed imprevista, tutti elementi che creano più ritmo e coinvolgimento evitando così di trovarsi nuovamente nei classici "goth-ambient". L'evoluzione strumentale portata dai Lacuna Coil non intacca però le tematiche che verranno affrontate nei vari testi, gli sfondi e i paesaggi malinconici fanno ancora una volta da elemento cardine al quale ruoterà attorno tutto l'album: malessere di vivere un esistenza che non si sente propria, la conseguente voglia di cambiarla, sfocia ed esplode però in qualcosa di leggermente diverso, le inquietudini e i timori non vengono solo raccontati, ma da ora anche combattuti, e non solo a parole, gli strumenti aggrediscono sempre di più, come dare un senso di lotta estrema alle difficoltà esistenziali. Una vera e propria riscossa alla ricerca della felicità, contro la quale Miss Scabbia e Mr Ferro lottano vocalmente, supportati sempre di più da un arrangiamento robusto e potente(chiaramente per gli ambiti goth). Oltre alla classica traccia nella quale si parla e si canta di difficoltà voglia di evadere, voglia di credere e di risalire la china, i nostri affrontano per la prima volta in maniera concreta  il tema dell'amore, tutte le sue gioie e tutte le sue trepidazioni, questo non sarà solo un elemento di contorno, raccontato per vie secondarie, ma piano piano affiorerà sempre di più come uno degli argomenti principali che la formazione milanese propone. Dunque non perdiamo altro tempo e tuffiamoci a piene mani in questo fiume di dolore e amaro sentimento firmato dai nostri Lacuna.

 L'album parte subito forte, ecco che si presenta "Circle" (Cerchio),un inizio accattivante e coinvolgente, le sei corde attaccano in maniera imprevista e cadenzata, creando suspense, per preparare l'ingresso in scena dei vocalist, ma Miss Scabbia e Mr Ferro non si fanno attendere molto, i due partono insieme, aprendo con fare sommesso ed interlocutorio la song, per poi lasciare campo alla sola parte femminile, sembra un classico, ma la canzone prende sempre più piede e forza. E' un momento questo di grande energia e impatto emotivo, con i soliti due angoli dello stesso poligono che si intersecano fra loro, duellando come cavalieri schermidori su un antico campo di battaglia, e portando il cantato dalla luce al buio e viceversa, in un perenne e immaginario equilibrio di forze. Tutto questo fino all'esplosione del ritornello, nel quale la Scabbia attacca in maniera veemente definendo i suoi rimpianti come delle lacrime di pietra che cadono su di lei (These stone tears are falling down on me), ecco il tema principe del gruppo: consapevolezza di poter avere di più dalla vita, e voler spezzare questo cerchio dal quale sembra impossibile scappare, attanagliati dal pensiero di non aver fatto quello che si poteva, ponendosi così un interrogativo: c'è una soluzione a tutto questo? Nome omen anche per il titolo del brano, cerchio, qualcosa di immutabile e apparentemente perfetto, ma che se non preso per il verso giusto, rischia di trasformare la propria natura in quella di una ipnotica e agghiacciante spirale, in cui perdere ogni pezzo della nostra anima e non risalire più alla superficie. I nostri in fondo, tornando al tema principe della canzone, ci lasciano un po' sorpresi, senza in fin dei conti dare una risposta ben definita, ma alla fine tutti noi sappiamo che l'unica via è riprendersi in mano il proprio destino, e non lasciare che il passato ci tormenti. Il ritornello verrà ripetuto in maniera quasi ossessiva, per fortificare ancora di più il messaggio, e dopo una sapiente pausa creata dalle chitarre nella quale la voce si assenta ecco che i due riattaccano chiudendo la song; questa è una struttura che troviamo molto spesso nella musica di ispirazione gotica, quella di lasciare un piccolo intermezzo