LACUNA COIL

Comalies

2002 - Century Media Records

A CURA DI
MATTEO PASINI
22/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Il 2002 è per noi europei un anno che firma una svolta epocale all'interno dello scenario economico e sociale nel Vecchio Continente, ovvero l'immissione in gran parte dei Paesi facenti parte della UE della moneta unica, il famosissimo EURO nato con la motivazione di creare uno scambio sempre più facile e agevole fra i mercati  delle varie Nazioni e controbattere a potenze economiche estere che si stanno ingigantendo sempre più. Nel nostro caso, parlando di musica, segna la definitiva e conclamata consacrazione nella scena metal nazionale ma soprattutto internazionale dei Lacuna Coil, che dopo essersi fatti conoscere ed apprezzare con lavori di tutto rispetto, sfornano in questo anno l'album che diventerà presto un must e punto di riferimento principale per tutti i fan che seguono fin dagli albori la band meneghina, si tratta di Comalies. Il processo evolutivo della Spirale Vuota è ormai definitivo e completo, la crisalide si rompe e ne esce una farfalla pronta a librarsi nell'aria e a mostrare al Mondo tutti i suoi colori; con quest'ultimo lavoro infatti il gruppo dimostra le proprie potenzialità al massimo, lasciandosi definitivamente alle spalle la nomea di promessa per trasformarsi in una solida realtà; è da notare come questo processo sia avvenuto in brevissimo tempo e con un numero di opere molto elevato, parliamo infatti di cinque lavori fra full-lenght ed Ep in altrettanti anni di esistenza effettivi della band. Le premesse che tutto ciò accadesse erano ben visibili, ma si sa che ci vuole poco per smentirsi e molto per riconfermarsi, addirittura moltissimo per impressionare: ed è proprio questo che accade, direi che l'ultima uscita stupisce e colpisce l'ascoltatore, suoni sempre più curati; si presenta a noi un vero e proprio quadro d'autore, la tela dipinta dalla band meneghina è concreta e al contempo affascinante e suggestiva, in grado di farsi posare gli occhi addosso( anche se nel nostro caso parliamo di orecchie), come una bella donna che non ti stancheresti mai di guardare. I colori spennellati dalle sei corde di Migliore e Biazzi sono solidi e corposi, che con i loro riff e assoli creano una base perfetta per l'intera scena ricreata all'interno della nostra cornice, ma il loro lavoro sarà sempre attento e accorto e non andrà  mai a ricoprire e sovrastare i personaggi raffigurati dalle voci dei due singer, ovvero della Scabbia e di Ferro; l'alchimia creatasi fra i due è notevole, un affiatamento tale da riuscire a creare contrasto fra rudezza e armoniosità ma anche a creare unione di intenti quando insieme vogliono sfidare le crepe della vita. Tutto questo accade nonostante il ruolo di vero e proprio leader carismatico sia ricoperto senza dubbio dall'avvenente Cristina Scabbia, capace di mettere a disposizione la sua ottima scala vocale, che la portano a raggiungere con brillante successo sia tonalità basse che acuti degni di nota, Ferro invece non "limita" il suo ruolo nell'imprimere all'interno dei brani growl rimarcati, ma non solo, anche a dilettarsi in alcune parti di canto "normale" senza sfigurare ma anzi dando un altro volto alle canzoni.  All'interno del quadro poi non potevano mancare i colori scuri, e proprio per questo motivo  viene richiamato in causa il basso di Coti-Zelati, lasciato forse un po' troppo in disparte nel precedente lavoro, Unleashed Memories, e in cerca ora di rivincite e protagonismo, facendo udire le sue cinque corde con maggiore forza e puntualità dando l'impressione di essere il cuore pulsante della band, quel battito cardiaco che pompa sangue nel corpo e che da il ritmo ad ogni singolo istante di vita, pronto ad accelerare quando è sotto sforzo, e a rallentare nei momenti di calma apparente; la batteria di Mozzati invece appare più come un personaggio, disegnato là, lontano nello sfondo, un ruolo da co-protagonista, le pelli non tremano quasi mai, e lui si limita ad un discreto accompagnamento di sottofondo senza lasciare delle vere e proprie tracce indelebili del suo passaggio, anche se nel proseguo qualche sassolino dalla scarpa se lo toglierà. Per rendere perfetto il tutto non potevano mancare le sfumature e le ombre ricreate perfettamente da iniezioni di sinfonie classiche ed elettroniche (mediante l'utilizzo di tastiere, anche se come si sa all'interno della band non vi è presente un vero e proprio elemento che interpreta questo ruolo) atte ad amplificare e in alcuni casi a rendere più solenne il contesto creato, una metodologia che i Lacuna Coil usano sempre con maggior vigore e presenza scenica, questi suoni servono ad avvolgere e "coccolare" l'ascoltare, per farlo sentire cullato da una melodia non troppo fredda e distaccata.

