LACUNA COIL

Halfilfe

2000 - Century Media

A CURA DI
MATTEO PASINI
01/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

L’anno 2000 è sicuramente uno dei punti cruciali della storia contemporanea, segna un giro di boa fondamentale, c’è chi vede questo azzeramento degli assi come un nuovo punto di partenza per un futuro migliore e più prosperoso, e c’è invece chi teme per Giorni del Giudizio, Apocalisse e Millennium Bug vari. Nonostante però il grande clamore mediatico che un avvenimento così importante come il Giubileo possa scaturire, il Mondo non si ferma, la vita continua, e la musica continua. Ed ecco che appunto in questo anno, la band milanese Lacuna Coil mette in mostra il secondo Ep della sua (ancor) breve carriera, nonchè terzo lavoro complessivo dall’uscita di Lacuna Coil, cavalcando come dei bravi surfisti le onde di successo e consensi ottenuti finora; il titolo che gli daranno sarà Halflife, ed insieme ad esso il quintetto presenta una nuova entrata, quella del chitarrista Marco Emanuele Biazzi. Con l’ultimo arrivato, la formazione meneghina trova il suo definitivo completamento, raggiungendo così un intesa strumentale perfetta, una ciliegina sulla torta in grado di dare quella marcia in più al gruppo e quindi la possibilità di comporre nuovi sound sempre più accattivanti e armoniosi; questo ingresso permette infatti di creare un duo fra chitarra ritmica e solista, dando così modo ad una di svolazzare libera e tempestare le canzoni con assoli degnamente accompagnati, ma anche di poter svincolare il basso dal solo supporto e renderlo sempre più un elemento chiave e di risalto nella parte strumentale della band. Il nome dell’album, composto da 5 sole tracce, per un totale di 20:29 minuti, è già un forte indizio sulla direzione che la band vuole prendere in questa occasione. Il significato di mezza vita, o per meglio dire in mezzo alla vita, porta alla creazione di un lavoro prettamente introspettivo, che si fonda sulla voglia di guardarsi interiormente, di creare un contatto diretto con il proprio io, fino a scoprire cosa realmente si voglia ottenere dalla propria esistenza: questo è stato senz’altro il messaggio più forte che la Spirale Vuota ha voluto perseguire fin dai propri primi passi, l’argomento clou e proprio cavallo di battaglia. Tuttavia in quest’ultima loro apparizione discografica, si nota ancor di più il bisogno di capire e comprendere il significato della vita, il perché di tante cose, di tante risposte che non arrivano e di tante cose che accadono. Le tematiche trattate e le musiche prodotte portano ad un turbinio di pensieri ed emozioni, come essere in cima ad una montagna, e con una gustosissima birra fredda in mano, osservare l’orizzonte: sentirsi un elemento così piccolo e insignificante in un Mondo tanto immenso, se provate a ricreare una situazione simile vi troverete subito a rincorrere i vostri pensieri, e questi si daranno la caccia fra loro, le domande appariranno una dietro l’altra e le risposte tarderanno ad arrivare, ma nonostante questo la pace interiore vi assalirà come non mai, perché in quel preciso istante sarete voi e solo voi, nessun’altro in mezzo, nessuna parola e nessuna influenza potrà portarvi via questo momento così accattivante e allo stesso tempo destabilizzante. Ecco appunto dove la band vuole arrivare, dare la possibilità all’ascoltatore di sentirsi libero di pensare senza alcun vincolo imposto, proprio per questo motivo la durata è breve ma incisiva, il gruppo vuole mirare a smuovere le corde inconsce, la parte più profonda e inespressa dell’uomo. E’ così che allora la band capitanata da Cristina Scabbia punta ad un drastico ritorno alle origini con i suoni melanconici e talvolta tetri, lasciando così alle spalle quegli sprazzi più heavy e duri che ci avevano fatto intravedere in In a Reverie,  dando modo così di ricreare una cappa di nebbia dalla quale è difficile scappare, una ragnatela tesa a puntino per catturare l’attenzione di chi sta ascoltando, come una preda che viene intrappolata ed è in attesa della sentenza che il suo aguzzino è pronto a calare.



