JOKE ADDICTION

G.A.S.

2017 - Spider Rock Promotion

A CURA DI
MAREK
12/04/2017
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Per la serie "crazy sound that has always come from underground", come recitavano i milanesi Vanadium, torniamo ad occuparci di una band nostrana. In alto il tricolore ed addentriamoci dunque nei meandri del sottobosco italico, alla scoperta di un trio siciliano per ora fermo alla pubblicazione di un solo EP di quattro tracce, ma in attesa di giungere al tanto agognato debutto in full-length. Loro sono i Joke Addiction, siracusani, fondati il 31 Ottobre del 2013 grazie alla sinergia instauratasi fra Andrea Campisi (voce / chitarra) ed il batterista Carmelo di Natale. Una formazione che, poco a poco, conobbe la sua definitiva stabilità solo nel 2015, quando a completare la line-up intervenne il bassista Simone Giglio. Membri attuali di un progetto in bilico fra l'Hard n' Heavy e componenti tipiche del Metal più moderno, in un connubio che vuole dimostrare da un lato un'attitudine old-school abbastanza marcata; e dall'altro non vuol scadere nella parodia o nella celebrazione ieratica ad ogni costo, aprendosi a sensazioni di gusto più attuale. Miscelando diversi tipi di esperienze, i Nostri decidono quindi di proporsi al vastissimo panorama underground nostrano, pullulante di realtà importanti e giovani in rampa di lancio. C'è da dire, poi, che anche la sola Sicilia può vantare a sua volta una tradizione / attualità, in fatto di Metal, decisamente importante: si parte dai (leggendari) thrashers Schizo ed i più giovani Eversin per arrivare al Black Metal degli Inchiuvatu, passando per il Death/Grind di realtà come gli Haemophagus . Volendo spostarsi verso lidi più melodici, troveremo sicuramente un buon approdo nei Symphonic Power Metallers Thy Majestie, senza dimenticare formazioni come Orion Riders ed Ancestral. Molta carne al fuoco, una nutrita schiera di "colleghi" con i quali i Joke Addiction debbono per forza di cose confrontarsi. Non certo rivaleggiare, sia chiaro: è altresì vero quanto una scena ricca e prospera richieda comunque sforzi maggiori, ad una band nata da poco che si professa l'obbiettivo di farsi notare, di lasciare un segno anche piccolo in quegli ascoltatori già di per se stessi "saturi" di musica d'ogni tipo. Il compito è arduo, eppure i Nostri non sembrano certo serbare in loro la paura del debuttante. Anzi! Sin da subito attivi in sede live, proponendo sia cover di artisti importanti per la loro formazione musicale, sia inediti, il trio è presto giunto ad un debutto certo esiguo per durata, ma discretamente intenso a livello di contenuto. "G.A.S.", questo il titolo del lavoro che oggi prenderemo in analisi, è stato rilasciato proprio il 10 Febbraio scorso, con il patrocinio della "Spider Rock Promotion". Registrato nel 2016 presso gli "Arsonica Recording Studio" di Siracusa, missato e prodotto dallo stesso trio, questo EP si pone dunque come un biglietto da visita da non sottovalutare. La presentazione definitiva, "l'ingresso in società"; dopo tutto, il problema della prima impressione.. è che se ne può avere solo una. Che sia possibilmente buona, quello se lo augurano tutte le band esordienti. Ma come dicevamo, i Joke Addiction ben bypassano timori e paure, decidendo di sfondare la quarta parete; quasi piombandoci in casa, urlando "questa è la nostra musica!". Senza nemmeno attendere una nostra ipotetica reazione. Un carattere niente male, è questo quel che si evince ascoltando questa breve presa di posizione. Un carattere che, se aiutato come si converrebbe da un management serio e competente, potrebbe portare il trio molto, molto lontano. Proprio perché, come confermato da mostri sacri quali Biff Byford, una band giovane ha anche e soprattutto necessità di collaborare con persone capaci, serie soprattutto. Qualità che nell'underground spesso non si trovano; ambiente, quest'ultimo, nel quale (troppo più di "qualche volta") regnano noncuranza e superficialità. Ma questa, come si suol dire, è un'altra storia. Andiamo dunque con ordine e vediamo come il discorso si sviluppa, approcciandoci a "G.A.S." con il nostro consueto approccio track by track. Quattro tracce di tosto Hard n' Heavy ci aspettano, pronte a farci divertire. Arrivati a questo punto, non possiamo certo non lasciarci andare, dico giusto? Let's Play!