Ora andiamo a scoprire nel dettaglio cosa i nostri artisti hanno dipinto per noi partendo dalla prima traccia intitolata Swamped (Rovinato), canzone che diverrà col passare del tempo uno dei cardini durante i live della band. Fin da subito la band rispetta le attese, e non si distoglie dalla breve introduzione fatta pocanzi, un delicatissimo suono emesso dalle sei corde viene quasi totalmente coperto dal suono delle tastiere, ma come spesso la band ci dimostrato, è solo una calma apparente, perché non appena la voce della Scabbia entra in gioco, Mozzati da l'attacco giusto per l'ingresso in scena delle chitarre che con dei riff secchi e curati iniziano a dare vigore calcando la mano e ricreando così un sound più duro e deciso, il tutto contornato da un giro di basso mai invadente, ma neanche del tutto estraneo al contesto. Le voci si intrecciano e destreggiano scambiandosi i ruoli di protagonisti con una perfezione quasi assoluta, senza mai avvertire distacco fra i due singer, segno appunto di un'alchimia ormai conclamata, ed ogni qual volta che la Scabbia alza i toni, le pelli di Mozzati seguono i suoi accenti con precisione puntualità. Come da copione i traumi che le esperienze si portano con sé sono al centro dell'attenzione della band, con un titolo talmente eloquente non si può che pensare ad un qualcosa di estremamente negativo accaduto in passato, le cui tracce lasciate sono delle cicatrici così indelebili da segnare il corpo e lo spirito nel profondo; nonostante i perenni sforzi di farle scivolare via con fatica e sudore, per ritornare a sorridere senza che ombre del passato  rimangano vive e oscurino il cammino futuro. Ecco, qui si vuole parlare proprio di questo, della voglia di lasciarsi tutto alle spalle, come si suol dire si chiude una porta e si apre un portone, chiaramente questo è un passaggio facile da dirsi, ma terribilmente difficile da farsi, e quindi i nostri narrano proprio questo passaggio, questa fase della vita nella quale ci si trova come in una sorta di limbo, pronti ad espiare i propri peccati, ma allo stesso tempo desiderosi di rivedere la luce che per troppo tempo è mancata, una grossa bolla di sapone che ci avvolge e non ci fa vivere a contatto con il Mondo esterno. Essa ci tiene isolati e tristi, con i nostri pensieri e le nostre remore, e l'unica volontà è quella di trovare l'ago giusto per farla scoppiare e gridare a chiunque di essere liberi dalle catene che ci opprimevano;  il testo si conclude con una nota lieta, perché nonostante il continuo sanguinare, l'obiettivo è stato raggiunto e dopo tanta sofferenza la brezza della novità che la vita porta ci accarezza il volto facendoci sentire più vivi che mai. L'album prosegue con Heaven's  A Lie (Il Paradiso è una bugia), indubbiamente una delle migliori canzoni mai create dal sestetto milanese, capace di coinvolgere ed appassionare l'ascoltatore e per questo riproposta tutt'ora nei live che la band esegue in giro per il Mondo. Ancora un attacco molto similare a quello della prima traccia ci butta dentro la song, un riff deciso,  ma di sottofondo da parte della sei corde, lascia spazio e campo alla tastiera che in questo momento è assoluta padrona della scena, ma col passare dei secondi le parti si invertono fino a sentire la sferzata prepotente del basso di Coti-Zelati, proseguendo così su ritmi decisamente più sostenuti, ma mai appesantiti, un'impalcatura solida e stabile sulla quale le due voci possono danzare con sicurezza e leggiadria, ed in particolare quella della Scabbia si prende gran parte del palcoscenico tutto per sé lasciando a Ferro il compito di intervenire nel ritornello per dare maggiore forza. Particolare e carino il momento di quasi tranquillità, quando la sola tastiera accompagna la voce della Scabbia, che quasi con rassegnazione ci canta il suo motivetto. Cosa si può dire su questo testo, beh essenzialmente che l'amore molte volte ti frega alla grande, ti lascia spiazzato e solo, e tutto questo nel momento in cui si credeva di aver trovato il sostegno adatto per appoggiarsi e non proseguire in solitario il tortuoso e accidentato percorso della vita; i nostri chiedono a gran voce e ripetutamente la liberazione da questo finto paradiso che la persona amata ha prodotto facendo credere di aver ricreato il Giardino dell'Eden, dove tutto è perfetto e nulla, se non una banale tentazione come il serpente che offre la mela, può rovinare e fare ripiombare l'esistenza a quella dura e triste realtà solitaria che aveva accompagnato fino a poco tempo fa. Il problema fondamentale è che quando ci si trova in questa situazione non basta solo la propria volontà per far si che il tutto volga per il meglio, e quindi bisogna chiedere con forza aiuto a chi in realtà ha sgretolato le certezze, un paradosso assurdo, perché in realtà bisognerebbe allontanare chi ha fatto del male, ma ora l'unica via percorribile è chiedere ancora una volta aiuto e la mano di questa persona affinché ci conduca al di fuori di questo vortice impetuoso che non ci lascia respirare.  Un nuovo intro di tastiere, molto somigliante al ticchettio di un orologio, ci ripropone uno schema che appare ormai assodato in questo album, ma questa volta viene supportato da un sostanzioso giro di basso, dando vita così alla terza traccia Daylight Dancer (Danzatore nella luce del giorno). Dopo questa particolare introduzione, la voce di Ferro risuona dolce e forte allo stesso tempo, lasciata andare quasi in assolo con la parte strumentale, che non disturba l'esecuzione canora del frontman: tutto questo dura solo una strofa, perché le sei corde attaccano con violenza e portano ad un gradino più elevato il volume della song, per dare ancora più vigore e supportare l'insieme delle due voci, per poi poco dopo ricadere in una specie di "tranquillità" e lasciare spazio alla voce armoniosa della Scabbia, ricreando così delle vere e proprie montagne russe, un continuo alternare fra voce maschile e femminile, e suoni aggressivi e più calmi; tutto questo ricrea un motivetto davvero orecchiabile e affascinante in grado di non stufare e attirare l'ascoltatore. Per una volta vediamo un inversione di ruoli, non si parla in prima persona dei problemi e delle difficoltà, ma si guarda dritti negli occhi l'amico o amore che sta soffrendo e gli si offre il proprio aiuto, come trovarsi comodamente seduti al bar davanti ad una birra fresca e parlare del più e del meno, e, avvertendo un senso di forte disagio nell'amico o compagno, si offre la mano per danzare insieme, una metafora azzeccata, quella di voler sfidare l'esistenza come in un tango all'ultimo respiro.  