strumentale prima dell'ultimo attacco delle voci, quasi fosse la quiete prima della tempesta, ribadendo i concetti appena espressi e dando ulteriore e nuova forza a tutto il brano; le insicurezze e il disagio emotivo che il protagonista del brano prova quando pensa al proprio passato oscuro e distopico, vengono fuori in tutta la loro interezza, riusciamo bene a capire quanto la sua anima sia tormentata da pensieri che si distribuiscono fra dubbi e certezze, fra zone d'ombra e punti di pura luce, anche se alla fine decide sapientemente di prendere la stessa vita che lo sta schiacciando per le corna, e guidare lui, non lasciare che sia lei a dominare col suo carico di problemi. Il disco prosegue con "Stately Lover" (Magnifico Amante), un intro in semi acustico, le chitarre creano un ambiente  delicato e dolce, il tutto lascia presagire ad una canzone un po' sdolcinata sul tema dell'amore, ma Coti Zelati non ci sta, ed irrompe dando la carica con il suo basso troneggiante, per poi acquietarsi con l'ingresso in scena della Scabbia, sembra  un tipico motivo del gruppo, che fa sentire molto le caratteristiche già espresse nell'omonimo Ep di esordio; è una struttura assai semplice quella di questo slot, un ritornello ed una parte musicale che si susseguono fino alla fine, il tutto con un unico fine, che abbiamo peraltro già visto anche nel precedente Ep, il fine è quello di tenere alta l'attenzione sulle due voci, la musica c'è, ovviamente, ma ricama un morbido tappeto su cui Cristina e Ferro possano agevolmente muoversi, senza troppi ostacoli o problemi. Facendo un piccolo focus proprio sulla alternanza delle voci, abbiamo visto come i Lacuna Coil tendano spesso a far "combattere" le voci sul palco, cozzandole l'una con l'altro;  gli anni però passano per tutti, la maturazione viene quasi spontanea, ed infatti già in questa traccia possiamo ben vederlo, stavolta infatti l'alternanza fra voce maschile e femminile si trasforma in un dialogo vero e proprio, dove i due si interrogano sul loro futuro;. Nel caso specifico del secondo pezzo, abbiamo la donna che chiede incessantemente e disperatamente al partner di stare con lei, di essere il timoniere della sua nave, lui sembra sorpreso, quasi stupito di tutta questa sofferenza che l'amata esprime, le chiede, ma chi diavolo ti ha cacciato queste cose in mente? quante volte ci si è trovati di fronte a complicazioni e incomprensioni di questo tipo? Beh i nostri vogliono ricreare una situazione sentimentale tipica che ogni coppia prima o poi nella via affronterà, si arriva sempre al punto dove tutto si sistemerà, e si potrà ancora respirare. Un altro tema che, nelle formazioni goth ritorna sempre con fare da guerriero, quello dell'amore travagliato, di coppie che non possono parlarsi e amarsi come ogni fibra del loro corpo vorrebbe fare, storie di lacrime e sangue, di parole non dette e di quelle che non si possono dire. I Lacuna Coil però spezzano una lancia in favore della positività, dicendoci che l'ossigeno dell'amore si potrà respirare ad un certo punto, l'amata del pezzo è tormentata, disgustata quasi da tutto il male che i suoi occhi vedono, ed ha paura che tale dolore colpisca anche il suo di cuore, di conseguenza anche il rapporto con l'unico uomo che le da fiducia. L'uomo, dal canto suo, la tranquillizza (rappresentando la luce in questa sezione), dicendole appunto che il loro sentimento non è destinato a morire, ma piuttosto a rinnovarsi, le difficoltà ci saranno sempre, ma basterà affrontarle col piglio giusto, e mai alcuna china sarà così ripida da salire.  