KORN

The Path of Totality

2011 - Roadrunner Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
24/04/2016
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Il nostro viaggio a ritroso nella discografia dei californiani Korn continua con quella che è probabilmente l'uscita più controversa di tutta la loro carriera; parliamo di "The Path Of Totality - Il Sentiero Della Totalità", album del 2011 che vede i Nostri collaborare con alcune stelle dell'allora molto in voga scena EDM  e dubstep più commerciale (la così detta "brostep", da parte dei denigratori) come il "prezzemolino" Skrillex, gli olandesi Noisia, il canadese Deadmau5 e molti altri. Tutti quanti in vesti di produttori delle singole tracce, uniti ad altri produttori indipendenti ma comunque gravitanti attorno al mondo che il gruppo decise qui di abbracciare, fondendolo alla propria proposta musicale. Un disco che per certi versi torna all'ideale di crossover, ma in un modo molto diverso dal passato, dando sfogo all'ormai da anni palese interesse da parte dei Korn, e soprattutto del front man Jonathan Davis nei confronti dell'elettronica commerciale, la quale viene qui unita al alternative rock/metal che ormai caratterizza da tempo il percorso artistico della band. "Volevo cambiare le cose, volevo fare cose che normalmente non si fanno. Volevo creare un'arte che non fosse conforme a quel che va per la maggiore. E non abbiamo realizzato un album dubstep.. questo è un album dei Korn", questa la dichiarazione rilasciata in merito dal frontman, particolarmente orgoglioso e deciso di quest'ultima creatura. Il pubblico reagisce in vario modo: alcuni celebrano un rinnovato estro da parte dei Nostri dopo il precedente "Korn III: Remember Who You Are", bacchettato da parte della critica per il forzato e poco convinto ritorno a stilemi nu metal dai quali il gruppo si era voluto allontanare nel tempo, ottenendo poco successo a livello di singoli; altri, dal canto loro storcono il naso perché infastiditi dagli elementi esterni, oppure perché memori di fusioni di elettronica e metal ben più robuste e meno ammiccanti di questa. In ogni caso la band, composta qui da Jonathan Davis, James "Munky" Shaffer, Reginald "Fieldy" Arvizu, Ray Luzier (in ordine voce, chitarre, basso, batteria), fa come sempre quello che vuole, ottenendo una collezione di brani in cui un suond dai cori melodrammatici e melodie spesso pompose si accosta ai ritmi spezzati e vorticanti tipici della dubstep più facile e diretta; seguono tour con nomi dell'elettronica (compreso il sideproject di Davis  JDevil) ed il lancio alcuni singoli tra cui "Get Up!" con Skrillex e "Narcissistic Cannibal" sempre con quest'ultimo ed anche Kill The Noise, produttore e dj americano. La critica ha pareri contrastanti, alcune riviste premiano la voglia di rischiare della band, altre invece considerano il tutto come un disperato tentativo di ridiventare rilevanti dopo aver perso le luci della stagione nu metal, cercando d'ingraziarsi la nuova gioventù americana assimilando i suoni che spopolano tra essa; in realtà, se guardiamo quanto venuto dopo, ovvero il disco "The Paradigm Shift", capiamo che l'interesse del gruppo verso questi suoni è genuino, tornando, anche se in modo più controllato, per l'appunto nel successore di questo "the Path..". L'album ha in ogni caso buone vendite,  forse anche grazie al clamore che si era creato, e pur con tutti i suoi difetti (tra cui una certa somiglianza tra i brani e ripetizione di stilemi) si dimostra orecchiabile e spinto da un'energia che da tempo mancava nei Nostri; insomma una sorta di nuovo punto d'inizio, il quale non è tra i capolavori della discografia del gruppo, ma nemmeno il momento più buio come qualcuno vorrebbe far intendere. Certo è che, come praticamente accade con tutta la carriera post 2003 dei Korn, se cercate la genuina violenza degli inizi sarete altamente delusi, così come se immaginate qualsiasi tipo di claustrofobica distopia industriale dove riff assassini e suoni da Terminator si uniscono in un'apocalisse sonora. Qui l'atmosfera è quella del party in discoteca con laser e braccialetti fosforescenti al buio, anche se i testi rimangono in tipico stile della band, tra accenni ad alienazione, drammi a livello adolescenziale, e tutto l'armamentario che ci si aspetta da loro. Probabilmente, la più grande pecca del disco la si vedrà dopo molti anni: ovvero essendo l'album così legato ad un suono circoscritto (a sua volta) ad un fenomeno tipico di un certo periodo, suonerà datato e legato ai primi anni della seconda decade del millennio, ma questo è inevitabile. La versione in digipak offre, oltre ad un DVD ("The Encounter") contenente un concerto che mischia nuovi e vecchi pezzi nella nuova salsa electro-nu metal, anche due bonus track: ovvero, "Fuels The Comedy" e "Tension", portando il totale dei pezzi a tredici. Le premesse sono dunque interessanti, visto e considerato che lo stesso titolo del disco ha origini -per così dire- "particolari". La band ha difatti spiegato che la denominazione dell'album trae le sue origini dal perfetto allineamento del sole e della luna: un "sentiero" perfetto, creato dai due astri, che rispecchia la totale comunione di intenti venutasi a creare fra la band e tutti i produttori-gruppi coinvolti.

