JUMPSCARE

Don't Close Your Eyes

2019 - Vault Lab Recordings

A CURA DI
FERNANDA SERUFILLI
28/05/2021
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione recensione

Il bello dell'essere metallaro sta nella fortuna di avere continuamente a disposizione un gran numero di nuove proposte, alcune più interessanti e altre meno, da parte di innumerevoli appassionati nei cui cuori brucia la fiamma immortale dell'arte; è questo il caso dei Jumpscare, un pittoresco quintetto campano a parer mio davvero degno di nota. Giovane e con tante cose da dire, il progetto nasce a cavallo fra il 2015 e il 2016 dalla voglia di Graziano e Salvatore Ciccarelli (rispettivamente batteria e basso) di suonare la musica che tanto amano e condividerla con dei compagni di viaggio la cui visione del mondo (e di come si porti avanti una band) aderisse alla loro; come in tutti i percorsi di crescita ci sono stati tentativi di vario genere sia in termini musicali - attraverso la sperimentazioni di diversi generi prima di giungere alla formula attuale - sia in termini "fisici", attraverso la sostituzione e l'integrazione di diversi membri della band nel corso del tempo. Ed è così che hanno conosciuto Vincenzo Mussolino (chitarra), Andrea Di Martino (chitarra solista) e Ciro Silvano (voce); trattasi di ragazzi cresciuti con la musica, dunque è stato molto semplice decidere cosa volessero fare nella vita e la loro incredibile attitudine li sta guidando bene. Si suol dire che la fortuna aiuti gli audaci e loro lo sono senz'altro, tant'è che le soddisfazioni arrivano e i duri sforzi vengono ripagati: le loro canzoni sono state selezionate dalla ICW (Italian Championship Wrestling), la quale utilizza il loro intero album come parte della propria colonna sonora ufficiale. Senza dubbio non una cosa da tutti i giorni, del resto possiedono energia da vendere, idee interessanti e soprattutto la voglia e la capacità di affrontare tematiche importanti, sia interne che esterne all'essere umano; la giovane età non tradisce affatto la maturità nella scelta degli argomenti da trattare e nel modo in cui vengono affrontati, né la compromette in alcun modo. La freschezza di questo Melodic Death new age è ben udibile invece nel loro sound, soprattutto per via della strumentazione da loro scelta: hanno optato per una tecnologia che utilizza i suoni digitali. Molti affezonati alla strumentazione analogica storcono il naso di fronte a questa innovazione ma è innegabile che ciò porti dei consistenti vantaggi quando arriva il momento di salire sul palco: per esempio si elimina completamente il problema microfonazione degli strumenti che sappiamo essere ostico alle volte, inoltre l'utilizzo della tecnologia digitale permette di arricchire la musica con elementi quali orchestrazioni particolari che sarebbe difficile riprodurre con strumenti dal vivo. È una scelta che strizza l'occhio alle esigenze moderne anche perché permette di avere un suono maturo ed in generale una strumentazione più adeguata in tempi minori - oltre che più spazio sul palco. Figlio di questo passaggio dall'analogico al digitale è "Don't close your eyes", all'uscita del quale i ragazzi hanno già alle spalle un Demo intitolato "Three Marks Of Dreams" e un EP intitolato "Sowing Storms"; un full length moderno già nella sua struttura, otto pezzi da circa 4 minuti ciascuno per una durata totale di poco più di 33 minuti al termine dei quali ne volevo ancora, dunque non ho potuto esimermi dal riascoltare l'album ancora una volta. Varie volte in realtà, una delle particolarità di questo album è proprio il lasciarti con quella "fame" di ascoltare altre canzoni, le quali però non esistono e dunque tu ricominci l'ascolto con aggressività crescente ad ogni replay. Pubblicato ad ottobre 2019, è un vero peccato che non si sia potuto ancora godere di un tour promozionale per questa perla, in quando subito dopo il problema Co-Vid19 è esploso in tutto il globo; allo stato attuale, tutte le date sono state rinviate al 2022 quindi dovremo aspettare ancora un po' per ascoltarla live. Un dettaglio di riconoscibile valore è il growl del cantante che trovo apprezzabilmente pulito, riesce a scandire bene le parole pur mantenendo un growl profondo e potente e ciò non è così comune. Un altro segno distintivo è l'artwork, molto particolare e ricco di significato: "Scarehead" è il nome della figura che compare in copertina, un essere mostruoso dalle sembianze a dir poco inquietanti e grondante sangue che sintetizza e racchiude in sé il marciume della società, i cui aspetti vengono affrontati nelle canzoni; possiamo ad esempio notare sulla sommità del capo Madre Natura morente ("Earth Decay"- terza traccia) mentre la parte terminale del mostro presenta un elemento il quale credo essere parte della sua struttura ossea, che ricorda la rappresentazione grafica dell'inferno dantesco ("Seventh Circle"- settima traccia). Le catene da cui l'essere è costretto rappresentano l'incombenza di tali mali sull'essere umano, il simbolo è ricorrente nel booklet, all'interno del quale le troviamo raffigurate spezzate: ciò sta a rappresentare la liberazione da questi mali attraverso la sublimazione dell'animo umano ed il conseguente cambio di rotta a favore del mondo in cui viviamo e di noi stessi. L'artwork è stato realizzato da Musumi Art, prima a mano e successivamente digitalizzato. Al di sotto del CD, una volta rimosso dal case, possiamo notare la raffigurazione di un grande occhio, citazione al Big Brother, personaggio immaginario che tutto controlla creato da George Orwell. Approcciandosi all'ascolto di questo disco ci si incammina per un viaggio breve ma intenso fra tristi verità, incertezze, dolori e denuncia visti attraverso gli occhi di cinque giovani il cui messaggio di speranza in quest'opera è non rinunciare a lottare per un mondo migliore.

