JUDAS PRIEST

Rocka Rolla

1974 - Gull Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
17/12/2018
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Nel 1970 nasceva quella che possiamo considerare come la vera incarnazione della parola Heavy Metal. Se esistesse infatti un dizionario che ripercorre in toto la storia della nostra musica preferita, ed andassimo a vederne la definizione, probabilmente ci troveremo la foto dei Judas Priest. Nessuna band al mondo nel corso della carriera, almeno ad opinione di chi vi sta scrivendo e migliaia di altre persone nel resto del mondo, ha saputo così alacremente incarnare lo spirito di questa musica. Dall'aver praticamente creato il modo di vestire che i metalheads specialmente anni '80 poi adotteranno, con jeans, pelle e borchie, all'aver dato vita ad alcuni dei brani e dei dischi più leggendari di sempre. Nati ufficialmente nel 1969 come Freight e divenuti Judas Priest solamente un anno più tardi grazie ad una canzone di Bob Dylan, il gruppo nella sua prima parte di carriera si dedicò non ancora a quel Metal classico che sarà invece perla rara della musica, quanto piuttosto ad un Hard Rock di matrice settantiana che di straordinario ha ben poco, lo ribadiamo. La prima release ufficiale del gruppo arrivò solamente 4 anni dopo la formazione ufficiale della band, ma fu accolto in maniera molto tiepida sia dai fan dell'epoca, sia dalle major. Il contratto firmato con la Gull records fu quasi soffocante per la band, costretta ad abbassare la cresta su molti fronti. Mai un disco come Rocka Rolla ha diviso la critica successiva nella storia musicale, solo ben pochi esempi e molto più recenti possono reggere il confronto. Oggi i fans storici dei Judas si dividono fra chi lo considera parte integrante della loro discografia, anzi, chi lo considera il primo vero gradino della scala che poi porterà a tutto il resto, e chi invece non può proprio ascoltarlo. Se pensiamo al semplice divario che esiste fra questo disco ed il successivo, capiamo bene il perché la divisione fu ed è ancora così netta. Rocka Rolla è un disco davvero particolare, qualcosa che i Judas Priest non hanno mai ripetuto, ed ancora oggi rimane una mosca bianca nella loro discografia. Nonostante tutto questo però, nelle canzoni contenute in questa piccola perla della musica, vi erano già tutti gli elementi che poi li avrebbero portati al successo planetario. In primis la presenza di due chitarre, firmate da Tipton e Downing, ad oggi una delle coppie d'ascia a sei corde più amate di sempre. Già nella prima release si potevano assaporare gli scambi repentini fra i due, che diverranno un vero e proprio marchio di fabbrica della band anche e soprattutto nei dischi successivi. Se vogliamo confrontare infatti i Judas con un altro blasone del Metal mondiale, i Maiden, dei primi ci ricordiamo assoli e scambi veloci, oltre alla voce ed ai testi, dei secondi invece ci ricordiamo principalmente le ritmiche e le dinamiche delle canzoni. Una differenza piccola ma sostanziale per capire appieno quale possa essere stata la scelta dei Priest fin dalla loro prima apparizione sul mondo dei palchi. Nel primo disco troviamo anche una grafica ed un concetto stilistico che i Judas abbandoneranno subito dopo, preferendo poi quel monicker che gli si attaccherà addosso come la colla. Se guardiamo infatti le foto di Rocka Rolla scattate ai tempi, o se osserviamo qualche rara clip dell'epoca, ci accorgiamo di come i tempi erano ancora acerbi. Abbiamo una coppia Downing/Tipton vestita con camice a fiori e pantaloni a zampa, ma soprattutto abbiamo un Rob Halford con i capelli lunghi. Un insulto per alcuni, un motivo di ilarità per altri, una semplice scelta dettata dai tempi per chi vi scrive. Nel 1974 e negli anni precedenti ancora il "fantasma" positivo degli anni sessanta era vivo e vivido nella mente dei giovani, ed è il motivo per cui anche Halford e soci si sono ritrovati a vestirsi in quel modo. Chiaramente noi tutti metalheads dal cuore d'acciaio preferiamo di gran lunga le mise degli anni successivi, che Halford fosse pelato o con i capelli corti, ma sempre sul pezzo. La Gul, prima dell'uscita effettiva del full lenght, ovviamente rilasciò un 45 giri per ingolosire i fan e portarli dalla loro parte, ma anche semplicemente per promozione. L'argomento della recensione odierna sarà proprio il primo ed unico singolo estratto da Rocka Rolla, la title track. Dalla copertina molto scarna e divenuto oggi oggetto di culto per collezionisti, vede sulla grafica il tappo di bottiglia della bibita che poi sarà protagonista del disco vero e proprio. Essendo un singolo di inizio anni '70, difficilmente ai tempi ci si sprecava con le copertine dei 45 giri, così come con la sleeve, che non è doppia bensì singola, una busta di carta in cui era contenuto il lucido disco. Sul disco stesso troviamo da un lato la title track, e dall'altro un'altra traccia estratta dal disco stesso. Niente di più, niente di meno, appoggiamo la puntina sul solco ed iniziamo a chiacchierare con la storia.