Continua il tema dell'amore con "Honeymoon Suite" ( La suite della luna di miele) un titolo che sa un po' di paradosso: al contrario di quello che può sembrare infatti, la canzone tratta di una separazione imminente, dove lui con fare rude sta scaricando lei, e lei che in qualche modo cerca di salvare il salvabile appellandosi in ogni modo per cercare di ricucire uno strappo che pare però insanabile; non c'è modo di smuovere il partner, ogni tentativo di riconciliazione sembra inutile, e, anzi crea ancora più risentimento nell'uomo che arriva a biasimare la sua, si può ormai dire ex, ragazza, non volendo sentir ragione alcuna. Quindi, dopo aver affrontato il tema dell'amore che potrebbe risolversi, stavolta si va dall'altra parte dello specchio per intingere il nostro cuore nel dolore; tutti sappiamo quanto l'amore possa anche essere una illusione, un lenzuolo bianco che ci viene messo di fronte agli occhi per nasconderci la verità, e quando il velo viene tolto, noi ci accorgiamo di quanto quella persona accanto a noi non sia più la stessa, tutto quello che abbiamo costruito ci crolla addosso come un castello di carte e sabbia, ci aggrappiamo a quelle poche certezze che abbiamo, ma anche loro sono destinate a cadere nel baratro della fine. Il tutto viene raffigurato da un interpretazione canora struggente da parte della Scabbia, che con i suoi acuti manifesta il dolore per la perdita dell'amato che se ne sta andando, e da parte di Ferro che con voce grintosa e risoluta respinge e quasi se ne frega dello stato d'animo di lei; abbiamo ancora un altro esempio di come i Lacuna Coil riescano a far leva sulla loro doppia azione, dal duello alla collaborazione, stavolta passiamo allo scambio reciproco di battute, come in un macabro teatrino del sentimento che viene messo in scena solo per i nostri occhi. L'accompagnamento strumentale è asciutto e diretto, la classica ambientazione goth sta lasciando spazio a qualcosa di più semplice e meno pomposo, non intende disturbare questo momento così difficile e particolare per la coppia, gli strumenti ci sono tutti, ovviamente, ma rimane quasi in disparte, ricamando un rumore bianco che però riusciamo a sentire, la desertificazione delle note è assai evidente; non dimentichiamoci infatti che, da questo lavoro in poi, i nostri milanesi inizieranno anche in parte ad abbandonare le strutture tipiche di questa corrente musicale, a favore di qualcosa che sia il più sperimentale possibile. In questa particolare sezione, troviamo una musica lineare e concisa, che quasi sembra annichilirsi in certi punti, ovviamente lo scopo lo sappiamo bene, è chiaro e cristallino, nonostante le innovazioni infatti, l'unica cosa che i Lacuna Coil non faranno mai sarà quella di evitare l'innalzamento delle voci. Si arriva così alla quarta traccia,  "My Wings" (le mie ali), canzone che rappresenta il picco di questo album: rapida, pulita, aggressiva, un'apertura che lascia l'ascoltatore stupito e coinvolto, la massima espressione del nuovo corso della Spirale Vuota. Le sei corde corrono in maniera insolita, veloci e cattive, anche se la scena viene presa prepotentemente da Mozzati, forza e costanza si avvertono da chi, dietro le pelli, vuole dare l'idea di spaccare il Mondo, con la gran cassa che rimbomba grazie all'utilizzo del doppio pedale, dando il senso di una cavalcata. L'aggressività sprigionata quasi ci fa innalzare dal piglio che le nostre orecchie sentono, e sorvoliamo il mondo come uccelli eterni; ancor di più che nel brano precedente, in cui i nostri avevano scelto una musica a mo' di tappeto per la propria riuscita, qui ci si tinge di cattivo, l'oscurità lascia lo spazio alla veemenza musicale, ben espressa dai roboanti soli di chitarra e come abbiamo già detto dalla batteria, la new entry del gruppo non ci sta a rimanere relegato in un angolo, e lotta per far uscire il demone che c'è dentro di lui, nell'unico modo che conosce, pestando sulle pelli come un forsennato. La struttura così