KING DIAMOND

Voodoo

1998 - Massacre Records

A CURA DI
ELEONORA STEVA VAIANA
27/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Nel 1998 il Re di Diamanti, al secolo Kim Bendix Petersen, lancia un nuovo fiammante lavoro: "Voodoo". Con il classico copione kingdiamondiano, caratterizzato dall'immancabile presenza di una storia articolata, complessa, romanzesca, di sottofondo, troviamo, a fianco del Re, LaRocque e Simonsen alle chitarre, Chris Estes al basso, John Luke Hébert dietro alle pelli e l'immenso Dimebag Darrell come guest star nella title track. Uscito per Massacre Records, "Voodoo" è stato successivamente rimasterizzato da Andy LaRocque nel 2009 e rilasciato in edizione speciale nello stesso anno. La copertina del disco, realizzata dal grafico e musicista svedese Kristian Wåhlin, riassume alla perfezione l'ambientazione di "Voodoo": nella Louisiana più nera, tra ombre e rituali ancestrali, una casa immersa nella natura selvaggia e paludosa si affaccia su un torrente sorvegliato da un cielo plumbeo e striato. La trama riporta i fatti accaduti a Baton Rouge negli anni '30, vissuti dalla famiglia Lafayette che, senza volerlo e senza rispetto, si è trovata invischiata nella tradizione del voodoo della Louisiana. Confuso spesso con quello di Haiti o con l'hoodoo degli Stati Uniti meridionali, il voodoo louisianese coincide con la diffusione di quello haitiano: nel 1804 Haiti dichiarò la propria indipendenza e i coloni francesi lasciarono l'isola assieme ai loro schiavi, stabilendosi nella colonia della Louisiana, posseduta dalla Francia. Sotto il dominio dei padroni, agli schiavi veniva proibito di praticare la ritualistica del proprio culto di appartenenza e di fede, per questo furono obbligati a convertirsi forzatamente al cristianesimo. Tra le figure più note del voodoo della Louisiana, Marie Laveau si è guadagnata il titolo di voodoo queen ("regina voodoo") per eccellenza: secondo la tradizione orale, Marie unì la ritualistica voodoo alla celebrazione di credenze cattoliche, coinvolgendo sia i santi della tradizione cristiana che gli spiriti africani, i Loa. Il 16 giugno 1881 fu annunciata la sua morte attraverso il quotidiano della città, ma molte persone affermarono di averla vista passeggiare per le strade di New Orleans nei giorni successivi. Ancora oggi, Marie Laveau, che riposa nel cimitero Saint Louis Cemetery, viene celebrata dalle offerte e dalle preghiere di turisti e locali, simbolo del rispetto per la tradizione. L'ostilità nei confronti di ciò che sembra essere così lontano, fa sì che si vengano a creare degli scenari artificiali entro i quali tutti cerchiamo di racchiudere un qualcosa di incommensurabile: il voodoo è spesso ingabbiato in un mondo fatto semplicemente di bamboline, maledizioni e amuleti. Con il lavoro del nostro caro Re di Diamanti, la tradizione e la religione voodoo vengono fatte valere per ciò che sono: un mondo ampio, intrigante, tradizionale, del quale non bisogna aver paura, ma che va rispettato. King, con "Voodoo", compendia, in qualche modo, il proprio passato discografico: non a caso, ci troviamo in una grande casa spettrale e terrificante, proprio come in "Abigail" (1987), abitata da spiriti e segreti come in "Them" (1988), che sorge sul terreno di un antico sepolcreto, scenario anche di "The Graveyard" (1998). Prima di procedere al corpo centrale della recensione, c'è un avvertimento da fare a tutti i lettori: concluso l'ascolto del disco, è fortemente consigliato spegnere il vostro stereo o qualsiasi supporto abbiate utilizzato. Nel caso in cui decidiate di lasciare andare il silenzio, lo farete solo a vostro rischio e pericolo...

