JOE SATRIANI

Shockwave Supernova

2015 - Sony

A CURA DI
LORENZO MORTAI
01/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Ci eravamo lasciati la volta scorsa con un disco strumentale, ed avevamo affrontato in maniera più o meno poetica il discorso su quanto questo tipo di lavori sia una vera manna dal cielo, e al tempo stesso una spada di Damocle che ferocemente pende sulla testa, per chi si ritrova a doverlo recensire. Beh, oggi, non contenti, andiamo avanti con un altro disco, sempre strumentale, ma di qualcuno che la chitarra ha imparato ad usarla molti anni or sono, e che in tanti frangenti ne ha rivoluzionato concetti, modi di interpretare e sonorità. Parliamo di un vero e proprio alieno, un extraterrestre sceso sulla terra con una sei corde fra le dita, le cui mani producono suoni non di questo mondo, e che riesce sempre a collimare fra loro tipi di musica che apparentemente non suonano bene in testa. Ovviamente questo alieno chitarristico risponde al nome di Joe Satriani; il buon Joe, negli anni, ha saputo dimostrare quanto l'ecletticità possa essere anche alla portata di tutti, dando vita a canzoni e dischi che ormai sono entrati nell'immaginario comune sotto il monicker di "capolavori". Joe venne reclutato verso la metà degli anni '90 da un omino di scarsa fama, di poca levatura musicale e assolutamente carente di genialità, che stava per intraprendere il suo primo tour solista, e quell'omino rispondeva al nome di Mick Jagger (ed ovviamente, l'ironia qui la fa da padrone); nella sua vita ha personalmente addestrato alcuni dei guitar players più famosi ed influenti di sempre, fra cui spiccano i nomi di Steve Vai, Kirk Hammet , Andy Timmons e Alex Skolnick. Un maestro, ma anche un enorme compositore, un uomo che fa spesso da nave scuola al mondo, ogni volta che produce un nuovo disco: da quando, dopo una iniziale carriera come turnista, apparve nei negozi di dischi con quel  Not Of This Earth del 1986, niente è stato più lo stesso. Le influenze che l'alieno Satriani è riuscito ad infilare nei dischi che hanno formato la sua carriera, hanno dell'incredibile, si passa dal buon vecchio Blues, che non manca mai, al Rock, all'Heavy Metal più veloce e tecnico, ma anche suoni nuovi e spaziali come elettronica e simili, perché, come detto da lui stesso, "non si può lasciarsi sfuggire niente".  L'ultima volta che ci eravamo sentiti con Joe, lo avevamo lasciato nel 2013 col suo ultimo lavoro, quell' Unstoppable Momentum che tanto clamore aveva portato fra i fan e non solo; il disco era grezzo e diretto, ritmico, instancabile, ma soprattutto pregno di genio come ormai ci ha abituato da sempre questo artista. Ebbene, oggi siamo qua per affrontare di petto la creatura seguente, un mostro di 15 tracce che il nostro alieno ha partorito quest'anno, uscito il 24 luglio del 2015, e che porta il nome di Shockwave Supernova. Immaginate un'astronave, una enorme navicella spaziale che punta verso l'infinito, voi al timone, casco da astronauta che vi copre il volto, alzate la visiera fosforescente, e di fronte a voi si staglia la beltà senza fine del cosmo, stelle ovunque i vostri occhi riescano a guardare, abissi siderali in cui la mente letteralmente si perde come se un domani non esistesse, lo sguardo che, man mano che il viaggio procede, lentamente perde la propria forma, fino a fondersi con il buio luminoso circostante. Ecco, immaginate ora che, nel bel mezzo del silenzio ovattato dello spazio profondo, assistiate ad una enorme esplosione, viola, rossa, verde, i colori primari e secondari si mischiano e spariscono all'istante, nubi intergalattiche avvolgono la vostra navetta, e al centro di quell'esplosione, vedete apparire un immenso buco nero, talmente scuro da assorbire qualsiasi raggio di luce ci penetri dentro. Bene, avete appena assistito ad una supernova, un'esplosione stellare che avviene quando una stella decide che la sua vita deve finire lì, magari dopo centinaia di migliaia di anni. Quando decide che il momento del collasso è vicino, la stella si comprime, ruota su sé stessa come impazzita, finché il collasso non è così forte da farla ripiegare su sé stessa, in una enorme implosione zeppa di colori. L'onda d'urto che ne consegue, pur avvenendo nel silenzio più totale (come sappiamo, nello spazio manca l'ossigeno e l'idrogeno, due dei veicoli che, oltre a permettere la vita, trasportano anche le frequenze di rumore), è incredibile e maestosa, enorme con le sue pieghe di polvere stellare. Ecco, immaginate ora che quell'immensa onda d'urto, con la forza di decine di bombe atomiche messe assieme, sia stata ingarbugliata, mixata, compressa e riversata su un patinato e brillante disco, e forse avete una vaga idea di cosa sia Shockwave Supernova. Questo cerbero però va affrontato di petto, spada e scudo alla mano e gloria nel cuore, per cui bando ad ulteriori indugi, e buttiamoci come spartani sull'analisi chirurgica di quest'ultimo lavoro firmato dall'alieno Joe Satriani.