Dead Bodies

Il primo tema affrontato è il più grande flagello che abbia mai colpito il pianeta, generato da noi esseri umani e sempre da noi portato avanti irrazionalmente: la guerra. Possiamo dire che si tratti di un inizio "a bomba" che parte con un'intro progressiva ma che fin da subito mette in chiaro un concetto: "siamo qui e con la nostra musica vogliamo farvi aprire gli occhi"; palesa la forza comunicativa della band e in un certo senso è il brano "principe" dell'album, in quanto è stato prescelto per farne un videoclip e attualmente è l'unico ad averlo. Tale video costituisce una nota a favore della band in quanto a parer mio è stato pensato e realizzato bene; rappresenta di fatto una scena di guerra come quelle che vediamo spesso nei film ma non solo, grazie alla partecipazione dell'artista Divince hanno trasceso l'ordinaria immagine del soldato che perde la vita sul campo di battaglia (già di per sé tremenda e inaccettabile) andando a toccare una nota più intima e sensibile, ovvero come questo incida su chi resta. Nel video vediamo infatti l'artista realizzare un'opera che raffigura un cadavere al suolo al termine del conflitto, circondato da tessere che riproducono le macchie di sangue: è il cadavere di suo figlio, del cui volto insanguinato ed esanime vediamo dei "flash" (in effetti Divince è realmente il padre di uno dei ragazzi); lo vediamo anche solo, afflitto, mentre tiene in mano la sua medaglia al valore militare e la osserva. Il testo recita: "Your pain and fears will not reach your mother and dad (La tua sofferenza e le tue paure non raggiungeranno tuo padre e tua madre) But in the end, they will find your corpse (Ma alla fine loro troveranno il tuo cadavere) In the mass of Dead Bodies" (Nella massa di corpi morti). Credo che questo basti già da sé ad innescare una riflessione più profonda, l'orrore della guerra non si ferma alle innumerevoli morti ma distrugge l'umanità stessa delle persone mietendo molte più vittime di quelle che perdono materialmente la vita sul campo; fatta da persone che umanità non ne possiedono in nome dell'illusione del potere e dopo tutto questo cosa resta? Forse una medaglia. Il video è stato girato in una cava in provincia di Caserta includendo la collaborazione di quattro team di Softair ed è stato dedicato al migliore amico del videomaker. La musica che accompagna parole e immagini è un crescendo di riff aggressivi e ritmo martellante, personalmente ho molto apprezzato il fraseggio atmosferico di Vic, il si fa notare e contribuisce  creare quella "tensione" sonora che ben si addice ad un contesto così grave.