Si sa però che il tango, come tanti altri balli del resto, è di coppia, e quindi è facile arrivare ad una semplice conclusione: tante cose da soli non si risolveranno mai, ed accettare un aiuto non è sintomo di debolezza, ma di grande forza, capire che non ce la si fa è forse il primo, e più difficile, passo da fare, per arrivare a scacciare la tristezza che aleggia nell'anima, ed è proprio questo la band esprime con il testo di questa song. Si carpisce l'insistenza nel dire di cercare un'altra via, di percorrerla insieme, di far sentire la propria presenza con assoluta fermezza, diventando perché no degli scudi a protezione di chi sta male, invocano a gran voce la ricerca di un equilibrio che poi servirà a rimanere in piedi quando la bufera sarà passata: questa è l'immagine giusta, una bufera che sta sbattendo a destra e a sinistra una persona a cui si vuole estremamente bene, e si è pronti a calarsi da un elicottero con una corda per trarla in salvo, chiaramente le difficoltà saranno molte, gli sballottamenti continui e imprevisti, ma quando si sarà raggiunto lo scopo prefissato si sarà felici e raggianti. Tastiere ed assolo canoro della Scabbia ci trascinano in Humane (Umanamente), canzone che verterà su ritmi compassati, lenta come un pachiderma in movimento, senza mai spingere sull'acceleratore con assoli di chitarre o cariche provocate dalle pelli di Mozzati; i nostri scelgono di trattare un tema delicato sia con le parole che con i fatti, seguendo una linea rimarcata dalla parte elettronica, con questi suoni sfumati e grigi, creando una nebbia intorno a noi e lasciandoci pensierosi e dubbiosi. L'intento è proprio di ricreare una sorta di sogno costante, nel quale ad occhi chiusi trasportati dalla musica possiamo navigare nei meandri della nostra mente, dove la riflessione regna sovrana, l'unico elemento di risveglio che desta il sonno in cui la Spirale Vuota ci getta sono le cinque corde di Coti-Zelati, che irrompono nello scenario con puntualità e dimestichezza, una piccola scarica di adrenalina per non ammorbare e rischiare di stancare, al contempo le voci svolgono il medesimo compito delle tastiere, lente e melodiche, senza parti di growl o grandi assoli, ma continuando con la stessa andatura per la durata di tutta la song. Questa è una dolcissima ballad che vuole appunto mostrare il lato più debole ed umano che risiede in ognuno di noi, e l'organo che idealmente rappresenta il luogo dove ogni nostra emozione, stato d'animo o amore soggiornano è proprio il cuore. Il ritmo che questa canzone porta con sé potrebbe appunto dare l'idea di un cuore stanco, svuotato da qualsiasi ragione per la quale continuare a battere con energia e vigore, avvolto sempre più dalla malattia che di giorno in giorno lo stritola e indebolisce. I nostri utilizzano questa raffigurazione come punto di partenza, come luogo di vita assoluta dal quale ripartire per rialzare la testa e iniziare la scalata per abbandonare le tetre caverne della disperazione, la parola cuore viene ripetuta e rafforzata, è messa al centro del progetto musicale, facendo perno su di essa tutto il resto le viene fatto ruotare attorno, dalla desolazione fino alla speranza, e quando tutto sembra perso, ed il nostro cuore non ha più voglia di lottare, ecco che giunge inaspettato un defibrillatore, ovvero una mano amica, un animo gentile e affezionato a noi pronto a dare la scossa giusta e tirarci fuori dalla palude nella quale ci stiamo affossando; il tema è molto simile se non uguale a "Swamped", ma in questo caso non viene utilizzata una modalità energica per comunicare il messaggio, ma piuttosto una dolce carezza piena di timore e apprensione, come una madre preoccupata per il proprio figlio i nostri vogliono farci capire che nonostante la situazione più terribile che ci sta coinvolgendo qualcuno accorerà al nostro capezzale e così tutto sarà più facile da affrontare. Dopo il momento di "pausa" che la quarta traccia ci ha regalato, la band propone Self Deception (Auto Inganno): le sei corde si vogliono riprendere la scena che ingiustamente le era stata sottratta, ed entrano a gamba tesa nel contesto musicale sfoderando riff crudi ed intensi guidati sapientemente dalle pulsazioni del basso sempre bravo a fungere da direttore di orchestra, dando il giusto tempo e tenendo in riga tutti gli strumenti in gioco. Tutto questo avviene dopo un intro nel quale Mozzati e dei giochini vocali quasi sommessi della Scabbia aprono le danze, ed inizialmente pare una ritmica simile ad Humane, ma questa sensazione svanisce all'istante, perché le sei corde e la voce di Ferro irrompono per dare vigore e velocizzare la song, d'altronde è necessario che qualcuno si assuma il compito di dare la sveglia. La canzone prosegue spedita e liscia, con la parte strumentale che inscena questo teatrino di accompagnamento senza eccedere in virtuosismi  o assoli degni di nota che vadano a sovrastare le immagini che le due voci ripropongono, soltanto Mozzati si permette qualche piccola scappatella, facendo tremare le sue pelli a ritmi decisamente diversi dal contesto ricreato. Questa canzone segna invece un