I Am What i Am

Una chitarra confusa e "zanzarosa" lascia lesta il posto ad un preciso battere di charleston, il quale introduce a sua volta un riff di chiara derivazione Guns n' Roses. Questo, l'inizio della prima traccia, "I Am What i Am (Io sono quel che sono)". La potenza di un Hard n'Heavy a tratti canonico a tratti moderno fa subito capolino, inondando il territorio di lava incandescente. La band, istriona e dotata di un piglio sicuramente guascone, urla letteralmente nel microfono (grazie alla bella e possente voce di Andrea) i propri dettami, la propria affermazione di personalità. Il protagonista delle liriche si esprime al singolare, eppure potremmo interpretare l'insieme lirico come una vera e collettiva dichiarazione d'intenti. La voglia di slegarsi dall'ordinario, da un'esistenza per troppo tempo lasciata in mani altrui. Ci dicono cosa dobbiamo essere e pensare, ci dicono cosa fare, come e quando. Arriviamo dunque ad un punto di rottura, decidendo di sfogare la rabbia repressa nel corso degli anni. Meglio non fare i furbi, con questi ragazzi: meglio non cercare di metterli sotto, di schiacciarli con il peso dell'invidia e della frustrazione. Loro sono qui per affermarsi, per incidere sulla pelle del mondo il loro indelebile marchio. Nessuno potrà comandarli, nessuno potrà dirgli come vivere. Loro, come il protagonista di questo loro testo, condurranno il proprio essere esattamente come vorranno. E se la cosa dovesse creare problemi a qualcuno.. tanti saluti. E' finito il tempo di compiacere, è finito il tempo di dare agli altri ciò che esigono. Il brano continua dunque nel suo dipanarsi potente e divertente, riuscendo decisamente a convincere e coinvolgere. Notiamo una discreta "pesantezza" à la Metallica periodo "Load", soprattutto nei suoni della chitarra, per certi versi molto simili a quelli sfoggiati da Hetfield nel discusso e sopracitato disco. La batteria, precisa e fracassona, non perde un colpo; basso pulsante e frastornante, ingredienti perfetti posti alla base di un brano diretto e privo di fronzoli, il quale continua imperterrito a difendere la sacrosanta volontà di fare ciò che si vuole, senza incombenze esterne. Si arriva presto ad un bellissimo assolo, ben eseguito da un Andrea sugli scudi: ottimo cantante (i suoi acuti sono decisamente da encomio) ed anche ottimo chitarrista, non c'è che dire. Proprio dopo l'assolo, il frontman ci offre la sua prova migliore, alternando momenti di calma ad urli sovraumani, accennando anche un'ultima parte di assolo, dopo la quale il brano andrà inesorabilmente a chiudersi. Un inizio al fulmicotone unito ad una dichiarazione di indipendenza. Siamo quel che siamo e nessuno può toglierci il diritto di esistere. Nessun frustrato invidioso potrà mai sottometterci, scaricandoci addosso le sue paranoie. Saremo sempre noi stessi, nel bene e nel male. Proprio come i Joke Addiction! Tosti, veloci, divertenti e diretti. Senza peli sulla lingua.

My Life is a Bad Time

Arriviamo di gran carriera alla metà dell'EP, rappresentata da "My Life is a Bad Time (La mia vita è un brutto momento)". La velocità del brano precedente viene dispersa da un riff decisamente più blando e riflessivo, ipnotico e melodico nel suo incedere. E' un urlo di Andrea a rompere gli indugi: si passa dunque ad un picchiare più sodo, caratterizzato da una cadenza estremamente più contenuta e "quadrata" rispetto agli sfoggi d'aggressività uditi nel corso della prima canzone. Eco dei Metallica periodo "Load" si rifanno prontamente vive, miste comunque al solito piglio Guns n' Roses, per un brano che procede in modo non troppo aggressivo ma comunque martellante. Un modus operandi che rispecchia il messaggio che i Nostri vogliono lanciarci: se in "I Am What i Am" si rimarcava la voglia di essere se stessi, questa volta i Joke Addiction fanno i conti con quanto sia effettivamente difficile, esserlo. Scelta encomiabile, quella di vivere sotto la bandiera dell'assoluta libertà; eppure, quante volte quest'ultima viene messa a dura prova, dal mondo che ci circonda? Sembriamo all'apparenza felici, senza neanche una preoccupazione a turbarci il gulliver. Ed è proprio in quei momenti, che il malessere ci colpisce, strisciando silenzioso come un crotalo alla ricerca di una preda. Dobbiamo fare i conti con l'invidia, con il rancore, con chi ci odia e con chi tenta ad ogni costo di manipolarci a sua immagine. Migliaia di mani che cercano di trascinarci giù per un dirupo. Avversità che dobbiamo purtroppo fronteggiare, anche se troppo spesso crediamo di non avere la forza necessaria per potercela fare. Il pezzo dunque si veste della sua stessa tematica, disperdendo la guasconeria dietro groove più ritmicamente ossessivi e ruvidi, cadenzati nel loro palesarsi. Addirittura, a metà del pezzo, possiamo udire la voce del frontman leggermente alterata da un particolare effetto, quasi questa stesse provenendo da oltre una barriera. Quella barriera che cerca di schiacciarci ogni giorno. La barriera dell'ordinario, del mediocre. Giunge presto il tempo per un nuovo assolo, dopo una pregevole parentesi strumentale. Assolo perfettamente speculare al sound fino ad ora mostrato, ben supportato da una sezione ritmica da manuale (ottimo l'uso dei cowbell da parte di Carmelo) e quindi reso alla grandissima. Senza dubbio, la migliore prova solista dell'EP. Abbiamo paura, e non lo neghiamo. Temiamo il confronto con chi vuole imporci il suo concetto di libertà, divenendo noi stessi "schiavi" di quell'ideale. Perché forzato, perché obbligato. Dobbiamo resistere, per non divenire pazzi quanto i nostri aguzzini. Dobbiamo liberarci da queste sabbie mobili.. e chi lo sa, questi groove resi in maniera così potente potrebbero forse aiutarci. Un brano che scorre preciso e lineare sino alla fine, non pretendendo di innovare nulla ma mostrando comunque muscoli ed attitudine di una band in forma ed in perfetta salute.