Rocka Rolla

Sul lato A troviamo quella che sarà la title track del disco, ovvero Rocka Rolla. Il tiro e l'incipit di questa prima canzone firmata dai Judas Priest è ripresa di spicco dalla tradizione lanciata qualche anno prima dai Black Sabbath, anche se rispetto agli oscuri Ozzy e co. percepiamo una vena molto più "catchy" e tendente ad un andamento che richiama di fatto il Blues americano. Halford e soci erano ovviamente figli della loro epoca, ed essendo divoratori seriali di musica, le blue notes facevano parte di quegli ascolti. L'intro di questa canzone, se fosse rallentato e suonato con una chitarra acustica, ricorderebbe molto alcuni passaggi del Delta Blues di fine anni '30. Un godibile dialogo fra basso e chitarre fa infatti da preludio all'accattivante voce di Rob, che nel disco non regala molte perle su cui fare grande affidamento, ma in questa title track sembra sfoderare una specie di arma segreta, tant'è che ad oggi forse questo è l'unico brano che anche i fans più stoici nel giudizio del disco, salvano a piè pari. Questo pezzo, pur non eccellendo per originalità, ci presenta alcune linee che poi saranno proprie della band negli anni a venire. In primis il cantato di Halford, una doppia linea vocale che si intreccia l'un con l'altra, lasciando intuire grandemente le potenzialità canore del futuro Re del Metallo; in seconda battuta abbiamo la presenza di uno strumento davvero importante, ovvero l'armonica. Questo da ancora di più la consapevolezza delle radici Blues in cui affonda le mani questo album, anche se fece storcere il naso a molti. Uno strumento così energico nella sua semplicità come l'armonica a bocca, regala a questo brano un tiro fuori dal comune. Infine, la presenza di un primo vero assolo da parte di Tipton, il quale qui comincia a gettare le solide basi per gli anni successivi. L'intreccio della sua sei corde diviene accattivante, mentre il ritornello molto orecchiabile ti entra subito in testa al primo ascolto, senza andarsene più. Un pezzo che tutto sommato diverte e di configura come una ventata di novità nel mondo non tanto musicale, ma in quello della carriera dei Priest. La capacità di riprendere in mano una musica così lontana nel tempo come il Blues, farla propria in questa chiave così particolare, certamente non è una capacità da sottovalutare, né tantomeno è scontata. La vivacità musicale, poi, ben si accompagna con il testo della canzone. Il brano infatti esalta a più non posso la figura della Rock'n Roll Woman, ovvero della femme fatale che ogni rocker prima o poi incontra sulla propria strada. Ella non è certo una ragazza romantica e sognatrice come lo stereotipo imporrebbe, è l'esatto contrario. Stretta nei suoi pantaloni di pelle e nella camicia mai abbottonata a dovere, questa donna cavalca la notte come una valchiria, ed è in cerca della sua prossima preda. Lei non è di nessuno, è della notte e delle sue scorribande senza regole. Una canzone che intende esaltare la figura della donna come modello di persona indipendente e che cerca di rialzarsi dopo anni di angherie da parte degli uomini. Una canzone davvero orecchiabile questa, che nel corso degli anni è stata tolta dalle scalette, ormai da diverso tempo, ma che regala emozioni ancora a distanza di così tanti anni dalla sua pubblicazione. Un monicker quello dei Judas che qui posa la prima pietra della sua carriera, carriera che non si fermerà mai.

