JUDAS PRIEST

Turbo Lover

1986 - CBS

A CURA DI
FEDERICO SICCARDO
17/11/2021
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

È il XVI secolo, ci troviamo nei borghi di Birmingham, città nella contea delle West Midlands dell'Inghilterra centrale. Con l'incrementare dell'estrazione di ferro e carbone si rende possibile lo sviluppo delle forze produttive e della tecnologia, si perfezionano le lavorazioni dei metalli da cui nascono successivamente, durante la rivoluzione industriale del XVIII secolo, le prime officine divenute poi grandi fabbriche prolifiche.
Dall'eccellente crescita economica che caratterizza Birmingham in questo periodo ne deriva un livello di innovazione e creatività senza precedenti; viene inventato il motore a vapore di James Watt, tanto per dirne una. Ben due secoli dopo, dallo stesso fumo e frastuono di fabbriche e fonderie inglesi, l'inventiva tipica dei Brummies dà luce ad un nuovo movimento che verrà successivamente identificato come heavy metal. Oggi parliamo di una delle prime band esponenti, un gruppo che nel 1969 iniziò una delle più importanti carriere musicali della storia del nostro genere, oggi parliamo dei Judas Priest. Se il debutto datato 1974 "Rocka Rolla" venne considerato piuttosto scarso, i lavori seguenti possono considerarsi come una vera e propria ascesa al tempio del metallo: "Sad Wings of Destiny" (1976), "Sin After Sin" (1977), "Killing Machine" (1978) ma soprattutto i due migliori successi commerciali della band "British Steel" (1980) e "Screaming For Vengeance" (1982) che, assieme a "Defenders Of The Faith" (1984) portarono ai Judas un seguito mondiale degno di nota. Come spesso accade però, arriva il momento in cui le band tentano un leggero cambio di rotta, cercando un sound in grado di farsi spazio tra le nuove richieste di mercato, con degli album la cui risposta dei fan genera prontamente numerosi dibattiti e controversie; dopotutto, siamo ad un momento di svolta per l'intera musica cosiddetta pesante, con mezza scena che cerca di rendersi ancora più eclettica, inaccessibile e sempre più feroce, e l'altra metà che invece vorrebbe aprirsi a derive differenti, spesso più moderne e popolari ma non sempre necessariamente "commerciali". Ad ogni modo, il classico disco che divide in due i propri supporters, come per i Kiss fu "Dinasty", per i Metallica il "Black Album" e per gli Iron Maiden "Somewhere in Time", arrivò infine anche per i Judas Priest con "Turbo" (1986) da cui venne estratto il primo singolo "Turbo Lover" (contenente anche "Hot for Love" e, per i vinili a 12", anche "Reckless"), di cui vogliamo approfondire il contenuto.
Bastano i primi dieci secondi per capire cosa è successo in casa Priest. Siamo nel 1986, e mai come in questo periodo vanno di moda i sintetizzatori dell'hair/glam metal, si pensi ai Def Leppard con "Pyromenia" (1983) e "Hysteria" (1987), ai Whitesnake con "1987" o ai Van Halen con "1984" (entrambi i dischi portano il titolo dell'album di pubblicazione - ndr). I maggiori successi discografici sembravano determinati da questi tastieroni tanto amati/odiati e, per questo motivo, i Judas Priest non si tirarono indietro nel fare anch'essi il loro tentativo. Sulle prime note di "Turbo Lover" veniamo dunque accolti da un'intro synth ricca di effetti che potrebbe benissimo provenire dall'imminente "The Final Countdown" degli Europe, per poi dare spazio ad una base disco retta dalle pelli di Dave Holland che, nonostante tutto, prende subito piglio. La voce di Rob Halford avvolge con un velo di mistero le chitarre di K. K. Downing e Glenn Tipton che esplodono successivamente in due assoli che alzano senza ombra di dubbio l'asticella del brano e non solo. Il testo incentrato sulle corse a motori e l'amore selvaggio rimane fedele con l'attitude della band, riproposto anche in sede live: ricordiamo gli ingressi sul palco emblematici alla guida di imponenti Harley Davidson, must have del classico metallaro anni 80'. Se l'analogia tra l'amplesso e le sfrenate corse motociclistiche, da una parte, rappresenta un espediente tanto classico quanto abusato, caro al rock 'n' roll dai tempi in cui Easy Rider sdoganava sogni e feticci d'intere generazioni, dall'altra, i Judas vanno oltre e con britannico sarcasmo decostruiscono il mito americano, insinuando il sospetto nell'ascoltatore che il ruggente rapporto e l'orgasmo che lo segue non siano altro che masturbazione, e che a mettere il turbo non sia null'altro che una solitaria mano destro su di un altrettanto solitaria leva del cambio. Ovviamente, al brano possono essere date molte altre interpretazioni, tante quante sono le ambigue sfaccettature di un singer così fuori dal comune. L'intero pacchetto arriva accompagnato da un video musicale anch'esso ricco di elementi ottantiani; diretto da Wayne Isham (noto produttore di video musicali statunitense che collaborò poi anche con Metallica, Foo Fighters, Motley Crue, Bon Jovi e tanti altri), troviamo infatti numerosi effetti laser, dissolvenze e animazioni horror in stop motion calcando uno scenario decisamente più pop rispetto a quanto offerto in precedenza dal gruppo.