Shockwave Supernova

Si parte subito con la traccia che da il nome al disco stesso, Shockwave Supernova: il brano ha un andamento lento e costante, quasi Blues nella sua resa di base, piccole perle di musica che si fondono fra loro per dare vita ad un crescendo che si rivela essere, come nella migliore tradizione dei dischi strumentali, un lungo e poderoso assolo che varia come una foglia al vento. Satriani la fa da padrone con tapping, hammer on e power chords a non finire, e quel sapore di electric Blues non ci abbandona per tutto l'ascolto, dando vita ad una variazione dopo l'altra, decisamente encomiabile. I ritmi peraltro, si fanno man mano sempre più extraterrestri via via che i minuti scorrono, le increspature del brano cominciano a lanciarci nello spazio profondo, sentiamo la spinta che verso la fine ci da l'ultima sferzata di energia per abbandonare la stratosfera e lanciarci negli abissi più profondi. Non mancano poi tappeti di batteria e basso, che però si limitano ad ergersi come metronomi umani, dando il tempo a Joe per eseguire le sue scale; certamente non è un brano complesso, ma assai appetibile più o meno da tutti, la sua forza risiede nell'immediatezza con cui ci cattura al primo ascolto, e quelle basi di blue notes si fondono a meccaniche più spaziali, donandoci momenti di pura estasi. Mancando completamente il testo, è ben difficile interpretare che cosa l'artista ci voglia dire con le sue note, ma è palese, pensando al titolo, ricollegarci al discorso che facevamo prima: siamo cosmonauti alla deriva verso pianeti inesplorati e galassie talmente lontane da non riuscire neanche a guardarci alle spalle, tanta è la distanza percorsa. Nel vuoto pneumatico che si crea nella nostra testa, ascoltando quel silenzio così opprimente, boati interi di assenza sonora che ci martellano il cranio come martelli, assistiamo allo spostamento di energia derivato dalla supernova che esplode. Lampi di luce si flettono di fronte a noi, quasi piegando la materia a loro piacimento, e verso il finale, quando i ritmi della chitarra accennano piccoli passi di Hard'n Heavy, ci rendiamo conto che è il momento in cui la supernova collassa su sé stessa, dando vita all'immenso buco nero in cui rischiamo di cadere. E' un brano dall'energia nascosta, semplice, diretto come un pugno, ma che dopo due o tre ascolti ripetuti, sarà difficile togliersi dalla testa. 

Lost In a Memory

La traccia successiva inizia con un ritmo quasi Fusion, che ricorda molto alcuni complessi Prog e Jazz degli anni '70, sia italiani che stranieri: un enorme tappeto sonoro di batteria e synth che ci ammorbidisce l'animo, dopo il viaggio siderale che avevamo intrapreso prima. Con questo andamento inizia Lost In a Memory, prima che la chitarra di Satriani inizi ad accennare vaghi accordi, sempre sul filone del Blues andante, morbidi e setosi come una coperta invernale. Il tappeto sonoro così ovattato continua in sottofondo, mentre Joe ci ricama sopra in maniera calma e tranquilla, scale che vengono salite e scese con delicatezza, prima di una piccola esplosione in cui la chitarra alza il volume, non al massimo, ma la velocità aumenta di poco. Si passa dai ritmi così pacati dell'inizio, ad un ricamo più complesso, con un largo uso del treble e di note decisamente più corpose. Ciò che è interessante è che di sottofondo, a parte la batteria che accenna qualche movimento leggermente più pesante, abbiamo il solito tappeto lento e costante, quasi come se la chitarra qui debba essere la sola protagonista. In maniera sempre sommessa veniamo trascinati alla fine, i quattro minuti sembra siano diventati una infinità, la nostra mente è distesa, un vero e proprio trip psicofisico. Non è difficile neanche qui accostare la ritmica e l'andamento del brano al titolo: si parla di memoria, perdersi dentro essa, compiere voli pindarici attraverso ricordi ed episodi che hanno segnato la nostra esistenza. Ci ritroviamo a saggiare costantemente tutto ciò che abbiamo di fronte, fino quasi a sublimare completamente il nostro passato e il nostro corpo, diventando un tutt'uno coi ricordi. La mente viaggia, si contorce, vola e si attrae a tutto ciò che riesca a pensare, non esistono limiti al suo interno, il concetto di tempo e spazio è pressoché infinito. Ed è per questo che abbiamo quel tappeto così prolisso e opprimente di sottofondo, mai troppo cacofonico, quella è la parte razionale di noi che sta osservando quel che accade, mentre la chitarra del buon Joe rappresenta la follia di chi si sta perdendo nel suo stesso cervello, varia costantemente, parte lenta per poi deflagrare sul finale con quella carrellata di note, insomma, rappresenta quella sana e maledetta follia che alberga dentro ognuno di noi. E' un pezzo per palati leggermente più fini del precedente, e votato più a chi di chitarra se ne intende, o la suona ancor meglio, un brano tecnico e morbido, da godersi ad una flebile luce di candela, o ancor meglio, nel buio più totale, lasciando la mente libera di viaggiare indisturbata.

Crazy Joey

Passiamo a qualcosa decisamente più fuori di testa, ed anche qui nome omen, con Crazy Joey: il brano, fin dai primi accordi, ricorda molto musiche scritte da artisti come Jeff Beck, un uomo che ha fatto del sincopato e del ritmico la sua ragione di vita. La traccia proposta da Satriani è industriale, cadenzata e oppressiva, pazza appunto, varia in continuazione, prima ha un percorso decisamente più Hard Rock e Fusion, poi sulla metà diventa Heavy, e poi sul finale il cerchio si chiude con qualche spolverata di Blues. Anche questo, come la traccia appena finita, è per palati fini, chitarristi a tutti gli effetti che ne sanno cogliere la vera essenza e genialità, tuttavia, rispetto al brano che è appena passato, questa ritmica così folle potrebbe far lacrimare gli occhi anche dei meno aficionados, convincendoli una volta per tutte di che artista sia quest'uomo. E' un pezzo che non ha una struttura definita, ma si fa prendere dal momento, mentre batteria e basso fungono di nuovo da tappeto musicale, varia a seconda di come cambia il vento, si metabolizza le note appena passate, e le rivomita sotto altre forme, donandogli un sapore veramente da manicomio. Chissà chi è il Joey del titolo, probabilmente una persona le cui rotelle non erano molto in linea con l'asse del cervello, io, personalmente, me lo sono immaginato come il bambino autistico di "Un Tranquillo Weekend di Paura", piccolo, sguardo perso nel vuoto, ma quando imbraccia una chitarra, non ce n'è per nessuno. Apparentemente sembra stia solo mettendo in fila note a caso, ma quando lo si ascolta per più di cinque minuti, si intuisce che c'è del vero genio nel suo modo di suonare, scrivere, ma soprattutto ci accorgiamo che la sua non è vena compositiva, ma semplicemente estro che esce dal suo cervello come un fiume in piena. Ed ecco che Satriani dedica una sessione di interlinea fuori di testa a questo fantomatico personaggio pazzo fino nell'animo, occhi pallati e voce rauca, seduto su una sedia con la sua bottiglia di whisky sotto le gambe, in attesa della prossima preda a cui far sentire le sue infuocate note dall'inferno; tuttavia, potrebbe anche essere una storpiatura del proprio nome, e quindi essere lui semplicemente il matto della situazione, che si diverte col pubblico. Decisamente ben fatto anche su questa terza traccia, i palati continuano ad essere molto raffinati, ma iniziamo anche a pensare che sia un disco dalle mille sorprese, mille angoli di un unico strumento, e man mano Joe ce li sta facendo vedere tutti.