Never Satisfied

Giriamo il 45 giri e troviamo la traccia che nel disco occupa la posizione numero sette, ovvero Never Satisfied (Mai soddisfatto), si annuncia a noi tramite un intro di batteria, che però risulta dal suono molto ovattato, come se le bacchette percuotessero delle "padelle. Enorme difetto di questo disco infatti, tolto rarissime eccezioni come la title track, è stato il pessimo lavoro di post produzione e mixaggio del disco stesso. Il produttore di allora infatti, tolto le moltissime noie che i Judas ebbero nel registrare e mettere insieme questo disco, non prestò particolare attenzione al lavoro secondario alla registrazione, bilanciando i suoni un po' come gli pareva. Se il suono della batteria non risulta comunque particolarmente curato, i riff di chitarra sono energici e dissacranti, non brillano di certo per eccellenza o sagacia come accade del resto in tutte le canzoni del disco, ma portano sicuramente una frustata di energia nelle nostre orecchie. Quel che colpisce negativamente di questa canzone è l'andamento basilare che la ricopre. Esso consta di un mid time a dir poco banale, che viene ripetuto e spremuto fino in fondo, perdendo poi di significato nel corso dell'esecuzione. Se da una parte infatti abbiamo gli assoli che cercano di portare un po' di novità all'interno della canzone stessa, il tempo base del brano è ripetitivo ed ossessivamente piatto sotto molti aspetti; altra situazione che, alla fine dei conti, viene motivato nuovamente dallo scarso lavoro in fase di produzione e mixaggio. Una maggiore attenzione ai dettagli in fase di registrazione infatti, così come una maggiore cura nel lavoro in sala prove, avrebbe portato a qualche modifica e conseguenzialmente a qualche netto miglioramento della canzone e della sua ritmica. Il solo centrale, di grande bellezza, ricorda comunque qualcosa di già sentito, pescando a piene mani da gruppi come Mountain o Deep Purple, alle volte risultando quasi una scopiazzatura alla bene e meglio. Un brano, dunque, assai "derivativo" e monocorde, coinvolgente fino ad un certo punto, così come monotono e fuori schema è spesso il cantato del nostro futuro Metal God: il frontman svolge la sua performance in maniera piatta e discontinua, quasi come se fosse uno scolaro a cui hanno assegnato i compiti a casa, finendo per rimanere incastrato in maniera indelebile nelle briglie così semplici del pezzo stesso. Per fortuna a risollevare le sorti di un brano che altrimenti sarebbe da stroncare quasi di getto, arriva il testo ed il suo significato. Non che ci volesse poi tanto, ma si avverte un netto senso di miglioramento sia rispetto ad altri testi conosciuti e poco capiti del disco, sia rispetto alla musica. Si parla di esistenza in queste liriche, del loro significato e del loro rapporto con la nostra mente. L'esistenza è un fiume in piena pronto ad esplodere in tutta la sua forza, in continuo mutamento ed in costante subbuglio, e perdersi fra i suoi meandri è questione di un sottile strato fra intelligenza e stupidità. Tutto ci scorre via dalle dita, tutto è in continuo mutamento ed in costante modifica, oggi ci siamo e domani potremmo non esserci più, e non possiamo farci assolutamente niente. Eventi inaspettati, dolore e sofferenza sono alla base del nostro vivere quotidiano, senza dimenticare che abbiamo sempre la nera signora con la falce a guardare sopra le nostre spalle, pronta col suo lungo manto a coprirci. Dobbiamo essere pronti per quando tutto questo accadrà, per quando la vita busserà alla nostra porta chiedendo il pagamento dei nostri debiti, e cosa faremo noi? Riusciremo ad accettare tutto quel che succede senza fiatare, oppure ci alzeremo e cambieremo per sempre la nostra esistenza? Domande a cui è difficile, se non impossibile, dare una risposta concreta, ma in questa canzone sicuramente troviamo il casus belli per farci venire almeno il dubbio di volerlo sapere.