fuori dai canoni per i milanesi, nasconde al suo interno un inno alla libertà, dove la voglia di volare viene espressa nel modo più facile e rappresentativo, quello di un battito d'ali, che già dai tempi di Icaro affascinava e ammaliava l'uomo; per questo, ribadendo il concetto espresso qualche riga fa, ascoltando queste note abbiamo anche noi la sensazione di librarci nel cielo più limpido e immutato, il senso di libertà più vero che l'uomo abbia mai conosciuto, è proprio quello del volo, meccanismo naturale dal quale è stato sempre affascinato, e verso il quale ha sempre provato una profonda paura mista ad una grande ammirazione. Negli anni decine, centinaia di uomini hanno dato anche la loro vita per poter far provare a tutto il mondo quella sensazione, e la nostra spirale vuole rendere omaggio anche a loro, ponendo noi su di un piedistallo stavolta, e facendoci spuntare letteralmente le ali al posto delle braccia. Verso la fine del pezzo il gruppo torna al tema originale, e dopo una pausa interlocutoria in cui il topic principale è l'amore, ecco che si torna a parlare di vita e speranza, apriamo la porta e lasciamoci trasportare dalla corrente, fino a toccare il cielo, attraversando tempeste, ma a differenza di Icaro, noi non cadremo, perché abbiamo la forza e il potere di essere timonieri della nostra esistenza; un altro passaggio da vari argomenti che compongono questa traccia, anche se in realtà amore e volo sono strettamente collegati, chi non si è sentito ad un palmo da terra quando ha amato veramente? si passa poi ad un pezzo totalmente introspettivo "To myself I turned" (Mi rivolsi a me stesso); tornano i Lacuna Coil a scegliere una struttura musicale molto semplice, un tappeto di suoni operato principalmente da chitarra e tastiera, al fine di lasciare campo libero a Cristina e alla sua voce. Si passa da momenti di pura quiete, in cui ogni strumento abbassa ulteriormente i toni fino quasi a diventare silenzioso, al ritornello nel quale specialmente la chitarra prende per un attimo il sopravvento, ed è lei a duettare insieme alla voce con piccole esplosioni di suono che ci rimbombano in testa. Per quanto riguarda il testo, ancora una volta si parla di libertà, ma questa volta è una libertà interiore, un testo molto profondo, cantato interamente dalla Scabbia , che parla di un Mondo che nessuno può toccare, quello che è racchiuso in noi stessi, dove la libertà stessa sta dentro la nostra mente e il nostro cuore, e viene dipinto il tutto dalla strofa più rappresentativa: "Io sono il re, la nazione, nessun dittatore o religioni le leggi non stabilite per me Io ho la mia libertà dentro di me"; ancora una volta, tornando sulla musica, l'intro è delicato e dolce, quasi a voler cullare l'ascoltatore, e continuerà ad essere così per tutta la durata, nessun suono pesante e opprimente intralcia le qualità canore di Miss Scabbia, libera di sguinzagliare la propria voce per un per dare un senso di rilassamento e pace interiore. Quel luogo segreto di cui si parla nel testo, può essere ricercato in qualsiasi cosa vogliamo, sia un posto specifico con nome ed indirizzo, ma anche nell'ascolto di una canzone, nella visione di un quadro o nella lettura di un libro; ciò su cui i Lacuna Coil mettono il punto è tutto ciò che ci fa sviluppare un flusso interiore, parlando direttamente alla nostra anima, dialogando con essa, continuando ad alimentare le sue volontà, e a chiederle consiglio quando siamo in grossa difficoltà. Bisogna però stare attenti a non far entrare nessuno nel nostro mondo segreto, là dentro le leggi le stabiliamo e facciamo rispettare noi, è la parte più personale di tutto il nostro essere, qualcosa che niente a parte le nostre mani può toccare. Con il proseguo dell'album si arriva a "Cold"(Freddo); continua l'egregia prova di Mozzati alla batteria, che non contento di essersi sfogato in "My Wings", prosegue imperterrito a far sentire la sua presenza, scatenandosi ancora una volta con un accenno di doppio pedale qua e là, le chitarre passano quasi in secondo piano, sembra un duetto fra percussione e voce; dunque una scelta che non era mai stata operata dalla nostra band milanese, quella di lasciare la voce da sola, ma invece che far salire la chitarra a tenerle compagnia, stavolta sono le pelli a farla da padrone, quasi come fossero il battito di un cuore che si muove all'unisono con la voce di Cristina, creando un connubio ed un legame difficile da slegare. Questa scena fa da contorno ancora una volta al tema dell'amore, un amore che finisce, finisce fra odio e risentimento, il titolo la dice lunga sulla situazione, una situazione fredda, dove i due non si vogliono più vedere addirittura portandosi ad annientarsi per non trovarsi più davanti in un futuro; i nostri come detto stanno toccando tutte le situazioni che i sentimenti provocano, le parti si invertono, lui cerca di convincerla a stare, ma con disprezzo viene mandato via; stiamo, man mano che procediamo all'interno di In a Reverie, esplorando davvero tutti i lidi dell'amore possibili, dal positivo più puro, al buio più totale. Nel caso specifico di Cold, facendo un parallelismo con Honeymoon, stavolta ci rivolgiamo dall'altra parte, perché anche i maschi possono soffrire per amore, ed ecco che allora vediamo lui respinto con forza, un muro si erge fra le due parti, ed il nostro protagonista può fare ben poco per abbatterlo, considerando che i mattoni che lo compongono sono incastrati fra loro con l'indifferenza. E' interessante vedere come la formazione riesca ad affrontare ogni tema da più angolazioni, ogni sfumatura non viene lasciata, niente viene abbandonato a sé stesso, ma ogni elemento con fare da certosini, viene analizzato, catalogato ed espresso per il pubblico, al fine di fargli avere un quadro davvero completo dell'argomento. Track numero sette è "Reverie" (sogno ad occhi aperti), canzone che da il titolo all'album stesso: essa rappresenta le tipiche ambientazioni goth del gruppo, suoni pesanti, malinconici, pieni di tristezza e freddezza; la canzone si apre con un attacco di voce apatico e struggente da parte della Scabbia, prosegue su ritmi indolenti e massicci, il basso di Coti Zelati viene messo in risalto per dare suoni gravi e pesanti, l'intenzione è quella di creare una vera e propria ballad quasi depressiva, che porta ad una riflessione costante e profonda durante tutta la durata della track; la musica stavolta funge quasi da taumaturgia per noi ascoltatori, considerando il tema assai delicato e devastante al tempo stesso che viene trattato, il "sogno ad occhi aperti" non è altro che l'illusione che tutto ciò non stia accadendo, se non nella nostra testa, che sia appunto soltanto un sogno, e che ad un certo punto ci sveglieremo di soprassalto. Ancora una volta, proseguendo nell'ascolto, l'ugola di miss Scabbia si esalta, lasciandosi andare in assoli tormentati da dolore e disperazione, se comunque l'impostazione è di quelle da canzone prima della buonanotte, ecco che ogni tanto le chitarre sfoderano attacchi forti e rinvigorenti per non fare ammorbare più di quel che serve l'ascoltatore, forse uno dei pezzi più belli di questo album, completo in tutto. Siamo giunti allo stadio finale di una relazione amorosa, rimanere soli, e avere la voglia, l'ardore di tornare insieme, ma sapere che questo non è possibile, perché ormai tutto è finito, senza possibilità di rimedio e di uscita da un vicolo cieco che ci costringe a commiserarci e a piangere in solitudine; e dunque il cerchio con cui abbiamo iniziato questo disco si sta