Chaos Lives In Everything

Il disco parte con "Chaos Lives In Everything - Il Caos E' In Ogni Cosa" pezzo in collaborazione con Skrillex, dove troviamo in apertura ritmi sincopati dal gusto funky; ecco quindi vortici dubstep ripetuti, in un suono elettronico che lascia pochi dubbi sulla direzione intrapresa. Ecco che la voce di Davis s'inserisce tra gli strappi sintetici, filtrata anch'essa; al quarantunesimo secondo la ritmica si fa ancora più pulsante, accelerando il passo in una danza che sfocia poi in un ritornello epico con cori sentiti, chitarre accennate ed intrusioni sintetiche vorticanti. Si riprende quindi con il movimento precedente, mentre alcuni cori campionati in sottofondo fanno la loro comparsa; non ci vuole molto affinché ritorni il ritornello portante, perno melodico del pezzo, non terribilmente complicato, ma trascinante. Esso collima poi in una parte strisciante, fatta di drum machine serpeggiante e sospiri quasi piangenti di Davis; ad essa si aggiunge poi un fraseggio nervoso in un crescendo controllato, mentre le vocals si fanno più drammatiche. Non sorprende la seguente esplosione con growl e ritmi spezzati di scuola dub, i quali riportano il tutto su un discorso più elettronico; ecco una cesura che poi da spazio per l'ennesima volta ai cori melodici e alle epiche strutture sintetiche, completate da una tastiera finale dall'andamento ossessivo. Un episodio quindi che mette sin da subito in chiaro le cose, mostrando un suono che conserva solo alcuni elementi dei Korn a cui siamo abituati, usati con parsimonia, dando invece larghissimo spazio all'ospite orientato su territori ben lontani da qualsiasi connotazione metal; non è difficile sin da qui capire il perché questo disco sia una pietra dello scandalo per molti puristi, e non solo per loro. Il testo vuole esprimere l'esistenza del caos in ogni aspetto della vita, anche nei sentimenti e relazioni, ambiti nei quali -spesso- odio ed amore si confondono; arrivando dalla nostra metà, attraverso l'inferno in cui essa ci ha posti (consapevolmente o meno), vorremo comunque baciare il suo broncio, pur sapendo cosa non va in lei, qualcosa di malato che ci seppellirà. Sembra un incubo anche se siamo svegli, intrappolati in un luogo che odiamo, e non è destino.. ogni cosa, comunque, ci va bene così; intrappolati come siamo in un limbo che ci sospende fra l'odio e l'amore. Ci chiediamo perché il caos deve vivere in ogni cosa, vivendo intrappolati come in un brutto sogno, sapendo comunque che il tutto "deve" essere così. Dobbiamo allontananarci da lei per riavere la nostra anima, e le chiediamo di andarsene da noi; viene quindi ripetuto di seguito la parte precedente, aprendosi poi nel verso "Gonna take you, Gonna break you, Gonna rape you, fuck you bitch, frown, Sometimes I worry, Sometimes I'm sorry, Sometimes I just want to beat you down, Gonna take you, Gonna break you, Gonna rape you, fuck you bitch, frown, Sometimes I worry, Sometimes I'm sorry, Sometimes I just want to kiss that frown - Devo prenderti, spezzarti, devo stuprarti, fottiti troia arrabbiata! A volte mi preoccupo. A volte mi dispiace, a volte voglio solo pestarti. Devo prenderti, spezzarti, devo stuprarti, fottiti troia arrabbiata! A volte mi preoccupo, a volte mi dispiace.. a volte voglio solo baciare quel broncio". Il protagonista sembra letteralmente impazzito, ma lei deve arrendersi a lui, in qualche modo. La vita lo sta consumando, ed il suo unico piacere risiederà nel vederla arrendersi; anche se, nonostante abbia provato a far finta e anche a vincere, alla fine nulla è stato ottenuto. Ecco quindi che ancora ci si interroga sulla natura del caos in ogni cosa, intrappolati in un sogno dove siamo colpevoli, ma privi di vergogna, e dove cerchiamo di sbarazzarci dell'altra, anche se lei torna sempre da noi come una maledizione. 

Kill Mercy Within

"Kill Mercy Within - Uccidendo La Pietà Dentro Noi Stessi" è invece la prima collaborazione con Noisia, introdotta da un riffing filtrato dalla melodia ammaliante, il quale poi evolve in una nuova sezione dubstep sincopata e ronzante; ecco però che Davis parte con un cantato sognante, sorretto da fraseggi delicati e linee sintetiche ariose, creando un'atmosfera rarefatta. Essa viene sconvolta al ottantaquattresimo secondo da un ritornello sentito, il quale avanza tra voce ben presente ed elettronica roboante; inevitabilmente si torna poi al pacato movimento precedente, chiarificando quale sarà il botta e risposta dominante. Infatti ritorna il ritornello strisciate, proseguendo senza grosse sorprese con i suoi andamenti elettronici; ci si ferma per dare spazio alla melodia iniziale, probabilmente l'elemento migliore di tutta la traccia, un po' sottotono ed abbastanza monotona. Largo ancora quindi ai cori che ormai consociamo molto bene, mentre nel finale s'inseriscono alcuni montanti mai troppo violenti, i quali lasciano spazio in conclusione ad una digressione rarefatta; come detto un brano che mostra già alcuni difetti del lavoro complessivo, ovvero un songwriting spesso ripetitivo e basato su pochi elementi ripetuti per dare una presa facile, mettendo al centro i ritornelli mere ariosi ed epici, ed intervallandoli con sezioni dall'elettronica easy e giovane derivata dagli ambienti EDM e dubstep più in voga. Insomma, se una critica bisogna fare, non è quella di aver cercato di unire metal (che qui comunque facciamo fatica a trovare) ed elettronica, cosa ormai fatta da diversi decenni con risultati di ben altro calibro, ma il fatto che si siano presi gli elementi più facili di entrambi i generi usandoli in modo poco innovativo, e senza  sorprese; certo troveremo episodi di caratura maggiore, ma al tendenza generale non si discosta di molto da quanto qui detto. Il testo parla della desensibilizzazione davanti ai dolori della vita, la disumanizzazione costante prodotta dalla cattiveria e dall'ipocrisia che ci circondano ogni giorno. Disgraziati, siamo quasi non reali e tranquillamente sacrificabili, mentre gli altri inconsapevoli cercano di curare un miraggio, il quale risulta in verità solamente un profondo stato di solitudine. Una bugia nella quale non accettiamo di sentirci imprigionati, una farsa che rifiutiamo con tutte le nostre forze."Spewing vile atrocities, Bringing existence to its knees, I will manifest my sins and, I will Kill Mercy Within, Immersed in this hypnotic spell, Influenced by the hate that swells, I'm not terrified anymore, There's nothing left but open sores - Sputando vili atrocità, portando l'esistenza sulle sue ginocchia. Manifesterò i miei peccati ed ucciderò la pietà dentro di me, immerso in questo incantesimo ipnotico, influenzato dall'odio che bolle. Non ho più paura, rimangono solo ferite aperte.", continua il testo. Ci scopriamo distaccati, non accettando la realtà che conosciamo, alienati da noi stessi, non accettando ancora di essere in una farsa; si ripropongono dunque le parole precedenti, ripetute come in un mantra per ben due volte in modo ossessivo, fino alla conclusione di questo scenario di alienazione paranoica.

