LACUNA COIL

Black Anima

2019 - Century Media Records

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
31/01/2020
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Ok, lo confesso: io sono innamorato di Cristina Scabbia. E quando dico "innamorato" non intendo come cantante, nel senso che amo la sua voce e il modo in cui la usa. No, io sono innamorato di lei proprio come donna, nel senso che se la incontrassi nel backstage di un concerto invece di chiederle un autografo le consegnerei direttamente una lettera d'amore con tanto di busta, fiocchetto e cuoricini everywhere disegnati a mano da me medesimo. La ritengo una delle donne più fighe e dannatamente sexy che siano mai comparse nella scena metal di sempre, dotata di una personalità carismatica, ironica e dal fascino indiscutibile (per chi non la conoscesse di persona, incluso me purtroppo, le sue foto e storie su Facebook sono esplicative in tal senso). E inoltre, ma guarda un po' che caso, ha una voce spettacolare, il che non guasta (ma penso che l'avrei amata anche se avesse cantato con l'accento calabrese di Franco Oh Franco). Fatta questa (doverosa) premessa, veniamo a noi. Quando ho conosciuto i Lacuna Coil nei primissimi duemila mi trovavo in un'epoca in cui i dischi, prima di acquistarli originali, ce se li passava ancora sui supporti fisici, e cose come iPod e simili sembravano più tecnologia aliena che non qualcosa in grado di sostituire completamente walkman e lettori CD. Fu così, grazie alle mie amicizie metallare di quegli anni che, con "In A Reverie" prima e con "Halflife" poi (tra l'altro ascoltato in un periodo in cui era insistente nell'aria la notizia di un sequel dell'omonimo titolo videoludico della Valve), il mio interesse per la band milanese è cresciuto sempre di più, finché un giorno notai che una faccina stilizzata in estasi sullo storico Metal Hammer assegnava al loro "Comalies" il massimo voto di 6 su 6 (sigh, bei tempi). Fu amore a primo ascolto: custodisco ancora gelosamente la mia copia originale di quel capolavoro targato 2002 e più o meno ogni Natale me lo vado a riascoltare, emozionandomi come il quindicenne che ero all'epoca davanti a pezzi del calibro di "Self Deception", "Tight Rope", "Angel's Punishment" o del singolone "Heaven's A Lie". Da allora di strada, i nostri cari Lacuna, ne hanno fatta parecchia. Sarà forse colpa di quel "Karmacode" del 2006 se ormai in ogni recensione del gruppo lombardo, a prescindere dalle effettive sonorità, ogni loro nuovo album viene tacciato di essere troppo "americano", come se questo cambio di stile musicale abbia tradito la loro personalità originaria. Certo, nessuno è profeta in patria, e il fatto che i Lacuna Coil siano forse più apprezzati e famosi oltreoceano di quanto non lo siano nella loro terra natia può averli legittimamente avvicinati a un tipo di pubblico che vive su quelle sponde; tuttavia chi li segue fin dagli esordi ha inizialmente preso male l'idea che quell'italianità che li contraddistingueva, nel gusto melodico come nell'uso dell'idioma madre, nonché in una classe tutta loro nel suonare "gothic", sembrava essersi parzialmente immolata a riff di scuola nu metal e in linee di basso che francamente ricordavano molto di più i Korn che non i Paradise Lost. I Lacuna Coil erano diventati una band "moderna", e non tutti lo avevano accettato. La svolta mainstream nelle sonorità commerciali e quasi pop dei successivi "Shallow Life", "Dark Adrenaline" e "Broken Crown Halo" non hanno fatto altro che accentuare quello che sembrava un vero e proprio processo di "americanizzazione" della band italica, e i suoni aggressivi e incredibilmente pompati di "Delirium" del 2016 sembravano decretare una volta per tutte l'appartenenza dei Lacuna alla filosofia del metal stelle e strisce (persino più di una band effettivamente americana come gli Evanescence, che a livello di affinità musicale potrebbero sembrare i loro più diretti concorrenti). Ora, partendo dal presupposto che il sottoscritto trova questa storia della loro "americanizzazione" alquanto esagerata e superficiale, come suonano i Lacuna Coil all'alba del nuovo decennio? "Black Anima" è la risposta, una vera e propria prova di maturità, una summa della loro personalità artistica dopo ben vent'anni di carriera, e uno schiaffo in faccia a chiunque continui insistentemente ad associare i loro album al filone nu metal e a grattugiare gli zebedei con paragoni ormai francamente fuori luogo come Korn e affini. "Black Anima", seppur nelle sue influenze palesemente moderne (il nu metal e il metalcore sono ormai nella pelle dei nostri in tutti i casi), è un album di gothic metal dal forte sapore dark, pur nelle sue melodie mainstream e nelle sue ritmiche schiacciasassi. Se da un lato Marco Coti Zelati continua ad ammirare il sound d'oltreoceano, infatti, è anche vero che mette al servizio delle sue linee di basso tutta una serie di arrangiamenti e accenni di tastiera che sanno essere straordinariamente oscuri e riflessivi, nonché densi di atmosfere gotiche che sanno bene come sprigionare emotività da tutti i pori. I recenti acquisti che rispondono al nome di Davide Cavallotti e Richard Meiz, dal canto loro, lo seguono a ruota: il primo con riff di chitarra che riescono a non perdere mai di vista la melodia seppur  attraverso una pesantezza e una ritmica quasi ai limiti del djent, il secondo con una tecnica di doppia cassa tiratissima e a tratti viscerale, forte della sua esperienza precedente nei death metallers Genus Ordinis Dei. E la mia amata Cristina? Senza timore di esagerare, è lei la vera star di questo "Black Anima"; ne è valsa la pena di vederla come giudice canoro in un programma come The Voice e di doverla "condividere" con i fan stranieri, se il risultato di tutte le sue peripezie è stata una ricerca continua e incessante della perfezione canora, culminata in una vera maturità artistica e in una voce che, senza nulla togliere a quella autentica e genuina dei primi album, solo adesso può finalmente candidarsi a essere una delle migliori che siano mai comparse sul suolo italico, e non solo nel metal.

