LA MENADE

Disumanamente

2015 - Valery Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
05/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

"Le baccanti cominciano ad agitare il tirso per i loro riti...

L'eccitazione si era trasmessa all'intero bosco, alle belve:

non c'era più niente di fermo, tutto si agitava per la frenesia.
"

Euripide, "Le Baccanti"





Tutti i metaller di meno stretta osservanza (leggasi "di più ampie vedute") avranno di che deliziarsi ascoltando il nuovo disco de La Menade, combo all female di Roma dedito ad un metal alternativo raffinato ma al contempo dotato di carica non indifferente. Nuovo disco: infatti le nostre quattro paladine dell' "alternative female fronted made in Italy" non sono proprio le ultime arrivate. All'attivo ormai da diversi anni, sono già riuscite a deliziare una buona fetta di pubblico e critica con un ep ("Conflitti e Sogni", 2005, edito dalla “Red House Recordings”) ed un full autoprodotto ("Male di Luna") prima di decidersi a fare il grande salto ed affidarsi alla “Valery Records” per pubblicare il nuovo "Disumanamente", disco uscito proprio quest’anno la cui analisi affronteremo quest'oggi. Prima di andare nel dettaglio, comunque, c'è spazio per qualche parola sul nome scelto e naturalmente sulla band. Riguardo al primo punto bisogna sottolineare che il termine "menade" sta per "baccante”, ossia donna in preda ad una frenesia estatica, sacerdotesse letteralmente infiammate dal loro dio Dioniso (ah...quante rimembranze Nicciane..), nume greco della forza vitale (nome la cui etimologia rimane tutt'ora incerta: c'è chi propende per "giovane figlio di Zeus", chi "Dio di Nisa" e altri che preferiscono interpretare il nome con "dio notturno", tramite un incipit offerto dalle parole theos e nykios). Il nome "Menade" si fa risalire a Menio, sovrano di Orcomeno, città non distante da Tebe. Attraverso un racconto tratto dalle "Metamorfosi" di tal Antonino Liberale possiamo comprendere come le figlie di Menio (tre) erano del tutto disinteressate al culto di Dioniso. Questi, pesantemente irritato per la faccenda decise dunque di impossessarsi psicologicamente delle tre sorelle sino a condurle alla follia. Il racconto termina quando Hermes si presenta alle tre donne (ora tre Baccanti) e vedendole in un incontenibile stato "psicotico" decide di tramutarle in rapaci (pipistrello, gufo e civetta). Bene, senza dilungarmi oltre sull'argomento (per approfondimenti rimando a qualche libro di mitologia) spenderei qualche parola sulla band. Il gruppo, parlando del proprio sound lo descrive come “un possente muro di suono in cui la forza delle chitarre si amalgama splendidamente con l’oscurità generata dalle tastiere, il tutto unito ad una ritmica possente ed a testi poetici”; un sound che si rivela essere uno splendido mix fra Dark Music, Metal, Elettronica e Progressive. Le nostre si formano nel 2000 grazie all'incontro di due dei membri (i membri "storici e fondatori" diremmo dunque), ossia la chitarrista Tatiana e la tastierista Tanya, destinate a rimanere il fulcro inalterato della band. Nel 2003 raggiungono l’assetto definitivo aggiungendo altri due elementi al gruppo (Lucia e Cristina, basso e batteria). Conseguentemente Tatiana diviene anche cantante in aggiunta al suo ruolo dietro la sei corde. E' del 2005 la pubblicazione del loro primo Ep, "Conflitti e Sogni" prodotto dalla “Red House Recordings” (alla guida artistica troviamo David Lenci). Tale parto discografico, composto da cinque tracce inedite più una traccia video contenente il clip del singolo “Strane Idee”, viene recepito positivamente dal pubblico, cosa che da il via ad un’attività live piuttosto frenetica ed importante. Tempo dopo la traccia “Wheeling” fa la sua apparizione anche nella colonna sonora del film “Tre Metri Sopra il Cielo”, mentre il videoclip di “Strane Idee” viene trasmesso in molti programmi di musica, su canali come Rock TV e MatchMusic. Nel 2006 le ragazze iniziano una collaborazione con l’agenzia di booking  “GetRocked”, che organizza loro un tour di sette date in cui La Menade supporta l’acclamata rock band inglese McQueen. Veri elementi, questi, che incrementano notevolmente la loro visibilità. Da citare, ancora, la vittoria di un contest indetto dalla “Frequeency Magazine”; vittoria che permette loro di esibirsi in data 12 Giugno 2006 al “Rock in Roma Festival”, presso