In My Pocket

Un altro inizio eclettico e certamente assai strano ci apre le porte di In My Pocket; l'incedere del brano è nuovamente sincopato e ritmico, prima che la chitarra inizi la sua arringa al mondo dandoci un'impronta molto personale e sempre bluesy, inframezzata da ritmi che ricordano tanto le sessioni di Beck come abbiamo citato prima, ma anche artisti come Paul Gilbert e simili. Un altro brano dalle tinte assai particolari, spaziale nella sua resa finale, pare di stare dentro una stanza fatta di suoni mentre lo si ascolta, la sua andatura ci avvolge, andiamo avanti senza problemi. La variazione arriva circa dopo il primo minuto e mezzo, in cui abbiamo un accelerarsi dei tempi di esecuzione, da parte di tutti gli strumenti, la chitarra in particolare fa grande uso del Wah Wah e delle varie distorsioni, plasmando il suono in una etera nube di note e scale chitarristiche. Il brano, peraltro, è un ipotetico cerco che si chiude, con due bridge assolutamente identici che si agganciano fra loro come le maglie di una collana, ripartendo da dove avevamo iniziato, e finendo allo stesso modo in cui avevamo variato la prima volta. Qui abbiamo sonorità decisamente più user friendly, appetibili da tutto il pubblico o quasi, quei riff così elaborati e altisonanti faranno la gioia di chi vuole farsi il bagno sotto una cascata di note fresche fresche, ma anche di chi ama effetti e cambiamenti di suono vari. Siamo dentro un portafoglio, almeno così ci pare traducendo alla lettera il titolo del brano, e qui l'interpretazione si fa davvero ardua: che cosa Satriani intenderà con pocket? Potrebbe essere un altro rimando alla mente di cui parlavamo qualche brano fa, ma le ritmiche del pezzo sono troppo allegre per sentirsi così persi come allora. Dunque, a cosa pensare? Beh, potremmo semplicemente dire che è una canzone in cui il nostro viaggio nello spazio continua, magari accelerando ancor di più di quanto abbiamo fatto ora, abbiamo incontrato folli, ci siamo persi nel nostro stesso cervello, ed ora è arrivato il momento di impostare la velocità di crociera e navigare verso lidi sconosciuti, con questa grande colonna sonora di sottofondo. Probabilmente uno dei brani più "piatti" dell'intero disco, ma anche esso si fa apprezzare un minimo, se non altro per le variazioni tematiche presenti al suo interno, estrapolate dalle più alte tradizioni Hard Rock ed Heavy Metal. 

On Peregrine Wings

Di ben altro avviso è la traccia numero cinque, intitolata On Peregrine Wings: il suo ritmo e la sua base sono decisamente più Metal di qualsiasi altra traccia abbiamo ascoltato fino ad ora, particolarmente nella velocità di esecuzione e nella resa finale del sound. Cattiva, graffiante ed energica, questa traccia è una vera botta di ossigeno puro da iniettarsi nei polmoni, almeno per chi ama certi tipi ti suoni. Martellante fin dai suoi primi accordi, il pezzo procede per tutti e suoi cinque minuti con fare da guerriero, aumentando i bpm ogni volta che ve ne sia la necessità, ovviamente coadiuvata sia da batteria che dal basso, entrambi come sempre relegati a tappeto, ma che qui si concedono qualche pausa di libertà espressiva. Joe infiamma le corde della sua Ibanez fino a scioglierle letteralmente sotto il peso delle sue dita, le corde vengono plettrate con forza, ampio uso delle distorsioni e del tremolo anche qui, scale che sembrano lente e costanti, ma che poi improvvisamente subiscono una frustata e ci spediscono dritti in cielo con la loro energia. Non manca poi, ma ormai abbiamo capito che è una prerogativa del disco, quel ritmo e quelle atmosfere pseudo spaziali che ormai sentiamo fin dalla traccia numero uno, la nostra tutta da astronauta ancora non ci ha abbandonato, anzi, continua a volerci stare stretta come l'amante più focoso. Questo, senza dubbio, è uno dei brani che maggiormente faranno la gioia dei fan pluriennali di Joe, ha quel retrogusto così old school che i vecchi metalheads che, come me, hanno pianto su Surfing With the Alien o The Extremist, certamente troveranno pane per i loro denti. Pellegrini siamo noi mentre sentiamo queste note, pellegrini con le ali che viaggiano in giro per il globo cercando risposte alle domande più disparate, chi siamo, dove andiamo, quale è il senso vero della nostra esistenza. Domande a cui risposta è difficile trovarla come vivere la vita in maniera retta e tranquilla, ma il nostro spirito pellegrino imperterrito continua a farci vagare per il mondo senza mai fermarci, una meta non la abbiamo, la nostra anima è un tutt'uno con le forze della natura, e le nostre ali si rinforzano ad ogni nuovo volo. Vaghiamo su questa terra grazie alle ali che ci troviamo sulla schiena, ma siamo anche consapevoli di quanto il nostro sogno di trovare risposte sia effimero come la nebbia più chiara, e rischia ogni volta di cadere come un castello di carte. Altro brano decisamente easy listening, nostalgico nella sua interezza, con qualche punta di moderno dato principalmente da quelle meccaniche cosmiche che permeano tutto questo quindicesimo album. 