Anima Nera

"Cosa ne rimane della mia anima nera?" si chiede Cristina Scabbia nell'opener del disco, intitolata appunto "Anima Nera" (traduzione dello stesso titolo dell'album "Black Anima", come a ribadire la propria identità italica) e piazzata strategicamente in apertura per fare da controparte alla sua versione inglese, la title-track che troveremo poi in chiusura dell'album. Che si riesca più avanti ad avere una risposta per questo angoscioso quesito? Quel che è certo è che la voce di Cristina, mai così inquietante e sapientemente coadiuvata da un riverbero che ci fa rizzare i peli sulla schiena, è il canale perfetto per introdurre quelle tematiche che il nuovo disco intende raccontare, fatte di negatività, debolezza, zone d'ombra e di tutto quel tormento interiore e quel marcio che la band ha deciso di far venire a galla e finalmente sfogare nella sua musica. La stessa Cristina lo disse in un'intervista: "In questo disco raccontiamo quelle cose scomode che abbiamo messo da parte per sembrare felici". Questi sono i Lacuna in tutta la loro autenticità, quindi, e la Scabbia ce lo ricorda con una vocalità tanto oscura quanto seducente, che la avvicinerebbe alla strega di Hansel & Gretel in versione sexy se solo non fosse così dannatamente piacevole da ascoltare. E così ci ricorda quanto può far male la memoria, e quanto il dolore a lungo accumulato sotto al tappeto possa finire con il congelare anche il cuore più ardente: "I like to suffocate in all my memories / Until I cannot breathe / So I can taste again / How hard it is / Toh ave a frozen heart inside my chest / That only beats but doesn't feel" ("Mi piace soffocare nei miei ricordi / Finché non riesco più a respirare / Così posso assaporare ancora / Quanto è dura / Avere un cuore ghiacciato nel mio petto / Che batte soltanto senza provare nulla"). "Anima Nera" è una intro atipica per i Lacuna, e la sua natura sperimentale appare perfetta per far addentrare le nostre orecchie nel freddo abbraccio di quest'album. Tutto qui è dominato dall'atmosfera, da suggestioni elettroniche fatte di desolazione e vuoto cosmico, colmato appena da un gelido pianoforte che sul finale rallenta in fade-out, fino a perdersi nel nulla lasciando l'ascoltatore con un groppo in gola nell'attesa di ciò che verrà. Ed è così che entriamo in questo viaggio infernale, richiamati dalla voce di Cristina come dal canto di una sirena, tanto bella e seducente quanto inquietante e pericolosa.

Sword Of Anger

Un growl sporco e profondo introduce un possente muro di chitarra ai limiti del metalcore, in quella che è a tutti gli effetti una bomba che la band milanese ha strategicamente lanciato in apertura del disco, come a ribadire "sappiamo ancora come farvi male". Stavolta è Andrea Ferro, controparte maschile della bella Cristina, ad introdurre questa "Sword of Anger - "Spada di rabbia", prima canzone effettiva del disco: il suo growl è coinvolgente nella sua teatrale visceralità, mentre i densi riff di chitarra di Diego Cavallotti, carichi di groove e cattiveria e non da meno supportati dalla ritmica serratissima di Richard Meiz, sono gli accompagnatori perfetti per una vocalità così pregna di aggressività e di urgenza emotiva. Ferro sbatte in faccia all'ascoltatore il proprio tormento, e ci pensa poi la melodiosa ugola di Cristina a stemperarlo, confermando una volta per tutte che i Lacuna Coil sono i più forti in questa battaglia psicologica, che loro hanno in mano "la spada della rabbia", e non saranno certo i loro demoni interiori ad averla vinta alla fine: "We don't heed you / The sword of anger / Will cut In the deep / Still moving alone / We feel no pain / Beyond the blackness / We find harmony / Never belong" ("Non ti prestiamo attenzione / La spade della rabbia / taglierà in profondità / Si muove ancora da sola / Non proviamo dolore / Oltre l'oscurità / Troviamo l'armonia / Non ci apparterrai mai"). Ma a dispetto della passione che i Lacuna Coil riescono ad infondere in ogni nota, appare tuttavia chiaro come questo "Sword of Anger" sia più che altro una dichiarazione di intenti per questo nuovo album, un brano dalla palese funzione di stendardo sonoro e che, seppur estremamente orecchiabile (soprattutto nell'ammiccante ritornello), risulta anche fin troppo prevedibile nella sua semplicità.  Questo non vuol dire però che il brano non sappia far bene il suo lavoro: a fine ascolto risulta riuscitissimo il suo scopo primario, che è quello di ribadire una volta per tutte la personalità dei Lacuna, band che oggi più che mai riesce a bilanciare perfettamente la sua natura più moderna, tra accenni metalcore e djent, a quella più malinconicamente dark e gotica. Possiamo tirare un sospiro di sollievo: Cristina e company, per quanto ormai mainstream e votati a certe sonorità commerciali che fanno impazzire i metallari d'oltreoceano, sanno ancora come farci male (e come farci godere).