l’Ippodromo Capannelle. Riescono quindi a registrare il loro primo album ufficiale Male di Luna, dal quale viene estratto il singolo Maledetta Me (per il quale sarà girato anche un videoclip). Il disco, composto da ben 15 tracce più una ghost track, ottiene un incredibile successo sia di pubblico che di critica, confermando La Menade come una realtà particolare e sui generis. Nel 2007 un’altra loro song viene inserita nella colonna sonora di un film, ossia “Danza nel Buio” utilizzata nella OST di “Ho Voglia di Te”. La band sfiora inoltre la possibilità di aprire per un colosso come Alice Cooper, ma sfortunatamente il concerto viene annullato per problemi organizzativi. Poco male comunque, perché le ragazze riescono ad aprire ugualmente per un altro bel nome, stavolta Italiano, ovvero i Linea 77, al “Rolling Stone” di Milano. Non paghe di tutto ciò, hanno anche modo di apparire successivamente su RaiUno, in una puntata dello show televisivo “Music2007”. E' del 2009 l’uscita dal gruppo di Lucia e Cristina, vuoto che viene quasi subito colmato grazie all'entrata, nell'ensemble, di Chiara (2010) al basso e di Laura (2012). Nel 2013 le ragazze riprendono a pieno regime la loro attività live e hanno modo di supportare in una data le leggendarie Girlschool nel tour del loro trentacinquennale. Sempre nel giugno dello stesso anno, le ragazze si piazzano al secondo posto in un contest del “Sonica Festival”, e questo permette loro di esibirsi al “M.E.I. 2.0” di Faenza. Giungiamo ai tempi recenti, con la pubblicazione del nuovo disco, distribuito dalla “Valery Records” e missato da Luciano Chessa al “Moon Voice Recording Studio” di L’Aquila. Per il lavoro di mastering viene delegato invece Riccardo Pasini, nello “Studio 73” di Ravenna. L’uscita di questo disco è stata anticipata dal videoclip “NeroCaos”. Ottimo direi. Immagino di avervi fatto venire l'acquolina in bocca...dunque perchè perderci ancora in convenevoli? Passiamo all'analisi del disco!



Si inizia con la opener "Carne Fragile", primo di tanti gioiellini incastonati in questo notevole diadema sonoro. Ad aprire il brano sono pochi suoni loopati e pulsanti di synth ad opera di Tanya, che creano un degno scenario (quasi sci-fi) per introdurre la voce, inizialmente lontana, nebulosa di Tatiana, vagamente persa in un delirio estatico (e ci ritorna in mente la Menade del monicker). A trenta secondi cambia lo scenario sonoro: l'amosfera lattiginosa e onirica esplode in un sol colpo in una grassa deflagrazione sonora grazie al lavoro marziale di batteria e da un essenziale quanto funzionale tappeto chitarristico. Si scorge un gran vigore ma lungi dal trasformarsi in "autentica violenza sonora", piuttosto mitigata dall'utilizzo del synth in sottofondo e dalla voce molto sensuale della vocalist. Siamo in un ambito in cui la "forza" sposa mirabilmente la classe, e non vi sono cedimenti di una delle due componenti rispetto all'altra. Grande equilibrio di fondo. A quasi un minuto la vellutata violenza si stempera in un frangente ancora una volta maggiormente rilassato ed evocativo, in cui il synth si erge ancora una volta a co-protagonista, facendo da contrappunto alla magnetica voce di Tatiana (voce che nei momenti più "urticanti" può ricordare alla lontana una Sandra Nasic meno ruvida. Alla lontana naturalmente. Ma nei momenti "lievi", sussurrati è capace di tirar fuori sensualità da ogni poro) strutturata spesso su sovrapposizioni che in certi punti si affiancano tenui alle main vocals. Si perde alcune volte il senso testuale (non facilissimo da afferrare quando le vocals di contorno si sovrappongono alle principali) ma quel che conta a questo punto è fondamentalmente il senso di evocatività, innegabilmente forte. In questo scenario la batteria sembra giocare, come è lecito che sia, un ruolo di semplice accompagnamento. A un minuto e venti i toni si riaccendono in concomitanza con il refrain ("Debole/ Mia carne fragile/ Mentre l’aria soffoca la pelle/ Debole come ciò che sento..