Il frinire dei grilli spalanca la porta di "Louisiana Darkness", dove l'umido estivo della palude diventa quasi percettibile sulla pelle: Sarah Lafayette sta dormendo, suo marito è sveglio. Il mondo è troppo arroventato per consentire un sonno tranquillo, un riposo rigenerante, una notte favorevole dopo giorni d'insonnia. Una notte come tante, squarciata dal rintocco di una campana che dà il via agli strumenti, pregni di un cupo ardore violaceo e poco raccomandabile: la melodia della tastiera entra a gamba tesa nella mente, invocando un gelo estremamente alieno, considerata l'ambientazione. La voce del Re, quasi sussurrata, pugnala a dismisura la razionalità, nonostante le ritmiche siano ancora timide: una situazione molto tesa si concentra e si divincola, finché non entrano, trionfanti, in scena i tamburi voodoo, sorretti da grida di estasi panica. La situazione si gonfia, un sibilo agghiacciante si estende, trovando la morte con la frase di Sarah: "David, c'è qualche problema?". È il 1932, nel North di Baton Rouge, in Louisiana: ""LOA" House" ci porta sulle rive del Mississippi, dove si trova la vecchia magione, attanagliata da un alone di mistero, in special modo quando è notte e i tamburi voodoo fremono per farsi sentire. Il primo proprietario dell'abitazione, Jean Le Noir, era un Oungan, un sacerdote voodoo: è morto per la volontà di un Bocor crudele, uno stregone, come dice la leggenda, e da allora si aggira per la casa. I Lafayette, da sette anni, vivono in quella magione dannata: la famiglia è composta da una coppia in attesa di un figlio e il nonno. E forse no, non avrebbero dovuto scegliere quel luogo per vivere: i LOA sono gli spiriti del voodoo, il tramite tra l'uomo e l'oltremondo, e hanno bisogno di preghiere e offerte per essere nutriti. Con la promessa che in quella casa la sofferenza colpirà di nuovo, il pezzo si apre con un cupissimo riff rabbioso e grintoso, carico e spedito: la frenesia elettrizzante, interrotta da un breve stacco, accoglie la voce rauca del Re, alternata ad acuti che fanno trasalire. Classico, bello, il pezzo si districa alla perfezione portando direttamente al ritornello: una pioggia di tormento scende dal cielo plumbeo della Louisiana, mentre i Nostri si divertono a costruire una tensione ad hoc con sospensioni e stacchi ritmici perfetti. Compare la seconda strofa, dove King risulta più terrorizzato e incontrollato: il ritornello lascia spazio a un bellissimo assolo del duo Andy-Herb, fin quando non compare di nuovo la voce del Re. Cambia l'atmosfera, tutto si fa più drammatico, continuando a mantenere viva quella tensione energica, marcata da una voce tombale a metà strada tra il disperato e il sadico. La strofa compare nuovamente, interrotta da un solo di LaRocque piazzato perfettamente su un tappeto ritmico sempre più incalzante: ciclicamente torna in scena un assaggio di pre-chorous, mentre, col ritornello e la parola "again" ripetuta all'infinito, il pezzo si conclude. Con una parvenza di tranquillità che non promette nulla di buono, si fa spazio "Life after Death", col suono di una frequenza bassa e un hammond brillante contrastante in prima linea. Una sorta di cantilena acuta a opera del Re drammatizza la situazione, che esplode al comparire della batteria cadenzata: spunta una voce acida, che si evolve assieme alla componente musicale in una direzione quasi mistica, ancor più tesa. La scena diventa più corposa con il raddoppio ritmico e strumentale della strofa, direzionata verso il muro netto del ritornello: acuto, spedito, è un saliscendi continuo di brividi lungo la schiena. Tastiere e chitarre si muovono sullo stesso pentagramma, mentre il pezzo si contorce sotto la direzione dei tasti di sei corde