Reckless

Laddove "Sword Of Anger" era una bomba dalle influenze metalcore che esplodeva in faccia all'ascoltatore, "Reckless - Imprudente" rappresenta quei fermenti che si staccano dopo la detonazione e colpiscono in modo più subdolo e ficcante. Pezzo rallentato e dotato di un gusto melodico che a sprazzi ricorda quello di "Karmacode", "Reckless" è un brano fatto di chiaroscuri, dove a livello sonoro è l'anima (nera) dei Korn a dominare. Coti Zelati si è voluto concedere un tuffo nella piscina delle sue influenze, con un basso slappato che ricorda certo nu metal moderno della migliore caratura. Il cinematografico videoclip, dalle tinte dark e orrorifiche, esprime bene quel malessere che i Lacuna hanno voluto infondere nel brano, pur senza privarlo del suo appiglio squisitamente commerciale, che rendono "Reckless" uno dei brani più mainstream dell'intero lavoro; inquadrature al rallentatore e ombrosi primi piani ci mostrano il dialogo tra una donna e una ragazzina (probabilmente una psicologa con la sua paziente), per poi vedere quest'ultima che si accascia sul divano mentre delle mani nere, come demoni usciti dall'oscurità, toccano e avvolgono Cristina che tenta di liberarsi con la forza della sua voce. E mentre la ragazza si perde nel labirinto del suo inconscio sotto effetto dell'ipnosi, la sua figura che si aggira in una stanza buia piena di candele tra i suoi tormenti interiori antropomorfizzati diventa una metafora di Cristina e degli stessi Lacuna Coil, che una volta per tutte dicono basta all'inferno dei loro dispiaceri emotivi: "Tonight's coming down / To hell with all the innocence / I'm high enough of bitterness / The fire fills my eyes (Not afraid) / I have never learnt to compromise / I need to feel alive / Enough with alibis" ("Stasera sta scendendo / All'inferno con tutta la sua innocenza / Ne ho abbastanza di sentirmi drogata di amarezza / Il fuoco mi riempie gli occhi (non temere) / Non ho mai imparato a scendere a compromessi / Ho bisogno di sentirmi viva / Basta con gli alibi"). Proprio in questo brano, a dirla tutta, si inizia ad intravedere la maturità ormai concreta della Scabbia, che nel ritornello raggiunge acuti inaspettati e riesce a tirar fuori uno dei suoi migliori vocalizzi di sempre, sapientemente supportato dai growl di un Andrea Ferro che qui funge da potente cassa di risonanza. Cavallotti, dal canto suo, sa come maciullarci le orecchie a ritmo di palm-mute e distorsioni possenti, finché non lo sentiamo rivendicare un riuscitissimo assolo sul finale, denso di quella melodia mista a tecnica che ricorda un po' certe cose degli Arch Enemy dei tempi di Christoper Amott. Ok, "Reckless" sarà magari un pezzo troppo commerciale, ve lo concediamo. Ma i Lacuna Coil non hanno perso il loro smalto, e la loro classe innata sa ancora come farsi riconoscere.

Layers Of Time

Prosecuzione ideale della precedente "Reckless", sia dal punto di vista tematico che musicale, è proprio la successiva "Layers Of Time - Strati del tempo", che non per nulla ci fa trovare nel suo videoclip la stessa ragazzina che avevamo conosciuto prima, mentre la band, finalmente libera da quei demoni che la attanagliavano, si scatena facendo il diavolo a quattro tra voce e strumenti. Canzone dal piglio più meditativo e meno commerciale delle due precedenti, "Layers Of Time" continua nondimeno quel discorso musicale che ci si era lasciati alle spalle, andando così a costruire un vero e proprio triangolo di attaccanti, per usare una metafora calcistica, con "Swords of Anger" e "Reckless". Se nella prima le influenze metalcore si facevano sentire nella chitarra di Cavallotti e nella seconda quelle nu metal ingombravano le linee di basso di Coti Zelati, questa volta i territori che vanno a toccare le due asce dei Lacuna sono persino vicine a un certo djent metal, per quanto molto lontano da quello di Meshuggah e band affini. Più che di ritmiche, infatti, qui si parla di sonorità: riff e stacchi di chitarra e batteria profumano di djent in tutta la loro pesantezza pur senza ricorrere a tempi dispari o ritmiche complicate, mentre la batteria di Meiz è serratissima e tradisce con tutta la sua potenza il suo passato death metal nei Genus Ordinis Dei. Il growl di Andrea Ferro è finalmente profondo e convincente (soprattutto nelle note iniziali), non si limita a sporcare la voce ma la incattivisce davvero e come si deve, mentre Cristina nel ritornello resta un po' più sullo sfondo, limitandosi a sfoderare una voce dilatata che si stende sugli strumenti come una madre che cerca di calmare i suoi figli scalmanati. Anche a livello tematico il brano è una palese continuazione di "Reckless", e ribadisce ancora con forza quanto gli sbagli e le difficoltà del passato, per quanto incancellabili, non possano e non debbano ostacolare la costruzione di una vita nuova e migliore: "I live the life I left behind / A story born of scars and strifes / My heart is blind and frozen / Victims of time / We take our chance again / Our road is paved with pain / The past we can't rewind [?] / I swear I'll get out alive / Burning the bridges built behind / My ife's reloading every night" ("Vivo la vita che mi sono lasciato alle spalle / Una storia nata da cicatrici e conflitti / Il mio cuore è cieco e ghiacciato / Vittima del tempo / Cogliamo di nuovo la nostra occasione / La nostra strada è lastricata di dolore / Il passato non lo possiamo riavvolgere / Giuro che ne uscirò vivo / Bruciando i posti costruiti alle mie spalle / La mia vita si ricarica ogni note"). È invero verso la parte finale del brano che il talento della Scabbia viene nuovamente a galla, quando i tempi si rallentano e la sua voce ci regala vocalizzi celestiali che si incastrano alla perfezione con la violentissima ritmica in sottofondo, finché un atmosferico bridge di tastiere non riporta la calma prima della conclusione finale con la ripresa del ritornello. E così con la fine di "Layers Of Time" i Lacuna Coil chiudono una ideale "prima parte" dell'album, facendo uscire subito dal mazzo le loro carte più potenti, anche se non necessariamente le migliori. Non male.