punto di svolta importante: quello in cui si dice stop, dove si vuole tirare una riga su un passato pieno di tormenti, delusioni ed illusioni ed è proprio alle illusioni che il titolo fa riferimento; dei punti fermi che ci eravamo creati come un lavoro, delle  amicizie o un amore, che poi diventa in realtà il tema trattato dalla song, la persona che diventa il centro dell'universo, la storia importante nella quale ci si butta a capofitto, che crea una piattaforma granitica dove possiamo erigere la nostra esistenza, ma l'inconveniente è dietro l'angolo, si celano in realtà bugie e tradimenti, in grado di frantumare anche le più solide fondamenta come la più forte delle scosse di terremoto capace di sbriciolare e far crollare qualsiasi cosa stia sopra il terreno. E qui iniziano gli interrogativi più disparati: è colpa mia? Ho sbagliato qualcosa? perché in fondo l'amore che ci lega al "traditore" è ancora vivo e forte e facciamo ancora fatica ad espellerlo dal nostro animo, e pensare che un semplice sguardo o parola possa farci tornare sui nostri passi e perdonarlo facendogli espiare qualsiasi colpa con una semplicissima ammenda può sembrare ingiustificato, ma al contempo l'unica via da percorrere; ma ora basta. E' arrivato il momento di voltare pagina e con tenacia va tenuta la posizione difendendo con energia le nostre posizioni dall'attacco nemico, e citando proprio l'inizio della canzone che dice: "I'll never waste another day" (non sprecherò mai un altro giorno), serve un taglio netto e brutale che aprirà maggiormente le nostre ferite già sanguinanti facendole zampillare ancor di più, la sofferenza sarà immensa ma ottenere la libertà da questo inganno ci manderà in estasi.  Che la Spirale Vuota ami le canzoni intro è ormai risaputo, e come sesta traccia dell'album ci regala questa chicca di brevissima durata (1.56), una traccia fatta di pura emozione e dolcezza, con un duetto fra arpeggio di chitarra acustica e voce della Scabbia, con la particolarità di interruzioni stile disco che ti salta quando prendi le buche con la macchina perché senza anti-shock, contornato come sempre dalle immancabili sfumature elettroniche che fungono da cornice, come dei fumogeni allo stadio che risaltano lo spettacolo in campo: stiamo parlando di Aeon (Eternità), il sorbetto che sciacqua la bocca fra le portate dei primi e dei secondi, l'intermezzo ideale per proseguire nell'ascolto di questo album, e non a caso si trova proprio al centro di "Comalies". Poche parole, ma efficaci, che arrivano dirette come un soffio leggiadro all'orecchio, dove le qualità della Scabbia riescono ancora una volta a prevalere, un'interpretazione quasi narrata, una professoressa che narra la poesia davanti alla classe attenta ed estasiata dalle parole e dalle conseguenti armonie che esse creano nella loro testa, lasciando che le parole si tramutino in immagini e la mente voli là nei meandri più reconditi risvegliando sentimenti ormai sopiti da tempo, con l'attenzione che verte solo verso le sue labbra che scandiscono con pace sommessa  i versi della composizione. Tutto questo anche se di versi pacifici non si tratta, perché l'argomento è triste, si parla di lacrime, di infinita inquietudine, un senso di disagio interiore che insegue e destabilizza ogni certezza, la consapevolezza che qualcosa in noi si è rotto, e che difficilmente si riuscirà a ricomporre nell'attesa che una carezza amica riesca in qualche modo a farci rinsavire e rincollare i pezzi del vaso che si è rotto dopo una fragorosa caduta, un senso di perdizione nel quale si vaga, un eternità infinita che appunto non pare abbia mai termine. Questo intro non è fatto a caso, è vero che spezza a metà le certezze dell'album, crea una sorta di cambiamento, ma attenzione, va ascoltato dall'inizio alla fine con la medesima costanza, perché i Coil ci hanno abituato a comprendere che i loro lavori seguono sempre un certo filo logico ed anche in questa circostanza non saranno da meno. Sia il testo che parla come detto prima di tristezza e amore svanito, che il finale dell'intro (dove l'armonia creata dall'acustica della sei corde e dalla voce cristallina della Scabbia lasciano il terreno ad un suono meccanico e robotico che inizia ad essere inquieto e pericoloso), che dura pochi secondi ma che ci da il tempo necessario per capire quali siano le intenzioni della band, tutto questo sta preparando l'ingresso in scena della settima traccia numero sette Tight Rope (Corda Tesa). Riprendendo proprio il finale di Aeon ,fatto di suoni metallici si respiri macchinosi, una sorta di scenario da film di fantascienza, la prima sensazione che mi è passata per la testa è di trovarmi a guarda il film "Alien", schiaffati su un'astronave con un mostro a noi sconosciuto che ci insegue per divorarci. Questi suoni vengono subito rafforzati ed incrementati dall'attacco di batteria di Mozzati, che da il via all'assalto della Spirale Vuota e, coadiuvato dalle sei corde, sommerge le paure scaturite dai precedenti suoni inquietanti diventando così l'elemento sul quale concentrare la nostra attenzione, i ritmi saranno serrati e più violenti del solito, senso di un malessere crescente e non controllabile, dove appunto il batterista si concede qualche doppio pedale e accelerata inaspettata rispetto agli standard consueti dell'album per dare ancora di più forza; tutto ciò soprattutto nella parte centrale, dove le due voci riposano e la parte strumentale affronta da sola la figura aliena che ci sta rincorrendo, cercando con i loro mezzi di sconfiggerla per salvarci dalle sue fauci. Nonostante questo incedere non ci sono parti vocali particolarmente violente, i growl di Ferro vengono accantonati per lasciare spazio ad un a "normale" interpretazione, è proprio lui ad aprire le danze, dopo di che le due voci si intrecceranno come al solito a formare un cesto di vimini, sempre pronte