Cataclysmic

Ennesimo brano dal tiro decisamente alto è il successivo, intitolato Cataclysmic: come è intuibile fin dal titolo, si tratta di un pezzo la cui energia si sprigiona fin dai primi battiti del suo inizio, con la chitarra di Joe che si erge fin da subito a regina dell'intera canzone, zittendo tutto il resto. Qui le meccaniche passano dallo pseudo Heavy che abbiamo sentito poc'anzi, al Rock strumentale degno di questo nome, senza dimenticare qualche piccolo passaggio di Blues e Fusion che si sentono qua e la. Ampio anche in questa sessione l'uso delle tastiere, che anche se legate più o meno alle solite ritmiche per tutto il brano, gli donano quel sapore claustrofobico che è perfettamente in tinta con il titolo, ma anche col resto della musica. E' una canzone cubica, da stanza delle torture, bellissima nel suo andamento, ma anche oppressiva, non ti lascia andare per nessuno dei cinque minuti che la compongono, anzi, una volta che definitivamente si dissolve nel nulla, quasi ti cominciano a mancare gli schiaffi, seppur leggiadri, che ti ha dato durante il suo passaggio. La navicella su cui navighiamo ha un'avaria, la supernova a cui abbiamo assistito prima ci sta risucchiando verso di sé, il buco nero che si è formato ormai assorbe tutte la luce intorno, e a noi non rimane altro da fare che entrarvi, consapevoli del fatto che non si sa se e quando torneremo indietro. Il buio più totale ci avvolge, quelle ritmiche di tastiera somigliano alla lamiera della navetta che piano piano si piega sotto la pressione esercitata dall'atmosfera esterna, vediamo il casco incrinarsi, perdere pezzi, l'ossigeno scarseggia, ma intorno a noi la danza di morte continua, e morte sarà anche per noi se non faremo qualcosa. Finalmente, dopo aver passato il peggio, vediamo la luce in fondo al tunnel, non ci pare vero, usciamo dal buco nero e ci ritroviamo in una porzione di cosmo mai esplorata, nebulose colorate a destra e sinistra, piccole e grandi stelle che riflettono le luci di migliaia di soli, e Joe Satriani che ringrazia di aver avuto la pazienza di aspettare il peggio, regalandoci un assolo in power chords degno del nome che porta, frizzante, cristallino, ma soprattutto maledettamente bello.

San Francisco Blue

Un riff nettamente blues, così sensuale e carico di erotismo, ci fa da viatico per San Francisco Blue: facile ed intuitivo capire quale sia la matrice di questo brano, non è altro che una lunga sessione del miglior electric Blues, che affonda le sue radici in artisti come Johnny Winter, Eric Clapton e simili, personaggi che presero letteralmente di petto le radici di quella musica inventata in America negli anni '20/'30, e la fecero loro inserendo delle grosse parti di elettrica e distorsione, dando vita ad un suono divenuto poi, aumentando la cattiveria, Hard Rock. E qui il nostro Satriani omaggia entrambe le parti, producendo un'altra canzone dall'impatto immediato, dalla resa finale molto molto interessante, e dagli spunti assai alti. La struttura di base non è certo delle più emblematiche, giri di note blu si alternano per tutto l'ascolto, fondendosi fra loro con le ritmiche diverse, unite da bridge accennati da piccoli arpeggi di chitarra. Come nella miglior tradizione del Blues elettrico, la batteria qua fa semplicemente da cassa di risonanza, facendo alzare la chitarra ancora di più e permettendole di esprimersi al meglio delle sue possibilità. Che atmosfera ci immaginiamo per questa canzone? Beh, siamo a San Francisco no? Dunque passeggiamo per le sue strade così alte e basse, salite e discese che nascondono orizzonti lontani e vicini a noi, i sentimenti si susseguono mentre la vista si perde ad osservare tutti quei tetti grigi e bianchi, punte e guglie dell'architettura coloniale che ci fanno respirare aria di mare. Ci spostiamo, andiamo avanti per la città, e poi, un chitarrista vagabondo ci intona questo pezzo, così fottutamente ricolmo di sensualità, che non possiamo far altro che fermarci un istante, anzi, una vita intera, a sentirlo e carpirne ogni fibra che la compone, fino a farla diventare parte di noi. Un brano che fa da piacevole intermezzo fra quelli finora passati, dopo suoni distorti, acidità ed effetti a non finire, qui abbiamo le basi della musica di qualsiasi tipo che si intrecciano fra loro, soprattutto è il primo pezzo dove non sentiamo il tappeto spaziale che ci eravamo ormai quasi dimenticati di avere, tanta era la sua prominenza. In questa SF Blue Satriani decide che basta spazio, basta cosmo, solo whisky, sigarette, sesso e Blues, una formula vincente che non morirà mai. 