Ma dopo tante chiacchiere arriviamo finalmente ad analizzare l’album traccia per traccia; si parte con l’omonima Halflife (Semivita), song di apertura e che prende il titolo dal nome dell’album stesso. L’apertura spacca in due e lascia un po’ sorpresi, un inizio quasi hendrixiano, con la sei corde che volteggia in modo psichedelico, ti prende e ti porta dove vuole, come seguire con lo sguardo e cercare di acchiappare quella mosca che ronza intorno alla testa, e quando l’attenzione è catturata appieno ecco che la voce cristallina della Scabbia entra quasi di soppiatto, delicata e decisa allo stesso tempo, melodica a tal punto da sembrare angelica, come un soffio nell’orecchio, d’altronde è lei il punto di forza del gruppo, e le atmosfere create sono sempre a disposizione delle sue qualità canore, ma questa armoniosità dura poco. Ed ecco che il ritmo diventa più serrato e duro, ma lei continua imperterrita a cantare con fare celestiale, nella perenne lotta fra bene e male, continua la sfida fra la rudezza della parte strumentale e la voce, come due pugili che si stanno sfidando nell’ipotetico ring della vita, dove le avversità vengono rappresentate dalle chitarre e la riscossa dalle voci. Lo schema che i nostri seguono è appunto similare ai precedenti, con un continuo alternarsi fra voci e strumenti, pause riflessive e rinvigorenti, dove le sei corde non ci stanno a fare la figura delle comprimarie, e la voce di Ferro che cerca di disturbare il continuo lamento della Scabbia, senza però ottenere risultato alcuno, perché lei come un martello prosegue incessante nel voler esternare le proprie difficoltà emotive. Già questa prima traccia racchiude tutto quello detto nell’intro. La scelta dell’uscita di questo Ep proprio nell’anno 2000 non è del tutto casuale, infatti è forte il richiamo di un senso di incompletezza e disorientamento all’alba del nuovo millennio;  l’emblematica frase We're incomplete despite of the new millennium(Siamo incompleti a dispetto del nuovo millennio) ce lo fa capire senza troppi giri di parole. Il testo parla appunto di un senso di debolezza nei confronti della vita, e fin qui non c’è nulla di nuovo rispetto a tutto quello che la Spirale Vuota ha finora proposto, rimarcando una volta di più il senso di difficoltà perenne in cui l’umanità si trova, come una foglia d’autunno attaccata all’albero nel suo ultimo istante di vita, in attesa di un colpo di vento più forte che la possa spazzare via. A tal proposito, si potrebbe evocare una poesia di Ungaretti, ovvero “Soldati” (Si sta come; d'autunno; sugli alberi; le foglie), o come nel caso specifico di questa canzone, essa viene paragonata ad un ramo che rischia di spezzarsi per il troppo peso accumulato dalla neve caduta dal cielo, la precarietà di una vita altalenante è l'immagine che la band vuole dare tramite questa traccia, siamo troppo esili e gracili per sostenere l’immane pressione che l’esistenza ci impone, ma al contempo non si vuole mollare il colpo, non si vuole lasciare ogni strada vana e la voglia di rafforzare questo ramo, affinché ciò non accada, affinché la vita continui. L’interrogativo è perenne, quasi estenuante, come fare? come arrivare ad una soluzione drastica e finale? La risposta è alquanto scontata, nessuno può dire come riuscirci, ma solo facendo affidamento sulla forza interiore si potrà finalmente prendere in mano il corso della propria storia. Immaginate per un attimo la scena della montagna che vi ho descritto poc’anzi e provate ad ascoltare questo pezzo, vedrete che vi sentirete trasportati all’istante in una dimensione lontana, dove nulla può disturbarvi e intaccare i vostri pensieri più nascosti, potrete toccare con mano la sensazione di essere molto vicini al paradiso, al momento di liberazione totale, ci sarete solo voi! Passando ora alla seconda traccia, ci troviamo di fronte ad un nuovo modo di creare dei Lacuna Coil, per