JUDAS PRIEST

The Ripper

1976 - Gull Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
10/02/2019
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Abbiamo lasciato i Judas Priest all'inizio della loro carriera, nel 1974, poco dopo la pubblicazione di Rocka Rolla, loro primo full lenght. Il sound ancora inebriato dell'Hard Rock di metà anni settanta, come abbiamo avuto modo di affrontare nella recensione allegata, non aveva avuto così tanto modo di scalfire i cuori degli appassionati, non tanto quanto avrebbe fatto la storia successivamente. Dopo la pubblicazione del disco infatti Rob e soci si sedettero al tavolo per discutere del loro sound, e subito iniziarono a fioccare idee su idee, che avrebbero portato una vera e propria svolta nella carriera dei Priest. Il sound iniziale non era altro che una visitazione in chiave semi-personale di quello che poteva essere il sound di centinaia di altre bands in giro per l'Inghilterra o nella fiorente America, dove stava man mano prendendo piede. Ci voleva qualcosa di unico, una scossa di assestamento che li catapultasse nel nuovo decennio con forza e vigore. Quella scossa arriverà poco dopo l'argomento della recensione odierna, e si intitolerà Sad Wings Of Destiny. Spiegare ad un neofita cosa sia questo disco non è un compito facile, ma ci limiteremo a dire che è qualcosa che non si sente tutti i giorni. In quel mondo dominato dalla luce e dalla sagacia musicale, assieme ad altri gruppi seminali come Budgie, Blue Cheer ed ovviamente gli stessi Black Sabbath, veri e propri fondatori del movimento Metal come lo conosciamo oggi, i Priest dettero vita a qualcosa di unico. La voce di Rob abbandonò i toni settantiani da cui proveniva nel disco precedente, per dedicarsi a qualcosa di completamente nuovo. Sappiamo tutti bene quanto l'ugola del futuro Metal God fosse assolutamente incline ad essere plasmata per i toni alti ed i vocalizzi altisonanti, ed è proprio in Sad Wings che queste meccaniche vengono fuori in tutta la loro forza, o almeno cominciano a venire fuori. Le musiche si fanno più austere, la premiata ditta di asce a sei corde Downing e Tipton inizia a comporre riff sempre più ingarbugliati, impregnati fino all'osso di uno spirito metallico che difficilmente se ne andrà dai loro cuori. Prendete ad esempio gli Iron Maiden, che nel 1975 erano da poco formati ed ancora misconosciuti ai più, prima, molto prima di esplodere definitivamente. Della carriera dei Maiden i fan si ricordano una cosa in particolare, ovvero la complessa articolazione delle loro cavalcate, la altrettanto complessa forza dei loro pezzi compositivi, e della loro destrezza nel collegarli fra loro. Dei Judas Priest invece, oltre che ovviamente alla ritmica di fondo, ci si ricordano gli assoli di chitarra, quelle pennate alternate o meno che ben due sei corde riescono a dare al suono, muovendosi quasi all'unisono e serpeggiando come non mai. Non vi è molto bisogno di ricordare quanto nella storia della band vi siano pezzi che si accaparrano questo diritto, ed è proprio in Wings che trovano la loro solida base. La casa discografica con cui i Priest avevano firmato, volle ovviamente prima sondare il terreno, cosa che si fa ancora oggi anche se in maniera meno evidente e viscerale di un tempo. Negli anni settanta i singoli promozionali erano quasi un marchio di fabbrica per moltissime band, mentre oggi sono divenute un vero e proprio feticcio per i completisti del vinile e delle collezioni in generale. Il singolo che uscì di corredo a Sad Wings conteneva quelle che possiamo definire come le due migliori tracce di tutto il pattern. Da una parte abbiamo quella che ancora oggi viene chiesta a gran voce dalle folle durante i live, e che viene riproposta ancora oggi con una frequenza abbastanza disarmante. L'altro lato, anzi, il primo che incontreremo, contiene una melanconica e possente power ballad mischiata ad un ritmo trascinante, che iniziò a dettare legge nei meandri delle orecchie mondiali già dal 1976. Non avremo in questo caso alcun vincolo né tantomeno paragrafo sulla copertina, dato che come era spesso usuale ai tempi, la Gull che si preoccupò di produrre e distribuire il tutto, recò sulla copertina assolutamente alcuna immagine, ma semplicemente una scarna busta di cartoncino che conteneva il lucido 45 giri. Ben lontano da quello che apparirà poi negli anni successivi come vedremo, questo disco sancisce anche il primo significativo cambio di look per la band, che passò dai pantaloni a zampa e dalle chiome fluenti di Rob, ad una mise che si modificherà sempre più nel tempo arrivando poi a quel denim and leather che tutti noi oggi amiamo ed abbiamo più o meno imitato. Preparatevi, l'arringa di Giuda sta per iniziare!