Don't Close Your Eyes

Dalla seconda traccia prende il nome l'intero album e potremmo in effetti considerarla una sorta di vessillo; traduce completamente il messaggio di tutto il lavoro a partire dal titolo, il suo testo è diretto e scritto in un linguaggio semplice, privo di fronzoli e presenta varie ripetizioni. Invero, la struttura del testo e il ritmo cadenzato la rendono molto simile a un "inno", un pezzo molto adatto a diventare lo slogan della Scarers Legion (il modo in cui la band ama chiamare simpaticamente i propri fan), le cui voci si levano alte al grido "RISE!" - ripetuto nella canzone da un coro maschile -. Trattasi probabilmente del brano più orecchiabile e immediato del disco, non presenta particolari velleità dialettiche o quantomeno ne possiede meno di altre tracce, il suo unico scopo è scuotere la mente dell'ascoltatore intimandogli di darsi una lesta svegliata e impegnare tempo e energie affinché il contesto sociale generale migliori. Non rassegnarsi è la chiave: non accettare il destino che ci si presenta ma prendere coscienza di sé e del proprio ruolo nel mondo, non sottomettersi "al più forte" ma piuttosto ribaltarne il potere e porre fine al male che causa. C'è un dettaglio sonoro su cui devo porre l'accento: le orchestrazioni sparse per l'album conferiscono un tono più solenne e impegnato a tutto il lavoro e le ho grandemente apprezzate (ho un debole per le orchestrazioni), tuttavia credo che le mie preferite siano proprio quelle presenti in questa canzone, più articolate e operistiche in un punto.

Earth Decay

C'è bisogno di presentazioni per un titolo così esplicito? Probabilmente no. Possiamo ancora fare qualcosa per salvare il nostro pianeta dal collasso? Sono i Jumpscare a dircelo, con questo brano molto energico sin dalla partenza e che secondo me crea un bel contrasto auditivo con la canzone successiva, decisamente più pacata. "Burning forest   (foreste che bruciano) Toxic barrels (barili tossici) Plastic bottles (bottiglie di plastica) Rotten bodies (corpi marci) Drowning cities  (città che affondano) Lands in ashes (terre incenerite) Filthy Seas (mari luridi) Sickned Seeds" (semi malati). La risposta è sì, c'è ancora speranza, si può fare ancora qualcosa per salvarci dalla rovina ma bisogna agire in fretta perché ormai ci rimane davvero poco tempo. Madre Natura grida aiuto mentre noi la consumiamo come un cancro consuma un corpo dall'interno; avvelenandola intossichiamo noi stessi eppure in nome del dio denaro siamo incapaci di invertire la rotta, l'avidità decreterà la nostra estinzione. L'aberrante elenco di alcune delle infelici conseguenze della nostra condotta scellerata è ripetuto come un mantra nella seconda parte della canzone, con la precisa volontà di insinuarsi nella mente dell'ascoltatore e "costringerlo" a rendersi conto della catastrofe imminente. Ascoltando il disco in successione, questa traccia emerge rispetto alle altre per una differenza stilistica nella musica: ha infatti un sound vagamente più "tradizionale" se così vogliamo dire, che strizza l'occhio allo storico Groove e continua il fil rouge dell'anima metal all'interno di un sound molto moderno e personale. Mi piace l'interconnessione fra questa e la quinta traccia dell'album, in quanto trattano due argomenti molto strettamente collegati ma creando un contrasto da un punto di vista musicale, nella forma e nello stile della parte strumentale.

Falling Tears

"This is where the story starts?"

(È qui che inizia la storia...)