di Herb, impegnate a creare di un panorama a dir poco horrorifico. Si ripete, così, la struttura del pezzo, interrotta dallo splendido assolo di LaRocque, folle e melodico al contempo. Tornano in scena gli elementi compositivi già incontrati, fino a raggiungere il finale caratterizzato dall'esplosione di follia di una voce roca, sostenuta dalla cantilena iniziale a opera del Re e dall'aumento d'intensità delle pelli. È venerdì notte, quattro ombre emergono da un oscuro passato, dirette verso le tombe nascoste tra gli alberi della palude. Alla mezzanotte giungono alla magione che sorge sul vecchio cimitero dove Jean Le Noir riposa tra gli alberi. Sono il Dottor Le Croix, stregone voodoo, Madame Sarita, colei che porta il serpente dentro di sé, Lula Chevalier, la ragazza che nessuno ha mai visto. E infine Salem, il domestico che ormai appartiene completamente al podere: lui sa che i Lafayette sono ignari delle entità presenti nella loro casa ma sa anche che gli spiriti vanno nutriti, sa che dopo la morte c'è ancora vita. Ed eccola, finalmente: bella, imperante, talmente esaltante da risultare per qualche istante addirittura boriosa. "Voodoo", la title track, introdotta dal rullo tribale dei tamburi rituali, coadiuvata da voci in preda a un panico puro e coinvolgente: compare la voce oscura di King, su una strofa collegata musicalmente alle altre tracce per stile e tematica musicale. Qualche stacco riempito dai tamburi e da un sottovoce agghiacciante ed ecco che il pezzo esplode in tutta la sua meraviglia: orecchiabile, fluido, a tratti mistico, si trattiene lasciando in sospeso una situazione inacidita dal sound delle chitarre, esaltata dai tamburi incessanti, mantrizzata dalla parola voodoo ripetuta all'infinito. Ciclicamente si ripresenta la parte iniziale, tenue dal punto di vista musicale, ma movimentata grazie alla ritualità dei colpi e dai suoni di chitarra stravolti che conducono a un bellissimo solo fatto di...follia, pura e semplice follia. La mano di Dimebag Darell è l'ennesima testimonianza di quanto un grande artista riesca a fare ma soprattutto a dare: l'apporto stilistico è incommensurabile. Quasi chiamate a raccolta, le note, le sfumature, le plettrate, incarnano e inseguono alla perfezione il mood della situazione, mentre l'impronta dell'immortale Dime rimane lì, chiara, pulita, seducente. Uno stacco breve, ed eccoli tornare in scena i tasselli del mosaico musicale, intenti a sfilare uno dietro l'altro in tutta la loro crudele maestosità. Prima del finale, Andy trova spazio per un solo breve ma caratterizzato dalla particolarità di avere un sound mostruoso, che si affievolisce con la conclusione affidata, di nuovo, alla ciclicità della parola voodoo ripetuta ininterrottamente su una melodia inquietante. È sabato sera, un angusto sentiero illuminato dalla luna conduce al suolo del cimitero, a quel tempio di segreti dove si incontrano una volta alla settimana, per danzare e banchettare. Lula balla al ritmo dei tamburi voodoo, contorcendosi e girando su se stessa: è pronta a ricevere il Loa, è pronta a ricevere Damballah, il quale si impossessa completamente della sua mente. Non è lei a parlare, non è lei a compiere quelle azioni, non è neppure lei a bere il sangue di gallina: parafrasando King, spesso si tende ad associare l'idea di voodoo semplicemente a una ritualistica di questo genere, ma ci sbagliamo. Il voodoo è molto altro, va ben oltre le bambole di cera arricchite di capelli umani e perforate da spilli maledetti. La potenza degli spiriti Loa può sconvolgere nel profondo: è per questo che i Lafayette, in "A Secret" decidono di riunirsi, la domenica sera, per risolvere un problema diventato ormai insopportabile. Ogni volta che si