Keep On Movin'

Se negli ultimi minuti ci eravamo distesi i nervi con un po' di sane blue notes, adesso è il momento di darsi veramente una mossa, è il momento di correre, e lo facciamo grazie a Keep On Movin': abbiamo affrontato il cielo blu, ora invece ci ritroviamo sballottati da una parte all'altra come su una nave in tempesta grazie ad elettriche note di Hard Rock. Un lungo assolo iniziale, inframezzato da colpi di rullante e tom, la fa da padrone per i primi minuti, fino alla variazione in cui power chords e distorsione entrano di prepotenza. Abbiamo anche, specialmente nella intro, qualche vago accenno di ritmica Jazz, quelle sonorità così pompose e libere che solo nella miglior Fusion si possono trovare. Andiamo avanti, il mare infuria, ed insieme a lui tornano anche quelle dinamiche spazio temporali che per il brano precedente avevamo perso. Se infatti avevamo whisky e sigarette, adesso abbiamo nuovamente la nostra lucente plancia di comando con tasti e pulsanti, la navicella ha ancora bisogno di noi. Satriani qui da sfogo alla creatività più pura, mettendo in piedi un teatrino fatto non solo di Hard Rock, ma anche di alcuni accenni di elettronica, qualche spolverata di Jazz come abbiamo detto, e qualche altro piccolo accenno di musica sperimentale. Il tutto, fondendosi, da vita ad un altro brano dalle tinte forti, e dalle orecchie fini che sono necessarie per ascoltarlo senza giudicarlo una accozzaglia di suoni a caso. Darsi una mossa si, ma da cosa? Beh, potremmo pensare, essendo imbarcati in un viaggio ai confini dello spazio, che stiamo facendo poco, ed il nostro comandante ci dica di svegliarci e lavorare; oppure, ancora più pragmatico, potrebbe essere una metafora, considerando le ritmiche così dinamiche e diverse fra loro, della vita stessa. Come direbbe qualcuno, la vita è davvero un soffio, e se non si fa in tempo a coglierla, essa sparisce, si dilegua nella nebbia così come è arrivata, le opportunità sono tante, molteplici sfaccettature sono lì, pronte per essere colte e foraggiate dal nostro modo di fare. Purtroppo però, molte persone vivono la loro vita alla deriva, continuano a costeggiare l'esistenza come una barca in un giorno senza vento, speranzosi che prima o poi qualcosa accadrà. Non siamo però nel giardino delle Esperidi, non ci sarà nessuna mela da cogliere per assaggiare il frutto proibito, la vita è ben altra cosa: e "darsi una mossa", potrebbe significare proprio questo, alzare ogni mattina il culo dal letto ed uscire, affrontando i mostri più disparati, che rispondono al nome di "esistenza", fregiarsi di titoli nobiliari non farà di voi dei veri nobili, così come infilarsi le penne nel sedere non fa di voi delle galline. Bisogna essere dinamici, afferrare la vita per le corna e darle una strigliata quando serve, altrimenti, al momento di prendere la decisione giusta, la fatale promessa che dovremmo mantenere, sarà troppo tardi, e vedremo tutto svanire fra le nostre dita come sabbia.

All Of My Life

Con un inizio morbido e quasi tribale invece, dalla tempesta precedente, passiamo alla calma piatta con All Of My Life: tornano, come in un brano da poco finito, dolci arpeggi di chitarra elettrica che si intersecano nel centro della traccia stessa, formando un circolo di note che ci gira intorno. Niente uso della distorsione, almeno nella prima parte del brano, ma soltanto riff e ritmi che ricordano personaggi come Kopfler o Santana ancor meglio, quel sapore sudamericano che ci bacia sulla fronte e ci stende i nervi, specialmente dopo l'agitazione dello slot appena trascorso. Qui abbiamo sempre una ecletticità di sottofondo, ma viene pesantemente mantenuta bassa dalla dolcezza delle note suonate, abbiamo certo qualche punta di voli musicali, come il buon Joe ormai ci ha abituato, ma nel complesso è una canzone dalla resa molto semplice e d'atmosfera, adatta ad essere ascoltata durante un lungo viaggio in macchina, come spesso tappeto sonoro. Abbiamo anche l'introduzione, oltre che di piccole note di tastiera che tornano a far sentire la loro voce, anche di percussioni assai latine nel sound, il che ci fa ricollegare ancor di più questo brano alle esibizioni del chitarrista baffuto messicano. E' un brano che, nonostante la sua leggiadria, sprizza vita da tutti i pori, è calmo, tranquillo, pacato e lineare, come la vita di un uomo retto dovrebbe essere. Probabilmente, ma come sempre è una interpretazione personale, in questo brano Satriani vuole metterci in guardia da tutto ciò che di negativo nella vita ci può accadere, i baratri dove possiamo sprofondare si sprecano, sta a noi riuscire a vederli ed evitare quindi di finirci dentro. Ascoltando il brano infatti pare di vedere un uomo, seduto su una sedia, che ci sta narrando la sua esistenza, quasi ascetica, e ci stia ammonendo perché noi non abbiamo saputo cogliere i frutti che la vita tranquilla può offrire, ma preferiamo sempre andare in giro come cani randagi in cerca di un osso da spolpare, convinti che prima o poi qualcosa succederà. Potrebbe anche essere però, la canzone stessa, una enorme ode a questo tipo di musica, quel Rock latino che, nelle note di Joe abbiamo già trovato in passato, e che rappresenta una discreta fetta delle sue ispirazioni, essendo lui, più che al Metal, interamente votato alla causa del Rock strumentale. In conclusione, altro brano easy listening, farà la gioia di molti, e ribadisco, provate ad ascoltarvelo in macchina, mentre quelle bianche strisce di vernice scorrono, vedrete che atmosfera si viene a creare, quasi onirica.