La quarta traccia inizia proprio come inizierebbe una favola, quel "c'era una volta" che ti conduce nei migliori sogni; per il protagonista del brano purtroppo il sogno termina presto nella più cocente delle delusioni, nulla più importa di quanto abbia fatto per vivere questa storia d'amore, la favola si trasforma in un terribile incubo. La distanza percorsa per stare insieme a quella persona, la lotta continua contro le difficoltà, ogni sforzo sembra svanire in uno di quei mille pezzi in cui il cuore si infrange al termine dell'idillio; ci troviamo di fronte alla ballad dell'album, l'immancabile brano dedicato al racconto delle pene d'amore, del resto come si potrebbe tralasciare un tema così importante nel contesto di un album che parla delle afflizioni terrene? Devo ammettere che sia una delle mie tracce preferite, mi capita spesso di ascoltarla in loop. Lo sgretolarsi della perfetta armonia immaginaria è percepibile già dall'intro strumentale, grazie ad un riff struggente che prelude il crollo; la chitarra tornerà protagonista al termine della canzone, in un interessante solo dedicato posto in chiusura. È proprio nel primo verso che troviamo il punto di rottura, in quanto lascia intendere immediatamente che si tratti del racconto di una storia ormai conclusa: il testo narra la vicenda di due giovani ragazzi originari dei poli opposti dello stato che sfidano la distanza, la mancanza di una solida base materiale e gli ostacoli che tutto ciò comporta per stare insieme e vivere il loro amore. La lirica è prevalentemente incentrata sul ragazzo, il quale compie una difficile decisione lasciando la propria città ed attraversando tutto il paese per raggiungere la sua (al momento) fidanzata; l'avvenimento riportato nella canzone è realmente accaduto ad uno dei membri della band, probabilmente è per questo che le emozioni traspaiono bene e si avvertono così vive. Chi ha sofferto per amore sa quale patimento questo comporti ("lost in the sea of sorrow" cit.) e può ritrovarlo sì nel testo, ma soprattutto nello straziante urlo di dolore verso la fine del brano, preceduto da un momento di suspence introduttivo grazie al quale tu sai che stia per arrivare qualcosa, l'attendi, ma non sai quanto forte ti colpirà quell'ondata di afflizione dritta in faccia come uno schiaffo. L'emozione trasmessa da questo grido è tuttavia ambivalente, in quanto diventa percepibile anche un senso di liberazione, come se assieme al fiato ed al suono il corpo venisse affrancato dalla sofferenza. La "pesantezza" caratterizza lo stato d'animo che permea questa traccia, tradotto nella cadenza marcata da tutti gli strumenti in sintonia con la voce che volutamente ad ogni parola sembra quasi non farcela ad andare oltre, come se un macigno sul petto spezzasse il respiro. 

"...But I haven't given up..."

(...Ma io non mi sono arreso...)

Può la speranza abbandonare il cuore di un innamorato?

Mate Feed Kill Repeat

"So tell me:  

(dunque dimmi:)

do you live to work or do you work to live?

(vivi per lavorare o lavori per vivere?)

While you think, go to find your dreams"

(mentre ci pensi, vai a cercare i tuoi sogni)


Il quinto tema affrontato è il distruttivo materialismo che caratterizza la nostra epoca, figlio del consumismo a cui siamo educati fin da piccolissimi e cugino di un altro importante malfunzionamento sociale causa della diminuzione della qualità della vita: l'alienazione causata dal lavoro. È un circolo vizioso che fa ammalare non solo l'essere umano ma anche il pianeta: la crescente necessità di beni di consumo, l'ampliazione dei mercati richiedono tante ore di lavoro in più in qualsiasi settore ed una quantità infinita di materie prime provenienti dal pianeta, dalla produzione del suddetto bene di consumo alla distribuzione e rivendita ad opera di persone. Tutte queste persone coinvolte in ogni step della produzione trascorrono un numero sempre crescente di ore lavorando (per venire pagate sempre meno, questo il paradosso del contesto sociale in cui ci troviamo) allontanandosi da quella che è la vita reale a causa dello scarsissimo tempo libero a disposizione; non c'è più tempo per una passeggiata, non c'è più tempo per pranzare senza correre il rischio di soffocare, non c'è più tempo provvedere alle esigenze personali più basilari. "Il lavoro nobilita l'uomo" si dice, ma proprio come l'interrogativo viene posto nel testo, non bisognerebbe lavorare per vivere? Lavorare e contribuire attivamente allo sviluppo sociale per poi potersi permettere di vivere una vita dignitosa; purtroppo non è così, il nostro pianeta non è l'unico ad essere sfruttato, l'essere umano è schiavo al pari di esso e così la realtà si sgretola: si sgretolano i rapporti interpersonali che hanno bisogno di tempo per essere coltivati, si sgretolano i desideri che hanno bisogno di tempo per essere realizzati. La lirica ci spinge a porci delle domande ma soprattutto ci offre delle riflessioni importanti: abbiamo perso la vita nell'estenuante ricercerca di una dignità fittizia e della possibilità di comprare cose che non ci servono e soprattutto non ci rendono realmente felici, come se la nostra sopravvivenza non dipendesse dall'ossigeno che respiriamo ma bensì dall'ultimo modello di smartphone uscito in commercio. Una realtà estremamente amara. Da un punto di vista musicale questa canzone ha una struttura più lineare rispetto ad altri brani, è meno virtuosistica e "pretenziosa" se vogliamo ma ugualmente energica e diretta, sembra quasi essere più incentrata sulla sola trasmissione del messaggio in sé.