The Ripper

Sul lato A del 45 giri trova spazio Victim of Changes (Vittima dei Cambiamenti) , uno dei brani in assoluto più famosi e belli dei Priest. Le tessiture prodotte dalla band danno vita ad un ritmo sostenuto e cadenzato al tempo stesso. Queste tessiture danno vita a pezzi sempre più complessi, in cui al di sopra di essi si erge già monumentale la voce di Rob, in questo pezzo già sul piede di guerra. Il pezzo è in realtà figlio di quel progressive rock tanto caro agli anni settanta, ma con un pizzico di violenza in più data dalla sperimentazione dei nostri metallers inglesi. Due minuti e infatti trova posto un primo breve intermezzo chitarristico possente e serrato, seguito poi da un sadico assolo di Downing, qui alla sua prima vera e propria prova come axeman: rozzo e graffiante, come da credo chitarristico di K.K. Il refrain scorre via piacevole ed è seguito da un mid tempo assolutamente epico, sui cui la voce di Halford si staglia completamente. Il secondo assolo giunge per mano di Tipton,e la differenza con il primo è subito evidente: qui si parla di un tipico assolo Heavy Metal, senza fronzoli o legami, diritto come un fuso fino alla meta. C'è da dirlo, Glenn stava arrivando con l'impeto di un treno in corsa a stravolgere per sempre il guitar sound, a fare i propri proseliti. Il pezzo prosegue velocemente fino alla fine del proprio giro di giostra, dato che i due minuti scarsi di regia riescono nell'intento di ammaliare lo spettatore fino alla fine nonostante il breve tempo a disposizione. A livello di liriche, siamo dinnanzi ad interpretazioni molteplici. E' giusto precisare il fatto che la canzone è una ibridazione di altri due brani precedenti scritti da Halford in persona. In virtù di questo, prende spunto pare da una relazione mancata con una donna a causa dell'alcolismo. Il protagonista del pezzo le parla, apostrofandone il modo di fare ed il carattere con toni assolutamente non carini né tantomeno femminili. Il testo pare dunque mettere in scena anche  il delirante ed intimistico sfogo di un uomo che, abbandonato dalla sua metà, si chiede perché. Egli trova dunque le probabili giustificazioni nel suo cambiamento, nel suo cambiamento a livello sia di aspetto che conseguenzialmente emotivo. Una lei divenuta più bella di prima che si rende conto di poter ambire a uomini decisamente migliori del nostro protagonista, e non se lo fa ripetere due volte prima di riuscirci. Questi sono i mefitici e tanto criticati cambiamenti che danno il titolo alla canzone, una vittima degli eventi consapevole o meno che si ritrova col cuore sanguinante. La chiara metafora della song sembrerebbe essere dunque proprio questa: i cambiamenti drastici sono necessari nella vita, quantomeno per crescere davvero e divenire uomini fatti e finiti. Ma i cambiamenti non passano mai via in maniera indolore, lasciano anzi dietro di loro un lungo barlume che non si spegne mai di sofferenza. Dolore e sofferenza che però sono indispensabili al cambiamento, senza di essi non si attuerebbero. Interessante notare come i Priest, propongano una sorta di collegamento con la prima canzone che appariva nel disco precedente, creando una sorta di metafora che in parte ci possa rimandare a quel che la canzone di Rocka Rolla intendeva comunicare. Anche qui, celando accuratamente il messaggio, sembrano quasi voler anticipare al mondo che la vera vittima dei cambiamenti possano essere loro, anzi, il panorama musica che verrà scosso dalla loro nuova musica, mai sentita prima. Loro, però non saranno le vittime.. piuttosto, saranno i carnefici. Una canzone dal tono risoluto e mai banale, che certamente ha portato i Priest nell'Olimpo della musica fin dal primo ascolto da parte del pubblico, e questo mai nessuno potrà cancellarlo.