A Phase I'm Going Trought

Ultimo giro di boa, ultime cinque canzoni di questo enorme album, ben quindici slot sono stati prodotti da questa folle mente, ed il primo che incontriamo sulla nostra strada si chiama A Phase I'm Going Trought: se prima abbiamo omaggiato la chitarra dal sapore delle tortillas, adesso ricadiamo di nuovo nel dolce ed energico abbraccio della miglior chitarra elettrica di matrice americana ed inglese. Corde infuocate fin dai primi accordi, giri ossessivi che si rincorrono durante tutta l'esecuzione, altisonante, pregna di tecnica, questa traccia fa letteralmente volare. Scompaiono di nuovo le percussioni, che si sentono solo in lontananza, qui la vera protagonista torna ad essere la Ibanez di Satriani, che viene dolcemente deflorata dalle sue dita, producendo ritmi che, così ad un primo ascolto, potrebbero sembrare degni di loschi figuri del Metal neoclassico come Malmsteen o Tony McAlpine. Particolarità di questo brano, e simile ad un altro già incontrato, è il suo loop: le fasi della canzone si ripetono, le variazioni anche, in un enorme cerchio dal quale è difficile uscire. La conclusione soltanto è in crescendo, prima della dissolvenza che arriva quasi di botto, noi ne avremmo voluta ancora, ma Joe ha deciso che era ora di finirla qui. Altro brano per orecchie fini, nonostante la presenza dell'elettrica sparata a mille, non si presta certo ad un ascolto distratto, ma piuttosto ad una profonda introspezione delle sue meccaniche, altrimenti lo si legge solo come "un enorme assolo di tre minuti". E proprio come l'analisi che dobbiamo fare quando la ascoltiamo, Satriani qui ci racconta una fase che sta attraversando, o che ha passato negli anni precedenti, ed a giudicare dalla musica che ne è venuta fuori, deve essere stato qualcosa di psichedelico. Questa canzone trasmette sensazioni di nausea dovuti ai suoi loop infiniti, ci ritroviamo invischiati nella pece più nera, senza poterci muovere, ed attorno a noi il caos. E' un caos ordinato però, ogni cosa, per quanto distrutta, gira intorno a noi senza subire variazioni o cambiamenti, rimane li, immobile ed eterna mentre questa fase che stiamo passando non accenna ad andarsene. Delirio di un pazzo, o genio senza precedenti? La scelta ovviamente sta sempre a chi ascolta, ma quel che è certo è che questa supernova continua, nonostante siano dieci pezzi che è esplosa, e ne manchino ancora altri alla fine, a riservare enormi sorprese, le idee di Joe sono parallele alla vastità dello spazio in cui ci vuol far perdere con questo disco.

Scarborough Stomp

Un'altra botta di energia ci arriva con lo slot numero undici, occupato da Scarborough Stomp: anche qui abbiamo quasi una fotocopia del pezzo precedente, anzi, sembra quasi che i due fossero un unico lungo brano, e che siano stati tagliati a metà per evitare troppe lunghezze e rallentamenti. Continua a permanere la chitarra elettrica in risonanza massima, mentre le percussioni vengono spinte giù, a dare solo il ritmo come sulle navi da guerra. Brano che però, rispetto al precedente, diventa leggermente meno per palati esigenti, e si colloca nella fascia "per tutti", o almeno per gli amanti del genere qui proposto. Abbiamo botte di Hard Rock inframezzate da sessioni Proto Metal e simili, il tutto in uno stile pulito e lineare, che scorre dall'inizio alla fine senza che neanche ce ne accorgiamo. Scarborough è una parola assai strana, per settimane mi sono lambiccato il cervello per cercare di capire che strano slang fosse, che parola Satriani aveva trovato spulciando nella sua mente, poi, l'illuminazione: ho ricollegato al concetto di "stomp", che segue la strana parola (in inglese letteralmente significa calpestare, camminare), ed allora mi sono accorto che Scarborough non è altro che il nome di una tranquilla cittadina del Maine. Il brano, in fondo, non è altro che l'esplicazione delle sensazioni che Satriani deve aver provato mentre stava passeggiando lungo le rosse e sabbiose del Maine (in realtà il nome della città, come molte altre nella parte "vecchia" degli Stati Uniti, prende spunto, anzi, proprio copiatura palese, da un'altra tranquilla cittadina che si trova nel North Yorkshire, in Inghilterra). Immaginate di passeggiare in una giornata magari ventosa, vedere il mare che sbuffa sotto le sferzate del vento, agitare le proprie acque perché il tempo sta cambiando, e voi vi fermate al suo cospetto. Così maestoso ed immenso, in mezzo a tutta la calma che genera il resto del luogo, si viene a creare una strana diatriba fra i due elementi, la calma e l'agitazione più completa, ma sono in perfetto equilibrio fra loro, si compensano, e si annullano, specialmente sulla parte di spiaggia in cui si infrangono le onde. E' una canzone infatti che trasmette entrambe le sensazioni, la calma apparente del momento, ma anche l'effervescenza di alcuni momenti in cui i riff diventano più acidi, il che lo fa diventare uno degli slot più interessanti dell'intero disco.

Butterfly and Zebra

Prossimo slot è di una calma veramente devastante, ed è anche il brano più corto del disco, non arriva neanche a due minuti di lunghezza, un piccolo intermezzo, come il sorbetto a metà pasto, che si chiama Butterfly and Zebra: si tratta sostanzialmente di un assolo, un assolo in dolci note di Blues elettrico, rese un po' più alte dal Rock sperimentale di cui Satriani le impregna quando suona. E' un assolo dolce, eclettico e che sta benissimo in mezzo a tutto il resto dell'album, così discostato e separato dal resto, probabilmente all'inizio doveva essere la parte di una canzone, ma Joe ha deciso che era così ben strutturato, da meritarsi un posto a parte in Shockwave Supernova. Zebra e Farfalla, due animali, due dimensioni così diverse da risultare i due antipodi del mondo animale. Da una parte troviamo la leggiadria, la complessa architettura della farfalla, così fragile, ma al tempo stesso carica di energia, con i suoi colori e le sue enormi ali. Dall'altra abbiamo il bianco ed il nero, andiamo alla scala cromatica che assorbe e riflette tutti gli altri colori, abbiamo la zebra, simbolo di possenza, forza, muscoli e carne, che si muove con passo da equino, e certamente pecca di morbidezza. I due lati opposti della scacchiera che si scontrano fra loro, bianchi e neri contro colori, forza contro dolcezza, pesante contro leggero, in un epico e perenne scontro il cui risultato è uno solo, il completo annullamento delle due parti in gioco.

