LA SFERA

Where Man Breaks

2013 - Buil2Kill Records

A CURA DI
DONATELLO ALFANO
18/11/2013
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

La fusione tra generi apparentemente distanti tra loro a volte può trasformarsi in un sentiero pieno di insidie ed ostacoli difficili da superare, alcuni gruppi fin dagli esordi hanno ottenuto risultati notevoli in questo tipo di sperimentazioni, altri non sono riusciti ad esprimere in maniera efficace le idee di partenza creando dei miscugli senza capo né coda, togliamoci subito ogni dubbio, i romani La Sfera fanno parte di quella generazione di musicisti appartenenti alla prima categoria. La band nasce nel settembre 2006 dalle ceneri dei Golfo Mistico, il primo full-length intitolato La Fabbrica Dei Suoni Irraggiungibili viene pubblicato due anni dopo, attraverso un'interessante proposta divisa tra alternative, elettronica, psichedelia e progressive il combo inaugura un percorso artistico destinato a crescere passo dopo passo. Nella primavera del 2012 i capitolini tornano in studio per dare il via alle registrazioni del secondo album, arriviamo così al ventuno ottobre di quest'anno, data di rilascio del poliedrico e profondo Where Man Breaks. Il platter segna una svolta fondamentale nella carriera dell'act, a cominciare dalla decisione di utilizzare esclusivamente la lingua inglese nei testi fino ad arrivare ad uno straordinario lavoro in fase di produzione (curata da Claudio Spagnuoli agli  Oz Studio di Roma) e mastering, per quest'ultimo il gruppo ha puntato su un binomio vincente composto dall'esperto Greg Calbi ed il celebre Sterling Studio di New York, l'unione di questi elementi costituisce un ulteriore punto di forza in un concept ambientato in un ipotetico futuro dominato dalla tecnologia, il mondo è in uno stato di decadenza totale, l'uomo assiste impotente pur sapendo di essere la causa principale di questo scempio. La line-up attuale dei La Sfera è composta da: Daniel Pucci (voce) Giulio Nardini e Attilio Pampena (chitarre) Daniele Roccagli (tastiere e sintetizzatori) Antonello Rabuffi (batteria) ed il nuovo arrivato Daniele Granati (basso,nell'album tutte le parti sono state registrate da Flavio Pampena e Lorenzo Mancini) per intraprendere il viaggio tramutato in note dai romani basta far partire il cd e chiudere gli occhi... Le battute iniziali dell'opener "Sixther" sono avvolte in un mood buio e solitario, un lento arpeggio di chitarra ed un timbro vocale malinconico introducono un vortice emotivo che col trascorrere dei secondi diventa sempre più coinvolgente, la voce filtrata ed una rapida serie di arrangiamenti elettronici modellano un break inserito per preparare il terreno ad un veloce epilogo governato dall'energico operato dei guitar players e soprattutto dall'ottima prova di Daniel, le soluzioni vocali del frontman spesso riportano alla mente la magia oscura del maestro Dave Gahan, il duetto con Catiuscia Abbafati nei cori finali completa una formula sonora variopinta ed appassionante. La storia dell'album prende forma con un'autoanalisi del protagonista, l'esercizio spirituale volto a ritrovare se stesso viene vanificato dalla mancanza dell'altra persona e l'uomo non riesce più a trovare la voglia di vivere. L'incipit di "First Sunrise" è fuorviante; un massiccio riff dalle marcate reminiscenze metal cede in breve tempo la scena ad un episodio bilanciato con maestria tra alternative e psichedelia moderna, in una struttura lineare e semplice la band conferma una vena melodica superiore alla media raggiungendo il clou in un refrain struggente e delicato, i suoni ricercati delle sei corde ed il valido contributo delle tastiere  amplificano il clima di rassegnazione delineato dal testo, la vita è vista come una maledizione da cui si viene guariti soltanto con la morte e la devastazione. La meravigliosa "Oh Mother, If You Could..." è la traccia ideale per mostrare la varietà di stili presenti nella musica dei La Sfera, la sezione ritmica viaggia su ritmi veloci e le chitarre riprendono ad aggredire con decisione, il poderoso wall of sound innalzato dai musicisti è la base perfetta per un cantato sospeso tra fantasia e realtà, nell'interpretazione di Pucci tornano alla ribalta i Depeche Mode dell'indimenticabile accoppiata Black Celebration/Music For The Masses, ad elevare ulteriormente il brano troviamo un guitar solo colmo di estro e feeling, personalmente ritengo che meriti un posto d'onore tra tutti quelli ascoltati quest'anno. Le liriche esprimono un'invocazione disperata alla Madre Terra, la richiesta è quella di non essere protetti dal male che si è commesso e di esser lasciati davanti alla propria malvagità. "Black Box" presenta il volto più dinamico del sestetto; nella prima parte le keyboards di Roccagli si muovono con efficacia tra elettronica ed armonia, i tempi sostenuti scanditi dalla batteria