la prima volta infatti inseriscono un “pezzo intro”, volto a preparare il terreno per la canzone successiva, sto parlando di Trance Awake (In trance da svegli): un inizio soft tendente sempre alla psichedelia, avvolgente e affascinante, conturbante e allo stesso tempo ansiolitica, crea una voglia di scoperta e al contempo paura della novità stessa;  ancora una volta il meccanismo del confronto fra bene e male fa da padrone nello scema della band meneghina, l’introduzione di elementi elettronici di fondo, che man mano prendono sempre più corpo e assumono una posizione di netta rilevanza a dispetto di parte strumentale e cantata. Questa è la prima vera novità, l’utilizzo di questa tecnica finora inespressa da parte della Spirale Vuota, è il chiaro segno di una sperimentazione, che in fondo lascia un po’ spiazzato chi ascolta già da tempo i loro brani, questo nuovo modo serve ad accogliere l’ascoltatore e a lasciarlo in sospeso con cori simili ad una cantoria Pastorale, quasi come l’apertura di una messa in attesa che il prete prenda la parola dall’alto del suo scranno, la sensazione forte di trovarsi all’interno di un monastero o comunque di un luogo di culto e respirare l’aria di una predica imminente, una sorta di ipnosi nella quale ci si trova, ma un’ipnosi cosciente, sveglia, nella quale capiamo cosa accade ma non abbiamo i mezzi per combatterla. Uno stato comatoso perenne, sdraiati su un lettino d’ospedale con il corpo immobilizzato, ma con la mente libera di cavalcare i pensieri e le sensazioni, viaggiando fra ricordi ed esperienze passate, con un altalena mirabolante di emozioni, che siano belle o brutte non importa, ma che diano la prova di essere ancora vivi nonostante l’essere costretti ad una situazione di stallo fisico;  perché in fondo sono tutte queste cose che in fondo ci danno lo slancio per andare avanti e credere in un qualcosa di più per il domani, e da qui si vuole ripartire, per risvegliarsi una volta per tutte da questo stato fisico che ci immobilizza. Un ulteriore prova dell’obiettivo prefissato, raggiungere una sorta di contatto interiore sempre più forte, lasciarti in una zona d’ombra, di profondo buio, dove solo una piccola fiammella, come la speranza e la voglia di rivalsa possono riaccendere la luce, e indicarti il cammino per uscire da questo tunnel nel quale i nostri ci stanno schiaffando senza troppi complimenti; è curioso come la band butti in continuazione l’ascoltatore in questo stato d’animo, attirandolo poi fuori e successivamente rigettandocelo dentro, in un continuo giocare come il gatto col topo. Ed eccoci giunti a Senzafine, prima traccia interamente cantata in italiano della storia dei Lacuna Coil: l’attacco è chiaramente della stessa matrice di Trance Awake, infatti la canzone riprende il finale della precedente, creando così un filo conduttore.Ancora una volta la vita è al centro del progetto, gli accompagnamenti strumentali sono leggiadri, quasi inesistenti, vogliono creare quiete e tranquillità, così da lasciar prevalere in gran parte le voci di Ferro e della Scabbia, con quest’ultima che prenderà il sopravvento come da classico schema della Spirale Vuota. Sembra una poesia a tratti cantata a tratti recitata, un invocazione verso colei che mette al Mondo ognuno di noi: la Madre, chiamata con forza e vigore a più riprese, segue il ritmo della canzone, che subisce toni più decisi e aggressivi nei momenti in cui viene tirata in ballo, come l’unica persona in grado di aiutarci a superare tutti gli ostacoli che la vita ci insidia durante il nostro cammino; la similitudine è veramente azzeccata, quale altra figura umana può rappresentare al meglio la vita stessa se non colei che effettivamente la dona? I nostri creano una sorta di preghiera, a tratti struggente e commovente, un urlo liberatorio dalle frustrazioni e dalle delusioni arrivate per scelte sbagliate fatte in passato e dalle