Paralyzed

Paralizzato dalla paura.

La canzone si apre con un'intro massiccia caratterizzata da un riff potente e coinvolgente che trascina via l'ascoltatore di peso, un po' come quando ti trovi nel mezzo del pogo ad in concerto metal estremo; il basso si percepisce molto più presente e "aggressivo", in generale tutta la canzone viene avvertita all'udito come un'esplosione e da una bella scossa di adrenalina. Pur non essendo un'amante del genere, devo ammettere che il breakdown a metà canzone abbia il suo bell'effetto e crei un punto di diversificazione gradevole all'orecchio, soprattutto per due motivi: innanzitutto incrementa ancora di più la "violenza" generale del sound di questo brano la quale rimanda un po' all'effetto opprimente e soffocante della paura sulla nostra mente, poi apprezzo il contrasto che crea col solo di chitarra immediatamente successivo il quale, con la sua velocità, leggerezza ed articolazione si contrappone in modo speculare al ritmo lento e pesante del breakdown. Differentemente da altre parti che compongono questo album, il testo di Paralyzed vuole raccontare un'esperienza più che dare un consiglio o innescare una riflessione; l'esperienza di una persona che rimane preda della propria paura e non sa come affrontarla, a stento riesce a comprenderne gli effetti e si ritrova a domandarsi per quale motivo respirare sia così difficile ed i movimenti le siano impediti, fino poi a dubitare di essere sveglia. Ma questa persona in un secondo momento si rende conto sia di essere sveglia che di essere vittima di sé stessa, tuttavia non ha modo di uscire da questo carcere senza guardie. Raccontare queste esperienze aiuta le persone a sublimare alcune dinamiche attraverso la musica ed alle volte anche ad esorcizzare le paure stesse, in quanto sapere di non essere l'unico a cedere di fronte alla paura irrazionale ti fa sentire meno solo e per questo più forte. Fra i tanti scopi dell'arte c'è quello di unire e curare, a volte essa si fa anche psicologa e consigliera e credo che l'approccio della band, chiaramente espresso in questa canzone, sia quello più giusto ad affrontare determinate problematiche così intime ed a "condurre" le persone verso un primo passo per la risoluzione del problema. 

Seventh Circle

"Ma ficca li occhi a valle, che s'approccia, la riviera del sangue...

In la qual bolle.

Qual che per violenza in altrui noccia... 

Oh cieca cupidigia e ira folle,

Che si ci sproni ne la via corta,

E ne l'etterna poi... si mal c'immolle! "