è vuoto adesso"): la chitarra (sempre appannaggio di Tatiana) si fa nuovamente sentire, mentre sullo sfondo il sintetizzatore intessse una texture ansiogena. A un minuto e tre quarti le urla da valchiria di Tatiana ci riconducono verso sentieri più controllati, non differenti da quanto sentito in precedenza, prima di una ripartenza, sulla scorta del grintoso refrain verso i due minuti e venti. Un freddo break strumentale ci porta indi alla conclusione, con ancora una volta il refrain ripetuto un paio di volte. Chiusura affidata a stringati quanto fragorosi riff di commiato. Il testo, venato di un vago ermetismo, sembra si possa interpretare come un momento auto-introspettivo della protagonista. Si colgono ansie mal sopite e una volontà di fuga da una condizione schiacciante, dalla quale la morte potrebbe essere (nelle fantasie della già citata protagonista) una via di fuga - l'aldilà visto come "meta o soluzione".("Faccia a faccia con le paure/ Quel che resta è immobilità/ Mentre il tempo non lascia scampo/ Mi sento in trappola/ Come se non fossi viva/ Notti gravide di ossessioni"). La vita, dunque, per la protagonista è funestata da una situazione schiacciante, sotto il peso di un proverbiale "masso di Sisifo" rappresentato dall'insieme delle condizioni di angustia esistenzialista impossibili da ignorare e che il trascorrere inesorabile del tempo - elemento qui negativo - serve solo a rendere più forti e preponderanti. Un greve giro di basso introduce il secondo brano, ossia la title track. Solo pochi secondi (succeduti da timidi rintocchi di batteria), prima che la chitarra di Tatiana rompa l'ansiogena inquietudine della stringata intro esplodendo fragorosa in un riffone ribassato. Al ventesimo secondo ci rincanaliamo in un frangente più controllato (meno "metallico", ecco), pulsante, tutto impostato su un pattern percussionistico di sfondo. Nel "tamburellare" di sottofondo Tatiana trova il suo spazio dando sfoggio ad una modalità espressiva impostata su toni bassi ma carichi di grinta ed energia repressa. A quasi cinquanta secondi un vagito di chitarra introduce il refrain, grintoso, pieno di energia, quindi un breve, gustoso passaggio strumentale (con la chitarra protagonista) ci riporta a quei sentieri "tambureggianti" di cui sopra. A un minuto e tre quarti ancora il refrain, ripetuto un paio di volte. Quindi ( a circa due minuti e venti) un passaggio strumentale più "atmosferico" (concedetemi il termine) ci porta verso un passaggio dove sentiamo Tatiana esprimersi attraverso tonalità basse e acri, quasi sprezzanti. Ancora uno stuzzicante passaggio con un bel riffone, quindi di nuovo il refrain, stemperato e più arioso verso la conclusione. Un riff reiterato pone dunque il sigillo al pezzo. A livello tematico stavolta l'ansia provata dalla protagonista per la propria condizione (si veda il primo brano) verte su tematiche esterne al proprio io: il mondo è visto in maniera disincantata da occhi disillusi, nulla ha più fascino e magia, il presente è immerso nell'incertezza e il futuro rischia di essere dominato solo dall'ingiustizia, la disperazione, l'avidità. Ma resta un filo di speranza - anche se bisogna affidarsi ad una certa fantasia interpretativa - dato che nelle prime parti del pezzo si ha l'immagine dei protagonisti (si, stavolta si parla di più persone) che si librano nel cielo come uccelli. Un immagine "simbolica" ma che rimanda a visioni forse meno cupe. ("Ali immobili, l'aria sotto noi/ Così soli non siamo stati mai/ Sconosciuti/ L'incertezza come soluzione/ La tua violenza sopra ogni ragione/ Già traditi/ Disumanamente vivi/ Disumanamente soli/ Disumana- mente disumana"). Un testo altresì dotato di una certa poetica che preferisce affidarsi talvolta a evocative simbologie per creare uno spiraglio di luce in un panorama inesorabilmente cupo. Strani suoni sintetizzati danno il via alla terza "Maschere". Un tappeto di synth che si intreccia quasi subito con la voce sussurrata, strisciante della vocalist. L'atmosfera generata da questi primi frangenti è ansiogena, carica di mistero (naturalmente grazie a questo particolare intreccio tra i bizzarri souni di tastiera e la voce, decisamente sommessa ma pregna di una latente inquietudine). Sul trentesimo secondo la texture è sfregiata da un poderoso giro di chitarra dai toni ribassati, sulla cui scorta riparte la voce di Tatiana, stavolta ben più grintosa. L'intera tessitura assume toni più accesi, fragorosi, mantenendosi comunque su tempi medi, per poi caricarsi ulteriormente in prossimità del refrain (circa al cinquantacinquesimo secondo, ripetuto un paio di volte) in cui la struttura accelera di misura (è la batteria a dettare i tempi, mentre la chitarra, subordinata al suddetto frangente, verga un riffing