If There Is No Heaven

E se le domande che tutti si pongono fossero solo menzogne? E se tutto ciò che ci hanno fatto credere in realtà fosse una enorme balla? A questa domanda cerca di dare risposta il brano successivo, dal titolo di If There Is No Heaven: anche qui abbiamo una discreta botta di chitarra elettrica, frizzante e piena di vita, così come dovrebbe essere il paradiso secondo Satriani, una enorme distesa di Rock di cui non si vede neanche la fine. Le variazioni qui stanno al minimo, solo piccolo cambiamenti di tempo, che però non si sentono quasi per niente, almeno all'orecchio comune, quel che invece si sente è una poderosa iniezione di Rock e Hard Rock che il nostro canuto chitarrista ci spara direttamente in vena attraverso i suoi scuri occhiali da sole. E' un brano davvero pieno di energie, una cavalcata in do maggiore sulle note della nostra musica, una delle più belle che ci siano; e questo Satriani lo sa bene, tant'è che continua a proporcelo ogni volta che ne ha l'occasione. Tornano qui, anche se in forma sempre seminascosta, anche le dinamiche spaziali su cui il disco è improntato, e di nuovo ci sentiamo piloti di quella navetta. Stavolta però, oltre ad esplorare gli abissi dello spazio profondo, cominciamo anche a porci delle domande assai serie, come "e se il paradiso non ci fosse?". Le persone che credono, spesso e volentieri, improntano la propria vita al fine di qualcosa di più alto, qualcosa che avviene dopo la morte, e che solo dopo di essa la persona troverà la vera felicità. Quello che Joe si chiede in questo frangente, è se tutte le storie che ci hanno raccontato fossero solo delle menzogne? Se fosse come dicono coloro che non credono, ovvero che con il corpo muore anche l'anima, e quindi non vediamo ne sentiamo assolutamente niente? Sono domande che attanagliano le viscere di chi invece ha una fede innata nel proprio Io, e che quindi si sentirebbe grandemente deluso a scoprire che la luce in fondo al tunnel non è quella che gli hanno raccontato. Tuttavia, Satriani ci viene incontro dicendoci, anzi, suonandoci, il fatto che alla fine, qualsiasi dubbio o perplessità possiamo avere, la musica non ci abbandona mai, è sempre lì, presente e costante nella vita di chi la vuole accogliere, e per questo, volente o nolente, anche se alla fine dovesse risultare il paradiso solo un cumulo di menzogne, continueremo a sentire le note del Rock in qualsiasi posto ci ritroveremo dopo la nostra dipartita, sarà la nostra colonna sonora perenne.

Stars Race Across the Sky

Ci avviamo verso la fine, e siccome, tutto sommato, siamo sempre nello spazio, perché non concedere gli ultimi due slot agli abissi siderali più neri? Il primo dei due è occupato da Stars Race Across the Sky, ed è facile intuire di che cosa parli e come sia strutturato il brano. E' una traccia obliqua, in perenne movimento e cambiamento, esattamente come le prime canzoni che hanno composto questa nebulosa in cui siamo entrati. Le variazioni qui, a differenza degli ultimi tre/quattro brani, si sprecano, il brano muta di continuo, tanto che alla fine quasi risulta difficile stargli dietro e riuscire a carpire ogni elemento presente al suo interno. Siamo astronauti su stelle fatte di musica, e come tali ci muoviamo col passo di chi non ha gravità, esattamente come la musica che stiamo ascoltando, è senza peso, leggera e frivola, ma al tempo stesso dannatamente appassionante. Qui, chiaramente, le dinamiche spaziali la fanno da padrone, e siccome siamo ormai agli sgoccioli del disco, Satriani dice che è il momento di tirare fuori di nuovo anche il synth, che tanto tempo fa avevamo udito nei primi passi dell'album. Non è così opprimente come allora, ma c'è, c'è e fa sentire la sua voce, ovviamente assieme alle tastiere (suonate dallo stesso individuo), il che crea un connubio davvero particolare, in cui le morbide note che da sempre accompagnano il piano, si fondono con i suoni elettronici, ma soprattutto con la chitarra del nostro uomo preferito, che non accenna a voler continuare a sperimentare sempre e comunque. Stelle, pianeti, cosmo, spazio, tutti termini che tendono all'infinito, e come tali, nella canzone assistiamo alla corsa delle stelle, forse cadenti, forse comete, che sfrecciano a velocità supersonica di fronte ai nostri occhi, portando una vampata di luce che quasi ci toglie la vista. Noi, dentro la nostra metallica navetta, non possiamo far altro che assistere immobili a questo spettacolo, continuare ad osservare ciò che ci sta accadendo intorno, con meraviglia e stupore di quello che la natura è in grado di fare. Siamo un granello di sabbia in un deserto che non ha fine, e di fronte alla maestosità dello spazio, non possiamo far altro che renderci conto di quando non dobbiamo assolutamente peccare di superbia, dato che il puntino che rappresentiamo è così piccolo da non essere visto praticamente da nessuno. La volta celeste cade e collassa, le stelle corrono, si scontrano, esplodono e mutano, cambiamenti avvenuti migliaia, anzi, milioni di anni fa, e che sono visibili dal nostro occhio solo adesso, oppure ancora, mutamenti che ancora devono avvenire, la stella che stiamo guardando, è già cambiata, perché nel freddo ed opprimente buio dello spazio, il tempo è un concetto relativo. 