Apocalypse

E dopo la triade iniziale, è finalmente arrivato il momento di prendere un attimo fiato. Un'atmosfera fatta di cori dilatati si tramuta in un riff di chitarra estremamente più lento rispetto alle precedenti canzoni, e il growl di Andrea Ferro dà la sua benedizione ad "Apocalypse - Apocalisse", un brano decisamente più tranquillo e disteso, dove a farla da padrone è la voce di Cristina. La vocalità della Scabbia si fa qui molto più profonda, e per certi versi mi ha ricordato quella di Sandra Nasic dei Guano Apes, che in una canzone come "Plastic Mouth" era talmente brava a passare da uno stile vocale all'altro che mi sembrava quasi di ascoltare due cantanti diverse. Cristina fa qui un po' la stessa cosa, e se prima l'abbiamo sentita dolce nei ritornelli e quasi eterea nei suoi vocalizzi, questa volta la vediamo dominare la strofa con tonalità molto più profonde, adulte e quasi mascoline, per poi sprigionare la sua celestiale potenza nelle note alte del ritornello. La sua voce, ricalcata come un'ombra dal growl distensivo di Ferro, affronta la tematica del tempo e della sua importanza nel modo in cui affrontiamo gli eventi della vita, ribadendo, come nei ponti di cui parlava la precedente "Layers of Time", che l'amarezza è stata lasciata alle spalle ed è arrivato il momento di affrontare una nuova fase della vita, una nuova avventura. Se ciò che accadrà d'ora in avanti sarà un bene o un male, solo il tempo (e il destino) potranno dircelo: "Tell me about your life / Looking at the sand gliding down / Through the hourglass / Here we are again / We know only time will tell / Let the fate decide / We don't care / We leave it all behind" ("Dimmi della tua vita / Guardando la sabbia che scende giù / Attraverso la clessidra / Eccoci di nuovo qui / Sappiamo che solo il tempo lo dirà / Lasciamo decidere il destino / Non mi interessa / Lasciamo tutto alle spalle"). Nella parte finale è il buon Diego a dominare, prima che un bridge atmosferico ci riporti al ritornello che chiude il ciclo: se nel resto del pezzo la sua chitarra era rimasta un po' in disparte, finalmente adesso può abbandonarsi a un bellissimo assolo che, con i suoi picchi di tecnica e di armoniosa melodia, è probabilmente il punto forte di tutto il brano. "Apocalypse" in buona sostanza è una gradevole pausa (a dispetto del suo nome "apocalittico"), un brano più rilassato e con un gusto melodico che riporta alla mente il bel "Dark Adrenaline", che ci aiuta a stemperare la tensione emotiva che si era creata nella tripletta precedente e che riprenderà, con ancora più forza e vigore, nelle tracce successive.

Now Or Never

Ascoltare l'inizio di "Now Or Never - Ora o mai più" significa inquietarsi e gettarsi a capofitto tra le spire di una traccia duale, dove la dialettica tra il moderno e l'antico non è mai stata così perfetta nel sound dei milanesi. Seppur leggermente forzata nello stacco tra strofa e ritornello, infatti, l'intero brano è una deliziosa sintesi delle fascinazioni metalcore e nu metal con quelle atmosfere e quelle melodie figlie del gothic più malinconico che ci avevano fatto amare i Lacuna Coil dei primi album. E questo già a partire dalle note iniziali, che definire sinistre e inquietanti è un eufemismo, e dalla tiratissima batteria di Richard Meiz che supporta un Andrea Ferro perfettamente a suo agio nello sprigionare i propri demoni interiori. La potenza emotiva sprigionata nel brano si perde così in una strofa dove il growl di Ferro e la chitarra di Cavallotti fanno da padrone, distruggendo tutto mentre gli accenni di tastiera di Coti Zelati ammantano questa violenza con punte di sana oscurità, mentre nel successivo ritornello Cristina rilascia la tensione accumulata, avvolgendoci in una melodia rallentata e malinconica che ci racconta dell'eterna battaglia contro noi stessi, il nostro passato e le nostre debolezze più grandi: "Now or never / The time is right / Out of your shelter / Crawl back to life / I don't what's wrong with me / I know I will take the blame / I left the good times in the past / And maybe I'm already dead / I won't surrender / To a corrupted soul" (Ora o mai più / Il momento è giusto / Esci dal tuo rifugio / Torna alla vita / Non so cosa c'è di sbagliato in me / So che mi prenderò la colpa / Ho lasciato I bei tempi nel passato / E forse sono già morto". Se quindi le ombrose atmosfere iniziali riescono a trascinarci in quelle suggestioni visive psicotiche di cui si nutriva il DVD del concerto londinese "The 119 Show", mentre l'ormai canonico assolo di Cavallotti sul finale si abbraccia splendidamente a una Scabbia che pare voler confermare con i suoi violenti acuti le influenze metalcore della band (no, seriamente, non sembra nemmeno di ascoltare i Lacuna in quelle parti là), il nucleo centrale del brano si conferma un riuscitissimo connubio tra una strofa che abbraccia il nuovo e un ritornello che abbraccia l'antico, come anche accade tra le atmosfere sinistre e i bridge squisitamente metalcore, nutrendosi così di una dualità tra violenza e visceralità che pare derivare direttamente dal bellissimo "Delirium". "Now Or Never" si conferma così una piacevole boccata d'ossigeno in questo viaggio tormentato e, con ben pochi dubbi, saprà come fare scalpore quando verrà riproposto in sede live.