quali non si può tornare indietro, ma per le quali si può avere soltanto un forte rammarico; il tutto racchiuso in questa strofa:  . Dopo la delusione, ecco subito la voglia di rivalsa, il volere osare, sapendo di mettere in gioco molto ma al contempo soltanto rischiando il salto nel vuoto si potrà arrivare ad una risposta decisa ai perché della propria esistenza: pensate ad un tuffo dal trampolino, quando sei lì la paura ti assale, ti chiedi come potrebbe finire una volta lasciata quella tavoletta che è il tuo unico punto fermo, ma una volta compiuto il grande passo l’adrenalina ti assale e l’ingresso in acqua da un senso di liberazione fantastico, scoprendo così che la paura non aveva senso che quel tuffo era tutto quello che più serviva! L’ urlo viene dato come segnale di risveglio e ripresa, un’accorata richiesta d’aiuto, decisa e drammatica al contempo, per l’ennesima volta abbiamo il gioco delle parti, la contrapposizione è l’elemento chiave che la band propone in ogni suo album, questo per rafforzare ulteriormente il concetto che si vuole esprimere! Un nuovo modo di parlare di questa tematica, la particolarità presente in questa traccia è l’interpretazione di Ferro, soprattutto nella parte recitata, un accusa alla vita, al presunto Dio che l’ha creata, rimproverandogli di aver fallito il proprio compito di Creatore, e mettendone in dubbio l’esistenza; si evince grande sconforto e sofferenza in ogni singola parola, lo scoramento è grande, e non sembra esserci alcun modo di migliorare la situazione, anche il continuo evocare la madre non porta ai risultati attesi, sembra tutto perso, un vicolo cieco dal quale è impossibile uscire, e dove i muri si stringono sempre più fino a stritolare ogni briciolo di speranza, ma come al solito i nostri non si perdono totalmente d’anima; dopo il lungo sfogo, ecco la tenue fiammella della speranza, quella che in realtà non smette di bruciare, ma che arde in continuazione dentro noi stessi, e che in fondo è la benzina che riesce a tenere acceso il motore che ci da la possibilità e la forza di lottare in ogni ambito, come un mediano che raccoglie palloni al centro del campo. Ancora una volta viene evidenziato quanto il destino sia nelle nostre mani e non in mano ad altri o a qualsiasi Dio. Un arpeggio di chitarra ci proietta fra i suoni di Hyperfast(Iperveloce), brano un po' più incalzante rispetto ai precedenti, un’ eccezione che conferma la regola:  la traccia è fondamentalmente atta a rinvigorire un album fondato per lo più su melodie malinconiche e lente. Risulta comunque altrettanto evocativo e irrobustito lo screaming di Ferro, che conferisce un tocco di potenza all'intera canzone, sovrastando per una volta il canto angelico della Scabbia, in questa traccia è lui a fare la figura del leone: l’urlo costante ed imperterrito fa tremare le orecchie all’ascoltatore, così come le sei corde, orchestrate da Biazzi e Migliore,  che insieme al basso diretto da Coti Zelati, sono libere di attaccare il contesto musicale rispetto alle precedenti tracce, un ulteriore prova che, se le precedenti tracce aprivano uno squarcio verso un mondo parallelo, questa riesce a farci precipitare con violenza e forza, metaforicamente parlando, verso un abisso eterno e senza fine, senza possibilità alcuna di ribellione. L’ambientazione musicale creata conferisce ancor più vigore al testo, via le melodie lenti e struggenti,  dentro un attacco in piena regola, l’ascoltatore viene messo con le spalle al muro sentendosi urlare in faccia con violenza tutta la frustrazione e la disperazione, forse il modo migliore e più diretto per farsi capire, niente giri di parole, basta girare intorno alla preda come uno squalo in attesa dell’assalto, perché alla partenza della canzone siamo già investiti con forza e determinazione dal tir Lacuna Coil. L’inizio è emblematico, la tempesta ci avvolge, non c’è modo di scamparle, perché