ad alternarsi e completarsi con il giusto affiatamento. E' mai capitato di trovarvi in una di quelle situazioni dove il nervosismo regna sovrano perché si è in attesa di una risposta importante? Ecco a voi il tema centrale e il riassunto striminzito di questo testo, che narra la vicenda di una persona costretta ad attendere con estrema impazienza la decisione dell'amato, che viene descritto come di ghiaccio, indifferente alle preoccupazioni dell'altro ed intento a starsene sulla sua nuvoletta in balia dei propri pensieri, guardando solo al proprio orticello con un egoismo fuori dal comune. Immaginate la scena di un ragazzo che disperato canta con una chitarra sotto braccio una serenata struggente alla propria amata, e lei beffarda ed indisponente continua a spazzolarsi i capelli e a specchiarsi ignorando palesemente quanto questo faccia male al suo corteggiatore, che fondamentalmente non è lì per cercare un esito positivo (anche se ci spera ovviamente), ma quantomeno di ottenere una risposta. Ora, per quanto tempo tutto questo sarà sopportabile? Come ben si sa a furia di tirarla una corda rischia di spezzarsi, perdendo tutto ciò per cui si aveva lavorato, e sembra proprio che il nostro personaggio sia sul punto di esplodere, rompendo la chitarra e mettendosi ad inveire chiedendo all'amata di crescere e maturare per dare finalmente un esito di senso compiuto ad una storia che sta cadendo nel paradosso, ma la Spirale Vuota non da una scena conclusiva e lascia il nostro povero attore nel dubbio e nell'incertezza.  Fin dagli esordi questa band ha mostrato di amare ambientazioni raffinate e pacifiche, e l'ottava traccia rispecchia con fedeltà la strada che i Lacuna Coil ha battuto in questi anni; in The Ghost Woman And The Hunter (La Donna Fantasma E Il Cacciatore) abbiamo un ulteriore conferma della capacità del sestetto milanese di farci piombare in un senso perenne di inquietudine riflessione facendo scaturire in noi un senso di "malessere positivo" che non porta alla depressione, ma piuttosto a cercare di capirsi e migliorarsi. Questa canzone vedrà la sola voce della Scabbia troneggiare e mettere tutti in riga, sfoderando nuovamente una prestazione degna di nota riuscendo a passare da un interpretazione compassata e tranquilla a logoranti acuti pieni di tristezza, il suo compagno di mille battaglie Ferro la lascia in disparte voltando le spalle e abbandonandola al suo destino, perfino gli strumenti stanno lì intorno a lei quasi impassibili, incapaci di intervenire e darle forza, si limitano a porgerle una mano sulla spalla, dandole qualche pacca per non farla sentire totalmente sola, mentre lei in ginocchio piangendo canta il suo disagio e esplode con questi veementi attacchi vocali verso le tenebre che la stanno circondando. Il titolo non lascia nulla al caso, e anche se il testo non è di facilissima interpretazione perché ricco di figure retoriche e immagini create appositamente per lasciarci immersi nei nostri pensieri, la conclusione è che i nostri vogliano ricreare una sorta di caccia ai fantasmi, come dei Ghostbusters ci accingiamo a cercare l'entità ectoplasmatica che tanto ci sta dando il tormento per catturarla e farla nostra, ma i fantasmi non sono facili da prendere, fuggono e si nascondono, e balzano fuori dai loro rifugi quando meno ce lo aspettiamo. Quando cala il buio e ci accingiamo a chiudere gli occhi, ecco che loro ritornano prepotenti e baldanzosi a toglierci il sonno e a portare incubi, ed in quel momento vorremmo solo stringere una mano, cadere in un abbraccio per sentirci al sicuro ed al riparo dai brutti sogni che essi portano con loro, la solitudine non riuscirà mai a sconfiggerli. Per questo ci ritroveremo a rincorrere qualcuno per afferrarlo e stringerlo, per avere la forza necessaria di affrontare il percorso della vita, per non versare più lacrime se non di gioia. Nella canzone si parla di fissare il cielo e intravedere un tenue raggio di sole della speranza, mentre i fantasmi che ci circondano si prendono beffa di noi, e cosa può essere quell'esile speranza se non il sorriso di una persona amata? Tutto si riduce sempre alla necessità di intraprendere un cammino legati a qualcuno, o perché no ad un qualcosa che dia la scossa e la ragione per alzarsi dal letto ogni giorno. L'alternanza fra luci e ombre è una prerogativa della Spirale Vuota, che riesce a costruire una sapiente altalena di emozioni, sfoderando ballad che vanno in contrasto con musiche più serrate come in Unspoken (Non Detto), traccia numero nove di Comalies. Un'apertura improvvisa squarcia tutto, tastiere e sei corde si alleano per creare fin da subito un contesto aggressivo per le tradizionali note che i nostri scagliano solitamente, ma questo dura poco, perché le chitarre tacciono per lasciare spazio ad un irriverente tastiera che cerca di puntualizzare il discorso puntando l'indice verso l'ascoltatore, ma secondo voi Migliore e Biazzi possono farsi sopraffare così? Certo che no, e allora cercando nuovamente appoggio nel basso si riprendono con vigore la scena e accompagnano con decisione le parole cantate dalla Scabbia, che sarà la voce narrante di questo pezzo, con Ferro che si limiterà a delle semplici funzioni di corista, pronto ad intervenire per darle sostegno in determinati momenti della song. L'andamento non è mai costante, ma è fatto di alti e bassi, continua quindi il gioco di luci ed ombre dei sali e scendi emotivi che la band meneghina propone pronti ad accelerare quando si vuole urlare violentemente la propria ostilità e a rallentare in una sorta di empasse per i momenti ad alto contenuto riflessivo. Venendo al contenuto della canzone, si può dire che ci troviamo davanti ad una situazione di profondo malcontento, dove la delusione per le azioni della persona amata sono messe alla luce del sole, e in un duetto la parte lesa urla il proprio dolore, e