My Wall

"My Wall - Il Mio Muro" vede l'apporto del canadese Excision, presentandoci una mitragliata sintetica in apertura, unita presto a riff filtrati e vortici dubstep; Davis parte insieme a tastiere altisonanti e loop di chitarra graffianti in una sezione trascinante, la quale viene presto interrotta da una cesura elettronica, dando spazio poi all'inevitabile ritornello melodico con voce sdoppiata e ritmi disturbati non dissimili da quelli visti nei pezzi precedenti. Ci ributtiamo al cinquantottesimo secondo nelle raffiche iniziali,  proseguendo con la ritmica robusta; riecco quindi le evoluzioni già vissute, mentre Davis conosce tratti vocali quasi da pezzo pop anni ottanta, e riecco anche il ritornello con suggestioni elettroniche da interferenza e ritmica sincopata e strisciante. Al minuto e cinquanta ci si apre a cori epici da singolo radiofonico, mentre un loop prosegue in sottofondo insieme ad arpeggi; l'ennesimo vortice ci riporta ai cori ripetuti, mentre l'impianto strumentale di scuola sintetica si ripropone, lasciando solo nel finale spazio alle bordate filtrate, le quali chiudono il tutto con una marcia. Qui l'energia è forse maggiore, ma i difetti già rilevati ritornano, rovinando un po' buone intuizioni, come l'uso di melodie vocali e momenti ariosi; sale inoltre l'impressione di trovarci più davanti ad una sorta di compilation con brani dove il cantante dei Korn è usato come ospite, piuttosto che davanti ad un album vero e proprio della band suddetta. Il testo parla delle difese che mettiamo in atto per non essere feriti e sfruttati, ma che in qualche modo vengono sempre scavalcate da persone false e subdole, le quali riescono nel loro malevolo intento di arrecarci danno. Cerchiamo quindi di rafforzarle quotidianamente, divenendo ogni giorno sempre più schivi e diffidenti, anche nei riguardi di ciò che poteva recarci del bene. Magari era giunto nella nostra vita un qualcosa considerabile come sacro ed importante, ma chiusi com'eravamo non sapevamo se accettarlo o meno, lasciandolo al di là del muro, mentre i demoni danzavano esaltati facendoci sempre più male. Innalziamo il nostro muro ogni giorno, ma gli altri lo distruggono, ci nascondiamo, ma ci trovano.. ma uno di questi giorni esploderemo, ed i sentimenti che odiamo affogheranno. "Falling awake in a nightmare, Images of horror abound, Thought I stumbled upon salvation, Hell I found - Precipitando svegli in un incubo, immagini dell'orrore abbondano.. pensavo di aver trovato la salvezza, ho trovato invece l'Inferno.", prosegue il testo, mentre poi proseguono i versi precedenti; non saremo mai più gli stessi, la felicità è la bugia più grande mai detta, abbiamo venduto ormai la nostra anima. 

Narcissistic Cannibal

"Narcissistic Cannibal - Cannibale Narcisista", come già anticipato, vede i Nostri in combutta con Skrillex e Kill The Noise, in questo singolo ed al contempo uno degli episodi più riusciti di tutto il lavoro. Un suono d'organo dal gusto psichedelico ci viene incontro, presto unito ad una drum machine in quattro quarti. Ecco quindi un'esplosione dubstep vorticante dalle punte squillanti, la quale ci porta nel brano vero e proprio; Davis s'introduce con il suo andamento trascinante, unto a rocciose chitarre e movimenti elettronici da delirio. Inevitabile la partenza dopo una breve cesura del ritornello epico con melodie di tastiera ariose, vocals altisonanti e cori dalla facile presa; esso viene ben sviluppato con una conclusione ben posizionata che ne completa il movimento. Spazio di nuovo quindi al minuto e venticinque per le sezioni precedenti, tra loop squillanti e crescendo vocali, le quali tornano sempre al ritornello emotivo, ancora una volta creato per essere il fulcro del pezzo; al suo finale però questa volta seguono pause dubstep dove è la ritmica spezzata e roboante a dominare, proseguendo con i suoi vortici e strappi stridenti. Non ci sorprende la ripresa del ritornello, il quale prosegue con la sua drum machine dritta, le sue arie di tastiera, ed il cantato filtrata di Davis, quasi angelico; esso firma il finale del pezzo, votato naturalmente alla facile melodia, con qualche secondo di riverbero nella conclusione, il quale poi si collega con l'episodio successivo. Il testo è una critica diretta al narcisismo di molte persone, e al suo effetto autodistruttivo, il quale porta alcuni soggetti (figurativamente) a cannibalizzarsi da soli, bruciandosi il terreno intorno e facendosi letteralmente odiare. In sostanza, una critica all'atteggiamento arrivista e menefreghista, una condanna al "culto della personalità". Non dobbiamo essere furbi e sfruttare gli altri, dissacrando la nostra mente e fidandoci di chiunque, dobbiamo anzi rompere gli schemi, ma è difficile quando siamo giù, sconfitti dalla negatività generale, dal culto dell'apparenza. E gli altri sono così cinici, cannibali narcisisti, e ci costringono quasi a "resuscitare" noi stessi dai morti, una volta che ci hanno uccisi; proprio perché potranno continuare ad insistere ancora, prevaricandoci in ogni modo. A volte odiamo la vita che abbiamo creato, dove tutto è storto, e dove non possiamo scappare da quello che viene verso di noi, inseguendoci prendendosi il suo tempo. Teniamo duro persi in un labirinto, lottando fino alla fine dei giorni; "Don't wanna be rude but I have to, Nothing's good about the hell you put me, Through I just need to look around, See that life that has come unbound - Non voglio essere maleducato, ma devo, non c'è nulla di buono nell'inferno in cui mi hai messo, credo di aver solo bisogno di guardarmi intorno, vedere quella vita che è senza briglie.", prosegue il testo, ripetendo poi i versi precedenti in modo sempre ossessivo e disperato, aumentando il senso di lotta continua. 