muovono nella loro casa sentono i rulli dei tamburi voodoo: il problema sta in quel dannato ex cimitero sul quale sorge la magione, sbarazzandosene e distruggendolo tutto tornerà al suo posto. Arriva Salem, il maggiordomo di casa "LOA" e i proprietari lo interpellano chiedendogli qualche consiglio per il loro piano segreto: Salem spiega che lo spirito di Jean Le Noir vaga incessantemente per le stanze di quella casa e che non se ne andrà mai, perché è lì che è morto. Il grande Wanga li punirà se distruggeranno il cimitero. La condanna dei Lafayette proviene direttamente dalla loro affermazione conclusiva: "Non siamo superstiziosi". La tensione generica della situazione viene messa in rilievo sin dal principio del brano, introdotto da un giro di chitarra spedito ed energico: la strofa, carica e sormontata da un tappeto ritmico tiratissimo, accoglie la voce del Re acida e contenuta nella tonalità. Un tripudio di chitarre serpeggianti si fanno spazio andando ad abbracciare il lavoro delle pelli: un salto e approdiamo a piedi uniti nel ritornello, orecchiabile e melodico, tinteggiato, però, di una lieve sfumatura di irrequietezza ben avvertibile. La carica non viene mai messa da parte, un colpo in pieno stomaco sorprende al rientro nella strofa: tutto è perfettamente calibrato, le chitarre si divincolano splendidamente scivolando in una danza goduriosa e movimentata. Il solo di Andy è un grido di pazzia, suona come un coro di voci provenienti da un altro mondo, dove a intervenire sono Salem e le sue parole di avvertimento: il tempo per il ritorno in scena del ritornello e il brano si conclude. "Salem" porta dietro di sé una scia nera come la pece, densa come il miele, nebbiosa e raggelante: su un riff energico e cupo si muove la voce del Re, gracchiante, a tratti, misteriosa. Si alterna all'acuto che contraddistingue il ritornello, ancor più caricato e frenetico. Il tutto si ripete, finché non giunge uno stacco musicale e stilistico a dir poco entusiasmante: introdotto dalla sei corde distorta, riesce ad aumentare nettamente il livello di angustia, mentre King sfoggia la sua meravigliosa facoltà camaleontica di cambiare voce. Si susseguono una serie di cambi tempi proggeggianti, incollati allo stesso muro nero dove le ombre possono danzare: il solo di Andy, lungo, deciso e semplicemente spettacolare, è un'alternanza di note tenute e suoni grotteschi magistralmente ricreati. A breve distanza, compare anche il solo di Herb, teso allo stesso modo, ma più musicato, meno rumoroso. Torna in scena la strofa e con il ritornello si chiude il sipario su un mondo infinito, dal quale proviene un timido no finale, che si mozza con un sospiro. Nella stessa sera di "A Secret", mentre i Lafayette stanno dormendo, Salem sta andando verso il sepolcreto, dove l'aspetta il Dottor Le Croix: gli chiede quale sia quel segreto, provando una paura che presto si tramuta in disprezzo, odio, rabbia pura non appena viene a scoprire il piano dei Lafayette. Lui sa che il grande Wanga distruggerà quella famiglia, ma per farlo lui e Salem dovranno tramutarli in polvere: il dottore porge al maggiordomo dei soldi con i quali dovrà andare alla Boutique del Voodoo di Madame Sarita, chiedendo una maledizione del serpente e un po' di "Goofer Dust", una polvere stregata. Dopo due ore Salem, tornato dalla boutique, è di nuovo al cimitero: inginocchiatosi di fronte a una delle tombe prende una manciata di quella terra, lascia un penny come pegno e torna alla casa, dove tutti dormono tranne lui. Arriva, così, il lunedì mattina di "One Down Two to Go": un bel sole risplende tra gli alberi, mentre gli uccellini cantano gioiosi. Salem è in cucina, sta preparando uova per tre persone e un po' di