con un sorriso sornione prepara la propria vendetta verso chi ha tradito la sua fiducia, voltandole definitivamente le spalle con un senso di vittoria perché finalmente ce l'ha fatta a rompere le catene di un rapporto fondato su ipocrisie e bugie, perché non riconosce più in lui la persona per la quale si era gettata fra le fiamme degli inferi, sfidando tutto e tutti. Ora nulla del passato è più importante, conta solo il presente, conta la voglia di rivincita, e cosa può fare imbestialire chi vuole il tuo male se non la felicità stessa? Scaturendo così l'invidia, percettibile a tal punto da poterla scrivere su un pezzo di carta, la maggior soddisfazione è rivedere la sofferenza negli occhi dell'altro, la stessa che ti aveva procurato senza troppi se e senza ma, infischiandosene delle conseguenze che le sue azioni avrebbero portato, convinto che in alcun modo avrebbe perso questa battaglia, come un giocatore di calcio che tenta la simulazione essendo sicuro che l'arbitro ci caschi, beh il nostro arbitro questa volta l'ho ha beccato e ha estratto il cartellino rosso espellendolo dal campo della sua vita. Un assolo delicato della Scabbia ci accompagna alla scoperta di Entwined (Avvinghiati), traccia numero dieci e nuova ballad proposta dalla band meneghina, che tratta questa volta di un amore talmente forte da tenere legate, o per meglio dire avvinghiate creando un unico essere che si muove all'unisono nel tortuoso sentiero della vita. E se anche qualche remora o dubbio può scaturire come normale che sia, anche se si è arrivati ad un punto nel quale si vede la persona di riferimento come un muro che ostacola il nostro cammino perché ci sentiamo più deboli di lei come ad essere inferiori e a farci trasportare e condizionare dalle sue scelte. Perché quando le emozioni vengono seppellite in un senso di impotenza, allora vorrà dire che non siamo più in grado di prendere decisioni, nonostante in realtà si voglia attuare un cambiamento radicale e necessario per dare nuova linfa vitale alla nostra esistenza; beh, nonostante tutti questi buoni propositi, ci troviamo spaesati e senza le forze necessarie per abbattere il muro, non abbiamo neanche gli strumenti necessari, ci troviamo a combattere il cemento a mani nude senza nessun attrezzo per sfondarlo, e allora capiremo che ormai siamo sotto il controllo dell'altro che la nostra vita di pende la lui e basta, il nostro pensiero è ormai ammorbato e sconfitto, credo che questa sia la condizione umana in assoluto più dura da digerire, essere schiavi, emotivamente parlando, di un'altra persona che è in grado di muoverti come un burattino a proprio piacimento, e fili che esso tende sono così spessi da non riuscire a tagliarli in alcun modo. Per un tema del genere i nostri non potevano che imbastire una melodia straziante e melanconica, con le voci che ogni tanto si destano nel momento di maggior difficoltà emotiva, la Scabbia prende le redini del carro diventando la protagonista assoluta, Ferro si occupa di creare sia un sottofondo da seconda voce sia di catenare la parte roca tipica dei suoi interventi quando la disperazione va in crescendo, la base è lenta e compassata, il ritmo scandito dal basso è pachidermico, un giro semplice e tranquillo che da ancor più il senso di tristezza e lacrime a catinelle che scendono dal volto. La batteria di Mozzati lo segue a ruota, nessun colpo forte alle sue pelli si udirà nella melodia proposta dai Coil, le sei corde sono le uniche che provano a rompere questa cantilena di disperazione  dando qualche sferzata, soprattutto nella parte del ritornello dove trovano nelle tastiere un aiutante inaspettato che innalzano ed accentuano la voglia delle chitarre di dare un'importante virata e appunto come spiegato nel testo di abbattere a mazzate questo muro che ci imprigiona, ma i tentativi sono vani e tutto ripiomba presto nella solita ed indescrivibile malinconia. Toni decisamente più sostenuti sbaragliano le melanconie vissute finora e prende forma sotto i nostri occhi The Prophet Said (Il Profeta Disse) track numero undici; ci stiamo quindi avviando verso la conclusione di quest'ultimo lavoro dei Lacuna Coil, ma i nostri non paiono stanchi e continuano a sfornare pillole di rara bellezza, perché nonostante cerchino di avere un suono più accattivante e deciso, riescono sempre a mantenere la linea guida di una melodia pulita e mai appesantita dagli strumenti che non cadono in fallo ricreando ambientazioni grezze e caotiche. Grande merito nella ricerca perseguita in tal senso va data al basso di Coti-Zelati, che riesce a fungere da metronomo del centrocampo senza sbagliare un passaggio, sempre con la giusta misura; lui pare il cervello pensante anche in questa song, dando poi chiaramente alle chitarre la libertà di sbizzarrirsi e di creare fantasia da numeri 10 mediante assoli e sostegno potenti alle voci sempre più amalgamate dei due vocalist, in questo caso apre le danze il buon Ferro, che dimentica l'uso del growl, come del resto per gran parte dell'album, e sfodera una parte cantata davvero interessante, per poi passare la palla alla Scabbia che punta dritta alla porta e fa gol con la sua straordinaria voce; da sottolineare inoltre i giochi vocali fatti nell'intermezzo musicale. Il titolo dato alla canzone parla di una profezia, ma a cosa si riferisce? Al fatto di incontrare una persona? O di capire cosa siamo e cosa vogliamo fare? Diciamo che i nostri lasciano una libera interpretazione del testo, puntano semplicemente a far capire che si sta per arrivare alla scoperta di ciò che si desidera, come una luce dentro noi stessi che sta per esplodere, e questo fascio aureo ci chiama e ci dice: "Ehi, non senti che sono dentro di te? liberami, lascia che io ti avvolga e ti porti là dove tu vuoi". Questa ricerca affannosa del destino che ci attende è forse una delle cose che turba di più la nostra