Illuminati

"Illuminati" rivede la presenza di Excision qui accompagnato da Downlink, proseguendo il riverbero conclusivo del brano precedente, espandendosi poi con riffing in loop e bordate elettroniche ormai ben familiari; l'andamento prosegue quindi con una rimica pulsante, sulla quale Davis organizza le sue vocals felpate, preparandosi all'attacco. Ecco infatti il ritornello con arie epiche e sezioni spezzate di ritmica e voce, dove s'inseriscono i riff campionati; esso prosegue fino al ritorno all'andamento strisciante precedente, il quale degenera con effetti vocali prima dell'inevitabile ritorno ai cori e ai suoni sincopati, ma trattenuti e mai troppo lanciati. Al minuto e cinquantacinque una cesura con vocals gridate ed effettate devolve in un mantra melodico ripetuto; esso avanza fino a duna nuova interruzione, la quale ridà spazio ai riff campionati e alla voce in montante del Nostro. Con sorpresa nel finale un'atmosfera quasi spettrale si accompagna a suoni di pianoforte e ritmi spezzati, mentre Davis sospira quasi la sua lezione, creando una conclusione sommessa che ci porta alla conclusione; non forse l'episodio migliore, ma nemmeno uno dei più monotoni del disco, pur non eccellendo certo in varietà e soluzioni. Il testo tratta di teorie del complotto e del governo segreto degli Illuminati, fantomatici dominatori massonici delle sorti dell'umanità, i quali metterebbero su e contemporaneamente toglierebbero di mezzo tutti i presidenti mondiali come se questi ultimi fossero dei pupazzi; naturalmente, messi dove sono per gli scopi della setta, totalmente loschi ed interessati. Davis ha apertamente dichiarato di considerare pienamente queste teorie, e di vedere Barack Obama proprio come un emissario degli Illuminati, con il compito di distruggere l'America. Non possiamo credere a quanto succede, il nostro autocontrollo è andato e non riusciamo ad essere onesti e ad ammettere che la corruzione domina; stuprano la nostra speranza, troppo malvagi anche solo per pensare di darci un po' di pietà. Gli Illuminati hanno creato una casata di vergogna, mentre sorridono e gioiscono, promuovendo una malattia che ci ha resi tutti un'infezione. Non possiamo credere che sia successo, ed il terrore ci coglie, ma anche la rabbia, rifiutando di essere controllati; vengono poi ripetuti i versi precedenti, mentre si prosegue di seguito con parole come "They're taking over now, Eating up our souls somehow, Taking over now, Parasites, they run around, The culprits won't be found, They lie behind this mask of wealth, They're taking over now, Illuminati they hide - Stanno prendendo il controllo, divorando la nostra anima in qualche modo. Prendono il controllo, ora, parassiti! Vanno in giro, le tracce non si troveranno, stanno dietro a maschere di benessere. Prendono il controllo, si nascondono.. gli Illuminati." Un testo insomma semplice e diretto, il quale si rivolge ai terrori da complotto che imperversano ormai da tempo; ai quali, come detto, pare che Davis aderisca pienamente. 

Burn The Obedient

"Burn The Obedient - Brucia Colui Che Ubbidisce" rivede la presenza di Noisia, proponendo in apertura un campionamento vocale seguito subito da ritmi dubstep sincopati ed effetti squillanti; al sedicesimo secondo parte un farsetto di Davis, supportato da beat elettronici di caratura pesante. Ecco quindi un rap psicotico con voce effettata, il quale si libra poi in un ritornello con ripresa dei suoni squillanti e cori epici, mentre riff ritoccati si stagliano in sottofondo; una cesura elettronica ferma il tutto, riprendendo poi il movimento strisciante, destinato a seguire le evoluzioni precedenti, fino al ritorno del ritornello. Esso questa volta ci porta verso una sessione dai suoni altisonanti e strane ninnananne; la ritmica in quattro quarta viene dettata da drum machine e synth, mentre Davis si da a growl tribali. Troviamo anche una cesura dal gusto drum'n'bass, la quale collima in un'ennesima ripresa del ritornello con suoni squillanti, il quale vede anche parentesi più sincopate e grida assortite in sottofondo; il pezzo si chiude quindi all'improvviso senza avvertimenti, sfociando subito in quello successivo. Un episodio interessante che mostra molte valide parti che si discostano dal solito dubstep, ma che proprio per questo poteva avere un maggiore sviluppo, difettando sempre di quel songwriting ripetitivo e facile che domina il disco; allo stato delle cose comunque uno dei numero migliori del lavoro, il quale si segnala tra gli altri meno interessanti. Il testo sembra essere una violenta critica sociale con fantasie di vendetta verso coloro che obbediscono al sistema alimentandolo e dandogli forza; scadendo, le liriche anche in imbarazzanti fantasie di rivalsa con confuse allusioni sessuali. Ci viene chiesto se abbiamo paura, mentre ci aggrappiamo a tutto ciò che per noi è sacro e a quanto abbiamo trovato, nel corso della vita. Attendendo di vedere le facce altrui, chi come noi si trova nel medesimo stato, chi reagirà e chi avrà il coraggio di imporsi contro il sistema. Alla fine ci ritroviamo appiattiti contro il pavimento, sconfitti, scossi da profondo orrore. Nessuno rappresenta un cazzo per noi, tutto quel che ci è concesso sono piccole fantasie sadistiche in cui distruggiamo chiunque infrangendo persone contro il pavimento, riducendole in frammenti. Non prima di aver fatto soffocare tutti nel loro stesso sangue, sodomizzandoli; camminiamo sul percorso della segretezza, non svelando mai a nessuno ciò che veramente pensiamo. Abituati a prese in giro senza cuore, con una fantasia senza speranza che per nulla cambia la nostra miseria. "All the damage it just erases, Mediocrity all around, The grandiose disorder replaces, Conditions of peace, is this my release? None of you people mean shit to me, Sadistic little fucking fantasy, Smashed on the ground in your own debris, While choking on your blood from the sodomy, None of you people mean shit to me, Sadistic little fucking fantasy, Burn the Obedient, set yourself free - Tutto il danno si cancella, la mediocrità è dappertutto, il grande disordine prende posto. Le condizioni per la pace.. è questa la mia libertà? Nessuno di voi significa un cazzo per me, una piccola fantasia sadica del cazzo, steso per terra in pezzi mentre soffochi nel sangue e nella sodomia. Nessuno di voi significa un cazzo per me, una piccola fantasia sadica del cazzo. Brucia chi obbedisce, liberati." prosegue il testo, ripetendo poi in modo ossessivo il titolo del brano e gli altri versi fino alla conclusione. 

