Joe Satriani

Unstoppable Momentum

2013 - Epic Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
28/11/2013
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

La recensione di oggi non sarà uguale a tutte le altre, non sarà un lungo discorso su quanto una determinata band sia riuscita in un disco X a connubiare testo e musica, o a creare atmosfere particolari che poi si riflettono sulla voce del cantante; la review di oggi entrerà di petto e in profondità nell’immenso mondo della pura e semplice tecnica, della capacità che un solo uomo può avere di tenere in piedi uno show intero, e soprattutto della sua abilità nell’usare le note al posto delle parole. Joe Satriani sappiamo tutti quanti chi è; considerato da molti artisti (e anche da un’ampia fetta di pubblico, me compreso) come uno dei chitarristi più influenti ed abili di questi ultimi anni, il buon vecchio Joe ha sempre saputo rinnovare il suo sound, passando da dischi più incentrati sull’Hard Rock nudo e crudo, ad altri dai toni più Heavy Metal secco, fino ad arrivare ad altri ancora in cui si toccano lidi lontani da questi ultimi due generi come la Fusion o il Rock strumentale. Dalla sua ultima pubblicazione ufficiale (Black Swans and Wormhole Wizards) erano passati più di tre anni, ed il suo affezionato pubblico era già li come un branco di cani affamati in attesa di un nuovo osso da spolpare; furono accontentati quando il 7 maggio scorso sugli scaffali dei negozi apparve il suo nuovo lavoro, nonché argomento della recensione odierna, dal titolo ancestrale di Unstoppable Momentum. Il disco conta ben 11 tracce, con cui Satriani sembra voler in parte ripercorrere la storia della sua carriera, quasi come se fosse un excursus dei suoi anni passati; si inizia subito con il brano che da il titolo all’album stesso, Unstoppable Momentum appunto, un lungo percorso di note di ben 5 minuti, in cui Joe utilizza una delle sue tecniche chitarristiche più famose, il Whammy; con questa tecnica Satriani cerca di far sentire al pubblico il suo voler ritornare al sound che l’ha reso famoso, quel misto di Rock acido, melodie psichedeliche, ed un pesante accenno di suoni moderni (dati dal Whammy appunto), che vanno a collimare in un ritmo quasi ipnotico e trascinante, come se stessimo facendo un viaggio all’interno dei suoni. Si prosegue in linea d’ordine con un’ altro brano dal sapore vintage, e che ci riporta alla mente ricordi di nostre surfate con gli alieni (ndr); Can’t Go Back è un pregno e accattivante mix di Wha-Pedal  e riff ottantiani, al fine di creare un sound molto espressivo e mai ripetitivo, la batteria di sottofondo (suonata da Vinnie Colaiuta) da il ritmo alla chitarra di Joe come un metronomo umano, senza lanciarsi in assoli intricati o eccessi di bravura alle pelli; il tutto è studiato per sopperire alla mancanza di un frontman che accompagni l’intera esecuzione degli strumenti con la voce, facendo si che sia Satriani stesso a farl parlare la sua chitarra come un ipotetico cantante. Già a questo punto del disco, il nostro Joe sembra volerci far rilassare per una decina di minuti, e lo fa proponendoci due pezzi sicuramente dal buon sapore e dall’accattivante ritmo, ma non impregnati di particolari tecniche a lui affini: il primo brano, Lies and Thruts, inizia con un accenno di organo da orchestra (anche se è un effetto ottenuto in lavoro di mixaggio), per poi lanciarsi in un ritmo sincopato e “industrial” (passatemi il termine, io di solito lo intendo come “suono che ricorda le industrie), finchè verso il minuto e mezzo di ascolto, Satriani si lancia in riff elaborati (anche senza l’ausilio di tecniche particolari), per poi ritornare come in un pendolo perfetto verso la calma ed il ritmo macchinoso; e in questo equilibrio che oscilla fra riff e ritmi più lenti, capiamo che anche se non c’è un testo di parole ad accompagnarci, il titolo della canzone è stato scelto non a caso: sembra infatti di ritrovarsi a sentir parlare una persona che grida quando sente una bugia, ed invece rimane calma e pacata quando chi interloquisce con lui sta dicendo la verità. Proseguendo con l’altro “brano-pausa” privo di tecniche degne di nota, troviamo Three Sheets to the Wind; il brano in sé ha quasi il gusto del Pop rock di fine anni 80, anche se con qualche venatura di ritmo R’n B e Funk, è una specie di intermezzo che Satriani ha voluto mettere quasi a metà del suo disco per staccare da tutto il resto, una pseudo bonus track che forse molti fan del suo sound salteranno a piè pari, ma che in realtà è abbastanza orecchiabile nell’ascolto. Satch a questo punto decide che è il momento di tornare alle “vecchie abitudini”, e lo fa proponendoci un brano di appena un minuto e quaranta, ma che racchiude al suo interno una delle melodie più belle dell’intero disco, I’ll Put a Stone on your Cairn: si sente pesantemente l’utilizzo della whammy bar alternata a momenti in cui invece si sposta su pick-slide e armonici artificiali, il tutto unito alla sua emulazione in certi punti di strumenti a fiato, creano un pezzo che sembra suonato da un’intera orchestra, e che ci distende la mente ed il corpo, facendoci sprofondare nei nostri