Under The Surface

Ai tempi dei primi meme diffusi sui social network ce n'era uno che spopolava particolarmente, e che di recente sembra essere tornato di moda: quello con la faccina triste che piange mentre indossa la machera di una faccia sorridente. Ecco, se quel meme fosse una canzone metal probabilmente sarebbe questa "Under The Surface - Sotto la superficie". Il tema trattato da questo brano è infatti quello del mentire a sé stessi, del far finta che tutto vada bene anche quando non è così e forse, oltre al contesto quotidiano in cui chiunque potrebbe riconoscersi (specie le persone più introverse abituate a tenersi tutto dentro), c'è nella band la volontà di avvicinarsi a un altro tema molto delicato come quello della depressione. Parlare di emozioni soppresse non può far altro che tradursi in una musica esplosiva, dove la chitarra compressa di Cavallotti esplode in un crescendo di riff lenti e compatti che aumentano sempre più di velocità, accogliendo la voce di un Ferro totalmente a briglia sciolta. A partire dal primo ritornello in poi, tuttavia, sarà Cristina a prendere in mano le redini della canzone, con una vocalità forse meno eclettica dei brani precedenti, ma sicuramente molto intensa nella sua semplicità. Ed è così il ritornello si divide in due parti e il brano acquisisce velocità, prima che Cavallotti sfoderi un assolo che tradisce il suo gusto per il death metal di scuola svedese, mentre una convincente Cristina ci racconta di come il mostrarsi felici spesso e volentieri nasconda una furiosa battaglia nei nostri animi: "You're looking sharp / But the smile is fake / There's much more / That hides behind / All your senses are compelled to lie / Everything feels perfect / When you're spinning lies / Deceiving yourself / But deep under the surface / The battle comes alive" ("Sembri intelligente / Ma il sorriso è falso / C'è molto di più / Che si nasconde dietro / Tutti i tuoi sensi sono costretti a mentire / Tutto sembra perfetto / Quando racconti bugie / Ingannando te stesso / Ma lì sotto la superficie / La battaglia entra nel vivo"). Nel complesso le melodie qui messe in piedi da Cristina & company ricordano un po' quelle di "Dark Adrenaline" nel loro essere palesemente commerciali, ma l'alternanza tra strofa tirata e ritornello melodico del brano rientra a pieno titolo nella dualità tra influenze nu metal e attitudine gothic che è la base su cui poggia tutta l'architettura di "Black Anima". In questo caso specifico "mainstream" fa però rima con "coinvolgente, perché è proprio quell'estrema orecchiabilità nel ritornello cantato dalla Scabbia a renderlo così travolgente, ad emozionarci e a farci restare il brano in testa anche dopo che la batteria di Meiz ha esalato l'ultimo respiro. Bravi davvero.

Veneficium

Se qualcuno aveva mai messo in dubbio la natura prettamente gothic metal della band milanese in seguito alle loro influenze moderne e a riffoni troppo korniani, "Veneficium - Sortilegio", dal titolo nientemeno che in latino, sembra voler dissuaderlo dal dubitare di loro e mettere le cose in chiaro. A partire dalla sua introduzione da peli ritti sulla schiena, con un suggestivo sermone proprio nella deceduta lingua di Roma, così affascinante nella sua epicità da sembrare quasi cinematografica, come se vedessimo questo imponente coro gregoriano che recita una solenne preghiera in una cattedrale gotica in qualche film di stampo fantasy medievale. E sì, i Lacuna Coil sono ancora un gruppo gothic metal, e "Veneficium" è il brano che più di ogni altro in "Black Anima" ce li riconsegna come li avevamo lasciati molti anni addietro. La tensione emotiva del coro raggiunge il culmine quando la batteria di Meiz inizia a sparare come una mitragliatrice, instillando nella sua violenza sonica quella stessa irruenza delle emozioni che prova la band (e l'ascoltatore) in questo brano. La ritmica della strofa e la voce di Ferro ci riportano ai tempi di "Comalies" (se non addirittura di "Unleashed Memories"), e anche il ritornello non è da meno, con una Cristina che procede lentamente, con passi delicati, sopra una batteria nervosa che al contrario non rallenta un attimo, almeno finché quello stesso ritornello non si spezza in due, rivelando tutta la sua intima visceralità emotiva. La voce di Cristina, per quanto sia interpretabile, sembra raccontare di un tormento amoroso dovuto agli effetti velenosi e letali della dipendenza emotiva, quel maledetto sortilegio che infetta i nostri cuori e può provocarci ferite profonde difficili da rimarginare: "I would destroy my own life / To consume your soul and smile / But I'm locked into you world again / Here I come / To show you all my wounds / Inside my heart / But it's all in vain / You're like a parasite / Infecting me until the end" ("Distruggerei la mia vita / Per consumare la tua anima e il tuo sorriso / Ma sono di nuovo prigioniera del tuo mondo / Eccomi / Per mostrarti tutte le mie ferrite / Dentro il mio cuore / Ma è tutto invano / Sei come un parassita / Che mi infetta fino alla fine". Così facendo, la Scabbia si tramuta qui quasi in una versione metal di Annie Lennox quando cantava "I Put A Spell On You", anche se stavolta la situazione è ribaltata, e per quanto la bella Cristina cerchi di reagire e di "distruggere" colui che le ha procurato tanto dolore, la vittima di questo sortilegio sembra essere proprio lei. Ed è proprio questo tormento emotivo, peraltro sottolineato benissimo da un assolo di Cavalotti sul finale che è oro puro per le nostre orecchie, a rendere "Veneficium" il brano forse più intenso e viscerale dell'intero album. Un colpo al cuore.