funzionale al refrain). Superata la soglia del minuto e venti si torna a parlare lo stesso linguaggio dei primi secondi, con il tappeto di synth che crea la giusta atmosfera per preparare la seconda parte, fondamentalmente speculare alla prima (dunque la struttura in toto è ripetuta:  inizio rallentato ed "atmosferico, solleticato dal tappeto di sintetizzatore e magnificato dalla voce suadente della singer, quindi un bridge roboante in mid tempo e il refrain più veloce valorizzato dalle vocals di Tatiana). Un giro di basso oltrepassati i due minuti e quaranta segna la fine del "primo troncone". Un intreccio, quindi tra il basso e il synth, e la chitarra presto protagonista con un bel giro, poderoso, roboante ma (a mio parere) abbastanza catchy. Il synth rimane, in questo frangente, in secondo piano a sibilare in un linguaggio di reminiscenza sci-fi. Quindi di nuovo il refrain e un breve outro strumentale a porre il sigillo sul pezzo. Non bisogna fantasticare poi troppo per capire il significato del pezzo. Ascoltando il brano ci si rende conto che questi risulta uno spaccato dell'ipocrisia e della vacuità di una parte del genere umano: un brano "denuncia" (ma io direi quasi documentaristico) nei confronti di molta gente che nella sua "inconsistenza" esibisce maschere pirandelliane e si nasconde dietro sofismi per incrementare il fattore apparenza fregandosene della sostanza (tanto per molti siamo nell'epoca in cui "apparire" è più importante che "essere"), gente che per raggiungere i propri scopi si genuflette nei confronti del "potere", falsi perbenisti e ignobili ipocriti. Insomma, della gente inutile di cui faremmo volentieri a meno e che occupa abusivamente questo pianeta ("Maschere di finzione/ menti che bramano/ Alla ricerca di una via facile di assoluzione/ altro da sé/ Nella fatica di essere quello che non si è..."). Dunque potremmo tranquillamente asserire che il concetto di "maschera" tanto cara al celebre scrittore siciliano viene qui utilizzato per parlare in maniera allegorica della genuflessione di una buona parte del genere umano ad un sistema corrotto (nel senso più ampio della parola) ma che porta loro sicurezza. La genuflessione di un popolo che, insoddisfatto del proprio io, preferisce spersonalizzarsi in nome di una nuova identità precostituita ed impacchettata, elargita ad uso e consumo di tutti i lacchè. Inizio in sordina per la successiva "Fate Di Me". Poche note di piano si intrecciano a un minimale accenno di basso. Nel giro di una ventina di secondi si intrufola anche la chitarra con un assolo dal flavour mesto e rassegnato. Si respira in questo passaggio introduttivo una certa atmosfera di tristezza, quasi autunnale. Al quarantesimo secondo, con la fine della parte introduttiva, parte il brano, e la carica, sin dalle prime note, è più alta. La chitarra si esprime con brevi note stoppate in totale sintonia con la batteria, mentre la vocalist si cimenta in una performance in cui si evidenzia una notevole carica repressa. Per intenderci, come una bomba a tempo in attesa di esplodere. Verso il minuto un pre-chorus sulla falsariga di quanto sentito, solo con la voce di Tatiana sicuramente più graffiante. E al minuto e venti il chorus, in cui Tatiana libera in maniera catartica la sua energia repressa svettando sugli strumenti con voce da valchiria. Notevole. Un riffing stoppato ci riporta sulla struttura principale ancora una volta speculare al primo troncone, che, seguendo uno schema rodato (prima parte grintosa, aumento del climax nel pre chorus) ci porta nuovamente al chorus. Subito dopo un frangente strumentale dal piglio più "atmosferico" (ma ancora una volta dal retrogusto sci-fi grazie al supporto della tastiera) in cui a emergere è perlopiù la chitarra e la batteria. Tatiana riemerge con poche lapidarie parole, quasi sussurrate ("Freddo è il mondo che ti culla/ non sei niente, niente") e intrecciate con sparute backing vocals (sempre di suo appannaggio). Ancora una volta il refrain, e il pezzo arriva alla fine. Più "ermetico" il testo rispetto al suo diretto predecessore. Sembra si rimembri di una persona, e il ricordo di questa sembra far male alla protagonista. Possibilmente il ricordo di un amore passato, che, appartenente ad un tempo ormai andato, ora è visto come un qualcosa di negativo, nonostante il mantrico finale ("non sei niente e niente..."). Un finale che sembra