Sanctuary

"Sanctuary - Santuario" ci ripresenta Downlink come spalla sonora,  brano che parte subito con beat distorti e loop di chitarra taglienti e lenti, proseguendo a lungo su questa linea fino al ventisettesimo secondo; qui si aggiungono ritmiche in quattro quarti e cantato decadente di Davis, richiamando qui il passato del gruppo. Ecco che poi parte un ritornello "liquido", fatto da cori ariosi e battiti elettronici, il quale mantiene l'impostazione downtempo iniziale; si continua su una linea strisciante dalle intrusioni elettroniche sincopate, dove le vocals lascive s'intersecano con la strumentazione prevalentemente elettronica. Inevitabilmente si torna al ritornello lisergico, quasi da gospel acido, il quale avanza sempre con passo felpato; questa volta però esso prende derive ancora più psichedeliche, dandosi a vortici elettronici e parti vocali pesantemente ritoccate. L'atmosfera è come detto molto strana, ed essa viene reiterata dalla ripresa improvvisa dei cori, ora però sottolineati da grida in sottofondo; esse rimangono in loop nel finale, con una componente quai "noise" (per i canoni dei nostri), la quale mette fine a questo esperimento tutto sommato interessante, il quale rielabora in chiave elettronica l'aspetto più sperimentale e "lounge" dei Korn del passato. Il testo tratta del luogo interiore in cui noi tutti ci rifugiamo quando non stiamo bene e ci sentiamo feriti dalla vita, cercando appunto riparo; cercando di scappare da chiunque cerchi di controllare la nostra vita, anche se il più delle volte ci troviamo a ricevere uno schiaffo in faccia, quando decidiamo di uscire dal nostro luogo segreto. La luce della nostra vita va via, mentre siamo a pezzi e controllati emotivamente. Ci mentono riempiendoci la testa di bugie, per mantenere intatto quello stato mentale con il quale dobbiamo obbligatoriamente conformarci ed interfacciarci alla vita di tutti i giorni. Sentiamo questa ostilità, non riusciamo più a fingere e preghiamo, imploriamo qualcuno di far andare via il male, credano un vero e proprio santuario di lacrime e sangue; "The lines that I traced, Around the scars they swell, Implant with a sedative, To numb this spell. I'm lying in pieces of emotions you control, You're feeding this cancer, it's taken hold - Le linee che ho tracciato crescono attorno alle ferite crescono.. cala un sedative, per indebolire l'incantesimo. Sono in pezzi di emozioni che tu controlli, stai alimentando questo cancro, ha preso il controllo.", continua il testo, mentre poi vengono ripetuti con ossessione i versi precedenti, reiterando l'immagine di disperata ricerca di un riparo, per quanto falso esso possa rivelarsi. 

Let's Go

"Let's Go - Andiamo" vede ancora una volta l'intervento di Noisia, introducendosi con un suono in salire, il quale collima con la ripresa del titolo da parte di Davis; ecco quindi turbini di riffing filtrato in montanti elettronici ormai ben familiari e contrazioni ritmate. Pulsioni distorte e cantato arioso si uniscono, collimando in parti vorticanti, le quali esplodono in cori epici, sorretti nel ritornello da chitarre tutto sommato robuste; abbiamo così un ritornello che va ad infrangersi contro parti striscianti dai loop di chitarra reiterati e dal cantato sincopato. Si ripropone quindi tutta la sequenza precedente, finendo ancora sulle coordinate delle parti ariose e dei montanti circolari; questa volta finiamo in uno strano coro sdoppiato dagli arpeggi risoluti in sottofondo, il quale inevitabilmente ci porta al finale del brevissimo brano, segnato dal ritornello esaltante il quale si ripropone fino alla chiusura con effetto in ribasso. Insomma un episodio veloce che si consuma come una fiamma; un peccato perché continua qui la sezione positiva del disco dai pezzi più interessanti, spesso però tagliati troppo presto. Con una maggiore durata e sviluppo avremmo avuto una raccolta di canzoni di ben altro spessore, contribuendo così al risultato finale; in ogni caso troviamo un buon uso dei ritornelli ed intersezioni interessanti, giostrate in neanche tre minuti di brano. Il testo tratta di una complicata relazione di amore ed odio, dove spesso si cambia idea su come si considera l'altra persona, e dalla quale non ci si riesce a liberare (quasi tornando al tema principale del primo brano). Ci chiediamo quale sia il problema, perché non ci si può rilassare, perché diventiamo matti odiando ogni cosa, arrivando a ritenere l'amore come causa di tutto questo. Come un qualcosa da incolpare, di spaventoso, un'ansia perpetua da viversi temendo di perdere l'altra persona, ma allo stesso tempo sentendoci stanchi di lei.  Gungerà anche l'ora di prendere il controllo: non ci faremo più distrarre, perché al vita è breve e dobbiamo pur liberarci da tutto ciò che di negativo c'è in essa; "The solution I try to reveal, But the question is how can you really be healed? Hate is scary and hate is to blame, God, I need you and that is a shame, Because I need you, I need you - La soluzione.. cerco di rivelarla, ma la domanda è: come si può davvero guarire? L'odio fa paura ed è certo un sentimento da incolpare.. Dio, ho bisogno di te ed è un peccato, perché ho bisogno di te. Di te." continua il testo, il quale poi semplicemente ripete in modo ossessivo la frase "devo andarmene", ricreando l'idea di oppressione e desiderio di fuga da una situazione claustrofobica.

Get Up!