The End Is All I Can See

Suggestioni rumoristiche, alienanti e disturbanti, sono la premessa perfetta per quello che è il brano più sperimentale di tutto l'album, "The End Is All I Can See - La fine è tutto ciò che posso vedere". Effetti elettronici accompagnati da un inquietante telefono che squilla introducono la chitarra liquida di Diego, che con il suo arpeggio straniante si fa portavoce di un sound piuttosto insolito per i Lacuna Coil, per quanto genuinamente dark. Cristina seduce con la sua voce più profonda che mai, mentre Andrea esce a spintoni dal contesto del suo solito growl per sperimentare i territori della melodia sporca. Le loro voci si uniscono e parlano di senso di colpa, un male necessario e quasi salvifico: "I am just realizing / This paini s almost like salvation / Keeps coming back to me / Protects me from the voice of madness The evil within / Stinging and burning / Consumes me with guilt" ("Sto iniziando a rendermi conto / Che questo dolore è quasi una salvezza / Continua a tornare da me / Mi protegge dalla voce della pazzia. Il male dentro / Punge e brucia / Mi consuma con il senso di colpa"). Eppure, dispiace dirlo, non è tutto oro ciò che luccica. Certo di pregi questa "The End Is All I Can See" ne ha parecchi, a cominciare dalla sua natura sperimentale, passando per il suo fascino oscuro, per un arpeggio che si stampa in testa e per delle sonorità elettroniche ben costruite. Tuttavia, forse anche a causa di queste sue particolarità, finisce con il risultare un brano un po' insipido e probabilmente il più anonimo dell'album, come fosse una sorta di esperimento e nulla più. "The End Is All I Can See" è sostanzialmente un brano che stona con l'emotività dei precedenti per la sua incapacità intrinseca di esprimere emozioni, e se la strofa si salva con il suo andamento ipnotico che in qualche modo riesce a sedurre e incuriosire, lo stesso non si può dire del ritornello, estremamente piatto, senza particolari slanci e senza alcuna variazione degna di nota. Cristina come al solito sa incantare meglio delle sirene di Odisseo, ma purtroppo per Andrea, per quanto la sua prova vocale qui sia ottima e convincente, la costrizione in un ruolo melodico che poco gli si addice, unita al venir meno dell'aggressività che lo caratterizza, finiscono con il tarpare le ali alla sua performance come un attore che viene penalizzato da una sceneggiatura non all'altezza. E tutto questo, per quanto costituisca una pausa rigenerante dal resto dell'album, stona parecchio con l'emotività degli altri brani, soprattutto se consideriamo come questa traccia sia incastonata tra "Veneficium" e "Save Me", che sono forse le prove più viscerali di tutto "Black Anima". Insomma, plauso ai Lacuna Coil, di cui è apprezzabile il coraggio di proporre qualcosa di più innovativo; la speranza è che però la prossima volta in una proposta del genere siano di casa anche le emozioni.

Save Me

Ed eccoci arrivati a quello che, a parere di chi scrive, è forse il brano più riuscito del disco, in quanto riesce ad amalgamare bene varie caratteristiche della band in una sola traccia. Il maggior punto di forza di "Save Me - Salvami" è proprio il suo coniugare quell'attitudine irrequieta e spensierata che ci aveva fatto considerare la precedente "Apocalypse" come una gradevole pausa dall'intensità del disco, ma allo stesso tempo lo fa raggiungendo notevoli picchi di emotività e di un appeal commerciale che non mette da parte la sua natura più metal. Questo è percepibile soprattutto nel ritornello, orecchiabile e carico di groove, con Cristina che dà libero sfogo alla sua vocalità appassionata, supportata da degli azzeccatissimi cori e da un Ferro che, seppur assente per quasi tutto il resto del brano, riesce qui a donare maggior intensità al pezzo con i suoi urli nei contro-cori. La strofa dal canto suo, introdotta da un arpeggio di chitarra che sembra preso di forza da "Comalies", riesce a scuotere l'ascoltatore con una ritmica serrata e una batteria che ci martella dritto sul cuore. L'assolo al fulmicotone di Cavallotti, che ci dà così un assaggio della sua tecnica più che ragguardevole, introduce sul finale un bridge sostenuto da un tappeto di tastiere che riportano alla mente i My Dying Bride di metà anni '90. È proprio qui che il brano poggia la ciliegina sulla sua torta, lo spoken word di Cristina: una voce profonda e toccante, dalle parole perfettamente scandite, in una performance che si può definire quasi attoriale (ce la vedrei bene come doppiatrice, chissà che in futuro non ci riservi qualche sorpresa). Cristina si guarda allo specchio e non si ama, percependo, come in una rivelazione epifanica, che ciò che un tempo credeva si sarebbe realizzato è stato solo un'illusione, e che la vita è dolorosa, caotica e dominata da amarezze che non è facile affrontare. Ma il suo è un messaggio di speranza, di fiducia in sé stessi e di forza interiore, che ci insegna a reagire senza paura di guardare in faccia la nostra vita, anche quando ci sentiamo travolti dalle avversità più terribili: "And what remains is the shadow of my past / I look in the mirror / And hate what I see / I don't recognise my face anymore / And wonder where all of my dreams are gone / Feeling lost and empty / I know I can't turn back time / But I just don't want to give up / I can't give up" ("E cosa rimane dell'ombra del mio passato / Mi guardo allo specchio / E odio ciò che vedo / Non riconosco più il mio viso / E mi chiedo dove siano andati a finire tutti i miei sogni / Mi sento persa e vuota / So che non posso riavvolgere il tempo / Ma semplicemente non voglio arrendermi / Non posso arrendermi"). "Save Me" è quindi nel complesso un brano più che riuscito e meritevole di attenzione, ricco di spunti interessanti e azzeccati, che ci mostra dei Lacuna Coil in stato di grazia e si candida senza remore a diventare il fiore all'occhiello di questo "Black Anima".