qualsiasi travestimento provato è inefficace, bisogna solo avere la forza di affrontarla e sconfiggerla, di esplodere fino al raggiungimento della libertà eterna, senza rimpianti e senza rimorsi, facendo scorrere la propria vita in un Mondo sempre più duro e difficile. Il modo migliore per ottenere questo è caricarsi il peso di voler cambiare e migliorare sulle spalle, questo costerà fatica e orgoglio, ma tutte queste cose passano in secondo piano per la band, perché l’unica cosa che conta è ottenere il risultato di essere liberi di affrontare il futuro con serenità e fiducia, basta tristezza e depressione. Quindi ancora una volta i nostri ci passano il messaggio della redenzione personale, che può arrivare soltanto attraverso lo sforzo di volerla a tutti i costi, senza troppi se e senza troppi ma, lasciando da parte tutto quello che può ostacolarla, perché soltanto con la voglia di cambiamento si può ottenere tutto quello che si vuole dalla propria esistenza. La quinta traccia, Stars (Stelle), è con mia grande sorpresa una cover di una brano dei Dubstars; in tutta onestà sono venuto a conoscenza di questa cosa proprio lavorando a questa recensione, allora per poter affrontare al meglio il tutto mi sono andato ad ascoltare la versione originale, che presenta elementi elettronici delicati, per conferire a un testo per lo più triste e sconsolato la giusta armonia. La rivisitazione proposta dai nostri Lacuna Coil, segue le direttive date dalla band che ha creato questa canzone, dando chiaramente un tocco e un impronta goth all’ambientazione musicale, e come nella versione originale la parte cantata è fatta solamente da una voce femminile. Ecco che allora sale in cattedra Cristina Scabbia, che sostenuta da una melodia delicata, ma decisa allo stesso tempo, dove la batteria di Mozzati si incarica di essere la principale antagonista alla cantante milanese, sfoggia le sue abilità canore, interpretando il testo con voce armoniosa e dolce, dando prova di riuscire ad ammaliare l’ascoltatore, come una madre che racconta la fiaba della buonanotte al proprio figlioletto. Il testo si allinea perfettamente con il pensiero della band meneghina, le stelle che si spengono (But as the stars are going out), sono un immagine emblematica della sofferenza e della mancanza di speranza, da sempre infatti gli uomini guardano gli astri nella speranza che essi possano portare fortuna o recare consigli utili per affrontare la vita, e come non dimenticare la Stella Polare, l’elemento chiave per ogni navigatore, ma se anche queste si spengono…a cosa ci affideremo noi? Questo testimonia il fatto che l’uomo in se ha bisogno di credere in  qualcosa o qualcuno per avere la forza di andare avanti giorno per giorno, nonostante ci metta tutta la buona volontà, ha bisogno di un appoggio esterno per ottenere il senso di pace che tanto desidera; questa traccia, con il suo testo, racchiude proprio la necessità di tutto ciò: Is it asking too much of my favorite friends, to take these songs for real, Is it asking too much of my partner's hands, to take these songs real ( E’ chiedere troppo ai miei migliori amici di prendere questa canzone per verità, è troppo chiedere la mano del mio compagno per prendere questa canzone per verità); dal mio punto di vista, la strofa che raccoglie tutto il senso della traccia, e che lascia poco spazio a libere interpretazioni di ogni sorta. Per anni ho creduto erroneamente che questa traccia fosse stata composta dai Lacuna Coil, proprio perché rientra alla perfezione nei canoni che la band si è prefissata fin dal primo lavoro eseguito, e se non fosse stato per una scoperta fatta su internet, probabilmente non lo avrei mai saputo, e scommetto che molti ascoltatori la penseranno come me; rimane comunque una ulteriore prova dell’abilità artistica della formazione, che è riuscita a fare davvero suo questo brano composto da altre menti.