voler avere il salvifico potere di cancellare tutto con un ritualistico colpo di spugna, e mantenere un senso di distacco da un qualcosa che ormai dovrebbe esser visto solo come una vecchia foto ingiallita, ma cozza con un malcelato sentimento ancora visibilmente forte  Il tutto associato a marginali visioni "panteistiche" nel refrain ("Fate di me/l'acqua che scorre"). Un canto da "sirena" appena sfiorato da un brusio di tastiera inaugura la successiva "La Differenza". Pochi secondi, appena una ventina, e i toni si scaldano. Prima decisi rintocchi di batteria, quindi l'inserimento della chitarra con un rifferama compatto, mentre la vocalist continua con i suoi "vocalizzi da banshee”, che si esauriscono verso il quarantesimo secondo e portano Tatiana verso la declamazione del suo universo testuale, peraltro con modalità espressive, inizialmente che comunque tendono a non smarcarsi dal "canto stile sirena" precedentemente udito. Una decina di secondi dopo la voce si fa più grintosa (parlavo prima di un possibile connubio con Sandra Nasic? Ecco, qui troviamo qualche parallelismo). La struttura del pezzo si rivela ancora in crescendo, con l'apice del climax nel refrain: voce alta ma roca, enfatizzata dagli strumenti. Conseguentemente al refrain i toni rimangono accesi: la batteria, che già aveva aumentato la sua carica nel ritornello, resta dinamica e trascinante, mentre la voce riprende modalità un pizzico più sommesse che nel chorus (rimanendo comunque il ruggito di un felino all'attacco). Ancora una volta il refrain, oltrepassato il secondo minuto, quindi (scontato ma quasi inevitabile, e direi perfettamente inserito nel quadro generale) l'intermezzo atmosferico a due minuti e mezzo circa: la batteria tira fuori leggeri rintocchi minimali, mentre la tastiera fa quasi tutto il resto. Ivi si inserisce anche la voce, delicata, soave, carezzevole, prima di una ripartenza brusca che ci riporta ancora una volta al refrain, l'ultimo. Ancora alcuni evocativi vocalizzi da sirena e il pezzo ha termine. Niente male, davvero niente male (il pezzo è senza dubbio uno dei miei preferiti). Dunque, ancora una volta, come nel brano precedente ci troviamo di fronte ad una song la cui tematica fondamentalmente riguarda il dolore dietro un rapporto interpersonale (una coppia, o ex coppia). Lei ammonisce che la sua presenza, ormai deleteria non è più necessaria, negativa o comunque inconsistente, e lascia intendere di voler proseguire da sola il proprio cammino ("Dovrei restare qui ad illudermi/ che il tuo seme stanco dentro me/ possa rifiorire ancora senza uccidermi."). In più il partner, oltre ad essere visto come una sorta di intralcio, viene dipinto come un personaggio dotato di un certo ego e capace di fare presa grazie alle sue promesse, sicuramente vuote. Dunque un personaggio più che altro negativo e possibilmente vanesio. Inizio in sordina per la successiva "Sogni e Lacrime", con un breve, misterioso alone di synth che quasi subito sfocia in un bel riffone carico e dirompente (dopo appena cinque secondi). Ci si apre dunque ad una struttura bella grintosa, nella quale emerge dopo una ventina di secondi la voce di Tatiana, che, assecondando una partitura incalzante, si esprime in rapidità attraverso toni pressoché austeri. Fanno capolino (già dal venticinquesimo secondo) dei piccoli break, sempre giostrati dal sintetizzatore, caratterizzati da un appeal quasi futuribile, freddi e "sghembi". Un bridge, in cui i toni della singer divengono un pizzico più grintosi (mentre nel complessivo ci si mantiene sulla struttura già rodata in precedenza), quindi, a quarantacinque secondi la vera anima del pezzo, ossia il chorus, davvero trascinante e coinvolgente (stavolta il ritornello fa veramente presa, e devo dire che risulta sempre più magnetico ascolto dopo ascolto. Molto, molto bello): la vocalist ripete il suo mantra con voce più alta ("Senza ali/brucia l'anima") mentre gli strumenti la accompagnano rimanendo in secondo piano. Dunque apparentemente nessuna novità, ma, nonostante ciò risulta ben più accattivante rispetto ad altri refrain precedentemente ascoltati. Sarà per la tensione alimentata in precedenza che in questo frangente esplode davvero in un atto liberatorio...non so. Ma tante parole e chiacchiere sono alquanto superflue per dare l'idea di un emozione. Ascoltare per credere. Oltrepassato il minuto uno