Black Anima

Scelta azzeccata quella di concludere l'album con una title-track dal piglio piuttosto sperimentale, con un titolo italo-anglofono che si contrappone alla sua traduzione italiana in apertura ("Anima Nera", di cui abbiamo già parlato a inizio recensione). Questa "Black Anima" è una canzone dolciastra, ha il sapore di un dessert servito a fine pasto e si dimostra adatta a far calare il sipario su un disco che dimostra come i Lacuna Coil, dopo tutti questi anni, non hanno perso il loro smalto e riescono ancora a stupire ed emozionare. Ritorna qui quell'elettronica che dominava un brano come "The End Is All I Can See", a cui questa title-track sembra parzialmente ispirarsi, pur dimostrandosi molto più piacevole e convincente. Il tocco di tastiera è delicato, atmosferico, si insinua tra onde di suoni elettronici sinistri e alienanti, e ci ipnotizza con un andamento cullante sottolineato da una batteria secca e appena accennata. Cristina dona qui un'ultima prova della sua ormai matura versatilità, riuscendo a spaziare da una voce profonda e avvolgente nella strofa a una squillante e acuta nel ritornello. Ritornello che, a ben vedere, pur non avendo il piglio commerciale di brani come "Reckless" o "Sword of Anger", invade territori decisamente pop-oriented, molto melodici e orecchiabili, che se non fosse per il supporto in growl di Ferro e per la chitarra ruggente di Cavallotti, potrebbe tranquillamente finire nelle hit pop di Billbord et similia. Sonorità che ben si sposano con il messaggio di speranza incastonato nel brano, deciso a lasciarci andare con una punta di ottimismo e dopo aver dimostrato che sì, possiamo (e dobbiamo) sconfiggere i nostri demoni interiori, perché non siamo soli in questa dura battaglia: "We are chasing the ghost / That's trapped inside / I can see your anima / You and me / Against the world / When you're feeling all hope is lost / You are not alone / I a world of disarray / All the walls that keep us separated / We will break them all and riunite" ("Inseguiamo il fantasma / Intrappolato dentro di noi / Posso vedere la tua anima / Tu ed io / Contro il mondo / Quando senti che ogni speranza e persa / Non sei solo / In un mondo di confusione / Tutti i muri che ci tengono separati / Li abbatteremo e ci riuniremo"). Inutile dire che la Scabbia si muove splendidamente anche in questo contesto simil-pop, con una voce acutissima che colpisce come una stilettata al petto, mentre l'atmosfera a tratti inquietante delle tastiere aleggia tutt'intorno e la avvolge di un gradevolissimo smalto dark. Siamo alla fine, signori, ma lo ammettiamo: resistere alla tentazione di premere di nuovo play non sarà cosa facile.