Questo Ep rimarca ancora una volta la volontà della band di non soffermarsi su un unico stile musicale, ma di cercare sempre qualche stimolo nuovo per creare del materiale accattivante e non rimanere in una fase di stallo perenne. L’inserimento di un pezzo intro, di natura per lo più elettronica, è la principale prova di voler sperimentare e di voler accrescere l’esperienza musicale della band, questo ci riporta ai giudizi che più volte i membri della formazione avevano emesso sul loro stile goth, dicendo che sì, è vero che questo sia il loro stile principale, ma che al contempo assorbono altre influenze musicali di ambienti metal e non, per poter arrivare ad un senso di completezza. Tutto questo, peraltro, è in fondo è il messaggio che i nostri ci passano da canzone in canzone.  La ciliegina sulla torta è senz’altro la volontà di inserire un testo in italiano, come ben si sa nell’ambiente metal la lingua maggiormente utilizzata è l’inglese, più commerciabile, più orecchiabile, insomma più facile da vendere, e per una band che mira alla conquista estera e mondiale è un atto comunque di coraggio il voler esporre la propria nazionalità senza troppi problemi; insomma, questo da la prova di carattere e di grande consapevolezza della forza dei propri mezzi, un atto di spavalderia in piena regola. La breve durata di quest’ultimo lavoro da la possibilità all’ascoltatore di assaggiare i nuovi orizzonti che la Spirale Vuota propone, non rimanendone però stufato o scocciato, a mio modo di vedere se questo Ep fosse stato un album intero improntato su questa lunghezza d’onda e stile avrebbe potuto portare ad annoiare, perché le musiche e gli ambienti creati sono alquanto lugubri, tetri e malinconici, cosa che caratterizza a dire la verità tutti i lavori della band, ma che a differenza degli altri album non ha sferzate cattive e arroganti tali da far rimanere l’ascoltatore teso e sulla corda, in attesa della canzone successiva. E’ una scelta a mio modo di vedere veramente azzeccata, un ulteriore testimonianza del lavoro scrupoloso che la band mette in atto in ogni singolo album, per non lasciare alcun particolare al caso, cercando sempre il giusto equilibrio fra quello che vuole esprimere e quello che si aspetta che l’ascoltatore possa e voglia recepire. Proprio con questo Ep viene rimarcata la tendenza ai messaggi di forza e crescita, gli ostacoli presenti nel nostro cammino possono essere superati e scavalcati in un continuo turbinio di emozioni personali, di dibattiti interiori esternati con ferocia e disappunto; ma non prendiamo questo solo come un lamento, ma piuttosto come una sorta di confidenza ad un amico, a quanti non è mai capitato di voler sfogare tutta la propria rabbia e delusione al più caro che si ha vicino? La band vuole instaurare questo rapporto quasi familiare con lo spettatore, scavalcando la barriera artista-pubblico che molto spesso si viene a creare, quindi via freddezza e distacco, ma un contatto diretto che colpisce in primis l’orecchio, e successivamente, anche il cuore. L’evoluzione dei Lacuna Coil continua in maniera inarrestabile, appoggiata anche questa volta dalla collaborazione con l’etichetta discografica “Century Media” ,crescendo e valorizzandosi di album in album, cercando sempre di ottenere suoni nitidi e ben delineati;  la particolarità sta proprio nel fatto di non appesantire la struttura musicale, anche per dar modo alle voci (in particolare a quella della Scabbia) di risaltare e valorizzarsi senza essere oppressi dalle sonorità che gli strumenti creano, risucchiando nel suo vortice di pensieri ed emozioni gli ascoltatori che sono sempre più in attesa dei prossimi lavori. Siamo tutti convinti dal fatto che la band meneghina si stia muovendo in acque limpide e cristalline, ancora incontaminate da mercato e vizi di forma; se questa linea di comportamento sarà la stessa per i nostri, soltanto il tempo e la musica potranno dircelo. Resta comunque il fatto che questo piccolo antipasto ,fatto conoscere al Mondo in attesa del prossimo full-lenght, rimarca ancora una volta il valore di questo gruppo, volenteroso di arrivare sempre più in alto, e per una volta, far conoscere l’Italia non solo per cibo e vino, e purtroppo anche altro, ma per far capire anche che come ambiente metal il Bel Paese sta crescendo di giorno in giorno, anche grazie alle continue esibizioni live, a livello europeo e mondiale, andando anche ad accompagnare grandi nomi della scena metal.


1) Halflife
2) Trance Awake
3) Senzafine
4) Hyperfast
5) Stars
(Dubstar Cover)

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