Victim Of Changes

La traccia che troviamo invece sul Lato B  è The Ripper (Lo Squartatore) è una fulminea (2 min. e 50 sec.) rassegna di sagacia compositiva, al fulmicotone condito con impressionanti bordate di metallica presenza,impressionando soprattutto con l'acuto udibile nei primissimi secondi. Il guitar work, si distacca prepotentemente dal voler ammaliare l'ascoltatore col suo forte canto, ma si staglia dentro le sue orecchie attraverso i colori della notte, polveroso ed incerto come un romanzo dark a tinte forti. Col suo incedere disturbante, per acquistare poi mano mano vigore e corpo col trascorrere dei minuti. Stesso discorso si può fare per l'assolo stavolta ad opera di Tipton, breve ma al contempo intenso sotto tutti i punti di vista. Un brano non lunghissimo o dal minutaggio imponente, ma divenne assolutamente una chiave di volta per capire la svolta ancor più pesante che i Priest stavano cercando di operare in quel frangente primordiale della loro carriera: un pezzo cupo e misterioso ma dall'incedere incredibilmente incalzante, quasi ci trovassimo davvero davanti al nostro carnefice, che altri non è che il celeberrimo Jack Lo Squartatore. I Judas aggiungono un enorme tassello al loro puzzle, il saper stupire il pubblico con canzoni brevi ma allo stesso tempo dure come rocce, minutaggio scarso ma grande cuore; ne è la durevole prova il fatto che questo pezzo diverrà nel tempo un vero e proprio inno per la band. Nemmeno tre minuti di epicità tinta di oscuro, di tempi ben sostenuti ed a tratti misterioso ed incerto come i vicoli di una città buia dove il Ripper usava muoversi per catturare le sue vittime. Il brano narra ovviamente le gesta del carnefice che terrrorizzò Londra con alcuni efferati omicidi in successione. Le sue vittime erano soprattutto prostitute, ed i suoi delitti accertati sono cinque in tutto, anche se secondo le cronache ed i verbali della polizia ammonterebbero addirittura a sedici. Il modus operandi di The Ripper, portato agli onori della cronaca dai giornali dell'epoca, dai successivi film e libri, era sinistro ed inquietante. Jack soleva risiedere nell'ombra dei vicoli di Londra, quelli più malfamati e sanguinolenti, aspettare la sua dolce preda e coglierla di sorpresa nel buio, tagliandole di netto la gola. In un enorme fiotto di sangue scuro e denso la vittima si accasciava ai piedi del suo enorme cappotto nero, ed esalava l'ultimo respiro. Di seguito, si divertiva ad infierire sui corpi delle donne, straziandoli e cogliendone alcune parti per conservarle morbosamente. Le brevi liriche si concentrano su questa misteriosa figura della storia inglese, mai celebrata ma sempre temuta da tutti, se non altro per l'assoluta nefandezza nel compiere i propri delitti. Non fu mai svelata la sua vera identità (alcune speculazioni odierne hanno addirittura millantato che potesse trattarsi di una donna), fatto sta che il suo nome e monicker venne coniato dalle lettere che soleva mandare ai giornali ed alle autorità dell'epoca, prendendosi gioco di loro e del fatto che non lo avrebbero mai trovato, firmandosi Jack The Ripper appunto. Interessante notare come  il brano faccia parte, insieme a Tyrant, dagli esclusi dalla tracklist di Rocka Rolla come abbiamo avuto modo di raccontarvi nella recensione del primo full lenght della band. Nella sua versione originale era infatti molto più lunga, arrivando a sfiorare gli otto minuti totali. Non è dato sapere se la band avesse un particolare feeling con questi argomenti, ma stiamo pur certi e sicuri nel dire che argomenti come questi sono e saranno sempre una delle basi dell'Heavy Metal e di quello che riguarda la sua iconografia di base. Il brano divenne dunque anche una sorta di "trademark" al quale molti si ispirarono, copiandone il nome e storpiandolo per dare vita ad altri progetti. "The Ripper" era, come noto, anche il soprannome di colui che all'inizio degli anni 2000, soppiantò per un lungo periodo proprio il Metal God, parliamo ovviamente di Tim "Ripper" Owens. Soprannome che traeva addirittura origine dal nome della band tributo proprio ai Priest in cui Tim militava prima di esaudire il suo sogno da rockstar. Questa canzone è di diritto fra le 20 migliori mai composte nella storia dell'Hard Rock e dell'Heavy Metal, compare regolarmente nei setlist della band ancora oggi, ed è una delle canzoni che il pubblico ama di più di tutta la loro discografia.