La penultima traccia può essere considerata la perla culturale dell'album; ispirata alla Divina Commedia del sommo poeta Dante Alighieri, fa riferimento al settimo cerchio infernale in cui vengono puniti i violenti il quale è diviso in tre gironi, uno per ogni categoria di violenti. Il brano rimanda al primo girone, quello dei violenti contro il prossimo, al cui interno scorre il fiume Flegetonte fatto di sangue bollente (a cui si riferisce la citazione tratta dal VII canto dell'Inferno da loro inserita nel testo); nel fiume ogni anima è immersa a seconda della gravità del crimine commesso e questo è un dettaglio che viene riportato nel ritornello, che indica chiaramente a che livello siano immerse le anime. Protagonista di questo brano è la violenza di qualsiasi grado nei confronti delle donne - sebbene in questo specifico caso si parli di uno stupro -, una piaga sociale purtroppo tremendamente attuale anche in paesi "civili" ed in effetti per la stesura del testo i ragazzi hanno tratto ispirazione da un avvenimento realmente accaduto di cui erano venuti a conoscenza non molto tempo prima. La scelta di questo simbolo letterario non è casuale, in un certo senso questa canzone rappresenta la bandiera in quanto sintetizza l'identità della band, a partire dal nome "Jumpscare" che rimanda a qualcosa di oscuro ed inquietante esattamente come l'atmosfera magistralmente prodotta dal Sommo nel suo componimento, poi è un pezzo di cui hanno elaborato ogni parte letteralmente tutti insieme, più di quanto sia accaduto negli altri. Oltretutto Dante fa nella sua superba opera ciò che anche i Nostri cercano di fare con la loro musica: una denuncia sociale volta a criticare il marciume del contesto storico in cui viviamo. Inizialmente nato come brano a sé stante e non pensato per essere incluso in un album -quantomeno non in questo-, è davvero molto variegato nella sua forma, forse il più complesso dal punto di vista tecnico in quanto presenta numerose variazioni ritmiche ed atmosferiche; notevole secondo me è il senso di tensione e maestà che hanno saputo rendere nel sottofondo musicale, accompagnatore alla recitazione dell'estratto originale e che con essa si fonde perfettamente, declamata da Salvatore stesso. Se la musica ricrea il contesto perfetto, altrettanto degna di attenzione è la performance canora di Ciro che in alcuni punti sembra davvero possedere una voce demoniaca emergente dagli inferi, le cui parole di condanna sono recitate in un ringhio terrificante.

"But you... In this blood will die!"

(Ma tu... In questo sangue morirai!)

Sickness

Brutto. Oscuro. Opprimente. Alienante. Sconosciuto.

Ottava ed ultima traccia del disco, a questa canzone è affidato l'importante compito di chiudere in bellezza un lavoro ben riuscito; anche qui siamo sul podio dei pezzi che preferisco e a parer mio succede alla grande nell'intento per una lunga serie di motivi. Vediamone alcuni: innanzitutto affronta un tema particolare e forse più delicato di altri, quello della malattia. Specificatamente, si tratta di un dialogo fra un malato e la sua stessa malattia, costantemente impegnati in una lotta per il potere di cui non si conoscerà il vincitore; non è specificato di quale malattia si tratti ma viene presentata come un mostro dai numerosi tentacoli avvolgenti che ti trascinano verso il baratro della dimenticanza stritolandoti in una morsa soffocante, la cui profonda voce inquietante accompagnata da un alone di terrore è ben resa dalla fusione degli strumenti con le orchestrazioni altisonanti, che a tratti ricordano una marcia. Il testo racconta il momento in cui l'infermo si arrende al suo nemico, "sei incatenato a questo mondo ottenebrato" dice la voce, "tu puoi combattere ma io sono nella tua testa, sei mio, non puoi andare via. Io sono la tua morte." e lui non può fare altro che arrendersi. Il messaggio della canzone può sembrare negativo ma di fatto non lo è, vuole comunicare esattamente l'opposto, in quanto la speranza di una condizione psicofisica migliore risiede nel prossimo; a volte essere forti non basta, dunque tendere la mano a chi affronta un nemico così forte e non può farcela da solo è fondamentale affinché queste persone possano avere una vita più "normale" possibile - affinché possano smettere di sentirsi rifiutati e soli. Questo brano conduce l'ascoltatore in un full immersion nel misterioso mondo dello squilibrio mentale, tanto che i quasi quattro minuti volano via molto in fretta; improvvisamente l'immagine vivida di una nebbia nera e la sensazione incombente di camminare su un filo sottile sospeso sulla bocca dell'inferno sovrastano gli altri pensieri insinuando l'inquietudine nell'ascoltatore e terminando l'ascolto con una sensazione di incompletezza.