pensieri. Ora però è arrivato il momento di fare davvero sul serio (non che fino ad ora non l’abbia fatto eh), ed il nostro americano di origini italiane preferito lo fa con A Door Into Summer, sesta traccia dell’album: nel brano si sente tutta la vena compositiva di Satriani sia stata spremuta fino all’ultima goccia, regalandoci un fitto percorso fatto di legati (altra sua tecnica prediletta), ma che invece di rimanere fini a se stessi durante l’ascolto, scorrono fluidi come un fiume di montagna , attestando la bravura di questo artista e la sua padronanza immane dello strumento; il ritmo che questa canzone sprigiona è così naturale ed immediato, che dopo neanche due volte che te la sei sentita, già te la ricanticchi in testa, oppure fai finta di suonarla con le dita quando ti viene in mente, ben fatto Joe!. Non da meno comunque è anche il brano successivo, Shine on American Dream; qui Satch decide di fare una inversione di marcia rispetto ai brani precedenti, e passa da suoni morbidi e naturali, ad un vero e proprio muro del suono contro cui andiamo a scontrarci violentemente noi ascoltatori, muro che è stato ottenuto attraverso armonizzazioni complesse ed elaborate. Il brano è fiero e tronfio al tempo stesso, si vuole con prepotenza imporre come un generale romano nelle nostre orecchie, conquistando gli antri più reconditi della nostra testa…ed indovinate un po? Ci riesce in pieno; il sound che ne deriva è così ricco di strabordante pomposità degna degli anni 80 più esagerati, che non può non prenderti subito alla testa . Proseguendo in ordine, ci trasferiamo per circa cinque minuti nelle assolate terre del Country Rock con Jumpin’ In; in questo pezzo infatti i ritmi tipici del nostro Satch, si vanno in maniera impeccabile ad unire con le influenze Country e Blues che ormai molti di noi conoscono bene; il risultato che ne viene fuori è un ritmo cadenzato , ma al tempo stesso accattivante ed ammiccante agli anni 70, il tutto ovviamente condito dalla solita impeccabilità esecutiva di Joe. Dopo essere saltati dentro, ad un certo punto dovremmo anche uscire no? E lo facciamo grazie al pezzo successivo, che si intitola appunto Jumpin’ Out: qui ci spostiamo dai ritmi southern al cinemascope; in questo brano infatti l’esecuzione morbida e vellutata sentita in molti dei pezzi precedenti, lascia il posto ad un ritmo acido e grezzo, unito a partiture elettroniche ed effetti vari, che sembrano davvero far apparire un film dinnanzi ai nostri occhi, vediamo prendere vita i personaggi e muoversi di fronte a noi, e tutto grazie semplicemente alle due mani che Satriani possiede…semplicemente incredibile. Avviandoci verso la fine di questo nostro percorso, troviamo a “sbarrarci la strada” gli ultimi due brani dell’album, degna conclusione di una raccolta davvero pregevole sotto molti aspetti. Il primo dei due è The Weight Of the World, brano che non lascia spazio a particolari tecniche di chitarra, ma soppianta queste con una beltà di esecuzione davvero disarmante: riff ottantiani si alternano a ritmi che ci ricordano un po’ quel Pop/Rock che sempre negli anni 80 aveva preso ormai piede con prepotenza; per intenderci, quel tipo di canzone che apparentemente sembrava un pezzo dance, ma finiva sempre con un massiccio e duro assolo di chitarra elettrica. Per concludere in bellezza Unstoppable Momentum, Joe ha scelto un brano in cui invece le sue tecniche predilette rivengono fuori un’ultima volta, quasi come un vero e proprio saluto ai fan che lo hanno accompagnato per tutti questi anni, e non a caso infatti il brano si chiama A Celebration; sliding che salgono e scendono come in un moto perpetuo vengono uniti a blending lunghissimi e interminabili, dando vita ad un vero piccolo capolavoro di fine disco, una grande conclusione di un lavoro che ha riportato ai fasti di un tempo (anche se non totalmente) le prodezze di uno dei migliori chitarristi di sempre. Per concludere vorrei solo dire poche e semplici parole: Unstoppable Momentum farà senz’altro tornare un bel sorriso sulle labbra ai fan di vecchia data del Satch, che però non si dimenticheranno di ascoltare all’interno del disco stesso, qualche modernizzazione del sound qua e la; per fortuna per non sono modernizzazioni che appesantiscono il disco o lo rendono meno ascoltabile, sono semplicemente la naturale conseguenza di quasi trent’anni di carriera, in cui il modo di fare musica, e soprattutto di portarla fisicamente dentro un disco, è cambiata in maniera quasi radicale. In ultimo vorrei aggiungere da parte mia personale, un sentito e caloroso ringraziamento ad Andrea Martongelli per l’analisi delle tecniche chitarristiche che ho potuto inserire all’interno di questa recensione, il suo contributo è stato fondamentale per la riuscita di questo progetto. 



Recensione scritta in collaborazione con: Andrea Martongelli 


1) Unstoppable Momentum
2) Can't Go Back
3) Lies and Truths
4) Three Sheets to the Wind
5) I'll Put a Stone on Your Cairn
6) A Door Into Summer
7) Shine on American Dreamer
8) Jumpin' In
9) Jumpin' Out
10) The Weight Of the World
11) A Celebration

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