stacco strumentale ci riporta sulle coordinate di base: struttura incalzante, voce veloce, un retrogusto vagamente psicotico, quindi un bridge più enfatico e di nuovo l'apice del climax nel refrain. Alla soglia del secondo minuto un riffone basso e pachidermico ci porta ad un frangente in cui un "effetto telefono" ovatta la voce di Tatiana, ora più dimessa, quindi ancora una volta il ritornello, ripetuto a gran voce e con gran convinzione. Si arriva così, dopo un immancabile outro strumentale, alla fine del brano. Testualmente sembra, senza troppi voli di fantasia, che ci si trovi di fronte ad un brano che argomenta, in maniera molto poetica e giostrata su allegorie ("Fai un respiro e guardi avanti/ non è facile volare liberi/ si cade giù..."), la difficoltà di andare avanti nella vita. Il cammino della vita è impervio, in salita, sempre e comunque ricco di difficoltà ma non si smette di andare avanti, anche se sovente, considerando la nostra "umanità", la quale ci fa provare emozioni (al contempo benedizione e maledizione) ci fermiamo a riflettere e ci facciamo piegare dalla nostra emotività ("Resti immobile/ ad asciugare le lacrime/ e ti senti carnefice/ di ogni tua convinzione..."). Analizzando attentamente il testo, enfatico ed evocativo, sembra di trovarci di fronte ad un novello Icaro il cui volo libero sembra impossibilitato da una lunga serie di difficoltà, concretizzate prosaicamente nelle difficoltà della vita, che nel concreto impediscono l'uomo (l'Icaro di cui parlo null'altro che è la personificazione dell'uomo in generale) di sentirsi veramente libero. Arriviamo dunque alla settima track, ossia "Nero Caos", a parere di chi scrive ( oltre che a parere di molti addetti del settore, di buona parte del pubblico e degli stessi membri del gruppo) uno dei brani migliori del lotto. Tanto che  è stato selezionato per un rifacimento in inglese piazzato a fine scaletta come bonus track. Il brano prende il via con un breve preambolo di synth ancora una volta misterioso e "opprimente", velato di una sottesa carica malinconica, che presto defluisce in un frangente ben più dinamico, scortato da un fragoroso riffone e trainato da decisi colpi di batteria. Al trentesimo secondo la grinta espressa nel neanche troppo breve preambolo implode letteralmente: ci si assesta in una struttura ansiogena che pone particolarmente l'accento su uno sfondo percussivo e sul quale il sintetizzatore disegna geometrie claustrofobiche e lontane. La singer parte in sordina, con una voce inizialmente dimessa, per poi maturare carica nel "percorso". Molto fluido il passaggio al refrain (a un minuto circa), nel quale si entra senza particolari bridge o pre-chorus. E ancora una volta arriviamo ad un ritornello-capolavoro capace di stamparsi sin da subito nella memoria (e destinato a crescere ancor più ad ogni singolo ascolto), esattamente come il refrain del precedente "Sogni e Lacrime". A circa un minuto e un quarto, finito il ritornello, torniamo alla struttura portante, che, seguendo uno schema già rodato, segue specularmente il primo troncone per riportarci ancora una volta al cospetto del bel refrain (01:44) ripetuto un paio di volte. Breve stacco atmosferico, come da copione (02:20) algido e futuribile (al solito il sintetizzatore fa la sua grassa parte. Ma anche la batteria, svolgendo in maniera certosina il suo compito aiuta nella gestione dell'atmosfera). Arriviamo a due minuti e cinquantacinque, e senza orpelli, ponti vari ed escamotage ci rituffiamo di nuovo nel refrain, così forte ed autosufficiente, che viene ripetuto ancora un paio di volte prima di un finale strumentale molto bello in cui emerge, tra le altre cose,  un evocativo cesello di chitarra. Lo ripeto, sicuramente con il pezzo in questione ci troviamo di fronte ad una delle vette indiscutibili dell'album. Dal lato testuale stavolta ci troviamo d'innanzi a un nugolo di riflessioni della protagonista, che vorrebbe gettare alle ortiche un passato orrendo, espellere definitivamente tutto il male. Ma avanti a se si prospetta un futuro incerto, forse addirittura negativo. Le ossessioni, le paure, i torti subiti non si cancellano con tanta facilità. Se nel presente ardiamo nel fuoco dell'inferno, possibilmente le fiamme ci perseguiteranno da qui all'eternità. ("Brucerò all'inferno/ dove il tempo è fermo in un istante eterno/ lascerai alle spalle le catene di un