Conclusioni

"Don't Close Your Eyes" è il primo full length di una band emergente quale sono i Jumpscare e in virtù di queste caratteristiche lo considero un ottimo prodotto musicale, non è comune trovare alcune caratteristiche nelle produzioni di gruppi agli inizi delle loro carriere (per esempio una tale pulizia del suono o il missaggio che non di rado si rivela essere un punto debole); si colloca inoltre in un periodo storico in cui troppo spesso il Metal viene dato per "morto" da nostalgici di un qualcosa di cui neppure loro stessi sono sicuri, e questi ragazzi - assieme ad altri degni colleghi - ci dimostrano quanto queste persone si sbaglino: la musica è arte e finché gli esseri umani continueranno a provare emozioni, vivere esperienze e trovare in esse uno strumento di interazione col resto del mondo, non potrà esserci una fine. E permettetemi un attimo di dire la mia a riguardo, sul perché quando si parla di musica si parla anche di arte. Da tanti anni ormai mi sono immersa nel contesto musicale metal, e qui ho trovato in un certo qual modo la pace. Ci si sente a casa, perché - e questo vale per me - è come non dover poi mai crescere. Come diceva Antonio Aschiarolo: "L'arte non ha epoca. È l'emozione che dorme sui guanciali dell'eternità". Fin dalla giovane età, vedere ragazzi intraprendenti che, al di là di qualsiasi competizione e di causali situazioni in cui si viene letteralmente messi in disparte perché non si porta addosso un grande nome, continuano a fare musica e a fare arte. I Jumpscare hanno optato per la via più difficile forse, cioè quella di esprimere il loro estro nei riff di Dead Bodies, nella voce che echeggia in Don't Close Your Eyes, e ancora altro. Impossibile dimenticare la batteria di Earth Decay e poi anche le linee di chitarra di Paralyzed, che letteralmente sembra paralizzarti. E quasi quasi viene anche spontaneo pensare l'artwork dell'album come una fotografia di quel bambino che è dentro ognuno di noi, vessato dalle faccende quotidiane, dal lavoro, dall'essere adulti, ma che rimane vivo e pulsante ed è la scintilla che dà vita poi all'arte. Il Melodic Death Metal può essere un genere molto particolare, apprezzato e odiato nello stesso tempo. Questo però non può e non deve essere il pregiudizio che vi fa saltare piè pari l'ascolto di un album come questo. Dai, pensateci un attimo: quante volte siete andati a un concerto (quando si poteva, ovvio) e avete scoperto una band underground che vi ha quasi cambiato la vita musicale? Be', sono esperienze che più o meno tutti facciamo. Ora, non dico che i Jumpscare abbiano fatto questo con me, ma rappresentano sinceramente un buon asso nella manica, almeno per quanto concerne poi questo loro primo disco. Per essere praticamente agli inizi trovo in loro una certa maturità tecnica oltre che nel suono, apprezzo molto i soli di Andrea ad esempio ed è sicuramente curioso che mi piacciano così tanto sebbene presentino dei particolari stilistici che decisamente non rientrano nella rosa delle mie preferenze - vedi lo stile di Ciro marcatamente Metalcore, genere/stile che non sono riuscita a farmi piacere in nessun modo ma nel loro sound si colloca perfettamente, ci sta bene. Suona bene, risulta armonico, si riconosce la matrice ma non stride con l'origine Melodic Death della band, bensì va ad arricchirla -. Penso che la loro più grande qualità sia il saper arrivare dritti al punto con la musica ancor prima che con le parole, tanto che anche nello spazio di un album così breve ma intenso come il fugace incontro di due nemici giurati che si massacrano di botte appena si scorgono da un capo all'altro della strada, riescono a catturare l'attenzione e farsi ascoltare. Hanno voce in capitolo e se non gli viene concessa se la prendono, credo che questa loro attitudine unita alla ricerca costante del miglioramento e la passione smisurata che impiegano per realizzare i loro progetti in ambito musicale potrebbe garantirgli un futuro promettente. Chi vivrà, vedrà!

1) Dead Bodies
2) Don't Close Your Eyes
3) Earth Decay
4) Falling Tears
5) Mate Feed Kill Repeat
6) Paralyzed
7) Seventh Circle
8) Sickness