Conclusioni

Questo primo singolo della carriera firmata dai Judas Priest, si intravedono già come abbiamo detto in fase di introduzione, alcuni dei monicker che saranno parte integrante della loro carriera. A partire dalle due chitarre, lanciate sul palco come vere asce da combattimento nella mischia dalla coppia Downing/Tipton, rimangono sempre il fiore all'occhiello di una band leggendaria. In secondo luogo abbiamo la voce di Halford, che anche se in questa prima release ancora risulta acerba sotto molti aspetti, in primis quello di confrontarsi con un disco che regala perle fino ad un certo punto, dall'altra abbiamo un frontman che ha ancora molto da dire, e che riserva le cartucce migliori per gli anni successivi. Rocka Rolla è ancora oggi fonte di dibattito fra i fans, sia del Metal che della band in particolare. Solitamente si dividono in due fazioni, coloro che vorrebbero vederlo bruciare fra le fiamme dell'inferno additandolo quasi come l'errore più grosso della loro carriera, e chi invece lo considera parte integrante della loro discografia, con tutti i pro ed i contro del caso. Certo, se ci mettiamo a pensare che il disco successivo sarà quel movimento tellurico che porta il nome di Sad Wings Of Destiny, quasi ci viene da pensare la medesima cosa, ovvero che la discografia del Judas parta dal secondo disco. Personalmente ho amato anche Rocka Rolla, nella sua semplicità è sempre riuscito a darmi qualcosa. Da fan sia dell'Hard Rock anni settanta che del Blues, non potevo non amare le sue liriche così semplicemente intrecciate, pur con tutti i limiti che in queste due tracce abbiamo affrontato per intero, così come non potevo non amare l'introduzione dell'armonica, uno strumento che per quanto faccia storcere il naso ai puristi è sempre di una bellezza sconvolgente. Personalmente accosto spesso la diatriba fra Rocka Rolla ed il resto della discografia firmata dai Priest, a chi pensa che i Pantera siano ufficialmente nati con Cowboys, scordandosi completamente tutto ciò che è sopraggiunto fra Power Metal e Metal Magic. Detto questo, parliamo sicuramente di un album che non fa gridare al miracolo, tutt'altro, ma che allo stesso tempo si lascia ascoltare, di volta in volta e sempre abbastanza volentieri. Scordatevi tutto quello che sapete dei Priest, qui non ne troverete neanche una stilla se non pochi fugaci elementi come abbiamo sottolineato, ma se volete capire da dove sono partiti allora dovete necessariamente partire da qui. Rocka Rolla ha segnato per sempre l'inizio di una carriera leggendaria, anche se sappiamo bene che il disco successivo smuoverà i morti dalle loro tombe. Detto questo si assesta sulla sufficienza piena il singolo anche per la scelta delle canzoni, decidendo di inserire la title track, forse l'unico vero brano in toto decente di questo album, ed una canzone con un testo assolutamente profondo, per saggiare la volontà dei Judas di saper analizzare anche il mondo circostante.

1) Rocka Rolla
2) Never Satisfied
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