tè, arricchiti da un ingrediente speciale: la polvere del cimitero, il connubio perfetto per una morte scenica. Purtroppo, è un peccato che ad andarsene debba essere qualcuno di quella famiglia, tutto sommato molto bella e unita. Salendo al piano superiore, trova David debole e febbricitante: che sia colpa del morso del serpente? Nella sua follia mistica, con il sangue che ribolle nelle vene, Salem assapora, in preda all'euforia, la dolce sensazione che ne mancano soltanto due per compiere quella vendetta, dato che l'anziano nonno è già stato "contagiato" dalla polvere maledetta. E Sarah, incinta, quella mattina è in preda all'ennesima fastidiosa sensazione di nausea dovuta alla gravidanza. L'atmosfera musicale iniziale rappresenta alla perfezione una bella giornata di sole, tranquilla e spensierata: un arpeggio di chitarra delicato accoglie la voce del Re, timida, quasi sussurrata, leggera. Si vengono a unire via via basso e chitarra, con qualche piattata in sordina, ingrossati da un grido folle che apre sulla strofa: dinamica, spedita, conduce a un ritornello forte che colpisce allo stomaco, cadenzato da stacchi ritmici ad hoc. Un breve ed elegante solo di Herb riporta di nuovo alla strofa e in un turbinio di energie torna in scena il ritornello, caratterizzato dalla parola die (muori) ripetuta, gridata, posseduta. Un bridge leggero, di nuovo sulle tonalità della parte iniziale, riporta alla mente quella sensazione di dolce tepore iniziale, sferzata immediatamente da un irrigidimento e da una cattiveria aspra dei Nostri che tornano a ripetere di nuovo la sezione di strofa e ritornello, inacidita ulteriormente, impiccata dall'ultima parola: goodbye, un addio che suona come una terribile promessa. "Sending of Dead" si apre portandosi appresso una tensione sottolineata dalla tonalità aspra di chitarra, che accompagna la voce solenne del Re: la preparazione all'evoluzione del pezzo corre lungo la mente, seguendo i colpi decisi di batteria, dinamici ma pronti a indossare un mantello che copre l'astio assassino che si appresta ad arrivare. Ed eccolo, maestoso e da brividi, un ritornello intenso ed energico, colorato dal binomio acuto-rauco del Re. La situazione sembra intensificarsi ulteriormente con la parte successiva del pezzo, lenta ma colma di ombre nere, scandita dalle parole intrise di oscurità cantate da King: il solo di Andy si srotola sulle note del bellissimo ritornello, sfreccia e si divincola in preda a un'euforia spettacolare e dinamica. La strofa ricostruisce nuovamente quel clima nebbioso e sinistro che si amplifica con il ritorno in scena del riff iniziale: una voce profonda recita parole rituali e solenni, che si consolidano con una nota di follia che ha modo di esplodere nella strofa. Il solo di Herb suona quasi come quella condanna che tutti ci stavamo aspettando: sfavillano le cupe tonalità, intrise in un'energia malata e assassina. Con uno stacco e una pugnalata in pieno petto, il ritornello torna fendendo col suo maestrale fascino scandito dalle armonie di chitarra così perfette. Le dinamiche che corrono, tra basso e batteria, invocano un orrendo presagio nell'anima, incattivito dalle voci terrificanti dei personaggi, dei demoni, delle paure e dei tormenti impersonati dal Re. Mentre il pezzo viene letteralmente trinciato di netto, è lunedì sera: il tramonto porta con sé un silenzio affascinante, pauroso, a tratti. Galeotto fu quello spuntino mattutino del padre di Sarah, il caro, anziano nonno: le condizioni di David, intanto, peggiorano ulteriormente, la donna, in preda al dolore e al tormento, chiede a Salem cosa stia succedendo. Il maggiordomo le spiega che il terreno sul quale giace la casa è parte di un segreto ritrovo voodoo. Chiunque