mente, sfido chiunque a non incappare in questi interrogativi di tanto in tanto, e la band vuole dirci che questa risposta è dentro di noi, bisogna soltanto darle il tempo di mostrarsi, dobbiamo essere bravi a coltivarla e farla maturare con la consapevolezza che prima o poi esploderà e ci mostrerà quale sarà il percorso più adatto. Chiaramente il percorso sarà difficile, fatto di tensioni, preoccupazioni, bugie, paure, insomma gli ostacoli saranno molti e non sarà così semplice superarli tutti, ma da quando le cose ci vengono regalate? Mai! quindi bisogna soltanto rimboccarsi le maniche e voler raggiungere l'obiettivo e la luce splenderà e squarcerà l'oscurità. L'apocalisse è vicina, la sentiamo arrivare e i quattro cavalieri galoppano in sella ai loro cavalli per portare morte e distruzione: questa è la sensazione che porta con sé Angel's Punishment (La Punizione Dell'Angelo), dodicesima traccia che apre con suoni appunto da fine del Mondo accompagnati da un leggero e quasi impercettibile arpeggio di chitarra, e questi suoni nel momento in cui la vocalist Scabbia parte a cantare si tramutano in cori quasi massonici, da rito spirituale, come seduti in una messa nella quale si prega per la propria esistenza e salvezza dell'anima, e visto i toni che ci si presentano, mi pare normale che anche Ferro scaldi la voce e carichi con i suoi growl per dare un effetto ancor più demoniaco al contesto. In tutto questo gli strumenti accompagnano sapientemente lasciando il giusto spazio ai cori e alle voci, un giro delle sei corde costantemente leggero accompagna i nostri in questa avventura, salvo interrompersi quando Ferro parte con violenza, allora anche le chitarre si svegliano e attaccano, mentre basso e batteria rimangono un po' in disparte, quasi in secondo piano; da sottolineare l'inserimento di queste voci da telegiornale che annunciano la fine del Mondo nell'intermezzo di pausa nel quale le voci e strumenti si riposano.  L'angelo ci annuncia guerra e distruzione per vendicare un'anima morta, ma di chi è quest'anima? ed è così importante da accendere un tale sentimento di vendetta e rivincita, tale da scendere in guerra e combattere? la risposta sta in questo caos che si è venuto a creare, dove tutto questo ci ha portato ad una perdizione più che totale, il male fatto ci si sta ritorcendo contro, anche se fatto inavvertitamente il danno arrecato è tale da scatenare una reazione sproporzionata che ci lascia attoniti ed indifesi, inermi davanti alla sentenza che sarà presto pronunciata a nostro sfavore. Per una volta i nostri si mettono nei panni del colpevole, e provano a descrivere i sentimenti che esso prova, se è attanagliato dai sensi di colpa o se vive con una certa nonchalance la situazione, ma pare proprio che la prima opzione sia la più accreditata, e la sofferenza è tale da chiedere all'angelo di farsi portare via per espiare i propri peccati e per scappare da tutte le bugie; per questo motivo l'apocalisse dipinta dalla band fa riferimento a quella morale e non ad una vera e propria fine dell'umanità, ma semplicemente all'espiazione dei propri peccati per far sì di raggiungere il paradiso interiore e lasciarsi alle spalle le cattive azioni del passato. Las, but not the least ( ultimo ma non meno importante) si presenta a noi la track che da il nome all'album stesso, ovvero Comalies (le Bugie Del Coma) canzone profondamente soul, un interpretazione assolutamente perfetta, grande merito va dato all'aspetto sonoro che ricrea una sorta di limbo nel quale fluttuiamo e danziamo. L'apertura è in pieno stile coilers, contrapposizione di luci ed ombre, una chitarra ci accoglie con la delicatezza di un arpeggio ben studiato simile ad un carillon e l'altra punta più su un riff nudo e crudo che parte in sordina per poi incresce e sopraffare il primo, ed in questo giochino delle parti i soliti elementi elettronici incorniciano il quadro, da sottolineare la prestazione di Coti-Zelati, che per un brano di questa entità e corposità non poteva esimersi dal compito di lasciare un'impronta indelebile nella struttura musicale; così come la voce della Scabbia improntata su toni gravi, con rari sprazzi di acuti e Ferro che canta il ritornello in maniera sommessa. La particolarità assoluta rimane il fatto di voler utilizzare una versione ibrida: ibrida perché mescola l'utilizzo della lingua italiana a quella inglese, ancora una volta i nostri sfidano le leggi del mercato portando alla ribalta un pezzo con la lingua della terra natia, ed il risultato è veramente ottimo, perché riesce a legare in modo ottimo due mondi diversissimi in ambito metal. Chiaramente i nostri trattano nuovamente di amore, del giocattolino rotto, della voglia matta di ricostruire un rapporto logorato, d'altronde quando una canzone apre dicendo: "Parlami, il tuo silenzio guarda dentro, non resisterò", è più che evidente il fatto che ci sia un tentativo dell'ultimo minuto per ricucire lo strappo che si è creato, e le parole con le quali il brano prosegue non sono da meno, fanno appunto tutte riferimento alla possibile interruzione di questo rapporto, fino al punto di credere di morire senza il sostegno dell'amato e chiedendo a gran voce che esso si doni completamente per placare il desiderio che infiamma l'animo perso di chi cerca risposte. Proseguono parlando di chi vuole rimediare a degli errori commessi, implorando di slegare i rimorsi che lo attanagliano, che lo fanno sentire in colpa e in difficoltà perenne in una situazione di incertezza tale da pensare di essere un equilibrista a metri e metri d'altezza, con la sensazione che nel cadere non ci sarà la rete a salvare la vita ma solo lo scontro brutale con il gelido terreno che provocherebbe un dolore insostenibile, e quindi tutta la canzone verte su un accorato appello a tornare insieme, ad assecondare i desideri del personaggio che i Coil creano.