"Get Up! - Alzati!" rivede la presenza di Skrillex, regalandoci uno degli episodi più riusciti di tutto il disco; esso parte con ritmica cadenzata e suoni vorticanti, i quali poi esplodo in un connubio di riffing ed effetti elettronici, protratti fino alla partenza del cantato ammaliante di Davis, accompagnato dalla batteria strisciante e dilatata. La tensione sale con gli effetti vibranti, fino alla partenza del maestoso e malinconico ritornello con cantato arioso e chitarre epiche; esso evolve poi in un attacco che riprende insieme alle grida la fusione tra riffing e pulsioni contratte di matrice sintetica. Ritorniamo quindi all'andamento controllato, il quale serpeggia ancora una volta crescendo d'intensità fino a raggiungere la linea epica, questa volta prolungata, pronta a collimate nel ritornello robusto; esso questa volta degenera in un attacco dubstep dai suoni squillanti e spezzati, i quali si danno a ritmi da pista per molti secondi. Una cesura con synth non può fare altro che riportarci alle grandi melodie vocali di Davis, le quali delineano per l'ennesima volta i cori trascinanti del ritornello; scontata quindi la conclusione con la ripetizione incalzante del verso portante, insieme alle contrazioni elettroniche, protratta fino al finale. Qui la semplicità del songwriting viene completata da alcune scelte azzeccate, quali l'unione tra la sezione più ariosa e l'attacco tecnologico seguente, creando un botta e risposta che funziona; certo, nulla di epocale, ma di sicuro un esperimento riuscito che mantiene l'impronta della band, e allo stesso tempo v'inserisce lo stile qui portato avanti. Il testo può apparire come una sorta di mantra personale da recitare per rialzarsi da una situazione difficile e dalla depressione, scrollandosi dall'autocommiserazione, anche se pare che (più pragmaticamente) esso sia una reazione di Davis davanti ai vari discorsi riguardo alla crisi e alla disoccupazione. Francamente, si potrebbero fare varie considerazioni riguardo ad un milionario che si lamenta della gente che parla di questo, e sull'ironia della lamentela proveniente da chi ha fatto dell'autocommiserazione il marchio di fabbrica dei suoi testi, ma non è questa probabilmente la sede. Siamo rovinati e nessuno sa cosa fare, i pezzi del puzzle non combaciano; quindi, li forziamo gli uni dentro agli altri, mentre un formicolio ci dà fastidio, uscendo e prendendo vita, facendo quello che deve. Ovvero, materializza le nostre ansie e paranoie, degnamente rappresentate da quel sentore, da quella sensazione di disagio di cui parlavamo pocanzi. I tempi sono grigi, e ci aggrappiamo ad ogni cosa, mentre diventa sempre più difficile mantenere un limite. Ecco che sbottiamo implorando chiunque di chiudere la bocca, perché non vogliamo più sentire nulla di nulla. "I can't wait to rip my eyes out and look at you, Peace through pain is precious especially when it's done by you, Itching is the pulse inside, Creeping out to come alive, It's just doing what it's gonna do - Non vedo l'ora di strapparmi gli occhi e guardarti, la pace tramite il dolore è preziosa specie quando è data da te. ll formicolio dentro che punge, striscia fuori per prendere vita.. fa solo quello che deve fare." prosegue il testo, esprimendo ancora esasperazione, reiterata poi dai versi precedenti; ci nascondiamo in uno spazio vuoto, torturati dal ricordo di ciò che abbiamo perso, ma ecco che ancora una volta imploriamo a tutti e tutto di zittirsi, perché non vogliamo più saperne nulla. 

Way Too Far

"Way Too Far - Troppo Oltre" vede l'apporto di 12th Planet e Flinch, dando come movimento iniziale dal gusto ambient, il quale però presto sale concludendosi con un campionamento da film di karate: troviamo dunque la vera natura vorticante e contratta del brano, giocato su ritmi meccanici e suoni notturni, i quali si uniscono alle vocals nasale di Davis. Largo quindi a growl sincopati, i quali riprendono i beat serrati che guidano il pezzo; non ci sorprende troppo l'improvviso ritornello con cori pop ed epici momenti "bombastic", il quale avanza strisciante con riff campionati in sottofondo. Si ritorna di seguito sui vortici dubstep, mentre voce e suoni come di sax si uniscono ancora una volta, seguiti come da copione dai momenti growl; si ripropone quindi il trascinante ritornello arioso, il quale questa volta collima in una cesura da capogiro, con contrazioni spezzate e suoni campionati, in una mitragliata sintetica. Essa va ad infrangersi verso una celestiale sequenza emotiva delicata, la quale non può fare altro che evolvere nel familiare motivo portante, tutto cori ed emozioni; ecco dunque il finale lasciato invece alle ritmiche dubstep, il quale chiude il tutto con una dissolvenza. Ancora una volta si gioca tutto quindi su una certa componente pop, unita a movimenti elettronici da pista; una formula che a questo punto del disco ci è più che familiare, leitmotiv di tutta l'opera. Il testo tratta del carattere del cantante del gruppo, il quale ammette di fare spesso una tragedia dal nulla, prendendosela anche per cose minime e portando i discorsi avanti fin troppo; ecco che l'irrazionalità arriva ancora una volta, e ci si arrende alla paranoia che si espande dentro, mentre piccole voci interiori iniziano a dirci che tutti vogliono toglierci la gioia, e gridano per tenerci lontani, complottando per prendere ciò che è nostro, e che dobbiamo fermarli e fargliela pagare. "Sometimes I just take things, Way Too Far, Irrational feeling, I just try too hard 'cause, What goes up, must come down, The problem is I have no bounds 'cause Sometimes I just take things Way Too Far - A volte semplicemente porto le cose troppo oltre.. sentimenti irrazionali, quello che sale deve scendere. Il problema è che non ho limiti perché a volte porto le cose troppo oltre.", prosegue il testo, chiarificando come stanno le cose. La realtà è surreale e noi sentiamo solo disperazione, mentre le voci interiori ripetono il loro malevolo mantra; ecco quindi che ancora una volta si ripetono i versi precedenti fino alla conclusione, i quali ci riportano alla realtà, e ci dicono che siamo noi ad esagerare ogni cosa, portandola all'estremo. 

Bleeding Out

"Bleeding Out - Sanguinando" introduce l'inglese Feed Me, ovvero il dj Jon Gooch, chiudendo la versione standard del disco; ecco quindi un suono di piano evocativo, il quale avanza fino al dodicesimo secondo, lasciando poi posto a tastiere EDM. Di seguito una bassline si unisce ad interventi squillanti e nuovi suoni classici, aprendosi poi a ritmiche cadenzate e riff campionati, nonché a suoni digitali; si evolve poi con chitarre più robuste unite a vortici da fabbrica, i quali lasciano poi posto ad un ammendante strisciate con vocals di Davis e melodie di arpeggi in sottofondo. Al minuto e cinquantaquattro una cesura dance evolve esplodendo poi con riff taglienti e disturbi tecnologici, mentre il cantante declama con passione il testo; ecco quindi che si torna di seguito al movimento languido precedente, delineando le alternanze dominanti del brano. Riviviamo i passaggi appena affrontati, ritrovandoci con il ritornello dalle bordate "metal" e dalle arie esaltanti, coadiuvate dagli elementi sintetici; ecco che a sorpresa il tutto si ferma per lasciare posto a vecchie conoscenze per i fan dei Korn, ovvero delle cornamuse unite ad arpeggi ariosi, creando una sezione "etnica", la quale si fa sempre più concitata. Inevitabile quindi il ritorno alle chitarre robuste ed al motivo che ci trascina con se verso la conclusione, affidata ad un effetto stridente di feedback; una conclusione più che degna, la quale offre un buon pezzo, il quale conferma una seconda parte del disco tutto sommato più forte rispetto a quella iniziale, per quanto non faccia certo gridare al miracolo. Il testo ha un origine quanto meno singolare: il cantante avrebbe sparato ad un topo che infestava, insieme ad altri, un albero situato nei pressi della sua casa; tediato da questi animali che lo divoravano, e che spessissimo vivono sulla vita di altri organismi, come autentici parassiti. Guardando sanguinare la bestia avrebbe poi pensato a questo testo, che sembra perdersi in varie considerazioni personali sulla vita. Osserviamo una faccia che non riconosciamo, marcia e sostituita da una senza vita e all'apparenza benigna. Non possiamo cancellare quello che è nella nostra mente, le esperienze passate, belle o brutte che siano. Sanguiniamo, crocefissi dall'esserci fidati di qualcuno che alla fine ci ha barbaramente traditi, mentre l'odio diventa vergogna. Quanta gente alla quale abbiamo donato tutto, abbiamo salvato? Paradossalmente, abbiamo liberato tante di quelle persone, offrendo tutto il nostro supporto.. ed ora siamo condannati a bruciare in eterno perché sanguiniamo, e gli altri non ci sono mai quando invece siamo noi ad avere un disperato bisogno di aiuto. "My thoughts they interlace, Been spun out for sometime, I wander in this maze, An act that is sublime, You can never say, That I didn't try, I cannot erase, What's in my mind - I miei pensieri s'intrecciano, sono filati fuori da un po'.. mi aggiro in questo labirinto, un atto sublime, non puoi mai dire che non ho provato (a fidarmi, ndr). Non posso cancellare quello che ho in testa". Ancora una volta quindi i versi vengono ripetuti con ossessione fino al finale, presentando una sorta di flusso di coscienza dove si rimugina molto e ci si danno molte colpe; insomma, un tipico testo alla Davis improntato sulla disperazione e sul sentirsi traditi dal mondo.