distrugga quel posto sacro, morirà e nessuno troverà mai le sue spoglie: se i vivi non possono nutrire i morti, i morti verranno a prendere i vivi. La risposta di Sarah, tuttavia, è che lei non crede ai fantasmi e Salem farebbe meglio a chiudere il becco. Quella sera il ritrovo è fissato, è tempo di mandare la morte, le quattro ombre, in un'oscurità amica, si incontreranno a mezzanotte. Alla fatidica ora, l'immagine del santo Expeditus giace di fronte al Dottor Le Croix, che dà inizio al rituale: la richiesta? Che Sarah Lafayette possa scomparire, invocando l'aiuto del glorioso psicopompo Baron Samedi il quale, attraverso il corpo del dottore, parla a Salem: ha bisogno di un sacrificio prima della mezzanotte, dovrà portarglielo di fronte alla sua croce. Prendendo una manciata di terra da ognuna delle tombe del sepolcreto, corre in casa: la terra deve essere sparsa nel letto di Sarah. "Sarah's Night" descrive la situazione: nel letto con Sarah, David si contorce in preda alle convulsioni e a un delirio causato dalla febbre. Salem, nell'oscurità, lascia cadere un po' di "Goofer Dust" nella mano della donna: le anime dei defunti entrano dentro di lei, che si sveglia urlando di dolore e con gli occhi tinti di un agghiacciante bianco. Pronuncia parole in una lingua strana, mentre il sangue zampilla dalla sua bocca, in preda a un tormento sconcertante: il nonno, che Salem credeva di aver fatto fuori, entra nella camera di sua figlia, la rassicura maledicendo quei tamburi voodoo così insistenti, promettendole di restare con lei per sorvegliarla. Un giro di clavicembalo scandaglia subito i confini di quella notte incredibile, mentre sussurri, parole strozzate, lamenti tormentati colorano di nero la situazione: su quelle note si apre la strofa, pacata, ma intensa, carica e ansiosa, scandita dalle note acute raggiunte dalla voce. Uno stacco riporta alla situazione iniziale, mentre la voce impazzita del Re recita i panni di Salem: un breve solo fugace di Andy spezza la strofa, che ha modo di ricomparire ancor più angusta e strozzata. Sempre più voci sbucano dalle ombre della notte, colorate di sensazioni buie, nell'oblio di una follia che dolorosamente si sfuma. Le note di tastiera inviperite, che per un terribile secondo irradiano la scena, fanno sobbalzare, dissipano i sospiri che lasciano spazio a "The Exorcist": tetra e decisa, si apre su un giro di chitarra incupito dal suono di una campana funebre. La strofa risulta piuttosto elettrizzante, mentre la voce del Re, inasprita dal male, non perde occasione per toccare l'apice del proprio range: una serie di voci sospirate, con riverbero, sorreggono la situazione creata dalle acide chitarre che si divincolano su dinamiche abbastanza contenute. La situazione si fa più teatrale con l'assolo di Andy, calmo ma pregno di intensità, che spezza le due strofe centrali. Cambia la situazione, che diventa ancor più incendiata da una tensione quasi tangibile: le ritmiche e le pelli danzano mettendo in scena coreografie mostruose, compare un assolo firmato Herb, bello e classico al punto giusto. L'ingresso in scena del tema portante, è caratterizzato dalla presenza di una voce vetusta e sospirata con fatica, che porta di nuovo al ritornello: orribili parole, sussurri e gemiti provenienti da un altro mondo mandano in tilt la mente, finché il pezzo, sfumando, non cessa di esistere. Una colonna sonora perfetta per la situazione: è martedì mattina, Salem è scomparso e il nonno si domanda se Sarah riuscirà a sopravvivere. Mentre la donna parla con voce mascolina, al nonno viene in mente un nome: Padre Malone, l'esorcista. In preda a un panico euforico, incendiato dalla speranza di poter salvare la figlia, telefona all'Abbazia