Conclusioni

Diciamolo subito: "Black Anima" è un gran bel disco. Arrivati al nono album dopo un'onorata carriera ormai ventennale (da tenere d'occhio la loro biografia di prossima pubblicazione), per i Lacuna Coil sembra essere arrivato il tempo dei bilanci e, forse, anche di un disco che possa concentrare nelle sue tracce tutti i punti di forza che hanno dimostrato di possedere nel loro sound e le varie sfumature che negli anni hanno caratterizzato e definito la loro personalità come band. "Black Anima", a conti fatti, è in fondo un po' questo: una sintesi di cosa sono diventati i Lacuna Coil dopo tutti questi anni passati a fare musica, nel bene e nel male. Laddove il precedente "Delirium" insisteva non poco sull'anima più smaccatamente "nu metal" del gruppo, incanalato verso i binari di una tensione emotiva continua e implacabile, il suo successore sembra voler scegliere una strada più variegata e meno tesa, non tanto nell'attenuarsi dell'emotività quanto piuttosto nel riscoprire certe sonorità figlie di un'attitudine dark e gotica che la band milanese non aveva mai rinnegato, ma che parevano tuttavia assopite dalla "svolta americana" giunta nel 2006. Certo, se da un lato i riff korniani e l'attitudine alla Jonathan Davis sembrano cedere un po' il posto a quella melodia puramente gothic con cui i Lacuna ci avevano abituato in passato, è pur vero che ormai la scuola americana è stata totalmente assorbita e assimilata nella pelle del gruppo lombardo, e le melodie strappamutande di "Comalies" e "Unleashed Memories" anche stavolta sembrano confermarsi un ricordo sbiadito. Tutto sommato però, "Black Anima" ci dimostra come non abbia senso continuare ad associare i nostri agli assi di Bakersfield come molti continuano insistentemente a fare, sia perché il loro sound continua a differenziarsi parecchio, sia perché sostanzialmente si parla di band che suonano sfumature di metal completamente diverse, seppur vicine in alcuni isolati frangenti. Allo stesso modo, le bordate (nu) metalliche del precedente "Delirium" sembrano qui incanalate in un discorso più ragionato e forse anche più maturo, dove l'alternanza tra attacchi aggressivi e rallentamenti con aperture melode pregne di emotività lasciano il posto a una forma canzone decisamente più compatta e coesa, che come una testuggine di legionaria memoria avanza e travolge l'ascoltatore nelle sue spire. Spire che, stavolta, riescono ad attingere alla fonte, a quel gothic metal dalle tinte dark da sempre caro a Cristina & Co, senza dover rinunciare alla costruzione di un sound a stelle e strisce che, da "Karmacode" in poi, ha assunto forme sempre più moderne e rifinite. Troviamo così non solo gli onnipresenti Korn nel basso di Coti Zelati, ma anche accenni ai migliori Fear Factory nel riffoni taglienti di Cavallotti e nella batteria secca e marziale del neoassunto Richard Meiz; stavolta, però, tutta questa cattiveria non esplode più come in "Delirium" prima della quiete emotiva, ma viene incanalata in un discorso più omogeneo e riflessivo dove le emozioni vengono filtrate da un'aggressività che non perde mai di vista la melodia più catchy e di impatto. A tal proposito, anche il piglio smaccatamente commerciale di album come "Dark Adrenaline" e soprattutto "Shallow Life" non viene dimenticato, così come non vengono dimenticate quelle sfumature più melodiche e pop-oriented che avevano addolcito la band in "Broken Crown Halo", ma tutto ciò passa attraverso quell'anima più impetuosa e combattiva di cui la band aveva dato prova in album come "Karmacode" e soprattutto il più recente "Delirium". Per farla breve, "Black Anima" è un disco che racchiude al suo interno, in modo perfettamente bilanciato, le due anime della band: quella più gotica e melodica da un lato, quella più orientata al (nu) metal (core) spaccaossa dall'altro. Tutto questo, per un album che trova spazio anche in nuove sperimentazioni sonore che poggiano su un uso sapiente del pianoforte e dell'elettronica (come nell'angosciante traccia di apertura "Anima Nera"). Ed è così che ci ritroviamo a fare headbanging sui riffoni di "Reckless" e "Layers of Time", dove il basso di Coti Zelati ha ben poco da invidiare alle bordate del collega Fieldy, ma anche a cantare sulle note spiccatamente emotive e melodiche dell'inquieta "Save Me" e della groovosa "Sword Of Anger" (forse il brano più rappresentativo di tutto il disco). Le tastiere di Marco e la batteria di Richard sono poi il lasciapassare per tocchi gothic dal sapore oscuro e dalla straziante tensione emotiva, come nella tiratissima "Now Or Never" e nella solenne e intima "Veneficium". Ma su tutto, bisogna dirlo, c'è la voce della Scabbia: è lei a regnare su "Black Anima" ed è lei la vera innovazione di questo disco. Ciò che più stupisce della prova canora di Cristina è principalmente una tangibile raggiunta maturità delle sue linee vocali che, ancor più che negli album passati, stavolta riescono a toccare vette eclettiche davvero clamorose (si vedano gli acuti di "Reckless" e i dolci singhiozzi di "Layers Of Time"), nonché nel complesso un timbro decisamente più "adulto" e profondo, che riesce con disinvoltura a suggerire emozioni diverse a seconda di ciò che vuole suscitare nell'ascoltatore. Andrea Ferro, dal canto suo, per quanto non lo abbia mai considerato un cantante particolarmente dotato e abbia preferito la sua prova vocale in dischi più datati come "Comalies" o "Unleased Memories", riesce qui ad essere un'ottima controparte maschile, sporcando a dovere la voce e incattivendola al punto giusto, soprattutto nelle parti di growl tout-court, che forse è lo stile che gli riesce meglio. Certo, quando il suo cantato sporco abbraccia zone più melodiche continuo a ritenere la sua voce un po' troppo impostata e non abbastanza naturale, specie se confrontata con quella della sua graziosa collega, ma in fondo qui si va a toccare un terreno di de gustibus dove il piacere derivato da una determinata prestazione canora è anche qualcosa che ogni ascoltatore potrà valutare per conto suo; anche Andrea, come la stessa band, sembra aver trovato un suo equilibrio e una sua maturità vocale, e spero che potrà continuare ad affinarla negli anni a venire. "Black Anima", in sostanza è tutto questo: il disco della maturità, un album che, senza nulla aggiungere a quelle che sono le caratteristiche peculiari dei milanesi, riesce a rifinirle e a concretizzarle in una interessante summa della loro carriera artistica, seppur senza purtroppo toccare le vette di un album come "Comalies" e vantando solo in parte quella visceralità che era propria del precedente "Delirium". I Lacuna Coil sono ancora qui dopo vent'anni, e invece di perdere smalto ci hanno guadagnato in maturità; vedremo cosa ci riserveranno in futuro con il prossimo album. Per ora, "Black Anima" è il graditissimo ritorno di una delle migliori band che la nostra cara Italia abbia mai dato in dono al Dio Metallo.

1) Anima Nera
2) Sword Of Anger
3) Reckless
4) Layers Of Time
5) Apocalypse
6) Now Or Never
7) Under The Surface
8) Veneficium
9) The End Is All I Can See
10) Save Me
11) Black Anima
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