man mano trasformando in quella che abbiamo definito spirale, un vortice di tensioni, dolore e sentimenti che ci schiacciano come un macigno sulle spalle, noi ci perdiamo al suo interno, piangiamo, vediamo le nostre amare lacrime scendere sul mento e colpire le pareti, ma siamo soli, soli con la nostra mente ed il nostro dolore lancinante. Solo adesso forse ci accorgiamo del percorso che abbiamo affrontato ascoltando questo disco, siamo partiti con gli amori folli, siamo passati per le cose non dette, giungendo all'amore che finisce visto da entrambe le campane, sia uomo che donna, ma adesso il momento della fine è ormai giunto, le porte si chiudono, e probabilmente non si riapriranno mai più.  Stiamo ormai giungendo alla fine di questo primo full-lenght, arrivando a "Veins of Glass" (Vene di Vetro): intro molto similare ai precedenti, con una partenza delicata, ma allo stesso tempo veloce e decisa, per poi increscere di volume e potenza con l'ingresso di basso e batteria, che per l'ennesima volta chiedono spazio alle sei corde, non volendo fare solo la figura dei comprimari, ma lasciando un segno indelebile in questo album. Questa new entry della formazione proprio non ci sta a rimanere in disparte, egli vuole essere protagonista, sembra quasi di vedere un leone in gabbia, che zampa e graffia per poter uscire. Il gruppo, dal canto suo, ogni tanto decide di allentare i cardini di questo corpulento fabbro, e lasciarlo libero di esprimersi come meglio crede, questo pezzo forse ne è uno degli esempi più lampanti, in cui tutta l'aggressività accumulata nel dover "stare al proprio posto" si scatena in una potente deflagrazione nelle nostre orecchie. La band vuole ribadire i concetti espressi finora, la tristezza interiore e il disagio che ci tormentano proseguono, vengono dipinti come dei frammenti di vetro nelle vene, tanto fastidiosi quanto impossibili da vedere, da toccare e da estirpare, in cerca di un salvatore che possa aiutare a risollevarsi e far si che in qualche modo tutta questa situazione cambi, ma il testo lascia poca speranza, non c'è riscossa, non c'è redenzione, c'è solo rassegnazione per non avere la forza di combattere un nemico invisibile e potente; continuiamo  a perderci nella spirale che dicevamo poc'anzi, un turbine di sofferenza in cui non troviamo la via di casa. I Lacuna Coil, come già detto, ribadiscono in questa Veins ancor più il concetto usato nell'ultima traccia, proponendo una metafora di dolore atavico e viscerale che spaventerebbe chiunque; i pezzi di vetro conficcati fino alle vene sono tutto ciò che non ci saremmo voluti sentir dire, frasi come "è finita", o "vattene", ogni volta che le nostre orecchie le hanno udite, nuove schegge ci comparivano sulle braccia, e per quanto noi potessimo sforzarci di rimuoverle con tutta la pazienza possibile, esse non fanno né facevano un passo avanti o indietro, immutabilmente rimanevano là con il loro sguardo accusatorio, a ricordarci sempre che cosa ci fosse successo. L'ultima traccia è "Falling Again" una versione rivisitata della precedente "Falling", sentita nel primo Ep omonimo della band; stavolta però si cambia registro, ed invece che riproporre i ritmi sentiti nel primo esempio di questa band, stavolta si  seguono le linee direttive di questo album, portandole a ritmi più aggressivi e concitati rispetto al primo malinconico arrangiamento, i suoni sono più crudi, il semi acustico lascia spazio a delle sei corde più accattivanti e presenti sulla scena, mentre basso e batteria spuntano a intermittenza, ma solo come elemento secondario, ancora una volta la voce della Scabbia risalta in solitario, e il suo timbro pulito e limpido viene esaltato da questi ambienti poco contaminati da suoni opprimenti e decadenti, scavalcando qualsiasi