Bonus Tracks Digipak: Fuels The Comedy


"Fuels The Comedy - Alimenta questa Farsa" ripropone i collaboratori  Kill The Noise, dandoci distorsioni dal gusto quasi etnico, interrotte da un suono di scarica elettrica; pare che Davis stesse usando un apparecchio medico adoperato in passato per l'elettroterapia, e che abbia seriamente rischiato di fulminarsi, almeno da quanto raccontato dai Nostri. Ecco comunque che poi parte la solita trama contratta, con ritmi sincopati sui quali il cantante si da a parti in rima dal gusto hip hop, le quali si dilungano fino ad una breve digressione; parte quindi il ritornello melodico con chitarre spettrali e batteria cadenzata, il quale segue la linea dell'album principale. Ritorniamo di seguito all'elettronica frammentata, basata su vortici e momenti spezzati, anche qui dominante sul resto della strumentazione; le cose evolvono come prima, ridando spazio al ritornello e alle melodie in sottofondo malinconiche, le quali riempiono l'ossatura basilare fatta di batteria, voce, e riff accennati. Torna al minuto cinquantennale la scossa elettrica, seguita ora da loop di chitarra sincopati, i quali tessono una trama dubstep contratta, lasciando infine spazio ad un effetto filtrato della voce di Davis, il quale riprende il ritornello; ecco di seguito la sezione finale, la quale si conclude senza molte sorprese seguendo la linea melodica dominante. Nulla di epocale o di  terribilmente diverso da quanto già sentito insomma, per un brano che poteva benissimo essere inserito in modo intercambiabile al posto di uno di quelli meno memorabili del disco standard, senza cambiare molto; il songwriting si dimostra ancora una volta ridotto ai minimi termini, quasi completamente lasciato in mano alla componente esterna, aggiungendo solo in modo passivo e vago alcuni elementi riconducibili ai Korn. Il testo tratta un tema caro ai Korn, ovvero quello delle persone che amano sentirsi superiori e demoralizzare il prossimo, o anche fisicamente abusare degli altri, delegittimandoli e togliendo loro dignità. Ci sentiamo pazzi, e ci chiediamo perché, mentre camminiamo tutti ci guardano e ci sentiamo come se avessimo una malattia, mentre veniamo indicati e chiediamo se facciamo ridere e sembriamo divertenti, o forse strani. Consigliamo quindi di levarsi di torno, rendendo chiaro che non ce ne frega nulla e che gli altri possono (senza mezzi termini o finezze) "succhiarcelo". "What's with the hostility? Why is it so provoked? You're living in a fantasy that's how you cope, Go ahead, kick the shit out of me, It just fuels the comedy, Feel that you're superior, I feel your just plain absurd, Ridiculous vanity that is blurred, Go ahead, kick the shit out of me, It just fuels the comedy - Cos'è questa ostilità? Perché così provocato? Tu vivi in una fantasia.. è così che ne vieni a patti?? Avanti, prendimi a calci totalmente, dai sfogo a questa farsa!! Senti di essere superiore, io sento che sei solo assurdo, una vanità ridicola. Avanti, pestami totalmente, dai sfogo a questa farsa!!" prosegue il testo, mentre poi riteniamo folle il vedere stupide persone che si comportano come macchine, le quali dovrebbero inginocchiarsi; viene poi ripetuto il verso iniziale, con tanto di finale votato alla volgarità esplicita. Ecco quindi che la parte di poco sopra viene ripetuta ben due volte, esemplificando ancora il messaggio di derisione verso un senso di superiorità mal riposto.