Fading Out

Penultimo brano del lotto, "Fading Out (Svanendo)" viene aperto da una pesante chitarra arpeggiata, sostenuta da un sinistro tintinnio di piatti. Il preludio ad una ballad? Niente affatto, visto che di lì a poco il brano decide di chiamare in causa influenze à la Black Label Society, dando nuovamente vita ad un brano non troppo movimentato ma decisamente aggressivo nel suo incedere. Come il buon Zakk farebbe, Andrea ricama riff pesanti e dotati di un ottimo groove di base, coadiuvato dal basso di Simone, in grande spolvero. Non si rinuncia al lato più catchy e a qualche richiamo ad "Appetite for Destruction", per un altro pezzo decisamente sugli scudi ed intenzionato a graffiare; "sparire", quel che si vorrebbe fare quando la realtà che ci circonda diviene una prigione dorata, entro la quale non possiamo più vivere. Tutto sembra così perfetto e giusto.. eppure, non stiamo bene. Percepiamo un disagio che vorrebbe portarci a squarciare il velo di Maya, lasciandoci indietro illusioni e facciate. La massa ignorante, non pensante, nella quale siamo inseriti nostro malgrado. Il loro modo di vivere così insulso, così insignificante, non fa per noi. Ecco perché vorremmo sparire, andarcene, rinchiuderci in una torre d'avorio facendo in modo di ricercare da soli il senso dell'esistenza, senza "aiuti". Rompere gli schemi di un sistema perverso che ci sta mettendo gli uni contro gli altri, senza che nessuno se ne accorga. Sempre più rabbia e frustrazione, invidia; sempre meno tranquillità e voglia di andare avanti. Il lato più aggressivo della canzone ben si sposa con queste parole: i Nostri amano mordere, e le loro zanne risultano acuminate quanto basta. Il brano scorre quindi lineare ben mantenendo i suoi canoni, fino allo sfociare in un assolo abbastanza breve. Da qui una ripetizione del refrain, fino ad una conclusione che vede un altro momento solista dalla durata simile a quella del precedente. Lo sfogo ultimato di chi non ne può più, di chi vorrebbe spezzare le sue catene e cerca in ogni modo di liberarsi, di volare via. 