Conclusioni

Questo singolo come abbiamo detto sancisce l'inizio di quella che sarà la modifica più profonda e continuativa di tutta la carriera dei Judas Priest. Dagli esordi settantiani del primo disco, arriviamo a questo con il suo carico di metallica fusione e commistione di generi, soprattutto con la sua rinnovata forza nel comporre i pezzi. Sad Wings Of Destiny è ancora oggi un vero e proprio capolavoro della band, acclamato e premiato da tutti, specialmente in alcuni paesi del mondo. Questo secondo disco infatti sancisce anche la collaborazione fra i Judas ed un paese in particolare, ovvero il Giappone. Nel 1976 infatti nella terra del Sol Levante non nascevano tanto bands e formazioni, ma fan, veri e propri fan ossessionati dall'idea di tutto ciò che fosse Rock e derivati. I Priest sono ancora oggi una delle band più amate in questa terra, e proprio a partire da Sad Wings i giapponesi iniziarono ad amare il loro sound ed a chiamarli per alcune date dei vari tour, fino poi come vedremo a registrare un vero e proprio live che ancora oggi fa la storia di questo genere. Tornando al singolo in sé per sé, è un vero e proprio tributo allo spirito di questa musica, estraendo dal disco quelle che sono le sue tracce più rappresentative. Da una parte abbiamo la profondità del testo di Victim Of Changes, una melanconica e possente canzone che ha la base di una power ballad, ma il ritmo e la pesantezza di un brano Metal a tutti gli effetti. Dalla seconda parte invece abbiamo la regina di un disco che in realtà contiene tutte perle, ma che forse è ancora oggi una delle più ricordate, nonché titolo del singolo stesso, The Ripper. In tutta la carriera dei Priest, difficilmente si trovano brani come questo, anche se ne hanno composti altri ed altrettanti di egual bellezza e sagacia compositiva. Dopo 40 anni quasi però, c'è ancora qualcosa nell'atmosfera che questo pezzo sa creare, che distoglie lo sguardo dell'ascoltatore e lo punta fisso a sé, senza lasciarlo andare fino all'ultima nota. E' un brano magnetico come magnetica è la sua ambientazione ed ovviamente il suo essere ancora oggi moderno nonostante gli anni sulle spalle. Parliamo di un pezzo che racchiude in sé sia lo spirito della musica a cui fa riferimento, sia ovviamente quello che doveva essere ciò che i Priest volevano comunicare al pubblico. Essere marziali, duri e possenti ma allo stesso tempo melliflui e polverosi come una vecchia strada di Londra al calar del sole, essere sfuggenti proprio come il protagonista del pezzo, ma riuscire a ghermire e catturare la preda ogni maledetta volta che gli si parava davanti l'occasione. Questo singolo non si ascolta, si ama e basta, ed ancora oggi ogni volta che quelle prime parole di Rob toccano il microfono, non possiamo far altro che alzarci e godere di ogni stilla che questi due brani riescono a spremere dalle nostre orecchie.

1) The Ripper
2) Victim Of Changes
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