passato/ che mi offende e che fa male./ Mi libererò dalla violenza di ogni giorno speso/ a riscattare errori”). Non è facile liberarsi dai demoni, e Tatiana sembra esserne pienamente consapevole. Ma resta la volontà di tentare, di sperare di uscire dalla buia spirale in cui si è intrappolati. Inizio "grooveggiante" per la successiva "L'Assassino", che, dopo un brevissimo preambolo "sintetico", parte in quarta con un riffone basso la cui reminiscenza sarebbe da cercarsi in certo groove metal. Al trentesimo secondo si cambia parzialmente registro: la struttura si assesta su riff stoppati (ancora abbastanza "groove") mentre la singer parte con una performance ieratica, molto seriosa, carica di forza ma al contempo permeata di malcelata grazia. Una rondine travestita da falco, che lascia trapelare la sua primaverile bellezza. Ben presto i toni si fanno più accesi, non tanto nella struttura, che rimane praticamente invariata, quanto nell'interpretazione della cantante che incrementa il fattore grinta, aumentando il tasso ansiogeno prima del bel refrain (01:15). Si riparte dunque nelle medesime coordinate di base, con la sola differenza che l'interpretazione di Tatiana rimane ruggente e "alta". A un minuto e cinquantacinque ancora il refrain, con una "coda effettata" e mescolata ad un mirato uso del synth. Un breve riff, abbastanza aggressivo, ci porta dunque ad un frangente strumentale abbastanza evocativo in cui batteria e sintetizzatore si pongono abbastanza in primo piano. A due minuti e cinquantaquattro ancora il refrain, con un colpo di coda finale dato da un ultimo inserimento strumentale (il riffone stoppato delle prime battute, quasi a chiudere il brano "circolarmente"). Oggetto (o soggetto?) del brano è un fantomatico "assassino". Personaggio "fisico"? Beh, a parere di chi scrive no, possibilmente si parla del "male di vivere" che viene proposto simbolicamente come un assassino. Un male di vivere che riempie l'essere umano di odio, insofferenza ("Che sapore ha l'aria che respiri/ vivi, muori o sopravvivi?/ La violenza ti consuma/ la violenza ti consuma/ l'odio ti fa complice..."). Figura allegorica e fantasiosa, questo "assassino" sul quale si potrebbero spendere righe e righe. Ivi si è proposta una fantasiosa interpretazione, ma potrebbe tranquillamente essere un prototipo più "fisico" dell'uomo violento e pronto all'insano gesto, come la personificazione del concetto stesso di violenza più insalubre. Logicamente spesso in un brano si parla anche per metafore (cosa che nel disco in questione avviene spesso) dunque è deleterio e fuorviante dare un binario "preciso" da seguire: meglio lasciare l'interpretazione ultima all'ascoltatore, lasciando comunque, nella nostra esegesi una disamina alquanto personalizzata. "Boogeyman", l'ultima track "ufficiale" (la conclusione in realtà è affidata alla versione inglese di "Nero Caos"), ha un inizio permeato da un flavour molto malinconico. Un inizio gestito su note di piano, vede presto un affiancamento della batteria (da accompagnamento). Intorno al quarantesimo secondo subentra anche la voce di Tatiana, venata di un senso di spleen. L'atmosfera è plumbea, complice, oltre alla performance vocale subodorante mestizia, anche uno sfondo strumentale carico di ennuì, dipinto su toni autunnali e spenti (ad affrescare il tutto ci pensano l'onnipresente tastiera, singulti di chitarra e una batteria assai dosata). L'inserimento di un riff "pesante" oltrepassato il minuto non fa che alimentare il senso di spaesamento evidenziato dall'affresco generale. Verso il minuto e quindici il refrain si libera rabbioso pur non arrivando pienamente ad essere un elemento catartico: non si fuoriesce da quella che a tutti gli effetti sembra essere una cappa plumbea, e il "ruggito" di Tatiana sembra quello di un leone in gabbia. Al minuto e trenta i toni si stemperano, si ritorna verso coordinate più ragionate, ancora una volta permeate di smarrimento e tristezza, destinate a riaccendersi di misura trenta secondi dopo (seguendo specularmente il modello offerto dal primo troncone) ed esplodendo, ancora una volta nel refrain, ai due minuti e diciassette. Ai due minuti e quaranta siamo risucchiati in baratri di torbido grigiore, grazie ad un passaggio strumentale inizialmente cupo, spento, poi maggiormente dinamico grazie ad un frangente decisamente dominato dalla chitarra, capace di