dei Santi di New Orleans: bastano poche parole per convincere l'esorcista a recarsi immediatamente in quella casa. Una croce, una bibbia e dell'acqua santa: la casa viene immediatamente benedetta, mentre le condizioni di David peggiorano rovinosamente, un'ambulanza lo attende. Una triste melodia, scandita da organo e arpeggi di chitarra, presenta la brevissima "Unclean Spirits": tra grida provenienti da un altro mondo e parole pronunciate da un essere non umano, Padre Malone esorcizza Sarah. Con l'aiuto di Dio, chiede che Sarah Lafayette venga liberata, imponendo allo spirito impuro di lasciarla, nel nome di Cristo, nel nome di Dio: è Cristo a obbligarlo, è la forza di Cristo a comandare. L'aggressività di "Cross of Baron Samedi" annebbia la mente di un'energia vigorosa ma intimorita dalle oscure forze che aleggiano nell'aria: un bel riff deciso e carico si arricchisce della voce aspra, tinteggiata di fugaci acuti, del Re, che dolcemente dipinge il pre-chorous drammatico e teso. Il ritornello è delicato, ma intimorito da un alone di mistero: la situazione si intensifica al raddoppio delle dinamiche ritmiche, basso e batteria si invigoriscono, anticipando il tenore generale della strofa successiva. Il solo di Herb spunta dall'ombra, sopravvivendo alla luce per pochi istanti: uno stacco fulmineo di tasti incendiati ed ecco che torna di nuovo il Re a farla da padrone. Tornano in scena gli elementi strutturali precedenti, incattiviti da profonde voci di sottofondo e drammaticizzate da acuti tormentati: li interrompe il vorticoso solo di Andy, un tuono in un celo tossico e ansioso, che lascia lo scettro in mano a Herb e al fuoco dei suoi tasti, tramite i quali si pone la parola fine sul pezzo. È martedì sera, Padre Malone è stremato dal rituale faticoso di esorcismo: la notte sta tornando, ma nonostante ciò i demoni sembrano essersi calmati. Sarah non ha un bell'aspetto, anzi, è quasi dato per certo che c'è poco da salvare ormai. Nel frattempo un'ombra si muove nell'alloggio di Salem, dominato dalla croce di Baron Samedi: l'ombra è Lula, la ragazza che nessuno vede mai. Prende quella croce piena di chiodi per portarla a Sarah: di fronte a Padre Malone, la giovane donna incinta annuncia l'imminente peccato che sta per compiere e fracassa la testa dell'esorcista. Interviene suo padre, le chiede di smetterla e, incredibilmente, gli dà ascolto: fuori, intanto, le sirene dell'ambulanza e della polizia illuminano artificialmente la notte di un blu troppo acceso. Sul frinire iniziale dei grilli, "If They Only Knew" riporta il racconto di un poliziotto, intento a narrare al nonno di un certo Salem, guardiano della casa LOA, morto tempo fa. Da sempre, giace seppellito proprio in quella tenuta. Il tempo di scrollarsi di dosso i brividi della terribile scoperta, ed "Afermath", così familiare, conclude "Voodoo": sulle stesse note dell'iniziale "Lousiana Darkness", la stessa voce della breve traccia precedente ci racconta l'amaro epilogo. In sottofondo si erige la spettrale track così familiare, che vorticosamente riporta ai passi iniziali dell'album, mentre scopriamo che i Lafayette hanno finalmente lasciato l'ospedale e la Louisiana; Padre Malone è sopravvissuto, ma ha dovuto pagare il caro prezzo dell'insanità mentale. Mentre i tamburi voodoo movimentano la situazione, scopriamo che una certa Sarah Lafayette ha dato alla luce un bambino, in grado di parlare una strana lingua al contrario. Sembra che qualche esperto abbia capito la prima parola pronunciata dall'ingenua bocca: VOODOO. Non possiamo dire che tutti sono felici, ma possiamo dire che almeno ognuno è salvo dall'altro: a dire tutto questo, una voce che si presenta. Piacere di averti conosciuto, Salem.