Paranoialyzed

Si giunge al termine con l'ascolto di "Paranoialyzed (Paranoializzato)". Stacco di Carmelo e si vira su territori quasi rasentanti lo Sludge, con tanto di voce effettata del frontman: sembrerebbe quasi un bizzarro miscuglio di Hard Rock stile Aerosmith e qualche tocco di Down sparso qui e là, senza dimenticare l'aleggiare intorno dell'onnipresente Zakk Wylde; per un brano che, comunque, si fa apprezzare per aggressività e potenza d'espressione. Anni '70 e '90 si fondono in maniera convincente e particolarissima, dando quindi modo a noi ascoltatori di apprezzare tutte le sfumature di un sound sicuramente variegato. Di mirabile fattura il neologismo creato mediante il titolo: un mix di paranoia e paralisi tipico di chi non riesce a godere appieno dei piaceri della vita, poiché perso dietro il mutevole andazzo della fama, del materialismo in senso lato. Ricerchiamo la gloria più "fisica" e terrena, scordandoci proprio per questo di assecondare le nostre vere inclinazioni. Vogliamo primeggiare, l'ansia di svettare sul podio è tanta da indurci in uno stato di catatonica esistenza. Cerchiamo a tutti i costi di essere ciò che, in cuor nostro, sappiamo di non essere: siamo dei "poser", termine non certo legato alla sua accezione "musicale", il cui significato viene esteso in questo caso alla vita in generale. Persone che fingono, giorno dopo giorno. Qualcuno prova compassione per noi, vorrebbe aiutarci.. eppure noi lo respingiamo. Urlandogli contro, gettando sul prossimo ogni nostra ansia. In realtà, siamo semplicemente invidiosi di chi riesce, nella vita, a fare ciò che vuole davvero. Ma non proviamo a migliorarci.. sappiamo solo invidiare. Il pezzo, in sé, non apporta  grandi cambiamenti nel suo dipanarsi: una canzone dalla struttura assai "standardizzata", caratterizzata da una bella prova musicale e da un refrain facilmente memorizzabile. "Solito", ottimo assolo, il quale prelude ad un'ultima sezione cantata e di seguito alla definitiva conclusione del pezzo, nonché dell'EP. Particolarmente interessante la nota Funky posta esattamente nelle ultime battute; non sarebbe stato male svilupparla in maniera più "impegnata", ma possiamo ben sperare per il futuro.

Conclusioni

Siamo dunque giunti alla fine di questo breve viaggio. Ammetto che tirare delle conclusioni che siano "totali" risulta difficile, in virtù del minutaggio ristretto; solo quattro pezzi, nemmeno troppo tirati per i capelli ed indirizzati verso una solida compattezza generale, lineari e mostranti più o meno tutte le influenze che in seguito diverranno (ancor più) tipiche dei Joke Addiction. Sfumature, come abbiamo visto, che vanno dall'Hard Rock '70 ed '80 (Guns n' Roses / Aerosmith su tutti) sino sconfinare nell'Hard n' Heavy più pesante e novantiano (numi tutelari: Metallica periodo "Load" e Zakk Wylde). Un ensemble sonoro di qualità, non c'è che dire. Perché se è vero che i brani non godono di grande varietà, al loro interno, è comunque doveroso apprezzarne la concretezza di cui sono portatori sani. Forse, il più grande pregio dei Joke Addiction è quello di non volersi perdere troppo dietro una sperimentazione fine a se stessa. Una baldanza (la loro) sorniona ed irriverente a tratti, un sound prepotente ed impertinente, che mira ad intrattenere ed a coinvolgere un auditorio ben consapevole del materiale proposto. Insomma: chiedergli una suite di 28 minuti in stile Prog. anni '70 sarebbe stato stupido e decisamente pretenzioso. Quel che troviamo, in questo "G.A.S.", è un mirabile esempio di Hard n' Heavy che ben si pone come ponte fra storia e modernità; sicuramente, da apprezzare. Un EP che non ha pretese se non quella di far divertire, mediante strutture semplici, refrain accattivanti e riff immediati. Bisogna (e lo dico facendomi un po' il Nostradamus della sitazione) però stare attenti a non "strafare", anche in questo senso. Giustamente, l'attitudine dei Nostri va lodata; pura ed incontaminata, "in your face!" se vogliamo. Ma in previsione di un full-length e di un minutaggio di più ampio respiro, il trio siculo dovrà  tenersi d'occhio, cercando di non "esagerare" in questo senso. Il rischio infatti di ripetersi, facendo scivolare l'interesse iniziale in noia dovuta a pezzi fotocopia o filler di poco conto, potrebbe essere dietro l'angolo. Nutrire la propria arte significa anche e soprattutto donarle quella linfa in grado di renderla unica, sempre particolare. Senza mai cadere nella scontatezza, nella composizione "tanto per" di pezzi buoni nel soddisfare il mercato, ma non certo un pubblico esigente. Congetture, tuttavia: non possiamo che rimandare l'appuntamento alla prossima uscita, osservando come i Joke Addiction si muoveranno alle prese con un full-length. Fino ad ora possiamo continuare a divertirci sfruttando questo lotto di brani. I quai.. d'accordo, non saranno gioielli d'ultratecnica: ma sanno fare benissimo il loro lavoro. Menzione d'onore poi per i testi, viranti su di un esistenzialismo particolarmente ben sviluppato. L'antitesi dell' "..and party every day". Ecco, mi verrebbe da dire.. sono esattamente queste le particolarità che andrebbero curate e maggiormente sviluppate. Tratti peculiari e guizzi che, in futuro, potrebbero rappresentare la vera, autentica fortuna dei Nostri tre musicisti.

1) I Am What i Am
2) My Life is a Bad Time
3) Fading Out
4) Paranoialyzed