Goodbye Supernova

Come su questa supernova ci siamo arrivati, quattordici tracce fa, adesso è il momento di chiudere il conto e salutarla, grazie a Goodbye Supernova: il brano non è altro che una lunga sessione da sei minuti in cui Satriani da voce a tutto ciò che ha espresso dentro il disco, le variazioni vanno dalle blue notes, al proto Metal, all'Hard Rock più energico, ai passaggi spaziali con l'ampio uso del synth, specialmente nella prima parte, alla Fusion al Jazz. Insomma, un enorme calderone che Joe mette sul fuoco, e che in quei sei minuti ci fa da guida nel magico mondo dello spazio e della sperimentazione. Poi, alla fine, esattamente come è arrivato, il pezzo se ne va, portandosi con sé una parte della nostra anima, l'abbiamo lasciata dentro al disco. Brano lungo, il più lungo di tutto Shockwave, ma anche il più pregno di significato e genialità: riuscire ad unire insieme così tanti stili non è compito esplicabile da tutti, ma il buon Joe c'è riuscito, dando vita ad un progetto che , ci crediate o meno, sta in piedi da solo. Non c'è un momento di stanca all'interno del brano, il tutto viene reso morbido ed avvolgente dal ritmo prodotto, così calmo e riflessivo, procediamo avanti senza neanche rendercene conto, e altrettanto improvvisamente il brano dissolve e scompare, lasciandoci l'amaro in bocca perché avremmo voluto continuasse in un loop infinito. Canzone dalle tinte forti e non proprio easy listening per concludere un disco che è a metà fra i palati fini ed il mainstream, ma qua, alla fine, ci vuole davvero tanta testa per apprezzare l'ultimo slot, tanta testa e tanti ascolti, altrimenti ci si annoia fin dalle prime note. Dunque, la navetta ha esplorato gli abissi della mente, ha guardato le strade di S.Francisco sotto note di Blues, ha foraggiato la crescita di un buco nero, vi è entrata e ha capito che cosa c'è dall'altra parte, altro spazio, infinito e perenne. Ha visto le stelle rincorresti, si è posta domande su cosa ci sia oltre la vita e l'uomo, ma adesso è il momento di rientrare; quindi, accendiamo i motori, la propulsione è istantanea, salutiamo la supernova che ha dato il via a tutto questo con l'esplosione iniziale, e la abbandoniamo così, in un boato di silenzio, immutabile, la osserviamo, consapevoli del fatto che non cambierà minimamente, se non in centinaia di migliaia di anni, quando noi non saremo altro che polvere. Torniamo a casa con la testa piena di idee, pensieri, lacrime e malinconia, ma la supernova rimarrà sempre nel nostro cuore, marchiata con le fiamme degli occhi che l'hanno vista nascere, e come tale, un pezzetto di noi rimarrà sempre dentro di lei.

Conclusioni

Un disco che segna l'ennesima svolta nella carriera di questo artista; Joe Satriani a molti potrà risultare noioso, ripetitivo e poco geniale, ma è perché spesso ci si ferma alla copertina. Innegabile che ci siano altrettanti artisti di caratura anche superiore alla sua, ma lui si colloca sempre nella fascia di chi alla musica sperimentale ha dato un contributo assai elevato. Si presenta a noi come l'alieno che è, come un uomo, che dopo quindici dischi, ancora sa stupirci e farci rimanere a bocca aperta per quello che la sua folle mente è riuscita a partorire. Non è un disco facile questo Shockwave Supernova, è un album molto articolato, soprattutto assai lungo, e questo scoraggia l'utente medio; tuttavia, se si hanno le forze, e gli attributi, per affrontarlo, diventa una docile creatura che rimarrà sempre con noi, accompagnandoci in tutto ciò che facciamo. Menzione d'onore, oltre che a Joe ovviamente, va anche a chi lo ha sostenuto in questo progetto, come il produttore John Cunimberti, che aveva aiutato il nostro alieno surfista nel 2008. Oltre a lui, altrettanto onore e rispetto va ai musicisti che fanno da splendido contorno a questa opera: partiamo dal batterista Marco Minneman, proveniente dai The Aristrocrats, un uomo in grado di alzare il tiro ed abbassarlo ogni volta che ve ne sia la necessità, arrivando a capire grandemente quanto non siamo in un normale disco di Rock, ma in un disco strumentale primo, e di un chitarrista così eclettico secondo, il che vuol dire che spesso le percussioni non devono far altro che accompagnare ed innalzare la sei corde. Alla tastiera troviamo il polistrumentista progressive Mike Keneally, il quale, con la sua bravura ed estro nel collimare tastiera e synth, ha creato quel magico mondo spaziale che fa da sfondo a quasi tutto il disco, gli abissi in cui ci perdiamo nelle canzoni sono anche merito suo, possiamo definirlo come il computer di bordo dell'astronave. Ultimo, ma non per importanza, abbiamo Bryan Beller al basso, il quale, come Marco, ha capito perfettamente di cosa si sta parlando, e le sue slappate alle spesse corde dello strumento, sono sempre li a ricordarcelo. Dunque, miei cari cosmonauti, allacciate il casco, abbassate la lucente visiera, e date libero sfogo alla vostra fantasia con questo ultimo lavoro firmato Joe Satriani: non ve ne pentirete minimamente una volta arrivati in fondo, sarete soddisfatti e gonfi di emozioni accumulate durante l'ascolto. Se invece siete dei palati meno esigenti, dategli comunque un ascolto, sono assolutamente certo che troverete pane per i vostri denti, o comunque svariati spunti su cui affondare le unghie ed i denti. Per il resto, adesso vado, che la navicella mi chiama per un altro viaggio all'insegna della sperimentazione.

1) Shockwave Supernova
2) Lost In a Memory
3) Crazy Joey
4) In My Pocket
5) On Peregrine Wings
6) Cataclysmic
7) San Francisco Blue
8) Keep On Movin'
9) All Of My Life
10) A Phase I'm Going Trought
11) Scarborough Stomp
12) Butterfly and Zebra
13) If There Is No Heaven
14) Stars Race Across the Sky
15) Goodbye Supernova
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