"Voodoo" è un'esperienza mistica. Si tratta di un viaggio attraverso i segreti, i misteri, il fascino umido e paludoso di una Louisiana splendente del nero più assoluto: musicalmente parlando, i Nostri non deludono neppure per un secondo. Le tracce si presentano ben proporzionate in special modo alla tematica e alla situazione affrontata dal testo, l'idea di riproporre la traccia iniziale sul finire del disco è un messaggio velato: "Così in alto, come in basso", per citare l'alchemico "Quod est superious, est sicut quod est inferius", una verità che accomuna le culture dai secoli dei secoli. Il voodoo viene tributato in maniera degna dal Re e dai suoi prodi Cavalieri, finalmente si dà il giusto peso a una religione troppo spesso rinchiusa nel triste immaginario comune di una sterile bambolina conficcata da spilli appuntiti, per quell'algido sentimento di vendetta al quale siamo fin troppo abituati: i Loa vanno rispettati, tributati, omaggiati. Gli spiriti di un passato che permea il presente sono in grado di mutare la percezione della realtà anche del più sterile degli esseri umani: prendiamo il caso di Sarah e David Lafayette, due individui fieri della loro razionalità, pronti ad affermare di non sopperire affatto al peso della superstizione, che però abitano con un'ombra in casa, un'ombra morta e sepolta nel sepolcreto sul quale giace la loro casa. Un'ombra con la quale si relazionano apparentemente in maniera normale, osando addirittura interpellarla per distruggere un luogo sacro, da omaggiare nel nome del Loa Wanga e in quello di Baron Samedi: non riuscire a comprendere con la ragione fino a dove i sensi, l'istinto e la coscienza possono arrivare, rischia, come abbiamo visto, di giocare brutti scherzi. Schernire, addirittura, un'inclinazione pura come la spiritualità può essere del tutto fatale: dal non essere superstiziosi, a trovarsi con un infante in grado di pronunciare la sua prima parola al contrario, per l'appunto la parola "voodoo". E come mai, una famiglia non superstiziosa, è pronta a far intervenire un esorcista? La superstizione, nella concezione occidentale, purtroppo si muove da un triste preconcetto: l'esotico è, a prescindere, una fiaba, con tutto ciò che la parola esotico comporta. Compiamo rituali inconsapevolmente migliaia di volte al giorno, ma quando ci troviamo faccia a faccia con un'antichità viva nella tradizione, ecco che subito gridiamo alla fandonia: le storie del Re hanno dalla loro parte la grande facoltà di mettere in luce aspetti troppo spesso snobbati dalla società. Il sovrannaturale, oltre ad essere un tema estremamente affascinante e misterioso, è presente nel mondo? Forse, prima di asserire un secco no, è meglio fare mente locale su quanto King Diamond e i suoi hanno voluto tramandarci: prima di ripudiare ciò che non è tangibile, è bene fermarsi un momento. Spesso la situazione sfugge di mano, ciò che non è tangibile diventa sensibile e la coscienza sprofonda nel buio della morte. Se a tutto ciò uniamo dei musicisti che sanno rappresentare ogni minima emozione e sfumatura, facendo letteralmente cantare i propri strumenti, ci troviamo di fronte a un masterpiece che chi scrive considera uno dei lavori più apprezzabili del Re, ma, purtroppo, uno dei più sottovalutati. L'amalgama strumentale è coerente, elettrizzante, entusiasmante, ancora una volta King Diamond e i suoi riescono a indossare i panni di una cultura lontana, senza perdere, tuttavia, la propria strada: eccezion fatta per i rulli dei tamburi voodoo e per gli elementi sparsi qua e là, che caratterizzano l'immaginario occidentale di una così vasta cultura e religione, lo stile è quello del Re, è inconfondibile sin dai primi istanti di vita del lavoro. Non si tratta di un semplice album, si tratta di un viaggio introspettivo, di un viaggio attraverso il tempo e lo spazio, durante il quale si incontrano gli inconsapevoli personaggi pescati dal cappello del Re di Diamanti. A condurci in un mondo fatto di ombre, sospiri e gemiti provenienti da un altro pianeta, un apparentemente insulso maggiordomo, un Caronte che vive nell'oscurità di ogni subconscio: Salem, è stato un piacere conoscerti.

1) Louisiana Darkness
2) “LOA” House
3) Life after Death
4) Voodoo
5) A Secret
6) Salem
7) One Down two to Go
8) Sending of Dead
9) Sarah's Night
10) The Exorcist
11) Unclean Spirits
12) Cross of Baron Samedi
13) If They Only Knew
14) Aftermath

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