Tension

"Tension - Tensione" è una sorta di super pezzo che vede insieme i Korn con Excision, Downlink, il dj canadese Datsik e la leggenda israeliana della trance più psichedelica e contaminata, ovvero gli Infected Mushroom; esso vede tastiere spettrali in apertura, passando anche a synth da discoteca, i quali si aprono al ventisettesimo minuto al cantato filtrato di Davis e alle ritmiche spettate di scuola dubstep, mentre la rarefatta melodia iniziale compare a tratti. Il tutto si mantiene languido e strisciante, sia a livello di cantato, sia a livello musicale; le minime esplosioni vedono il passaggio ai ritmi più robusti e sincopati, i quali però rimangono sotto controllo, facendo da substrato alla lezione di Davis. Dati i nomi coinvolti ci si aspetterebbe molta più azione, mentre qui abbiamo una sorta di versione più trance di quanto fatto all'epoca da Davis per la colonna sonora di "La Regina Dei Dannati", tra cantato melodrammatico ed andamenti striscianti e spettrali. Ecco infine che al secondo minuto e quarantacinque abbiamo una serie di colpi più sentiti, mentre il cantato assume toni deliranti da filastrocca senza senso; si torna subito dopo all'andamento mellifluo, il quale continua imperterrito  in questa traccia decisamente strana, almeno per le aspettative create, fino al finale segnato dal suono spettrale che aveva aperto il pezzo. Non è difficile in questo caso capire come mai il pezzo non sia stato inserito nell'album principale, suonando più come un esperimento in studio, piuttosto che come un brano compiuto; non abbiamo nemmeno i ritornelli sentiti che caratterizzano il resto del disco, lasciandoci un pastiche poco adatto ai Korn, dove la monotonia si fa molto sentire. Il testo esprime immagini di alienazione e sfiducia, anche a livelli paranoici, creando un tema testuale non certo alieno allo stile dei Nostri, dove disgusto, critica, e sentimenti di ingiustizia si legano tra loro indissolubilmente. Sembra quasi di vivere in un universo parallelo, circondati da volti inespressivi carichi di sofferenze da gettarci contro. Facce che si ammassano attorno a noi, togliendoci l'aria ed il respiro, facendo in modo che non trapeli neanche un filo di luce. Al buio, soli, ci sentiamo quindi totalmente sconfitti. Cerchiamo di lenire le nostre ferite leccandole, prendendo coscienza di quelli che sono i tempi in cui effettivamente viviamo. Sono i tempi del bugiardo, una figura che purtroppo dobbiamo tenerci vicina, quasi crogiolandoci della nostra situazione. Ci piace perdere speranza, indietreggiare ed accettare, come in un bellissimo stupro, sarcasticamente chiedendo se tutto questo non sia grandioso. "I'm terrified by emotionless faces, They're all around me I want to die, I'm fucking trippin' out seeing faces, Of murderers covered in lye - Ho paura delle facce senza emozioni, sono tutte intorno a me e voglio morire.. sto uscendo di testa fottutamente, vedendo facce di assassini coperti da liscivia" continua il testo, ripetendo poi i versi precedenti, ed ammettendo poi che amiamo le cose che fanno arrabbiare gli altri, perché più loro soffrono più diventiamo forti. Magrissima consolazione. Insomma, come detto un testo pieno di disprezzo e senso di rivalsa, in tipico stile Korn; nulla di nuovo, e non ci aspettavamo altrimenti.

Conclusioni

Un lavoro quindi che ha i suoi difetti, e che probabilmente avrebbe funzionato meglio come EP, magari a nome del solo Davis; l'apporto degli altri componenti della band risulta minimo, dato che per la maggior parte la scena è dominata dall'elettronica degli ospiti e dalla voce del cantante, il quale tesse (con l'aiuto, spesso pesante, di filtri vocali da studio) i ritornelli portanti, centro dei brani e del songwriting, a volte (quest'ultimo) ridotto ai minimi termini. E qui, alla luce di tutto ciò, bisogna davvero aprire un discorso: sulla carta, l'unione tra movimenti dubstep ed elementi di chitarra è tutto tranne che risibile; basti pensare ad alcuni esperimenti di Burial ed altri nomi noti, situazioni in cui il tutto ha dimostrato di funzionare perché (e difatti..) accompagnato da un songwriting robusto e vario. Il grosso problema del disco risiede proprio in questo aspetto, in un songwriting debole che non si palesa in maniera importante, di fatto vanificando molti degli sforzi intrapresi. Inoltre, vengono presi tutti gli elementi più superficiali, giovanili, ed "in voga" del genere proposto, creando un copia ed incolla fatto di vortici sincopati spesso uguali tra loro: chitarre deboli ed appena udibili, e ritornelli sempre basati sulla facile melodia epica; non siamo di fronte ad un disastro, perché in un qualche modo la formula funziona, ma il sentore di noia è dietro l'angolo, supportato da una durata davvero eccessiva e da una scaletta che avrebbe giovato di una ripulita, togliendo qualche brano "simile" e riproponendo meno spesso certi nomi. Un passo avanti, comunque rispetto alla mancanza di idee del disco precedente, ma anche qualcosa di non paragonabile ai momenti dei Korn più ispirati del passato. Se l'intenzione della band era quella di aggiornare ai tempi moderni il gusto per la contaminazione di scuola crossover, qui l'operazione non è in realtà riuscita, anche perché si tratta per lo più di un disco di pura dubstep commerciale con solo alcuni accenni sparuti di metal, "true" o nu-metal che esso sia. L'opera ha comunque avuto un buon successo, dividendo le opinioni tra chi la condanna in toto e chi la considera una prova di coraggio. I Nostri hanno comunque difeso a spada tratta il tutto, continuando a farlo mantenendo molti elementi qui proposti, per fortuna poi levigati e rivisti con più coerenza nel disco successivo. Il quale, pur non essendo un capolavoro, mostrerà una natura più legata all'identità dei Korn, innestandovi gli elementi dubstep qui dominanti. L'obiettivo era comunque probabilmente quello di riportare il nome del gruppo nell'interesse dell'attuale gioventù, ormai lontana dai fasti del nu-metal; in questo, il gruppo è di sicuro riuscito, come dimostrato poi dai risultati di quanto fatto dopo. Se prima del 2011 i Nostri ormai passavano quasi in sordina nel mondo metal, un gruppo che andava nominato per etichetta ma che apparteneva ad un passato recente (comunque inesorabilmente trascorso), ora invece vengono riabbracciati da quel mondo vagamente alternative metal dove viene accolto tutto ciò che non è eccessivamente estremo, ma offre dei sicuri spunti di ribellione per i giovani ascoltatori. Di sicuro, comunque, strutturato com'è ed influenzato da un certo suono e momento temporale, "The Path of Totality" non invecchierà bene e sarà considerato come l'espressione di una certa scena e moda. Insomma, un'opera mediocre nel senso più neutrale del termine, la quale ha alcuni episodi che meritano di essere ricordati nella discografia del gruppo ma che presenta anche molti riempitivi. I quali, lo ripetiamo, non fanno assolutamente gridare allo scandalo grazie ad una certa, anche ruffiana, intuizione per il ritornello trascinante. Momenti che tuttavia non arricchiscono certo l'esperienza complessiva; una base sulla quale è stato fatto meglio, e sulla quale speriamo si continuerà a proporre buoni lavori, senza aspettarci nessun capolavoro da un gruppo che probabilmente ha già vissuto la sua stagione d'oro, almeno creativamente, molto tempo fa.

1) Chaos Lives In Everything
2) Kill Mercy Within
3) My Wall
4) Narcissistic Cannibal
5) Illuminati
6) Burn The Obedient
7) Sanctuary
8) Let's Go
9) Get Up!
10) Way Too Far
11) Bleeding Out
12) Bonus Tracks Digipak: Fuels The Comedy
13) Tension
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