Continua la stretta collaborazione con la Century Media che ormai accompagna i Lacuna Coil fin dalla culla, puntando forte sul gruppo di Milano, vedendo in loro qualcosa di estremamente positivo ed accattivante, nutrendoli in modo da sviluppare al meglio le idee proposte per arrivare infine ad un risultato assolutamente sublime. Difatti  Comalies è senza dubbio l'apice della carriera musicale della band meneghina, hanno definitivamente raccolto i frutti di un lavoro che col passare degli anni è diventato sempre più importante, non importa se loro vi piacciano o meno, ma è obiettivo il fatto che con questo album abbiano dimostrato al proprio Paese e alla comunità metal internazionale che loro c'erano che erano lì pronti per il grande salto, quello che o hai gli attributi per farlo o rimarrai sempre una bella promessa dalle grandi speranze che non si realizzerà mai. Ci eravamo lasciati nella precedente recensione parlando di Unleashed Memories come del K2, beh,  musicalmente parlando,  questo è l'Everest, la vetta più alta, quella dalla quale guardare l'orizzonte vedendo a chilometri di distanza e dicendosi che ora si è pronti per conquistare qualsiasi cosa, perché se si è arrivati fin qui si può andare anche oltre, anche se da adesso il difficile sarà mantenere questi standard lavorativi e lo sarà ancor di più stupire chi in trepida attesa dovrà aspettare la prossima uscita di un nuovo album. I Lacuna Coil hanno impressionato per la capacità di creare suoni puliti, il caos non fa parte del loro stile (almeno finora), questa è una cosa molto importante perché si può magari vendere di più producendo un qualcosa che punti al casino, al movimento, quello che piace ai concerti quello che ti fa sfogare; ma i nostri sono di un'altra pasta e proseguono dritti in questa direzione, la creatura partorita nel lontano 1994 orami è diventata maggiorenne, e le sue idee piacciono per come vengono poste, per i messaggi che passano e per l'unione che la band da l'impressione di avere. Che ormai il sestetto si sia compattato è cosa evidente, l'alternanza assolutamente perfetta fra le voci, le chitarre che si scambiano i ruoli di ritmica e solista con grande leggiadria, e il basso che rientra prepotentemente in scena, per quello che è in assoluto l'album più soul della band, introspettivo e lucente, farà risplendere le vostre casse quando passerete queste canzoni nella vostra auto. Riascoltando molte volte "Comalies" percepisci che lo studio e la lavorazione che stanno dietro le quinte dell'album stesso sono importantissimi, partendo dall'ordine di apparizione delle track, fino alla decisione di alternare melodie tranquille e straordinariamente calme e riflessive a quelle più aggressive; quest'ultimo lavoro regala delle chicche veramente spettacolari, da "Swamped" a  "Heaven's  A Lie" passando da "Daylight Dancer", canzoni che diventeranno col passare degli anni dei veri e propri cavalli di battaglia, un ulteriore motivo per dare conferma di quanto questo album sia un punto fermo nella discografia della Spirale Vuota.  In un contesto dove la band punta alla conquista di una platea internazionale, ma per il semplicissimo fatto che il metal in Italia è tutt'ora sottovalutato, basta pensare che non ci sono radio che trasmettono solo metal se non quelle provenienti dal mondo del web, la decisione di utilizzare per l'ennesima volta la lingua della terra natia nel brano "Comalies" è per me straordinaria, ed è un ulteriore motivo di profondo plauso e riconoscenza per chi vuole esportare il made in Italy anche in ambiente musicale, facendo sentire a gran voce le proprie origini senza vergognarsene e facendo conoscere una parte del nostro Paese che rimane un po' più nell'ombra a chi guarda verso di noi con scetticismo in tal senso.

1) Swamped
2) Heaven's a Lie
3)  Daylight Dancer
4) Humane
5) Self Deception
6) Aeon
7) Tight Rope
8) The Ghost Woman and The Hunter
9) Unspoken
10) Entwined
11) The Prophet Said
12) Angel's Punishment
13) Comalies

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