cosa ed arrivando dritta all'orecchio dell'ascoltatore. La chiusura del cerchio spiralizzato è affidata ovviamente alla caduta, una caduta che avevamo già affrontato qualche anno prima, ma che adesso ci si ripresenta come un demone che pretende di avere la sua agognata preda. Cadiamo, cadiamo in preda alla disperazione per tutto quello che abbiamo passato negli slot precedenti, per tutto quel male che l'amore porta, per tutta quella luce che sembra avere quando inizia, ma che man mano che si procede nel baratro dell'indifferenza, diventa sempre più oscura e buia, fino a non lasciar trapelare neanche un filo di sole nella nostra vita, ma chiudendo per sempre la porta sulla nostra felicità. Quell' "again" del titolo probabilmente non è messo lì a caso, sta forse a ricordarci che ci siamo cascati ancora, che per l'ennesima volta ci siamo ritrovati in quelle situazioni che avevamo promesso di non rivivere più, anche se sapevamo bene che siamo esseri umani, ed in quanto tali portati all'errore. La speranza che ci consente di andare avanti è quella di sopravvivere anche a questo ultimo colpo che la vita ci ha riservato, rialzandoci nuovamente più forti e temprati di prima, consapevoli che certi errori si pagano con lacrime e sangue.

Gli ampi consensi ottenuti dopo la pubblicazione dell'album troveranno conferma nelle esaltanti prestazioni dal vivo realizzate dalla band, sia nei maggiori festival internazionali (Wacken'98, Dynamo'99, Gods Of Metal'99.), sia nel loro tour europeo in compagnia dei "celtici" Skyclad. Una testimonianza diretta di quanto il nostro paese sappia andare anche fuori dei confini di esso, e portare qualcosa al di là delle Alpi, qualcosa in questo caso di oscuro e melanconico.  La considerazione finale è quella di trovarsi davanti ad un lavoro  maturo, concreto.: "In A Reverie" è un disco al contempo pratico e profondo, asciutto e variegato che, senza né ruffianerie né mielosità di alcuna sorta, emoziona e culla l'ascoltatore in tutta la sua durata, mai eccessiva. I Lacuna Coil sanno di non inventare alcunché né proponendo un gothic metal tradizionale, né servendolo con la doppia soluzione vocale. La scelta è, allora, di puntare su quella semplicità che "arriva", piace e cattura. I pezzi vengono, così, ad essere strutturalmente semplici e lineari indirizzando tutta l'attenzione compositiva verso l'integrazione delle voci, le atmosfere suadenti ed ipnotiche e quei giri melodici che prendono fin dai primi ascolti. Semplice ma non facile, immediato ma non scontato: sono le scelte che hanno portato a fare dell'album in oggetto un prodotto vincente. Qui non c'è spazio per i suoni gonfiati, per il protagonismo da immagine, per i ritornelli studiati. Tutto suona naturale e fluido: dall'intesa vocale tra una Cristina Scabbia mai più così profonda ed espressiva e quell'Andrea Ferro puntuale e presente, passando per le atmosfere malinconiche senza paura d'esserlo, finendo ad una produzione leggera e sinuosa sullo stile dei brani. Brani lontani dal capolavoro, dall'innovazione ma che fanno di In A Reverie qualcosa da ricordare, unico e consigliabile al di là di gusti e pregiudizi. E' un sogno che forse spereremmo mai di non dover fare, considerando tutto il male che abbiamo sentito anche sulla nostra pelle mentre lo ascoltavamo, ma è anche un ottimo esempio di come, con strutture semplici ed a tratti aggressive, si possa costruire qualcosa che trasuda sentimento da ogni poro, arrivando a toccare il cuore di chi vi posa l'orecchio, rapito dalle sue voci, incantato dalla sua musica, meravigliato dai suoi significati.

1) Circle
2) Stately Lover
3) Honeymoon Suite
4) My Wings
5) To Myself I Turned
6) Cold
7) Reverie
8) Veins Of Glass
9) Falling Again

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