e delle penetranti linee chitarristiche accompagnano l'inarrestabile corsa del tastierista, la timbrica di Daniel continua a trasmettere un marcato senso di inquietudine, nella seconda parte l'incedere diventa più cadenzato e di ampio respiro, la presenza di Catiuscia dona al brano un'aura sognante ed ipnotica. Il testo descrive lo stato d'animo di un individuo depresso e sfiduciato, un omino sorridente nella testa gli consiglia di lasciar entrare la "luce solare", ma questo non migliora la situazione ed invece di incoraggiarlo lo getta ancora di più in una spirale di orrore e buio. Angoscia e disperazione sono i sentimenti che caratterizzano "A Key For My Life", una lenta sinfonia guidata dalla triste melodia della chitarra acustica e da una performance canora colma di pathos. Nella sua travolgente essenzalità il brano punta dritto al cuore, particolarità accentuata dal racconto di un sogno in cui la madre tiene per mano il bambino in mezzo a figure oscure ed inquietanti. Arrivati davanti ad una porta, gli consegna una chiave dicendogli che quella è per lui se ha il coraggio di guardare cosa c'è dietro questa porta. In "Their Path" l'influenza dei Tool è talmente palese da farlo sembrare un inedito riemerso dalle recording session del capolavoro Lateralus, un andamento nervoso sempre in bilico tra tormento e paranoia delinea il leitmotiv della traccia, il singer è di nuovo sugli scudi con una prestazione che passa con disinvoltura dalla tensione palpabile delle strofe all'apertura melodica di un imponente ritornello, dopo questa discesa verso gli abissi della follia la band esplora i territori più oscuri del progressive contemporaneo; le rimbombanti percussioni, gli interventi sinistri del pianoforte ed i suoni taglienti dei due axemen supportano delle scorribande vocali paragonabili a quelle del geniale Maynard James Keenan. Le parole narrano la fuga da un'orda di figure maligne che divorano e distruggono tutto sul proprio cammino. Anche fuggendo non c'è salvezza perché la stessa scelta attende il fuggitivo dall'altra parte. "D-Kado" è è un rapido intermezzo strumentale sorretto dal lavoro di Nardini e Pampena, un riffing schiacciasassi alternato a delle armonie in cui si percepiscono echi della darkwave inglese rappresenta la formula di una track breve ma estremamente efficace. Nella cadenzata "Predictable Nature" i romani riprendono i classici schemi compositivi di una canzone lasciando inalterato il mood sofferto contenuto nelle tracce precedenti, la melodia lieve e crepuscolare delle tastiere affianca la voce profonda di Daniel, il frontman esprime una riflessione disperata che esplode con tutta la sua tragicità in un memorabile refrain, nel testo il protagonista dopo una catastrofe ambientale esamina la storia umana a posteriori e pensa che questa era l'unica conclusione plausibile data la natura devastatrice dell'essere umano. Un riassunto significativo del dinamismo sonoro dei La Sfera prende forma nell'accattivante "Kado", inizialmente il six piece si muove sui sentieri di un raffinato alternative rock arricchito dalle trame intense ed evocative di Roccagli, l'ombra di Keenan e soci riappare negli ultimi minuti, le sonorità heavy oriented delle chitarre riversano quell'atmosfera cupa tipica degli autori di 10,000 Days. Nelle frasi del brano il protagonista si pone delle domande sul senso della vita e della mortalità. La figura della madre tratteggiata prima ci sospinge a galla quando stiamo affogando, poi in ultimo è la stessa che ci tira giù quando la morte ci prende. La chiusura del cd è firmata dalla commovente "A Gray Sky", la timbrica lieve di Pucci e le note solenni del pianoforte aprono una scalata emozionale che con l'ingresso degli altri strumenti assume dei toni drammatici ed impulsivi, la componente sinfonica è amplificata da un'ampia serie di intrecci canori, questi ultimi scrivono la parola "fine" sul concept in modo indelebile. L'ultima domanda ancora una volta verte sul senso della vita, un interrogativo che diventa un po' come il girovagare in un deserto silenzioso. Where Man Breaks è un lavoro in grado di offrire alla scena rock tricolore una nuova dimensione ricca di sorprese ed inventiva, l'indiscutibile talento dei La Sfera è delineato in dieci tracce contraddistinte da molteplici sfaccettature che trasformano l'album in un mosaico stilistico di rara bellezza, i complimenti nei confronti di questi ragazzi sono più che meritati per aver realizzato un'opera così varia, emozionante e pronta ad oltrepassare i confini nazionali, l'unico consiglio che posso dare è quello di premere nuovamente il tasto play per lasciarsi trasportare dalla soave soundtrack di un altro lungo inverno.


1) Sixther 
2) First Sunrise 
3) Oh Mother, If You Could...
4) Black Box 
5) A Key For My Life 
6) Their Path 
7) D-Kado
8) Predictable Nature 
9) Kado 
10) A Gray Sky