Il brano aggiuntivo contenuto nel 7" è "Hot for Love" che naviga sulla falsa riga di quanto anticipato da Turbo Lover, risultando però meno incisivo nonostante l'intro elettrizzante faccia ben sperare: l'ennesimo omaggio alla passione per una femme fatale non aggiunge contenuto lirico di grande spessore, anzi, piuttosto rappresenta un passo indietro rispetto a quanto anticipato dalla traccia precedente: se infatti "Turbo Lover" ha il buon gusto di rimanere in una zona grigia aperta a varie interpretazioni, a decostruire stilemi sedimentati e a non prendersi troppo sul serio, l'unica qualità che rimane a "Hot for Love" è appunto quella di non prendersi sul serio; per il resto, purtroppo, siamo all'ormai stucchevole riporoposizione di elementi lirici caratteristici del blues rielaborati alla maniera tipica del rock britcannico, terreni già ampiamente esplorati da Zeppelin, Deep Purple, perfino dai Sabbath e dagli stessi Judas Priest, soprattutto da "Defenders of the Faith" in poi. Fortunatamente, grazie all'assolo di Tipton, anche questo pezzo è salvo e riascoltabile con piacevolezza.
Con "Reckless" - come anticipato, terza ed ultima traccia presente solo nel formato a 12" - si torna ad ascoltare ritmiche decisamente più famigliari ad Halford e compagni: tornano le chitarre heavy, torna il basso rombante di Ian Hill e il refrain dal facile coinvolgimento grazie al classico timbro impeccabile di Rob. Probabilmente, la canzone più amata dai fans dell'heavy metal puro e duro tra tutte quelle estratte da "Turbo", un pezzo che sarebbe stato veramente perfetto sulla soundtrack del cult movie "Top Gun", se solo la band non avesse rifiutato tale proposta nella convinzione che la pellicola sarebbe stata un flop. Anche il testo, autocelebrativo e galvanizzante, esaltante giovinezza, velocità e spregiudicatezza, sarebbe stato veramente perfetto per quella faccia da culo di Maverick!
Questo fu quanto anticipato dai nostri Judas Priest in attesa di rilasciare in tutta la sua completezza il loro decimo studio album "Turbo" (14 Aprile 1986), considerato da molti un manifesto flop degli anni 80', mentre accolto con un notevole indice di gradevolezza da altri, valutato come valida alternativa a quanto proposto precedentemente dalla band. La verità è che a metà anni '80 la voglia di concedersi al sentire del proprio tempo, piuttosto che rimanere legati a standard monolitici, era una tentazione forte perfino per chi quegli standard li aveva in larga parte definiti. Il coraggio dei Judas di rischiare la propria reputazione a fronte di un tentativo del genere, forse, va davvero oltre le necessità puramente economiche e tocca quelle propriamente artistiche, sebbene quello di "Turbo Lover" e dell'album da cui è estratta rimanga un tentativo riuscito solo a metà: troppo heavy per il grande pubblico, troppo sintetico per i metallari di razza. Nonostante tutto, a molti decenni di distanza, a riscattare l'album e insieme ad esso l'iconico singolo di cui abbiamo parlato, è soprattutto la nostalgia: sia di coloro che grazie alle sonorità più accessibili di "Turbo Lover" si sono per la prima volta accostati a una band heavy metal, sia di molti detrattori di allora, per i quali questo pezzo in particolare rimane una fetta della propria gioventù, nel bene e nel male.
?A quasi quarant'anni dalla sua uscita, "Turbo Lover" e in particolare l'intero "Turbo" risultano sicuramente più piacevoli all'ascolto rispetto al primo impatto del loro debutto: melodie ammalianti e groove prorompenti definiscono uno degli album più controversi della storia dei Judas Priest, band leggendaria che ancora oggi rimane pienamente in grado di sfornare musica di alta qualità (per chi ne avesse il dubbio, consiglio di recuperare l'ultimo "Firepower" datato 2018) tenendo caldo e su di giri il motore del nostro tanto amato heavy metal

Tracklist: 
1. Turbo Lover
2. Hot for Love

Line-up
Ian Hill - Bass
Rob Halford - Vocals
Glenn Tipton - Guitars
K. K. Downing - Guitars
Dave Holland - Drum

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