sparare riff dall'impatto non indifferente, accompagnata dal co-protagonismo della batteria, ora non più "elemento di contorno". Un frangente destinato, prima di spegnersi, a durare sino ai quattro minuti e venti, in cui si eleva all'ennesima potenza l'anima metallica delle quattro artiste, e che può solo far gridare alla gioia chiunque abbia un animo "cromato".Superati i quattro minuti e venti nel pezzo inizia a tornare la calma, fino a un graduale spegnimento in fade out. Criptico il testo, anche se è facile evincere che tratta di una "minaccia esterna", o che addirittura si faccia riferimento, in maniera assai velata, alla morte. ("Non importa se/ è più forte di te/ guardala negli occhi e / corri, corri, corri..."). Poeticamente non siamo lontani dal testo del precedente brano, avendo a che fare ancora una volta con una minaccia esterna, precedentemente incarnata dalla figura dell "assassino" e ora in un qualcosa dai contorni ancora più sfumati ed indefiniti.  Finale ufficiale con il rifacimento in inglese di "Nero Caos", chiamato, e mi pare ovvio, "Black Chaos". Pezzo il cui inserimento, francamente, mi sembra un po' inutile, e per la cui analisi rimando all'originale nostrano. A dirla tutta non trovo motivi per cui un pezzo, magari anche il più bello, sia stato rivisto in una nuova veste, operazione questa che poteva esser fatta in un successivo Ep o singolo, e che, in quest'album, mi sembra fatto un po' a sproposito. Ricordo ancora di quando i Blind Guardian decisero di inserire nelle "versioni estere" del loro “A Night Of The Opera” (italiane, francesi, argentine e spagnole) il pezzo “Harvest Of Sorrow” tradotto nelle rispettive lingue. Un’operazione inutile, "for fans only" che personalmente non ho apprezzato più di tanto. Ora, tornando a noi e alla Menade, tale operazione è fatta per conquistare una fetta di mercato anglofono? Forse. Niente di eccitante, magari è più marketing che altro, ma va bene così.



Benone, siamo così giunti alla fine di questo “Disumanamente”, disco nel complesso gradevole, capace di coinvolgerti per un buon tre quarti d'ora e farti riflettere su alcune lyrics, magari non propriamente facili ed accessibili ma dotate della capacità di farti volare abbastanza con la fantasia. Certo la tematica resta complessivamente omogenea, quindi non si rischia di sbagliare (disillusione, sfiducia nei confronti di un mondo dominato da ipocrisia e perbensimo a buon mercato, introspezione venata di un tantinello di pessimismo leopardiano) dunque posso spendere una nota di merito alla parte testuale, non originale ma interessante. Diversi poi i pezzi vincenti, con (è un mio parere personale) un netto picco nella seconda parte (tralasciando la bonus track), in cui sono concentrate perlopiù le "hit", i pezzi davvero vincenti. Si parla, nondimeno, di influenze dei Rammstein e dei Tool, che io, da ascoltatore di entrambi i gruppi, non ho percepito quasi per niente (niente "tanz" ne preponderanti spunti alla Keenan) e sicuramente è un bene, perchè il gruppo mostra altresì una propria personalità smarcata quasi del tutto da questi (ed altri) grandi nomi. Cosa che nello scenario attuale non sempre avviene, dato che in maniera del tutto evidente molti gruppi mantengono influenze di "maestri sacri" destinati purtroppo ad incidere - e non poco - sull'originalità della proposta. Bene così dunque. Magari anche qui il fattore originalità non è totale ma i cosiddetti gruppi di ispirazione sembrano talmente ben assimilati che la loro influenza risulta difficilmente percepibile (almeno per chi scrive). Per il futuro spero si rimarchi maggiormente la componente "metallica" a discapito della soft (il prodotto è alternative metal. Dunque all'alternative, molto presente, aggiungerei ancor più sfumature metalliche), una componente che come abbiamo visto in precedenza emerge in tutto il suo vigore nella conclusiva "Boogeyman" (tra l'altro, da quanto ho capito, una delle preferite di Tania e Tatyana) mentre latita un pochino in molte altre. Per il resto brave ragazze... continuate così, siete senza dubbio una bella speranza e aspetteremo di sentire il terzo album (per molti la cosiddetta "prova del nove" per vedere se la fiducia è giustamente riposta.


1) Carne Fragile
2) Disumanamente
3) Maschere 
4) Fate Di Me
5) La Differenza
6) Sogni e Lacrime
7) Nero Caos
8) L'Assassino
9) Boogeyman
10) Black Chaos